Se ne stava seduta in macchina, appostata nel parcheggio labirintico di un supermercato che a quell'ora del mattino – o forse sempre, vista la vitalità del circondario - era pressoché deserto.
Era entrata di corsa, solo qualche minuto prima, tenendo Alex per mano e costringendosi a fare in fretta, per comprare alcuni oggetti di prima necessità che non aveva fatto in tempo ad accumulare, quando si era aggirata nel loft in preda al panico e alla confusione, senza pensare a quello che stava facendo, con il contenuto della borsa lì a dimostrare tutta la sua disattenzione.
Aveva guidato in silenzio da allora, con i colori dell'alba a stemperare le tenebre fitte di una notte da dimenticare. Non sapeva per quanto lo avesse fatto, per quanto tempo avesse premuto il piede sull'acceleratore senza pensare ad altro, allontanandosi dalle ombre del passato che erano tornate a lambirla.
Alex aveva accettato senza opporre troppe resistenze l'ennesimo cambio di programma. Provava una grande pena nel cuore quando pensava a quello che gli aveva fatto subire nel corso delle ultime ore. Il suo piccolo mondo sicuro era stato stravolto.
Si voltò a guardarlo e gli sorrise, quando si accorse che era vigile e attento, ma non agitato. Forse anche lui percepiva la pesantezza della situazione di emergenza in cui erano finiti loro malgrado e non voleva caricarla di ulteriori pesi. O forse l'esplosione di nervosismo era solo rimandata.
Strinse il volante tra le mani, incapace di muoversi, decidere, riprendere la strada per... dove? Tornare indietro? Sarebbe stato facile, bastava fare inversione e ripercorrere in senso contrario la strada che si snodava tra i campi coltivati.
Una decisa stretta allo stomaco le fece capire che la rabbiosa sensazione di impotenza causata dal comportamento avventato di Castle non si era mitigata nel lungo percorso che l'aveva portata in quella remota zona dello Stato, dove c'erano solo boschi.
Si guardò intorno, per la prima volta curiosa. Non aveva idea di dove fosse finita. Il nome sui cartelli, che aveva scorto distratta, mentre prendeva d'impulso la prima uscita disponibile, non le diceva nulla.
Era stata mossa dall'insopprimibile bisogno di andarsene lontano. Fuggire. Non riusciva ancora ad analizzare, con l'obiettività necessaria, quello di cui Castle l'aveva messa al corrente e le conseguenze che si sarebbero abbattute inevitabili su di loro, senza farsi travolgere ancora e ancora da una rabbia tagliente e primitiva che offuscava ogni ripetuto tentativo di condurre entro i confini della normalità una serie di decisioni, prese senza nessun criterio di riconoscibile buonsenso, che li avevano condotti nell'attuale stato dei fatti che rasentava l'incomprensibile.
Fece un respiro profondo. Ricacciò indietro il risentimento che rischiava di corroderla da dentro e che sarebbe stato sempre più difficile da estirpare, se gli avesse garantito uno spazio di azione. Non era pronta ad affrontare con lui quella questione, per quanto enorme e urgente potesse essere e sebbene sapesse perfettamente che la distanza non era una soluzione. Ma nell'immediato c'erano questioni pratiche più urgenti da affrontare, e, in ultimo, avrebbe evitato ad Alex di essere sottoposto a un'atmosfera di tensione tra i suoi genitori che non aveva mai sperimentato.
Erano stati così attenti a non provocare nessun trauma al loro bambino, per via dell'inaspettato, ma lungamente sperato, ritorno di Castle - il padre sconosciuto che tanto agilmente si era inserito nelle loro esistenze -, che le era sembrato inconcepibile mettere a repentaglio la sua serenità, oltre a tutto il resto. Oltre al pericolo reale che le respirava pesante sul collo, mantenendola in un costante stato di allerta che sconfinava nella paranoia, mentre controllava nello specchietto retrovisore che nessuno li stesse seguendo.
Non voleva spaventarlo, né fargli percepire che qualcosa non andava. Era sempre stata attenta, in passato, a circondarlo della migliore versione di armonia che era riuscita a imbastire, perché non assorbisse la sua preoccupazione per il futuro, composta da una sostanza viscida e cupa che sempre era venuta a occupare inesorabilmente gli spazi positivi faticosamente conquistati. Meglio preservare la sua serenità, insieme alla sua incolumità, e, se possibile, gestire il tutto in modo che per lui si trattasse solo di una bella giornata con sua madre, fuori dalle solite abitudini. I boschi sarebbero stati una valida risorsa.
La giornata era ancora lunga e dispettosamente soleggiata. Una beffa per il suo umore cupo, ma un'alleata nei suoi progetti per Alex. Di necessità, virtù. Si ripeté il ritornello per convincere per prima se stessa. Ma Alex non aveva nessuna colpa e toccava a lei non fargli sospettare che il suo mondo non fosse più solido come lo era stato fino al giorno prima. Doveva fingere che sarebbe andato tutto bene e chissà che non sarebbe servito a tranquillizzarla almeno un po'.
Avrebbero viaggiato con più calma da quel punto in avanti, decise avviando risolutamente il motore, e si sarebbero sarebbero gustati il panorama ameno che li circondava e che sembrava offrire loro un conforto senza domande.
Quando ne avessero sentito il bisogno, si sarebbero fermati. Immaginò una locanda immersa in una tranquillità idilliaca, che a lei era crudelmente preclusa, con tendine alle finestre a motivi floreali e magari un pony. Alex sarebbe impazzito all'idea di un pony, o di qualsiasi altro animale da fattoria. Non aveva idea di quanto tempo sarebbe stata via, ma aveva bisogno di un punto di appoggio dove stendersi e riposare anche solo qualche ora, per evitare che le contrazioni tornassero a infastidirla e allarmarla. Per fortuna, da quando aveva lasciato il loft si erano diradate fino a cessare, ma era cosciente di essere in una situazione delicata, che non voleva trasformare in un'emergenza, come se già non bastasse quella in cui erano finiti. Doveva prendersi cura di tutti e tre e poteva farlo solo lei, spersa in un punto anonimo dell'autostrada – era l'unico imperativo in grado di mandarla avanti e a cui si aggrappava con forza.
Lasciò la piazzola di sosta in cui era ferma da abbastanza tempo da dare nell'occhio e insospettire i pochi abitanti del luogo che avrebbero notato un'auto forestiera, e tornò a immettersi nel traffico scorrevole dell'aperta campagna.
Decise di fermarsi solo quando Alex cominciò a mostrare i primi segni di noia. In quanto a lei, si stava sorprendentemente godendo l'idea di trascorrere qualche ora di una tregua che aveva strappato per necessità, in compagnia di suo figlio, come un tempo, come da molto non avveniva. Da quando Castle era tornato in seno alla famiglia – cosa di cui non smetteva un solo istante di essere grata, sempre, ogni minuto della sua giornata -, era stato naturale e ovvio prediligere la costruzione di un solido rapporto tra lui e Alex. Insieme ai suoi impegni lavorativi e alla stanchezza indotta dalla gravidanza, avevano portato come conseguenza un affievolimento di quell'esclusività che era stata la loro prerogativa, a favore di una condivisione più ampia in senso famigliare.
In più, aveva sempre trovato incredibilmente piacevole la compagnia di suo figlio, non solo perché sangue del suo sangue, quanto per alcuni aspetti buffi e curiosi della sua personalità, che con il tempo andavano a definirsi in modo più preciso. Era uno strano miscuglio di lei e di Castle, con decise ramificazioni autonome che non smettevano di meravigliarla.
Avevano raggiunto una cittadina che non aveva quell'aspetto pittoresco che si era immaginata, ma che presentava l'indubbio e molto prosaico vantaggio di consentire loro di rifocillarsi, visto che lei non ricordava l'ultima volta che aveva mangiato qualcosa che potesse definirsi tale, ed era invece ora di pranzo per Alex. Non avrebbe scelto di fermarsi qui – aveva in mente qualcosa di più bucolico e isolato-, ma la vivacità della cittadina l'aveva sorpresa e messa di buonumore.
Per quanto le costasse ammettere di essere attraversata da stereotipi scontati, le sembrava che le persone se ne andassero in giro con un'aria più cordiale e soddisfatta, rispetto a quelle che incrociava normalmente nelle sue giornate lavorative. O forse la sensazione era dovuta al fatto che non li scrutava attraverso le solite lenti professionali. Per una volta non le sembravano dei serial killer. Non tutti, perlomeno.
La giornata era abbastanza calda perché potessero pranzare all'aperto in uno dei piccoli ristoranti invitanti che si affacciavano sulla via principale, considerò seduta sul bordo della fontana della piazza, stringendo con forza la piccola mano di Alex, per paura che scivolasse dentro, tutto proteso com'era a scrutare con attenzione ed enorme pazienza i pesci rossi che la abitavano - forse non erano esattamente pesci rossi, dal momento che le sembravano molto grossi e quasi traslucidi, ma lei non era esperta di fauna selvatica di nessun tipo, chissà magari forse Castle...
Bloccò immediatamente quei pensieri vaganti e molesti.
Castle.
Non aveva mai controllato il suo cellulare, da quando era partita. Molto semplicemente, non aveva avuto il coraggio di farlo, perché sarebbe tornata indietro, se avesse comunicato con lui. E se l'idea era allettante, sapeva che non era ancora il momento di farlo. Era sicura che Castle avesse provato a contattarla a più riprese, e si aspettava di trovare sullo schermo almeno un centinaio di chiamate perse, ognuna delle quali avrebbe rappresentato una stilettata dolorosa.
Ma, forse, quello che la intimoriva di più, era di non trovare nessuna chiamata, anche se sarebbe stato normale – tentò di rassicurarsi in un monologo privo di senso che non poggiava su alcuna certezza -, visto che gli aveva intimato di farsi una doccia e mettersi a dormire, consigli sensati, se non li avesse lanciati in mezzo alla stanza con fare sprezzante e con il chiaro intento, ben poco sottile e generoso, di farlo sentire in colpa.
Alex era concentrato a seguire il movimento languido dei pesci, che riusciva a riconoscere individualmente, mentre per lei si trattava solo un piccolo branco anonimo dagli occhi vitrei che fissava stolidamente qualcosa di invisibile davanti a sé.
Prese il telefono dalla borsa, con cautela, per scattare rapidamente di nascosto una foto al volto assorto di suo figlio, al quale quei quattro esemplari dall'aspetto mediocre sembravano l'ultima meraviglia del mondo, a giudicare dal suo interesse e dalla sordità con cui ignorava i suoi ripetuti richiami.
Cercò di maneggiarlo in modo tale che lo schermo, con il suo ignoto e temibile contenuto, le rimasse invisibile, ma sapeva già in partenza che si trattava solo di una vana speranza.
Castle aveva chiamato, notò mentre l'ansia le faceva aumentare i battiti a dismisura.
Non tante volte come si era immaginata, e questo era un fatto nuovo. Era seguito un inquietante silenzio che perdurava da almeno un paio d'ore, ma prima di scomparire dai radar le aveva scritto numerosi messaggi.
Non aveva nessuna intenzione di leggerli, ma fu ovviamente la prima cosa che fece. Aveva avuto ragione a non volerlo fare, decise alla fine.
l tono non era dei migliori, per lei che sapeva leggere tra le righe e Castle non aveva evidentemente ascoltato il suo consiglio di riposare.
La richiesta era pressante e ripetuta: se non potevano fare ritorno, poteva raggiungerli lui? Voleva solo stare con loro, senza per forza parlare o discutere, implorava. Poteva scrivergli dove erano? Perché non aveva mantenuto la promessa di farsi viva? Era successo qualcosa? Poteva rispondere?
Sospirò, con il cuore pesante. Ogni messaggio andava a conficcarsi nell'infinito serbatoio del suo senso di colpa.
La verità era che si sentiva un mostro, per essersene andata. Che genere di persona lascia su due piedi un uomo che è stato rapito e a cui hanno fatto del male e che ha già subito una prigionia nelle peggiori condizioni, di cui le aveva sempre taciuto ogni dettaglio. Non quelli più sordidi, in un tentativo, che lei avrebbe capito, di non esacerbare la sua pena. Ogni dettaglio. Non aveva la più pallida idea di quello che era successo, e temette che aver rispettato i suoi tempi non si fosse rivelata la scelta giusta, con il senno di poi.
Ma lei e Alex non potevano rimanere al loft. Alex, soprattutto. E non solo perché lei era talmente furente con lui da temere di concludere il lavoro dei suoi rapitori e strangolarlo a mani nude, ma perché le condizioni di sicurezza oggettive non erano delle migliori. Anzi. Il livello di allarme era notevole, proprio perché oscuro.
Prima di poter tornare a sentirsi relativamente tranquilli, avrebbero dovuto aprire un'indagine, e decidere il da farsi. Quella gente poteva farsi viva di nuovo, poteva aver liberato Castle solo come esca per tornare a prendersela con tutti loro. Serviva qualcuno che piantonasse il loft. Serviva riunire la squadra e vagliare con buonsenso e oggettività tutte le opzioni a disposizione. Si era già attivata con discrezione, appena partita, per garantire una temporanea e minima sicurezza per Castle, ma sarebbe solo bastata nell'immediato e lei non poteva usufruire di tutte le sue risorse, se non si procedeva in via ufficiale.
Castle doveva parlare. Non solo di quanto successo la notte precedente, ma dell'intera faccenda, per quanto doloroso potesse essere. Non era qualcosa di negoziabile. Ma prima di farlo doveva riprendersi e non sarebbe stato possibile con loro presenti in casa, perché lei avrebbe continuato a provare l'insopprimibile desiderio di litigare e recriminare.
Non aiutava a gestire la faccenda avere ormoni ballerini che la istigavano alternativamente a tornare a casa ad assicurarsi che stesse bene e a lanciargli oggetti contundenti contro non appena l'avesse rivisto.
Scosse la testa, un po' sconsolata. Per quanto cercasse di elaborare dei piani d'azione più o meno efficaci, si sentiva oppressa da un disorientamento greve che aveva provato raramente.
"Mamma". Una vocetta sottile, dal tono molto serio, solo un po' titubante, e una mano arrivata a tirarle con decisione un lembo della giacca, la riscossero dai suoi pensieri funesti.
Gli sorrise rassicurante e questo bastò a rischiarare gli occhi preoccupati. Se solo anche lei fosse riuscita a cancellare i suoi problemi con tanta facilità.
Si alzò dallo scomodo sedile di pietra, spazzolò i pantaloni di entrambi e si diresse a quei tavolini che aveva adocchiato in precedenza, immergendosi di nuovo nel flusso di chiacchiere spensierate di Alex, che come sempre riuscirono a relegare timori e affanni in un angolo della mente, da cui non sarebbero usciti fintantoché fosse rimasta sintonizzata con lo spirito lieve di suo figlio.
Ma prima di farlo, inviò a Castle la foto di Alex ripreso davanti alla fontana, senza aggiungere altro.
