Aprì gli occhi, sforzandosi di mettere a fuoco la stanza che la circondava. Cercò di spostarsi, ma qualcosa glielo impediva: il braccio di Yuri che la stringeva forte a sé, sotto il piumone pesante. Sentiva la pelle bollente del petto nudo di Yuri, appiccicarsi alla sua schiena, chiuse per un attimo gli occhi per poi riaprirli, afferrò il braccio e lo spostò lentamente, evitando di svegliarlo. Solo il sabato si fermava da lui, perché durante la settimana dovevano entrambi lavorare e non si vedevano praticamente mai, fatta eccezione per quelle rare volte dove lui andava a cena dai suoi, giorni più difficili di quando non si vedevano, perché averlo vicino e non poterlo toccare era più difficile di non vederlo affatto.
Si alzò lentamente, mettendosi seduta mentre aveva la sensazione di star dimenticando qualcosa. Voltò il viso e sorrise quando lo vide completamente addormentato, gli sfiorò piano la guancia: non si vedevano da più di due settimane, perché l'imminente apertura dell'ospedale lo aveva tenuto impegnato anche nel fine settimana.
Ho bisogno di fare l'amore con te
Era entrato nel suo ufficio come una furia, si era avvicinato e senza dire una parola, l'aveva fatta alzare e l'aveva stretta forte, sussurrandole quelle parole all'orecchio, facendole tremare il cuore. Aveva acconsentito incurante che fosse solo mercoledì e che l'indomani dovevano lavorare, aveva chiuso tutto e l'aveva seguito a casa sua.
Si erano subito aggrappati l'uno all'altra, baciandosi e perdendosi.
-Oh mio dio! - ansò, afferrando di scatto il telefono, spalancando gli occhi quando lesse il promemoria sullo schermo del suo smartphone
Giornata intera: Riunione con direttore
-Non può essere! - digitò frenetica la combinazione di quattro cifre per sbloccare il telefono e quando lesse a chiare lettere giovedì, imprecò, sconvolta.
-Yuri! - appoggiò la mano sulla sua spalla e iniziò a scuoterlo -Yuri, svegliati-
-Mmmhh- si spostò, sdraiandosi sulla schiena -Che succede? - mormorò, con gli occhi ancora chiusi.
-Ci siamo addormentati-
-E ora mi stai svegliando perché…? -
-Yuri è giovedì! -
-Lo so Miki, ma continuo a non capire perché mi hai svegliato- rispose, aprendo appena gli occhi.
-Dobbiamo lavorare-
-Che ore sono? - chiese, aprendo completamente gli occhi.
-Sono…- sbloccò di nuovo il telefono per controllare l'ora -le cinque-
-Le cinque? Oddio Miki? - sussurrò, coprendosi gli occhi con il braccio -sono le cinque! Ma a che ora devi andare in ufficio? -
-Alle otto- bisbigliò, sentendosi improvvisamente una stupida.
-Alle otto! - ripeté, afferrandola e attirandola a sé -vieni qua- la strinse a sé e sospirò di piacere, affondò il volto nei suoi capelli e le lasciò un bacio sulla testa -non so se dovrei sentirmi offeso- sussurrò, reprimendo uno sbadiglio.
-Per cosa? - chiese confusa
-Dopo quello che abbiamo fatto io sono distrutto mentre tu sei già bella pimpante e non so proprio come prenderla- affermò, avvicinandola di più a sé, intrecciando le gambe alle sue.
Appoggiò la fronte sul suo petto, lo abbracciò e sorrise alle sue parole: -ti fa sentire meglio se ti dico che sei stato fantastico? - bisbigliò, accarezzandogli la schiena.
-Mmmh solo fantastico? - scherzò, affondando il volto nei suoi capelli -non so davvero se prenderlo come un insulto o un complimento-
Alzò il viso e appoggiò le labbra sulle sue -Lo sai non sono brava con le parole, ma credevo che la reazione del mio corpo parlasse per me- mormorò, leccandogli il labbro inferiore.
Sorrise, afferrandole la lingua tra le labbra e succhiandola lentamente per poi baciarla, stringendosi di più a lei, intrecciando le gambe -Dì la verità, è per questo che mi hai svegliato? - sussurrò, accarezzandole la schiena.
-Non devi alzarti presto? -
-Posso anche arrivare più tardi, ormai il mio lavoro è finito- rispose, facendola girare tra le sue braccia, per ritrovarsi la sua schiena schiacciata al petto -l'ospedale ormai è completato, ci sono solo le ultime cose da definire-
Parlava a bassa voce, accanto al suo orecchio, mentre le dita vagano indisturbate sulla sua pelle -dovresti venire a vedere-
-Non voglio disturbare- rispose, inarcandosi sotto le sue dita.
-Non disturbi, siamo solo noi… arriveranno tra qualche giorno-
Non era più andata all'ospedale, anche se nel suo cuore si sentiva ancora parte di quel progetto, aveva deciso di non andarci più. Dopo New York, avevano entrambi deciso di chiudere definitivamente con il passato e quell'ospedale, anche se per lui rappresentava il presente, per lei era il passato, e aveva deciso di metterci un punto.
-Non credo sia una buona idea- bisbigliò, appoggiando la mano sulla sua, accarezzandogli il dorso.
-Voglio farti vedere quello che ho fatto, vieni all'ora di pranzo, tornano tutti a casa, sarò da solo-
-Ho una riunione, non ti prometto niente-
Nascose il viso nell'incavo del suo collo, lasciandole baci leggeri sulla pelle, stringendola a sé -Ho deciso che quando finirò questo lavoro, farò un viaggio, starò via per una settimana- sussurrò, con la bocca appoggiata alla sua pelle.
-E dove andrai? - ansimò, tentando di tenere a freno i brividi che il suo alito caldo le stava provocando.
-Non lo so ancora- rispose -so solo che ti voglio al mio fianco. Scegli tu dove vuoi andare- bisbigliò, accarezzandole la pelle sulla pancia, muovendosi lentamente nel tentativo di mascherare la reazione istantanea del suo corpo.
-Yuri? - sussurrò, sorridendo appena -ti sento-
-Sei tu che non la smetti di muoverti…- ansimò, affondando il viso nei suoi capelli.
-Io non sto proprio facendo nulla- protestò, voltando leggermente la testa per guardarlo.
-Hai ragione…- sussurrò serio, la voce roca e profonda -la verità è che la prossima volta che devi lavorare dobbiamo ricordarci di rivestirci- bisbigliò, spingendosi lievemente con il bacino verso di lei, gemendo quando la senti muovere i fianchi in risposta.
-Ottima idea- ansò, allungando un braccio all'indietro per afferrargli una natica e indurlo a non fermarsi.
Affondò il volto nella sua spalla, baciandole la pelle calda, mentre continuava a muoversi, ansimando ad ogni contatto. Con un movimento del braccio, scostò le coperte per avere maggiore libertà nei movimenti, le baciò la pelle delle spalle, succhiando appena; leccò la spalla mentre la sua mano andò alla ricerca dei suoi seni, li accarezzò, stringendoli tra le dita per poi soffermarsi sul capezzolo, che stava diventando sempre più sensibile.
-Yuri? - ansimò, inarcandosi sotto le sue dita. Sentiva quella familiare sensazione di calore, impossessarsi del suo cuore e diventare sempre più forte -baciami- ansò, aprendo le labbra alla ricerca delle sue.
Facendosi leva sul bacio, si alzò con il busto per appropriarsi di quella bocca, lasciando uscire un gemito quando fu invaso dalla sua lingua.
Si impossessò con prepotenza delle sue labbra, succhiandole, facendo scivolare la mano lungo l'addome, facendola inarcare quando le sfiorò la pelle desiderosa e sensibile.
-Voltati- le sussurrò all'orecchio.
Si voltò, rabbrividendo quando i suoi seni entrarono a contatto con le lenzuola.
Avvertiva tutto il suo corpo tendersi per l'impazienza, strinse le labbra combattendo contro l'impulso di strusciarsi in cerca di sollievo. Sentì il corpo di Yuri muoversi, lo sentì adagiarsi con le gambe ai lati delle sue. Anche se non la toccava riusciva a sentire il calore che irradiava dalla sua pelle, sentì le mani sfiorarle delicatamente le gambe, spostarsi verso l'interno per poi afferrarle le natiche. Sospirò quando si sdraiò su di lei, facendole sentire la sua eccitazione.
-Mi fai impazzire- le sussurrò all'orecchio, spostandole i capelli.
Chiuse gli occhi quando le labbra di Yuri si appoggiarono sul suo collo, respirando a bocca aperta, la sovrastava coprendo ogni lembo di pelle, proprio come una coperta. Istintivamente alzò il bacino alla ricerca di lui, sospirando quando sentì le sue dita accarezzarla tra le gambe. Le lasciò carezze a fior di pelle per poi penetrarla lentamente, aiutandosi con la mano. Sospirò pesantemente, accogliendolo mentre lui si avvicinava per baciarle il collo.
Facendosi leva sulle mani si alzò quel poco per non pesarle addosso e iniziò a muoversi lentamente.
Lo sentiva spingersi in lei, colmandola, con movimenti lenti e regolari.
-Sei così…- ansimò, avvicinandosi di nuovo al suo orecchio, respirando affannosamente, affondò la bocca sulla pelle del suo collo, succhiandolo.
Strinse forte le lenzuola tra le dita, perché ad ogni spinta il suo corpo reagiva e, quella fantastica sensazione di sentirlo dentro di sé, si espandeva sempre di più
-Non…lasciarmi…segni- ansimò, rincorrendo ogni spinta.
Le afferrò entrambe le braccia e iniziò a muoversi più velocemente.
Il rumore dei suoi fianchi che sbattevano sulla sua pelle, i suoi gemiti, il piacere che stava diventando ormai incontrollabile.
-Non… oddio Yuri non fermarti…- ansò, quando lui intrufolò una mano tra lei e il materasso per toccarla nel suo punto più sensibile, spingendo violentemente in lei.
Il suo corpo fu travolto da quel piacere che esplose prepotente in lei, facendola gemere il suo nome, seguita subito dopo da lui, che esausto si lasciò andare su di lei.
-Dopo questo ho assolutamente bisogno di dormire- ansimò, lasciandole un bacio tra i capelli. Si spostò dal suo corpo per sdraiarsi accanto a lei, trascinandola al suo fianco
-Tutto bene? - le chiese, lasciandole un altro bacio tra i capelli.
-Sei sempre fantastico- rispose, sorridendo ricordando come aveva reagito poco prima a quell'aggettivo.
-Molto divertente- ribatté, poco convinto sbadigliando.
-Yuri dobbiamo mettere la sveglia-
-Già l'ho messa-
-Quando? -
-Io la metto sempre alle sette-
-Perché non me lo hai de…-
-Shhh! Dormi Miki-
Stava fissando l'orologio per l'ennesima volta: da quando quella mattina aveva lasciato il suo appartamento, non l'aveva più sentita. Era scappata senza nemmeno fare colazione. Quando la sveglia aveva suonato, aveva insistito molto per convincerla a fare la doccia con lui, rassicurandola che avrebbe avuto tutto il tempo di tornare a casa per cambiarsi. All'inizio era titubante, poi quando lui l'aveva baciata, chiedendole per favore di restare, aveva accettato, facendogli promettere che sarebbe stato solo una doccia. Aveva annuito convinto e il suo intento era davvero quello, peccato però che le cose era sfuggite ad entrambi e in poco si erano di nuovo trovati ansimanti, in cerca l'uno dell'altro.
-Avevamo detto solo una doccia- stava ansimando, mentre lui le baciava il collo e con le dita le stava regalando sensazioni uniche.
-Hai iniziato tu- mormorò, staccando le labbra dalla sua pelle, guardandola negli occhi -ma se vuoi che mi fermi, basta dirlo- continuò, sicuro che arrivati a quel punto, era ormai impossibile fermarsi.
Sentì le dita scendere lentamente lungo il suo corpo, sfiorargli la pelle mentre nei suoi occhi appariva quel bagliore malizioso, che aveva imparato ad amare.
-E lasciarti in queste condizioni? - bisbigliò, sfiorando la sua eccitazione -mi reputi davvero così crudele? - ansimò, facendo un passo verso di lui, costringendolo a indietreggiare, trasalendo quando lei lo afferrò con decisione e iniziò ad accarezzarlo.
L'acqua scorreva indisturbata sui loro corpi, rendendo i loro movimenti scivolosi; appoggiò la mano aperta alla cabina della doccia e chiuse gli occhi, gemendo ad ogni carezza, sempre più veloce e decisa.
-Miki…- ansò, appoggiandole l'altra mano sulla spalla per indurla a fermarsi.
L'afferrò tra le braccia, facendola appoggiare alle piastrelle per poi entrare in lei, fissandola dritta negli occhi. Allacciò le gambe ai suoi fianchi, le braccia appoggiate alle sue spalle e la bocca premuta sulla sua mentre le lingue seguivano il ritmo dei loro corpi.
-Mi ascolti? -
Alzò di scatto il capo per vedere la figura alquanto irata di Kate che lo fissava.
-Cosa ci fai qui? - le chiese, avvicinandosi a lei, riponendo il telefono nella tasca del giubbotto.
-Io? Tu cosa ci fai qui! Non vai a pranzo? -
-Sto aspettando Miki- rispose con calma, guardandosi intorno in cerca della sua auto.
-Miki? - chiese, spalancando gli occhi -non credo sia una buona idea. Chiamala e dille di non venire-
-Come scusa? -
-Non c'è tempo- affermò in ansia, alzandosi la manica del cappotto per controllare l'ora -fai come ti ho detto! -
Aprì la bocca per ribattere ma il rumore dell'arrivo di un'auto lo fece bloccare: si voltò per vedere la sua auto dirigersi verso il parcheggio riservato ai dirigenti. D'istinto mise la mano nella tasca per afferrare il telefono nell'istante esatto in cui la portiera dell'auto si aprì e lui scese con tutta la sua arroganza.
-Cerca di contattarla, non rendiamo questa giornata più difficile di quanto non sia già- sussurrò Kate, dirigendosi verso l'uomo.
Durante tutto il tragitto non aveva fatto altro che chiedersi se avesse preso la scelta giusta, che lui fosse un buon medico era innegabile, quello che proprio non riusciva ad accettare era il ruolo che rappresentava nella vita del figlio. Negli ultimi mesi aveva dedicato tutto il suo tempo a rafforzare il suo rapporto con John, mettendo da parte il lavoro e il suo pensiero, riuscendo a controllare le miriadi sensazioni che aveva nel suo cuore.
Emozioni che lo travolgevano di notte, quando da solo nel suo letto ripensava a quello che era successo. Non poteva certo negare che i primi tempi era stato difficile accettare la situazione, poi con il tempo era riuscito a trovare una certa stabilità.
Spense il motore e lasciò vagare per un attimo lo sguardo all'edificio che aveva davanti: non aveva messo più piede in quel posto perché rappresentava un traguardo che avrebbe dovuto raggiungere al suo fianco.
-Tutto bene? -
Si voltò per specchiarsi negli occhi preoccupati di Janine che, forse, in quel periodo era stata l'unica a comprendere perfettamente i suoi sentimenti.
Si ritrovò a pensare che era cambiata, sembrava molto più matura dei suoi anni e non poté far almeno di spostare lo sguardo all'uomo che le sedeva accanto, perché sapeva benissimo che questo cambiamento era dovuto a lui.
-Sto bene! - affermò, afferrando la maniglia della portiera, mentre l'auto dei suoi genitori affiancava la sua.
Avevano deciso di arrivare con circa due settimane di anticipo perché aveva bisogno di vedere la situazione da vicino. Mancava pochissimo al fatidico giorno e, dopo una lunghissima riflessione, aveva capito che aveva bisogno di riprendere il suo progetto tra le mani.
Quando scese dall'auto fu subito accolto dall'impeccabile Kate che, anche se appariva sicura di sé, sapeva benissimo di averla messa in difficoltà, avvisandola solo il giorno prima del suo arrivo.
-Come è andato il viaggio? - chiese con voce impostata, segno che era nervosa e agitata.
-Bene. È andato bene- rispose distaccato, ritornando a guardarsi intorno, rimanendo affascinato dall'edificio.
-Perché siamo venuti in ospedale? - la voce tremante del piccolo che l'aveva raggiunto, distolse la sua attenzione.
-Questo non è un ospedale qualsiasi- affermò, abbassandosi per guardarlo negli occhi -questo è l'ospedale di cui ti ho parlato-
John si guardò intorno mentre le parole del padre prendevano vita tra i suoi ricordi -è il tuo ospedale? -
-Sì, è il mio ospedale- mormorò, accarezzando la testa del figlio mentre una strana sensazione nel pronunciare quelle parole, gli procurò un nodo alla gola.
Sarà il nostro ospedale…
-Non sapevo che avresti portato ospiti, altrimenti avrei fatto preparare…-
-Rilassati Kate, è solo la mia famiglia non c'è bisogno di essere formali- affermò, alzandosi facendo segno a Janine e all'uomo di avvicinarsi.
-Lui è John, mio figlio- dichiarò, spingendo il bambino in avanti con una lieve spinta -John lei è Kate-
-Ciao- sussurrò, restando fermo al suo posto, mentre Kate lo guardava un po' perplessa.
-Ciao- rispose, non sapendo cosa fare. Aveva sentito parlare di suo figlio ma era la prima volta che lo vedeva.
-Loro sono Janine e il dottore Edgar Clark-
-Oh piacere, io sono Kate-
-Piacere di conoscerla Kate- rispose Janine, avvicinandosi al figlio e sorridendo al palese imbarazzo della donna -è sempre stato negato in queste cose- continuò, indicandolo con un segno della testa -ho sentito molto parlare di lei e le faccio i miei complimenti, ha fatto davvero un ottimo lavoro-
-Allora figliolo siamo pronti? - chiese suo padre, raggiungendoli al fianco di sua moglie.
-Ma quella è…- la voce del piccolo John catturò l'attenzione di tutti, che seguirono il suo sguardo
-Sì papà, quella è…- fece un passo in avanti per guardare meglio la donna che stava uscendo dall'auto.
Kate si voltò per seguire lo sguardo di tutti i presenti e, quando la riconobbe, si lasciò fuggire un sospiro di disappunto, immaginando già l'imbarazzo e il disagio che di lì a poco avrebbe regnato.
-Miki- sussurrò, anticipando il nome che il suo bambino non aveva ancora pronunciato. Rimase immobile a fissarla, mentre scendeva dall'auto e si rivolgeva a lui, avvicinandosi per lasciargli un bacio sulle labbra, mentre lui restava immobile. La vide parlare velocemente, ma non riusciva a capire cosa stesse dicendo. Il suo cuore iniziò a battere furioso e le sue orecchie non riuscivano più a sentire nulla: riuscì solo a vedere il suo bambino che correva verso di lei, la vide voltarsi e bloccarsi quando vide John correrle incontro. La vide abbassarsi per accoglierlo in un abbraccio e la vide guardarsi intorno per cercarlo.
-John…-
Riuscì a vedere Janine al suo fianco fare un passo verso suo figlio e d'istinto le afferrò il braccio, mormorando -lascialo stare… aspetta un attimo-
E fu allora che lei lo vide: i loro sguardi si incontrarono e il suo cuore tornò a sanguinare quando gli occhi di Miki si spalancarono per lo stupore.
Era in ritardo!
Era dannatamente in ritardo!
Uscì di corsa dall'ufficio dove si era tenuta la riunione, maledicendo il suo direttore che l'aveva costretta a rivedere alcuni documenti, forse per punirla per essere arrivata con cinque minuti di ritardo quella mattina. Si diresse nel suo ufficio, lasciò cadere le cartelline sulla scrivania, afferrò la borsa e il cappotto e uscì, salutò la ragazza addetta al telefono e si precipitò all'aria aperta. Non aveva dato conferma ma era sicura che Yuri la stesse aspettando e uno sguardo allo schermo del telefono, confermò le sue supposizioni: aveva una decina di chiamate perse. Cercò di richiamarlo ma il clacson di una persona che molto probabilmente era più in ritardo di lei, le fece cambiare idea.
Lasciò andare il telefono sul sedile del passeggero e si diresse verso l'ospedale.
Non era ancora sicura di fare la cosa giusta. Da quando erano tornati da New York avevano iniziato a vivere il loro amore, lasciando da parte il passato e tutte le paure che l'aveva bloccata. Erano riusciti a trovare un equilibrio tra la passione e il bisogno di stare insieme che li faceva stringere e cercarsi in ogni occasione.
Quell'ospedale rappresentava qualcosa che, inconsciamente, ne era sicura, poteva minare quell'equilibrio.
Varcò l'ingresso secondario dell'ospedale e subito lo vide: era in piedi ad aspettarla con il telefono vicino all'orecchio. Era stupendo con quei jeans stretti e il giaccone marrone, lo stesso giaccone che indossava il giorno prima quando era entrato nel suo ufficio per reclamarla con ardore. Spense il motore e aprì lo sportello dell'auto, mentre Yuri la raggiungeva.
-Sono in ritardo lo so, ero in riunione, mi dispiace- parlò velocemente, mentre scendeva dall'auto, sorridendo quando lo vide avvicinarsi -ho fatto il prima possibile, scusa. Volevo avvisarti ma stavo guidando e…- si allungò per posare le labbra sulle sue, stupendosi quando lo sentì irrigidirsi al suo contatto.
-Cos'hai? - gli chiese, guardandolo negli occhi, mentre gli appoggiava le mani sul petto.
-Ti ho chiamato-
-Lo so, cosa è successo? -
-Perché non mi hai risposto? -
-Ero in riunione, non potevo e quando ho visto le chiamate stavo guidando, ma cosa è successo? -
-Miki io non lo sapevo… ho provato ad avvisarti, ma…-
-Miki!-
Si voltò al richiamo di quella voce che conosceva, abbassandosi d'istinto quando vide il piccolo John correre verso di lei. Allargò le braccia per poi stringerlo forte quando lui si gettò tra le sue braccia. Lo strinse forte, baciandogli le guance, accorgendosi solo in quel momento di quanto le fosse mancato. Molte volte era stata tentata di chiamare sua madre per chiedere di lui, poi però aveva preferito non farlo
-Ma come sei diventato grande? - affermò, tirandosi un po' indietro per guardarlo meglio. John era immobile a fissarla, le sorrideva ma c'era qualcosa che lo bloccava: sembrava a disagio e la cosa le fece male, perché quel bambino era sempre stato espansivo nei suoi confronti.
-Come stai? - gli chiese, accarezzandogli il viso.
-Bene, mi sono operato ma adesso sto bene. Lo sai posso anche correre adesso. Hai visto? - sorrise alla genuina felicità del bambino, che aveva sempre avuto la capacità di contagiarla.
-Ho visto sei stato bravissimo- rispose, lasciandogli un bacio sulla fronte -ma con chi sei venuto? - chiese, guardandosi intorno, dimenticando per un attimo di chi avrebbe potuto essere nei paraggi.
-Sono con mamma, i nonni, Ed e con papà-
La voce di John divenne un lontano bisbiglio, quando incontrò i suoi occhi: il cuore iniziò a battere furiosamente, si alzò cercando di controllare l'agitazione nel rivederlo.
Rimase incatenata dal suo sguardo mentre tutto intorno a lei sembrò svanire: l'unica cosa che le rimbombava nelle orecchie era il battito furioso del suo cuore.
Da quando si erano lasciati, non si era mai fermata un solo istante a chiedersi come avrebbero reagito se si fossero rincontrati. L'idea di poter un giorno incontrarlo di nuovo, anche solo per caso, non l'aveva mai sfiorata. Ecco perché in quel momento, mentre lo vedeva avvicinarsi a lei, seguito dalla sua famiglia e da una Kate visibilmente infastidita, non aveva la minima idea di cosa dover dire e di come doversi comportare. Rimase immobile a fissare quel gruppo di persone che si avvicinava sempre di più, incapace di pensare lucidamente.
-Ciao- la salutò, fissandola per un istante, distogliendo poi l'attenzione sul bambino che gli aveva afferrato la mano.
-Ciao- rispose, avvertendo un improvviso calore diffondersi sul suo viso quando avvertì Yuri fare un passo in avanti, affiancandola.
-Buongiorno- lo sentì salutare, tendendo la mano verso George.
Era una situazione assurda, la tensione era così palpabile che sembrava gravare sulle spalle.
-Chi sei? - chiese il piccolo -papà lo conosci? È un tuo amico? - continuò, alzando il viso per guardare il padre.
-John lui è Yuri, ha costruito l'ospedale- spiegò, afferrando la mano del ragazzo e stringendola lievemente -Buongiorno-
Il piccolo alzò il viso per posarlo su quello di Yuri poi lo spostò su di lei, facendola sentire improvvisamente a disagio: solo in quel momento si rese conto che tutti conoscevano Yuri e tutti sapevano perfettamente il motivo per cui lei era lì. D'istinto spostò lo sguardo su Janine che le sorrideva, stranamente non in modo ambiguo, sembrava veramente preoccupata per lei; il padre di George continuava a guardarla con affetto mentre la madre… il solito disgusto che le aveva sempre riservato.
Fece un passo indietro, cercando freneticamente una qualsiasi scusa per allontanarsi da quel posto: anche se apparentemente sembrava tutto tranquillo, la tensione tra Yuri e George era davvero pesante, per non parlare degli altri.
-Signor Matsuura siamo qui per osservare il suo lavoro, le farebbe piacere unirsi a noi? - il padre di George fece qualche passo in avanti per stringergli la mano, mentre Yuri accettava il suo invito.
-Ti unisci anche tu a noi? - le chiese, voltandosi verso di lei.
-Beh… ecco…io…-
-Dai non preoccuparti…- la rassicurò, accarezzandole il braccio -in fondo questo è pur sempre un tuo progetto, anche se ora…- lasciò la frase in sospeso, tolse la mano dal suo braccio e si avviò -andiamo? -
Avevano visitato tutto l'ospedale, ogni singola stanza, avevano controllato ogni minimo dettaglio e si era trovato costretto a complimentarsi con lui, perché aveva davvero fatto un ottimo lavoro. Suo padre era rimasto notevolmente colpito sia dal progetto sia dalla sua realizzazione: si era voltato e l'aveva guardato con occhi pieni di orgoglio e lui avrebbe tanto voluto condividere quel momento con lei.
Lei che era rimasta indietro, qualche passo lontano dal gruppo, con la mano intrappolata in quella di John, che seguiva attentamente ogni parola detta e allo stesso tempo dedicava un po' della sua attenzione al bambino. Si era fermato a fissarla, notando il suo disagio che la portava a guardarlo costantemente, riusciva a leggere la tensione sul suo viso.
Tensione che era scomparsa nell'esatto istante in cui lui le sorrise.
Ed era stato allora che aveva capito cosa realmente la preoccupava: non era la sua presenza in quanto tale ad impensierirla, ma la sua presenza nei confronti di Yuri e quella consapevolezza lo portò a distogliere definitivamente lo sguardo da lei, perché all'improvviso la sua presenza era dolorosa.
Un dolore che non era stato in grado di controllare.
Respirò profondamente quando l'aria fredda lo colpì in pieno viso, era uscito perché iniziava a sentirsi soffocare in quell'edificio, che aveva portato alla mente ricordi troppo pesanti da affrontare. Rivederla gli aveva procurato un nodo allo stomaco inaspettato, che l'aveva confuso e non poco. Si incamminò verso l'entrata quando la vide in piedi intenta a guardare l'edificio: si bloccò, ammirando la sua figura fasciata da quel completo che lui conosceva bene. Lo stesso che aveva usato molte volte e che lui ogni volta le aveva sfilato nella loro camera. Chiuse gli occhi, scuotendo leggermente la testa per allontanare quei ricordi pericolosissimi dalla mente, per accorgersi, quando li riaprì, che lei lo stava fissando.
Avvertì subito quel nodo ritornare e stringere sempre di più ad ogni passo che lo avvicinava a lei.
-Ha fatto davvero un ottimo lavoro- affermò, affiancandola stando ben attento a mantenere una minima distanza.
Miki non rispose subito, restò qualche attimo a fissare l'edificio mentre i ricordi delle sere passate a discutere dei vari particolari affiorarono, regalandole emozioni contradditorie.
-George mi dispiace…- sussurrò, voltandosi per guardarlo -non sapevo che saresti venuto- continuò -non era mia intenzione crearti problemi- abbassò il viso, non sapendo cos'altro aggiungere. Era una situazione così assurda e imbarazzante.
-Sei in pausa pranzo? - le chiese, voltandosi verso di lei: non gli piaceva vederla così in difficoltà, non gli era mai piaciuto e se toccava a lui fare qualcosa per renderla serena, lo avrebbe fatto.
-Già- ammise, alzano il polso per controllare l'ora.
-Hai già pranzato? -
-No-
-Quanto tempo ti è rimasto? -
-Circa mezz'ora- rispose, confusa -perché lo chiedi? -
-Dai vieni ti porto a pranzo- affermò, senza rispondere alla sua domanda.
-Cosa? -
-Muoviti altrimenti rischi di fare tardi-
-Grazie ma non credo che…-
-Miki è solo un pranzo, credo che siamo entrambi abbastanza adulti da poter pranzare insieme. Forza avvisalo, io ti aspetto in auto-
Si avviò all'auto senza aspettare una sua domanda, chiedendosi perché mai aveva fatto una cosa del genere. Quando si sedette al posto del guidatore, si concesse qualche minuto per osservarla mentre parlava al telefono: sembrava agitata anche se dopo averlo sentito, il suo viso si rilassò, mentre un sorriso illuminò tutto il suo viso. Chiuse gli occhi, lasciando andare la testa all'indietro, appoggiandola al poggiatesta mentre l'idea di aver fatto una cazzata divenne all'improvviso una certezza.
Aprì gli occhi quando sentì la portiera venir chiusa e il suo profumo invadere l'intero abitacolo.
-Va tutto bene? - gli chiese, lasciando cadere la borsa nel portaoggetti.
Bastò quel semplice gesto per fargli tornare alla mente ricordi di quando, a fine serata, tornavano a casa e lei abbandonava qualsiasi cosa avesse per voltarsi verso di lui e stampargli un bacio sulle labbra.
Bacio che portava sempre ad altro.
Dannazione!
-Sto bene- rispose, sperando di non essere sembrato troppo brusco.
-Ma in questo momento tu non dovresti essere dentro a discutere con gli altri? -
-Kate a volte diventa un po' pesante… ho preferito lasciare agli altri il compito di gestirla… l'ospedale ormai è pronto- affermò, uscendo dal parcheggio.
Durante tutto il tragitto, seppur breve, nessuno dei due parlò: la tensione e il disagio erano troppo ingombranti per riuscire a intavolare una qualsiasi conversazione. Lui aveva creduto di riuscire a parlarle, di riuscire a gestire i sentimenti che ancora provava per lei, ma si era sbagliato di grosso. Averla al proprio fianco gli aveva fatto capire che l'amava ancora e che non aveva ancora superato la fine della loro storia.
Si era illuso di poter finalmente mettere la parola fine a quel periodo, e invece era bastato rivederla per tornare di nuovo a soffrire per lei, per il loro amore.
Il suo amore.
-Ehi? A cosa pensi? -
Dopo averla riaccompagnata all'ospedale per riprendere l'auto; dopo averla vista avvicinarsi a lui e salutarlo, con un fugace bacio sulle labbra, dopo essersi premurosamente accertata che nessuno li guardasse, aveva deciso di accettare l'invito di Janine di trascorrere la serata con il piccolo John, anche se questo significava dover trascorrere la serata con lei e il medico.
Non aveva nulla contro Ed, anzi era felice che Janine era riuscita finalmente ad andare avanti, solo non sopportava di vederli insieme. Odiava vedere i loro sguardi che si cercavano, odiava vederlo interagire con suo figlio.
-Nulla… credo sia meglio che io ora vada- disse, alzandosi dal divano.
-Non vuoi bere qualcosa con me? - gli chiese, sorridendogli -Ed sta già dormendo, domani deve partire presto-
Da quando aveva imparato ad amare un'altra persona, Janine si era mostrata una vera amica, l'unica che riusciva a comprenderlo.
L'unica con cui riusciva a confidarsi.
-Ok- rispose, tornando a sedersi sul divano -una birra andrà bene-
-Credevo mi avresti chiesto qualcosa di più forte- confessò, dirigendosi in cucina.
-Devo guidare- le ricordò, mettendosi comodo sul divano.
-Allora, l'hai portata a pranzo, come è andata? - gli chiese, porgendogli la birra per poi sedersi di fronte a lui, sorseggiando il vino dal suo bicchiere.
-Come vuoi che sia andata? È stato un disastro- rispose, bevendo un lungo sorso dalla bottiglia.
-In che senso? Avete litigato? - indagò, mettendosi comoda sul divano, tirando la gonna per coprirsi le gambe.
-No, non in quel senso. Il pranzo è andato benissimo, abbiamo parlato del suo lavoro, di John, siamo addirittura riusciti a discutere dell'ospedale- si lasciò andare sullo schienale del divano, inclinando la testa all'indietro -il disastro è avvenuto dentro di me- ammise in un sussurro -da quando ho deciso di trasferirmi qui per dedicarmi di nuovo al mio progetto, mi sono chiesto più volte a come avrei reagito nel rivederla e ogni volta mi sono sempre riposto che ero ormai pronto-
Alzò la testa e bevve un altro sorso dalla bottiglia -Quando poi oggi l'ho rivista… - si bloccò di nuovo e posò lo sguardo sul suo viso -Come cazzo hai fatto per tutti questi anni? -
-Credo che la situazione sia un po' diversa-
-Cosa c'è di diverso? Tu mi amavi proprio come io…- lasciò la frase in sospeso perché non poteva usare il passato, ma non poteva neanche affermare a voce alta di amarla ancora.
-La differenza sta nel fatto che tu non mi hai mai amato- rispose con ovvietà, appoggiando il bicchiere sul tavolino davanti a lei.
-Ed è diverso? Dici che tu hai sofferto di meno? - chiese scettico.
-Non sto parlando di questo-
-Janine non sono in vena di questi indovinelli- rispose secco, appoggiando la bottiglia ormai vuota sul tavolino.
-Tu hai vissuto con lei, hai vissuto il vostro amore…io no. Credo solo che sia più difficile quando sai perfettamente cosa hai perso-
Restò in silenzio a rimuginare sulle sue parole, sentendosi improvvisamente in colpa per come si era comportato nei suoi confronti. Anche se adesso lei ne parlava con leggerezza, come se fosse normale parlarne proprio con lui, sapeva benissimo di averla ferita.
E aveva continuato a farlo per moltissimi anni.
-Sono stato un vero bastardo con te- ammise, sbuffando, appoggiandosi di nuovo allo schienale -forse questo è la giusta punizione per averti ferito-
Chiuse gli occhi quando sentì la sua risata cristallina, spandersi per tutta la stanza.
-È il tuo modo per chiedermi scusa? - gli chiese, alzandosi dal divano -George ora sembra tutto difficile e fa male, ma ti posso assicurare che passerà- mormorò, sedendosi accanto a lui -verrà un giorno che quando penserai a lei ricorderai solo i momenti belli e tutto questo dolore che senti adesso non ci sarà- continuò, appoggiando la mano sulla sua e stringendola piano.
-Tu cosa ricordi di bello quando pensi a me? -
-Oh questo credo che non lo saprai mai- rispose, lasciando andare la sua mano.
Aprì gli occhi e le sorrise, notando un live rossore sulle sue guance -Ed è un uomo fortunato- bisbigliò -spero per lui che non sia un bastardo come me-
Si mise seduto e allungò la mano per accarezzarle delicatamente il viso -Grazie Janine, grazie per tutto- le afferrò il viso con entrambe le mani, avvicinò il viso al suo e le diede un bacio sulla fronte.
Trattenne il respiro quando vide il suo viso avvicinarsi sempre di più, avvertì il suo profumo invaderla e sentì il cuore battere furiosamente. Chiuse gli occhi quando le sue labbra si posarono sulla fronte, godendosi quell'affetto che per anni aveva desiderato da lui.
Lo vide alzarsi e dirigersi all'uscita.
-Ci vediamo domani- la salutò, un attimo prima di richiudere la porta e lasciarla sola con il cuore che continuava a battere furiosamente nel suo petto.
Restò seduta aspettando di riprendere il controllo del respiro, sorridendo alla consapevolezza che nonostante i suoi sentimenti per George fossero cambiati, aveva sempre il potere di agitarla. Si alzò e si diresse in camera trovando il suo uomo, quello che ora occupava il suo cuore e che la ricambiava, intento a leggere sul suo tablet.
-È andato via? - chiese, spegnendo il tablet.
-Sì ed è come immaginavo- rispose, spogliandosi per indossare la camicia da notte.
-Sei riuscita a consolarlo? -
-Ha solo bisogno di parlarne- scostò le lenzuola e si sdraiò al suo fianco -grazie per aver capito- bisbigliò, allungandosi per baciarlo sulle labbra.
Continua….
