Nella scorsa settimana ho purtroppo avuto molti impegni, ma sono riuscita a risolvere una grossa questione in sospeso da Gennaio che, in questi mesi, è stata la principale causa dei miei ritardi, quindi gioiamo! Vi auguro una piacevole e lunga lettura, ci risentiamo in fondo!
NON DOBBIAMO ESSERE SOLI – CAPITOLO VENTOTTESIMO
Luce, poi buio. Caldo, poi freddo. Dolore, poi piacere. Silenzio, poi uno sbuffo, e fu così che Pitch si risvegliò.
Impiegò meno di un secondo a riemergere dal sonno forzato in cui era caduto ed aprire gli occhi, troppo allarmato dal ricordo degli ultimi istanti di veglia per poter indulgere nella stanchezza, tuttavia il nitore dell'ambiente in cui si trovava fu tale da accecarlo e indurlo a richiuderli immediatamente; gemendo per le fitte ai muscoli ed il senso d'impotenza, egli s'agitò un poco, tastando il terreno attorno a sé per riabituarsi fisicamente al mondo esterno e tentando di chetare la propria coscienza irrequieta per prepararsi mentalmente a riaffrontarlo, e quando si sentì pronto sollevò le palpebre.
Un chiarore diffuso lo accolse, intontendolo un poco prima di sfumare lentamente in un'ampia e liscia superficie color grigio chiaro, e l'uomo, combinando questo particolare alla morbida consistenza sabbiosa che avvertiva sotto i polpastrelli, dedusse di trovarsi ancora nella caverna nella quale era stato subdolamente attaccato, accasciato in posizione supina; facendo vagare lo sguardo all'intorno, individuò dapprima l'ingresso del corridoio in cui l'Uomo Nella Luna si era defilato, poi, inaspettatamente, l'Incubo su cui aveva viaggiato, ritto in tutta la propria maestosità ed intento a fare la guardia, ed infine, ad una breve distanza da sé, la bambina, e,preoccupato, scattò subito verso di lei.
Stroncato dal balzo, riuscitogli peraltro assai goffamente, si dovette presto rassegnare a strisciare, ingoiando polvere ed orgoglio per avanzare, palmo dopo palmo sotto gli indecifrabili occhi biancastri del proprio servitore torreggiante, incontro a colei che, seppur giovane e minuta, nelle ultime ore aveva mosso il mondo, ma ogni imbarazzo sparì nel momento in cui la raggiunse, e, fortunatamente, lo stesso accadde alle paure che provava: la neonata, infatti, pareva serena ed in perfetta salute, immobile mentre lo fissava ed ancora ben annidata nel drappo di oscurità in cui egli l'aveva avvolta.
Lasciandosi sfuggire un sospiro di sollievo, l'Uomo Nero la scoprì, controllando con la vista e col tatto che la sua morbida pelle non presentasse lesioni o marchi e, seppur confuso, gioendo nel vederla intatta, e quando la udì emettere un versetto compiaciuto le balbettò: «Stai bene bella, eh? Sì, sembra proprio di sì, guarda come sei serena, sei stata davvero brava a stare ferma ed in silenzio fino ad adesso, come ti avevo chiesto, lo sai? Ora però devi resistere ancora un poco, ancora qualche minuto, così potremo andarcene e tornare da Jack: fai la brava ancora per un po'».
Lanciandole un sorriso tirato, la fasciò nuovamente nella coperta di sabbia magica, badando a bloccarle al meglio gli arti per evitare che, durante il viaggio, ella potesse agitarsi e cadergli di mano; poi, facendosi forza, si tirò dapprima in ginocchio, dunque in piedi, il fagotto di dolcezza e tenebre premuto contro il petto nudo e la vista che minacciava continuamente di abbandonarlo; infine, un po' facendo leva sul braccio sinistro, un po' arrampicandosi su un pratico ammasso di rocce lì accanto, montò in groppa alla propria cavalcatura e s'apprestò a fuggire.
Tentò di governarla, afferrandole la volubile criniera con la destra e tirando per spronarla al trotto, ma la vide subito ribellarsi e procedere autonomamente al passo che più le aggradava, e, notando che si dirigeva verso un'uscita, la lasciò libera. Abbassò il capo quando questa imboccò la spaccatura, torcendo il busto di lato e stringendo le gambe attorno ai suoi fianchi per non scivolare, e quasi non si accorse dello spuntone roccioso che gli graffiò impietosamente la spalla. Fece vagare le pupille all'intorno una volta all'esterno, sbattendo le palpebre e fissando intontito la superficie lunare mentre se ne distaccava, e non si pose alcuna domanda né riguardo a ciò che si stava lasciando le spalle, né riguardo a ciò a cui stava andando incontro. All'ultimo, scorse la barriera che circondava il satellite, ancora luminosa, ancora pulsante, e, rendendosi conto di non poter fare altrimenti, diede fondo ai propri poteri e avvolse sé stesso e il proprio minuto fardello in una nube di rena oscura. Avvertì distintamente l'urto, la forza di repulsione, lo sfrigolio, la lotta impari tra bene e male che ormai s'erano scambiati i ruoli e lo sballottavano qua e là nel tentativo di sopraffarsi a vicenda, e permise alle proprie ombre di nutrirsi della paura che provava pur di avere una possibilità in più di salvarsi, chino sulla figlia per proteggerla fino alla morte. Sì sentì ferire, mordere, scagliare lontano, poi impattò contro qualcosa, ed ivi giacque, rannicchiato su sé stesso, e pregando di poter vincere la battaglia ingiusta ed insensata in cui era stato trascinato.
All'improvviso, in quel caos indistinguibile ed incontrollabile, qualcosa s'inserì: qualcosa di piccolo e fermo, risoluto, ma anche gentile, che si fece strada abile e leggero tra le volute di tenebra verso di lui, e che, una volta raggiuntolo, gli si posò dolcemente su una guancia, prendendo ad accarezzarla.
«Sei al sicuro, Pitch» gli sussurrò una voce rieccheggiante.
L'Uomo Nero, che l'aveva riconosciuta al volo, ma che non riusciva a fidarsi a sufficienza da lasciarsi andare, si raggomitolò ancor di più, stringendo a sé la bambina più che poté e racchiudendola in una ulteriore bolla di neri tentacoli; l'altra entità, tuttavia, non si fece scoraggiare, e, dopo essere avanzata a forza per rivelarsi a lui, gli mormorò: «Pitch, amore mio, sei al sicuro nel Palazzo di Nord: puoi abbassare le difese adesso».
Schiudendo pian piano le palpebre, che non s'era nemmeno reso conto di aver serrato, l'uomo individuò di fronte a sé il compagno, i capelli arruffati, gli occhi arrossati, il sorriso tirato in un'espressione solo parzialmente sollevata, ed istintivamente protese le dita verso di lui, vezzeggiandogli il collo per consolarlo e perdendo così il controllo delle ombre delle quali si era ammantato.
«Che diamine è successo alla tua schiena!?» sbottò dal nulla un individuo maschile non meglio identificato.
Ignorando l'esclamazione, Pitch sfiorò per un'ultima volta lo zigomo di Jack, quindi abbassò il braccio, e, riassorbendo l'ultima barriera protettiva eretta, mormorò con tono spezzato: «Prendila».
Colto impreparato, il ragazzo tentennò, chiaramente tentato più di prestargli soccorso che non di assecondare la sua, almeno apparentemente, insensata richiesta, tuttavia, dopo poco, parve accorgersi della presenza della fagotto, e a quel punto non ebbe più alcuna esitazione: con uno scatto si chinò su di lei, faticando ad afferrarla tanta era l'ansia che lo aveva colto all'istante, e, probabilmente, anche attanagliato durante la lunga attesa; tremando, la sollevò, frugando in maniera quasi frenetica tra le pieghe della coperta pur di trovarla; infine, quando riuscì a scoprirle il capo, si lasciò sfuggire un singhiozzo.
Dentolina, che, evidentemente, doveva essersi tenuta in disparte per tutto il tempo, comparve a fianco del puerpero reggendo in mano un telo pulito, e, dopo aver sommariamente controllato l'infante, commentò: «Oh, Jack, guardala, ha i tuoi occhi!».
Di rimando, Jack, che s'era emozionato come non mai nel vedere la bambina ed era arrossito quando questa aveva cercato di toccargli il viso, lanciò un'occhiata commossa all'amato ed aggiunse: «E gli occhi di Pitch».
Benché un poco imbarazzato, l'Uomo Nero si fece forza e non si ritrasse, sostenendo gli occhi umidi dell'altro e rimanendo quieto, e quasi rischiò di versare a propria volta qualche lacrima quando Frost si portò i polpastrelli alle labbra e gli inviò un bacio; concentrandosi sulla sua chioma ribelle, che aveva assunto una buffa piega ad onda, riuscì a distrarsi a sufficienza per trattenersi e continuare a fissarlo, lieto di saperlo finalmente felice e pure consapevole della sua presa di coscienza, e fu così che quasi trasalì quando udì Nord intervenire, tuonando: «Odio terribilmente interrompere questi momenti, ma trovo che pavimento non sia il posto migliore dove viverli! Che ne dite, ci spostiamo?».
Piegando le labbra in un sorriso, la fata cinse le spalle del giovane con un braccio e convenne: «Nord ha perfettamente ragione: il pavimento è freddo, scomodo e sporco, e quest'area non è affatto protetta, mentre tutti voi avete decisamente bisogno di un luogo caldo, accogliente, pulito e riservato. Che ne dici di andare in camera, eh, Jack? Hai il viso sfatto, si vede che sei stanco e provato, e lo stesso vale per Pitch e la bambina: ritirarvi per un po' potrà solo farvi bene. Te la senti di iniziare ad avviarti? Noi altri arriveremo in un minuto, giusto il tempo di aiutare Pitch a riprendersi e rialzarsi».
Seppur un po' spaesato dalla richiesta e, almeno per un istante, chiaramente terrorizzato all'idea di separarsi dal compagno, Jack tirò su col naso e rispose: «Va bene, però non voglio andare da solo».
«Ma certo, nessun problema» concesse immediatamente la Guardiana; «Calmoniglio, lo accompagni tu? Mostragli anche la stanza che Nord ha preparato, e prendimi un pannolino dal fasciatoio, lo trovi nel secondo cassetto. Sandy, puoi... bravo, hai già capito, grazie. A tra poco».
Dopo aver aiutato il ragazzo a raccogliere la coperta ed alzarsi, lo sospinse verso Calmoniglio e lo salutò con la mano, dunque si mise a ripiegare diligentemente l'asciugamano che aveva prima svolto, girandosi di quando in quando per osservare alternativamente il trio e Sandman allontanarsi in direzioni opposte; procedette con calma, prendendosi tutto il tempo necessario per radunare la stoffa ed arrotolarla in una sorta di salsicciotto, e quando nessuno s'avvistò più in lontananza la brandì come una mazza, calandola impietosamente sul naso dell'uomo e sbottando: «Sei un'imbecille!».
Pitch, che nel frattempo, complici la stanchezza e l'emozione, s'era limitato a subire la situazione, rimanendo steso e divenendo semplice spettatore, si riscosse di botto, e, neanche troppo stupito dalla presa d'iniziativa dell'interlocutrice, le abbaiò: «Non credere che non me l'aspettassi!».
«E cara grazia che te l'aspettavi!» gli gridò Dentolina, gesticolando; «Significa che il tuo cervello non è andato definitivamente perduto! Come ti è potuto anche solo venire in mente di partire così, da solo, alla volta del covo del tuo antagonista più potente!? Potevi lasciarci le penne!».
«Non sono io il canarino piumoso, fatina dei miei stivali!» le sibilò di rimando l'Uomo Nero.
Lanciandogli un'occhiata a metà tra l'offeso e l'esasperato, ella sentenziò: «Fare l'irriverente non ti salverà, Pitch! Sei una persona troppo prevedibile per sorprendermi abbastanza da distrarmi!».
«Eppure mi risulta di averti sorpresa più che a sufficienza qualche ora fa!» ribatté l'uomo.
«Va bene, va bene, basta così!» s'inserì Babbo Natale, scavalcando il ferito e frapponendosi tra questi e l'amica; «Ora che vi siete sfogati abbassiamo toni e parliamo in modo costruttivo. Che è successo su Luna? Noi abbiamo fatto quello che ci hai chiesto, Dentolina, aspettato qui e cercato di distrarre Jack, ma non è stato facile, eravamo sempre più preoccupati, e a ragione, direi: schiena di Pitch è conciata piuttosto male».
«Anche la caviglia, a quanto vedo» commentò la fata; «Ti riassumo ciò che ho visto. Dopo aver recuperato l'Incubo che hai visto fuggire poco fa, Pitch si è precipitato verso la Luna; io e Sandy, ovviamente, ci siamo subito lanciati al suo inseguimento, rimanendo purtroppo indietro, e a meno di un chilometro dalla superficie è accaduta una cosa incredibile: siamo stati respinti. Abbiamo provato e riprovato a proseguire, ma tra noi e Pitch ormai si ergeva una barriera magica, così noi siamo rimasti fuori, mentre lui è atterrato ed è penetrato nel sottosuolo. Abbiamo atteso per quasi mezz'ora, io colpendo la barriera, Sandy sorvolando ogni angolo del satellite per trovare un punto d'accesso, ma abbiamo entrambi fallito, ed alla fine abbiamo nuovamente avvistato Pitch. Reggeva in braccio un fagotto, ed era sfatto, mezzo nudo, esattamente come lo vedi ora: aveva chiaramente combattuto. Abbiamo tentato di aiutarlo, ma non lo potevamo raggiungere, così l'unica cosa che abbiamo potuto fare è stata guardarlo ammantarsi di ombre e sfondare la barriera, ed infine scortarlo fin qui. Raccontaci il resto, Pitch: dicci cosa è successo mentre eri solo».
Piccato dalla prepotenza con cui l'interlocutrice lo aveva messo da parte per parlare, Pitch decise di far leva sul senso di colpa per liberarsi da quella scomoda situazione, e lamentò: «Ma cos'è questo, un interrogatorio!? Sapete che sono stanco e ferito, e non trovate nulla di meglio da fare che lasciarmi sul pavimento e farmi il terzo grado? E di Jack, poi, non vogliamo parlare? Non è un bambino, ha il diritto di sapere cosa è successo, e molto più di voi!».
Portandosi una mano al cuore e sfoggiando un'espressione al limite del commosso, la Guardiana replicò: «Oh, Pitch, quasi non credo alle mie orecchie, ci stai davvero chiedendo di prenderci cura di te! Dopo tutto questo tempo, e dopo tutta la rabbia e l'odio che hai accumulato! Hai fatto ottimi progressi, bravo! Non preoccuparti, Nord ha giusto preparato uno sgabello imbottito apposta per te, mentre Sandy è andato in infermeria a prendere l'occorrente per medicarti. Quanto a Jack, no, non è come pensi: non voglio tenerlo sotto una campana di vetro, ma conoscere tutta la storia adesso per potervi proteggere e per permetterti di raccontargliela con calma, a tu per tu e al momento che riterrai più opportuno. E volevo anche farti una ramanzina, sì, lo ammetto, ma non puoi negare di essertela meritata, e sinceramente mi auguro te ne faccia una anche lui. Forza, non perdiamoci in chiacchiere, racconta».
Sgomento di fronte all'abilità con cui la ciarliera interlocutrice era stata in grado, con poche frasi, di ritorcergli contro il suo stesso stratagemma, l'Uomo Nero si coprì il viso con le mani, soffocando a stento un ringhio, e per tutta risposta sibilò: «Non ti aspettare che apra bocca sull'accaduto proprio con voi, gli scagnozzi preferiti di quel bastardo».
Istantaneamente, una mano grossa quanto un badile gli calò sulla spalla, stritolandogliela impietosamente mentre lo trascinava in piedi e lo scagliava quasi con violenza su una morbida seduta a breve distanza, e prima che egli potesse riprendersi il padrone di casa comparve nel suo campo visivo, il viso accigliato a pochi centimetri dal suo naso, nelle iridi una rabbia che mai vi era trapelata così prorompente, e disse con tono serio: «Chiariamo una cosa: io non sono scagnozzo di nessuno. Uomo Nella Luna può anche avermi nominato Guardiano ed aiutato a diventare chi sono ora, ma l'unica cosa che sono tenuto a fare per lui è proteggere bambini. Questo, e niente altro. Non lo devo considerare perfetto e sempre nel giusto, non lo devo aiutare a realizzare qualsiasi idea frulli in sua testa, non lo devo supportare in ogni cosa che fa, e non ho alcuna intenzione di farlo. Forse non lo voglio morto come tu desideri, ma stai certo che non sono affatto contento né di concepimento, né di gravidanza, né di rapimento, e ritengo mi debba spiegazioni per tutto ciò. Ricordalo bene, perché non voglio ripetere».
Seppur inizialmente tentato di reagire in modo aggressivo, forse spintonandolo, forse addirittura mordendolo, non appena lo udì aprir bocca l'uomo s'immobilizzò, e si stupì sempre più a mano a mano che questi procedette col proprio discorso: mai nella vita si sarebbe aspettato di sentirlo parlare in quella maniera. Aveva sempre saputo che, dietro l'aria bonacciona che sfoggiava di fronte ai bambini, Nord celava un'anima dura e, almeno a tratti, oscura, ma da quello al vederlo scatenarla contro il suo superiore ne passava, e non poco, perché la sua, più che un'affermazione, era stata quasi una minaccia. Che il Guardiano avesse finalmente compreso che l'Uomo Nella Luna era un essere spregevole? No, un tale livello di consapevolezza non era certamente raggiungibile per uno Spirito così fedele, non senza una qualche sconvolgente e innegabile rivelazione esterna, e, forse, nemmeno se questi avesse assistito di persona ad uno scempio compiuto dal Guardiano dei Guardiani, ma di certo il dubbio s'era insinuato nella sua mente, e questo era un ottimo inizio verso una presa di coscienza che avrebbe giovato a tutti. E, proprio parlando di tutti, gli altri che pensavano della faccenda? Sandman restava come sempre imperscrutabile, Calmoniglio era senza dubbio ancora dilaniato tra l'odio nei suoi confronti e l'amore fraterno e protettivo che provava per Jack, Dentolina, invece, aveva già chiaramente dimostrato il proprio profondo disappunto, dunque la situazione si sarebbe potuta potenzialmente evolvere in qualsiasi modo, tuttavia era evidente che l'ago iniziava ormai a pendere dalla sua parte, e Pitch non aveva alcuna intenzione di farsi sfuggire l'occasione per creare divisioni ed isolare completamente il proprio peggior nemico.
«E' complicato» replicò con tono pacato; «Quello che è successo non può essere raccontato in cinque minuti, e andrebbe discusso approfonditamente».
Non si curò di rispondere all'ammonimento di Babbo Natale, certo che esso fosse stato più una goffa dichiarazione di alleanza che non un'avvertimento nei propri confronti, e non si preoccupò di aver, di fatto, rimandato la discussione, convinto che la suspense avrebbe solo giocato a proprio favore: concentrarsi sul fulcro della questione e prendere tempo era opportuno in un simile frangente, dove una sola parola poteva fare la differenza tra fallimento e successo, e, considerato anche quanto sfibrato e confuso si sentiva, decisamente necessario.
Scostando gentilmente il padrone di casa, la fata si fece avanti, sul viso un'espressione contrita e negli occhi un misto di paura ed affetto, e, posandogli la destra sulla spalla, gli sussurrò: «Perdonaci, Pitch: siamo stati troppo precipitosi. In questi mesi abbiamo visto vacillare buona parte di ciò in cui abbiamo sempre creduto, il rapimento ci ha sconvolti e le tue ferite sono state il colpo di grazia: ci siamo lasciati prendere dal panico, ed abbiamo lasciato che la nostra preoccupazione per Jack, la bambina e te prendesse il sopravvento. Parleremo con calma ed approfonditamente di quanto successo quando ti sarai riposato, ma non possiamo lasciarti andare senza sapere nulla: dicci almeno se dobbiamo aspettarci un altro attacco».
Seppur incredibilmente tentato di mentire spudoratamente, l'Uomo Nero si rese conto che una bugia mal pensata gli si sarebbe potuta facilmente potuta ritorcere contro, dunque optò per un semplice: «Non penso, ma non si può mai sapere, dunque meglio tenere gli occhi aperti».
«Stabiliremo turni di guardia, terremo sotto controllo Palazzo dentro e fuori, non un raggio di Luna verrà lasciato passare questa notte» stabilì Nord.
Lieto di aver, almeno per il momento, evitato la spinosa discussione, l'uomo si rilassò e concluse: «Bene, visto che abbiamo finito, io me ne vado. Avrò bisogno di riposare a lungo, e lo stesso vale per Jack, dunque non disturbateci finché non usciremo dalla camera».
Chinando la schiena in avanti, si preparò ad alzarsi, ma in meno di un secondo due palmi piccoli e decisi gli premettero sul petto fino a riportarlo in posizione eretta, ed una voce perentoria sentenziò: «Oh no, Pitch, avremo pure finito il discorso, ma con te abbiamo a malapena iniziato! Sei quasi completamente ricoperto di ferite, e ognuna di esse va pulita, disinfettata, curata, ricoperta di lozione, bendata...».
«Ma per piacere, non ho bisogno di nulla di tutto ciò!» la interruppe l'uomo, riconosciuta la Guardiana e cadendo nel panico alla sola idea di dover sottostare alle sue cure; «Le ferite sono già quasi del tutto rimarginate, non abbisognano di alcuna cura! Io me ne vado!».
Con una manata allontanò entrambi gli interlocutori, poi, sfruttando lo slancio, si alzò in un unico movimento e si diresse verso la propria camera, ma qualcosa andò storto: il pavimento, sino a quel momento stabile, si deformò all'improvviso, poi inclinò pericolosamente, ed infine rigirò e scagliò contro il suo viso, scheggiandogli un dente. Benché stordito, egli comprese subito che non era stato l'impiantito ad attaccarlo, ma lui stesso a rovinarci sopra, ma la consapevolezza non gli giovò granché: spaesato e debole com'era, poteva poco contro il giramento di testa, e difatti l'unica cosa che gli riuscì fu dibattersi tanto pietosamente quanto invano sul e contro l'assito che nulla aveva fatto, e tuttavia gli stava dando tanti problemi.
«Pitch, lasciatelo dire» sentenziò la fata da un indeterminato punto della stanza; «E' estenuante prendersi cura di te. Forza, aiutiamolo a rialzarsi».
Due paia di mani caritatevoli giunsero in soccorso di Pitch, una circondandogli il torace, l'altra sostenendogli il capo, e lo riportarono gentilmente in posizione eretta; poi, dal velo di tenebre che gli era calato sugli occhi, un viso appuntito sormontato da mille colori emerse, e gli domandò: «Riesci a sentirmi? Come vedi avresti bisogno di molte più cure di quelle che ti ho elencato io, ma il riposo è decisamente la medicina migliore in questi casi, quindi ti propongo un accordo: bevi un bicchiere di assenzio Himalayano e promettimi che non farai null'altro che dormire nelle prossime ore, e io ti risparmierò ulteriori medicazioni. E' un buon compromesso, non ti pare? Tu potrai andare subito a trascorrere un po' di tempo con Jack e distenderti, lui non si agiterà vedendoti tardare, io potrò comunque curarti in maniera accettabile e tutti saremo più felici».
Dopo aver sbattuto diverse volte le palpebre per mettere a fuoco la figura di fronte a sé, e convenendo che, per quanto imbarazzante, lasciarsi aiutare fosse la migliore ed unica soluzione possibile, l'Uomo Nero si arrese e concesse: «Sì. Va bene».
«Bene» disse Dentolina, lasciandosi palesemente sfuggire un sospiro di sollievo; «Sandy te lo sta porgendo, prendilo pure. Appena avrai finito ti porteremo nella tua stanza e potrai concludere la tua giornata come ti aggrada; la nostra, invece, è lungi dal terminare».
Seguendo con lo sguardo il suo dito teso, l'uomo individuò Sandman, apparso da chissà dove col suo allegro e sempiterno sorriso ed intento a porgergli un vassoio colmo di bende, garze e ciotole d'ogni forma e dimensione, e si preparò mentalmente ad assumere la medicina; aguzzando la vista, individuò il bicchiere contenente l'assenzio e tese il braccio per agguantarlo, rinunciando ad un approccio educato già al secondo tentativo e finendo col portare la bocca al liquido, più che il contrario; infine, un po' tremando, un po' tossendo, riuscì ad ingurgitare tutto il fluido, e quando fu certo di non averne avanzata nemmeno una goccia si volse e chiese: «Allora? E' sufficiente? Posso andarmene?».
Chinando il capo, come per complimentarsi con lui, la Guardiana rispose: «Sì. Ti accompagno io fino alla stanza, così potrò mettere il pannolino alla bambina ed iniziare subito a pattugliare i corridoi».
«Noi invece iniziamo già ora» intervenne Nord, dando una pacca sulla spalla al ferito e lasciandolo andare; «Buonanotte, Pitch, riposa sereno mentre noi facciamo guardia. Vieni, Sandy, andiamo a chiamare Yeti».
Sollevato all'idea d'esser lì lì per ricongiungersi a Jack e trascorrere un po' di tempo solo con lui, Pitch si disinteressò dei due Spiriti e, annuendo distrattamente, iniziò a barcollare verso la propria stanza, tuttavia Dentolina non tardò a richiamarlo, e, con un aggraziato gorgheggio, esclamare: «Preparati a prendere il volo!».
Interdetto, l'Uomo Nero iniziò: «Ma che diavolo...?».
Prima che riuscisse a terminare la frase, però, un frullo d'ali gli scompigliò i capelli, ed i piedi gli si sollevarono magicamente dal pavimento, ed egli capì: la fata lo aveva afferrato sotto le ascelle e lo stava trasportando in volo.
Avvertendo una rabbia incontenibile nascere prepotente in lui, l'uomo rizzò il capo e ruggì: «Come osi!? Mollami subito, sciocca, sono perfettamente in grado di camminare da solo!».
«Ho visto» lo canzonò la fata, proseguendo per la propria strada; «E infatti ti sto aiutando a risparmiare le forze per darci una nuova, fantastica dimostrazione di volo d'angelo dal bordo del letto al materasso, pronto ad esibirti?».
Ormai fuori di sé, Pitch ringhiò e prese a scalciare e mulinare le braccia, ignorando la stanchezza per tentare furiosamente di liberarsi, e tuttavia, nonostante l'impegno, non riuscì nemmeno a rallentare l'infermiera troppo solerte; dopo poco, avendo imboccato il corridoio ed avvistando la porta della camera avvicinarsi pericolosamente, il panico lo colse, ed egli, arrendendosi, pregò: «Non oltre la porta!».
Planando dolcemente, la Guardiana lo depositò di fronte allo stipite, esattamente pochi centimetri prima dell'uscio, e gli sussurrò: «Non preoccuparti, sarà il nostro piccolo segreto. Prenditi tutto il tempo che ti serve per raggiungere il letto, e chiamami se ti senti mancare».
Sollevato al pensiero di aver evitato per un soffio la terribile umiliazione, l'Uomo Nero s'aggrappò ad un pilastro lì accanto e s'assestò, dunque, rinunciando a commentare l'accaduto, seguì l'altra nella stanza; una volta all'interno, impiegò meno di un battito di ciglia ad individuare un percorso sicuro, nonché un'ottima scusa per percorrerlo, e, sfruttando il piano del comò come corrimano, domandò: «Vuoi che ti porti una coperta in più, Jack?».
L'interpellato, che in quel momento era chino sul letto, alzò di scatto il viso e replicò: «Oh, Pitch, sei arrivato. No, grazie, non penso che serva».
«Allora magari ne prendo una piccola per me» annunciò l'uomo; «Questa notte ho avuto freddo ai piedi».
Mentre avanzava lungo la scrivania sino all'armadio, Dentolina affiancò il ragazzo ed esclamò: «Oh, vedo che le hai già messo il pannolino, bravissimo!».
«Beh, più o meno» balbettò in risposta Frost; «Ci ho provato, ma non mi è riuscito molto bene».
«Non è vero» ribatté prontamente la fata, mentre Pitch, approfittando della loro conversazione, strisciava oltre il guardaroba sfruttando ogni appiglio possibile; «Glielo hai messo bene, forse un po' troppo largo, ma non al punto da infastidirla, quindi lasciaglielo e non preoccuparti. Ora noi ci congediamo. Se avrete bisogno di aiuto vi basterà aprire la porta e chiamarci. Sogni d'oro, cercate di riposare».
Senza rimandare oltre, fece un piccolo inchino in segno di saluto, dunque si volse verso il corridoio e lo imboccò, seguita a ruota da Calmoniglio che, dopo aver attizzato il fuoco un'ultima volta, s'allontanò in un borbottio e pochi balzi; nel frattempo l'Uomo Nero, messo ormai alle strette, azzardò un zoppicante scatto dalla finestra al materasso, ignorando le fitte di dolore e riuscendo non solo a mantenersi eretto fino a destinazione, ma anche ad atterrarvi morbidamente prima che la porta venisse richiusa, quindi, certo di aver superato la parte più difficile, s'apprestò a sistemarsi più compostamente.
«Pitch» lo interpellò immediatamente il giovane; «Dov'è la tua coperta?».
Colto di sorpresa mentre si arrampicava sul giaciglio, l'uomo si bloccò, maledicendosi per non aver recitato fino in fondo la scena inventata per coprire la propria debolezza, dunque, cercando di sembrare il più convincente possibile, dichiarò: «Oh, no, alla fine ci ho ripensato e ho deciso di non prenderla: la stanza mi sembra molto più calda di qualche ora fa, rischierei di sudare se mi coprissi troppo».
Fingendosi tranquillo, issò sul lenzuolo dapprima il bacino, poi le gambe, e tenne il capo chino per tutto il tempo pur di nascondere ogni eventuale smorfia di dolore; trattenendo un gemito, infine si distese e volse lo sguardo verso l'amato, ma non appena lo individuò ebbe un tuffo al cuore: sebbene ben ritto in piedi, il ragazzo stava tremando visibilmente, ed i suoi occhi erano colmi di lacrime.
«Jack, che cosa...?» iniziò Pitch.
«Ti ha fatto male alla schiena, non è così?» lo interruppe Frost, lo sguardo duro e la voce rotta.
Intuendo le preoccupazioni che attanagliavano il compagno, l'Uomo Nero gli sorrise e rispose: «Non preoccuparti, non mi fa male, e le ferite si sono già rimarginate».
«Non è questo il punto!» gridò il giovane, pestando un piede; «Ti ha comunque fatto del male, e non avrebbe dovuto osare! Che cosa vuole da noi!? La gravidanza mi ha infastidito, e non poco, ma ha ferito principalmente me, e perlomeno sembrava avere una ragione, ma questo? Perché ha rapito la bambina? Perché ti ha attaccato? Sono stufo del suo comportamento, stufo e arrabbiato e terribilmente stanco, non se posso più!».
Singhiozzando, si prese la testa tra le mani e diede le spalle al letto, rabbrividendo vistosamente mentre si tormentava la chioma e minacciando di esplodere da un momento all'altro, così Pitch, usando il tono di voce più gentile che conosceva, gli mormorò: «Vieni qui con me, dolcezza: parliamo un po'».
Seppur ancora scosso, Jack non esitò un istante a voltarsi ed obbedire, badando a recuperare la figlia prima di sedersi a gambe incrociate, e quando si fu sistemato concesse: «Ti ascolto».
Allungando la destra verso le sue gote per asciugarle, l'uomo gli disse: «Grazie. So che sei ancora terribilmente scosso, tra il trauma del parto, l'ansia per il rapimento e gli strascichi emotivi della gravidanza, ma ora puoi rilassarti: è tutto a posto. Sono il primo ad essere in collera con l'Uomo Nella Luna per quello che ha fatto, e ho tutta l'intenzione di raccontarti ciò che è successo da quando ti ho lasciato a quando sono rientrato, discuterne con te e decidere quale tipo di provvedimenti prendere, ma non ora: tutti noi abbiamo bisogno di riposare, e dobbiamo farlo. Non ricordi cosa mi hai detto quando hai riaperto gli occhi dopo il cesareo? L'importante è che, alla fine, sia andato tutto bene, ed è così, sia io che la bambina siamo salvi e qui insieme a te: concentrati su questo, e ti sentirai meglio».
Gli costò non poco trattenersi, l'ira che provava nei confronti del nemico affatto sopita, e il desiderio di vendicarsi ancora prepotente in lui, ma era perfettamente consapevole di non essere minimamente in grado di muoversi, né di elaborare un piano d'attacco sensato, e ben determinato a porre il benessere dell'amato davanti a tutto, dunque non si pentì della pacatezza usata.
Lasciandosi sfuggire un pesante sospiro, il ragazzo convenne: «Hai ragione su tutto. Scusami, faccio ancora molta fatica a controllare gli sbalzi d'umore, e tutto quello che è successo non mi ha aiutato: sapere che sia tu che lei eravate lontani da me, persi in un luogo pericoloso, e che io non potevo fare nulla né per raggiungervi, né per aiutarvi, mi ha sfibrato. Mi sono sentito arrabbiato, impaurito, frustrato, e terribilmente inutile, non so davvero come ho fatto a reggere tutta quella tensione, e non sono riuscito a scaricarla completamente quando vi ho visti tornare, ma quello che hai detto è vero: l'importante è che siate tornati e stiate bene. Mi fido di te riguardo a questo: se mi assicuri che state entrambi bene non ti farò domande, non ora».
Fiero di esser riuscito a tranquillizzare il compagno, Pitch fece scivolare le dita sulla sua gamba e gli assicurò: «Sì, stiamo bene. Io sono un po' ammaccato, ma sto già guarendo; la bambina, invece, sembra essere perfettamente sana».
«Ho visto» confermò Frost, volgendo il viso verso l'infante; «L'ho controllata bene mentre tu venivi qui: non ha ferite, né lividi, e sembra essere molto serena, come se non si fosse neanche accorta di essere stata rapita. Dici che non lo sa?».
«Non saprei» rispose l'Uomo Nero con fare meditabondo; «Sembra una bambina molto sveglia, ma resta il fatto che è nata da poche ore, e quindi concetti come la distanza e il tempo, o anche il senso di pericolo, non le appartengono, non ancora, perlomeno. Ad ogni modo, da quando l'ho recuperata è rimasta tranquilla quasi tutto il tempo, e sono sicuro che le sia bastato guardarti per dimenticarsi della brutta giornata».
Addolcendo lo sguardo, il giovane commentò: «In effetti, mi ha fatto un gran sorriso appena l'ho presa dalle tue braccia. E' così bella... mi piace tutto di lei: i piedini, le mani, la bocca, le sue guanciotte morbide, il naso, e quegli occhi così meravigliosi poi, e anche ogni cosa che fa. E' dolce persino mentre sbadiglia».
Piegando le labbra in un sorriso commosso, le aggiustò la coperta di oscurità sotto il mento e prese a carezzarle una gota con la punta dell'indice, il capo chino sul suo e gli occhi lucidi d'emozione, e l'uomo s'intenerì a quella vista, lieto che l'altro fosse finalmente riuscito a ritrovare la serenità; dopo poco, tuttavia, uno sbadiglio lo colse, rimembrandogli all'improvviso quanto stanco si sentisse, e, seppur a malincuore, decise di sussurrare: «Jack, è ora di riposare, soprattutto per la bambina».
«Lo so» ammise Jack, abbattuto; «Mi sono accorto subito che era stanca, e l'ho vista sul punto di addormentarsi pochi secondi fa, ma non ho il coraggio di metterla nella culla: ho il terrore che l'Uomo Nella Luna possa venire a rapirla di nuovo».
A quella confessione, Pitch sussultò, forse colpito dalla paura del compagno, forse stupito d'esserne stato egli stesso contagiato all'istante, e, rendendosi conto di non poter assicurare in alcun modo che l'odiato nemico sarebbe rimasto ben lontano da quella stanza, propose: «Allora tienila qui. Dormirà con noi, almeno per questa notte».
Arrossendo, il ragazzo balbettò: «Ma... ma io mi muovo così tanto mentre dormo, e se la schiacciassi?».
«Mettila in mezzo, allora, e io penserò a tenerti fermo» suggerì l'Uomo Nero.
Affatto convinto, Frost si fece piccolo piccolo, mordendosi un labbro mentre si dondolava pian piano, e per un attimo parve sul punto di indietreggiare; all'ultimo, tuttavia, scosse il capo, e, lanciandosi in avanti, depositò la bimba contro il petto dell'amato e gli chiese a bruciapelo: «Com'è?».
Benché sorpreso dall'iniziativa dell'altro, l'uomo non impiegò molto a comprendere il vero significato della domanda, e ancor meno a lasciarsi riassalire da tutti i dubbi ed i timori che, solo mezz'ora prima, lo avevano letteralmente pietrificato, messo alle strette dalla situazione in generale e da ogni suo singolo particolare; proprio quando avvertì la propria mente prossima ad una crisi, però, la neonata si mosse, premendo gentilmente il braccio contro il suo sterno, e a quel punto egli, rimembrando il toccante momento in cui l'aveva riconosciuta come figlia ed aveva intimamente immaginato un futuro con lei, rispose sinceramente: «Strano».
«Strano nel senso di spiacevole?» indagò subito il giovane, preoccupato.
«Strano nel senso di strano» replicò Pitch; «E' un cambiamento importante, sconvolgente, qualcosa che mi ha turbato e ancora mi turba, qualcosa riguardo a cui non sono ancora riuscito a pensare lucidamente, né a prendere una vera decisione. E' come un dono immeritato di cui non so cogliere appieno la portata».
Interdetto, Jack domandò: «Immeritato? E perché mai?».
Lasciandosi sfuggire un sospiro, l'Uomo Nero rispose: «Perché è così, Jack. Un figlio chiede tanto, ma da' anche tanto, e solo chi sa apprezzare merita di ricevere».
«Sembra un discorso molto complicato» commentò il ragazzo.
«Lo è» confermò l'uomo, abbassando lo sguardo.
Frost rimase in silenzio per qualche secondo, come intento a riflettere su ciò che gli era stato rivelato, dopodiché aggiunse: «In ogni caso, Pitch, ricorda che non sei assolutamente costretto a fare nulla. Non mi aspetto che tu partecipi immediatamente, e non mi arrabbierò se deciderai di non farlo mai: so che il tuo lavoro e la tua natura ti spingono a detestare i bambini, e tu non hai mai chiesto di averne uno, quindi hai tutto il diritto di non farti avanti. Penserò io a lei per ora, va bene? Mi farò aiutare dagli altri, se necessario, l'importante è che tu ti senta a tuo agio».
Preso in contropiede, Pitch aggrottò la fronte e, tornando a fissare l'amato, chiese: «Penserai tu a lei in che senso?».
«Beh» iniziò il giovane, intrecciando le dita per sfogare la tensione; «Ad essere sincero mi riferivo a cose piuttosto sciocche, come cambiarla, darle da mangiare, aiutarla ad addormentarsi, cose così, insomma, cose di cui un bambino piccolo ha sempre bisogno».
«E cose che un bambino piccolo non può gestire da sé» completò l'Uomo Nero; «Perché pensi che non me ne voglia occupare? Sarebbe sciocco da parte mia abbandonarla a sé stessa in queste occasioni, so che lei non è autosufficiente e so che non ne ha colpa, quindi perché condannarla? No, ogni volta che avrà bisogno io ci sarò, e non mi farò certo problemi a prepararle il latte o alzarmi cento volte ogni notte per aiutarla».
Non si pentì nemmeno per un istante d'essersi esposto a tal punto, troppo infastidito dalla semplicistica assunzione del compagno per potersi vergognare, e troppo desideroso d'entrare gradualmente in contatto con la figlia per potersi frenare, e quasi s'affrettò a premerle l'avambraccio sul fianco esposto, come a voler dimostrare d'esser pronto a proteggerla in qualsiasi occasione e da qualsiasi pericolo; Jack, per parte sua, non parve affatto turbato da quel gesto improvviso, e, lanciandogli un'occhiata commossa, gli sussurrò: «Non capisco proprio come tu possa dirmi questo e poi pensare di non meritarla».
«Dacci un taglio» sbottò in risposta l'uomo, imbarazzato come non mai; «Stai facendo troppi discorsi, troppo complicati e ad un'ora decisamente troppo inoltrata, hai idea di quanto ho dovuto pensare oggi? Sono esausto ormai».
«Effettivamente, pensare è una cosa a cui sei poco abituato» osservò con tono serio il ragazzo.
«Ma sentilo!» esclamò d'istinto Pitch.
Vagamente piccato dallo scherzo, decise di vendicarsi e si sollevò su un gomito per dargli un pizzicotto, tuttavia una fitta lo stroncò a metà del movimento, facendolo ricadere sul materasso e strappandogli un gemito di dolore, ed una cosa simile accadde a Frost che, pur non essendo stato sfiorato, aveva tentato una fuga preventiva. A corto di fiato, entrambi si concedettero una piccola pausa, fissandosi reciprocamente con aria divertita, ed alla fine il giovane commentò: «Siamo proprio due catorci».
A quella battuta, peraltro piuttosto veritiera, l'Uomo Nero non riuscì a soffocare la risatina che gli sorse spontanea nel petto, e si concesse d'indulgere nel primo momento di autentica ilarità dopo ore di angoscia; dopo poco, tuttavia, notò la bimba, che aveva già chiuso gli occhi, aggrottare la fronte ed iniziare a dimenarsi, dunque si chetò e annunciò: «Fine dei giochi, Jack, la stiamo disturbando. Spogliati e vieni a dormire».
Annuendo vigorosamente, il giovane si sfilò dapprima la blusa, poi, in un unico, contorto gesto, pantaloni e mutande, quindi, dopo aver coperto sé stesso e l'amato, si stese e mormorò: «Buonanotte, Pitch. E grazie di tutto».
Lanciandogli un sorriso, l'uomo rispose: «Buonanotte anche a te, Jack».
Poi, dopo aver intrecciato le proprie gambe alle sue ed averlo abbracciato, chiuse le palpebre e s'addormentò.
Mugolando debolmente, Pitch si raggomitolò su sé stesso, cercando di stringere a sé i due dormienti che gli stavano facendo compagnia, ma non avvertì altro che vuota stoffa sotto i palmi, e così, sussultando, si svegliò di soprassalto.
«Chi è là!?» biascicò confusamente, sollevandosi sui gomiti; «Bastardo, non riprovarci, conoscerai la mia ira, non puoi... ugh!».
Colto a tradimento da un giramento, senza dubbio provocato dalla stanchezza e, forse, dalle ferite non ancora del tutto rimarginate, l'Uomo Nero ricadde sul letto e si ritrovò col viso affondato nel cuscino, schiacciato fisicamente dalla propria debolezza e psicologicamente dalle migliaia di timori che gli avevano prontamente assalito la mente; grugnendo, si dibatté, tentando di riemergere dalle coltri e, soprattutto, da quello stato tra incoscienza e dormiveglia in cui era rimasto sospeso per le due ore scarse di sonno agitato che era riuscito a concedersi, ma dopo poco due braccia scheletriche vennero in suo soccorso, voltandolo su un fianco, ed una voce ben nota esclamò: «Pitch, Pitch! Va tutto bene, sono solo io, Jack!».
Aprendo infine gli occhi, l'uomo impiegò poco a riconoscere l'amato, inginocchiato di fronte a lui ed intento a carezzargli la fronte, ed a quel punto, ancora spaesato, domandò: «Jack? Che succede? Perché sei andato via?».
«Non sono davvero andato via» spiegò prontamente Jack; «Mi sono svegliato perché la bambina si è lamentata, tirandomi su ho notato che si stava agitando e quindi ho pensato di spostarla perché non ti infastidisse, ma adesso sono confuso, si muove in modo molto strano...».
Lasciando cadere la frase, indietreggiò e si volse verso destra, esibendo un'espressione turbata mentre si chinava, così Pitch, vagamente allarmato ed ormai lucido, decise di imitarlo; rinunciando fin da subito a spostarsi, si limitò ad inclinare il capo ed osservare la figlia di sottecchi, stupendosi nel vedere il suo bel visino imbronciato e osservandola far scorrere la lingua sul palato superiore quasi con curiosità, e fu per questo che rimase completamente spiazzato quando la udì scoppiare in un pianto disperato.
«Oh, no, no no no no no!» esclamò il ragazzo, sgranando gli occhi; «Va tutto bene, piccolina, tutto bene, io e Pitch siamo qui con te!».
Tremando un poco, la prese tra le braccia e se la poggiò contro il petto, sussurrandole dolci parole nell'orecchio e massaggiandole la schiena per calmarla, ma l'unico risultato che ottenne fu farla urlare di più, e a quel punto, lanciando un'occhiata angosciata all'amato, chiese: «E adesso come faccio a farla calmare? L'unica cosa che sono capace di fare è coccolarla, e non funziona per niente!».
Seppur sgomento quanto e più di lui, l'Uomo Nero convenne che mostrarsi a propria volta agitato non avrebbe minimamente aiutato il compagno, dunque, prendendo un profondo respiro, disse: «Non facciamoci prendere dal panico, i bambini piangono in continuazione, ma sempre per un motivo: proviamo a capire cosa la disturba. Forse vuole essere cambiata?».
«Controllo subito!» si offrì Frost.
Dopo averla stesa delicatamente sul materasso, armeggiò un poco col pannolino e, non senza fatica, ne strappò gli elastici laterali, ma quando lo aprì annunciò con tono mesto: «No, non è questo, è pulita e ben asciutta! Come mai? E' nata da ore, dovrebbe aver già fatto la pipì almeno una volta, non credi?».
«Un problema per volta!» lo pregò l'uomo, la voce incrinata; «Magari l'ha fatta in quella mezz'ora in cui è rimasta tra le grinfie dell'Uomo Nella Luna, o magari è come noi e non avrà mai bisogno di farla, del resto non ha mai bevut... aspetta un attimo».
Colto da una folgorazione improvvisa, preferì verificare con una banale prova la propria ipotesi prima di rivelarla, e così avvicinò la punta dell'indice alla bocca dell'infante in lacrime; quasi all'istante, questa si chetò e tentò di succhiarla, salvo respingerla qualche secondo dopo con un grido offeso, e a quel punto Pitch dichiarò: «Hai visto che ha fatto? Penso che abbia fame».
«Dici?» lo interrogò il giovane, chiaramente in difficoltà.
Lanciandogli lo sguardo più rassicurante che riuscì a mettere insieme, l'Uomo Nero replicò: «Non posso esserne certo, Jack, ma il suo gesto mi lascia pochi dubbi, e ad ogni modo non ci sono molte possibilità: se non ha bisogno di essere cambiata, o ha fame, o è stressata, quindi ci basta dividerci i compiti per assicurarci che si calmi. Io vado in cucina a preparare il latte, tu resti qui e la culli. Ci vediamo tra poco».
Gettando le gambe oltre il bordo del materasso, s'apprestò ad alzarsi, ma Jack contestò: «Ma Pitch, sei ancora ferito e stanco, e non...».
«Non dire sciocchezze, sto benissimo!» sbottò l'uomo, aggrappandosi al comodino e tirandosi in piedi; «Arriverò presto, tu cerca di tranquillizzarla».
Onde stroncare sul nascere ogni ulteriore protesta, si diresse immediatamente a passi lunghi e decisi verso la porta e la oltrepassò senza voltarsi, tuttavia l'operazione gli costò quelle poche forze rimastegli, e quando egli richiuse il legno dietro di sé fu costretto ad accasciarglisi contro, esausto: non si era ancora ripreso dall'incursione nel Palazzo del nemico, e il sonno breve ed affatto ristoratore non aveva fatto altro che accentuare l'immensa stanchezza che provava.
Deciso, in ogni caso, a compiere il proprio dovere di padre e compagno, si concesse solo pochi secondi per riprendere fiato, dunque si fece coraggio e, lasciando il supporto, iniziò a zoppicare verso la propria destinazione. Camminò a lungo, una spanna per volta, barcollando penosamente lungo i corridoi mentre la vista gli si appannava gradualmente e le gambe minacciavano continuamente di cedere; camminò a lungo, sempre più lentamente, ringraziando la propria buona stella mentre uova pasquali e fatine cinguettanti lo circondavano, ma nessun Guardiano compariva all'orizzonte; camminò a lungo, il respiro sempre più corto, temendo di collassare da un momento all'altro, ma alla fine svoltò un angolo e si ritrovò nelle cucine.
Rincuorato dal successo, Pitch azzardò un ultimo scatto e raggiunse il tavolo, esultando internamente quando riuscì ad appoggiarvisi ed approfittandone non solo per riprendersi, ma anche per sistemare il brandello di vestito, ormai ridotto ad una semplice e lunga gonna, che indossava da quando l'Uomo Nella Luna lo aveva attaccato; una volta riposatosi, riprese a camminare, costeggiando l'imponente e singolare scatolone che era stato abbandonato sul piano e spiandone distrattamente il contenuto, ma non appena riuscì a focalizzarlo si bloccò, stupito: si trattava di confezioni di latte artificiale.
Un senso di fastidio lo colse al pensiero d'esser stato, di fatto, scavalcato nel proprio compito, misto al sollievo per aver trovato in un battito di ciglia la soluzione al problema della figlia in lacrime, e così, combattuto tra l'una e l'altra sensazione, si risolse ad agguantare uno dei barattoli, non senza borbottare. Seguitando a sbuffare, recuperò un pentolino ed una brocca d'acqua fresca e riattizzò le braci sotto uno dei molteplici fornelli, tuttavia, quando s'apprestò a leggere le istruzioni per dare inizio alla preparazione, impietrì: nessuna delle scritte gli risultava comprensibile.
Cadendo nel panico, iniziò a rigirarsi il contenitore tra le mani, studiandone il fondo, il retro, il coperchio ed il fronte dove campeggiava la fotografia d'un bambino intento a ridere che subito aveva attirato la sua attenzione, ma non trovò altro che criptiche lettere di varia forma e dimensione, e, dopo averci riflettuto un po', sbottò: «Ma che diavolo, questo è cirillico!».
In eco alla sua esclamazione, un coro di pigolii sorpresi giunse alle sue orecchie, e quando egli comprese che un gruppo di fate dei dentini lo aveva silenziosamente seguito si volse e abbaiò: «E voi, che cosa ci fate qui!? Sciò, lasciatemi in pace, so preparare il latte da solo!».
Come a voler dimostrare la propria affermazione, strappò il tappo alla confezione e versò una parte del prodotto nella marmitta, dunque lo bagnò con l'acqua, lo mise sul fuoco, si armò di cucchiaio e pensò: "Ora vedremo chi non è in grado di prendersi cura di una bambina".
Avrei tanto voluto rivelarvi il nome della bambina in questo capitolo, ma mi sarebbero servite come minimo altre cinque o sei pagine, conoscendomi anche sette, quindi ho deciso di evitare e rimandare tutto al successivo, interrompendo una scena al limite tra il dolce ed il ridicolo per stimolare un po' la vostra fantasia. Riuscite ad immaginare come andrà a finire? Provate a pensarci, giovedì 4 giugno scoprirete se avete indovinato!
Ringrazio tutte voi per aver letto e vi ricordo che sono sempre disponibile a rispondere alle vostre domande ed ascoltare i vostri commenti e le vostre previsioni, quindi non fatevi problemi a contattarmi! Vi auguro una buona serata, a presto!
