CAPITOLO 26 – Dubbi
«Sicuro, sicuro?» chiede per l'ultima volta Katherine, visibilmente agitata, mentre sono sulla porta in procinto di uscire.
Una lieve risata divertita sgorga dalle labbra, ora curiosamente rosa, di Pitch. Allunga una mano, attendendo che lei gli porga la propria, e quando accade la stringe delicatamente fra le dita affusolate.
«Decisamente sì. Non devi preoccuparti, questa volta. Andrà tutto bene, te l'assicuro» promette con voce pacata.
Katherine, seppur incerta, sospira e, dopo aver stretto con forza la mano in quella di Pitch, annuisce e apre finalmente la porta di casa, precedendolo nel brillante pomeriggio di quel sabato invernale.
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«Stai bene?» chiede con ansia Katherine, dopo i primi dieci minuti trascorsi passeggiando tranquillamente, diretti al parco.
Pitch socchiude mollemente gli occhi, sollevando il viso verso il cielo, e annuisce lentamente.
«Sì, Katherine. È tutto a posto» conferma, sperando di riuscire a tranquillizzarla.
Lei però lo osserva, scettica e nervosa, e non accenna per nulla ad abbassare la guardia.
«Pero… Tu me lo dici se c'è qualcosa che non va, sì?» si accerta.
«Sì, te lo prometto» mormora Pitch che, incredibilmente, sembra si stia davvero godendo quella passeggiata.
Sbuffa un risolino divertito fra sé, pensando che, con un po' di fortuna (tonnellate di fortuna), forse potrebbe perfino riuscire ad abbronzarsi. Mh… molto più probabilmente otterrebbe, come unico risultato, di diventare il Signor Aragosta, altro che. Scuote la testa, afflitto dai suoi stessi pensieri demenziali, dando la colpa a un probabile inizio di insolazione.
«Forse devi metterti la crema» offre Katherine, ripescandolo dai suoi pensieri senza capo né coda.
Lui abbassa lo sguardo, posandolo sulla bambina, e spalanca gli occhi in una buffa espressione oltraggiata.
«Giammai! Il Nightmare King non si abbasserà in nessun caso a spalmarsi di protezione solare» decreta solenne.
«Ah-ah… Poi però ti scotti, e allora ti tocca mettere pure il latte doposole» scherza lei, un po' più serena.
«Screanzata» borbotta Pitch, falsamente scocciato, carezzando il dorso della mano della bambina con il pollice.
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Stanno camminando, senza nessuna fretta, su un lungo e poco frequentato viale alberato. Certo, gli alberi attorno a loro sono ormai spogli, poco più che silhouette nel cielo turchese, ma i rami reggono la neve, caduta poco tempo prima, che riesce a ingentilirne le forme.
Pitch indica una panchina poco più avanti, proponendo alla sua giovane accompagnatrice una sosta. Così entrambi si accomodano, Katherine molto vicina a Pitch, tanto da poter chiaramente avvertire il tepore sotto il tessuto nero.
«Sai, oggi sei più caldo degli altri giorni» fa innocentemente notare.
Pitch sospira, pensieroso, soffermandosi ancora una volta a osservare le sue mani.
«Sì, immagino sia incluso nel pacchetto dei recenti cambiamenti» ammette.
«Ti dà fastidio?» indaga lei.
Lui sposta un momento l'attenzione sull'espressione concentrata della bambina, poi torna con gli occhi al cielo.
«Non ne sono certo, in verità. Devo ancora raggiungere la fase dell'accettazione. Ora come ora sono immerso fino al collo nel momento incredulità. Non escludo che presto potrei passare in zona rifiuto. Sarebbe… piuttosto seccante, invero».
«Pensi che…» tituba Katherine «può essere colpa mia?» chiede in un pigolio incerto.
Pitch abbassa la testa a una velocità tale da far schioccare sinistramente tendini e ossa del collo. Fissa Katherine direttamente negli occhi verdi e confusi, costernato.
«Cos… No! Katherine, certo che non penso sia colpa tua» esclama sconvolto.
Lei però è ancora evidentemente dubbiosa.
«Come lo sai? Magari ho… che ne so… fatto qualche pasticcio» tenta.
Pitch si solleva bruscamente, facendola barcollare per aver perduto l'appoggio, e altrettanto bruscamente fa un passo indietro e le si inginocchia di fronte.
«Adesso mi ascolti, e lo fai con molta attenzione, chiaro?» sibila Pitch in tono di minaccia.
Katherine annuisce prontamente, più con l'intenzione di fargli piacere che per reale convinzione.
«Bene». Prende un lungo respiro e la fissa risoluto. «Ciò che è accaduto ieri notte è qualcosa che prescinde qualunque tipo di volontà, umana o non. Tu, in quanto umana, non hai alcun tipo di responsabilità, né per ciò che è accaduto né, tantomeno, per le imprevedibili conseguenze che questo ha comportato. Non ne hai colpa, in nessun modo. Ti è chiaro il concetto? Hai ben inteso le mie parole?» quasi si ritrova a ringhiare.
«Però…» comincia Katherine, dubbiosa.
«No» la interrompe prontamente Pitch. «Nessun però. Nessun ma, né forse. È così. Puoi credermi sulla parola, oppure puoi decidere che ti sto mentendo, Katherine. Ma in nessun caso questo cambierà i fatti».
«So che non mi ha detto una bugia» mormora Katherine, il cui reale intento è quello di rassicurarlo della sua piena fiducia.
Pitch sfarfalla le ciglia, interdetto. In verità, ha passato buona parte della sua esistenza a mentire a chiunque, perfino a sé stesso. Non ha idea di come possa, quella bambina, possedere tanta sicurezza nelle sue parole, quando spesso e volentieri è lui stesso a non crederci per primo.
«Mh… Bene» mugugna, un po' intontito. «E vedi di non dimenticartene» borbotta imbarazzato.
Katherine ridacchia del suo evidente disagio e si sporge a posargli un morbido bacio sulla guancia.
«Non lo dimentico, promesso».
"L'ansia è un sottile rivolo di paura che si insinua nella mente. Se incoraggiata, scava un canale nel quale tutti gli altri pensieri vengono attirati." (Robert Bloch)
"La colpa è proprio l'unico fardello che gli esseri umani non possono sopportare da soli." (Anaïs Nin)
