Avete di nuovo fame? Casa Schneider è aperta, e Opa sarà ben felice di distribuire il rancio a tutti!
Kaltz aveva ripetutamente messo una mano fuori dalla finestra degli spogliatoi per accertarsi che davvero non grandinasse, perché il Kaiser, ancora una volta, si stava cambiando. – Se non la pianti di fare il buffone, ti impicco con le tue stesse mutande, Hermann. – Lintz infierì – Così morirà soffocato… Ma dall'odore! – E tutti si accanirono sul centrocampista, che si difese energicamente menando sberle e calci a chiunque capitasse a portata di mano o piede.
Schneider si mise di nuovo a confabulare con Coach Bähr, e i due spilungoni, mentre correvano affiancati, si domandarono se anche quel pomeriggio avrebbero ripetuto lo stesso allenamento del giorno precedente. Invece no. Oppure sì: ma, questa volta, lo avrebbero fatto in campo assieme al resto della squadra.
Il Mister chiamò a raccolta tutti quanti e il preparatore atletico consegnò le pettorine a una parte dei ragazzi. – Bene. Oggi proviamo un nuovo schema anti Bremen: Gongers, Hannes, Lintz e Meier in difesa, con Wakabayashi in porta; invece Schneider, Klaus e Yara attaccheranno, favorendo, il più possibile, azioni di testa per Michael – che annuì, già sapendo dove volesse andare a parare l'allenatore. Perché molto probabilmente il cosiddetto 'schema anti Bremen' era stato partorito dal Capitano dopo l'allenamento di ieri con Waba… Ok, d'ora in poi lo avrebbe chiamato per nome; che si fottessero gli "effequattro" e il loro nonnismo: a lui quel ragazzo non aveva fatto proprio nulla.
– Gli altri a supporto delle due squadre; mentre tu, Hans: guarda e impara. – Poi il coach aveva fischiato brevemente per fare iniziare la partitella. Allenatore e secondo si erano scambiati parecchi sguardi e cenni soddisfatti osservando la difesa impeccabile del nipponico, che non faceva passare nemmeno un pallone, e la grattata insistente della barba bionda sotto il mento era quella tipica dell'approvazione indiscussa.
Gongers e Hannes erano troppo intenti a cercare di arginare gli attacchi a ripetizione dei compagni-avversari, per riuscire anche solo a dare fastidio a 'giapponese', ma Klaus, scorgendo l'espressione di puro odio provenire dalla panchina dove era seduto il portiere titolare, e suo amico, decise che lo avrebbe messo fuori combattimento.
Un intervento duro in scivolata, proprio sul ragazzo che si stava giusto rialzando dopo aver bloccato la sfera a terra e che si accingeva a spazzarla via, ma che non raggiunse mai il suo obiettivo, ovvero la caviglia di Wakabayashi, perché lui, con il pallone come se fosse un tutt'uno con il collo del piede, lo aveva saltato prontamente atterrando con i tacchetti, pericolosamente vicino, alla sua testa.
E non si era nemmeno fermato per calibrare il potente rinvio di sinistro, perché, non appena aveva toccato terra con il piede destro, era partita la lunga cannonata verso centrocampo. Perciò l'attaccante non aveva potuto neanche intervenire da dietro al limite del fallo a gamba tesa, come aveva pensato di fare, perché il maledetto portiere giapponese non aveva più palla su cui far finta di accanirsi.
Coach Bähr fischiò di nuovo concedendo una breve pausa alla squadra e stabilendo che, per il secondo tempo, in porta si sarebbe cimentato Hans, esortandolo a seguire lo schema in modo preciso, cercando di imitare proprio il suo acerrimo rivale. – Non ci crederai mica sul serio che, grazie ai tuoi trucchetti, tu potrai davvero avere speranze di giocare al mio posto, riserva giapponese… – sibilò il tedesco alle sue spalle mentre recuperavano asciugamani e bottiglie d'acqua. – Lo sapremo soltanto domani, infatti; quando il Mister avrà letto la formazione, andrò a sedermi in panchina. –
Genzō aveva fatto spallucce ma sogghignato malignamente, poi si era allontanato a distanza di sicurezza da EmmentHans, perché in quel momento le mani avevano cominciato a prudergli, e non a causa dell'ormai più che guarita ferita da pattino. La prestazione del portiere titolare, ovvissimamente, per dirla alla Arne, non fu nemmeno lontanamente paragonabile a quella dell'S.G.G.K., infatti, l'allenatore e il suo secondo, stavolta, avevano invece parecchio scosso la testa simultaneamente. – La tua mano è a posto, Wakabayashi? – domandò all'improvviso Coach Bähr afferrandosi il moschino e senza staccare lo sguardo da Hans. – Sì, Mister. –
* * *
Dentro gli spogliatoi erano rimasti portiere, centrocampista e attaccante, ancora tutti relativamente svestiti. Kaltz stava facendo il "balletto dell'asciugamano" canticchiando – Eins, Zwei, Polizei, Drei, Vier, Grenadier, Fünf… – **Stonk** Uno scarpino lo aveva centrato in mezzo alle scapole. Si voltò di scatto incazzosissimo, pronto per fulminare il colpevole; Karl e Genzō però giravano velocemente il dito indice sogghignando, ed il paio di entrambi era ben visibile: quelli dell'S.G.G.K., appaiati ordinatamente sotto la panca, quelli del Kaiser stavano uno sulla seduta di legno l'altro sul davanzale.
– Siete due merde… uguali! – protestò Hermann. – Campetto? – ammiccò il Capitano; il portiere annuì. Herri scosse la testa – Sai che prima o poi Opa userà il rastrello sulle tue imperiali natiche, vero? – Schneider sogghignò furbescamente – Ma io corro più veloce di lui. – Ridacchiarono. – Se ti porto il succhino, vieni? –
– Mm… La tentazione è forte: il succo di frutta mi attira parecchio, ma le tue tattiche contorte non mi ispirano proprio per niente, no. – Il Kaiser fece l'occhiolino all'S.G.G.K. – Biscotti? Merendine? – Il centrocampista scrollò le spalle – Mi stai comprando con poco, merdina! Vieni al sodo: cosa vuoi che faccia? – incrociò le braccia al petto e si gonfiò come un tacchino spennacchiato. – Soltanto il tuo lavoro, Artigiano. Il FireShot deve essere perfetto per domani; di 'Genzi', non ne ho due, e uno mi serve in porta. –
Kaltz infilò lo stecchino in bocca e si mise a pensare. Schneider sbottò – Il tuo cervello a fagiolino ci arriva oppure devo spiegartelo a calci? – Con aria calmissima e serissima rispose – Stavo solo facendo due calcoli… – poi si mise a contare con le dita – La mia prestazione odierna ti costa: succhino, parecchie merendine, e un pacco di biscotti. – Mentre parlava, mostrò al Kaiser il dorso della mano con indice, medio e anulare che sporgevano dal pugno chiuso, poi abbassò le due in eccesso e rimase solo il fotti dito.
– E li voglio al cioccolato! – Il Capitano scattò rapido nella sua direzione, e i due si rincorsero per qualche minuto nello spogliatoio deserto, menandosi fendenti con asciugamani e parti di indumenti, mentre Genzō li osservava divertito. Ogni tanto il centrocampista chiedeva il suo aiuto, esclamando – Rinforzi! Alleati! All'arme! – ma, in quella specie di guerra, il Giappone non si schierò con nessuno dei suoi amici.
* * *
Che soddisfazione per l'S.G.G.K. essere di nuovo testa a testa contro il Capitano e i suoi tiri, e la variabile Kaltz aggiungeva quel piccolo retrogusto di sfida in più, perché il portiere doveva tenere sott'occhio anche i movimenti di Herri in area, che spesso erano intenzionalmente pensati allo scopo di distrarlo. E così anche il suo migliore amico oggi era diventato un antagonista in campo che non cercava minimamente di rendergli la vita facile in porta. Era piuttosto interessante e stimolante poter studiare il gioco di Hermann in un confronto vero e non dalla panchina o durante gli allenamenti.
Nulla era mai lasciato al caso e l'intesa fra centrocampista e attaccante era perfetta quasi quanto quella di Tsubasa e Misaki, anzi, no. Provò ad immaginare come avrebbe potuto essere se, in un'ipotetica (o futura?) nazionale giapponese, il capitano della Nankatsu e quello della Furano si fossero trovati a condividere il centrocampo. Oppure, ancora meglio, identificava in Kaltz e Schneider una specie di improbabile accoppiata Matsuyama – Hyūga, che avrebbe potuto avere dei risvolti molto interessanti.
Il FireShot si insaccò in rete ed Herri reclamò parte del suo compenso, appropriandosi della sua droga di frutta e sdraiandosi sull'erba con braccia e gambe divaricate.
– Karl-Heinz! – Una voce tonante proruppe da dietro la porta, a cui seguirono due figure in controluce; una grossa che teneva per mano una piccola. – Sei fregato Karl! Addio. È stato un piacere essere tuo amico per dodici lunghi anni, ma… ora è giunta la tua fine! – declamò Kaltz con tono lugubre. Genzō mise a fuoco un robusto uomo anziano totalmente stempiato e con lunghi baffoni bianchi che teneva per mano Marie.
La bambina corse ad abbracciare il fratello, che guardava il nonno con aria furba ma anche un po' intimorita, e il portiere sentì distintamente che gli sussurrava all'orecchio – Io ci ho provato, a convincere Opa ad andare a giocare a bocce… – Il Kaiser Großvater si guardò criticamente attorno, con le gambe divaricate, i piedi puntellati sull'erba, busto eretto e mani sui fianchi. L'S.G.G.K. sogghignò ~ Come Mussolini. ~
E, con un'aria anche più truce di quella dell'alleato duce italiano, sbottò – Avete fatto uno scempio! Sembra che sia passato un carro armato avanti e indietro… – sbatté le mani sulle cosce – Io, qui, avevo intenzione di seminare cavoli e verza. – Karl-Heinz fece un'espressione schifata; Marie tirò fuori la lingua e col dito indice mimò l'atto del vomitare. Hermann si era girato a pancia sotto poggiando i gomiti sull'erba e infilando il mento fra le mani: – Non ti incazzare Opa, che ti saltano via le coronarie! –
L'uomo fissò per un istante il centrocampista dall'alto, poi, lisciandosi un baffo, puntò lo sguardo azzurro sul giapponese – Alleato! Sei tu quello che fa il portiere? – Genzō annuì. – Ti manca la lingua? – Così, come un buon soldato, l'alleato portiere nipponico si presentò ufficialmente anche al… Se nonna era il Generale di casa Schneider, quale poteva essere il grado più alto dell'esercito da assegnare a nonno?
– Ma cosa ti dice il cervello Karl-Heinz? – Girò le spalle ai ragazzi e si mise di nuovo in "modalità Mussolini". – Quella roba è vecchia e arrugginita come me: e se si tagliasse? Cosa facciamo? Andiamo di corsa in ospedale pregando che non si prenda il tetano? – Poi aveva indicato i pali che erano stati fatti con degli attrezzi da giardinaggio piantati nel suolo e fissati, alla bene e meglio, con spago e fil di ferro ad una lunga trave di legno che fungeva da traversa. L'S.G.G.K. non aveva mai badato troppo a quella porta sgangherata che ogni tanto crollava sotto i tiri del Kaiser; era la sua porta e basta.
Il Kaiser nonno, però, ne aveva esaminato scrupolosamente tutti i potenziali pericoli. – Chiodi, schegge… Andiamo di peggio in peggio. Non sei proprio capace nelle cose manuali, come tuo padre! – tuonò. Genzō scrutò il Capitano, che non si arrabbiò al paragone ma sorrise – Non è destino Opa: il calcio è genetico! – L'uomo allargò le braccia, spazientito – Ed io si vede che sono destinato a vedere crescere di nuovo un maschio Schneider che invece di studiare o lavorare sta tutto il giorno in giro a giocare… – ma sotto i baffoni era apparso un sorrisetto.
– Anch'io so giocare! – si intromise allegra Marie, che calciò un pallone tutto storto ma che finì in rete – Goal! – Tutti risero, poi la piccola si buttò letteralmente in braccio al nonno, che se la caricò in spalla. – Per oggi l'allenamento è finito! – sentenziò, – Ma, visto che ti sei appropriato della tua parte di eredità ancora prima che io abbia fatto testamento… E siccome qui, ormai, non ci crescono nemmeno più le ortiche… – scosse la testa, – Quella sottospecie di trappola, domani la sistemo io come si deve! – stabilì senza possibilità di deroga. E Karl-Heinz gli rivolse un sorriso di approvazione.
– Rilassati, Opa, che la guerra è finita! – lo canzonò Herri, che non si era mosso dalla sua posizione contemplativa. – Alzati da terra, specie di talpa! – Poi spostò di nuovo lo sguardo sul portiere – E tu, quando parli con me, levati quell'affare d'intesta! Ma chi ha mai visto? – Genzō non aveva pronunciato una sillaba, ma l'istinto suggeriva di provvedere lo stesso, e il cappellino sparì dietro la schiena. Kaltz si mise sull'attenti al fianco dei due compagni di squadra, e si schierarono tutti in riga come soldati, mentre il Generale Schneider passava brevemente in rassegna il suo piccolo esercito.
– Il rancio sarà pronto fra mezz'ora! – Tutti e tre esclamarono in coro – Jawohl! – con Marie che ridacchiava divertita dall'alto delle spalle di Kaiser-Opa. Poi nonno e nipotina fecero un "dietrofront" e tornarono a casa, mentre i ragazzi rimasero a chiacchierare nell'orto. – Ma cazzo, che sfiga! – esclamò Karl-Heinz – È tornato un giorno prima… Io speravo di lavorarmelo con calma nel fine-settimana e convincerlo che le sue verdure sono inutili – commentò, rassegnato, stringendosi nelle spalle.
– Beh, è andata meno peggio del previsto… – Hermann sogghignò – Non ti ha preso a vangate solo perché sono tutte e due piantate lì, – indicò la porta, – in quell'assurda cosa che… – Genzō si intromise – Hey, è la mia porta! –
– Sì, certo; ma Opa ha ragione: fa cagare ed è pericolosa! Ma voi due siete come Cip e Ciop, che se uno si butta dalla rupe l'altro lo segue. – Il Kaiser si inalberò – Ma senti da che pulpito… Se tu non eri nemmeno capace di montare i Lego come si deve… – E un S.G.G.K. maligno rincarò – Chissà perché non mi è difficile crederlo. –
Il centrocampista fece una pernacchia comune. – Comunque, bello, – cambiò discorso e interlocutore, – non c'è bisogno di essere sempre così formale. Opa, a volte, pensa di essere ancora in guerra, ok. Ma… – Il portiere inarcò un sopracciglio e scrutò i due amici; ma Schneider era impassibile. – Cioè, è che tu sei educato, e lo sappiamo… – si rivolse a Karl, che non mutò espressione, – Ma, a volte, lo sei fin troppo: sbottonati, rilassati! Io te lo dico sempre… – E infine intervenne anche il Capitano – Altrimenti, passi da… leccaculo, e dobbiamo dare ragione ad EmmentHans. –
Genzō aggrottò la fronte, un po' piccato, e rimise il berretto in testa. – Io sono fatto così e non… – Karl-Heinz gli puntò contro il dito indice per farlo tacere, rivolse uno sguardo ad Herri e lasciò la parola al grillo parlante. – Finché siamo a scuola, ok. Ma, era un po' che volevo fartelo notare, solo che pensavo fosse perché ti dovevi ancora ambientare… – Rifletté un attimo succhiando lo stecchino. – Per farti un esempio, – un'altra occhiata col Kaiser – con Coach Bähr dovresti essere meno… –
– È pur sempre l'allenatore e… – tentò di giustificarsi il portiere, la cui educazione al rispetto formale era ancora molto radicata e difficile da scrollarsi di dosso. – Sì, ok. Però… – lo interruppe Hermann. – Non siamo in una scuola militare, Genzō, anche se "La Jenisch" un po' assomiglia ad un lager, a volte. E il Mister non è il nostro sergente istruttore… – intervenne Schneider, – Rivolgersi in modo meno formale alle persone che ti permettono di farlo, non vuol dire essere maleducato o irrispettoso. –
– Esatto, bello! Cioè, anche prima, con Herr Schneider, – Herri e Karl si guardarono di nuovo e sogghignarono, – ok, hai lusingato il suo ego militare, ma… Opa è Opa per tutti: grandi, piccoli, nipoti e non. – Gli strizzò l'occhio – E lo so che tu ora mi vorresti rispondere che è un fatto di età; ma, per uno che non ti conosce, sembra sempre che lo fai apposta per "ingraziarti" le persone. – Poi mise le mani avanti perché sul volto dell'S.G.G.K. c'era di nuovo fastidio – E noi lo sappiamo che non è così! –
Il Kaiser annuì una volta sola ma con convinzione, lasciando che l'amico proseguisse. – Non è che ti sto suggerendo di imitare il Kaiser dei Cafoni – indicò Karl con il pollice, che arricciò tutta la faccia in un'espressione sdegnata, – ma semplicemente quello che ti vado ripetendo da inizio anno: rilassati un po'! – Genzō, come al suo solito, non replicò, ma archiviò i consigli dei suoi amici per rimuginarci su in seguito, e, come ieri, apprezzò il piccolo 'addestramento' dei due soldati anziani.
Poi il Capitano, volendo alleggerire il dopo-sermone al suo portiere, passò a parlare di tutt'altro argomento, commentando alla fine – Sarà meglio che andiamo, oppure Opa, prima del rancio, mi fa fare le flessioni. –
* * *
Nonno Schneider era in giardino con una pipa spenta tra i baffi seduto su una vecchia seggiola di legno. – Truppa! – li apostrofò mentre si salutavano al cancello, – Diciamo alla cuciniera di aggiungere due piatti in mensa? –
– Per me la risposta è no, lo sai – rispose Kaltz inforcando la bici. L'uomo diresse lo sguardo sul portiere, che tolse subito il cappellino. – Infatti, ho detto due: come le razioni che secondo me ci vogliono per sfamare il nostro alleato! – Schneider gli diede di gomito. – Beh, io… Grazie… Opa, volentieri; dovrei solo avvertire a casa. – Herri si accomiatò e pedalò via. – Accompagna il tuo amico a telefonare, Karl-Heinz. –
Entrarono in casa e dalla cucina la nonna ordinò a tutti di andare a lavarsi le mani, e anche nonno ubbidì. Dopo aver parlato con Karen, Genzō si unì agli altri, valutando, con un sogghigno, la gerarchia di casa (o esercito?) Schneider: se Oma ne era la Generalessa indiscussa, Opa era soltanto un Colonnello.
Le cosiddette 'maniere' durante i pasti nella sua famiglia erano sempre state formali, seppur non troppo rigide. Mamma badava all'etichetta, soprattutto a Nankatsu, con l'immancabile governante appollaiata in un angolo, pronta a soddisfare ogni esigenza. E invece papà, che lo faceva sicuramente apposta per irritarla, permetteva a John di scorrazzare in sala da pranzo, lanciandogli ogni tanto qualche boccone, che, però, il cane non sempre addentava al volo. E, immancabilmente, dopo, la donna, e credendo che il "padrone" non sapesse, si lamentava di dover pulire chiazze di unto dai tappeti e peli di cane bianchi dai divani scuri, no, anzi, da ovunque.
Si era sempre accodato, anche se solo col pensiero, alla domanda di sua madre sul perché non la mandasse via, ma la risposta era sempre la stessa: che sarebbe venuto a mancare uno dei passatempi migliori di quell'insulsa cittadina. Ma allora perché si erano dovuti trasferire, si chiedeva sempre, senza essere mai riuscito a trovare una risposta sufficientemente logica, poiché c'erano sempre dei pezzi mancanti. E mamma, d'altra parte, ogni volta socchiudeva gli occhi e sogghignava beffardamente complice, perché, comunque, quella governante era mal sopportata anche da lei.
Si trovò improvvisamente dentro uno specifico ricordo mentre vagava tra i pensieri. L'odiosa matrona giapponese era sempre vestita in abiti tradizionali, che stonavano con il suo monaco-despota in completo di sartoria e la sua perfetta madre in Chanel, e persino con lui, perennemente in tuta da ginnastica e cappellino anche dentro casa. Come ci pativa perché nessuno dei tre si curava di togliersi le scarpe… Papà con le sue suole di cuoio, mamma con i suoi tacchi a spillo, e lui con le sneakers sporche di terra: sui pavimenti di legno pregiato. L'unico che lo faceva all'inizio era Tatsuo, poi i denti John gli avevano fatto ben presto cambiare parere. I suoi avevano perso quell'usanza tipica, perché, per un certo periodo, quando lui era ancora in fasce, per il lavoro di suo padre erano spesso andati in giro per l'Europa, e si erano modernizzati velocemente.
Ma a Nankatsu tutto sembrava ancora cristallizzato nel tempo del Giappone passato, e la governante, una volta, lo aveva ripreso seccamente perché correva in casa palla al piede. Il Genzō mocciosetto non era abituato a essere rimproverato per sciocchezze del genere, quindi, senza farlo apposta (sicuro?), una volta che lei gli ebbe voltato le spalle, un pallonetto era andato ad infrangersi contro un vaso di porcellana. La donna, totalmente infuriata, lo aveva strattonato per un braccio minacciando di "punirlo come si deve". Ma a un certo punto era arrivata un'ombra nera a proteggerlo.
La mano pallida e freddina di papà lo aveva accarezzato sotto il mento, e lui si era appoggiato alle sue gambe come fosse una solida parete. La governante aveva subito ripreso il suo atteggiamento servile, che il despota tanto detestava, e si era persino scusata! L'aveva scacciata con uno sbuffo di fumo, senza nemmeno risponderle, solo guardandola con le palpebre strette in due fessure. Rimasti da soli, l'aveva poi un po' "rimproverato", invitandolo semplicemente a stare più attento a dove tirasse, e che avrebbe detratto quel vaso dalla sua eredità, strizzandogli l'occhio; cosa che lo fece ridere di gusto. Poi aveva guardato in giro per il salotto e adocchiato il vaso gemello di quello rotto, e aveva piegato le labbra in quel ghigno feroce che faceva scappare tutti i collaboratori a gambe levate, che forse era anche più truce di quello di Maulesel.
I gesti furono due: un lungo passo e un tocco con la mano. E il rumore della pregiata porcellana cinese infranta fece accorrere di nuovo la donna come uno tsunami dai colori variopinti, che dal corridoio già sbraitava che "se il signorino avesse di nuovo rotto qualcosa, lo avrebbe sistemato a dovere". Ma l'onda anomala si era trasformata una piccola increspatura di una vasca da bagno a cui fosse stato tolto il tappo. Resasi conto che l'autore del misfatto era il padrone, ma, soprattutto, che era stata scoperta nella sua non poi così totale e sincera, e solo apparente, dedizione e lealtà, che lei tanto sbandierava, era infine diventata una maschera di rabbia controllata a fatica.
Suo padre, invece, rimase freddo come il marmo di una lapide, e con tono di voce che pareva proprio provenire dall'oltretomba, le aveva ricordato che tra i suoi compiti non rientrava quello di educare, essendo capace soltanto di servire; che avrebbe dovuto rivolgere le sue rimostranze direttamente, poiché il suo rispetto fasullo non sarebbe stato più tollerato. Ma, soprattutto, l'aveva "avvertita" (oppure sarebbe stato meglio dire minacciata?) che, se avesse di nuovo osato mettere anche un solo dito sul figlio, le conseguenze sarebbero state letteralmente… letali.
Dopo quell'episodio, Genzō, che ancora vedeva tutto o totalmente bianco o totalmente nero, aveva creduto di poter fare sempre quello che voleva senza preoccuparsi delle conseguenze, perché ci sarebbe sempre stato papone a proteggerlo da tutto. Ma poi, fortunatamente, per il personale in servizio a villa Wakabayashi, era arrivato Mikami a distrarre l'esuberante terremotino e indirizzarlo ad allenamenti mirati e costanti, che, ovviamente, richiedevano il maggior spazio in giardino, e le suppellettili si erano così salvate. E se era diventato poi, a poco, a poco, prepotente e dispotico con gli altri, era perché aveva seguito, inconsapevolmente, proprio l'esempio del despota.
Il piccolo S.G.G.K. non era ancora in grado di distinguere che, certe volte, le prese di posizione forti potevano avere dietro delle motivazioni giuste, seppur manifestate con modi un po' eccessivi e, in alcune occasioni, anche sbagliati. Lui aveva ereditato ma anche imitato quello stesso carattere competitivo, indipendente e testardo, al limite della superbia; complicato da gestire, ma che il calcio aveva un po' arginato, per poi incanalarlo, e trasformarlo in determinazione e costanza.
In quel di Londra le cose erano completamente diverse, lì la governante non avrebbe mai tollerato atteggiamenti del genere dal proprio datore di lavoro, e metteva in riga tutti come un generale dell'armata britannica, ma con un carattere schietto e solare. E se il portiere era rimasto perplesso, all'inizio, dal modo franco con cui si rivolgeva a suo padre, senza essere rimproverata, anzi, la confidenza era restituita, aveva col tempo capito che i suoi atteggiamenti dispotici non erano mai stati fini a se stessi. Erano invece riservati a coloro che si dimostravano condiscendenti per via del nome Wakabayashi o la discendenza nobile Tokugawa di sua madre: i cosiddetti leccaculo.
Una domanda curiosa di Marie lo riscosse e un occhiolino di Karl lo fece sorridere. La cena a casa Schneider fu, nel complesso, gradevole. Anche Sauzer veniva, a giro, da tutti rimpinzato come un maialino all'ingrasso; evidentemente, la sua presenza pelosa e turbolenta era sgradita soltanto alla madre, che, infatti, quella sera era assente. Il nonno aveva apparecchiato tavola insieme a Marie per sei, ma poi la nonna aveva sibilato soddisfatta che – Quella – era stata trattenuta in ufficio, mentre lui replicava, con tono fermo, di – Non esagerare davanti ai ragazzi. –
Kaiser-Oma aveva obbligato tutti a finire il proprio piatto di crauti e rape stufate, e l'unico che le gradì fu giusto il marito. Opa, invece, non perse la ghiotta occasione di poter esternare al giovane alleato i racconti di quando era stato di stanza a Sumatra durante la Seconda Guerra Mondiale, dimostrando, fiero, di saper ancora pronunciare qualche parola in giapponese. Genzō rifletté che, sebbene Karl-Heinz in casa fosse molto meno scostante e inflessibile rispetto a quando erano a scuola o in campo, il suo carattere algido e riservato era identico a quello della nonna e non della madre, che due giorni fa gli era sembrata un tipo nervosetto con tendenza alle sfuriate.
Mentre la suocera si limitava ad impartire ordini ed emettere sentenze come un vero e proprio Kaiser (senza suffisso femminile "-in"), e valutò che le sue sfuriate dovessero essere rare ma implacabili come quelle del suo Capitano. E poi, finalmente, capì da chi invece Marie avesse preso la parlantina e la consueta allegria, perché il nonno era il classico omone dall'apparenza burbera. La somiglianza nel fisico atletico e imponente, che spiccava al confronto con moglie e nuora minute, era piuttosto evidente nelle innumerevoli fotografie di famiglia che gli toccò vedere.
Rudolf Schneider da ragazzo era la versione maschile della madre nel viso e del padre nel corpo. E il poco in carne, per ora, nipote aveva tutti i geni al posto giusto per diventare, anche lui, "bello robusto come l'alleato", come avevano esortato a fare più volte tutti i parenti durante la cena, sorella compresa, insistendo sul mangiare; inviti a cui il Kaiser aveva risposto con grugniti infastiditi ma anche un po' divertiti.
Sebbene mancasse, appunto, la presenza del padre a completare quel quadretto tutto sommato felice, e così diverso da quello in cui era incappato precedentemente, anche Karl-Heinz Schneider aveva una famiglia che gli stava vicino e lo sosteneva; infatti, i nonni si erano rivelati veri e propri tifosi da stadio, e persino abbastanza competenti nel gergo calcistico. Ma ormai Genzō non sentiva più pungere l'invidia dentro, perché si era reso conto che anche lui, un pezzetto di famiglia, se lo era portato dietro con Tatsuo, un altro lo aveva ritrovato in Niko, e Karen era diventata, come Nora, la "sua" governante inglese, una specie di nonna adottata.
E poi c'era sempre la cosiddetta 'famiglia alternativa': Kaltz ma anche i suoi otaku, che per primi avevano saputo vedere oltre la sua apparenza ombrosa e scostante, e da cui aveva imparato due modi diversi di relazionarsi, con Herri c'erano la confidenza e la fiducia incondizionata, con il "club del fumetto" il senso di appartenenza al gruppo.
E ora si era aggiunta anche la variabile Schneider, così opposto e così simile a lui allo stesso tempo; la sua vera sfida non era parare il FireShot, ma trovare quel punto di incontro che avrebbe permesso ad entrambi di superare le rispettive barriere, e in quegli ultimi due giorni, qualche mattone si era staccato in entrambi i muri.
Adesso, quando rimuginava, pensava non più come ai fumettari da una parte, Herri e Karl-Heinz dall'altra, ma, complessivamente, ai suoi amici.
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Credits e Note:
Eins, Zwei, Polizei | Eins, Zwei, Polizei [Single CD], Mo-Do – 1994 | © ZYX Music
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Il sabato, quindi la partita contro il Bremen, si avvicina inesorabile: saranno serviti tutti 'sti allenamenti e giri di palle? E 'sto schema partorito dal Kaiser, funzionerà? Ma, soprattutto, l'SGGK giocherà finalmente titolare?
