NIENTE SI SPOSA MEGLIO COL FREDDO DELL'OSCURITA' – VENTISEIESIMA PARTE

Non appena il gemito di Jack raggiunse le orecchie frementi di Calmoniglio questi mostrò i denti in un ringhio e, con voce alterata, sbottò: «Cosa diamine stai...».

Posandosi l'indice sulle labbra Pitch lo interruppe, incapace di trattenere un ghigno divertito nel vedere l'altro reagire docilmente a quel gesto, quindi sussurrò: «Sssh, Calmoniglio, non vedi che Jack è stanco? Non vorrai svegliarlo, vero?».

Piccato dall'ammonimento, ma impossibilitato a rispondere a tono, il Pooka strinse i pugni e, socchiudendo minacciosamente le palpebre, sibilò: «Vieni qui a parlare, se ne hai il coraggio».

Con una risata tanto bassa da far vibrare l'aria nei propri polmoni l'Uomo Nero smaltì l'ilarità dovuta ad una provocazione così infantile, quindi si concesse lo sfizio di ripagarlo con la sua stessa moneta: indugiando sul divano, mentre disincrociava le gambe, lasciò che la destra si attardasse sulla coscia di Frost, lambendola sensualmente fino a strappargli un ultimo sospiro, e solo dopo essersi assicurato che l'interlocutore l'avesse udita distintamente si preparò a rispondere all'invito.

Soddisfatto del gemito ottenuto insinuò gli avambracci sotto i polpacci del compagno, li sollevò quel tanto che bastava per poter scivolare via e quindi li adagiò morbidamente sui cuscini, procedendo con cautela per non svegliarlo e prendendosi tutto il tempo che ritenne necessario, e anche più, per portare a termine l'operazione: una simile occasione per sconfiggere psicologicamente il proprio maggior oppositore era più unica che rara, ed era opportuno approfittarne fino in fondo per assicurarsi una buona riuscita del piano.

Certo di aver tirato la corda a sufficienza si alzò in piedi, avanzando con passo flemmatico raggiunse l'altro e, seppur faticando a trattenere la gioia nel vedere quanta disapprovazione colmava il suo sguardo, chiese con voce annoiata: «Beh, che c'è?».

«Che cosa gli hai fatto?» lo aggredì il Coniglio di Pasqua.

«Oh, fidati, nulla che non abbia apprezzato» rispose l'uomo con un sorriso sadico.

Rizzando il pelo Calmoniglio sussultò, quindi avvicinò minacciosamente il muso, fino a trovarsi quasi a contatto col suo naso, e, con tono disgustato, domandò: «Come osi anche solo pensare a quel genere di perversioni, oltretutto nella casa di colui che ti ha così generosamente salvato? Avremmo dovuto lasciarti crepare in quella radura, mostro! Per quanto ancora ti approfitterai dell'ingenuità di Jack? Per quanto speri che resterà abbastanza innocente da poter continuare a seviziarlo? Non credere di poter continuare questo gioco in eterno!».

Sbuffando, infastidito, Pitch commentò: «Non mi aspettavo che con delle orecchie simili potessi essere sordo. Non mi hai sentito prima? Non gli ho fatto niente che non abbia apprezzato. Non mi è stato necessario costringerlo, è stato lui stesso a venire da me, come tutte le altre volte, del resto: non è affatto innocente come te lo immagini. Sa bene quello che vuole e non si fa problemi a chiederlo, qualsiasi siano la circostanza e il luogo... oh, guarda un po': lo sta giusto facendo ora. Senti come mi chiama? Non posso non rispondergli: non vorrei mai che soffrisse la mia mancanza».

Voltando le spalle al Guardiano l'Uomo Nero si girò verso l'amato, che, probabilmente disturbato dalla conversazione e dall'improvvisa assenza di calore e coccole, si era inizialmente agitato nel sonno, quindi aveva faticosamente sussurrato il suo nome, allungando un braccio oltre i cuscini come a volerlo cercare: azioni perfettamente consone al raggiro che l'uomo stava preparando per il proprio molesto nemico, ed eseguite con un tempismo tale da sembrare architettate.

Compiaciuto da quel risvolto, tanto inaspettato quanto opportuno, Pitch non esitò e, inginocchiandosi di fianco al ragazzo, si apprestò a premiarlo per l'involontario sostegno fornito: come prima cosa si premurò di fargli avvertire la propria presenza, poggiando la guancia destra contro la sua spalla e stringendolo in un delicato abbraccio; percependo il battito del suo cuore rallentare gli passò il palmo sinistro sul petto, carezzandolo più volte per tranquillizzarlo al meglio e indurlo ad assumere una posizione rannicchiata, che lo avrebbe fatto sentire meno solo ed esposto; infine, fremendo per l'aspettativa, sfiorò con dita leggere come piume le sue labbra, ridisegnandone il contorno e lasciandosi sfuggire un sospiro quando queste si schiusero, inumidendogli i polpastrelli.

Oh, quanto avrebbe desiderato rimanere lì col giovane fino al suo risveglio, perdendosi a vezzeggiarlo e fissare il suo viso angelico, vegliando la sua anima per farla sentire protetta e al contempo appropriandosene con gli occhi e il cuore! L'incomodo spettatore, però, glielo avrebbe senza dubbio impedito: il Pooka sarebbe probabilmente intervenuto a fermarlo e, se anche si fosse astenuto da un sì rozzo atto, la sua sola presenza era fonte di tale fastidio da impedirgli di godersi quel momento in pace. Era giunto il tempo di sistemare quello scocciatore, allontanandolo definitivamente in modo da eliminare anche l'ultimo patetico ostacolo tra sé e Jack: era ora di porre fine a quegli sciocchi battibecchi cui aveva dovuto forzatamente partecipare nei giorni precedenti, zittendolo una volta per tutte.

Mentre ancora tentennava all'idea di doversi allontanare dal suo dolce fiocco di neve, proprio quando questi sembrava desiderare così tanto la sua compagnia, una magnifica idea gli sovvenne: una perfetta stoccata prima del colpo di grazia, che avrebbe lasciato Calmoniglio così inferocito da garantirgli la perfetta riuscita del piano.

Senza indugiare oltre si spostò, fino a chinarsi sull'orecchio del compagno, quindi, con tono mellifluo e allo stesso tempo possessivo, mormorò: «Oh, non ti agitare, piccolo mio, sono qui con te e ci sarò sempre. Ricordi? Tu sei mio, mio, e mio soltanto: mi apparterrai per sempre, e non ti lascerò mai solo».

Intenerito e compiaciuto dal mugugno soddisfatto che Frost emise a quella frase Pitch si rialzò e, voltandosi verso il Coniglio di Pasqua, lo trovò esattamente nelle condizioni in cui sperava: arrabbiato, disgustato, pronto all'attacco, ma anche triste e smarrito.

Cercando forse di coprire la confusione che lo aveva colto il Guardiano rizzò le orecchie e sbottò: «Jack non ti appartiene!».

L'Uomo Nero, tuttavia, non si lasciò distrarre e, con un'espressione provocatoria, sussurrò: «Calmoniglio, sbaglio o quella che provi non è solo ed unicamente rabbia? Sinceramente trovo che tu te la prenda un po' troppo per l'atteggiamento che tengo nei confronti di Jack: non ho mai oltrepassato i limiti della decenza in pubblico, quello che faccio in privato è affar mio e di Jack e, oltretutto, nessuno degli altri Guardiani si è mai lamentato di alcunché. Come mai sei l'unico a prendertela tanto? Capisco che tu possa non approvare il nostro rapporto, ma la tua opposizione è eccessiva e le tue critiche spesso ingiustificate: persino i tuoi amici se ne sono accorti. Come mai tutto questo trasporto nell'odio che provi per me? Stai diventando sentimentale, Calmoniglio? Sei forse geloso?».

A quell'ultima parola, pronunciata con particolare incisività, Calmoniglio sbarrò gli occhi, lasciando chiaramente trasparire il panico che lo aveva assalito e facendosi piccolo piccolo, come a volersi nascondere da quell'accusa. L'uomo colse al volo l'occasione per rincarare la dose, avanzando fino a raggiungerlo e commentando: «Oh, ma guarda un po': che strana reazione hai avuto! Ho forse colto nel segno? Dal tuo sguardo colpevole direi proprio di sì! Ma, dopotutto, ti capisco perfettamente: poter avere il cuore e il corpo di Jack è un piacere incommensurabile. Scommetto che hai già provato a figurarti come sarebbe, per te, essere al mio posto, ma i tuoi sogni non possono che essere una sbiadita imitazione della realtà: tu non conosci Jack, e non lo conoscerai mai. Non hai idea di quanto sia liscia e morbida la sua pelle, non potrai accarezzarla fino ad essere in grado di ritracciare a memoria ogni sua forma e piega, non saprai mai quanto può diventare bollente. E Jack, oh, Jack è un compagno assolutamente perfetto! Mi aiuta in ogni occasione, con una solerzia che nemmeno i miei Incubi dimostrano, mi cerca sempre e sempre festeggia per i nostri incontri, e, alla fine, sempre si concede, con una malizia e una sicurezza tali da far pensare che sia nato solo ed unicamente per quello. Ti piacerebbe poterlo possedere, almeno una volta, non è così? Vederlo spogliarsi lentamente di fronte a te, avvertire le sue mani affusolate cercarti e corteggiarti ogni muscolo, guardarlo aprire le gambe per chiedere soddisfazione, gemere senza ritegno mentre ti implora per avere di più, e...».

Pitch non fu mai in grado di concludere quel climax magnificamente ideato, poiché un improvviso disorientamento lo colse: un attimo prima si trovava in piedi di fronte al Pooka, intento a fissarlo e provocarlo, e un attimo dopo la sua vista era mancata e, insieme ad essa, il senso dello spazio e del tempo. Sbattendo le palpebre riuscì a dissipare parzialmente la cortina nera che gli era calata sugli occhi e, di fronte a sé, individuò un oggetto color miele ed allungato: di cosa si trattava? Era una trave? Oppure un bastone? E come faceva a reggersi orizzontalmente di fronte alle sue iridi senza cadere? Forse era in grado di galleggiare nell'aria, esattamente come stava facendo lui stesso in quel momento?

Nel vano tentativo di risvegliare la propria mente annebbiata l'Uomo Nero scosse debolmente il capo e, a quel semplice gesto, tutte le sensazioni che erano state temporaneamente addormentate tornarono alla vita, più vivide e pungenti che mai: una luce intensa e pulsante gli ferì le pupille, l'intenso odore del legno e della cenere gli riempì le narici, un sapore metallico gli invase la bocca e un dolore acuto alla schiena e al viso lo assalì.

Inspirando profondamente per metabolizzare quelle percezioni così improvvise e farle scemare, focalizzò un particolare alla volta, per cercare di comprendere la situazione senza affaticarsi eccessivamente: come prima cosa si concentrò sul chiarore che lo aveva quasi accecato, notando solo in quell'istante i suoi toni aranciati e le sue variazioni irregolari d'intensità e identificandolo, quindi, col fuoco del camino; poi si lasciò pervadere dal profumo resinoso che lo aveva avvolto, riconoscendo in esso il sentore dell'abete intagliato e intuendo di trovarsi accanto ad uno sgabello di quel materiale, che ricordava trovarsi accanto al divano; infine, mentre cercava di distendere i muscoli per riprendersi, realizzò che una superficie dura e piatta gli premeva continuamente contro le clavicole e il coccige, accompagnata da una sensazione di freddo crescente, e capì di trovarsi steso sul pavimento.

Ormai perfettamente in sé Pitch impiegò poco a ricostruire l'accaduto e interpretare gli ultimi indizi che aveva raccolto: Calmoniglio, esasperato dalle provocazioni, doveva averlo colpito al viso, tanto brutalmente da spaccargli un labbro, e tanto velocemente da coglierlo di sorpresa e scagliarlo sull'assito, lasciandolo semisvenuto.

Aggrappandosi alla seggiola per avere un sostegno l'Uomo Nero tornò col torace eretto e, non appena si portò la destra alla bocca per massaggiarla, si rese conto che il danno era molto più esteso di quanto aveva pensato inizialmente: tutti i denti delle due arcate sinistre erano stati danneggiati, alcuni solo scheggiati, altri completamente divelti, e i loro frammenti gli ferivano il palato, aggiungendo nuovo sangue a quello, già abbondante, che aveva appena versato. Percependo il flusso aumentare al punto da colargli sul mento s'apprestò a porre rimedio: dapprima radunò con la lingua le schegge d'osso più grosse, le sputò e si premurò di lanciarle nel fuoco, per non macchiare il pavimento; dunque deglutì il resto del fluido, ignorando con un sadico sorriso i fastidiosi graffi che le scaglie dimenticate gli causarono alla gola: aveva vinto.

Una risata malata e impossibile da arrestare gli partì dal fondo dello stomaco, gorgogliando nel sangue che ancora stillava e liberandosi a malapena dalle sue labbra ingiuriate, mentre le spalle e quasi l'intera schiena si scuotevano per l'ilarità: aveva vinto su quello sciocco Pooka che tanto odiava e tanto lo odiava, stuzzicandolo fino a farlo imbestialire e guidandolo subdolamente verso un torto per il quale non poteva esservi perdono.

Leccandosi la dentatura e la carne martoriata con un che di compiaciuto, si complimentò con sé stesso: nonostante la malattia affrontata e la convalescenza ancora in corso non aveva perso il proprio smalto, ed era riuscito abilmente a raggirare il proprio interlocutore, inducendolo a tradirsi in modo addirittura più grave e plateale di quando avesse osato pianificare. Che cosa avrebbero detto i Guardiani una volta entrati nel salone e visto la scena? Non era difficile intuire a chi avrebbero dato ragione e a chi torto: i tagli e i lividi sul suo volto erano una prova più che sufficiente di chi fosse stata la vittima e chi il carnefice. Non sapeva cosa sarebbe accaduto al Coniglio di Pasqua, se lo aspettassero l'esilio, una punizione o un semplice ammonimento, ma di certo, dopo un gesto simile, nessuno si sarebbe più fidato di lui: l'Uomo Nero aveva vinto la guerra, e una pace umiliante si prospettava per lo sconfitto.

Proprio mentre s'apprestava a dare un freno alla propria fantasia e ricomporsi per concludere la recita, un rumore frusciante attirò la sua attenzione, seguito da passi affrettati, e, supponendo che il Guardiano stesse accorrendo per rincarare la dose, Pitch si rannicchiò contro il mobile, alzando un braccio per difendersi; in verità non aveva paura di lui, né dei pugni e dei calci che avrebbe potuto dargli e che non avrebbero fatto altro che confermare quanto ingiusto e tirannico lo avessero fatto diventare le sue assurde convinzioni, ma voleva evitare di subire ferite serie: i denti gli erano ormai quasi del tutto ricresciuti, ma un osso spezzato avrebbe di certo richiesto più cure, e lui non aveva intenzione di elemosinare di nuovo aiuto e far preoccupare Jack.

La scena che spiò da sotto il proprio avambraccio, tuttavia, smentì ogni supposizione: ad avanzare con una camminata decisa era stato il ragazzo, e, prima ancora che potesse rimproverarsi per aver disturbato il suo sonno e chiedersi cosa stesse facendo, l'uomo lo vide brandire il bastone con entrambe le mani, sollevarlo sopra la testa e calarlo su quella di Calmoniglio.

Una luce abbagliante scaturì dal centro della verga, accompagnata da un rumore secco e crepitante, e, per un attimo, illuminò la stanza così violentemente da farla sembrare completamente bianca; accecato da essa Pitch fu costretto a schermarsi le iridi col palmo, sbattendo le palpebre per eliminare la macchia luminosa che gli era rimasta impressa sulla retina e rabbrividendo al vento gelido che lo colpì all'improvviso, ma, nonostante il disorientamento, udì perfettamente il lieve tonfo in seguito al quale tutto tornò alla normalità.

Il Pooka doveva certo trovarsi da qualche parte lì accanto, dolorante per il colpo ricevuto e col muso coperto di sangue, ma l'Uomo Nero non lo avrebbe notato nemmeno se se lo fosse trovato in braccio: di fronte a lui, riverso a terra, era steso il suo dolce fiocco di neve, immobile come era stato durante la notte della Vigilia di Natale, e quell'immagine era così terribile da renderlo cieco a qualsiasi altro particolare.

Un'ondata di panico lo pervase, attanagliandogli il petto e la gola e portandolo sull'orlo del panico: aveva giurato a sé stesso di non mettere mai più in pericolo di vita il compagno, e aveva fallito. Non aveva importanza il fatto che Frost avesse agito in completa autonomia, intervenendo in modo inaspettato: l'uomo avrebbe dovuto comunque prevedere che, a causa del trambusto, si sarebbe svegliato e sarebbe accorso in sua difesa, e agire di conseguenza. Provocare il Coniglio di Pasqua fino a quel punto era stata una pura follia, uno sfizio che si era voluto concedere, tanto crudele quanto superfluo: esistevano decine di altri modi più sicuri e civili per far cessare le lamentele che tanto lo tediavano, dalla discussione costruttiva al semplice ignorare, ma lui era stato troppo egoista per pensare di ricorrervi.

Piangere sul latte versato, tuttavia, a nulla serviva, dunque radunò le forze e, un po' arrancando ed un po' trascinandosi, raggiunse il giovane; senza perdere altro tempo lo abbracciò, poggiando le labbra sulla sua fronte e facendo scivolare indice e medio sulla carotide, e finalmente tirò un sospiro di sollievo: la sua temperatura era leggermente inferiore al consueto, ma oscillazioni simili erano nella norma, e i battiti erano perfettamente regolari.

Mentre s'apprestava a prestargli i primi soccorsi un debole ronzio scese dal soffitto del salone, intensificandosi sempre più a mano a mano che si avvicinava, ed una voce acuta e preoccupata proruppe: «Per tutti i dentini, che cosa è successo qui!? Pitch, Jack sta bene o è ferito?».

Alzando gli occhi verso Dentolina Pitch rispose: «Per fortuna sta bene. Non è sveglio, ma battito e temperatura sono regolari, e lui non ha subito ferite. Probabilmente è svenuto a causa del colpo: il suo bastone non si è rotto, ma ci sono molte schegge qui intorno e, se si è danneggiato, Jack ne è di certo rimasto indebolito».

«Oh, che sollievo!» esclamò la fata, portandosi il palmo sinistro al cuore, quindi proseguì: «Forza, mettilo sul divano: riposare un poco lo aiuterà a riprendersi».

Annuendo l'Uomo Nero passò l'avambraccio sinistro sotto la schiena di Jack e il destro sotto le sue ginocchia, quindi, sollevandolo attentamente, si tirò in piedi; si concesse qualche secondo per assestarsi meglio sui piedi e schiarire la propria vista sfocata, dunque avanzò verso il divano e, con tutta la delicatezza di cui era capace, lo adagiò sopra i cuscini, curandosi di sistemarlo in modo da non provocargli crampi.

«Molto bene, Pitch. Ora che Jack è al sicuro abbiamo una questione importante da risolvere» sentenziò Dentolina, con un tono che non ammetteva repliche.

Prima ancora di potersi insospettire per l'improvviso cambio di atteggiamento l'uomo si sentì afferrare saldamente per un orecchio e trascinare via, con una forza tale da spiazzarlo e impedirgli di reagire: gli sembrava di essere stato agguantato da una tenaglia d'acciaio, opprimente nella sua soffocante stretta e terribilmente affilata, e qualsiasi movimento involontario che deviava dal docile assecondarla gli provocava fitte di dolore. Proprio quando riuscì a riprendersi dallo stupore che lo aveva colpito e iniziare ad imbastire una prima debole difesa, un guaito gli giunse alle orecchie, seguito da da sonore proteste e rumori di strisciamento, e Pitch comprese che Calmoniglio stava subendo la stessa sorte, ma lo ignorò: non nutriva il minimo interesse per il Pooka, soprattutto in quel momento, e l'unica cosa che gli premeva era liberarsi e tornare dall'amato.

«Dentolina, che diavolo stai facendo!?» ruggì.

«Oh, non provate ad abbindolarmi: ho visto tutta la scena da lontano! Vi siete comportati entrambi in modo incivile, e avete agito in maniera così infantile da sembrare più immaturi di bambini di cinque anni! E' ora che raffreddiate i vostri bollenti spiriti!» li rimproverò la Fata dei Dentini.

Dando uno strattone più violento degli altri li zittì e li guidò all'interno di uno stretto corridoio, quindi, usando abilmente un piede, aprì una porticina e, uno dopo l'altro, li scagliò nella neve fresca; pulendosi le mani per lasciargli tutto il tempo di riprendersi la fata attese che si girassero, infine concluse: «Nord non è ancora tornato, ma so per certo che non tollera ospiti incivili nella sua casa, quindi rimarrete qui finché non avrete chiarito i vostri problemi ed appianato le divergenze. Chiaro? Buona conversazione, e guai a voi se fate di nuovo a botte!».

Il rumore del legno che sbatteva e veniva richiuso con la sbarra giunse ovattato alle orecchie di Pitch, non tanto per effetto del vento che ruggiva attorno a lui e della neve che smorzava ogni suono, ma per l'incredulità che provava: era stato insultato, picchiato, il suo amato era caduto esanime a terra, e Dentolina non aveva trovato niente di meglio da fare che sbatterlo fuori dal Palazzo? Lui era il Re degli Incubi, il Signore delle Tenebre, non un patetico bambino da educare! Lui meritava solo rispetto e nessuno doveva osare trattarlo in quel modo! Ma, soprattutto, nessuno doveva osare separarlo da Jack, per di più se questi stava male: aveva giurato a sé stesso di proteggerlo, vigilare sulla sua salute e garantire il suo benessere, e negargli la sua vista in un momento simile gli provocava una rabbia ben maggiore di quella che aveva provato venendo sconfitto dai Guardiani.

Accecato dall'ira avanzò, scostando con malagrazia Calmoniglio che, dolorante e rassegnato, si era accucciato nella coltre per massaggiarsi il naso, raggiunse il portone e, bussandovi con forza, ruggì: «Dentolina, apri immediatamente questa porta!».

Non udendo risposta bussò di nuovo, poi vi batté i pugni, sovrastando il rumore dei colpi e degli scricchiolii dei cardini col tono sempre più alterato della propria voce, ma nulla cambiò; tuttavia, proprio quando, indignato, si stava preparando a buttarla giù a calci, udì un suono provenire dall'interno e si calmò.

Dopo pochi secondi l'ingresso venne schiuso e la testa della fata sbucò dallo spiraglio.

«Era ora!» esclamarono in coro l'Uomo Nero e il Pooka.

«No no, ragazzi, non v'illudete: non sono venuta per farvi entrare. Volevo solo avvisarvi di due cose. Pitch, prima di tutto voglio riferirti che Jack sta bene: si è ripreso, per ora sta riposando sul divano, ma tra poco aggiusterà il bastone; non hai ragione di preoccuparti, quindi pensa semplicemente a riparare ai tuoi errori. Calmoniglio, sappi che ti riterrò responsabile se Pitch si ammalerà o si congelerà i piedi, quindi fai qualcosa per evitarlo. Auguro di nuovo ad entrambi una proficua conversazione» disse la Fata dei Dentini.

Ritraendo di scatto il capo richiuse l'accesso, sigillandolo dall'interno così velocemente che l'uomo non riuscì nemmeno a bloccarla e, per la seconda volta, si trovò dal lato sbagliato della porta: ormai la situazione, oltre che inammissibile, stava diventando ridicola.

Ringhiando assalì la porta con un destro ed un gancio, ignorando le schegge che gli si piantarono nelle nocche, e il Pooka, esasperato, sbottò: «E' inutile che la richiami, non ti aprirà mai in questo modo! Quando Dentolina si mette in testa qualcosa non c'è verso di farle cambiare idea: ci lascerà qui fuori».

«Lo vedremo!» replicò l'Uomo Nero, senza neanche voltarsi a guardarlo.

In breve, tuttavia, gli fu chiaro che la violenza non era la soluzione: Dentolina non dava alcun segno di aver cambiato idea, e lui avrebbe impiegato ore per buttar giù un legno così solido e indurito dal tempo; tuttavia, ove la forza bruta falliva, l'astuzia avrebbe di certo avuto successo.

Poggiando la fronte contro l'odiata barriera per concentrarsi, evocò un tentacolo di sabbia magica, abbastanza sinuoso da riuscire a controllarne ogni movimento e sufficientemente sottile da poterlo insinuare nello spiraglio tra il terreno e il portone, quindi agì: dirigendolo abilmente riuscì a superare l'ostacolo e raggiungere la barra che bloccava l'accesso, ma, quando provò a sollevarla, non vi riuscì. Frustrato riprovò, ancora, ancora e ancora, ma quella spira oscura era troppo esile per poter smuovere un simile peso; piantando le unghie negli stipiti fece confluire maggior potere nella rena nera, per ingrossarla, ma questa non riuscì a passare attraverso la luce della porta; ormai disperato tentò di moltiplicare i tentacoli, per supplire alla debolezza col numero, ma a quel punto le forze lo abbandonarono e, ormai esausto, cadde a terra.

Un tremito incontrollabile lo prese, scuotendogli le spalle e gli arti, ma solo quando iniziò a battere i denti realizzò quale fosse la causa di tutto ciò: la temperatura del suo corpo si stava abbassando rapidamente, e sulla punta di mani e piedi era già ben visibile un principio di congelamento. Scioccamente, preso da quel misto di rabbia, indignazione e preoccupazione che ancora non riusciva a sopire nella propria mente, non aveva fatto caso al freddo, ma, col senno di poi, capì che sarebbe stato più saggio proteggersi da esso: la convalescenza ancora in corso e la giornata movimentata non gli avevano lasciato molte energie di riserva e, rimanendo esposto alle intemperie, lui le aveva definitivamente esaurite.

Strisciando a fatica verso l'ingresso vi si accoccolò contro, nel tentativo di sfuggire al gelo, ma questo evase la sua difesa, risalendogli dalla pianta dei piedi, scendendo lungo la profonda scollatura, penetrando dagli spacchi laterali della sua veste e aggredendolo in ogni modo, finché lui non riuscì nemmeno a rimanere rannicchiato.

Ormai tanto intontito da poter intravedere solo un candore indistinto intorno a sé lasciò che le gambe affondassero nella neve e che le braccia scivolassero a terra, spalancate nella resa finale: non c'era modo di oltrepassare quella porta.

Un'ombra di rimpianto calò su di lui, facendogli provare un chiaro senso di colpa: era stato un autentico idiota a provocare Calmoniglio in quel modo. Non aveva importanza che lui lo avesse tediato ben oltre il sopportabile, che fosse stato scortese e maleducato nei suoi confronti, perché nessuna di queste era una scusa sufficiente: l'inciviltà non giustifica l'inciviltà, in nessun caso, e violare questo principio lo aveva solo fatto finire dalla parte del torto. Non aveva alcun dubbio di aver avuto ragione sin dal principio, ovviamente, e lasciarsi insultare senza rispondere a tono o vendicarsi non era certo un comportamento a lui congeniale, ma, lasciandosi andare ai propri istinti, aveva dimenticato una cosa fondamentale: Jack veniva prima di tutto quanto, persino del suo ruolo di Uomo Nero. Essendo il suo compagno era coinvolto in prima persona nella faccenda, dunque era naturale che ne sarebbe rimasto toccato: l'uomo si sarebbe dovuto trattenere pensando all'amato, per proteggerlo dalle conseguenze di atteggiamenti infantili e nocivi e dimostrargli che era davvero disposto a cambiare, almeno in parte, per lui. Con quell'atto egoista, invece, aveva non solo perso un'occasione per dimostrargli implicitamente il proprio amore, ma anche esposto il ragazzo ad un pericolo, e questo non poteva perdonarselo. Sebbene in passato Frost si fosse ripreso egregiamente dalla rottura del proprio bastone e Dentolina gli avesse assicurato che stava bene, Pitch non riusciva a dissipare la propria preoccupazione: solo vedendolo in salute coi propri occhi sarebbe riuscito a tranquillizzarsi, ma, ormai, non lo poteva più fare; l'unica piccola consolazione che gli rimaneva era la consapevolezza che il giovane si trovasse in un luogo sicuro e caldo, accudito da una delle migliori infermiere che mai avesse conosciuto.

Sospirando un'ultima volta l'Uomo Nero si lasciò sfuggire un piccolo sorriso al ricordo di tutti quei momenti passati insieme alla fata, alla sua generosa disponibilità e alla sua sempre tempestiva complicità, ma presto il gelo lo sopraffece e quelle memorie scivolarono nuovamente nei recessi della sua mente: pensare, in una circostanza simile, gli risultava troppo faticoso.

Proprio quando il sonno iniziò a pesargli sulle palpebre tanto da indurlo ad abbassarle, qualcosa di caldo e soffice lo afferrò, agguantandolo per le spalle e avvolgendogli il torace con un vellutato tepore; ancora troppo debole l'uomo si lasciò prendere senza opporsi, tenendo gli occhi socchiusi e lasciandosi abbracciare: quando, in passato, si era ritrovato in una situazione simile? Dove aveva già percepito quel morbido calore e quell'intenso sentore di clorofilla e fiori?

Intestardendosi provò a rifletterci, seppur disturbato dai continui fremiti di quell'entità che ancora non riusciva ad identificare, ma dopo un minuto scarso dovette capitolare: era troppo stanco, troppo provato per poter combattere, e cedere alla dolce tentazione sembrava la cosa più giusta da fare. Perché mai non avrebbe dovuto assopirsi e riposare un po'? Non aveva intenzione di dormire a lungo, solo per qualche istante, poi sarebbe senza dubbio riuscito a svegliarsi e risolvere l'enigma, ne era sicuro.

Con un sorriso si lasciò scivolare nell'oblio, ma non fece neanche in tempo a rilassare i muscoli che qualcosa intervenne: quell'essere misterioso, con uno strattone, lo sollevò, strappandolo all'oscurità mentale in cui stava cadendo, e, senza attendere oltre, lo trascinò con sé, in una tenebra fisica ben più tangibile e spaventosa.