28. Something made your eyes so cold
Jon era rimasto in silenzio durante tutta la colazione e Lydia non aveva proprio avuto il coraggio di parlare.
Perché diavolo aveva dovuto dirgli quelle frasi? Come le era venuto in mente? Le cose tra di loro stavano andando bene… anzi, a dire il vero, stavano andando alla grande. Lydia non conosceva Jonathan Good da molto tempo – facendo un calcolo veloce, erano passate meno di due settimane da che lui l'aveva salvata da Callum -, eppure si sentiva legata a lui come se avessero trascorso una vita insieme.
E questo la spaventava a morte.
Ecco perché aveva voluto allontanarlo, aveva dovuto farlo, per il bene di entrambi.
La loro non era una relazione sana e genuina, probabilmente non lo sarebbe mai stata. Diamine! Lui l'aveva raccolta dalla strada come un cucciolo smarrito e lei non aveva fatto altro che approfittare della sua gentilezza, senza potergli dare molto in cambio.
E poi, c'era la questione della sua memoria, che ancora faticava a tornare: se all'inizio Lydia aveva pensato ad una conseguenza temporanea della ferita che aveva riportato alla testa, ora cominciava ad essere seriamente preoccupata che dopo ben dieci, lunghi giorni non riuscisse a ricordare che poche immagini e momenti indistinti del suo passato. Come poteva tutta quella situazione portare a qualcosa di buono? Come potevano loro due illudersi di riuscire a costruire qualcosa di più? Non sarebbe mai stato così ed era meglio se entrambi cominciavano a scendere a patti con la realtà, perché più a lungo avrebbero vissuto in quel limbo di incertezze e false aspettative, più avrebbero sofferto dopo. Non che Lydia non volesse trascorrere la sua vita accanto a Dean Ambrose, sia chiaro: insomma, quale ragazza sana di mente non lo avrebbe desiderato? Ma sapeva anche distinguere i sogni, le fantasie e i desideri dal mondo reale: lei e Jon non avrebbero mai potuto vivere insieme. Lei non sarebbe mai stata quel tipo di ragazza che a lui serviva, qualcuno che fosse la sua luce e che portasse colore nel suo mondo tinto di buio. A Dean Ambrose serviva una ragazza che gli facesse dimenticare il suo passato e portasse fuori il meglio di lui, non una ragazza che aveva dimenticato il proprio, di passato, e che non faceva altro che cacciarsi nei guai.
E poi, a dire il vero, i flash che si illuminavano nella sua mente non erano granché piacevoli. Non ne aveva mai parlato con lui, non ne aveva proprio avuto il coraggio, ma qualche informazione su se stessa aveva cominciato a raccoglierla: era stata fidanzata (fidanzata? In una tresca? Impicciata?) con uno spacciatore, che accompagnava persino in vicoli bui e malfamati per vendere le dosi giornaliere; non aveva una casa, o almeno questo era quello che continuava a ripetersi e ciò che anche Callum, quasi con tono derisorio, le aveva ribadito; doveva vivere con lui oppure in quella macchina sgangherata, con il panno interno del tettuccio spillato alla copertura, che spesso vedeva nei suoi sogni… o meglio, incubi; e poi, era successo qualcosa ai suoi genitori, ma Callum non le aveva detto cosa. Ma una delle sue ultime frasi continuava a girarle per la testa, portandola vicina ad una crisi di pianto isterica ogni volta che le sue parole le rimbombavano nelle orecchie.
"Mi avevano avvertito che tutti quelli attorno a te finiscono col morire. Sei dannata, Lydia… dannata…"
E quella maledetta parola, dannata, continuava a girarle per la testa, facendole venire la nausea.
Non erano bei ricordi. Non erano ricordi felice. Ed era sicura che, una volta recuperata la memoria, le cose sarebbero andate anche peggio di così. Era per questo che doveva allontanarsi da Jon, mettere tra di loro le giuste distanze.
Lydia era distrutta dentro e Jonathan Good non avrebbe potuto fare niente per aggiustarla.
Perché lei avrebbe portato lui giù con sé, nella sua dannazione e nel suo dolore.
E Lydia, questo, non poteva proprio permetterlo.
Jonathan Good era la cosa migliore che era mai entrata nella sua vita. E l'avrebbe salvato da se stessa, ad ogni costo.
Jon guardò il proprio riflesso distorto nel caffè nero che stava bevendo, desiderando che quello diventasse improvvisamente birra… o qualcosa di molto, molto più forte. Era da tempo che non sentiva il desiderio incessante di ingurgitare qualche schifezza che gli annebbiasse il cervello e gli facesse dimenticare ogni dolore, che facesse tacere la sua fottuta mente. Ed ora, invece, doveva combattere contro l'urgente voglia di scattare in piedi, raggiungere la vetrina del salotto e correggere il caffè, così tanto che alla fine ci sarebbe stato molto più alcool che caffeina nella tazza.
Dio, come poteva essere stato così stupido?
Non era un tipo sentimentale, lui. Decisamente no. Non si lasciava andare a manifestazioni di affetto, la gente faceva sempre fatica a decifrarlo. Era uno che si teneva le cose per sé. Gli altri pensavano fosse perché era semplicemente un tipo riservato e freddo, ma solo lui sapeva che la verità era ben lontana.
Jonathan Good aveva una fottuta paura del cazzo di soffrire.
La sua infanzia, la sua adolescenza, la sua intera vita, era stata attraversata da dolore e pene, fisiche e mentali, che lo avevano reso un egoistico figlio di puttana – senza salvare il nome di sua madre, visto che gran parte di tutto ciò era merito suo. Un incasinato che viveva solo per il proprio sogno e che utilizzava qualunque mezzo fosse necessario per arrivare là dove il sole brillava di più, per dimostrare a tutti i suoi detrattori chi era Jonathan Good e quanto valesse. Lui era intoccabile per chiunque, inavvicinabile, irraggiungibile. Nessuno oltrepassava quel muro, nessuno restava troppo a lungo con lui.
Tutti, alla fine, lo lasciavano.
Perché lui era troppo incasinato, troppo complesso, troppo danneggiato perché qualcuno potesse aggiustarlo. C'era chi ci aveva provato, eccome se c'era. Quante donne, specialmente, si erano illuse di poter prendere le parti della sua anima e ricomporla pezzo dopo pezzo, con qualche sorriso, una parola dolce, uno sguardo incoraggiante, fiducia… amore. Tsk, amore. Lui, che non aveva mai ricevuto amore neanche da sua madre, non aveva proprio idea di che cosa fosse.
E di una sola cosa era del tutto certo: lui non avrebbe mai amato.
Provava qualcosa di simile per il wrestling. Ma era un amore contorto e viscerale, ma vero, perché era l'unica cosa che aveva, l'unica certezza su cui aveva costruito la sua vita, l'unica costante che non lo avrebbe mai lasciato.
E poi, c'era Lydia.
E allora, ogni sua certezza spariva e il mondo tornava ad essere quello incasinato di prima. Lei lo confondeva, lo destabilizzava. Non si era mai sentito così, prima di allora. Non era amore, di questo era assolutamente certo, ma c'era qualcosa in lei, qualcosa di indefinibile, qualcosa che lo attraeva pericolosamente, qualcosa che lo faceva andare fuori di testa al solo pensiero che qualcuno potesse portargliela via. Da quando era entrata nella sua vita, Jon si era sentito inspiegabilmente meglio, ed era stato proprio come quando prendeva quelle maledette droghe in Messico, ma senza tutti gli effetti collaterali che poi ne derivavano… aveva dimenticato tutto, il dolore era sparito e lui si era sentito bene. Si era sentito felice. Ma lui era solo un fottuto psicopatico e non meritava di essere felice. Per questo non avrebbe proprio dovuto essere sorpreso, quando lei, causa del suo benessere, aveva deciso di portargli via la sua piccola felicità, l'unica cosa che riusciva a farlo stare finalmente in pace.
E lui la odiava, per questo. Dio, se la odiava.
Lydia aveva ragione, in fondo: era meglio se si sbrigavano a controllare la sua borsa, così lei avrebbe potuto tornarsene nella sua fottuta casa e Jon si sarebbe liberato di lei per sempre.
La vita era andata bene anche senza di lei, prima. Quando avrebbe camminato via da lui, la sua vita sarebbe andata altrettanto bene, non c'era nulla di cui preoccuparsi.
Non sarebbe caduto di nuovo.
Aveva una carriera a cui pensare, ora, e non avrebbe lasciato lei la possibilità di rovinare l'unica, vera cosa buona della sua vita.
«Come va la ferita?»
Lydia fu la prima dei due a riuscire finalmente a spezzare il silenzio opprimente che li aveva avvolti da che erano entrati in cucina. Jon, tuttavia, lo sguardo fisso sulla tazza di caffè che stava stringendo tra le mani – anche con troppa veemenza, visto che le nocche erano sbiancate -, non rispose.
«Dean?» lo chiamò allora Lydia «Dean?» nessuna reazione «Jon?»
Finalmente, gli occhi blu di Dean Ambrose si accesero e dardeggiarono su di lei così all'improvviso che Lydia quasi sobbalzò, ritirandosi contro lo schienale della sedia.
Se c'era una cosa che aveva capito di Jon, era che, quando era così calmo e taciturno, non era mai un buon segno.
Lui la fissò per qualche istante, poi si portò la tazza alle labbra e bevve.
«Cosa c'è?» le domandò alla fine, distogliendo nuovamente lo sguardo.
Lydia deglutì e si umettò le labbra, sentendo la bocca improvvisamente arida.
«La tua ferita… come sta?» chiese ancora, quasi timidamente, spezzettando il cornetto che ancora non aveva avuto modo – né voglia – di mangiare.
«Bene.» rispose Jon, il tono della sua voce freddo ed impassibile, proprio come i suoi occhi.
«Bene…» mormorò Lydia, abbassando lo sguardo sulla brioche.
«Quella dovresti mangiarla, non spezzettarla.»
«Oh… sì, hai ragione.» Lydia si sforzò di mettere uno dei pezzi del cornetto in bocca e lo masticò lentamente: c'era la marmellata alle fragole, dentro. Jon si era ricordato che era quella che preferiva. «E'… è molto buona.» disse, dopo aver inghiottito, cercando di mantenere viva la conversazione.
Jon abbozzò un mezzo sorriso, senza guardarla «Mi fa piacere.» finì il suo caffè e si alzò, poggiando la tazza nel lavandino.
«Tu non mangi nulla?» domandò Lydia, notando che il suo cornetto era ancora nell'involucro di carta.
«Non ho fame. Ho mangiato mentre tornavo a casa.» era una bugia bella e buona e questo Lydia lo sapeva bene. Perché c'era un altro cornetto nella busta, se lui il suo lo aveva già mangiato? Decise comunque di non investigare e tornò a concentrarsi sulla propria brioche, sforzandosi di mangiarne almeno metà, prima di arrendersi e spostare la sedia indietro, pronta ad alzarsi.
«Che fai?» domandò Dean sospettoso, occhieggiandola: era in piedi, di fronte a lei, con i reni poggiati al mobile della cucina, le caviglia incrociate e le braccia conserte. Lydia corrugò la fronte «La colazione.» disse allora lui, indicando il mezzo cornetto abbandonato sul tavolo con un cenno del capo.
«Non mi va più…» mormorò lei, sentendosi improvvisamente a disagio sotto l'intensità dello sguardo che lui le stava rivolgendo.
«Mangiala.» ordinò lui.
«Ma…»
«Mangiala, ho detto.» ripeté duro «Abbiamo una lunga giornata davanti, non voglio che svieni alla prima occasione per mancanza di zuccheri. Mangia.» Jon si staccò dal mobile e si incamminò verso la porta «Ti aspetto di là. Non venire se non hai finito tutto, sono serio, Lydia.» e poi sparì in salotto.
Lydia osservò la porta disorientata, mentre un peso le si piantava nello stomaco, facendole definitivamente passare la voglia di mangiare. Guardò il mezzo cornetto lasciato sul tavolo, poi lo avvolse in un tovagliolo. Aspettò qualche minuto, poi si alzò e lo gettò nella pattumiera, prima di raggiungere Dean.
Era il momento della verità.
Lydia strinse la borsetta tra le dita tremanti e respirò lentamente, cercando di calmare i battiti del suo cuore.
«Sono qui.» la voce di Dean conservava ancora una nota di freddo distacco, ma era ora più gentile, esattamente come le sue dita che, piano, le stavano accarezzando delicatamente un braccio.
Lydia lo guardò di sottecchi e abbozzò un sorriso grato.
«Lo so…» sussurrò morbidamente, chiudendo poi gli occhi e prendendo l'ultimo profondo respiro.
Aprì finalmente la borsetta e cominciò a guardare ciò che c'era all'interno: tirò fuori il portafoglio per primo, ma lo depositò in grembo, senza nemmeno guardarlo; c'era un astuccio colorato, contenente prodotti di make-up; una spazzola di quelle pieghevoli, con lo specchio all'interno; un pacchetto di fazzoletti; qualche assorbente che lasciò accuratamente nella tasca interna; due mazzi di chiavi.
Li tirò fuori entrambi: al primo era attaccata una chiave singola, chiaramente quella della sua macchina; al secondo portachiavi, al quale era appeso un vistoso leoncino di peluche, c'erano invece due diverse chiavi e sembravano proprio quelle di una casa.
Aveva quindi una casa…? O, magari, erano le chiavi dell'appartamento di Callum?
Mentre le esaminava silenziosamente, facendo congetture su congetture, Dean avvicinò le dita alla mano in cui lei stava tenendo la chiave della macchina e le sfiorò delicatamente il palmo, prima di afferrarla. Lydia, troppo presa dall'altro mazzo, nemmeno si accorse che lui stava esaminando l'altra chiave.
«E' una Renault Clio…» disse Jon dopo un po', distogliendola dai suoi pensieri.
Lydia spostò lo sguardo su Dean, che continuava a rigirarsi la chiave tra le dita, e corrugò la fronte.
«Come dici?»
«La tua macchina. Dovrebbe essere una Renault Clio… del 2001, se non sbaglio.»
«Come…?»
«Ho lavorato in un'officina, per un breve periodo di tempo.» rispose lui con una scrollata di spalle «Sai, quando mi servivano soldi per pagarmi le lezioni di wrestling… e prima che scoprissi metodi più veloci per guadagnare più soldi.» Lydia gli rivolse un'occhiata perplessa e preoccupata al tempo stesso, ma prima che potesse fare domande, Jon sollevò una mano e la fermò «No. Non fare domande e non ti racconterò bugie.» disse, prendendole la mano e lasciandoci cadere di nuovo la chiave dentro «Quelle?» chiese poi, indicando l'altro mazzo con un cenno del capo.
Lydia tornò ad osservare le chiavi con il leoncino e le fece saltellare due volte nel palmo, come se le stesse soppesando.
«Non lo so…» mormorò, storcendo le labbra in una smorfia.
«Da' qua.» le ordinò e, prima che potesse muoversi, lui le aveva già tolto le chiavi di mano e le stava esaminando.
«Se riesci a capire dove abito semplicemente guardandole, giuro avrò davvero paura di te.» scherzò Lydia.
Dean le rivolse un sorriso sghembo «Sono bravo.» mormorò e quando lei spalancò gli occhi, lui sghignazzò piano «Ma non così bravo.» e le restituì le chiavi.
Lydia ridacchiò e gli diede una spinta leggera, facendo scontrare le sua spalla contro il braccio di lui, che immediatamente spalancò gli occhi e si portò la mano coprirlo, come se lei lo avesse colpito duramente.
«DIO, LYDIA!» imprecò a denti stretti.
Lydia spalancò gli occhi, temendo di avergli fatto male sul serio, e avvicinò una mano alla sua spalla, sfiorandolo delicatamente.
«Jon? Ti ho fatto male sul serio? Io… non…»
Dean riaprì gli occhi di scatto e lei quasi urlò per lo spavento quando lui le circondò il polso e la trascinò appena più vicina a sé, i loro visi a pochi centimetri di distanza l'uno dall'altra.
«Te l'ho fatta, little fighter.» mormorò con un sorrisino sghembo «Sono un wrestler, posso prendere una spallata da una cosine piccola come te, sai?»
Lydia arrossì leggermente e aprì e chiuse le labbra, boccheggiando disorientata.
«Allora perché…?»
«Ti stavo solo prendendo in giro.»
Lydia gonfiò le guance in una delle espressioni più adorabili che Jon avesse mai visto e gli diede un colpo sul petto.
«Ohw, tu…! Sei un idiota, lo sai?» lo rimproverò, girando la testa di scatto.
Dean ridacchiò divertito e le sfiorò il viso con una carezza, costringendola a voltare il capo nuovamente verso di lui.
«Mi piace di più definirmi un amabile stronzo.» sussurrò, il ghigno ancora morbidamente piegato sulle sue labbra.
«Oh, sullo stronzo non ho proprio nulla di ridire, credimi.» ribatté lei, ma un sorriso le illuminava ora lo sguardo.
Cazzo se era bella.
Fiera e combattiva, con gli occhi brillanti e le guance accese.
Lo sguardo di Dean si fece improvvisamente scuro e perse ogni scintilla di divertimento che lo aveva animato fino a quell'istante. Lydia lo fissò confusa, mentre la magia che li aveva avvolti si spegneva velocemente, proprio come quelle iridi blu che passarono dall'avere il calore del mare d'estate all'assumere il gelo dei laghi siberiani. La prese gentile delle sue dita si trasformò in una morsa improvvisa sulla sua mascella e Lydia spalancò gli occhi.
«Dean…?» sussurrò preoccupata.
Dean. Di nuovo Dean. Non Jon. Dean.
Dean la lasciò andare bruscamente e si voltò.
«Dovresti controllare il tuo portafoglio. La tua patente potrebbe fornirci le informazioni che cerchiamo.» disse e la freddezza era tornata a colorare la sua voce strascicata.
Lydia fissò per qualche secondo il profilo perfetto del suo viso, l'unica cosa che le stava offrendo, perché adesso Dean Ambrose non la guardava più e i suoi occhi erano fissi sul televisore spento di fronte a sé.
Ma che diavolo stava facendo? Non aveva forse stabilito di dover prendere le distanze da lui? Che le prendeva? Stupida, era solo una stupida!
Cercando di ignorare il dolore sordo che le si era allargato nuovamente nel petto, Lydia annuì debolmente.
«Sì, hai ragione…» obbedì ai suoi ordini e prese il portafoglio che prima aveva ignorato.
Era molto carino, grigio con delle rose nere ricamate sopra. Lo fissò per qualche istante, poi finalmente si decise ad aprirlo: all'interno c'era qualche banconota, ma non si mise a contare quanti soldi avesse al momento, perché non era la cosa più importante; c'erano vecchi scontrini, una carta di credito, qualche tessera di vari negozi. Ignorò pressappoco tutto quanto ed estrasse l'unica cosa di cui davvero le importava al momento: la sua patente, con tutte le informazioni che la riguardavano.
Fissò la sua stessa immagine sorriderle dalla foto, i lunghi capelli rossicci le incorniciavano il viso pallido e i suoi occhi spiccavano di quel colore indefinibile, delineati da una spessa linea precisa di matita. Lesse finalmente le informazioni, traendo coraggio dalla presenza di Jon che, accanto a lei, si era adesso di nuovo avvicinato, le loro spalle che si sfioravano causalmente. Senza guardarlo, sapeva che si era chinato appena verso di lei, in modo da poter esaminare la carta a sua volta.
La prima cosa che notarono, fu che la patente era del Nevada, quindi, effettivamente, era lì che Lydia abitava e questo fu un sollievo per entrambi. Sotto la striscia blu, con su scritto DRIVER AUTHORIZATION CARD, c'erano tutti i suoi dati fondamentali:
Russo
Lydia
XXX Rawhide st
APT. 12
Las Vegas, NV XXXXXXXXX
Sex: F Hgt: 5'3'' Wgt: 110 Eyes: Green Hair: Auburn B-day: 09/15/1988
Lydia li lesse più e più volte, come se ad una prima occhiata non fosse riuscita a capire nulla.
«Russo…» mormorò tra sé e sé «E' questo il mio cognome.»
Jon la guardò di sottecchi, ma non commentò, come se avesse compreso di doverle lasciare del tempo per immagazzinare le informazioni e vedere se accendevano qualcosa nella sua mente.
«E sono nata davvero il 15 Settembre…» aggiunse, poi le sue labbra si piegarono in un sorrisino mesto e Lydia si voltò a lanciare un'occhiata a Dean «Te l'avevo detto che non avevo quindici anni.»
Jon non riuscì a trattenere il sorrisino che gli piegò le labbra e sollevò persino la mano per darle un buffetto su di una guancia.
«Vneticinque anni, allora, huh?» disse «Quindi era tutto legale quello che ti ho fatto ieri sera… e stamattina.» aggiunse, con un ghigno strafottente e avvicinandolesi di nuovo «Buono a sapersi.» mormorò, spostandole i capelli per poterle sussurrare quelle parole direttamente nell'orecchio.
Lydia arrossì visibilmente, ma non ebbe il tempo di aggiungere nulla perché lui sembrò rendersi conto di quello che aveva appena detto e si allontanò da lei con uno scatto brusco, come se si fosse bruciato. Quando lei si girò a guardarlo, disorientata, Dean Ambrose era tornato ad indossare la sua maschera di dura compostezza, con scintillanti occhi di ghiaccio così vuoti da far paura.
«Ignora le mie parole. Non dovevo.» disse semplicemente.
Lydia si morse il labbro inferiore e lui fu costretto a distogliere lo sguardo, mentre una sfumatura a metà tra il sofferente e l'arrabbiato gli tingeva gli occhi blu.
«Dean…»
«Lydia, no.» la interruppe subito lui, brusco. Si alzò dal divano con un gesto impaziente e si passò entrambe le mani nei capelli, scompigliandoli. Rimase con le spalle rivolte verso di lei e Lydia respirò piano, cercando di arginare ancora il dolore che le premeva sul petto.
E' meglio così, Lydia. E' meglio così per entrambi. Sii forte.
«Dammi la patente.» le disse lui dopo un po', porgendole una mano ma senza voltarsi a guardarla.
Senza protestare, Lydia poggiò la carta sul suo palmo e lui la guardò brevemente.
«Rawhide st.» mormorò tra sé e sé «Non è nemmeno troppo lontana da qui.» le restituì la carta, poi, sempre senza guardarla, aggiunse «Va' a metterti qualcosa di più pesante addosso. Ti riporto a casa tua.» poi, senza dire altro né degnarla di ulteriori attenzioni, Jon si avviò all'ingresso, prese le chiavi dalla mensola, si infilò il giacchetto di pelle ed estrasse il pacchetto di sigarette, portandone una alle labbra «Ti aspetto giù.» e con quell'ultima frase, uscì di casa.
Lydia deglutì e qualcosa le sfiorò la guancia. Quando alzò la mano per sfiorarsela, scoprì che era umida di quelle lacrime che avevano preso a scorrere senza che lei se ne fosse nemmeno resa conto.
Con la morte nel cuore – solo così avrebbe potuto descrivere la sensazione sgradevole che le stava stringendo il petto – Lydia si alzò lentamente dal divano e si trascinò nella camera degli ospiti dove, probabilmente, sarebbe entrata per l'ultima volta.
Quando Lydia uscì dal portone principale del palazzo, Dean era poggiato contro il muretto che circondava il vialetto, con una nuova sigaretta tra le dita. Lydia sapeva che era una nuova, perché l'altra l'aveva accesa prima di uscire, quindi non poteva essere la stessa. Dean Ambrose era nervoso e lo si poteva capire anche dal modo in cui continuava a battere ritmicamente il piede sull'asfalto. Lydia si avvicinò timidamente a lui, che le riservò solo una veloce occhiata da dietro gli occhiali da sole. Nonostante fu breve, Jon fu in grado di cogliere a pieno la sua figura minuta e di stamparsela vividamente nella memoria: Lydia aveva indossato un morbido maglioncino largo, di un verde smeraldo che faceva sembrare i suoi occhi ancora più verdi; i pantacollant neri aderivano alle sue lunghe gambe e lui poteva solo immaginare come delineassero il suo sodo fondoschiena là dietro. I capelli le ondeggiavano attorno al viso, colpa del vento leggero che spirava tra di loro.
Lydia non gli era mai sembrata una bella ragazza. Aveva sempre ammesso che fosse particolarmente graziosa, ma niente di più. Invece, era da quella mattina che continuava a vederla sotto una luce diversa… come se fosse una deliziosa dea dimenticata.
Le cose che la mente fa.
E tutto perché ora sapeva di non poterla più avere. Ma poi, aveva mai potuto averla, davvero? Era mai stata sua?
Jon le diede la schiena e scacciò rabbiosamente quei pensieri dalla sua mente, prendendo una lunga boccata di fumo che consumò velocemente tutta la sigaretta. La gettò in terra e la schiacciò sotto il piede, con più forza di quanta ne fosse necessaria, poi, senza voltarsi, le fece un cenno con la mano.
«Su, andiamo.» disse, infilando le mani nelle tasche dei jeans e precedendola.
Lydia lo seguì dopo qualche secondo, come se prima non fosse riuscita a muoversi, e dovette fare una piccola corsetta per raggiungerlo, dato che le sue lunghe falcate lo avevano già distanziato di qualche metro.
«Non… non prendiamo la macchina?» gli domandò, quando lui passò davanti alla propria macchina e tirò dritto.
«No.» rispose lui senza guardarla.
«Casa mia è così vicina?» Lydia non aveva sinceramente idea di dove diavolo si trovasse Rawhide rd.
«No.» rispose ancora lui, leggermente infastidito.
«Allora, come…?»
«Prenderemo la tua, di macchina.» ancora quel tono freddo.
«Oh…» disse Lydia, mordendosi nervosamente il labbro inferiore «E poi…?»
Dean sbuffò, evidentemente frustrato, e si passò una mano a scompigliare i capelli, quella mattina più mossi e caotici che mai «Poi ti riporto a casa tua, te l'ho già detto.»
«E tu, da lì, come…»
Dean si fermò così all'improvviso che lei, che gli stava dietro, quasi gli finì contro. Riuscì a fermarsi giusto in tempo, prima che il suo naso si scontrasse contro la sua schiena dura. Dean si voltò a lanciarle un'occhiataccia da sopra la spalla.
«Non è un tuo problema.» rispose duramente «Ed ora, basta con le domande, Lydia.»
«Ma io…»
«Basta, ho detto.» la zittì lui «Troppe domande mi irritano e quando sono irritato non sono una buona compagnia, dovresti saperlo ormai. Quindi, ora zitta e seguimi.» Dean si girò e riprese a camminare.
«Perché invece ora sei una compagnia così divertente…» borbottò Lydia tra sé e sé, cominciando ad irritarsi a sua volta per il comportamento ostile di Ambrose.
Se Dean l'aveva sentita, non lo diede a vedere, perché continuò a camminare imperterrito.
Eppure, le sue mani si erano strette in due pugni furiosi all'interno delle tasche dei jeans e i suoi occhi avevano brillato di una luce sinistra.
Il "The Discordant Note", quella mattina, era chiuso. Il parcheggio era pressoché deserto, ma tra le poche macchine presenti non figurava la Renault Clio di Lydia.
«Sei sicuro che la mia macchina sia una Clio?» domandò Lydia.
«Sì.» rispose seccamente Dean, guardandosi intorno «Hai detto che ti stava portando alla tua macchina ieri.»
«Call-»
«Non pronunciare il suo nome.» la interruppe Dean, girandosi a lanciargli un'occhiata furiosa, che la fece quasi tremare «Mai più. Non voglio mai più sentire quel nome, sono stato chiaro?» Lydia annuì velocemente, gli occhi leggermente spalancati: Jon, quella mattina, era molto più Jon Moxley di quanto non era mai stato; anzi, forse era un misto tra Mox ed Ambrose… e questo la rendeva nervosa ed irrequieta vicina a lui. Lydia sapeva che Jon non le avrebbe mai fatto del male, ma le loro litigate durante Survivor Series e RAW erano ancora fresche nella sua mente e ben sapeva di cosa lui fosse capace, quando qualcuno gli pestava i piedi. Così non fece più domande e rimase taciturna dietro di lui, rispondendo solo quando interpellata.
Dean respirò profondamente e poi sbuffò: non voleva proprio trattarla male, ma gli veniva così spontaneo e, in fondo, provava un certo piacere perverso nel vederla tremare o nel vedere il timore colorare le sue iridi o il dolore corrucciarle le labbra.
Nessuno poteva portargli via qualcosa di suo e sperare di passarla liscia. No, nemmeno lei.
Eppure, ogni volta che lei abbassava lo sguardo o sospirava alle sue spalle, lui sentiva una parte di sé sprofondare in un abisso. E la frustrazione cresceva. E la rabbia bolliva nelle sue vene. Doveva calmarsi o prima o poi il suo corpo lo avrebbe portato a fare qualcosa che avrebbe rimpianto l'istante successivo.
«Ricordi dove ti stava portando?» domandò dopo un po' e, questa volta, la sua voce fu appena più gentile.
Lydia lo raggiunse e annuì debolmente.
«Laggiù…» mormorò, sollevando una mano per indicare una stradina poco distante dal locale «Mi stava portando lì, prima che…»
«Andiamo.» la interruppe lui, prima che potesse concludere la frase. Lydia deglutì e annuì, seguendolo.
Raggiunsero il vicolo nel quale Callum aveva cercato di stuprarla per ben due volte e quando Lydia si fermò ad osservarlo, con un misto di orrore e angoscia nello sguardo, che le tolse immediatamente colore dalle guance, Dean non si accorse immediatamente che lei non lo stava più seguendo. Solo quando non sentì più i suoi passi leggeri dietro di sé, allora Jon si voltò e la vide lì, ferma, in mezzo alla strada, lo sguardo rivolto verso quel vicolo maledetto.
Era come quando ci sono quegli incidenti colossali per strada: tu vorresti distogliere lo sguardo, ma i tuoi occhi rimangono fissi sui resti distrutti delle macchine capovolte. E per Lydia, in quel momento, la sensazione era molto simile: avrebbe voluto ignorare il vicolo, cancellare i ricordi confusi dalla sua mente, eliminare la sensazione sgradevole delle mani di Callum su di lei… ma non ci riusciva.
Quando qualcuno le si avvicinò e l'afferrò per un braccio, Lydia sobbalzò spaventata e alzò il viso di scatto, ma quando i suoi occhi incontrarono quelli seri e profondi di Dean Ambrose, si rilassò immediatamente. Lydia abbassò lo sguardo, quasi mortificata, e si morse nervosamente il labbro inferiore.
«Scusa, io…»
«Non ci pensare più, Lydia.» le disse, con tono serio, ma delicato… sembrava quasi che la freddezza lo avesse finalmente abbandonato «Non devi pensarci più. E' passato. Non ti farà più del male. Non può più fartene.» Lydia non rispose e rimase a fissare il terreno, sbattendo ripetutamente le palpebre per impedire alle lacrime di lasciare i suoi occhi «Hey, guardami, Lydia. Guardami, ho detto.» ordinò lui e Lydia fu costretta ad alzare piano il viso, quando la stretta delle sue dita sul suo braccio si fece appena più forte, senza tuttavia farle alcun male. Le sue iridi lucide incontrarono gli occhi penetranti di Dean Ambrose, così blu sotto i raggi di sole da sembrare quasi innaturali «Ascoltami bene: voglio che cancelli quello schifoso bastardo dalla tua mente. Voglio che lo elimini dalla tua memoria. Non devi più pensarci, lui non è mai esistito. Non ha mai alzato una mano su di te e tanto meno avrà ancora la possibilità di farlo.» Jon sollevò una mano e gliela poggiò al lato del viso, carezzandole teneramente una guancia con il pollice «Se proprio dovrai pensare alle mani di qualcuno su di te, penserai alle mie, non alle sue. Penserai a questa notte. Penserai a stamattina. Penserai a me ogni volta. Sono stato chiaro?»
Lydia rabbrividì e non era più di certo per la paura. Il rossore era tornato a colorare le sue guance e i suoi occhi brillavano adesso di una luce nuova, che non sapeva più di tristezza, ma di speranza ed un pizzico di imbarazzo. Jon le mostrò uno di quei suoi sorrisi irriverenti ed arroganti, poi si chinò in avanti e proprio quando lei pensava che lui l'avrebbe nuovamente baciata, cancellando ogni freddezza che era scesa su di loro, lui poggiò semplicemente le labbra sulla fronte per un breve istante. Poi, senza guardarla di nuovo, si distanziò. «Su, andiamo.» e continuando a tenerla delicatamente per il braccio, la trascinò via da quel vicolo maledetto.
