NON DOBBIAMO ESSERE SOLI – CAPITOLO VENTISEIESIMO

In quelle lunghe, eppur brevi, ore di sonno che si concesse, Pitch non riposò granché. Voci sibilanti lo assillarono, sussurrandogli paure non ancora scacciate, tentacoli oscuri lo circondarono, cercando di avvolgerlo e soffocarlo nelle proprie spire di catrame, creature d'incubo gli fecero visita, tentando di divorargli il viso e l'anima, bestie e spiriti d'ogni forma e dimensione lo tormentarono, facendolo dibattere in un crogiolo di sofferenza da cui la stanchezza gli impediva di riemergere, e poi calci, pugni, morsi, delicati, in verità, ma comunque sufficientemente ben assestati da strappargli gemiti di dolore, e ancora solide e spigolose volute, umide bocche, calde vibrazioni, che avevano un che di stranamente rassicurante in quella bolgia infernale, ma di cui l'Uomo Nero, per timore, non riusciva a fidarsi abbastanza da lasciarvisi andare: il mondo intero sembrava essersi mobilitato per torturarlo.

Terrorizzato e confuso, l'uomo resistette a lungo, lottando con le unghie e con i denti contro i mostri visibili e con la mente contro quelli invisibili, spinto da un qualcosa d'indefinito dentro il proprio cuore che gli gridava che aveva patito fin troppo e non poteva arrendersi, e alla fine, dopo un tempo che parve quasi eterno, vinse: una contrazione più decisa, un ringhio più convinto, e le sue palpebre si sollevarono, scollandosi da quei sogni inquietanti e riportandolo alla realtà.

Un familiare soffitto ligneo lo accolse, confortandolo con i morbidi giochi di luci ed ombre che si creavano non solo tra una trave e l'altra, ma persino nelle loro stesse venature, e dandogli tutto l'agio per abituarsi allo splendore del fuoco stranamente ancora acceso, e l'uomo, riconoscendo la stanza in cui soleva dormire da mesi, si tranquillizzò; indulgendo in un silenzioso sbadiglio, provò a stiracchiarsi, desideroso di riprendersi il prima possibile per fare il punto della situazione, ma qualcosa lo trattenne, ancorandolo al materasso, ed egli, rendendosi pienamente conto solo in quel momento della posizione in cui si trovava, non faticò ad intuire cosa fosse successo, e trattenne a stento una risata.

Districandosi a fatica dal groviglio di lenzuola ed arti in cui era rimasto avviluppato, riuscì infine a volgere il capo, e ad avere così l'ovvia conferma dei propri sospetti: Jack si trovava al suo fianco, le gambe incrociate, la schiena inarcata in una posa degna di un gatto e il collo teso e piegato, e gli aveva catturato il braccio contro il proprio petto, abbracciandolo con tanto trasporto da arrivare a mordicchiarlo.

Spiegatosi finalmente le singolari e contrastanti sensazioni provate durante l'incubo avuto, l'Uomo Nero si lasciò sfuggire un sospiro, lieto di poter ancora godere della presenza dell'amato e delle sue tenere dimostrazioni d'affetto, e, quasi per gioco, iniziò a solleticargli lo stomaco con i polpastrelli; avvertendolo affondare i denti nella propria carne grugnì, un poco piccato per il gesto brusco e quasi tentato di vendicarsi con un pizzicotto; all'ultimo, però, intravide il decoro argenteo che gli adornava il ventre, e, memore delle lancinanti sofferenze che questi aveva patito e della fatica che aveva dovuto sopportare, si trattenne e prese a coccolarlo, usando tutta la dolcezza di cui era capace per assicurargli un sonno tranquillo. Impiegò quasi un minuto a liberarsi, muovendosi un millimetro per volta e contorcendosi fino a far scricchiolare i legamenti pur di non urtarlo, ma il sorriso beato che questi gli lanciò mentre si raggomitolava contro il cuscino fu una ricompensa più che sufficiente per la complessa acrobazia compiuta, e l'uomo non poté non sorridergli di rimando mentre recuperava una nuova coperta e gliela drappeggiava sul torace: la felicità che provava nell'averlo accanto a sé, di nuovo sereno ed in salute, era troppo grande per poter essere contenuta.

Chinandosi su di lui, Pitch riprese a vezzeggiarlo, sfregandogli la punta del naso contro la spina dorsale e ridisegnandola vertebra per vertebra dalle scapole fino alla nuca, ma proprio quando fu sul punto di risalire lungo il suo collo per rifugiarsi sotto il suo orecchio ed inspirare il fresco profumo di neve caduta ivi tanto intenso da stordire, si accorse di un particolare fuori posto, e si bloccò: a meno di tre metri dal letto, esattamente di fronte a lui, si stagliava la culla.

A voler ben guardare, in effetti, il dettaglio in sé non era poi tanto sconvolgente, semplice elemento d'arredamento sito sullo sfondo e persin piacevole alla vista, ma ciò che conteneva lo era sin troppo, e difatti l'Uomo Nero se ne sentì turbato fin nel profondo: la presenza di quel bambino mai desiderato era decisamente ingombrante, rude intromissione in un quadretto altrimenti perfetto e inutile fardello in una vita già piena di doveri, e tollerarla era lungi dall'esser semplice.

Strisciando pian piano, l'uomo indietreggiò, scendendo dal materasso ed evocando frettolosamente la veste con gli spacchi per coprirsi, e, cedendo in parte alla curiosità, in parte all'abitudine, s'apprestò ad appropinquarsi in punta di piedi per controllare l'infante.

La prima cosa che lo colpì, ovviamente, fu il giaciglio in cui questi era stato sistemato: intagliato direttamente in un unico ceppo d'abete intriso di tintura rossa, si sviluppava esattamente come un albero, i piedini modellati a formare radici tortuose, la colonna di sostegno scavata per riprodurre i bozzi e le rientranze di un giovane tronco e la struttura del nido adorna di decine e decine di rami, più spessi alla base, più sottili sulla copertura, recanti ciascuno minuti fiori e foglie forieri d'una primavera ancora lontana. Dall'estremità superiore della visiera, naturale come il prorompente sbocciare d'un neonato stelo, si dipartiva una fronda sinuosa, attorcigliandosi su sé stessa prima di lanciarsi coraggiosamente nel vuoto, e su di essa era fissata una piccola giostra, composta di esili canne e minuti ovetti dipinti con colori pastello e decori infantili; all'interno, invece, il legno era completamente coperto da una fodera serica e quasi impalpabile, dorata in alcuni punti, aranciata in altri, tanto fine da parer tessuta di veri raggi solari catturati all'alba ed al tramonto, e tanto allegra nel suo discreto splendore da sembrar quasi dotata di vita propria.

Riconoscendo al volo la mano di tre dei Quattro Grandi, Pitch non si stupì dei regali che questi avevano realizzato, e si sorprese piuttosto di non vedere alcun dono da parte di Dentolina, da sempre la più espansiva amante dei marmocchi d'ogni età e maggior sostenitrice dell'imprevista gravidanza; interdetto, si domandò se non l'avesse scorto e si mise a cercarlo, facendo vagare lo sguardo per tutta la stanza, inginocchiandosi sotto il lettino per controllarne il fondo e girandovi anche attorno, ma non individuò nulla di utile, e, a quel punto, fu costretto ad esaminare l'ultimo angolo rimasto, e che si sarebbe volentieri risparmiato: l'incavo della culla.

Uno strano profumo di gelsomino emanava da essa, simile a quello che aveva caratterizzato Jack durante la dolce attesa, ma più mielato, più lieve e, allo stesso tempo, più intenso, come se fosse carico, ma non volesse imporsi, e l'Uomo Nero vi si immerse con titubanza, quasi impaurito dalla sconosciuta novità; chinandosi, iniziò a scandagliare il groviglio di coperte, avanzando pian piano con la testa fin sotto la visiera e badando a non respirare per non farsi scoprire, ed alla fine s'imbatté in un vuoto tra le coltri, che aveva notato sin dal principio, ma che sino ad allora aveva preferito ignorare.

Fu semplice per lui, da tempi immemori abituato all'oscurità, intravedere il visino che si celava in esso, ancora un poco arrossato, ma decisamente meno infiammato di qualche ora prima, il suo naso piccolo e schiacciato, le sue guance soffici, gli occhi chiusi e la fronte aggrottata in una espressione concentrata, e ancor più semplice chiedersi: perché? Perché quel bambino si trovava lì? Perché non sulla Luna, ove era stato esplicitamente voluto, o in qualsiasi altra parte del globo? Perché proprio lui, che odiava gli infanti, doveva sopportarne uno, oltretutto figlio del nemico? No, no, era inutile, il neonato in sé non aveva colpa, ma nemmeno il diritto di sconvolgergli la vita con la propria presenza, e lui non aveva la benché minima intenzione di permetterglielo: avrebbe consentito a Frost di prendersene cura e, se necessario, lo avrebbe anche aiutato, ma avrebbe mantenuto le distanze, e mai si sarebbe lasciato andare a patetiche dimostrazioni d'un affetto che non provava. Andiamo, lui, il Re degli Incubi in persona, intento a fare smorfie e parlare in falsetto per compiacere una raccapricciante creaturina preda delle coliche? Era davvero questo ciò che gli altri, chiunque essi fossero, si aspettavano? Era a dir poco inconcepibile! Pappe e bagnetti erano tollerabili, sinché fosse stato il giovane a chiederglieli, ma baci ed abbracci no. Del resto, la fase di sviluppo del neo Guardiano non sarebbe durata molto, giusto? La gravidanza era terminata con settimane d'anticipo, i doveri cui questi avrebbe dovuto adempiere sembravano farsi sempre più pressanti, non v'era tempo da perdere in leziosi giochi e, senza dubbio, tempo non si sarebbe perso: ancora qualche mese, massimo un anno, e lo Spirito avrebbe iniziato a lavorare a pieno regime, divenendo completamente autonomo e consentendo a lui e Jack di tornare a vivere, soli ed in pace, la vita di sempre. Sì, sì, sarebbe sicuramente andata così, gli bastava stringere i denti per un poco, delegare il più possibile e, eventualmente, aiutare in maniera rapida ed efficiente, e tutto sarebbe andato per il meglio, quella inquietante parentesi nella propria esistenza si sarebbe chiusa e tutto sarebbe finalmente tornato alla normalità, come doveva e sarebbe sempre dovuto essere, doveva solo tener duro, e, chissà, magari la fortuna sarebbe addirittura stata dalla sua, e avrebbe fatto sentire il ragazzo abbastanza a disagio da indurlo a farsi da parte.

Mentre si lasciava andare a queste caotiche riflessioni, ove rifiuto e disponibilità s'alternavano a velocità quasi allarmante, il bambino s'agitò nel sonno, smuovendo le coltri e lasciandosi sfuggire un debole vagito, e Pitch, che, scioccamente, non s'era preparato ad una sua presa d'iniziativa, balzò indietro spaventato, inciampando in uno sgabello e finendo a gambe all'aria sul bracciolo della poltrona; tossendo e sbuffando si rialzò, la testa alta per evitare le fiamme del fuoco ruggente che per poco aveva mancato, ma la coda tra le gambe per la figuraccia fatta, e, dopo essersi assicurato di non essere stato scorto da alcuno, convenne che allontanarsi e distrarsi per qualche minuto fosse la scelta migliore per riprendersi dall'incontro.

Un passo felpato per volta uscì dalla camera, lasciando l'uscio aperto dietro di sé per far circolare l'aria e permettere a quella fresca del corridoio di ricambiare quella interna, ormai viziata, ed incamminandosi verso le cucine per prepararsi una tazza di tè; pettinandosi la capigliatura arruffata, s'incamminò lungo il corridoio, facendo saltare con noncuranza gli occhi da una decorazione natalizia all'altra mentre rifletteva su quale miscela di erbe mettere in infusione, dunque entrò nella Sala del Globo, ma quasi non fece in tempo a mettervi piede che un vocione allegro gli tuonò: «Oh, Pitch, eccoti già qui! Allora, come trovi bam...».

«I bastioni, voleva chiederti come trovi i bastioni, hai notato che ha cambiato le decorazioni?» intervenne un gorgheggio femminile.

Interdetto da quell'accoglienza inaspettata ed alquanto rumorosa, l'Uomo Nero si volse, sorprendendo i Quattro Grandi accampati a terra sopra mucchi di sacchi di iuta, e istintivamente domandò: «Che diavolo ci fate qui? Non potevate almeno stendervi sui divani?».

«Oh, beh, vedi» iniziò Dentolina, gonfiando le piume; «Sulla slitta erano rimasti i sacchi dei regali e abbiamo pensato che fosse meglio sistemarli, ma alla fine eravamo troppo stanchi, così abbiamo deciso di prenderci una pausa. Sono comodi, sai? Vuoi sederti con noi?».

«No, grazie, ho di meglio da fare» rispose seccamente l'uomo.

«Cosa? Posso darti una mano? Mi sono procurato molte cose utili questa notte, se hai bisogno basta chiedere!» s'offrì Nord, sfoggiando un sorriso smagliante.

Infastidito dalla loro invadenza e cordialità, che gli risultavano ancor più moleste del solito, considerato il disagio che già provava, Pitch ribatté: «Tagliare il brodo, e no, non ho bisogno di aiuto, né di fantastiche cose utili a farlo! Si può sapere perché mai dovete essere sempre così invadenti? Fatevi gli affari vostri, e andate a riposare da un'altra parte!».

Dando altezzosamente le spalle all'importuna compagnia, fece per allontanarsi, ma il padrone di casa commentò: «Uh, sembra che qualcuno qui si sia svegliato di cattivo umore, eh? Dormito male? Magari bam...».

«Bastioni!» lo soverchiò la fata; «Bastioni ti hanno disturbato, voleva dire questo. Sai, sono molto decorati, e a te le decorazioni natalizie di solito non ti piacciono, quindi, chissà, magari di notte ci hai pensato e hai dormito male».

L'Uomo Nero non ebbe bisogno di volgere il capo e vedere la donna riversa su Babbo Natale per capire che qualcosa non quadrava in quella conversazione, né di riflettere a lungo per comprendere quale argomento quest'ultimo avesse tentato per ben due volte di proporre, tuttavia, ben determinato a non affrontarlo, decise di stare al gioco e replicare: «Bastioni, decorazioni, scale e qualsiasi angolo od occupante di questo Palazzo mi disturbano enormemente ed in continuazione, quindi sì, è estremamente probabile che il mio cattivo umore sia dovuto a tutto ciò. Avete intenzione di girare nuovamente il coltello nella piaga protraendo questa conversazione inutile e molesta, oppure mi farete la grazia di tacere e dar pace alle mie povere orecchie? Non sono uscito dalla mia stanza per indulgere in inutili chiacchiere, sono uscito per prendere una boccata d'aria ed un tè, e voglio tornare il prima possibile da... Jack, che diavolo ci fai qui!?».

Tremando visibilmente, Jack emerse dalle ombre del corridoio, i pantaloni slacciati, la maglia nera ormai cascante e, tra le mani, il bastone a lungo dimenticato, e balbettò: «Ciao a tutti!».

«"Ciao a tutti"?» sbottò l'uomo, andandogli incontro; «E' davvero la cosa migliore che riesci a dire? Non aspettarti d'intenerirmi col tuo entusiasmo, tu tornerai a letto, e lo farai immediatamente».

Nascondendosi dietro la verga e puntando i piedi, il ragazzo protestò: «No, non ci torno a letto! Perché mai dovrei farlo?».

«Sai perfettamente perché! Le donne umane riposano per giorni dopo un parto cesareo e si concedono più di un mese per riprendersi, quindi tu mi farai il piacere di stare fermo almeno una settimana, visto che sei addirittura morto e risorto nel mentre!» lo rimproverò Pitch, prendendolo in braccio senza fatica.

«Una settimana!?» esclamò Frost, aggrappandosi allo stipite per non lasciarsi portar via; «Ma è troppo, morirò di noia! Non ce la posso fare, e poi, non vedi come sto bene? Sono riuscito a vestirmi e venire fin qui tutto da solo!».

«Non avresti mai dovuto» ribatté seccamente l'Uomo Nero.

A quella critica il giovane s'adombrò, mollando la presa e rilassando i muscoli, e, lanciando al compagno un'occhiata pentita, mormorò: «Scusami. So che dovrei riposare, lo sento, e ti prometto che lo farò finché sarà necessario, ma quando mi sono svegliato non ce l'ho proprio fatta a rimaner fermo: ero lì tutto solo, in quella stanza dove sono stato rinchiuso per settimane, mi veniva l'ansia solo a pensarci, e poi, beh, volevo... volevo rivedere la bambina».

Lievemente stupito dall'improvvisa docilità dell'amato, l'uomo si fermò, lasciandogli tempo ed agio per spiegarsi, e quando questi ebbe concluso commentò: «Posso credere alla prima parte della storia, oppure devo considerarla una scusa, come la seconda? Prendo sul serio le tue ansie, ma sai bene che ti sarebbe bastato allungare lo sguardo per vedere la bambina, dunque non vedo perché hai cercato di muovermi a pietà con questo argomento».

Si pentì quasi subito della freddezza usata, sentendosi sciocco e crudele per aver sfogato le proprie ansie e frustrazioni sul compagno senza colpa ed ancora convalescente, e si preparò mentalmente ad una sua offesa sfuriata, ma, a differenza di ciò che si aspettava, egli non raccolse la provocazione e rispose semplicemente: «Ma la bambina non era nella culla».

Interdetto, Pitch ridacchiò e controbatté: «Non dire sciocchezze, ho controllato tre minuti fa e lei era lì. Magari non sei riuscito a vederla tra le coperte».

«E io ho controllato solo un minuto fa, e non c'era» ribadì il giovane; «E non posso non averla notata, visto che nella culla non era rimasta nessuna coperta. Dov'è? Dove l'avete portata?».

La notizia inaspettata sconvolse non poco l'Uomo Nero, che si ritrovò immobile, gli occhi sbarrati e la bocca semi aperta, a fissare l'altro, incapace di credere alle sue parole e, allo stesso tempo, di dargli del bugiardo; Jack, per parte sua, non riuscì a reagire in maniera molto diversa, ricambiando il suo sguardo dapprima con un'espressione confusa, poi allarmata, ed iniziando ad agitarsi sempre più, ma quando fu sul punto di parlare l'uomo lo anticipò, dicendogli: «Resta qui con gli altri Guardiani e stenditi un poco, Jack, io nel frattempo vado a controllare».

Senza attendere una risposta si chinò e depositò a terra il ragazzo, badando a lasciarlo ben vicino allo stipite affinché questi potesse usarlo come sostegno, dunque lo affidò alle cure dei Guardiani, cui non si degnò di rivolgersi, e s'incamminò verso la propria stanza; rapido come un fulmine si fiondò all'interno, scostando con un calcio lo sgabello che gl'intralciava il passo e gettandosi sulla culla, ma, come il compagno gli aveva anticipato, la trovò completamente vuota.

Troppo orgoglioso per darsi per vinto, iniziò a frugare ovunque, sulla poltrona, dentro l'armadio, sopra e sotto il letto in cui fino a qualche minuto prima aveva dormito, persino tra i ceppi di legno accatastati, tuttavia, com'era ovvio, non trovò nulla, e a quel punto dovette ammettere l'evidenza: l'infante era sparito. La consapevolezza, stranamente, non gli dava sollievo, ma piuttosto un senso d'inettitudine alquanto imbarazzante e frustrante, che la gioia per il prematuro allontanamento della fonte dei suoi problemi non riusciva minimamente a scacciare, e a quel punto egli, per la seconda volta in quella serata, si chiese: perché? Perché, senza il benché minimo preavviso, il bambino era stato portato via? E perché proprio dopo che lui lo aveva studiato e prima che Frost si svegliasse? Non era avvenuto alcun evento eclatante in quei minuti, ne era certo, e nemmeno durante il lungo sonno che entrambi s'erano concessi, dunque per quale motivo il rapitore aveva atteso tanto a lungo dopo il parto prima di agire, e s'era mosso in un momento tanto rischioso? Ma, soprattutto, chi era costui? V'erano mille risposte possibili a questa domanda, ma la prima che gli balzò in mente, pervadendolo di odio allo stato puro, fu una soltanto: i Guardiani. Oh, certo, erano stati tutti molto teneri e dolci durante la gravidanza, sempre pronti ad assisterlo, sempre disponibili ad aiutarlo ed incoraggiarlo, ma quanto sinceri erano stati i loro sorrisi tirati? Quanta fiducia poteva lui, il Re degli Incubi, dare ai propri nemici, e quanta i suoi nemici a lui? Un anno di moine non poteva cancellare secoli di battaglie, né appianare le divergenze d'opinioni ed obiettivi che da sempre li aveva divisi, dunque non era affatto improbabile che questi avessero deciso di pugnalarlo alle spalle: dalla loro potevano avere infinite ragioni. Vendetta, ripicca, chiusura mentale, volontà di educare fin da subito il giovane collega al compito cui era destinato, desiderio di farlo crescere in un ambiente sano e positivo, paura che l'Uomo Nero potesse avere una cattiva influenza su di lui, o che non fosse in grado di prendersene cura a dovere, e fu proprio quest'ultimo sospetto a fargli saltare la mosca al naso: quei patetici spiritelli non dovevano permettersi di prendere le decisioni al posto suo, frapponendosi tra lui e i suoi problemi, era lui il solo ed unico padrone della propria vita, lui ad avere il diritto d'arrogarsi una proprietà altrui o di rifiutarne una propria, e aveva tutta l'intenzione di farlo valere.

Schiumando rabbia, fece dietrofront e corse fuori dalla camera, dunque, dopo esser piombato nuovamente nella Sala del Globo, abbaiò: «Chi è stato!?».

Calmoniglio, che nel frattempo s'era rialzato ed aveva dovuto scostarsi per non venir travolto dal suo impeto, sbottò: «Non dirmi che stai davvero insinuando che...».

«Io insinuo quello che mi pare e piace quando è coinvolto il bambino!» urlò Pitch, ormai fuori di sé; «E' della figlia di Jack che stai parlando, non di una patetica creaturina qualunque! Chi di voi l'ha presa? Sei stato tu? Dimmi dove l'hai portata!».

Librandosi in volo, Dentolina si frappose tra i due litiganti e sentenziò: «No, Pitch, non è stato Calmoniglio a portartela via».

Ringhiando, l'Uomo Nero la agguantò per un braccio e, avvicinandola a sé, le sibilò: «Ma guarda un po' chi abbiamo qui, la fatina impicciona, sempre pronta a regalare un sorriso mentre ficca il naso dove non deve! Hai tratto le tue conclusioni in questi tre mesi scarsi di gravidanza, vero? Hai deciso che io ero di troppo nel quadretto perfetto che avevi costruito, eh? Eh!?».

Senza scomporsi, la fata si liberò e lo redarguì: «Comprendo perfettamente la tua ira, Pitch, e ti esorto a sfogarla, anche su di me, ma non devi permettere che ti offuschi il giudizio: non è il momento di perdersi in assurdi litigi. Il quadretto di cui parli è stato costruito da tutti noi ed è sempre stato lungi dall'esser perfetto, se davvero io avessi voluto escluderti da esso non mi sarei certo disturbata a riportartici di peso quando sei fuggito e quindi aiutarti a reinserirti, e poi, dannazione, Pitch, ci sono così tanti di quei motivi per i quali io non avevo interesse a rapirla che non so nemmeno da dove iniziare ad elencarli! Sono un po' invadente, te lo concedo, ma non mi permetterei mai di prendere decisioni al posto tuo, né tanto meno di portar via la bambina a te e a Jack, perché ricordalo, come l'hai persa tu l'ha persa anche lui, e ne sta soffrendo!».

Preso in contropiede, l'uomo si vide costretto ad ammettere l'evidenza, ben consapevole che, se anche la donna avesse davvero voluto ferirlo, mai avrebbe sfruttato un metodo che faceva soffrire anche Jack, dunque le domandò: «E per quanto riguarda gli altri? Di te mi potrei anche fidare, ma di loro no».

«Ma sentilo!» s'inserì il Pooka; «Dopo tutto quello che abbiamo fatto per te è così che ci ripaghi? Se avessimo voluto pugnalarti alle spalle avresti sentito la lama affondarti nella carne mesi e mesi fa!».

«Calmoniglio» lo richiamò Dentolina, poggiandogli una mano sulla spalla; «Ignoralo. Ha offeso anche me con le sue insinuazioni, ma è sconvolto, e noi dobbiamo capirlo ed andargli incontro. Per gli altri garantisco io, Pitch. Siamo rimasti insieme tutto il tempo, seduti qui a chiacchierare, e nessuno s'è mai allontanato».

«E prima che tu chieda» aggiunse Nord; «Non può essere stato nemmeno uno di nostri aiutanti. Sono tutti sfiniti da Natale, non sono ancora usciti da dormitori, e se anche l'avessero fatto non sarebbero mai potuti arrivare a vostra camera se non passando da qui, perché questa mattina ho sigillato personalmente tutte le altre porte di corridoio».

«Uno Yeti o un elfo sono facili da notare, ma un uovo pasquale può tranquillamente passare inosservato» osservò l'uomo, squadrando il Coniglio di Pasqua.

«Oh, certo, come no, soprattutto quando trasporta sulle spalle un bambino, giusto?» commentò quest'ultimo.

«Forse tu gli hai semplicemente messo a disposizione uno dei tuoi praticissimi tunnel» insinuò Pitch con tono d'accusa.

«O forse tu sei semplicemente un idiota, perché i miei tunnel non si possono aprire a distanza, e perché sono stato io stesso a proporre a tutti di accamparci qui per essere a vostra completa disposizione!» lo rimbeccò Calmoniglio, drizzando le orecchie con fare minaccioso.

«Basta, finitela!» li zittì la fata, separandoli a forza; «Pitch, non è stato nessuno di noi, fattene una ragione e guarda oltre! Litigare non serve a nulla, dobbiamo restare uniti e concentrarci per trovare una soluzione, e dobbiamo fare in fretta! Se avete qualche idea ditemelo, io per intanto...».

«Pitch!» chiamò una voce strozzata.

Riconoscendo il compagno, l'Uomo Nero si volse, e non appena incrociò i suoi occhi ebbe un giramento: la paura che li animava era tanto intensa e profonda da risultare palpabile, e lo aveva colpito più forte di un maglio. Incapace di fare altrimenti, l'uomo affondò in quel mare di terrore, in quell'oceano d'angoscia senza fine dalle mille sfumature d'azzurro e di panico, disgustato dalla propria natura, che lo costringeva ad approfittare del dolore del suo unico, grande amore, ma allo stesso tempo grato per quel generoso dono che gl'infondeva nuove forze; dopo pochi secondi, compiendo uno sforzo notevole, si riscosse, riuscendo a visualizzare non solo le iridi zaffiro nella loro interezza, ma anche Jack stesso, semi disteso sui sacchi di iuta e sorretto da Sandman, e ad udirlo mormorare: «Pitch, dov'è? Dov'è la mia bambina? E' sempre stata al sicuro dentro di me, non può esserle successo qualcosa, è la mia bambina, la rivoglio, l'ho a malapena vista, devo stare con lei per più tempo, non può essere già andata via, è così piccola, ha bisogno di noi...».

Affatto stupito da quell'accesso di maternità, Pitch sfoggiò il sorriso più rassicurante che riuscì a mettere insieme, dunque, dopo essersi inginocchiato ed aver accarezzato il capo del compagno, gli sussurrò: «Non preoccuparti, Jack: ci penserò io a recuperare la bambina e riportarla qui da te, e ti prometto che non fallirò. Mi raccomando, riposati mentre mi aspetti. A tra poco».

Senza rimandare oltre, si dissolse in un solido flusso di sabbia magica, piuttosto incoerente in verità, dato che la magia del Natale ancora interferiva coi suoi poteri, ma abbastanza disgregato da consentirgli di muoversi agilmente, e, dopo aver depositato un fuggente bacio sulle labbra tremanti di Frost, si lanciò in avanti; ansimando ed incespicando, balzò da una trave all'altra, sempre più in alto, fuggendo dalle voci concitate che lo inseguivano e che si facevano sempre più vicine, ed alla fine riuscì a dileguarsi dall'apertura circolare del tetto.

Lo sforzo dell'ultimo salto, purtroppo, lo provò al punto da farlo rimaterializzare a mezz'aria e schiantare con la spalla contro la torretta di controllo, ma né il disorientamento, né il dolore furono sufficienti a fermarlo, poiché l'ira che lo spronava era più che sufficiente a sostenerlo; ringhiando, l'Uomo Nero si rialzò e corse verso il sistema di caverne soprastante il Palazzo, arrampicandosi come una furia lungo il fianco della montagna e dunque calandosi nel primo budello in cui s'imbatté, e, dopo un minuto scarso di ricerche, trovò colui che stava cercando.

Risvegliandosi dal lungo sonno, il primo Purosangue della nuova era si rivelò ai suoi occhi, le orbite accese d'un fuoco azzurrino, il fianco sinistro coperto di brina, il destro incastonato nella parete di ghiaccio, e, sbuffando, iniziò ad agitarsi: fremendo e nitrendo si liberò dalla propria prigione, il fiato che si condensava in dense nuvole di vapore, schegge di gelo e d'oscurità che cadevano dal suo corpo e venivano polverizzate sotto i suoi possenti zoccoli, e, quando più nulla lo costrinse, avanzò.

Inspirando a fondo per assecondare i brividi, l'uomo lo osservò incedere, facendosi largo maestoso in mezzo ai propri giovani fratelli e schiacciando i più deboli per assorbirne i poteri, e quando se lo ritrovò di fronte gli sussurrò: «Portami sulla Luna».

Non fu necessario aggiungere altro, poiché l'Incubo, seppur addormentato, era sempre rimasto vigile, e sapeva cos'era accaduto, e poiché il desiderio di vendetta era, a prescindere, da lui compreso e supportato, dunque Pitch non ebbe la benché minima difficoltà a fermarlo e montargli in groppa, ma quando fece per spronarlo Dentolina comparve all'imboccatura della grotta e proruppe: «Pitch! Oh, sei qui! E' l'Incubo di Jack quello? Hai fatto bene a venire a prenderlo: potrebbe tornarci utile. Ora, dovresti venire insieme a me, dobbiamo riunirci per discutere ed elaborare un piano».

«Io ho già un piano» controbatté l'Uomo Nero; «E non prevede alcuna inutile discussione».

Senza disturbarsi a fornire spiegazioni più esaurienti, né a chiudere la conversazione in maniera più garbata, piantò i talloni nella propria cavalcatura, lanciandola al galoppo e travolgendo la povera fata; una volta all'esterno, scorti con largo anticipo Calmoniglio e Sandman, guidò la bestia tra di essi, in modo da indurli a scontrarsi a vicenda e lasciarseli alle spalle; infine, assicuratosi che né Nord, né Jack fossero in agguato, tirò la criniera dell'animale con tutta la forza che aveva e lo fece deviare verso il cielo.

Cavalcò veloce, negli occhi l'immagine del brillante satellite che s'apprestava ad attaccare, nel cuore l'odio cieco per il suo occupante che troppe volte aveva osato, ed ora aveva osato troppo, piccato dalla sua invadenza, dalle libertà che si prendeva e dalla crudeltà che non si faceva remore ad usare; cavalcò senza risparmiarsi, incurante del vento gelido che gli flagellava la schiena e delle punte acuminate del Purosangue che gli affondavano nelle cosce, e non diede ascolto ai richiami che lo inseguirono, implorandolo di fermarsi e tornare indietro; cavalcò a lungo, e, alla fine, udì un suono sordo, ed avvertì l'Incubo rallentare.

Oltremodo infastidito da quella presa d'iniziativa, l'uomo si raddrizzò e fece per colpire il proprio servitore disobbediente, ma non appena sollevò il capo si ritrovò di fronte ad una scena inaspettata: Sandman e Dentolina, gli unici due Guardiani che erano riusciti ad inseguirlo, erano rimasti bloccati dietro una barriera invisibile, che s'illuminava d'una luce lattiginosa quando veniva sfiorata e che pareva estendersi per chilometri in ogni direzione.

Battendo i pugni contro il muro magico, la fata gli gridò: «Pitch, torna indietro! E' una trappola!».

Ma Pitch era troppo determinato a portare a termine la propria missione per lasciarsi spaventare dal tranello, e, ignorando sia il buonsenso che i ripetuti ammonimenti, volse le spalle ai due Spiriti e s'allontanò.

Mantenendo la mente ben sgombra per non rischiare di commettere passi falsi, frenò un poco la propria cavalcatura, sorvolando la superficie lunare in cerca di un buon punto d'accesso al sottosuolo, e, scartando a priori la pratica scala che, probabilmente, ne costituiva l'accesso principale, optò per una stretta fenditura nel terreno. Dopo aver lasciato la propria bestia celata dietro un grosso masso, iniziò a calarsi nella spaccatura, sbuffando e gemendo mentre si contorceva per far passare i lunghi arti attraverso il tortuoso budello, e quando riuscì finalmente a districarsi ed atterrare, più o meno morbidamente, contro un pendio, qualcosa giunse in suo soccorso: un dolce ed intenso profumo di gelsomino.

Seppur preso dalla rabbia e dalla foga del momento, l'Uomo Nero era stato inconsciamente consapevole fin da subito d'essersi lanciato in un'avventura spericolata, partendo da solo e stremato alla volta d'un territorio che non conosceva e contro un nemico che non sapeva come sconfiggere, tuttavia l'unico dettaglio che lo aveva preoccupato era stato l'impossibilità di sapere a priori l'ubicazione dell'infante, e quando si vide servire su un piatto d'argento la soluzione non tardò ad approfittarne, e si compiacque della fortuna sfacciata avuta, seguendo senza indugio la traccia odorosa e preferendo non lasciarsi sfiorare dal sospetto che, dietro di essa, potesse celarsi un malvagio zampino.

Dopo essersi fatto guidare dal mielato sentore oltre la cengia, sopra un ponte sospeso e giù per una ripida scala, l'uomo sgattaiolò attraverso una porta socchiusa ed entrò in una singolare stanza di pietra, luminosissima, nonostante l'apparente assenza di finestre, e colma sin quasi al soffitto di strani macchinari; aggrottando la fronte, decise di avanzare costeggiando la parete, strisciando all'ombra di quelle scatole di metallo silenziose e scavalcando a fatica i fasci d'inquietanti cannelli, e quando raggiunse l'altro lato della camera si fermò, esterrefatto.

Di fronte a lui, stesa su un largo letto, giaceva la bambina, nuda, sola, così piccola in confronto alle imponenti strumentazioni che la circondavano, così triste in mezzo a quei lugubri oggetti che puzzavano letteralmente di morte, e per qualche istante Pitch temette seriamente d'essere arrivato troppo tardi, e di essersi ritrovato tra le mani, per la seconda volta in meno di un giorno, un freddo ed inanimato cadavere; pochi secondi dopo, tuttavia, la neonata si mosse, iniziando ad agitare freneticamente gli arti e scuotere il capo, ed egli, rassicuratosi, tirò un sospiro di sollievo e si preparò a riprenderla.

Reso finalmente guardingo dall'eccessiva facilità con cui l'aveva raggiunta, iniziò a guardarsi attorno, controllando l'eventuale presenza di trappole o tranelli, e in breve si accorse che il giaciglio era stato racchiuso da una gabbia di raggi lunari, tanto sottili da risultare quasi invisibili, ma senza dubbio sufficientemente intensi da ferirlo; grattandosi il mento, Pitch si mise a studiare la grata, cercando un dispositivo per disattivarla o un punto debole da attaccare, e alla fine, notando una sbarra mancante, si smaterializzò e si lanciò attraverso la falla.

Improvvisamente, una seconda fila di sbarre gli si parò di fronte, stagliandosi meno di un metro sopra il letto ed impedendogli di rizzarsi in piedi, ed egli, pentendosi di non aver riflettuto, né osservato più a lungo, fu costretto a deviare e ricadde pesantemente sul materasso, le gambe raccolte, la schiena piegata in una dolorosa posizione e il viso completamente affondato nelle lenzuola. Ringhiando e sbuffando, si sollevò sui gomiti, maledicendo la propria fretta, gli infiniti ostacoli che sempre incontrava nella propria vita, la situazione nel dettaglio ed in generale e colui che l'aveva generata, ma presto ebbe ben altro a cui pensare: due grandi iridi sbarrate lo stavano fissando, e, se le molteplici screziature d'acquamarina e turchese erano senza dubbio riconducibili a Jack, le decine di tentacoli oscuri che si dibattevano tra esse erano altrettanto inconfondibili.

Capitolo leggermente più breve del solito come da programma, poiché ci tenevo a fermarmi in questo punto e lasciarvi sulle spine, e volutamente concitato per farvi meglio comprendere quanto la nascita della bambina e quindi la sua scomparsa abbiano turbato Pitch. Tutti i dubbi e i particolari poco chiari verranno sciolti o svelati nel prossimo capitolo, ma, ovviamente, se avete domande o volete condividere con me i vostri pareri e supposizioni, non esitate a contattarmi.

In questo periodo, purtroppo, sono parecchio impegnata e sarò spesso fuori casa, inoltre il prossimo capitolo sarà probabilmente piuttosto lungo, dunque preferisco cautelarmi e fissare la data di pubblicazione domenica 5 aprile. Eventuali ritardi, che prego il cielo di evitare almeno questa volta!, saranno dovuti ai soliti motivi. Auguro a tutti una buona giornata :)