L'amour, toujours, l'amour...

E poi fate l'amore.

Niente sesso, solo amore.

E con questo intendo i baci lenti sulla bocca,

sul collo, sulla pancia, sulla schiena,

i morsi sulle labbra, le mani intrecciate,

e occhi dentro occhi.

Intendo abbracci talmente stretti

da diventare una cosa sola,

corpi incastrati e anime in collisione,

carezze sui graffi, vestiti tolti insieme alle paure,

baci sulle debolezze,

sui segni di una vita

che fino a quel momento era stata un po' sbagliata.

Intendo dita sui corpi, creare costellazioni,

inalare profumi, cuori che battono insieme,

respiri che viaggiano allo stesso ritmo,

e poi sorrisi,

sinceri dopo un po' che non lo erano più.

Ecco, fate l'amore e non vergognatevene,

perché l'amore è arte, e voi i capolavori.

Alda Merini

27 settembre 1789, Le Comte Vert, 1° giorno di viaggio, sera...

La luce delle lanterne cieche stentava a vincere il buio, là sotto.

Così André s'era dovuto attaccare al corrimano e scendere piano gli scalini stretti che portavano al ponte ove erano custoditi i bagagli. Ogni passo uno scricchiolio diverso.

Un tizio, marinaio, inserviente, funambolo che fosse, li aveva accompagnati indicando loro la piccola cabina, una specie di pertugio ricavato nel ponte di coperta dove alloggiava la maggior parte dei passeggeri, poco più di sessanta persone, era stato detto.

Con le oltre quaranta d'equipaggio, alla fine s'era ricavato una sorta di villaggio galleggiante, dove sarebbe stato difficile mantenersi a distanza o quanto meno evitare guai.

E poi c'era da scommetterci che ci fosse un altro ponte, un altro ancora, dov'erano alloggiate le colubrine da diciotto o forse nove libbre, intraviste al porto, solo due giorni prima, di certo meno efficaci ma più maneggevoli.

L'aveva lasciata nella cabina, piccola, silenziosa, una specie di nido, posto sul lato destro del vascello.

Adesso Oscar era lì, seduta sul letto piuttosto duro ma pulito, la stanzetta povera d'arredi ma più che sufficiente per le loro necessità, lei da sempre capace di cavarsela con poco e farsi bastare l'essenziale.

Almeno in questo l'educazione spartana era servita a qualcosa visto che una qualsiasi altra donna sarebbe svenuta all'istante alla vista di pareti così squallide.

Nella stiva, accanto ad ammassi di bagagli d'ogni genere, c'erano altri animali.

Cani, galline...

Una decina di cavalli, alloggiati in stalli separati.

Joaquin Desillian aveva fatto un buon lavoro, perchè gli animali erano strigliati a dovere, solo un poco spaventati dal rollio cupo della nave, il fasciame a gemere sinistramente ai colpi delle correnti aeree e marine eppure capace di proteggere le anime che ci galleggiavano dentro.

La velocità media sarebbe stata di cinque, sei nodi al massimo.

La costa, ornata da scogli ed insenature, non avrebbe consentito di procedere oltre.

Le ottantasei miglia che separavano Marseille da Nice sarebbero state percorse entro diciassette ore all'incirca, vento e correnti permettendo.

L'approdo era previsto per il giorno dopo, a mezzogiorno.

All'incirca.

Il sole era tramontato.

Le dita scorrevano lievi sulle due carte d'imbarco a nome di Charles e Gilbert Montand, i lasciapassare accuratamente ripiegati. Accanto, chiusi, i documenti che attestavano chi erano realmente, chi erano stati e chi sarebbero tornati ad essere una volta lasciata la Francia.

Chissà per quanto ancora.

Oscar se ne rese conto, in quel momento, che stava lasciando la Francia.

Un moto di rabbia la percorse pensando al passato e uno di paura chiuse la voce intuendo il futuro.

Le pareti di legno ruvido e scuro, odorose di sale e di mare, ebbero sorprendente pregio di contenere la rabbia e d'acquietarla, i sensi confusi dai nuovi sentori - così diversi da quelli in cui s'erano imbattuti durante il viaggio - distolti dall'oppressione.

Sapevano...

I sensi sapevano di pelle e sguardi all'erta e chiedevano...

Dopo giorni e giorni trascorsi in locande anonime, paesi anonimi, a sfuggire dallo sguardo di cameriere, osti, soldati, dame, contadini, uomini di legge, briganti di palude, Oscar si ritrovava in un minuscolo spazio.

I rumori giungevano ovattati e tiepidi.

Non pareva fosse né caldo, né freddo.

Era immobile, mentre il corpo a poco a poco adattava l'equilibrio terrestre a quello acquatico, meno stabile, più infido, che un'improvvisa onda avrebbe potuto sbattere a terra o contro la parete.

Chiuse gli occhi, annusò l'odore del mare e con esso l'intenso desiderio, fatto di calore, umido, respirato addosso.

Nasceva da lei, dalle viscere, mescolato a brividi che forse erano di febbre, forse no, forse era lei ch'era semplicemente viva.

Lo sentì, il proprio corpo, bruciare e chiedere e desiderare e ascoltare il desiderio, incapace di soffocarlo.

Si alzò, s'accorse che lo spazio esiguo non permetteva di spostarsi con troppa foga, i bauli nell'angolo opposto del letto, i mantelli gettati sopra, una brocca d'acqua, null'altro.

Incontrollabile il desiderio si riverberò nei muscoli.

Uscì all'aria fredda ed intensa, che la colpì in faccia una volta imboccato il corridoio che portava al ponte superiore, verso la rientranza che permetteva d'affacciarsi al mare lontano dagli sguardi.

L'aria prese a calmare il respiro e a restituire lucidità e presenza.

Rimase lì, un poco, a calmare i cavalli.

La fronte appoggiata al collo caldo e tornito, le dita affondate nel manto serico, in ascolto del silenzioso fremere dei muscoli mentre l'animale accanto batteva la zampa a terra, scrollandosi.

Erano divenuti compagni di viaggio, tutti e quattro, e per assurdo che fosse avevano imparato a riconoscere ciascuno il vorticoso evolversi del tempo, che incideva la coscienza.

S'era fatto buio, là sotto tutto pareva scivolare in una specie di dimensione altra e separata dal resto della nave.

André tentò di scorgere altri locali.

Ve n'erano ancora giù da una scala che scendeva nella parte più fonda della nave, dove forse alloggiavano i mozzi, i marinai, i servitori di ufficiali e passeggeri.

La calma l'avvolse e questo per assurdo non era un bene.

Nella calma si è spinti a pensare e fare congetture mentre il futuro ripiomba addosso all'improvviso, ogni cosa si fa più vicina e allora non è più futuro ma diventa presente, palpabile, temuto, incombente…

La lente gli consentì di guadagnare più velocemente l'uscita.

Col tempo aveva imparato a percepire ogni più piccolo ostacolo, affidandosi alle dita, che scivolavano con attenzione sulle superfici, appropriandosi della consistenza, della densità, della temperatura, e poi all'udito, ai rumori impercettibili, alle dimensioni delle stanze, alla posizione delle porte e delle finestre, al numero degli scalini e a tutto quanto si ponesse di ostacolo tra sé ed il suo percorso.

Odore di polvere, vino, stalle, paglia, minestre, terra, erba bagnata, neve, acqua...

Odore d'acqua...

La sua labile ed intensa consistenza.

Dio...

Dovette fermarsi, un istante, lo sguardo sgranato davanti a sé a catturare un pertugio di luce.

La mente rimase impigliata alla constatazione…

Il tatto s'era raffinato al punto da riconoscere l'impercettibile mutamento della pelle, quella morbida di seni, quella del collo, quella candida e lieve del ventre.

Dio...

S'immerse in lei, con i sensi, tutti, escluso quello che aveva maledetto da quando aveva preso a vacillare, dopo l'incidente. Adesso gli pareva fosse divenuto inutile, che aveva imparato a conoscerla, lei, così intensamente, così profondamente che forse davvero non avrebbe più avuto necessità di vederla come un tempo.

Si sistemò la lente, le dita scorsero tra i capelli, la gola si chiuse.

Aveva temuto di perdere lei, se avesse perso la vista.

La vista non l'aveva perduta, non ancora, ma se anche fosse accaduto, intuiva che si poteva vedere oltre essa...

Intuiva di saperlo fare, comprendere oltre...

L'amore, tutti i giorni, attraverso sé stesso...

Attraverso di lei...

Ripercorse in fretta il ponte secondario, risalì fino al corridoio che lo separava dall'alloggio dove avrebbero trascorso i giorni successivi, cinque per l'esattezza, che tanto ci sarebbe voluto per arrivare a Livourne.

Quando finalmente tornò a sentire prepotente l'odore del mare e la brezza della sera, di quella sera autunnale pallida ed intensa, André riprese a camminare più speditamente, avviandosi verso la cabina ch'era stata loro assegnata.

Camminava, un passo dopo l'altro, verso di lei...

E la mente rincorreva i ricordi, quando l'aveva conosciuta, e sua nonna gli aveva detto che lei era una bellissima fanciulla…

Sì, quella che si vestiva e si comportava come un maschiaccio era una femmina!

Bleah!

Una femmina!

Eppure…

Anche se gli avevano detto ch'era una femmina, lui non era mica stupido e l'aveva capito subito da sé che quella era proprio una femmina perché loro due erano proprio diversi e lui era un maschio e...

Allora aveva pensato che nonostante quella si vestisse e si comportasse come un maschiaccio, avrebbe finito per appiccicarglisi addosso come una mosca, come...

No, alla fine aveva dovuto abbandonare tutte le vaghe convinzioni da maschio ch'era riuscito a raggranellare nella sua giovane vita, ossia che una femmina fosse più stupida, più lenta, più debole, più frignona.

S'era ritrovato a condividere l'educazione rigida e severa e quella femminuccia l'aveva vista cadere da cavallo dieci, venti, trenta volte, fino a quando non aveva imparato a stare in sella meglio di un uomo e forse era così che le femmine educate come i maschi si comportano.

Diventano più forti dei maschi…

Boh…

André non lo sapeva, non aveva mai conosciuto altre bambine educate così, ma di certo lei era così.

Poi lui aveva imparato a tirare di scherma perchè lei potesse esercitarsi e lei, lei gli aveva insegnato tutto ciò che sapeva.

Lei glielo aveva insegnato.

Tutto.

Tutto ciò che sapeva e anche quello che non sapeva.

Avevano condiviso tutto, come amici, come fratelli.

Oscar…

Sorella, moglie, amante, sposa…

Si ritrovò di nuovo ad immaginare il passato, tante volte s'era chiesto che sarebbe accaduto a loro se lei non fosse stata cresciuta così, come un maschio, certo schiacciata da una vita rigida ma paradossalmente aperta, soffocata dal rango ma per assurdo capace di guardare oltre gli schemi arcaici dell'aristocrazia.

"Monsieur...".

André si voltò di scatto, intuendo la fisionomia d'un tizio che doveva far parte dell'equipaggio, vestito sobriamente senza tanti fronzoli, un leggero inchino, quello si presentava chiedendo se entrambi, lui ed il compagno di viaggio, suo fratello per l'esattezza, avessero gradito prendere parte ad una cena assieme al capitano della nave.

Interdetto…

"Senz'altro..." – balbettò André, ragionando in fretta.

Per quanto il viaggio sarebbe stato breve, s'era pur sempre a bordo d'una nave e comprendere con chi si sarebbero condivisi i giorni a venire non sarebbe stato inutile o sbagliato.

"Alle venti..." – sibilò l'altro inchinandosi di nuovo e scomparendo nel buio – "Seguite le lanterne...chiedete di Monsieur Norel De Ville, Capitano Norel de Ville...".

Un cenno del capo...

I pensieri ripresero, sormontati a mala pena dall'interruzione. Era impossibile arginarli.

Forse, ora che stavano lasciando al Francia, quei dannati ricordi dovevano risalire in superficie, perchè loro due si rammentassero bene da dove venivano e chi erano stati prima d'esser ciò che sarebbero diventati.

André era cresciuto.

Anche lei.

Ed era diventata bellissima...

Era buio intorno, l'orizzonte segnato dalla luce morente della sera, le prime stelle vibravano come lacrime sparse.

L'oro chiaro dei capelli, la pelle, bianca...

L'azzurro cupo del mare in tempesta, severo, vigile su tutto.

Sprezzante ed intenso...

Se fosse stata educata come una donna, com'erano educate tutte le donne di quell'epoca...

Non era certo questione di saper andare a cavallo o magari tirare con la pistola. C'erano dame che a caccia si difendevano altrettanto bene quanto i galantuomini.

No, non sarebbe stata nemmeno questione di educazione.

Il latino, la matematica, la storia, il pianoforte, il ballo, l'etichetta...

Istruzione genericamente impartita a chiunque fosse nobile.

E allora perchè lei era così...

C'era che se fosse stata educata a quella maniera davvero lui non sarebbe mai potuto crescere accanto a lei com'era stato nella loro vita e l'avrebbe persa, in fretta, lei concessa in sposa a quindici anni, come le sue sorelle e...

Davvero sarebbe accaduto questo?

Davvero una come lei...

Bussò alla porta della cabina. L'aprì, entrò.

Nessuno. Il cuore in gola.

Dove sei?

L'aveva lasciata lì...

Si ritrovò assurdamente ansioso, trafitto dal pensiero che lei non ci fosse, che lei c'era sempre stata nella sua vita.

Stava per chiamarla, si contrasse dandosi dello stupido. Al più avrebbe dovuto cercare Charles...

Si morse il labbro, si voltò, uscì sul ponte. Il cuore in gola...

Doveva esser lì ma non aveva ricevuto risposta.

Il luogo era sconosciuto, estraneo, i sensi stanchi, il desiderio...

Pochi passi percorsi sulla scala che portava al piano di coperta superiore, lo sguardo corse al piccolo ponte poco sopra, l'intravide nella luce dispersa della sera, i raggi morenti che lambivano l'orizzonte, appoggiandosi sulla sagoma asciutta, un poco abbandonata...

Il nome di Oscar gli morì sulle labbra, come quello di Charles, come tutto il resto.

Il tramonto sfatto nel cielo, sul mare, intrecciato ai capelli mossi, ai pensieri che intuì...

Non la distingueva chiaramente, ne intravedeva la figura fiera, ne intuiva il respiro, il sentire confuso con l'aria dolce del mare.

Era buio, davvero, ormai...

Le lanterne cieche illuminavano pochi lembi di scafo che pure procedeva lento, fendendo le onde alte. Giù, verso la costa s'intravedevano luci fioche. Era la Francia quella.

André comprese che lei stava osservando quella...

Preferì non chiamarla.

Si mantenne assorto nella visione, ascoltando il rumore delle onde calme infrangersi contro lo scafo.

Lei s'accorse d'essere osservata.

"Scusami..." – s'incresparono le labbra per sussurrare il nome, quello sbagliato – "Gilbert!" – puntualizzò - "Non ti avevo sentito...volevo prendere un po' d'aria...".

S'avvicinò André fissandola.

"Cosa c'é?" – chiese lei tentando di stupirsi. Non ci riusciva.

La Francia era laggiù, s'allontanava.

Voleva restare lì, assorta, mentre la gola a poco a poco si chiudeva.

Eppure lui era lì accanto a sé e sorprendentemente tutto pareva trovare una collocazione perfetta, seppur nell'incertezza assoluta del futuro.

"Il tramonto...mi ha ricordato Arras...quando da bambini d'estate giocavamo fino a sera tardi, fino a quando il sole non ci concedeva un ultimo abbraccio di luce. E poi ce ne stavano ore a parlare di quello che avremmo fatto il giorno dopo...".

"Già...il giorno dopo..." – disse piano André avvicinandosi. Parole mute...

Il corpo la sovrastava un poco, avrebbe voluto chinarsi per baciarla, si limitò ad avvicinarsi ancora un poco, rigido, quasi ad ascoltare il respiro di lei, il battito s'ampliava dentro di sé.

"E..." – balbettò lei che si stupì davvero adesso – "Tua nonna ci rimproverava d'esserci andati a ficcare in chissà quali guai...".

Parlava piano, sorrideva e lui lì, rigido, impettito, gli occhi a fissare l'orizzinte dove scorrevano luci tenui.

"Cosa...c'è?" – chiese lei, di nuovo, che tutto le parve strano e fu davvero sorprendente accorgersi della postura di André, che adesso lei aveva imparato a conoscerlo e adesso si sarebbe aspettata altro.

Gli occhi s'abbassarono. Oscar si ritrovò immersa nello sguardo.

André si permise solo d'appoggiare la mano sul fianco e chiudere un poco le dita e stringerlo morbidamente...

Un sussulto...

Lui non si spinse oltre e lei si stupì di nuovo.

C'era ch'erano su una nave che per quanto grande ed imponente poteva avere occhi ed orecchie molto più indiscrete d'un quartiere di Parigi.

Lei comprese e si stupì, ancora di più, del desiderio sottile insinuato attraverso la sola vicinanza, attraverso quella mano posata lì, dolcemente...

Lo ricambiò appoggiando la testa sulla spalla, chiudendo gli occhi, strofinando appena la fronte ad annusare il desiderio ch'era di entrambi, imperioso, a rapire i sensi e la carne.

Ad annusare sé stessi desiderare l'altro...

"Senti un po', ma lo sai che per questa sera abbiamo un invito a cena!" – riprese lui divertito e rassegnato.

Lo sguardo di lei si sollevò, comunicando disappunto.

Ci mancava anche la cena...

"Lo so...anch'io avrei preferito..." – s'azzardò lui sornione.

Si morse il labbro André: "Sì insomma...andarcene a dormire...ma d'altra parte dovremo pur mangiare!".

"Potevamo farlo nella cabina. Ho notato che oltre ai bauli ci sono alcuni sacchi...dovrebbe esserci del pane dentro e...".

Scosse la testa André: "Non di solo pane..." – accennò sorridendo – "Lo sai anche tu che quando si deve convivere in un luogo sconosciuto è bene sapere per tempo con chi si dovrà farlo. Il capitano è stato gentile ad invitarci...non credo si tratterà di nulla di eclatante. Siamo su una nave...".

Non la convinceva...

Lo sguardo s'abbassò di più ed il viso s'avvicinò ancora di più.

Sussurrò piano...

"Oscar François de Jarjayes ma tu davvero..." – il discorso rimase volutamente in sospeso e lei ne intuì la piega, sorprendendosi, adesso, d'essere capace di pensare a certe...

Pieghe della vita!

"Dannazione...An...Gilbert Montand! Che ti salta in testa! Io non intendevo..." – si schernì lei alzando la voce.

Una mano sulla bocca, l'altra sul fianco che corse su ad adagiarsi sulla schiena mentre lui la stringeva di più a sé: "Io sì invece!" – chiosò soddisfatto.

L'amour...

Toujour...

"Vai al diavolo!" – ringhiò lei tentando di staccarsi. No, lui se la tenne lì, stringendola ancora e poi prendendola per mano e tornando a ripercorrere il corridoio che conduceva alla piccola cabina e davvero Oscar s'immaginò che sarebbe accaduto in quel momento e per assurdo che fosse e nonostante s'immaginasse cosa sarebbe potuto accadere, avvampò, prendendo a sudare un poco, fino a che riuscì a staccarsi e a piantarsi in mezzo alla stanzetta, occhi sgranati ad osservare André che si sbottonava la giacca e si sfilava la camicia e...

Davvero...

Il cuore in gola...

Davvero anche lei l'avrebbe voluto...

"Che fai?" – chiese lui mentre aveva preso a rovistare in un baule – "Non ti cambi per la cena?".

Rimase volutamente immerso, sguardo e mani, nelle stoffe profumate di pulito che sfiorò quasi con soggezione, il pensiero a colei che aveva preparato gl'indumenti, forse con le lacrime agli occhi, ma non si voltò perchè, a parte l'istante di commozione, gli sarebbe venuto da ridere a vedere la faccia di Oscar che chissà che doveva aver pensato e chissà se anche lei l'avrebbe voluto...

"Sbrigati!" – la spronò – "O vuoi che faccia io?".

Si rialzò, gli veniva davvero da ridere, le dita corsero ai bottoni della giacca di lei.

Colpita...

"No!" – arretrò lei, smascherata e decisamente imbarazzata – "Faccio da sola!".

"Come volete riverito fratello!" – continuò lui tentando di trattenersi dal ridere.

L'imbarazzo di Oscar era assolutamente sorprendente se si pensava che solo due mesi prima era accaduto che si fossero amati, per la prima volta, in quel bosco di lucciole e di luna.

Stupiva ed al tempo stesso eccitava il ricordo...

André ritornò là, per qualche istante, con la mente.

Oscar si era rifugiata tra le sue braccia, lui l'aveva tenuta stretta, finalmente, senza paura, senza rifiuto, libero di amarla, come lei stessa chiedeva.

L'aveva baciata, prima con dolcezza, ascoltando l'incedere delle labbra, inebriato che anche lei ricambiasse quel tocco, anche lei libera, libera di amare...

Nessuno dei due si sarebbe fermato e le tempie avevano preso a pulsare e le mani a muoversi impacciate, incerte a combattere l'avidità di voler tutto e subito e lì...

"Sei fortunato che tuo fratello Charles sappia aggiustare la sciarpa d'un uomo meglio d'un uomo!" – affondò lei, André impettido e ritto e sguardo sgranato immerso nel sentore prepotente del mare mentre lei gli stava di fronte, le dita sottili e veloci annodavano la stoffa morbida attorno al collo, aggiustando le pieghe.

"Cosa?" – chiese lui tornando ad osservarla.

"Mi sembri strano questa sera Gilbert Montand!" – replicò lei un poco sarcastica.

Non erano trascorsi che due mesi...

Da che s'erano baciati davvero, non com'era accaduto alla Barrier d'Enfer e poi a Saint Petersburg.

No, non era stato come allora.

Le strane parentesi temporali parevano quasi non esser mai accadute eppure...

Il sole morente alle spalle, aveva accarezzato il suo viso, l'aveva baciata...

Oh, la sua bocca...

No, non era stato come a Saint Petersburg...

André prese ad osservarla, rammentando che le dita, quella notte erano corse di nuovo ai bottoni della giacca, quella dell'uniforme.

Visione dissolta nella notte fioca di luna e di stelle e di lucciole e suoni lontani e quiete calma dei muscoli che si animavano e si mescolavano e s'aprivano, avvolgendosi al cielo, avvinghiandosi dolcemente a cogliere l'affondo di labbra dapprima leggere, quasi d'affetto…

E d'intorno lievi luci a sfiorarsi e poi accarezzarsi ed abbracciare la pelle pian piano scoperta, liscia e tremante, sotto dita incerte e poi più forti e piene del coraggio e della smania degli anni dispersi del passato.

Visioni vibravano riflesse nell'oscura superficie liscia e fredda dell'acqua…

Aveva paura...

L'aveva scorta la sua paura.

Lei che non aveva mai avuto paura di nulla.

L'amour...

Toujours...

Posso…

Cerco il tuo sguardo quasi senza respirare…

Dio…posso…

Aprili…m'invochi…

Fallo…adesso…

Le dita lasciano le mani un istante e le tue fanno altrettanto correndo veloci…

Lo so che hai paura…

La sento nel cuore che batte talmente veloce che quasi non lo sento più.

La scorgo nelle dita che tremano e faticano ad aprire alamari mille volte aperti e richiusi, senza questo pensiero, senza questa foga…

Solo nella mente…

La mia bocca non si stacca un istante…

Non ti lascio…

Raggiungo la stoffa, la pelle…

Affondo le mani e racchiudo tra le dita il brivido del corpo che arretra un istante divorato dal talamo ruvido e caldo che non ti lascia e ti avvolge.

"Chissà se indossi ancora quella dannata uniforme!?" – se lo chiese André a voce bassa tra sé e sé – "Anche se non ce l'hai più addosso!".

Lo sguardo di entrambi scorse attraversando la piccola sala da pranzo predisposta nell'alloggio del capitano, raccolta, chiusa, le pareti coperte da mappe e carte nautiche.

Gli ospiti non erano molti ma abbastanza per consentir loro di conversare ed intrattenersi.

Gli occhi si sgranarono alla vista del personaggio.

Quello se ne stava appoggiato alla parete più lontana, intento a giocherellare con un coltellino ed un pezzetto di legno nervosamente intarsiato, apparentemente disinteressato alla comitiva che si stava radunando sollecitata dagli inviti beneaugurali del comandante, un omone rubicondo e ridanciato e perfettemente a suo agio quasi non si fosse su una nave mercantile ma piuttosto all'ingresso d'uno sfarzoso ricevimento in uno dei tanti palazzi della capitale.

Poche dame, adeguatamente imbellettate, incipriate ed impiumate a dovere per l'occasione.

Dannazione, proprio non si poteva davvero dimenticare l'astio che ribolliva per quelle messinscene.

Oscar fissò il personaggio, vestito con abiti più ricercati di quelli che gli aveva visto al porto.

No, non pareva davvero un ospite come tutti gli altri...

Non lo era davvero visto che il Capitano Norel de Ville lo presentò come uno dei sottufficiali al comando de Le Comte Vert.

"Monsieur John River...capitano in seconda…".

Che nemmeno due giorni prima quello aveva detto di chiamarsi Joseph Hornett…

Sir Joseph Hornett...

Che fosse inglese a quel punto era l'unica certezza.

Perchè poi un inglese si nascondesse a soldati inglesi vestiti in abiti civili, in giro per il porto di Marsiglia, questo non era possibile nè saperlo, nè immaginarlo.

La Francia aveva fornito aiuti militari ed appoggio ai coloni inglesi durante la Guerra di Indipendenza Americana, contro l'Inghilterra, e questo aveva portato i due paesi a detestarsi cordialmente e a non perdere occasione di sfidarsi per occupare nuove terre in altri continenti.

Inglesi e francesi non andavano d'accordo. In conclusione, tutt'e due avevano qualcosa da nascondere allora e sarebbe stato bene non indagare oltre.

Oscar non potè evitare di sentirsi gli occhi del bellimbusto addosso, incerta se quello avesse compreso chi fosse davvero.

Una donna francese che viaggia vestendo abiti maschili...

Non c'era molta differenza tra le due specie di segreti.

I pensieri presero ad affollarsi mentre a mala pena seguiva il filo dei discorsi.

Le pietanze erano semplici...

Pommes de terre, rôtie canard, fruit confit, fromages...

Il vino era troppo...

Forte...

"Che hai?" – fu André questa volta a chiedere che stava accadendo.

"Nulla...sono solo stanca...".

"Monsieur...".

Il comandante era uomo di larghe vedute. Non aveva un concetto di disciplina particolarmente elevato, dato che il vino scorreva abbondante e pareva che tutti i subordinati alla conduzione della nave fossero lì, mentre le dame erano intente ad ascoltare con smaccato stupore favole di mostri marini e corsari e paesi lontani ove si fantasticava sulle fattezze delle donne e sulle loro capacità amatorie.

Pericoloso connubio quello che vede donne e ricchezze al centro dei discorsi.

La serata proseguì tranquilla fino a quando una delle ospiti prese ad addentrarsi nei racconti della vita di corte, probabilmente per mettere al corrente i commensali che lei a corte c'era stata davvero.

Anche così si spendeva la notorietà del proprio status.

I particolari facevano presumere avesse frequentato al più il piccolo mercato che settimanalmente si teneva poco fuori la Reggia di Versailles. Le dame meno abbienti ma desiderose di non sfigurare al cospetto di quelle che cambiavano abito anche quattro volte al giorno finivano lì, a rifornirsi di guanti, corsetti, camiciole vendute a poco prezzo. Una maniera come un'altra per sfogarsi in conversazioni più libere e taglienti e sfrenate di quelle che ci si poteva permettere nei silenziosi corridoi della reggia.

Ecco, la dama doveva esser finita lì.

Il linguaggio prese ad innalzarsi verso vette piuttosto becere ed irriguardose, esattamente come accadeva sul finire della giornata quando le dame di compagnia prendevano a sfidarsi per accaparrarsi l'ultimo fazzoletto di lino o il portacipria più esotico.

Un elogio sfrenato della grettezza dei nobili e della costosa vita di corte che solo pochi potevano permettersi e tutto questo per via delle mode che la regina imponeva ogni anno a chi voleva frequentare la reggia.

Sì, Oscar si sentiva stanca...

Li aveva già ascoltati quei commenti...

"Il re ama le serrature ma non le usa come dovrebbe!" – esordì un altro villano vestito di velluto blu scuro, una tonalità appena più ombrosa di quella ch'era andata di moda a corte solo qualche anno prima – "Se l'avesse fatto con la Regina! Ma no! Quella non l'ha mai tenuta sotto chiave come sarebbe stato necessario!".

Il coro di risate riempì la stanza. I commensali erano ubriachi. Le rivolte popolari e la stampa di quart'ordine avevano fatto il resto.

I sovrani avevano perduto il loro ascendente e ormai le dicerie di corte si sprecavano.

Il linguaggio iniziò a farsi irriguardoso e volgare.

Suo malgrado Oscar s'irrigidì provando disgusto per quelle ch'erano solo maldicenze.

Non le accettava.

"Si dice che ogni sera a Versailles si continuino a dare feste sfarzose!" – provocò un'altro - "La regina si tiene buoni i reggimenti che devono fare la guardia alla sala dell'assemblea! Che sennò i parigini son capaci che dalla fame ci vanno davvero a Versailles e la tirano fuori per i capelli!".

I pugni tirati sul tavolo, una dannazione, la soddisfazione d'aver affondato il coltello e d'averla raccontata tutta la verità, l'uomo rimpinguò il bicchiere e tracannò il vino d'un fiato.

Gli altri sottufficiali avevano un'aria più sobra, almeno, mentre il comandante gongolava, e due dame ridacchiavano.

Dannazione, poteva anche essere vero. Eppure lei li ricordava bene gli occhi della regina quando le aveva fatto visita dopo la morte di Joseph. Occhi vuoti...

Forse, ancora una volta, i ricevimenti e le feste, erano serviti solo ad evitare d'ascoltare l'immensa solitudine che svuotava le forze, lei, la sovrana di Francia, che mai s'era concessa al suo amante, al conte che da sempre l'aveva amata e che l'avrebbe amata per sempre.

Un amore asciutto e pulito...

Che ne sapevano quei dannati...

C'era che adesso lei comprendeva che cosa fosse la vita, quella intensa e vera e piena e...

Amare...

Maria Antonietta era andata in sposa ad un uomo sconosciuto che non aveva mai amato ma che aveva rispettato fino in fondo.

I pugni si strinsero, la nausea prese a salire.

I muscoli si contrassero esausti.

Ammise ch'era solo grazie alla regina che lei aveva potuto scegliere di continuare a vivere e così non ci sarebbe stato verso d'offuscare in lei il ricordo più privato di persone conosciute giovani ed inesperte, e non sovrani. Non era possibile per lei distinguere i due ruoli ed il primo sarebbe prevalso sempre.

Eppure...

La rabbia chiuse la gola, sorprendendola, perchè, per assurdo, nonostane sentisse che avrebbe dovuto reagire lì, in quell'istante, tutto appariva lontano, come ingranaggio vuoto di cui lei aveva fatto parte per volontà d'altri, forse per sua stessa volontà, ma che ora le pareva di non aver mai davvero vissuto, dentro di sé.

La vista prese a vacillare un poco. Dannazione...

Un altro affondo, l'ennesimo...

"Quell'austriaca ci ha portato alla rovina, con tutti i vestiti che ha comprato e gli amanti che ha mantenuto!".

La frase riecheggiò sopra le altre, tirandosi dietro la sequela d'improperi e di assensi della maggior parte dei commensali. Chiunque essi fossero avevano fatto presto a parteggiare per le nuove classi che prendevano piede in Francia, mercanti, arigiani, proprietari di terre...

Si sarebbe potuto tranquillamente scommettere che tra di essi ci fossero pure dei nobili che per evitare guai si guardavano bene dal manifestare se non una devozione ormai falsa, almeno il buon gusto d'evitare certi argomenti.

Le dita si contrassero sforzandosi di restare ferme, giusto il gesto di lasciarle scivolare giù, sotto la tavola, per ritrovarsi la destra intrecciata alla sinistra di André. Le dita inanellate e non semplicemente strette.

Il coro d'approvazione proseguì...

Epiteti di fango...

"Non trovo corretto giudicare chi non si conosce..." – esordì, forte, le parole pesate ed insinuate in un istante di silenzio che, a quel punto, si fece ancora più assordante.

Lo stupore durò poco.

Il paio di commensali che l'avevano sfidata, anche se solo a mezzo d'uno scambio d'occhiate roventi, colsero il destro per proseguire e conoscere con chi avevano a che fare.

Il silenzio di quell'ospite biondo seduto quasi in fondo alla tavolata, l'aspetto un poco emaciato ma lo sguardo tagliente quasi quanto la lingua, non era passato inosservato.

Spesso il silenzio assorda più di mille parole e da esso si possono trarre deduzioni anche più pungenti di sguaiate chiacchere da locanda per comprendere quelli che vi si trincerano dietro.

"Ne devo dedurre...monsieur...che voi siete un fautore della monarchia!?".

L'affondo s'impose altrettanto netto.

Sarebbe stato rischioso lasciarsi sedurre dalla provocazione, che non era fine a sè stessa ma insidiosamente volta a scoprire gl'intenti.

Il commento dell'ospite silenzioso era stato ampio, il riferimento alla monarchia no!

"E devo dedurre allora che voi non lo siete monsieur?!" – replicò lei ironica – "Non per questo potrei mai permettermi di giudicarvi, senza conoscervi...".

Il discorso sospeso, tanto perchè si comprendesse meglio...

"Nè voi di giudicare me! Dato che non mi conoscete affatto!" – proseguì lei affondando lo sguardo alla faccia paonazza dell'altro.

Le reazioni s'ampliarono.

Dal compiaciuto sorriso del personaggio conosciuto per disgrazia nel piazzale d'imbarco a Marsiglia a quelli del commensale redarguito e mezzo ubriaco che aveva preso a fissare l'interlocutore che non solo non aveva risposto alla domanda ma gli aveva praticamente dato dell'idiota e dell'arrogante.

L'origine dei comensali era incerta, nel dubbio se tutti si fosse nobili o no, era bene evitare di redarguirsi sulle vicendevoli affermazioni.

L'offeso s'irrigidì davvero. Un compare accanto a lui, pizzi e merletti che gli sbucavano dalle maniche unte, gl'impose di raffreddare l'esuberanza ed il capitano provò a stemperare gli animi alzando il calice: "Comunque sia propongo un omaggio a tutte le donne di Francia! E tra queste deve essere senz'altro compresa la nostra regina! Che dicono sia donna di bellezza e grazia infinite! E che se ne dica dei suoi abiti e dei suoi amanti!".

Encomiabile escamotage...

Iniziò a tremare, quasi, la rabbia crescente e il disgusto, che sapeva bene che se si fosse alzata e avesse affrontato il bellimbusto sarebbe stato inevitabile attirare gli sguardi su di loro, impossibile tacere le origini e la provenienza di...

Entrambi.

Oscar deglutì rabbia. André strinse ancora di più la mano e lei si rammentò che adesso non era più sola e che non poteva pensare solo a sé stessa. Non poteva reagire...

Non come le era sempre stato istintivo di fare.

Lo sguardo s'abbassò un istante, in segno di resa...

Si alzò di scatto, le dita si slacciarono, André temette il peggio ma lei si limitò a lanciare un'occhiata ai presenti e poi a scusarsi e a lasciare la sala.

La cena era comunque terminata.

André fece altrettanto, rincorrendola fuori, afferrandola per la giacca, bloccandola contro la parete, lei incapace di guardarlo e lui gli occhi puntati addosso.

"Dovresti tentare di essere più accorta quando parli!" – esordì severo.

Inconcepibile arroganza, lei lo squadrò incredula...

"Vorresti dire che avrei dovuto tacere mentre quella gente insultava sua maestà?".

Domanda retorica...

"Voglio dire che quando abbiamo deciso di lasciare la Francia non intendevo solo la terra francese!" – proseguì lui sempre più severo, senza arretrare d'un passo – "E questo comprende anche le persone...".

"An..." – si sarebbe tradita, una mano sulla bocca...

"Lasciami finire!" – l'interruppe lui – "Tu e anche io abbiamo conosciuto i sovrani e sappiamo quanto entrambi siano persone generose e buone. Dobbiamo loro la vita...la loro intercessione ci ha consentito di avere una speranza...altrimenti non saremmo qui. Questo mi porta a credere che anche lei, Sua Maestà, voglia che tu viva! Ma non puoi dimenticare in che condizioni si trovano la Francia e il popolo francese. Non puoi dimenticare le strade di Parigi e la gente che ci muore di fame...e i bambini...anche quelli che abbiamo incontrato nel nostro viaggio...".

André tolse la mano. Il respiro era contratto, gli occhi sempre feroci e lividi su di lui.

"Sono stati i sovrani con la loro inerzia a portare la Francia in queste condizioni e tu non puoi biasimare quelli che affermano questa verità, anche se lo fanno senza conoscere davvero il re e la regina o usando un linguaggio poco riguardoso...".

Il respiro s'acquietò un poco...

"Io...".

André s'avvicinò ancora di più, la mano corse al viso chiudendolo in una presa morbida.

"Dio...ti amo...ti amo così tanto e non lascerò che quello che sta accadendo in Francia mi separi da te...".

Oscar respirò piano...

André comprese che sì, certo, lei ce l'aveva ancora addosso quella dannata uniforme!

Nel mio sguardo il buio del cielo solcato da corone di perle infuocate e fredde che illuminano la pelle e si fondono e ghiacciano l'umida consistenza del tuo pallore, latteo, appena scaldato e vinto da labbra avide, a solcare ogni lembo, ogni incavo sconosciuto e sognato, come quel cielo lassù che ci immerge e ci avvolge immobile, inesplorato, vicino…

I sensi s'inebriano dell'aroma concentrato e puro della terra mescolato al sentore dolce e salato del ventre, sospinti dal tuo richiamo aperto, umido, limpido, respirato, dissolto…

Non ho respiro per chiederti nulla…

Invoco il tuo assenso correndo ai tuoi occhi che raccolgono il mio volto e posano sopra di esso il consenso impercettibile…

Sì, adesso…

Sì adesso…

Adesso nel buio ascolto l'incedere lento e ritmato della carne che penetra ed affonda e dolorosamente spezza e brucia e dissolve la mia vita inviolata…

Sì, adesso, nel buio ascolto il tuo respiro impossibile e lieve e profondo, sconosciuto e denso dell'umore del tuo profumo…

Lieve e lontano mi giunge un volo del cuore che colpisce i muscoli…

M'attraversa sollevandomi…

Nel frastuono della carne violata che si sgretola trascinandomi via, mi aggrappo disperatamente a te, stringendomi a te ed a me stessa, per non affondare e per lasciarti entrare fin dove il respiro si spezza…

Non fermarti, non lasciarmi, non temere…

Non ho paura adesso, non più…

Gli occhi si scostarono incapaci di mantenersi su di lui.

Corsero all'orizzonte, al cielo di stelle lassù…

Pareva sarebbe caduto loro addosso, di nuovo, come allora.

E lontane luci, fuochi fatui si libravano sfiorando l'acqua e la pelle, sussurrando al respiro e ai sensi…

"Torno dentro solo per ringraziare il capitano...aspettami..." - sussurrò André mentre tutto prendeva a mescolarsi e confondersi e sollevarsi ed ammansirsi e gli occhi parvero scorgere davvero sul mare la danza vacua d'immaginarie lucciole.

Oscar rimase lì, le spalle appoggiate alla parete, l'aria del mare ad invadere i sensi, fin nel profondo, a confondere l'essenza netta d'una libertà che ancora non pareva aver del tutto compreso.

Che libertà era la sua se non aveva neppure potuto dal seguito all'istinto di difendere chi aveva difeso da tutta una vita e che aveva comunque e nonostante tutto stimato, anche se sì, anche lei lo sapeva che i sovrani e i nobili erano considerati responsabili dello sfacelo del suo paese?

Era questa la libertà per cui aveva combattuto?

Essere prigionieri di una vita nuova, forse anche in modo peggiore di quanto lo era stata nella precedente?

Il corpo rimase in piedi solo perchè appoggiato alla parete.

La libertà non era entità astratta ed incolore bensì insieme variegato di momenti, sensazioni, tempi che si mescolavano e s'avviluppavano e chiedevano assenso, ogni istante, anche quello d'abbassare la testa.

Faticava a comprenderlo. S'immaginava sporca...

Ancora una volta aveva dovuto scegliere tra la vita passata, che stava rinnegando, ed il suo futuro.

Era difficile liberarsi del passato, senza rinnegarlo.

Nel suo futuro c'era anche quello di André.

O meglio il suo futuro era André…

Non poteva…

Non poteva rischiare la sua vita.

Anche se lui stesso glielo avesse concesso.

Chiuse gli occhi lasciandosi accarezzare dal vento della sera che cullava lo scafo.

Suo malgrado intuì lacrime che scorrevano piano, impercettibili...

Un'altra volta...

"Devo complimentarmi con voi monsieur!" – esordì Norel de Ville mentre André s'avvicinava.

Il voi era rivolto ad entrambi gli ospiti, l'intese così André, anche se lui era solo.

"Prego?".

"Sì...davvero...un coraggio fuori dal comune...quello di vostro...vostro..." – la destra volteggiò in aria, per cercare l'appiglio annebbiato dal vino.

"Fratello...monsieur..." – spiegò André, sperando di mantenere un tono che non si palesasse così falso come lui stesso s'immaginava – "Se vi riferite a Charles...lui è mio fratello...".

"Ecco, sì, vostro fratello...nè ha del coraggio! Dicevo...non è facile difendere i sovrani di questi tempi...perchè immagino volesse fare questo con le sue parole. E c'è riuscito in una maniera encomiabile! Ha dato dell'idiota ad uno dei commercianti di grano più ricchi del paese!".

André si finse sorpreso e poi costernato e poi disperato, per l'arroganza dimostrata dal proprio fratello.

Tutto mescolato e trattenuto in un'espressione impassibile, ch'era bene correre ai ripari...

"Vedete...monsieur...Charles è impulsivo e spesso non si rende conto d'eccedere…non era certo sua volontà offendere il vostro...il vostro...",

Norel de Ville volteggiò nuovamente la mano: "Commerciante di grano! Monsieur Tiripoit da Tolone! Sì...deve recarsi a Costantinopoli col suo bel carico di grano…".

André tirò un respiro fondo. Era circostanza ovvia che su una simile nave viaggiassero passeggeri che si potevano permettere simili traversate.

"La nave è diretta a Costantinopoli?".

"Oui mon amì!" – gongolò Monsieur Norel de Ville – "Quanto a Monsieur Tiripot da Tolone...credo che le mie ragazze gli avranno già fatto dimenticare le vostre parole. Se necessario m'adopererò io stesso per scusare le intemperanze del vostro impulsivo fratello!".

"Siete davvero un signore...".

Un inchino, impercettibile...

André stava per andarsene.

"E nel caso vogliate raggiungere Monsieur Tiripoit..." – riprese il capitano trattenendo con aria complice André per il braccio – "Potrete scusarvi voi stesso!".

"Ma..." – Andrè non comprendeva.

"Monsieur…" – proseguì l'ufficiale con voce bassa e un poco melliflua e tono misterioso che pure tanto nn doveva esserlo – "Mi raccomando….se avete qualsiasi necessità durante il viaggio non abbiate timore di disturbare me o il mio equipaggio. Siamo a vostra completa disposizione!".

I dubbi s'infittivano.

E sì che André era vissuto a Parigi...

Dannazione, Parigi, la capitale di bordelli e puttane...

"Io...vi sono grato monsieur...così come per la gentilezza che ci avete accordato offrendo questa magnifica cena...ma io e mio fratello siamo davvero stanchi e vorremmo andare a riposare...".

"Oh…non c'è di che…non c'è di che!" – ridacchiò l'altro con fare sempre più sornione mentre il tono della voce s'abbassava fino ad assumere una specie di tonalità complice – "Intendevo dire che Monsieur Tiripoit si è già recato dalle mie mademoiselles...".

André prese ad intuire la piega del discorso.

Un brivido di freddo o di caldo, faticò a comprenderlo, gli corse nelle ossa.

"Chiunque viaggi di questi tempi e con tutto quanto sta accadendo merita la massima attenzione…"- calcò l'omone. La piega divenne evidente.

Il capitano prese a scandir bene le parole: "Se avete qualche necessità non esitate a chiedere…" – ripeté scostando appena la porta che dava sulla stanzetta attigua, il discorso volutamente in sospeso, mentre l'espressione di André scivolava dal dubbioso al costernato.

Sempre impassibile però...

Che quasi gli venne da ridere e le parole gli si strozzarono in gola, se non fosse stato per la mezza imprecazione che gli sfuggì e che subito trattenne per non sembrar troppo irriverente.

"Prego..." – annui De Ville.

André fece un passo, altri commensali l'avevano preceduto, anche il famigerato commerciante di grano s'era già appollaiato sul divanetto in fondo, alle prese con i lacci del busto della giovane che gli stava praticamente seduta addosso.

Il vino della cena impediva alle dita grasse di procedere spedite ed agili, la vista traballante…

André intuì che lo scontro verbale era già dimenticato.

Trattenne una mezza risata. Davvero...

E sì che se le ricordava le giovani che passeggiavano sotto il colonnato di Palais Royale e di quelle delle locande di Parigi e...

Le dita passarono nervosamente tra i capelli, un respiro fondo...

"Monsieur..." – prese a balbettare, lui lì a tentar di schiarirsi la voce e a cavarsi dagli impicci perchè di proposte del genere ne aveva davvero avuto abbastanza e la mente non potè non correre al guaio da cui era scampato per un soffio alla locanda dopo aver lasciato Chartres.

L'esuberante Nanà. Chissà quante ce n'erano in giro per il mondo di Nanà!

Ma adesso…

I sensi spiccarono un volo inatteso, Oscar l'attendeva, poco lontano, nemmeno lui doveva rischiare di tradirsi e schernirsi non sarebbe stato sufficiente mentre lo sguardo si posava sulle grazie abbondanti delle giovani, tre, forse quattro, intente ad allietare la serata dei commensali, i più facoltosi evidentemente. Degli ufficiali non v'era traccia, segno ch'era necessario rimarcar bene la distanza che separava i due mondi.

Il capitano l'osservava con aria a rimirare lo sfoggio della sua merce più preziosa.

André si schiarì la voce e nel turbinio delle giustificazioni che s'immaginava di dover spendere si ritrovò a contemplare la più ovvia e fulgida ed incredibile che gli sarebbe mai venuta in mente.

Era dannatamente incredibile, perchè ogni volta era come fosse la prima volta...

Ogni volta era come se si fosse risvegliato da un lungo sonno in cui l'aveva avuta accanto, per ore, e poi lei svaniva e no...

Lei era là fuori, Oscar l'attendeva, lei era reale, viva e mai come in quel momento avrebbe voluto scusarsi, fare il doveroso inchino di ringraziamento e filarsela e...

Si rammentò...

Di nuovo...

Fallo adesso…

Afferrami, stringimi, non lasciarmi cadere nel vuoto della mia fine, nel nulla di una vita mai vissuta…

Le tue mani…

Le braccia…

Le sento, sulla schiena, le tue braccia, avvolgermi e chiudermi e stringermi e raggiungermi…

C'è racchiuso il mio stesso corpo, lo percepisco adesso, raccolto e non più dispersoe abbandonato, in balia dello spazio vuoto…

Ho paura e la sfido la mia paura…

Il desiderio è folle ed assoluto…

Mi spingo contro di te…

Afferro le tue mani le chiudo le stringo…

Ti spingo ancora e ancora…

Il tronco ruvido e caldo d'una solitaria quercia accoglie la tua schiena.

Talamo nuziale…

Le mani in alto s'intrecciano alle mie e le mie dita sfiorano appena la corteccia…

La bocca nella bocca…

Mi spingo la chiedo la copro la mordo una due tre volte…

Disegno con le labbra il contorno delle tue labbra…

Ogni incavo, ogni lembo, ogni rilievo…

Le sfioro e ritorno e mi chiudo su di te…

Ho paura si…

Ho paura che tutto sia sogno, incerto, vago…

Annuso l'aria allora e scorgo profumi carichi di menta, camomilla, fiordalisi, rose, mescolati all'odore della pelle che s'inasprisce di stoffa ruvida e ricami perfetti…

L'essenza dell'esistenza racchiusa dentro quella gabbia…

André si convinse, si, lei ce l'aveva ancora addosso quell'uniforme, anche se non l'indossava più.

I sensi davvero presero a pulsare, lui lì, lo sguardo impassibile, mentre il sangue ribolliva e se lui non fosse uscito al più presto da lì…

Dio…

Lei era là fuori.

Oscar era davvero là fuori e André si disse che doveva uscire di lì e raggiungerla…

E toglierle di dosso quella dannata uniforme...

La voleva...

Viva...

Voleva amarla, averla, era sua...

Non gl'importava più di nulla.

"Monsieur…" – esordì, la voce che usciva un poco stentata, arrocchita – "Temo di dover declinare la vostra gentile offerta...vedete...ho conosciuto una persona...".

L'altro lo guardò, l'aria un poco dubbiosa, che se anche c'erano mogli o fidanzate ad attendere chissà dove...

Divertirsi non era mica proibito!

No, Monsieur Norel de Ville non comprendeva.

"Si da il caso che questa splendida donna abbia scelto me...ed io...io non potrei mai offendere il suo amore...mi sarebbe impossibile distogliere la mente da lei...e nessuna fanciulla per quanto graziosa potrebbe mai esser capace d'indurmi a farlo…".

No, non lo sapeva davvero se gli sarebbe venuto da ridere o da piangere ed imprecare...

André voleva uscire da lì...

Le dita si chiusero, le labbra si strinsero quasi mordendosi, mentre il corpo scivolava giù, inghiottito da lei, che l'attendeva là fuori, e lui non ci poteva credere fosse davvero così.

L'interlocutore rimase spiazzato ma benevolmente colpito, che nella sua testa non gli pareva che le due questioni arrivassero a cozzare, ben potendo, al contrario, tranquillamente andare a braccetto.

Andrè fece un leggero inchino, per congedarsi...

"Monsieur..." – tossicchiò il capitano – "Siete un uomo davvero esemplare...anche se credo che di questi tempi una sola donna...beh...".

Norel de Ville prese a lisciarsi la barbetta bianca e corta che ornava il faccione. No, per quanto comprendesse continuava a non capire, ma...

Pazienza...

"E dite...vostro...pardon...vostro fratello? Forse gli farebbe bene un poco di compagnia! M'è sembrato un poco...".

La mano dell'uomo ondeggiò orizzontalmente...

"Nervoso!" – concluse con un sorrisetto.

La mano passò nuovamente tra i capelli, André prese a massaggiarsi la tempia col pollice socchiudendo gli occhi, sibilando un deciso no – non credo – dubito - che mio fratello - abbia necessità di – sì – insomma!

Gli era uscita così, non aveva trovato di meglio. Rideva dentro di sé, sì, adesso André rideva davvero, mentre s'avviava verso l'uscita con la faccia rivolta al capitano.

"Suvvia chiedeteglielo!" – l'incalzò l'altro – "Siete miei ospiti badate bene! Non oserei chiedervi nulla più di quanto voi altri potreste offrire! Ci mancherebbe! Il Capitano Norel de Ville è fiero delle sue ragazze!".

"Monsieur non l'avrei mai dubitato...".

André aveva preso a sudare, giusto che le viscere si stavano rivoltando e...

"Allora...vado...a...chiederglielo..." – si schernì, che ancora un poco e davvero si sarebbe ritrovato piegato in due - "Solo un istante...".

Dio, la desiderava così tanto adesso. Il sangue era alla testa e anche...

Sorrise André mentre la raggiungeva fuori, l'odore del mare intenso, la brezza della notte più calma, i sensi limpidamente sollecitati...

Si voltò solo un istante, per accertarsi che l'ufficiale fosse lì, ad osservarli, ad osservare la reazione di lei...

"Dov'eri finito?" – l'apostrofò, lo sguardo non prometteva niente di buono.

Lui incapace di trattenere le risa che di lì a poco sarebbero sgorgate irrefrenabili, il viso vicinissimo a sfiorare quello di lei e le parole che scivolarono dalla bocca, mescolate al calore umido della sera, all'aria profumata ed intensa dell'estate.

"Ascolta..." – s'avvicinò al viso, all'orecchio, la mano posata sul fianco, a stringerlo leggera, suadente, calda...

"Ascolta...ti voglio...voglio toglierti di dosso la tua dannata uniforme...questa notte...e non voglio che tu l'indossi ancora...non te la lascerò indossare mai più...a costo di amarti e amarti ancora fino a che non sarai sfinita...fino a che non mi prometterai che non l'indosserai mai più...".

Le parole scivolarono piano, inaudite, sorprendenti...

André lo sapeva che nonostante tutto lo stupore risentito avrebbe innervato la reazione, così come accadde, mentre intuì i muscoli della schiena irrigidirsi, lei sorpresa, incredula, che tentava di scansarlo con una manata sulla spalla e lui docile si lasciava colpire ed indietreggiava a sua volta, solo un poco, giusto lo spazio necessario a mantenersi su di lei, occhi negli occhi, a godere dell'immenso stupore, sempre differente, sempre intensamente sensuale ed eccitante al punto che davvero se non fosse riuscito a cavarsi da quell'ennesimo guaio gli sarebbe accaduto di non riuscire neppure a raggiungere la cabina.

No, dannazione...

"A..." – la vocale aspirata del nome gli si sarebbe rovesciata addosso, implacabile.

L'altro le tappò la bocca: "Ssshhh!".

L'indice alle labbra, il cuore batteva all'impazzata...

La testa prese a negare, il viso s'avvicinò di nuovo: "Ti voglio…stai con me…questa notte…voglio averti…respirare dentro di te…guardarti mentre dissolvi te stessa…baciare ogni parte di te...tutta...".

Le parole morirono, gli occhi parlarono mentre il sangue si scioglieva...

L'altra gli piantò addosso occhi allucinati, lo sguardo intriso da mille barlumi di stupita incoscienza ed il viso acceso d'un intenso colorito rosso.

Si staccò da André guardandolo con occhi interrogativi e quasi increduli, non riuscendo a sostenere lo sguardo.

Un'altra manata sulla spalla, per allontanarlo da sé…

Che, sì, d'accordo, anche lei, anche lei, voleva…

"Ma che ti prende?"- farfugliò, mandando giù, abbracciandosi, incapace d'indietreggiare ch'era già a ridosso della parete.

"Allora?" – chiese lui di nuovo, insistendo con gli occhi e...

La sua bocca,

Dio, la sua bocca...

Lei si perse, un poco: "Io…sì…ecco…".

Lui sorrise, un cenno a non dire altro.

"Aspettami...torno subito...".

Si girò sorridendole di nuovo, lasciandola lì a bocca aperta, interdetta ed incapace persino di arrabbiarsi, a seguirlo con gli occhi mentre lui tornava dal comandante.

"Monsieur…era come pensavo...mio fratello Charles...vi è grato della vostra cortesia ma vedete...oh...non so come dirvelo!".

"Allora ditelo e basta!" – sentenziò De Ville un poco spazientito.

"Vedete...anche...mio fratello...ha conosciuto una persona che gli è stata molto vicina...sapete...è probabile che al termine di questo viaggio...ebbene...monsieur...è davvero possibile che si sposeranno...".

"Oh...ma...".

L'obiezione era sempre la stessa. Non c'erano incompatibilità di sorta nella testa di De Ville.

"E...è tutto monsieur...vi siamo grati delle vostre cortesie ma preferiamo ritirarci. Grazie dell'offerta…buona serata!".

Persino André si ritrovò per un istante sorpreso dalle sue stesse parole.

"Se la mettete così, allora, buona serata anche a voi!" – concluse l'altro con aria un po' delusa.

C'era che quei due non gliela contavano giusta, dato che proprio non si capacitava, il capitano, che i giovanotti di quel tempo si permettessero di far tanto gli schizzinosi di fronte ad una giovane e bella fanciulla.

Lui ai suoi tempi di scrupoli se n'era fatti pochi.

La chiosa gli morì sulle labbra, i sensi subito catturati dagli accesi pettegolezzi che animavano il salottino.

André era al colmo.

"Esigo delle spiegazioni! Che diavolo significa quello che mi hai detto?" – saltò su ed arrossì e lui di nuovo appoggiò la mano sulla bocca e di nuovo si morse il labbro mentre percepiva il respiro di lei, caldo, sul palmo...

"Ssshhh...".

E sì ch'era accaduto ma adesso…

Sì, era accaduto ma non era mai stato necessario sfidarsi attraverso parole audaci, intense, e allora, prima, era stato solo il pensiero dell'incedere dolce, dentro, sin nel fondo delle viscere - ondeggiando piano, suggellando l'intenso fremere dei muscoli - ad aver guidato i gesti, annebbiato i sensi come vino soave, colmato i muscoli di onde piene e ritmate.

La voce...

Timbro suadente e fondo.

Suono che s'era fatto strada e pulsava colmando tutto, nessun pensiero, solo...

Dio...

Lei lo squadrava furiosa e mai come in quel momento...

André appoggiato alla parte del corridoio, soffiava per contenersi, per non ridere davvero, forse cercava le parole giuste, per...

"Ho rischiato di finire di nuovo come alla locanda ricordi!?" – riuscì a balbettare, tornando a guardarla.

"Cosa?" - certo che lei se lo ricordava e dannazione allora era così, allora era vero, che non ci voleva niente in quel mondo ad esser tirati dentro un bordello e...

Nemmeno gli aveva mai chiesto che fosse accaduto davvero tra lui e quella...

Quella...

Lui aveva detto nulla!

Niente! Dannazione come si fa a dire niente!

Oscar si scosse.

Il suo André…

Il suo André, cuore e mente e…

"Sì…" – proseguì lui – "Devi sapere che il capitano tiene a bordo alcune fanciulle per allietare i viaggiatori che affronteranno tratte piuttosto lunghe. Dunque…quell che tu hai deciso d'insultare poco fa è un mercante di grano diretto all'antica Bisanzio!".

S'era calmato André, un respiro fondo...

Non era sicuro che lei avrebbe apprezzato la descrizione di certe pratiche, per quanto ormai ne avesse compreso l'esistenza, anche se di fatto, ogni volta le si erano rovesciate addosso come una pioggia fredda d'estate.

Les Roses Blanches, Helena...

E poi...

Si scosse André...

"Aspetta…aspetta….non è finita! Io naturalmente ho rifiutato e allora il capitano mi ha chiesto se per caso mio fratello fosse interessato! Ha visto ch'eri un pò...norvoso!".

Fulminato da un'occhiataccia...

Dove trovava André il coraggio di scherzare sul suo diritto di difendere i sovrani?

Chi diavolo si ritrovava davanti?

"Se non altro abbiamo certezza che nessuno s'è accorto che sei una donna!" – la mano volteggiò in aria disegnando volute – "E questo è un bene! Comunque per non offenderlo sono venuto da te...".

Se lo rammentava Oscar quell'istante e le parole e avvampò di nuovo, quasi più di prima.

Dannazione, lui era più forte di lei!Era così bravo a prenderla in giro…

Si sentì davvero una stupida, alla sua età...

E dopo che...

Che...

"André tu…poco fa…mi hai detto…" – irripetibile!

Non riusciva a ripetere ciò che le aveva detto André, oltrettutto rendendosi conto ch'era solo stata usata...

Sì, lei era furente, lo si poteva intuire dalle labbra serrate, incapaci di sfoderare il consueto ghigno ironico di fronte a tanta sfrontatezza. André intuì che negli occhi aleggiava altro, non si trattava solo di osteggiare una pratica disgustosa che mai lei aveva approvato.

C'era dell'altro…

Lei era lì ed era…

E, diavolo, lui era André e lei non se lo sarebbe mai immaginato che lui avrebbe potuto pensare, dire e…

Chiederle ciò che aveva sussurrato...

Eppure non si trattava solo di quello.

Un tempo lo sdegno avrebbe tacciato tale proposta come…

Assurda, indecente...

Ma adesso…

"Tu…mi hai detto…che avresti voluto che io…e te…vorresti avere la compiacenza di spiegarmi cosa c'entra il tuo discorso con quello che mi stai dicendo?" – terminò lei, esausta ed infuriata di fronte alla sua stessa incapacità di replicare alle parole di André.

"Quando sono venuto da te non avevo tempo per spiegarti...mi serviva solo che il capitano assistesse ad una reazione..." – tossicchiò non si capiva se per schiarirsi la voce oppure evitar di ridere – "Di disappunto! Non mi andava di riferirti apertamente la proposta...mi sarebbe sembrato...".

Gli occhi puntarono su di lei, il senso…

Indegno!

"E così...mi sono limitato a dirti ciò che avrei voluto fare...me l'aspettavo che tu...tu...beh insomma che ti avrei sospreso...che avresti reagito così?".

Baciarti ovunque...

Respirarti ovunque...

Toglierti di dosso la tua dannata uniforme...questa notte...

Non te la lascerò indossare mai più...a costo di amarti e amarti ancora fino a che non sarai sfinita...fino a che non mi prometterai che non l'indosserai mai più...

Guardarti mentre dissolvi te stessa…

Baciarti...

"Vuoi dire che il comandante ha pensato che m'interessasse la compagnia di quelle ragazze e tu…tu…invece di dirmi come stava la questione...e fargli intendere che la cosa non mi interessava...ti sei permesso...".

Lo sguardo si fece di ghiaccio...

Lei ci aveva creduto alle parole di André e s'era sentita sprofondare e adesso veniva a sapere ch'era stata tutta una messinscena, orchestrata per divertirsi un pò e prender tempo e lusingare quell'altro pallone gonfiato del capitano...

E lei...

"Ti sei preso gioco di me….io non…non riesco quasi a riconoscerti André… non pensavo saresti stato capace di dire certe cose….io…".

Sublime ed eccitante gli doveva apparire adesso lei.

Nemmeno dieci minuti prima livida di rabbia perchè qualche villano s'era permesso d'offendere i sovrani...

In altri tempi quell'idiota sarebbe stato sfidato a duello in un istante...

Ce l'aveva ancora addosso la sua dannata uniforme ma André adesso avrebbe potuto prendela per mano e tirarsela dietro e chiudersi dentro quello dannata cabina e togliergliela di dosso quella dannata uniforme e con essa tutta la sua arroganza e tutta la sua dannata disperazione che ancora la legava a quel mondo così lontano, impresso con marchio a fuoco sulla pelle.

L'avebbe baciata lì, proprio lì dove il marchio pulsava e doleva a morte...

La mano afferrata di corsa, senza dire altro.

Nessuna spiegazione se la tirò dietro e lei lo seguì, incredula. Il percorso a ritroso incespicò nelle nasse raccolte, scansò barili ancorati sul ponte a trattenere le vele dell'albero maestro e di quello di bonaventura.

Un cenno di saluto a due marinai che fumavano appollaiati accanto al bompresso.

Una rapida virata già dalla scaletta...

Il secondo ponte, buio...

Un istante d'indecisione...

"Gilbert...".

"Ssshhh" – replicò lui, il tempo d'abituarsi al buio, i sensi raccoglievano le informazioni da restituire ai muscoli.

Ancora un istante, i passi ripresero…

"Dovrebbe essere la direzione giusta! Giusto?" – bofonchiò André e lei lì che le pareva che nemmeno stesse parlando davvero con lei. Le pareva quasi invasato.

"Gilbert!" – tirò indietro il braccio, per staccarsi, in prossimità della stanzetta.

Il soffitto era basso, lei s'abbassò e gli mise una mano sulla testa perchè anche lui s'abbassasse, nel dubbio che fosse troppo buio e lui non si rammentassero dove si trovavano.

Inciampò André...

A terra doveva esserci uno sgabello...

"Dann..." – un'imprecazione soffocata da una mezza risata – "Ci siamo...".

Stavano giù, dopo il ponte di coperta, a dividersi lo spazio col resto dei passeggeri e poi con l'equipaggio, giù, ancora più giù, rigorosamente tenuto a distanza nel fondo del ponte di batteria.

L'odore rancido delle vele, del cuoio marcito, del cordame ammassato...

Gli effluvi più noti che si spandevano dalle cabine delle dame che avevano incrociato durante la cena, assolutamente sorprendenti per una nave che un tempo aveva affrontato altre battaglie, immersa nei sentori della polvere da sparo e del catrame e della pece e della colla...

La porta s'aprì, buio...

La porta si chiuse e lei lì alle sue spalle.

Buio...

André prese a ridere, che quasi lei sussultò!

"André...".

Era giusto, non era da lui comportarsi come un folle senza regole...

Un respiro fondo...

Era buio...

Lui si voltò, un passo verso di lei e lei indietreggiò. L'intuì che André si stava avvicinando...

Andò a sbattere con la testa contro una mensola ch'era attaccata alla parete.

"Ahi!".

"Scusa..." – si schernì lui che continuò ad avanzare.

Era tornato serio.

La guardava adesso, nel buio più pesto...

Da tempo non aveva più necessità d'una vista perfetta per intuirla, lei e le sue contraddizioni e le sue isterie, i suadenti smarrimenti, la testardaggine, la sensuale ritrosia di fronte all'evidente travolgimento dei sensi.

L'intuiva incredula e persa ed innocente nel suo essere ingeterrima nei costumi, incapace di pensarsi e vedersi come una donna in grado di sentire e fare e sentirsi dire e sentirsi amare…

Un moto di tenerezza...

"Non l'ho solo pensato ciò che ti ho detto e non l'ho detto solo per provocarti...".

Le mani si strinsero ai fianchi, chiudendo la presa, leggera e piena. Le dita si mossero appena, mentre lui intuì d'esser sul suo viso, la bocca vicina, il respiro silenzioso ma agitato.

"Perdonami Oscar…perdonami…".

"Cosa…".

Una strana provocazione...

"Sì…vorrei…vorrei perdermi dentro di te…vorrei sentire tutto di te…ascoltare la tua voce dentro di me…e perdermi nel tuo respiro…non credo di averlo mai desiderato così tanto come in questo momento…anche se è già accaduto...ma...non so come spiegartelo...ogni volta è come se non fosse accaduto mai...ogni volta è come se t'incontrassi per la prima volta...".

Oscar…

Non pensare più a nulla…

Ti prego…

Lascia che sia così, adesso, come fosse stato così da sempre e come sempre vorrei fosse così, sempre….

Non conosco che te, non ho amato che te e qui, adesso, è come se tutto dovesse essere così.

Mentre il cuore inizia a battere forte e le dita si schiudono a trattenere i muscoli, ad accarezzarli e percorrerli come luoghi inesplorati e allora ti sento avvolta e piegata e morbida e liscia e poi tesa di nuovo mentre ti seguo nel tuo respito disteso.

Nel mio sguardo, il buio del cielo, solcato da corone di perle infuocate e fredde che illuminano la pelle e si fondono e ghiacciano l'umida consistenza del tuo pallore, latteo, appena scaldato e vinto da labbra avide, a solcare ogni lembo, ogni incavo sconosciuto e sognato, come quel cielo lassù che ci immerge e ci avvolge immobile, inesplorato, vicino…

I sensi s'inebriano dell'aroma concentrato e puro della terra mescolato al sentore dolce e salato del ventre, sospinti dal richiamo aperto, umido, limpido, repirato, dissolto…

Non ho respiro per chiederti nulla…

Invoco il tuo assenso correndo ai tuoi occhi che raccolgono il mio volto e posano sopra di esso il consenso impercettibile…

Sì, adesso…

Sì adesso…

Adesso nel buio ascolto l'incedere lento e ritmato della carne che penetra e affonda e dolorosamente spezza e brucia e dissolve la mia vita inviolata…

Sì, adesso, nel buio ascolto il tuo respiro impossibile e lieve e profondo, sconosciuto e denso dell'umore del tuo profumo…

Lieve e lontano mi giunge un volo del cuore che colpisce i muscoli…

M'attraversa sollevandomi…

Nel frastuono della carne violata che si sgretola trascinandomi via, mi aggrappo disperatamente a te, stringendomi a te ed a me stessa, per non affondare e per lasciarti entrare fin dove il respiro si spezza…

Non fermarti, non lasciarmi, non temere…

Non ho paura adesso, non più…

Soffiò le parole nell'orecchio e lei sussultò, la mente ancora in combattimento, il corpo incapace di sottrarsi all'abbraccio, gli occhi chiusi, ch'era buio, e non c'era nulla da vedere, sospesa dentro le parole, dentro la voce, suono di desiderio ancestrale, stretta, chiusa dalle braccia forti, il collo un poco teso, appena accarezzato dalle labbra, leggere...

Lei era lì…

André non riuscì a mantenersi docile.

Le mani si strinsero ai fianchi e le dita si mossero per estorcere alla stoffa il sentore di lei, lì, d'assaggiare sotto le dita, cercando la pelle morbida, calda, ripercorrendo la curva dei fianchi, e poi su di nuovo verso le spalle ed i seni, ancora imprigionati nelle fasce che non poteva togliere, non ancora.

"Non sai quanto ti desidero Oscar...non sai quanto…" – le labbra a lisciare le labbra, accarezzare il viso, strofinare la guancia, leggero.

E lei lì ad ascoltare le carezze, tiepide e profonde.

"Ti voglio adesso...".

Socchiuse gli occhi lasciandosi trasportare dal contatto della pelle calda, solo un poco ruvida...

"Mi sembra quasi di non riconoscerti più…" - sussurrò, mentre il respiro si fece fondo e veloce, il desiderio risvegliato seppure ancora tentata di tenerlo a bada, che non le pareva vero d'esser divenuta così...

In piedi…

Le mani si mossero raggiungendo la stoffa.

Un pertugio…

Si fecero strada liberando il sesso.

Le mani s'aprirono afferrandola da dietro e sollevandola un poco.

Oscar si ritrovò lì, contro la porta, schiacciata dal corpo di lui che la tratteneva, il peso adagiato sulle mani…

La testa un poco reclinata che il soffitto era basso...

Non avvertiva il peso, non avvertiva la scomodità della posizione...

Solo...

"Ti prego…" - sussurrò lui, guidando il respiro ed i muscoli perché anch'essi s'imprimessero su di lei e lei comprendesse e l'accettasse, così, anche così, anche senza...

Le gambe istintivamente si chiusero su di lui per ancorarsi al corpo.

Le braccia si strinsero al torace, incrociandosi sulla testa, affondando nei capelli...

Affondo intenso...

Il corpo si tese per accoglierlo e tenerlo dentro di sé, il respiro s'annullò, la visione di sé scomparve per lasciar spazio al respiro di lui, alle intense e forti spinte che lo spinsero dentro di lei, intensamente...

La bocca affondata si staccò…

"Ti voglio…".

Poche parole, sussurrate, sospirate, a guidare il calore che a poco a poco si scioglieva tra loro.

"Ti voglio…".

Poche parole, respirate piano, impeto nuovo e diverso e antico e perso nel loro passato.

"Ti voglio…".

Il prima possibile…

Il respiro sottile e caldo…

Le mani sciolte in percorsi conosciuti e morbidi…

Le dita a cui affidare il desiderio non più capace di trattenersi…

…senza attendere null'altro…

Un affondo soffocato e poi un altro ancora e poi ancora…

Trattenuta su di lui dall'abbraccio e dall'affondo e dal respiro che la solcavano tutta…

Ancora...

Lucidamente molle...

Ancora...

La carne accolse l'affondo perduto, disarmato, folle.

Il tremito si espanse dentro…

Il corpo s'irrigidì, s'ammorbidì, sciogliendosi e sollevandosi nel respiro troncato e secco.

Le parve davvero d'avere la sua vita tra le mani, lui disperso in lei, completamente succube del desiderio che guidava i gesti istintivi, impazziti e sublimi...

Lui perduto nel fulgido potere che consente d'accogliere un uomo ed ascoltarlo perdersi dentro di sé...

L'amour...

Toujours, l'amour...

Il respiro riprese a scorrere piano...

Gli occhi erano chiusi, lei l'intuì mentre le dita lo accarezzavano, piano, sul viso, come fosse stato un bambino che s'era smarrito, e s'era spaventato e stava tornando in sé...

La voce uscì spezzata e morbida…

"Perdonami…" - disse André con un filo di voce.

"Perché…" – chiese lei incerta.

Sapeva, intuiva il desiderio spasmodico...

Non se l'immaginava così impulsivo e profondo, al punto da travolgerla…

"Non potevo aspettare…non ti ho aspettato…ma volevo…".

Lei gli mise la mano sulla bocca, il respiro si sciolse sulle labbra, mentre le dita si muovevano piano disegnandone il contorno.

"Perdonami tu…" – mormorò perduta.

"Cosa?".

"Io non sapevo che tu…che tutto questo fosse così…".

"Cosa…vorresti dire?" – ripetè lui aprendo gli occhi.

Ma era buio...

Intuì solo il respiro di lei e lei gli era addosso con il viso...

"Perdonami" - ripetè lei stringendosi ancora di più – "Perdonami se non l'ho mai compreso. Tu mi hai atteso tutti questi anni e io nemmeno m'immaginavo la tua sofferenza…se adesso questo è ciò che senti...lo stesso che sento io...allora…sono io che devo chiederti perdono per non averlo capito prima…".

Scivolò giù, i piedi a terra e le ginocchia un poco tremanti.

André la strinse ancora di più, chiudendo gli occhi e affondando nell'incavo del collo.

"Allora mi permetti di rimediare?" – le sussurrò piano.

Lo sguardo stupito...

Era buio...

Il cuore balzò che non comprendeva…

"Rimediare?".

Riprese il respiro, riprese a baciarla, spingendola indietro, a piccoli passi, danzando su sé stessi, nella piccola stanza buia, colma di respiro e d'umori soavi di sé stessi...

Ripresero ad assaggiare le dita, il tepore della pelle, a liberarlo piano...

Riprese a respirare, innalzando il fremito senza voce dell'orgasmo ancora inciso nei muscoli...

Le mani si mossero sicure questa volta, raggiungendo la camicia, sollevandola fino alla testa, per poi superarla e lasciare cadere l'indumento lontano.

Gesti decisi all'unisono con quelli di lei, ch'eseguiva taciti ordini, guidata dall'intenzione, unica e certa per entrambi, d'arrivare a sentirsi, l'uno contro l'altro, pelle contro pelle.

Le mani tornarono ai fianchi liberi, liberando le gambe...

Le mani a litigare dolcemente con gli stivali, le brache...

Abilità messe a dura prova dall'esiguo spazio, da movimenti intensi ma trattenuti...

"Ti voglio…".

Continuò a baciarla, trattenendola lì mentre lei si staccò solo quel tanto ch'era necessario perchè le mani potessero muoversi più liberamente.

Pareva che i vestiti non finissero più…

Le fasce finirono a terra, allontanate con tutto il loro straordinario carico di sofferenza.

L'aria fredda scacciata via dal corpo che sovrastò il corpo a chiuderlo, imprigionarlo, a trattenere il calore...

Redimersi perdendosi e ritrovandosi...

Il palmo aperto scese leggero, dai fianchi verso le cosce, andamento sensuale e pieno, tornando al torace, ai seni accarezzati piano, deliziati da baci in piccoli tocchi...

Non erano carezze…

Non solo almeno.

Intense e mai provate prima...

Dolce liquore che inebria e scioglie i pensieri e i gesti e li rende audaci ed impossibili da trattenere.

Affiancarsi al buio, accarezzarsi, assaggiarsi, strofinarsi e perdersi in quel contatto tanto cercato.

Ora erano l'aria fredda ed i palmi tiepidi, contrasto a scivolare e scorrere ed indugiare, così sulla pelle come nella gola, mentre il respiro scivolava leggero sui capelli, trattenuti nelle mani, raccolti, stretti, perché neppure essi si frapponessero al viaggio e lasciassero spazio alla bocca, ad assaggiare ogni lembo di pelle.

Scivolò giù nel vortice intenso, raccogliendo la richiesta, spingendosi verso di lui, ripetendo gli stessi gesti, sfilando la camicia, più piano però, appoggiando la mano aperta sul ventre contratto, timorosa...

"Chiudi gli occhi..." – sussurrò lui – "Non sono necessari...".

Chiuse gli occhi ed il contatto s'espanse dalle dita che divennero avide d'ascoltare il contrarsi dei muscoli, impercettibile…

Linee solo immaginate, finalmente riempite, colmate della sensazione viva, di lui.

Non erano al sicuro, non del tutto...

"Dimentica tutto..." – continuò lui – "Solo per questa notte...".

Dimenticare, sì, lo voleva davvero anche lei, nemmeno s'impose di farlo...

Non aveva più vestiti addosso, nemmeno quelli che non indossava più da tempo e che pure le parevano ancora esser cuciti sulla pelle.

La bocca nella bocca, a cercare le labbra, da assaggiare prima e mordere poi, e ancora sul viso e sul collo, mentre il respiro scorreva dalla gola, caldo, a tratti sospeso e poi perso nell'impeto impossibile d'arginare...

André voleva rimediare, sollevarla, fino a che fosse stata lei a chiedere d'entrare dentro di lui...

Anche lei si spinse nella bocca a cercare il respiro e il contatto umido e senz'aria, sempre più intensamente, sempre più nel profondo di un abisso che non aveva più dimensione.

La mente lentamente si perdeva, trascinata dalle sensazioni che via via si scioglievano nei baci pieni, quasi feroci, quasi essi stessi non avessero più alcun controllo di sé.

"Era…era questo che intendevi?" – chiese lei, un filo di voce, staccandosi un istante e fissandolo nello sguardo.

Era buio...

Intravide lo sguardo addosso a sé...

Il respiro affannato…

Gli chiese cosa stava accadendo a lei, immobile al centro della stanzetta, incapace di staccarsi da lui, nell'urgenza di mantenersi li, l'uno nel respiro dell'altra.

Se l'immaginò, lì al buio, nella testa, le mille volte in cui aveva percorso il suo torace, il ventre, i muscoli, i lombi, stretti, le braccia forti, disegnandole attraverso linee immaginarie che ora poteva ripercorrere davvero.

Comprese che lui aveva ragione.

Anche se era già accaduto, era come se ogni volta lei imparasse a riconoscere una nuova piega della pelle, impercettibilmente nascosta in un respiro più teso, in un fremito nuovo, mai ascoltato.

Solo immaginata e poi percorsa attraverso linee sospese ed ora disegnata con le dita.

La sensazione del contrarsi ruvido e fulgido si riversò, imponendole d'essere audace, a non fermarsi, ogni più piccolo lembo di stoffa tolto di mezzo...

L'abbracciò forte, stringendolo a sé, spinta con tutta sé stessa nelle braccia forti e salde che non la lasciavano.

Il respiro affannato e la pelle morbidamente accaldata lo costrinsero a fermarsi, un istante, poi lui l'abbracciò di nuovo, sollevandola un poco, era così leggera...

Ascoltò la presa e la forza chiuderla e spingerla verso l'alto, solo un poco, perché lui potesse ora accarezzare con le labbra i suoi seni, prima solo adagiati sul suo petto.

Era così leggera e si sentì così leggera che si sollevò attorno a lui, chiudendo le gambe su di lui, intrecciandole, fin quasi ad avvolgerlo, le mani affondate nei capelli, insinuate trattenendo a sé la nuca.

Si strinse a lui, ascoltò le labbra sciogliere il calore sul petto, sui seni, sulla pelle.

Ascoltò sé stessa divenire…

Non sapeva neppure lei cosa…

Divenire…

Scie concentriche di piacere chiuse e liberate da un lembo di pelle scosso dal battito veloce…

Viso sul viso, respiro su respiro, battito su battito...

André voleva rimediare...

Condurla a desiderare di tenerlo lì su di sè...

Ogni tocco s'allargava dentro, percorrendola, insinuarsi fin nel profondo del ventre, ritmo inesorabilmente dolce, a torturarla, costringendola ad ascoltare la coscienza ed respiro disperdersi...

Istante dopo istante le mani conquistavano un gesto nuovo, una carezza nuova...

Istante dopo istante lui ascoltava il corpo di lei abbandonarsi, sciogliersi allo scorrere delle dita, sapientemente immobili a cercare il respiro sempre più roco e quell'estasi a cui si sarebbe presto affidata.

Non volle più aspettare…

Giù, indietro, distesi, la bocca insinuata nell'incavo nell'arteria pulsante e piena…

In un movimento lento s'abbandonò sul giaciglio misero e ruvido, bocca sulla bocca...

Non un bacio intenso e liquido questa volta…

Affondi, onde che incidevano la gola vibrando e risuonando giù, ancora più giù, fino al ventre, alle gambe, alle braccia tese, percorse da forza che pareva togliere ogni residua resistenza…

Molli, abbandonate, piegate all'intesa con l'altro.

Le mani, leggere e veloci, esplorarono di nuovo il corpo, la pelle, via via accaldata e umida...

Rimediava André...

Calore che nasceva dentro, come fuoco che invadeva senza scampo...

Calore che la richiamava a sé stessa ed a lui...

Calore intenso che pareva irradiarsi da sé per avvolgere lui e trattenerlo in un unico abbraccio, come fiamma che avvolge e brucia...

Aspetta amore mio…

Aspetta ancora…

E' vero, io ti voglio…

Ora….

Fermo le tue mani che mi cercano.

Le imprigiono nelle mie…

Le fermo e le tengo strette perché ho bisogno di sentire la tua bocca.

Prima di tutto.

Prima di ogni sapore, di ogni sguardo, di ogni fremito...

Prendo le tue labbra….

Le bacio di nuovo…

Non come fossero mie…

Non voglio nutrirmi di esse, consumando il mio desiderio di esse…

No…

Non prima di averle assaggiate…

Le assaggio, le riconosco, velluto che sfiora ed accarezza i sensi, la pelle, l'anima.

Le assaggio, ascolto...

Scorrono sulle mie labbra e su di me…

Le tue labbra…

Mi riconosci…

Riconosci le mie labbra che ti cercano, ora, piano ma non si fermano.

Le desideri e le assaggi e ascolti il mio respiro su di te, intorno a te.

Entro...

Di nuovo...

Dentro...

Respiro trattenuto prima leggero ora veloce...

Mi trascina con sé...

Canto antico, ritmo incessante, acuto e morbido, lieve e doloroso...

Dentro di te...

Non lasciarmi...

Sono dentro di te.

Ti sento…

Assaggio la pelle, di nuovo, osservo i tuoi occhi aprirsi e parlarmi e chiedermi di restare in te.

E chiedermi di non lasciarti.

Non ti lascio…

Assaggio il viso, le guance scavate e lisce, il collo che si tende e risponde alle mie labbra.

Lo percorro, lo sfioro e ne seguo la linea leggera, giù fino al petto, fino ai seni schiusi come fiori dopo un lungo inverno.

Li accarezzo piano, mi soffermo e mi abbandono alla loro soffice rotondità, che è già nella mia mente.

Grani d'uva…

Li assaggio piano…

Le mie labbra lentamente li racchiudono...

Si schiudono, intesamente...

Li sento dentro la mia bocca e li sento nel tuo respiro…

Sono dentro di te...

Immobile e sospeso….

Quasi trattenuto come se ora tu respirassi attraverso me…

Una mano resta alle tue mani lontane ora, lassù…

Lontane…

E le tue braccia morbidamente abbandonate lassù mi indicano la strada da percorrere.

Ti offri a me e lasci che io mi perda in te, in ogni lembo di pelle.

E' buio, so che mi stai osservando, quasi ci riflettessimo l'uno nello sguardo dell'altra.

Assaggio la tua pelle, di nuovo…

Le spalle morbide, le braccia leggere...

Ti cerco e ti assaggio lentamente, dolcemente e i gesti seguono il cuore e i battiti che si susseguono e per un attimo quasi si perdono e mi aspettano.

Allora lo inseguo il tuo cuore e lui si ferma, per un istante, mentre il mio impazzisce quasi e mi toglie il respiro.

Sono dentro di te...

Il mio corpo copre dolcemente il tuo e lo nasconde, modellandosi, aderendo, accarezzando...

Pelle contro pelle, respiro contro respiro...

Basta questo a lasciarmi in balia del tuo volere.

Percorriamo lo stesso sentiero e ci guidiamo l'un l'altra.

Sei tu a guidare me, con il tuo respiro e le tue carezze...

Ti voglio….

Ora….

Lascio le tue mani, le lascio libere di cercarmi e di aggrapparsi a me.

Mi abbracci, mi stringi, le dita si muovono intense e chiedono della pelle e scorrono su di me, graffiando, cercando, incidendo il segno del possesso e dell'amplesso...

Assaggio…

Di nuovo…

Il tuo ventre...

Nuvola soffice e morbida che si ritrae al mio tocco e quasi sfugge.

Lo percorro lieve, senza lasciarti, lo bacio e lo sfioro e mi perdo dentro ad esso e lascio che s'apra a me, che non tema la mia mano che ora si insinua a cercare il piacere che cresce.

Non mi guardi.

Non hai più bisogno d'osservare i miei movimenti o controllare il mio sguardo...

Ti lasci amare e sento il tuo corpo aprirsi...

Lo lasci libero, offrirsi a me, teso e molle, aperto e nudo…

Non hai più paura…

Il capo reclinato…

Non mi guardi più e ti abbandoni...

Non hai più paura...

Ora conosci la strada e sei tu a volerla percorrere e a chiedermi di condurti là…

M'inebria il tuo volto abbandonato e teso, la tua bocca dischiusa a respirare il mio respiro.

M'invadono le tue mani strette che si chiudono su di me e non mi lasciano e si stringono a me, in attesa di fremiti sciolti impossibili da fermare.

Cerco i tuoi fianchi e li abbraccio e mi stringo ad essi ed il respiro veloce, a tratti quasi sospeso, mi regala il desiderio immenso d'essere dentro di te.

Piano…

Mi muovo piano per non farti male.

Ascolta...

Ascolta te stessa in ogni istante...

Ti stringo e ti osservo e scivolo dentro te, che inebri i sensi e sciogli la mente e godo del piacere che provi e che sono io a darti.

Ti amo...

Perché sei con me.

Ti amo e ti osservo.

E ti ascolto…

I tuoi respiri…

Sono i miei respiri.

Le mie mani sono le tue mani….

Prima veloci…

Sollevano dall'abisso l'onda che vibra e percorre ed annienta….

Poi lente …

Le tue mani…

Si fermano e mi stringono...

Il tuo respiro ora è sospeso...

Immobile….

Onda che si carica, leggera, lontana...

Arriva riversandosi sulla terra, rimescolandosi ad essa...

Ascolta...

Ti aspetto...

Rimedio al mio peccato d'averti voluta...

Ti aspetto ti ascolto e ti guido...

Tu sei onda…

Respiri piano…

Ti sollevi e non mi lasci…

Ed io sono terra.

Ti conduco a me.

Lascia che diventi mio questo desiderio che ora diviene privilegio, dopo avermi accompagnato per una vita intera.

Aspetta…

Aspetta amore mio…

Ancora un istante…

Lasciati andare al tuo piacere.

Lascialo entrare in te…

Ti tengo stretta e sento il tuo respiro che si ferma e il cuore quasi non batte più.

Non ti lascio, mi chiedi di non farlo e mi raggiungi dentro di me.

Ti abbraccio forte.

Trattengo il tuo respiro sulle mie labbra.

E' mio il tuo respiro.

Lasciami baciare le tue labbra perché io possa rubare la voce ed il sussulto silenzioso, impercettibile che ora nulla potrà fermare.

Non ti lascio e ti ascolterò, tenendoti stretta.

Ecco…

Ora il tuo respiro è immobile…

Il tuo corpo s'arresta…

Immobile…

S'inebria, un fremito lo percorre…

Onda inarrestabile…

E poi un'altra, un'altra ancora…

Una dopo l'altra...

Ti attraversano, ti trascinano, quasi t'impongono d'allontanarmi...

Immersa nell'orgasmo che percorre e morde ed annienta...

Mi cerchi di nuovo, mi guardi ed io non ti lascio.

Azzurro stupito e languido inonda il mio sguardo e mi lascio trasportare via dalla sua forza…

Il tuo corpo non ti appartiene più e quasi temi lo smarrimento infinito dell'estasi che trascina giù nel profondo degli abissi e poi risale in superficie, dove veloce s'infrange sulla terra...

Onde, una sull'altra, una dopo l'altra.

S'infrangono su di me.

Dentro di me…

Le accogli, le sfidi, le accetti, vinta dal tremito incontrollabile.

Ti accolgo, ti abbraccio, ti stringo...

Ora sono io che non posso più fermarmi…

Le tue mani si stringono a me, percorso da te, dal tuo respiro…

Ora sono io che seguo te e mi muovo e ti porto fin dove tu mi hai chiesto.

E la tua bocca mi lascia…

Respiro, sospeso, assente…

Infinitamente perso…

Dentro di me.

Vedi te stessa finalmente.

Ascolti l'essenza più pura, sensuale, umana e divina al tempo stesso.

Emerge dal profondo del cuore e del ventre...

Annienta il respiro e ti conduce verso il tuo essere, ciò che desideri, ciò che sei stata da sempre e ciò che devi essere per vivere.

Universo racchiuso nel tuo corpo che sposa il mio...

Luce unica ed invisibile dell'anima che si unisce alla mia.

Sono anch'io con te, amore.

Non ti lascio...

La mente si fonde alla tua...

La tua estasi diviente mia...

Non ti lascio…

Resto dentro te….

Tu sei la mia esistenza ormai e la mia vita ora ti appartiene.

Ti seguo…

Dove sei ora. Sei mia. Adesso…

Lascia che resti amore mio...

Non ti lascio e stringo le tue mani.

Non lasciarmi….

Stringimi e non lasciarmi, perché io non possa perdermi che dentro di te, solo dentro di te.

Uniti nella stessa danze le nostre essenze si liberano e risalgono dal profondo.

Ti amo...

Con tutto me stesso.

Ogni parte del passato ed ogni istante che sarà nel mio futuro.

Ti amo e resto...

Dentro te.

Dentro te che ora sei la mia vita.

Dentro te…

Lascia che l'anima ti parli e mi parli, attraverso i tuoi occhi e la tua voce.

Lascia che il brivido si perda nella liquida dimensione del sublime.

Lascia che il respiro spezzato trattenga il mio nome sulle tue labbra.

Tutti saranno la mia estasi e scioglieranno le mie lacrime, con cui laverò il tuo corpo e la tua anima.

Versate dentro te, mentre racconterò di te al mio cuore e griderò tutto l'amore che ho per te, per la tua vita, quella che hai vissuto e quella che vivrai.

Dentro la tua essenza, sensuale e pura.

Anche oltre la tua stessa vita….

E alla fine mi perdo anch'io, in quel mare profondo che mi trascina in te.

Bruciò allora l'esistenza passata, dispersa come cenere nel deserto.

Brucio il gelo del corpo.

Brucio il freddo dell'anima.

Bruciò il rigore e la vergogna e le regole.

Bruciò la passione...

Bruciò a forgiarsi in una vita nuova

Non quella di un istante…

Una vita oltre la storia, oltre quella storia, fino a quando l'amore avrebbe percorso il suo cammino, oltre il tempo e la morte, creatura immortale a cui il sogno concede di vivere in eterno.

Sempre, nel luogo dove si ama e dove si è amati.

Sempre…

99