Who are you?

29 settembre 1789, Le Comte Vert, 3° giorno di viaggio, mattino...

Direzione Ajaccio

Lo sguardo si ritrovò all'aperto, immerso in una fitta coltre di nebbia, intensamente fumosa, umida, densamente profumata come lo sono le nebbie di mare, sorprendente mescolanza di salsedine e terre perdute ed orizzonti inesplorati.

Respirò piano, poi più intensamente, per rinvigorire i muscoli ancora intorpiditi dalle ore della notte, dagli abbracci...

Dal...

Sesso.

Dannazione! Ch'era evidente che tutto s'avviluppava e prendeva forma e s'innalzava e si ripiegava su sé stesso vorticosamente al punto da impedire di riconoscere se fosse solo amore o se fosse solo sesso o se fossero tutt'e due, che lei non poteva crederci, non poteva ammetterlo con sé stessa che davvero...

Un respiro fondo.

Il ventre contratto...

Un respiro perduto...

S'immaginava ciò che era accaduto e s'immaginava che non appena l'avesse rivisto...

Via!

I passi presero ad avanzare sul ponte.

I mozzi sciorinavano le loro nenie di ordini un poco gridati, rovesciati addosso, assieme ad improbabili improperi in lingue sconosciute, intuiti solamente per via del tono becero.

Gli occhi osservavano, scrutavano in mezzo al cordame, i tessuti arrotolati, i barili d'acqua di scorta, le casse di legno scuro, tentando d'intravedere la figuretta esile, la camiciola grigiastra, macchiata e lacera, i piedi scalzi, neri, le ossa sporgenti bianche, sotto la pelle trasparente e sporca.

Nessun cenno a ch'incontrava...

Nemmeno del nocchiero v'era traccia.

I passi condussero giù, sotto il ponte di coperta, là dove André le aveva indicato la via per raggiungere la sorta di stalla dov'erano ricoverati gli animali. Era buio là sotto, l'odore della paglia mescolato a quello degli escrementi degli animali e a quello della salsedine e del legno marcio, da mozzare il respiro.

Oscar s'impose di restare lì. I cavalli avevano bisogno d'essere strigliati, accarezzati, lusingati un poco, per la pazienza che dimostravano a restarsene al buio, dopo giorni e giorni di estenuante cammino.

Almeno c'era silenzio, solo qualche inserviente che andava e veniva per accertarsi che le casse stipate in fondo fossero ben salde, ancorate e ferme.

Intuì che i gesti non erano ripetuti casualmente. Intuì che l'aria aveva assunto un diverso sentore, carico d'umidità e di tensione, come se al di fuori della compatta nube lattiginosa li attendesse altro.

Le lanterne cieche tenute a debita distanza dal fieno...

Nella luce ovattata prese a spazzolare il manto degli animali, gesti ritmati, intensi, accompagnati dalle carezze al pelo un poco ispido e rovinato dalla fatica.

E quelli si scrollavano, agitando gli zoccoli e i colpi rimbombavano sul pavimento asciutto, a tratti ricoperto di paglia umida. Un nitrito s'innalzò insinuandosi giù, fuori...

Gli animali avevano preso ad agitarsi, cosicchè dovette fermarsi per comprendere.

Dovette guardarsi attorno...

Lo vide alla fine, un'ombra esile scura come l'oscurità della stiva, la luce che lambiva appena la camiciola grigia.

Lo guardò poi riprese a spazzolare i cavalli.

L'altro pareva un animaletto finito lì per caso, anche se mimetizzato alla meglio con il luogo tiepido e salato.

Era un bambino di sei, sette, forse otto anni. Impossibile stabilirlo...

Le dita strinsero la spazzola ruvida, mentre la mente si ripiegava ai dannati ricordi, che di bambini così, bambini perduti, ne aveva incrociati fin troppi nella vita.

In fondo era lì per rivederlo.

Interruppe il ritmato andirivieni della spazzola. Comprese che l'altro non si sarebbe avvicinato. Stava lì, muto, forse ad osservare lei, forse ad immaginarsi chissà cosa. Non se n'era andato quando si erano scorti reciprocamente, segno che quello voleva davvero stare lì.

Tentò di ottenere di più.

Allungò di poco la spazzola che fece un leggero volteggio nell'aria, stretta tra le dita.

"Vorresti provare?".

Silenzio, l'altro era immobile, lo sguardo scuro, imperscrutabile. Forse era abituato a prendere le botte, non a lusingare gli sconosciuti come accadeva ai bambini de Le Tuileries.

Oscar decise di cambiare strategia optando per la sollecitazione dell'orgoglio.

"Forse pensi che i cavalli siano troppo alti? O ti fanno paura?".

Non l'avesse mai detto. L'altro tirò su col naso pestando il piede a terra e prendendo ad arrotolarsi su tutte e due le maniche della camiciola.

Pareva lì per qualcosa ma la sfida pareva avergliela fatta dimenticare, quella cosa!

Due passi ampi gli consentirono d'avvicinarsi. Tentò di allungarsi verso la pancia del cavallo, ch'era effettivamente fuori dalla sua portata.

Era piccolo per raggiungere il dorso dell'animale e lei si chinò per prenderlo su.

Il moccioso indietreggiò quasi ad evitare d'essere colpito da un'improvvisa saetta.

"Non preoccuparti...ti faccio salire su solo per aiutarti ad accarezzare il cavallo...".

Un respiro fondo, il bambino era indeciso. Alla fine si risolse...

Lei lo prese in braccio, issandolo, dicendogli che poteva allungare la mano e toccare il cavallo e il moccioso la guardò per ricevere un consenso a ciò ch'era stato invitato a fare.

Lei annuì di nuovo e l'altro affondò le mani nel manto morbido andando su e giù e l'animale intuendo il cambio di tocco si mosse, arricciando il manto, un nitrito di risposta tanto che il bambino impaurito si ritrasse e lei lo invitò a riprovare.

L'altro ricominciò a toccare il cavallo questa volta con tutte e due le mani che si muovevano più sicure, quasi ricercando il contatto con il manto caldo e morbido.

Gli porse la spazzola allora e il bambino iniziò a stringliare il mantello.

"Aspetta..." – lo rimise giù andando a procurarsi una cassa.

Rimase in silenzio ad osservarlo mentre il bambino risaliva e prendeva a spazzolare e poi scendeva, spostava la cassa, e poi risaliva e riprendeva a spazzolare. Il compito gli era facilitato dal fatto che il mantello era già stato ripulito dalla spazzolata iniziale. Ora i colpi andavano a lucidare rendendo il manto morbido al tocco e brillante alla vista, seppure s'era nell'oscurità della stiva.

"Come ti senti?" – azzardò lei che convenne fosse trascorso un tempo sufficiente a consentire all'altro di prendere fiducia.

Nessuna risposta, non le pareva nemmeno che il bambino avesse sentito. Era concentrato a saggiare la morbidezza del manto affinchè fosse uniforme e senza nodi o peli arruffati dove si sarebbero potute nascondere zecche o...

"Sei molto bravo...ma non so ancora come ti chiami. Me lo diresti il tuo nome?" – chiese Oscar di nuovo.

Nessuna risposta. Non dal bambino almeno.

Alle spalle...

"Non può farlo…non può parlare…".

Si voltò di scatto, la rabbia salì che non s'era accorta della presenza di altri.

La rabbia di ritrovarsi sempre in balia del caso, di qualche imprevisto...

Non andava affatto bene, per niente.

L'ombra si mosse e lei fu costretta a ritrarsi mettendosi il bambino alle spalle.

Ma il piccolo continuava il meticoloso lavorio alternando vigorose spazzolate che spesso si perdevano nel vuoto, in quanto scarsamente ampie, a pacche leggere che accompagnavano i nitriti di gradimento del cavallo.

Immerso nella mansione era calmo, in simbiosi con l'animale.

I passi avanzarono, Oscar si ritrasse...

"Che...".

La figura di John River, o Sir Joseph Hornett come diavolo si chiamasse quello, si fece avanti entrando nel cono di luce della lanterna cieca.

La presenza dell'altro impensieriva ed incuriosiva al tempo stesso. Aveva promesso ad André di evitare duelli, conversazioni ed incontri.

Ma se poi gl'interlocutori s'aggiravano per la nave a cercare lei, esattamente lei...

L'impressione ch'ebbe fu esattamente quella.

"Sir..." – bisbigliò lei dando ad intendere che i ricordi erano ben impressi nella memoria.

"Ancora grazie per ieri...monsieur...ma per tutti sono...".

"Sir John River...l'avevo compreso..." – precisò lei stizzita, annuendo col capo.

"Monsieur...è sufficiente..." - accennò l'altro con un leggero inchino del capo.

Silenzio…

Un respiro fondo…

La vicinanza poteva impensierire ma…

In fondo Sir Joseph Hornett era davvero scomparso nelle nebbie del porto di Marsiglia.

E di Sir John River nessuno avrebbe più saputo altro una volta arrivati al porto di Livorno.

Così Oscar non disse altro, intenta solo a comprendere perchè l'altro fosse lì, che quello le pareva fosse incuriosito e questo, nemmeno questo, era bene.

"Si chiama Martin..." – esordì l'inglese – "Il cognome non lo so…i bambini senza nome…ce ne sono parecchi sulle navi…".

Quello era il nome del bambino.

"Quando il capitano ha conosciuto il nocchiero Streke quasi un anno fa, quello l'aveva già con sé e se l'è portato a bordo e da allora...fa parte dell'equipaggio. Si destreggia tra le sentine, aiuta il cuoco…fa su e giù dalla stiva...fa un pò di tutto...ma...".

Il discorso rimase sospeso.

Oscar era tornata con gli occhi al bambino.

Ne aveva conosciuti tanti di bambini così, bambini perduti.

Uno di loro, una bambina, era morta lontano, in un paese freddo. Lei non era riuscita a salvarla.

Ne aveva conosciuti tanti, perduti nel magma della miseria che impone d'adattarsi alle pratiche più becere e disgustose e...

"Principalmente è divenuto lo sfogo di Streke...in tutti i sensi!".

Le parole volumente calcate s'impressero nella mente, come un ferro rovente che marchia la pelle lasciando un segno indelebile. Non era possibile abituarsi ad ascoltare di certi gesti…

Oscar ammise che non ci sarebbe riuscita mai.

Prese a fissare il bambino, intuendo il significato delle parole dell'inglese...

La rabbia contrasse i muscoli. La voce rimase impigliata, incapace d'uscire...

"Gliel'ho detto che doveva smettere di picchiarlo..." – continuò River ma nella voce s'intuiva solo il tono d'un piatto rimprovero – "Quella cicatrice sul collo gliel'ha fatta l'olandese quasi sei mesi fa e da allora il bambino ha smesso di parlare. Non è sordo e capisce tutto al volo ma non parla più...".

La voce si piantò lì rimbombando nella testa, il silenzio spezzato solo dalle vigorose spazzolate e dai nitriti sommessi di piacere del cavallo.

"Se quello che dite è vero..." – azzardò lei.

"E' la verità…badate che gliel'ho detto a quello che deve smetterla..." – ci tenne a precisare l'inglese quasi a giustificarsi che lui la pratica non l'approvava ma non poteva poi far molto per impedirla.

"Monsieur..." – riprese lei, la voce sottile, i nervi tesi fin quasi allo spasmo, che dire ad un'idiota di smetterla di picchiare un bambino forse non sarebbe stato sufficiente...

No, c'era dell'altro e l'altro continuò il racconto.

C'era che colui che dava dell'idiota a colui che picchiava il moccioso forse era ancora più idiota!

"E poi..." – prese ad insistere River, quasi una nota sadica nella voce, non si capiva se per distaccarsi dall'agire del nocchiero e tenersi indenne da qualsiasi giudizio che li avesse accumunati oppure perché quello era comunque il modo d'agire dei marinai – "Durante i viaggi in mare quando non si attracca per giorni...quello sparisce e porta con sé il bambino...".

La chiosa terminò lì, non era necessario essere troppo avezzi alla vita di mare per intendere che accadesse al bambino quando spariva assieme al nocchiero.

"E'...terribile..." – sussurrò lei, la mente vacillava, i muscoli contratti avevano preso a raffreddarsi.

Dannazione, aveva freddo da quella mattina, per un istante si ritrovò in preda al gelo, anche se là sotto l'aria era tiepida, odorosa di fieno e legno asciutto.

I passi dell'inglese rimbombarono secchi.

Quello s'era avvicinato di più. Dunque quello voleva osservare l'interlocutore, se lo disse Oscar che intuì che l'altro pareva fosse mosso da un'insana curiosità che aveva adeguatamente sollecitato grazie alle becere affermazioni sul conto del moccioso.

Forse quello aveva intuito che...

Ci mancò poco che lei si voltasse e gli mollasse un ceffone.

Ma il senso del pudore e la rabbia e il disgusto andavano tenuti a freno.

Non tanto perchè l'altro pareva lì a sciorinare quell'orrore solo per cercare di scuotere l'interlocutore, scandalizzarlo in qualche modo...

Se si fosse trattato d'una persona adulta...

Ma tutto riguardava un bambino e lei ne aveva abbastanza e...

"Sapete...quello di solito scende al porto dove si attracca e poi ritorna a bordo solo al momento della partenza. Una voltà è sparito e poi siamo venuti a sapere che s'era imbarcato altrove, perchè lo pagavano di più. Olandese volante…così è stato soprannominato...che pare sia olandese d'origine…".

Gli occhi di lei si fissarono al moccioso.

Le parve di vederli allora, nella penombra, sulle braccia ossute che sbucavano dalla camiciola lercia, i lividi, ombreggiature più o meno intense a seconda dell'epoca e della forza impressa.

Le venne d'istinto d'allungare la mano, per fermare la mano del bambino, per afferralo per un braccio e tenerlo lì e chiederglielo se fosse vero...

Martin si ritrasse al contatto. Un animale ferito...

La mente sprofondò giù…

La voce di Mimose quando s'erano incontrate la prima volta e la bambina, senza nemmeno sapere che stava parlando con una donna, le aveva chiesto di non farle del male.

Vendersi si ma almeno senza soffrire…

Si morse il labbro Oscar, negò con la testa, indietreggiando, per evitare che il bambino si spaventasse davvero e corresse via. Si voltò e si ritrovò la faccia di John River addosso, gli occhi addosso, lo strano sguardo che la studiava e voleva comprendere.

Non era bene...

"Se lo sapete..." - sibilò severa tentando di scansare l'altro – "Perchè non fate nulla?".

La vicinanza adesso la soffocava. L'altro sorprendentemente le lasciò spazio, come avesse intuito che l'interlocutore non era avezzo a tenere distanze troppo ravvicinate dalle persone. La distanza tra pari, soprattutto se essi si conoscevano solo di nome, doveva essere mantenuta come si conveniva dalle regole della società aristocratica.

I gesti stavano tradendo l'identità...

Una smorfia...

"Non sono affari miei in fondo!" – affondò l'inglese severo.

Oscar sussultò, che non era possibile che lei si fosse sbagliata sino a quel punto. Non lo conosceva l'inglese, eppure, a pelle, le era parso persona per bene o quanto meno incapace di lasciar correre su certe pratiche.

"Che state dicendo?" – l'interrogò sconvolta.

"Spetterebbe al capitano controllare i suoi uomini. Allora...mi pare di capire che la questione vi sconvolge...se volete posso provare a parlare con lui…se questo può servire a ricambiare il favore che mi avete fatto…".

"Non si tratta di ricambiare favori...monsieur!" – sibilò lei, lo sguardo sgranato, la voce affaticata – "State ammettendo forse che non sono affari vostri se quel bambino subisce tali violenze e che sareste disposto a fare qualcosa solo per ricambiare il mio gesto nei vostri confronti?".

River s'era un pò perso. Sì, gli pareva che la questione così esposta avesse un senso logico ed oltretutto rispettasse le regole del do ut des, come ovunque imperavano.

Intuiva però la rabbia dell'altro, mista ad angoscia...

Di nuovo prese a risorgere lo strano miscuglio d'incomprensibili riflessi ch'emanava il corpo dell'altro...

Di nuovo si ritrovò disturbato, contrariato dall'attrazione che lo induceva a stare sull'altro.

La rabbia...

Gliel'avrebbe voluta ricacciare in gola...

Con...

Dannazione...

Chi diavolo era...

L'inglese si limitò ad annuire. Doveva osare di più, o per lo meno tenere la conversazione più a lungo. Solo così avrebbe ottenuto altre informazioni, solo così avrebbe ottenuto di placare la smania che si risollevava.

Oscar si ritrovò ancora più sconvolta. Al contrario dell'altro, lei intuì ch'era rischioso esporsi ma la rabbia saliva...

Negò con la testa per scacciare la visione.

"Evidentemente mi avete sopravvalutato monsieur!" – digrignò sempre più sconvolta.

"Come...prego?".

"Avete rimarcato più e più volte le mie capacità intuitive...ma davvero vi siete sbagliato perchè temo di non aver compreso nulla di voi e d'esser stato avventato ad definire le vostre intenzioni ed i vostri ideali...".

"Che intendete...".

"Nulla...".

"Che intendete dire?" – rimarcò l'altro, sfidato dalle affermazioni dell'interlocutore – "Non vi capisco?".

"Oh...questo lo ammetto anch'io che non potete comprendermi...".

Il continuo rimbalzo di accuse velate prese ad irritare l'iglese.

"Parlate dunque! Se vi ho offeso in qualche maniera?".

"Non avete offeso me...monsieur! Avete offeso il senso dell'onore e della giustizia. Aver ammesso di sapere come viene trattato questo bambino ed al contempo che non è affar vostro...ecco temo che tutto questo non vi faccia onore monsieur. E allora dato che m'era sembrato foste animato da altri ideali...dunque mi avete sopravvalutato. Dunque mi sono...".

Sbagliata!

Le sarebbe uscito dalla bocca se non si fosse morsa il labbro ed il gesto venne colto dall'altro che la sapeva lunga e che gl'ideali ce li aveva e non solo nella testa. I suoi ideali lo avevano portato ad abbandonare l'Inghilterra con l'accusa di sobillare rivolte...

Gl'ideali, altri ideali, gli stavano riportando la visione d'un personaggio alquanto sorprendente, furibondo e sconvolto come solo una...

Donna...

Solo una donna si sarebbe rivoltata a quella maniera, a quella visione.

Non una donna del popolo certo, non una di quelle che i figli ce li manda a cercare i clienti per le strade...

"Chi diavolo siete?" – sussurrò avvicinandosi.

Un passo verso di lei e Oscar fu costretta ad indietreggiare.

"Nessuno che v'interessi!".

"Chi cazzo...siete?" – replicò lo sguardo sgranato, la faccia un poco stravolta, che River non ci poteva credere che quella fosse una...

"Monsieur...lo sapete chi sono e come mi chiamo. E credo non sia necessario sapere altro. Quello che mi stupisce - e che sono io a chiedere a voi - è come facciate a non inorridire di fronte a quello che avete appena narrato?!".

"Non sono affari miei!" – replicò l'altro stizzito, spiazzandola.

Oscar comprese che l'altro stava tirando la corda, stava saggiando il terreno, stava tentando di provocare una reazione, una reazione che gli riportasse chi lei fosse davvero.

Provò a voltarsi, a sgusciare via...

Non potè non sentirsi davvero percorsa da un brivido di fronte all'inevitabilità dello scenario. Si rivide, quando s'era voltata dall'altra parte, per disperazione, per egoismo...

Di fatto aveva chiuso gli occhi.

Mostrarsi eccessivamente scolvolta però non avrebbe fatto altro che sollecitare la curiosità dell'inglese, che già le aveva piantato gli occhi addosso e gliel'aveva chiesto chi fosse e nonostante lei avesse negato d'essere chi lui pensava non se n'era andata.

Era lì, stava lì, nonostante tutto, gli occhi al bambino.

E questo tradiva gl'intenti.

"Così ti chiami Martin?" – chiese lei tentando di distogliersi dall'inglese.

Il piccolo si voltò. Il reciproco gradimento per il lavoro svolto sciolse un sorriso sdentato più lieve e sereno.

L'inglese al contrario non mollava.

"Dite un po'…" – proseguì River sfacciatamente deciso – "Certo che so il vostro nome, non è questo che volevo sapere...ma ecco...m'incuriosite...davvero...qualcosa di voi mi sfugge...".

Si portò alle spalle di lei questa volta. Dietro...

Fu costretta a voltarsi...

"Peccato siate nato maschio!" – esordì l'inglese inabissandosi nello sguardo che s'aprì cedendo allo stupore.

Il respiro si perse...

L'inglese sorrise, proseguì: "Ma come sapete gl'inglesi sono notoriamente sempre stati aperti a..." – rise d'un riso aperto, un poco nervoso – "A nuove esperienze!".

Oscar indietreggiò ritrovandosi il bambino alle spalle che a quel punto s'era fermato.

"Monsieur!" – digrignò lei, tentando di moderare tono e parole.

"E posso dirvi…" – rancarò quello caso mai necessario precisare l'origine e gl'ideali che l'animavano – "Che persino la mia madrepatria s'è ritrovata sdegnata profondissimamente delle mie scelte – o dei miei ideali come li avete poc'anzi appellati - tanto che m'è stato caldamente richiesto di starci lontano!".

River concluse la spiegazione ridacchiando, pensando d'aver adeguatamente gettato il sasso per scandalizzare l'interlocutore e quindi suscitare in lui la necessaria reazione a far sì che si sbilanciasse e si scoprisse.

"Onore alla vostra madrepatria allora!" – ricambiò lei tentando di scansarsi – "Ammetto che questo mi consente di rivalutare l'opinione che ho sempre avuto dell'Inghilterra! Se siete stato costretto ad andarvene...forse...comincio a comprenderne il motivo! E quindi ad apprezzare la sobria e retta società inglese!".

L'altro s'innervosì, che non riusciva a far breccia in nessun modo nell'orgoglio dell'interlocutore.

S'avvicinò ancora...

Lo sguardo si sgranò di fronte al riverbero lucido della lama che si ritrovò puntata al mento.

La testa scattò all'indietro mentre la lama avanzava contro gli occhi...

"La destrezza vi s'addice!" – ingoiò River fingendo calma, che non s'era accorto che lei aveva tirato fuori il coltello, di nuovo, come nel duello contro il nocchiero.

"Spostatevi!" – ordinò lei.

River alzò le mani e fece un passo indietro così da lascir passare l'interlocutore che a quel punto pareva essere alquanto alterato.

Lei si sarebbe mossa alla svelta sfruttando il pertugio ma si ritrovò lì, trattenuta dalla mano del bambino che s'era aggrappato alla stoffa della giacca. Le dita s'erano chiuse sulla spalla impedendole d'allontanarsi.

Si voltò in fretta, lo sguardo corse a quello di Martin che sembrava deluso, la stretta s'intensificò come se lui la volesse tenere lì, che lei invece stava perdendo il respiro, e le pareva che tutte le lanterne stessero per spegnersi ed il buio le si stesse chiudendo addosso come un mantello sotto cui sarebbe soffocata.

Non riusciva a respirare...

Aveva perduto la calma...

Stava accadendo troppo spesso. Non era da lei...

"Mi spiace..." – sussurrò al bambino – "Davvero...ma adesso devo andare...lascia la spazzola nel secchio quando hai finito...".

Non riuscì a dire altro. Sarebbe voluta restare, scambiare qualche occhiata con il piccolo, comprendere...

Non solo di ciò che gli era accaduto ma quello che lei avrebbe potuto fare per aiutarlo.

"Attento a non cadere..." – l'ultimo accenno alla sorte del bambino.

"Who are you? Chi siete? – riprese River ch'era rimasto con lo sguardo su di lei, concedendo spazio ma non concedendo tragua, neppure nel momento in cui lei s'allontanava e gli occhi s'erano sollevati in segno di disprezzo.

L'uomo, improvvisamente, allungò la mano e l'afferrò per il polso, stringendolo, non forte, quanto bastava per impedire che l'interlocutore, divenuto adesso avversario, se ne andasse.

Lo voleva lì, inspiegabilmente attratto dall'intensa mescolanza d'orgoglio e compassione, disprezzo e paura.

Il respiro si contrasse mentre lo sguardo si piantava sull'inglese.

Oscar ritrasse il braccio, ruotandolo, il polso sgusciò via dalla presa.

Un guizzo…

Dannazione…

Intuì che l'altro s'era voluto imprimere nella mente la consistenza del polso, sottile, morbido.

"Monsieur John River! La mia destrezza va di pari passo alla decenza ed al mio senso dell'onore! E voi li avete oltrepassati entrambi!".

Uscì a grandi passi dalla scuderia, tentando di riguadagnare il piano superiore, mentre ascoltava la stretta leggera marchiata sul polso, lo sguardo sbarrato a cercare una luce, un suono conosciuto...

Aria...

Dannazione...

"Che vuoi tu?" – sibilò River ritrovandosi addosso lo sguardo scuro di Martin – "Continua il tuo lavoro!".

Il bambino rimase a fissare l'inglese, gli occhi chiari lividamente impregnati d'un risentimento aperto.

Con un gesto di stizza il moccioso lanciò la spazzola dentro il secchio e con un salto scese giù dalla cassa, avviandosi anche lui verso l'uscita.

L'inglese sputò a terra...

"Damerino da strapazzo!" – digrignò tirando un calcio a vuoto – "Se non foste nato maschio!".

Già, dannazione...

Che diavolo gli stava prendendo a John River che s'era detto aperto ed incuriosito da nuove esperienze solo per provocare l'altro ma a lui le donne erano sempre piaciute, fin troppo…

Dannazione gli piacevano le donne…

Tutte…

Il ponte di coperta era meno affollato del solito.

L'aria umica e salmastra filtrava dalle scale ma l'uscita era ancora lontana.

Le parve di perdere l'equilibrio e che il pavimento della nave fosse venuto a mancare, all'improvviso, come se al suo posto si fosse aperta una voragine, un buco nero ed ampio che l'avrebbe ingliottita, lei ed il respiro ed i passi.

Lo sguardo tentò d'uscire facendosi largo tra le casse stipate, ancorate ai rinforzi metallici arrugginiti e scuri conficcati nello scafo. Gli unici riferimenti di un percorso a ritroso che adesso pareva senza fine.

Prese a salire su per l'ennesima scaletta, lo sguardo intuì che l'improvviso barlume che sgusciava da fuori s'era richiuso perchè un ostacolo si era frapposto...

Dannazione...

Aggrappata al corrimano si ritrovò il passo sbarrato.

Gli occhi freddi dell'olandese la fissavano qualche gradino più su, il ghigno un poco folle declinava il desiderio inespresso d'attaccare briga.

Si arrestò di colpo...

Indietreggiò. Non avrebbe dovuto nemmeno parlargli.

Ma altre strade non ne conosceva e l'altro pareva avercelo scritto in faccia che lo sapeva e che quello era un incrocio obbligato da cui passare.

Eppure…

L'olandese si scansò di lato nell'evidente intento di lasciarla passare.

Il dubbio…

La cortesia l'avrebbe portata ad avvicinarsi tanto, troppo, a quello che s'era piazzato prudentemente sulla destra. Lei non era mancina, quello doveva averlo compreso nello scontro del giorno prima. Estrarre il coltello che se ne stava alla sinistra era più facile con la destra che non con la sinistra ma la mano destra sarebbe stata alla portata dell'altro…

Troppo vicino…

Il braccio destro sfiorò il corpo dell'olandese.

Oscar tentò di passare in fretta, quasi tre scalini alla volta, ma quello le afferrò proprio il destro stringendo fin quasi ad imporle di gridare, non fosse stato per l'orgoglio che glielo impediva.

Il braccio destro bloccato.

La stretta ben diversa da quella dell'inglese...

La sinistra si sollevò fulminea ad abbattersi sulla faccia dell'altro da sinistra verso destra e per poco l'olandese non finì oltre il corrimano.

La sberla non avrebbe potuto essere molto efficace ma l'avversario mollò ugualmente la presa, passandole oltre di qualche gradino, quasi cadendo giù, mentre si portava una mano alla guancia e prendeva a ridere come un folle, inebriato più che risentito della reazione del contraddittore.

Oscar salì in fretta gli ultimi gradini, ritrovandosi fuori.

La mente colpita dalla brezza ch'era aumentata scompigliando i capelli e mozzando il respiro le riportò il dubbio atroce d'aver commesso un nuovo errore, che anche se con l'olandese non ci aveva scambiato nemmeno un fiato.

Ma la reazione, lo schiaffo repentino...

I gesti spesso dicono più delle parole.

Guardò giù allora, nella penombra lo vide, mentre si massaggiava la guancia e guardava su verso di lei, gli occhi lì, ebbri d'una inconsistente vittoria, che solo la mente d'un folle poteva aver elaborato.

Comprese che l'altro non voleva farle del male o infastidirla ma semplicemente provocarla e, come s'era lasciata scioccamente provocare lei, indurla a reagire, guadagnando così dalla sua reazione chissà quali conclusioni.

L'altro infatti stava giù, fermo, a fissarla, sospeso, in cerca d'una spiegazione alla reazione così rapida e decisa e secca e tagliente e sottile e...

Glielo stava chiedendo con gli occhi chi diavolo fosse...

Che un uomo strattonato a quel modo s'incazza davvero ed è capace di rovesciare l'avversario con una spallata, un pugno, un cazzotto ben piazzato in mezzo alla faccia.

E quando ha rimesso a posto le distanze, un uomo si volta e s'avventa per vendicare il torto subito.

C'è differenza allora! Che se invece viene violato l'onore...

L'onore...

Un ceffone è ciò che serve!

Rapido, secco, deciso, tagliente...

Il respiro riprese piano, mentre lo vide andarsene l'olandese, scomparire, inghiottito dall'oscurità, sotto il ponte di coperta.

Oscar riprese fiato, per un istante fu costretta a chiudere gli occhi mentre deglutiva la rabbia e con essa il lurido sentore dolciastro e metallico della sua condanna.

Aveva perso la calma...

Di nuovo.

I passi divorarono le assi arcuate del ponte principale.

S'attaccò un poco alle corde, un poco agli alberi, le dita scivolarono sul legno liscio, un poco unto, scuro, mentre la nebbia era risalita ed il mare s'intravedeva di nuovo, scuro, cupo.

L'aria era satura d'umidità.

La porta si chiuse alle spalle, gli occhi rimasero immobili, spalancati, nel buio...

La stanza era vuota, André era uscito. Non l'aveva incrocito.

Inciampò quasi e poi tentò d'accendere un moccolo con alcune braci rossastre adagiate nel bracere posto di lato. L'oscurità dovette cedere il passo al debole chiarore. La mano sinistra...

La fissò incredula, mentre il palmo arrossato le riportava la eco del gesto appena compiuto, l'ennesimo errore, che lei si era lasciata provocare sì, e quello adesso chissà se lo aveva capito che solo una donna reagisce a quel modo, sollecitata nell'orgoglio.

Una mano tra i capelli, Oscar sentì freddo di nuovo.

Il corpo affranto, fu costretta a cercare un catino.

Il chiarore opaco della candela le riportò la tinta scura del sangue che sputò dentro, la mano passata sulle labbra, assieme ad un'imprecazione.

Forse aveva ragione André, forse sarebbe stato meglio non uscire più, consolarsi con la scusa che lei sarebbe morta presto, talmente in fretta che non avrebbe potuto salvare più nessuno, nemmeno sé stessa.

Si stese raggomitolandosi, litigando un poco con la coperta ruvida che si fece scivolare addosso, cacciandosi sotto, mentre si ripassava il dorso della mano sulle labbra, mordendosele, fingendo che il sapore del sangue fosse stato lei stessa a tirarselo fuori dalla bocca...

Dio...

No, non poteva far finta di nulla.

Dio...

C'era che quello l'aveva sfidata, chissà per quale motivo...

Il sonno avvolse i pensieri senza averne ragione ed essi s'impuntarono a rodere la coscienza, a pulsare nella mente, vagando con le evanescenti sembianze dei morti del passato.

Il piccolo delfino di Francia...

I due bambini nell'obitorio della Basse Gêole...

Mimose...

Il povero Pierre, ammazzato in mezzo ad una strada...

La corte dei miracoli in Rue de La Forge...

Il gemito uscì soffocato...

Le dita avevano preso ad accarezzare la guancia, le sentiva e con esse l'intenso e potente senso di calma che inondava la coscienza.

"Dormi...".

La sua voce inconsapevolmente donò un istante di pace, di rassegnato ed intenso cedimento, mentre l'aria più fredda che aveva solcato la guancia e poi il collo s'era mutata subito dopo nel tepore d'un contatto che aveva vinto il gelo.

Ci si ficcò sotto la coperta, ancora di più, mentre intuì la mano di André che prendeva a scorrere sulla schiena, su e giù, massaggiando piano i muscoli, aggredendo l'istante di vuoto che l'aveva presa e che l'avrebbe vinta se non fosse stato per lui.

Cadde giù nel sonno intenso davvero e dentro il sogno incontrò la risposta alla domanda che lei aveva fatto a sé stessa.

André aveva risposto.

Che assurdità!

In quel sogno…

C'era André…

La sua faccia, la faccia di Andrè che la guardava, gli occhi sgranati, aperti, un poco spaventati e straniti, mentre lei s'era affacciata sulla sommità della scala e non sapeva come scendere quei dannati scalini perchè non li vedeva dato che il vestito bianco, lungo fino ai piedi, li nascondeva.

André era rimasto lì, come un'idiota, dopo che il sorriso gli era morto in faccia...

Dannazione, nanny le aveva detto di tirare su leggermente la stoffa, di scostarla di lato per guardarsi i piedi ed accertarsi che non perdessero lo scalino ma poi André era salito su per la scala e le aveva porto la mano per aiutarla a scendere e lei s'era dovuta davvero appoggiare alla mano di André. Lui l'aveva stretta...

Si tirò ancora più sotto la coperta, raggomitolata addosso.

Quant'era scomodo quel dannato vestito, quanto s'era sentita ridicola ad averlo indossato.

Lui no, André non l'aveva trovata ridicola. Le aveva tenuto stretto la mano, senza stringere, come solo lui sapeva fare. L'aveva accompagnata giù, fino all'atrio e poi...

Grazie...puoi andare André...

Lei l'aveva congedato, forse inconsciamente rendendosi conto che non avrebbe potuto chiedere altro, neppure un passo in più, neppure un respiro.

André l'amava, anche allora, eppure...

Eppure non si era tirato indietro, l'aveva amata fino in fondo, contro sé stesso, persino contro di lei.

Forse avrebbe addirittura potuto impedirle di commettere quella pazzia e invece no, lei l'aveva commessa e lui gliel'aveva lasciata commettere.

Se si ama, si deve amare fino in fondo, oltre sé stessi...

Pianse...

Davvero...

Si ritrovò a piangere come una stupida.

"Che cos'hai?" – chiese André sollevandosi e cercando lo sguardo.

Oscar lo sentì ma non riuscì a rispondere.

Pianse silenziosamente, nel sonno, abbracciandosi nel sonno e di nuovo si sentì abbracciata e stretta e di nuovo trovò la risposta in quell'abbraccio.

"Dovresti mangire qualcosa...c'è del pane e ho trovato anche delle patate e...".

"Non ho fame..." – s'era svegliata, gli aveva risposto.

"Che cos'è accaduto?" – glielo chiese di nuovo André perchè ormai la conosceva bene.

Oscar s'impose di raccogliere i pezzi di quella dannata storia.

"Che...".

"Hai dormito...forse eri davvero stanca...è quasi sera...".

"Cosa?" – si tirò su, gli occhi sgranati – "Che...cosa ho fatto?".

"Come cos'hai fatto? Oscar...hai dormito! Direi che te lo meritavi...tutti e due ci meritavamo un poco di riposo. Sono settimane che viaggiamo...".

"Sì...certo...no..." – balbettò passandosi la mano tra i capelli, impiegandoci qualche istante a mettere a fuoco la fetta di pane imburrata che le passava André.

"No...ti ho detto che non ho fame!".

"Non costringermi!" – sussurrò lui – "Altrimenti davvero...".

"André devo...uscire!".

"Uscire? Per fare cosa? E' quasi buio ormai...la nebbia s'è alzata ma minaccia tempesta adesso...l'arrivo ad Ajaccio è previsto per domani...ma se volgerà al brutto è possibile che la nave debba attendere prima d'avvicinarsi alla costa. Rischierebbe di schiantarsi contro uno scoglio...".

"Va bene...ho capito...ma adesso devo uscire...".

"Ma perchè?".

"Devo cercare...".

"Cosa...".

Prese a rivestirsi...

Non aveva più freddo. La tempesta che s'avvicinava da fuori s'era annunciata con venti più tiepidi, umidi, gonfi...

"Aspetta!" – André la fermò – "Ma che ti prende?".

Lo sguardo addosso…

"Dimmi che sta accadendo o...".

"André...ci ho pensato...quel bambino...".

"Il bambino...quel...".

"Sì! Quello! Non mi sembra ce ne fossero altri!" – il tono s'era alterato.

In testa un unico pensiero.

Trovare Martin, convincerlo a seguirla, caricarselo in spalla se quello avesse fatto storie. Trascinarlo nella cabina ed impedire all'aguzzino di sfogarsi ancora su di lui.

Sarebbe stato tutto semplice e d'una rapidità estrema.

Che qualcuno ci avesse provato a fermarla!

"Voglio...trovarlo!".

André non rispose. L'immaginava...

"Oscar...domani.." – tentò d'obiettare – "Domani lo cercheremo...".

"No!" – la risposta s'accompagnò allo sguardo isterico – "Vado adesso...ho saputo...".

Silenzio...

Glielo chiese che avesse saputo con gli occhi...

"André...è solo...quel bambino è solo...ho visto com'è stato trattato da quel demonio...ieri...".

Si morse il labbro. Non aveva senso proseguire.

L'avrebbe trovato il moccioso, preso con sé, sottratto alla furia folle che aveva letto nella faccia dell'olandese, non più tardi di poche ore prima.

Tacque su tutto quanto il resto…

Gl'incontri fugaci e disarmanti con l'inglese e con quell'altro, il nocchiero olandese…

Bastava l'essenziale di quella dannazione.

Quella che si portava dentro nel cuore e quella che s'era ripresentata lì…

Ma non aveva senso allarmare André.

Avrebbe fatto talmente in fretta...

Quel moccioso era nessuno! Nessuno si sarebbe accorto che sarebbe sparito e quell'uomo, quel dannato...

Al diavolo! Ci avrebbe ragionato dopo...

Dopo...

"Oscar...aspetta...forse possiamo parlare con il capitano...".

"Sì..." – balbettò quasi invasata stringendosi i lacci della camicia, tirandosi sulle spalle il gilet, passandosi la mano tra i capelli, mentre si ritrovava fradicia, senza respiro – "Va bene...pensaci tu...quell'uomo mi ha già dato sui nervi abbastanza. Forse tu sarai più abile a fargli comprendere l'assurdità che sta accadendo sulla sua nave, sotto i suoi occhi! Che se davvero quello dovesse saperlo...".

Oscar fissò il vuoto, davanti a sé. La diabolica furia dell'olandese non poteva essersi nascosta così bene da non esser giunta alle orecchie del capitano e se il capitano sapeva...

Rabbrividì.

L'indifferenza pesava ancor più dell'orrore che si nascondeva dentro di essa…

Tentò d'aprire la porticina...

Uno strattone...

"Aspetta!" – André l'afferrò per il braccio tirandosela indietro, chiudendo la porta con una manata, piantandosi su di lei, chiudendola in un bacio feroce, stretto, aperto e mobile ed intenso...

Non voleva lasciarla andare, non ci riusciva. L'ultimo espediente per trattenerla ancora un poco che lei aveva ragione, che non ci si poteva voltare dall'altra parte, eppure era tutto così terribilmente vago ed indistinto, mentre adesso loro due s'erano trovati, erano vivi, reali.

Talmente reali che lui si ritrovò le sue mani puntate contro le spalle.

L'espediente stava funzionando o fallendo, non gli era dato comprenderlo...

"André..." – si staccò d'un respiro – "Lasciami...".

La bocca chiusa di nuovo con un bacio, che fu lui a staccarsi: "Non ti azzardare...a...".

La bocca sulla bocca, voleva tenerla lì, sentiva che però a quel modo l'avrebbe resa di nuovo succube della paura, di quella che li aveva tenuti lontani per così tanto tempo. La paura si mostra secondo aspetti differenti...

Persino la paura di fallire genera il mostro dell'indifferenza.

I corpi avvinghiati...

Oscar tentò di slacciarsi, gli afferrò la testa, le dita chiuse a trattenerla...

"Non farò nulla d'insensato!" – lo rassicurò.

"Vengo con te...sarà più facile cercarlo in due!".

"No! E' meglio che tu faccia come hai detto. Ci serve l'appoggio del capitano. E poi quel bambino...se si spaventa e scappa qua dentro non lo troveremo più. Dio...è sono una dannata nave ma mi pare così grande adesso che...è buio là sotto...".

Il respiro nel respiro...

"Minaccia tempesta...non...".

"Starò attenta! Te lo prometto".

"Se non dovessi trovarmi...quando tornerai... sarò giù dai cavalli...saranno spaventati...però devi fare attenzione!".

Respiro lento, labbra sfiorate...

"Lo farò!".

La vide avviarsi in mezzo al cordame, nel via vai dei mozzi e dei rematori...

Da lontano galleggiavano le luci del cassero di poppa, forse gli ufficiali erano riuniti lì, a stabilire il da farsi.

S'avviò anche lui, seguendola con lo sguardo fino all'ultimo, fin quando la figura si perse e lui rimase lì, le dita strette al corpo di lei anche se lei non c'era, il cuore a galleggiare nell'incertezza d'un impresa semplice eppure...

Il vento aveva acquistato forza e le vele erano tese e gonfie, i marinai erano intenti a regolare corde e cime che consentissero alla nave di affrontare la tempesta. La sottile striscia scura che André aveva intravisto poche ore prima, quand'era rientrato in cabina, s'era ingigantita, spezzata a tratti dalle venature sottili e fulminee delle saette.

"Cerco il capitano..." – chiese dopo aver intravisto un ufficiale che scrutava l'orizzonte con un canocchiale. Gli pareva d'averlo già visto, intento a rammendare una vela strappata.

Dunque quello in realtà era proprio il velaio che, secondo le sue riminescenze, era comunque un sottufficiale.

"Tornate nella vostra cabina, prego. Monsieur è impegnato..." – sibilò quello senza levare gli occhi dall'orizzonte.

"Direi che gli ruberò solo pochi istanti...".

"Il vento è già pittosto forte…monsieur…" – riprese quello in tono di compatimento, dato che forse l'altro nulla comprendeva del gergo marinaresco – "Direi che al momento è escluso che di qualsiasi accidente voi abbiate necessità, Monsieur de Ville portà mai ascoltarvi...".

L'occhiataccia dell'uomo s'accompagnò al gesto altrettanto secco con cui quello chiuse il canocchiale.

"Rientrate! E' un ordine..." – accennò quello, un inchino del capo, i tacchi girati per infilarsi nuovamente dentro le stanze degli ufficiali.

Il vento sulla faccia sempre più impetuoso, tanto da obbligarla a scostare i capelli per capire dove stesse andando.

Dentro, crescente ed implacabile, l'oppressione del rischio che stava correndo.

Ossessione impossibile d'acquietare…

Giù, giù nel ponte di coperta...

Giù non riusciva a scorgerlo.

Dio, poteva essere dovunque.

Lo cercò, mentre gli occhi prendevano a riconoscere i corridoi, le porte…

I passi proseguivano, la nave era enorme, ma era pur sempre una nave. Pensò che non sarebbe stato difficile trovare qualcuno, a meno che quel qualcuno non avesse intenzione di farsi trovare!

L'aria carica di umidità…

La camicia appiccicata addosso.

Oscar fu costretta a slacciarsi i bottoni del gilet.

Gli occhi puntavano nei pertugi più scuri, mentre osservava gli sguardi dell'equipaggio puntati addosso a lei.

Il pavimento prese a mancare sotto i piedi…

Dio…

Ad ogni passo sperava di scorgerlo.

Tentò di recuperare un frammento del loro incontro, nel luogo neutro ch'era servito ad avvicinarli.

Lo scorse alla fine, nel buio, proprio là, appresso ai cavalli, mentre le mani avevano concesso una rapida carezza al manto degli animali ch'erano agitati e scalciavano a terra, imbragati per evitare che s'imbizzarrissero. Anche a loro mancava il pavimento sotto gli zoccoli…

"Martin…" – lo chiamò piano.

Gli occhi dell'altro erano su di lei, scuri e perduti, il volto le parve addirittura gonfio, arrossato, il corpo minuto, più piccolo di quello che poteva ricordare, nella veste sporca ed immensa da cui sbucavano braccia e gambette.

Lo chiamò di nuovo…

Quello non rispose, non accennò ad avvicinarsi, si voltò e prese a camminare velocemente, infilandosi giù, lungo l'ennesimo corridoio che si perdeva alla vista, ingoiato dal ventre dell'imbarcazione.

Lo scarroccio della nave minò l'equilibrio. Il vento doveva essere aumentato…

"Aspetta!" – lo chiamò di nuovo.

Pensò, dovette farlo…

S'immaginò…

Non andare…

Lo seguì, non aveva scelta, mentre gli occhi tentavano di mantenersi sull'altro, che a tratti scompariva e poi si fermava.

Pensò, dovette farlo…

S'immaginò…

Le parve che l'altro stesse lì ad aspettarla, mantenendo con sapienza la distanza che li separava, dosando l'attesa afficnhè lei si riavvicinasse.

Tutto veloce, tutto in fretta…

Se fosse riuscita ad acciuffarlo l'avrebbe calmato, glielo avrebbe detto che non doveva avere paura e che lei…

Gli avrebbe detto chi era, finalmente avrebbe potuto farlo.

Giù, ancora più giù…

Gemeva il fasciame scuro dello scafo, mentre gli occhi si fermarono sul bambino che adesso s'era fermato.

"Aspetta! Fermati!".

Martin s'era fermato davvero questa volta.

Una stanzaccia stracolma di sacchi di iuta odorosi di polvere aspra e scura…

Carbone forse…

Sentore intenso, la nausea prese a salire…

Dovette attendere che gli occhi s'adattassero al buio, a mala pena rischiarato da una lanterna cieca, ormai lontana alle spalle.

Si ritrovò aggrappata ad una sartia, il rollio aumentava.

Sul pavimento, l'ultimo del ponte più basso, c'era dell'acqua…

Probabilmente le sentine erano piene, non c'era modo di farla uscire fuori.

Guardò il bambino, lo squittio distinto di topi che schivavano spaventati gli ospiti indesiderati…

Il respiro si perse…

"Martin…aspetta…" – due passi veloci per prendere l'altro in contropiede e fermarlo e tentare di convincerlo.

Alle spalle udì un uscio sbattere e poi chiudersi.

Il bambino era fermo adesso anche se il corpo tremava e lui, impercettibilmente, aveva preso ad indietreggiare, che lei vedeva solo il fondo della nave, non le pareva ci fosse altro che legno nero e unto.

"Ascolta…vieni via da qui…non voglio farti del male…".

L'altro si limitava a guardarla.

Oscar rammentò le parole di River. Il bambino non parlava ma comprendeva.

"Senti…usciamo da qui…ti starò accanto…non dovrai più temere d'incontrare quell'uomo…".

Il sinistro gemere delle corde del carico, tese allo spasimo per via dell'ondeggiare dell'imbarcazione, colmò il silenzio che aleggiava nella stanza.

Non riusciva a convincerlo evidentemente.

L'altro s'era seduto a terra, le gambette rannicchiate ed abbracciare.

S'avvicinò, inginocchiandosi…

Gli porse la mano.

"Ti prego…vieni via…".

S'incrociarono gli sguardi…

Negli occhi del moccioso scorsero buio, rancore e rabbia.

Apparentemente inspiegabili, incomprensibili.

Dall'alto del suo piedistallo lei era scesa per arginare i propri sensi di colpa…

Il bambino diveniva mezzo per alleviare la morsa delle scelte passate.

Questo lesse negli occhi dell'altro.

Si stupì.

Si zittì…

Non aveva tempo, non poteva attendere oltre. Glielo avrebbe chiarito poi perché voleva tirarlo fuori da lì.

Tentò d'accarezzarlo, sulla testa.

La bestiolina si ritrasse, la manina si sollevò scacciando quella di lei, lo sguardò mutò da livido a beffardo, mentre lei scorgeva la bocca arricciarci in una smorfia di sufficienza, come a dire che lui la carità non la voleva, non ne aveva necessità e che comunque lui non era lì per essere salvato ma per portare a termine il compito che gli era stato imposto.

Alle spalle tre tonfi…

Porte chiuse…

Ne aveva contate tre. Tre tonfi, soffocati.

Il bambino indietreggiò ancora cacciandosi dentro una sentina aperta. La sabbia era scivolata fuori a terra, mucchi umidi e sgranati.

Il sorriso più netto trafisse i sensi.

Perché…

Pareva un altro rispetto al giorno precedente.

Silenzio…

Una voce alle spalle, netta e distinta…

Il nome del bambino, distinto, netto. Il timbro…

Distinto e netto.

Dio…

Pensò, dovette farlo.

Comprese.

Il cuore balzò in gola, gli occhi sul bambino, i passi alle spalle. La mano era ancora sollevata. Martin quasi scomparve nella sentina, come un ragno che si nasconde per attendere che la preda cada in trappola oppure per non diventare esso stesso preda.

Aveva riconosciuto la voce, il timbro sprezzante.

Quella voce…

La presenza alle spalle…

"E bravo il mocciosetto!".

Dio…

Il tono, falsamente sorpreso, la recita malriuscita, che comunque il primattore non aveva interesse a metterci impegno, tanto, quello che voleva lui l'aveva già ottenuto.

Pensò Oscar, fu costretta a farlo. Comprese che l'intuito l'aveva messa in guardia, in ogni modo. Comprese…

Guardò Martin. La rabbia era scomparsa lasciando il posto al vuoto, all'assenza di emozioni che tutto sommato proteggono e salvato dalla disperazione d'essere artefici del male.

Perché così piccoli, comprender d'esser stati il tramite d'una trappola…

Sarebbe stato troppo difficile d'accettare.

Il bambino provò ad aprir bocca, non uscì suono se non una specie di rantolo gutturale, sintesi di dolore e rabbia.

"Siete qui! Bene!" – sproloquiò l'uomo alle spalle mentre entrava chiudendo la porticina.

Non era solo Reneé Streke. Due uomini avanzavano con lui.

"Il moccioso e il damerino…quello che m'ha mollato un ceffone…rammentate?" – chiese ironico rivolgendosi ad entrambi.

Oscar rimase zitta. In silenzio, in ginocchio, tentò di comprendere che fare.

Sperò fosse solo una coincidenza. Si morse il labbro.

Davvero stupida. Era stata davvero…

"Hai fatto un buon lavoro mocciosetto!".

Stupida!

"Sparisci perché ho da fare qui dentro!" – digrignò l'olandese.

Oscar chiuse gli occhi, un istante. Al buio, comprese…

Il respiro s'innalzò. Poteva ancora…

Si alzò in piedi.

"Sparisci!" – gridò l'olandese contro il bambino.

Martin si alzò in piedi, passando sfiorò la mano di lei, tentò di guardarla, lei era in piedi, il tocco sollecitò gli occhi ad abbassarsi e lei comprese. Adesso sì…

Il bambino sgusciò di lato. L'odore della salsedine misto all'umidità incideva nella carne…

I passi leggeri…

L'olandese afferrò il bambino per una spalla.

"Intendiamoci…" – sputò ghignando.

Oscar era alle spalle, gli occhi fissi alla parete scura e unta dell'imbarcazione…

Ascoltava…

"Un fiato e il moccioso diventa carne per pescecani!".

Comprese…

Era una trappola, nient'altro che una trappola…

Perché…

Vendicarsi…

Il duello, il ceffone…

Oscar s'immaginò che tutto quello ch'era accaduto non poteva valere la fatica ed il rischio d'essere scoperti a vendicarsi per simili gesti, anche se l'altro pareva avere un discreto ascendente sull'equipaggio della nave e forse l'intento era quello di rimettere in chiaro i ruoli di ciascuno.

Rimase con l'uomo alle spalle…

Ripercorse gli errori che aveva commesso.

Ad uno ad uno…

Il duello…

Il ceffone…

Si rese conto che mentre lei lo stava cercando, Martin s'era lasciato avvicinare e poi l'aveva indotta a seguirlo fin lì, dove lei pensava di averlo raggiunto, mentre in realtà quella che cercavano era proprio lei.

Probabilmente l'olandese aveva intuito l'interesse che aveva dimostrato per la sorte del bambino e così l'aveva costretto ad attirarla fin lì, in quel buco, lontano dal via vai dell'equipaggio e dei passeggeri.

Stupida…

Era accaduto di nuovo…

Come allora.

Allora era stato difficile comprendere che quel demone non era altro che un misero essere affamato di potere.

Ma stavolta…

Perché…

"Monsieur…prego…" – sibilò l'olandese che se ne stava con sguardo soddisfatto in mezzo alla stanza, le mani appoggiate ai fianchi, mentre la osservava freddo.

Oscar l'intuì…

Sentiva gli occhi addosso.

Portò la mano al fianco, un istante dopo, solo uno…

Esitazione fatale, che l'altro l'aveva già afferrato il coltello sfilandolo, dando sfoggio di capacità degne del miglior borseggiatore di Marsiglia.

Fu costretta a voltarsi, il cuore aveva preso a battere più veloce ed il respiro s'era fermato.

Pensò alla promessa fatta ad André…

Pensò che lui sarebbe rimasto deluso.

Pensò che doveva uscire da lì…

Pensò ch'era stata idiota, ingenua ed incosciente.

Fissò l'altro alla fine, sollevando lo sguardo, stringendo i pugni, ascoltando la paura, di nuovo, come un tempo, mordendosi il labbro, fin quasi a farlo sanguinare, immaginandosi che avrebbe dovuto uscire da lì, combattere forse, ammettendo con sé stessa che questa volta sarebbe stato difficile…

Non disse nulla, un passo verso destra, l'altro le sbarrò la strada, allora provò a scansarsi dall'altro lato, Streke non si mosse, in compenso lo fecero gli altri due.

C'era che adesso aveva coscienza di sé stessa, del corpo, chiuso, stretto, accarezzato, amato, intenso…

Adesso amava sé stessa, alla follia. Amava essere amata…

Pensò al dolore, rovesciato addosso, un pugno in faccia, un calcio allo stomaco…

Aveva paura…

Non era mai accaduto.

Tentò di forzare lo sbarramento spingendosi contro quello che le parve essere il più debole. Tre…

Erano troppi.

Un ceffone, addosso al primo, un manrovescio, le dita s'impressero forte sulla faccia dell'energumeno, intuì le ossa frantumarsi quasi.

Tentò di gridare anche se non era da lei, non l'aveva mai fatto, il respiro si perse…

Quelli incassarono i colpi, indietreggiarono, la stanza era troppo piccola…

Le mani si strinsero sulle spalle, d'istinto piantò una gomitata nello stomaco dell'aggressore, un'imprecazione e quello s'accasciò a terra…

Se l'avessero presa…

Gli occhi cercarono un pertugio, il corpo tentò di sgusciare…

Si sentì sollevata, trascinata indietro, contro le sentine fradice…

L'acqua a terra e il rollio intenso sottrassero l'equilibrio da sotto i piedi.

Le mani l'inchiodarono lì, contro la parete.

"Lasciami!" – gli gridò addosso, mentre tentava di liberarsi, di sgusciare via.

"Uh…addirittura!" – sbuffò l'olandese che le finì addosso, faccia a faccia, le mani dei compari a bloccare le braccia e lui lì a soffiarle contro.

"Che diavolo vuoi?".

L'uomo afferrò il viso, stringendo il collo con la mano…

Strinse ancora, s'avvicinò ancora di più, chiuse gli occhi, annusò.

La scostò dalla parete, afferrò il polso, impresse la torsione necessaria a piegare l'arto, il corpo, giù a terra.

Oscar tentò ancora di spingerlo indietro, conosceva la manovra come la conosceva l'altro. Forse un tempo era stato un soldato…

Forse…

"Dannata!" – imprecò l'olandese.

Il respiro perso…

I muscoli raggelati…

Dannata…

Dio…

Come fa a sapere…

Giù, la costrinse a terra, mentre quello s'appoggiava sopra, le braccia trascinate su, in altro, sulla testa, strette dai compari…

"Maledetto…" – gli ringhiò addosso…

Non poteva gridare…

Che forse quello aveva compreso…

Come aveva fatto?

"Che…vuoi?" – doveva saperlo se l'altro davvero aveva compreso e allora non poteva perdere altro tempo. Doveva incalzarlo per capire quali fossero le intenzioni…

Uno dei compari prese a legare le mani, in alto, lei tirò di nuovo, forte…

No…

La corda si strinse, il grido uscì inevitabile…

Chi dettava gli ordini, con parole e sguardi, stava lì e rideva e attendeva…

Il compare tirò ancora stringendo la corda, un altro grido, l'altro rise più forte.

L'altro attese, ancora.

Attese che la stretta facesse effetto, inducendo a rallentare la furia, a riportare la vittima all'ordine, che più avesse tirato e più la stretta avrebbe bloccato i movimenti ed il sangue.

Saggiò la pazienza, l'incoscienza, la rabbia, lo smacco…

Attese che la paura risvegliasse l'intelletto che quello gli era parso davvero incosciente per essere una…

"Il coltello..." – sibilò l'olandese severo verso il compare ch'estrasse un coltellaccio e lo piantò a terra, un gesto secco che inflisse al legno una ferita fonda. La corda che legava i polsi venne agganciata lì.

Streke affondò le mani nei capelli e li tirò al punto da costringerla a sollevare gli occhi addosso all'avversario…

"Io sono un gentiluomo…" – esordì quello ironico – "E quando mi viene rivolta una domanda cerco sempre di accontentare il mio ospite! Ecco…allora…diciamo che voi…mi avete davvero incuriosito! Da quando vi io visto il primo giorno…".

Smise di parlare…

"E poi dopo nel duello…mi sono chiesto chi diavolo foste…".

Sogghignò, un cenno, ordinò ai due compari di legare anche i piedi, gli stivali sfilati in fretta.

Un altro coltello a trattenere le corde che immobilizzavano le gambe.

"Fuori!" – sibilò severo subito dopo – "Andatevene".

Quelli si guardarono di sbieco, dubbiosi.

"Fuori ho detto! O devo prendervi a calci!?".

L'ordine non si discuteva, i due si rialzarono e sgusciarono fuori.

"Vedete che sono un gentiluomo!?" – ghignò mellifluo – "Casomai fosse vero ciò che penso…quei due non sarei proprio riuscito a tenerli a bada!".

L'affondo gelò il sangue. Non era difficile comprenderne il senso…

"Che cosa vuoi?".

"Sapere chi siete?! O chiedo troppo?" – replicò l'altro, la faccia sulla faccia, il respiro addosso.

"Lo sai chi sono! Che…"- la voce s'innalzò, in segno di difesa.

L'altro le tappò la bocca: "Un consiglio…non gridate! Se qualcuno comprendesse che siete qui…ve l'ho detto…di quel moccioso non resterebbe più nulla…nemmeno i vestiti! Ho visto che ci tenete. Pensiero davvero degno d'una mente che ambisce alla giustizia…ma un poco stupida secondo me! E poi nemmeno voi…avreste sorte migliore!".

Il respiro soffiava, gli occhi si piantarono sull'altro…

Era stata stupida, sì, adesso non poteva che ammetterlo.

André…

Lui l'avrebbe cercata…

"Non sarà necessario gridare!" – obiettò all'altro per indurre il dubbio che quella messinscena si sarebbe presto conclusa – "Mi cercheranno!".

"Sì…ho pensato anche a questo…ogni cosa a suo tempo…".

Si piegò su di lei…

Sopra…

Le dita presero ad allargare il gilet…

No…

Il grido riemerse…

D'istinto…

"Sshh! Vi dirò perché ce l'ho con voi…" – ridacchiò l'altro mentre estraeva il coltello dal fodero - "Sapete…a Marsiglia…".

La lama riverberò la poca luce.

"Giravano strani discorsi per le strade…una taglia…".

Una taglia…

Bordate di vento che parevano ogive d'una nave avversaria s'abbattevano sullo scafo, sollevato ed avvolto e poi ricacciato giù.

Era difficile mantenere l'equilibrio…

Ai passeggeri era stato detto di rientrare nelle cabine, di restarci e per chi poteva spendere due parole ai propri santi, di qualunque religione essi fossero.

Sugli alberi volteggiavano i mozzi, acrobati intenti ad ancorare tutto, persino le cime che dovevano ancorare le vele, che quelle non si fossero staccate e spiegate, rischiando così di gonfiarsi e tirarsi dietro la nave, trascinandola giù.

Sottufficiali entravano ed uscivano dal cassero…

I corpi parevano fuscelli ammantati d'aria fradicia mescolata a spruzzi d'acqua rigurgitati dal mare…

Tutt'intorno il mare, cupo, fondo, buio, gigante infuriato che chiede un sacrificio per placarsi e lasciare indenni quelli che avevano avuto l'ardire d'attraversarlo.

Caparbio, André era rimasto lì, ancora un poco, tanto lei sarebbe tornata.

Con il moccioso.

Poi…

No, poi s'era rassegnato ed aveva preso a scendere giù, verso la stiva. I cavalli dovevano essere spaventati a morte e se si fossero liberati si sarebbero feriti o, peggio, avrebbero potuto ferire quelli che ci fossero passati accanto.

La nave era robusta, possente, eppure in quel momento non pareva che un esile guscio di noce, in balia del destino avverso, sconosciuto e beffardo.

Era buio…

"Proprio così! Una taglia! E decisamente consistente! Si diceva sulla testa d'un disertore…".

Tiravano le corde, davvero, Oscar intuì la pelle dei polsi stretta e poi inesorabilmente lacerata, mentre il respiro soffocava…

Una taglia…

Un disertore…

Ciascuna parola squarciava il velo sul passato, quello che lei aveva tentato di seppellire calandoci sopra migliaia di miglia, un nome falso, persino l'appoggio della regina.

Quel passato le era rimasto appiccicato addosso, come l'odore della morte che si portava appresso, dentro, nelle viscere.

Sussultò, la destra dell'uomo s'appoggiò al ventre.

Imprecò, lei, nell'ennesimo tentativo di scansarsi, il gioco delle corde impediva i movimenti.

L'equipaggio aveva ricevuto l'ordine di issare le vele, ancorare il carico, fissare scotte e cime, per evitare che la forza del vento potesse trascinare in mare cose o persone.

Sotto, i rematori, i mozzi, persino l'aiuo cuoco, raccoglievano acqua con i secchi e facevano la spola per riversarla fuori.

Ci mise un poco André a raggiungere i cavalli, venne lasciato passare solo per quel motivo, altrimenti, ne era certo, sarebbe stato rimandato indietro, a calci, se necessario, che l'equipaggio passeggeri in mezzo ai piedi non ne voleva.

Ci mise altro tempo André ritrovando gli animali spaventati anche se saldamente trattenuti, i morsi agganciati alle redini, le redini agganciate agli stalli. Non bastava…

Prese ad accarezzarli, togliendo loro biada e acqua, riprendendo a spazzolare il manto, per acquietarli. Le parole scivolarono piano, mentre tutt'intorno lo scafo gemeva colpito dalle onde, rimbombando come cassa acustica d'una sinistra sonata.

Pensò di restare lì André, era certo che l'avrebbe vista sbucare dal fondo dello stanzone…

Il cuore impazzito…

L'avrebbe davvero stretta a sé non appena gli fosse apparsa davanti.

Al diavolo, l'avrebbe baciata a costo di rivelare al mondo intero chi diavolo fossero loro due…

Dove sei?

"Nulla di sorprendente direi. M'è capitato di scovare assassini, gente che doveva dei soldi, persino damigelle fuggite con l'amante! Ma un disertore?! Chi avrebbe mai interesse a sborsare denaro per qualcuno che se l'è filata dall'esercito?! Così ho cercato di saperne di più! Non molto alla fine! Oh…no…aspettate!".

Prese a ridere Streke, mentre le dita scostavano la stoffa della camicia.

Oscar percepì i muscoli irrigidirsi, divenire freddi, quasi pietrificati….

Una taglia…

Un disertore…

Una spada di Damocle sulla testa…

"Cent mille livres!" – sentenziò Streke rivelando la quotazione.

Oscar deglutì a fatica, la gola arsa dalla paura, lacerata dall'amara constatazione.

Solo una persona avrebbe potuto permettersi di dare un simile prezzo alla propria vendetta.

Né troppo alto, né troppo basso.

Il giusto valore per procurarsi ovunque in Francia, in ogni città come in ogni porto come in ogni valico, un esercito silenzioso e solerte che avrebbe lavorato per lui.

Dev'essere ancora vivo…

I pensieri corsero veloci, lo sguardo tentò di sostenere quello dell'altro che la fissava.

"Pare fosse uno che a Parigi ha dato del filo da torcere ai suoi superiori? Vi dice nulla!?".

L'aveva cercata, non era riuscito a vederla.

L'aveva attesa.

Aveva preso ad innervosirsi…

I cavalli l'avrebbero percepito…

Un respiro fondo, un'imprecazione.

Chiese ad un mozzo che stazionava poco lontano di accertarsi di tanto in tanto che gli animali non s'imbizzarrissero.

Tanto – se lo disse tra sé - Se fossero affogati, sarebbero affogati tutti…

Si ritrovò ad imprecare, cinicamente…

Contro sé stesso e, nonostante tutto, contro di lei…

No, Oscar non c'entrava. Lei era fatta così…

I boati si susseguivano…

Riprese la via d'uscita.

Venne investito dalla pioggia che aveva preso a scendere fina, beffarda, lacerata da raffiche di vento che la spingevano in faccia, migliaia di aghi che infastidivano e basta. Si tolse la lente, non sarebbe servita a nulla, non prima d'aver intravisto da lontano l'inglese che rientrava nelle cabine di comando.

Non c'erano altri passeggeri fuori…

Un'altra imprecazione.

Era passato del tempo, troppo tempo.

Si disse che quella era una nave talmente grande e pensò che Oscar fosse già rientrata.

"L'assurdo – se mi permettete il termine – sta nel fatto che si diceva che quel tizio fosse…".

Chiuse gli occhi Oscar, i denti stretti, un gemito, impossibile non tradirsi…

"Una donna!" – sibilò l'altro avvicinadosi – "Una donna! Vi rendete conto! Che razza d'idiozie che circolano a Marsiglia! Che dannata città! Una donna che veste come un uomo e che sta nell'esercito! Una donna che comanda dei soldati! Una vera assurdità non convenite con me?".

Il tono ironico si perse…

"Che idiozia! Davvero!" – ripetè a voce bassa Streke avvicinandosi al viso – "Eppure...al di là delle voci divertenti o meno…quando vi ho visto ho capito che c'era qualcosa in voi che non andava. E volevo capire cosa fosse. Nel duello vi siete comportato bene. Siete stato bravo. Maneggiavate la spada come un perfetto aristocratico, un militare direi, visto che siete quasi riuscito a battermi! Vi ho tenuto sulla corda però! Dovete ammetterlo!".

Dio…

Ecco perché quello non s'era deciso a fare sul serio.

Chiuse gli occhi Oscar, ripensò ai gesti compiuti…

Ad uno ad uno…

Gli affondi, i montanti, le finte…

"Il vostro stile…elegante…preciso…veloce…".

Elencava i pregi Reneé Streke e lei vedeva scorrere i propri difetti, la propria stupidità, l'arroganza di non aver scorto cosa poteva esserci dietro il volto e le parole ed i gesti dell'altro.

Lei credeva di sapere tutto…

"E quel ceffone!?" – digrignò Streke che forse sì, quello un poco gli bruciava, ma ci teneva a far sapere che anche quello era stato studiato ed indotto.

Ogni particolare sollecitava la rabbia.

I polsi tentarono di liberarsi, le corde strette graffiarono la pelle…

Negò con la testa Oscar che altre parole di supplica, quelle non gliele avrebbe mai concesse, all'aguzzino.

Negò in un estremo tentativo di negare la propria stupidità. Negava sé stessa…

Che aveva appena imparato ad amarsi.

"Da quando un uomo si comporta a quel modo?!" – sentenziò cinico l'olandese per saggiare la sopportazione dell'altra.

La testa si sollevò quel tanto che la stretta delle corde consentiva.

Gli sputò in faccia…

L'altro le afferrò i capelli, lo sguardo vitreo e folle…

"Non avete fatto altro che confermare i miei sospetti! Uno dopo l'altro…" – le alitò addosso, annuendo con la testa.

"Il vostro viso…".

La mano scivolò sulla guancia provando la consistenza, intuendo la morbidezza della pelle.

Il primo contatto irrigidì i muscoli, scompose le fibre che si tesero per tentare di sollevarsi, arcuandosi, follemente imprigionate…

Quello prese a godere della rabbia…

"La vostra pelle è così liscia…morbida…".

Nelle dita ascoltava la sua pelle, consistenza di cui s'era ritrovato succube e che avrebbe ascoltato presto, di nuovo…

Subito…

No…

La cabina era vuota. Fredda…

Era minuscola, gli parve all'improvviso enorme, come se all'interno, da qualche parte ci fosse stata un'altra stanza, un altro pertugio e lui non avesse avuto tempo di guardarci ma ci avrebbe guardato e l'avrebbe trovata lì, addormentata magari.

Pensieri confusi arrovellarono i sensi.

Dove diavolo sei?

Non sarebbe riuscito a restarsene lì, mentre le dita s'attaccavano alle pareti e la pazienza era ormai svanita. Si sedette, solo un istante.

Non era da lei comportarsi a quel modo.

Forse stava ancora cercando il bambino, seppure l'incoscienza di lei s'era sempre arginata entro un limite accettabile…

Forse…

Avrebbe dovuto escludere l'attacco alla Fortezza della Bastiglia.

– dovette dirselo – S'era davvero esposta al limite della follia.

Non erano trascorsi che pochi minuti.

Si rimise la giacca, gettata in un angolo, bagnata, il freddo frustò un poco i muscoli.

Settembre stava per terminare e lui aveva freddo adesso.

Dannazione, via, fuori. I passi lo condussero fuori.

Uscì di nuovo, l'unico appiglio era la stanza dov'erano ricoverati i cavalli.

Il coltello riverberò la poca luce sollevandosi all'altezza del viso.

La punta rivolta verso il basso, la sequenza delle cordicelle della camicia vinte dalla lama…

Il respiro fermo…

La bocca serrata, la mascella faceva male, tutto doleva, incapace di muoversi e ribellarsi…

Sprofondata nella colpa di non aver compreso.

L'altro la fissava e lavorava di fino…

Piano, godendosi ogni singolo taglio.

Oscar comprese che quello aveva capito e voleva solo assaporare il finale di quella dannata commedia.

"E' necessario che verifichi…con il vostro permesso…".

Un gridolino di soddisfazione, la strada imboccata era quella giusta.

Con la lama scostò piano i lembi della camicia…

Lei ci provò ancora a tirare ed allungarsi…

La testa iniziò a girare e il sangue divenne quasi fermo, rappreso nelle vene, incapace di trattenerla in vita.

La bocca serrata.

Si scostò dal viso dell'altro, dove già leggeva la prova che i convincimenti erano corretti.

Indossava ancora le dannate fasce, un'abitudine che aveva pensato di abbandonare ma lei doveva essere un uomo, almeno fino alla fine del viaggio.

Erano necessarie…

"Ma bene! Allora forse quelle voci non erano poi così infondate…" – mugolò l'altro sarcastico.

Non riuscì a resistere, istintivamente, s'impose di muoversi, di sottrarsi alla tortura, l'altro le mise la mano sul collo e iniziò a stringere di nuovo…

L'uomo rideva e parlava, gridava quasi, nella diabolica esaltazione.

Lei si sentì soffocare…

Il pugnale s'appoggiò sulla pancia, un istante ed il freddo colpì i sensi.

Il pugnale prese a scorrere sulla pelle.

Il freddo della lama lentamente risalì verso il petto, infilandosi tra le fasce.

Il pugnale incise la stoffa, la lama prese a girare ed il filo a strisciare sul tessuto vincendo a poco a poco l'esile resistenza.

I muscoli si tesero, il respiro si bloccò.

La trama prese a cedere.

Le dita s'allargarono per aggrapparsi alle corde, a qualsiasi appiglio ci fosse intorno, nulla.

La mano dell'uomo si scansò dal collo e scese giù…

All'unisono voleva accedere ai sensi dell'altra…

Tutti…

L'aveva capito.

Voleva rivelarglielo allora, alla propria maniera.

Quando entrò c'erano altre persone che si occupavano dei propri animali. I cavalli erano agitati ma nulla era mutato da quando ci si era messo lui ad accudirli.

Li accarezzò di nuovo, si guardò attorno…

Non c'era. Lei non c'era. Non aveva più visto nemmeno il bambino.

Uscì, di nuovo, questa volta i passi si fecero ansiosi, concitati, minati dal crescendo della tempesta che minava il cuore, i battiti, i sensi.

Dovette aggrapparsi più d'una volta ai corrimano, agli sbalzi delle pareti, a qualsiasi altro appiglio che gli avesse consentito di reggersi in piedi e di non rovinare a terra, spinto dall'ondeggiare ora lento, ora deciso della nave.

Gli parve davvero d'essere tornato sul tetto dell'Entrague, lei, lassù…

Dove diavolo sei?

Chiedeva a tutti quelli che incontrava se avessero visto un tizio biondo…

Mio…

Fratello…

Mai quell'appellativo stonava e s'addiceva al tempo stesso. L'amore assoluto non aveva più declinazione, chiunque fosse stata lei.

Tutti quelli che incontravano dapprima gli mandavano un accidente e poi gli ordinavano di tornare in cabina.

C'era davvero il rischio d'essere sbattuti a terra, quando si fosse stati fortunati.

Chi lo fosse stato meno poteva finire fuori…

Fuori, in mare.

Non c'era più pavimento sotto i piedi, la pelle era fradicia, come i vestiti…

No…

No…

No!

Nessuno l'aveva visto.

No, allora doveva davvero essere accaduto altro.

La paura prese a torcere le viscere, ad annacquare il sangue, che l'assenza non poteva più essere casuale, che doveva essere accaduto qualcosa, un imprevisto che l'aveva ingoiata chissà dove.

Si maledisse…

La trama si lacerò sotto la spinta livida del coltello…

"Lo dicevo io!" – sibilò l'olandeve chinandosi…

Le dita scesero e saggiarono la carne, insistendo…

Le dita affondarono, incidendo i sensi…

Un grido subito sormontato dalla risata di vittoria.

Perse l'equilibrio, s'attaccò alla sartia, la prima che le dita riuscirono ad afferrare, mentre il pavimento sgusciava, ondeggiando, da sotto i piedi.

Grida d'imprecazione da lontano gl'intimarono di rientrare.

Il cuore, anche il cuore, perse il battito…

Il boato riempì le orecchie, l'acqua l'investì…

Lo strappo si consumò freddo e definitivo nell'esultanza rozza del vincitore…

Il respiro si perse mentre il freddo solcava la pelle esposta, nuda…

Occhi che scrutavano…

"Potreste davvero essere quella che stanno cercando! Sapete maneggiare la spada come un soldato…vi comporte come un soldato…ho fatto bene a scendere a Nizza e a dire ai miei uomini di salpare per la Corsica. Non appena ci incroceranno saliremo a bordo della mia nave e vi riporterò in Francia! E se non siete quella…".

No…

Non sarebbe riuscito a far nulla da solo.

Questa volta l'avrebbero ricevuto dannazione, a costo di sfondare la porta della cabina del capitano.

Non era da lei sparire così, non così e non adesso, non in quel momento, in cui tutt'e due, da sempre legati dal filo che univa le loro esistenze, per la prima volta avevano rivolto lo sguardo ad un destino comune.

Salvarsi, abdicare all'inutile guerra che si sarebbe scatenata in Francia, e vivere, quel poco che sarebbe stato loro concesso.

No, non adesso…

Streke lasciò la presa, la mano ghermì il petto, affondando le unghie nella pelle, graffiando la consistenza tenera e bianca, come a volerglielo strappare ad ogni costo di bocca quel grido che s'innalzò come trofeo della macabra vittoria.

Provò di nuovo, istintivamente a contorcersi…

"Gridate pure! Nel caos che c'è fuori…non vi sentiranno di certo!" – la schernì l'uomo.

Il respiro infranto…

La coscienza sollecitata…

Con la mente, almento con quella, doveva uscire da lì, via…

Così s'era salvata, un tempo…

Ma allora s'era scontrata con la raffinata insistenza del demonio, strategia diversa che aveva ammansito ed ammaliato i sensi per piegarli ed indurli a cedere con la lusinga e la forza del desiderio.

Qui no, qui era diverso.

A quello non importava un accidente se lei sarebbe vissuta o meno, se lei fosse stata pura o meno…

A quello interessava la taglia…

Il resto…

Non fece in tempo a raggiungere il cassero di poppa che si ritrovò davanti la figura dell'inglese che armeggiava con una bussola ed imprecava, tentando di tenersi in testa il cappellaccio fradicio, infuriato contro la tempesta, il vento teso e chissà quali altri demoni che gli s'agitavano nelle viscere e nelle brache.

"Monsieur…".

Quello alzò gli occhi stralunato.

"Che diavolo ci fate qua fuori?! Non sapete che ai passeggeri non è consentito uscire dalle cabine in questo momento?! Rientrate immediatamente!".

Un'imprecazione…

"Non li sapete proprio eseguire gli ordini vero!? Già voi siete francesi! I francesi non accettano mai d'eseguire un cazzo di ordine se a loro non aggrada!".

Farneticava tra sé…

"Monsieur…avete visto…mio…" – si morse il labbro André, il sapore salmastro dell'acqua di mare invase lo stomaco che davvero gli veniva da vomitare anche a lui ma la tempesta non c'entrava – "Mio fratello?".

"Vostro…ma allora non volete capire? Che cazzo ci farebbe vostro fratello in giro?".

"L'avete visto? Non riesco a trovarlo da nessuna parte…è uscito dalla cabina…e non è tornato neppure dopo l'ordine di rientrare…".

"Porc…" – quasi fu l'inglese a mordersi il labbro per trattenersi dal mandare a quel paese i francesi, tutti, e anche quello che si trovava soto gli occhi, lì, e poi quell'altro, il fratello, che se quell'altro lo avesse avuto tra le mani…

E gliel'avrebbe fatta vedere lui a quel damerino! Se non fosse nato maschio…

Gliel'avrebbe fatta vedere lui.

No, dannazione, doveva davvero ringraziare il cielo ch'era nato maschio, quell'altro, così due sberle gliele avrebbe rifilate lui e non avrebbe avuto remore a farlo!

"No!" – digrignò disgustato Sir John River all'idea che un qualsiasi passeggero con un minimo d'intelligenza nella testa avesse avuto l'incoscenza di continuare ad aggirarsi sul ponte principale sfidando ordini perentori e soprattutto simili intemperie – "Non l'ho visto! Anzi, pregate che non lo veda affatto perché se accadrà sarò io stesso a prenderlo a calci!".

La becera reprimenda non sortì alcun effetto.

S'immaginava Sir John River che un qualsiasi francese non si sarebbe lasciato scalfire ma quello che si trovava davanti pareva davvero trasfigurato rispetto all'uomo silenzioso e severo che aveva scorto non più tardi del giorno precedente nella cabina dei due che li avevano aiutato a nascondersi, lui assieme al compare Ismael.

Più che impassibile quello pareva terrorizzato.

Il debito di gratitudine verso i due passeggeri ammorbidì la collera del sottufficiale.

Aveva preso a tossire, mancava l'aria anche se la mano non stringeva più il collo…

Si contorse soffiando…

L'altro vaneggiava: "E se non doveste essere quella che cercano…oh beh allora troverò senz'altro qualcuno a cui vendervi! Siete…no…sei bella…".

Il voi s'era perduto, le distanze annullate, il tu presupponeva possesso, in tutti i sensi.

"Sì…non sarà difficile portarti via…".

La terrea prospettiva indusse un barlume di funerea speranza…

Dunque quello non l'avrebbe ammazzata lì, che le taglie le si può incassare comunque, anche portandosi dietro il ricercato chiuso in un sacco, solo che così è necessario far presto perché un morto, oltre ad essere difficile da trasportare, dopo qualche giorno prende a trasfigurarsi e i connotati si sfaldano col rischio di rendere il malcapitato irriconoscibile, col rischio che chi deve pagare non abbia certezza che la propria vendetta abbia avuto giustizia.

Di contro, c'è che un prigioniero vivo prima o poi ci prova a scappare…

Streke afferrò i lembi della camicia tirandoli giù a forza.

Affondò la bocca nel collo, a debita distanza dalla bocca, immaginandosi che quella avrebbe reagito mordendo, imprecando, da tanto si dimenava, e lui morse a sua volta, assaggiando la carne.

"Hanno detto che quella era una nobile…davvero non posso credere che potrò avere un simile onore!".

Gridò davvero…

"Hai anche una bella voce! Imperiosa direi! Degna dell'aspetto! Quanto alla tua fierezza…te la farò ingoiare…prima di portarti a bordo della mia nave, questa notte ci divertiremo. Sai è un po' che non sto con una donna come si deve e tu mi sembri la persona adatta. Per avere la taglia basta che ti consegni viva! Per il resto…".

André rimase a squadrare l'inglese e l'altro comprese che nessuna reprimenda in quel momento avrebbe sortito effetto, anzi, forse se quel francese avesse davvero ritrovato il fratello, probabilmente ci avrebbe pensato lui a rimettere a posto i ruoli e a dargliene di santa ragione.

Chissà perché s'immaginava che quello fosse il fratello maggiore e l'altro fosse più piccolo e che non fosse la prima volta che il più piccolo avesse fatto passare un brutto quarto d'ora al maggiore.

Chissà perché se l'immaginava che quei due si adorassero visceralmente e che fossero inseparabili e che lo fossero stati sempre. Nessuno glielo aveva raccontato, solo che, con la coda dell'occhio, in quella dannata cabina, s'era permesso d'osservarli e li aveva visti, parlarsi, letteralmente, con gli occhi, senza neppure battere ciglio, senza neppure muovere un angolo della bocca.

"Vostro fratello…ma che ci fa in giro…".

"Ve l'ho detto. E' uscito per…".

Di nuovo si morse il labbro André.

Non sapeva se fidarsi. Non sapeva se raccontare che suo fratello non era un fratello, ma una sorella, Dio, ancor più d'una sorella, era tutta la sua vita e che lei s'era messa in testa di salvare quel moccioso che tanto le rammentava una bambina perduta nel freddo della Russia, nella gelida Saint Petersburg e che lui, suo fratello, non l'aveva fermata, perché lo sapeva d'esser in torto che lui, laggiù, allora, aveva scelto lei, lei, sorella, amante, sposa, moglie, perdendo per sempre l'appiglio della vita di Mimose.

Una colpa che pensava d'aver espiato. No, non ancora…

Dio, che senso avrebbe avuto raccontare tutto questo ad un perfetto sconosciuto?

"E' uscito! Mi duole ammetterlo ma non ho avuto l'accortezza di fermarlo. Ritenete pure me responsabile di questo guaio ma adesso ho solo urgenza di trovarlo!" – sciorinò André livido, lo sguardo bianco e terreo.

Streke rise ancora più forte, tirò su la camicia e richiuse ciò che restava dei lacci.

Si avvicinò al viso respirando il respiro, il peso addosso…

Il respiro pesante sul viso...

Sopra, le impediva di muoversi, le braccia tese, agganciate in alto…

La nausea prese a salire davvero, fu costretta a chiudere la bocca e a respirare piano e a non fiatare.

L'aria gelata spezzava i denti.

Fulgido ed incosciente silenzio, provocazione alla boria dell'altro, Oscar ascoltava il passato ripiombarle addosso, come una pietra, lo stesso peso che l'inchiodava lì…

"I miei uomini hanno l'ordine di ammazzare il bambino se vi dovesse venire in mente di tentare di scappare. E poi…consiglio di starvene buona che altrimenti potrebbero venire strane idee anche a loro e se non sarò qui a fermarli…".

Tirò di nuovo, ogni provocazione sollevava la rabbia…

La mano sulla bocca…

"Oh…ecco…un ultimo avvertimento… se il vostro cognome non è Montand, nemmeno il tizio che viaggia con voi si chiamerà Montand! Non sarete fratelli immagino ma facciamo conto di sì! Dunque non vorrete di certo che vostro fratello finisca in mare?!".

Gli occhi fissavano la parete fredda e buia.

Il corpo d'improvviso s'inabissò nella quiete assoluta.

Intuì i gesti dell'olandese che staccava le corde e richiamava i compari ch'erano fuori.

Una boccetta estratta in fretta dalla tasca…

I capelli afferrati di nuovo, tirati a forza per farle aprire la bocca.

L'essenza disgustosa che bruciava la gola…

Le andò di storto, prese a tossire, e quello prese ad insistere mentre i compari la tenevano lì ferma ad obbligarla ad ingoiare la mistura verdognola…

André…

Fratello, sposo, amante…

André…

André…

André si mantenne sull'altro, l'inglese rallentò i pensieri ed imbrigliò la rabbia. Quei due l'avevano aiutato, non era il caso di perdere altro tempo.

"Non l'ho visto, mi spiace…sarà stato sorpreso dalla tempesta e avrà preferito trovare riparo da qualche parte…" – fece spallucce – "Avete provato nella stiva?".

L'allusione ferì, André non tradì la rabbia.

D'altronde l'altro non sapeva nulla ed era luogo comune che se si spariva su una nave fosse abbastanza evidente dove si potesse finire.

Il fatto poi che fosse un damerino francese ad essere scomparso…

Quella nave abbondava di marinai prestanti e bendisposti. Sui gusti nessuno avrebbe avuto nulla da recriminare e l'inglese non sembrava particolarmente scandalizzato all'idea che il damerino avesse accettato la compagnia d'un baldo marinaio.

No…

Non era più tempo di scherzare, che un tempo pure André ci aveva giocato su quell'assurdo equivoco.

No…

"Sono già stato lì!" – tagliò corto, severo, che il tempo passava e l'inglese pareva non capire e…

"I cavalli sono stati accuditi. Laggiù non c'era e nessuno l'ha visto…potete aiutarmi…non mi consentono d'entrare…".

La nave, la nave era enorme ma quella nave non era Parigi, non era la Francia. L'avrebbe trovata Oscar, a costo di smontarla pezzo per pezzo quella dannata nave. Lei era là sotto.

"No! Mi spiace, non posso accontentarvi!" – sputò River tornando a lisciare il vetro tondeggiante della bussoletta, con la manica della giacca per tentare d'asciugarlo. Impresa inutile, che dentro s'era formta condensa e l'ago s'era perso in mezzo.

"Devo trovarlo!" – digrignò André piantandosi davanti a River.

"Al diavolo!" imprecò l'inglese stizzito seppur combattuto – "Posso incaricare Ismael di cercarlo. Lui può accedere ovunque…eccetto nelle cabine dei passeggeri s'intende!".

L'ennesimo affondo…

"Vi state sbagliando monsieur!" – tentò di precisare André che aveva compreso – "Mio fratello…credetemi…non è persona che potrebbe sparire così e lasciarmi senza notizie!".

Misurava le parole André. Avrebbe voluto prenderlo a calci l'inglese, André, che l'inglese non sapeva un accidente di loro, di lei, ma non per questo quello aveva diritto di snocciolare i dannati luoghi comuni che accompagnavano la nomea di quelli come loro, né nobili né plebei.

Gente comune…

Due fratelli…

No, fratello e sorella…

River lesse sul volto dell'altro un'angoscia senza pari.

Nessuna rabbia s'era innalzata al seguito delle provocazioni e degli affondi rovesciati addosso al francese.

Tutto questo, unito a tutti gli strani e controversi segnali che s'erano ampliati, silenziosi, dalla coppia di passeggeri, prese ad impensierirlo, che adesso non era più in gioco la capacità d'inquadrare al volo le persone, perché quelle persone forse non erano chi dicevano di essere.

A Marsiglia…

River tornò con la mente a Marsiglia.

Quello s'era nascosto nella catapecchia al passaggio dei soldati francesi…

Convenne che non c'era tempo e che quello non fosse il momento giusto per estorcere altre informazioni. Avrebbe pregustato la vittoria quando li avesse avuti davanti agli occhi tutti e due, i francesi, e allora avrebbe finalmente potuto esigere le tanto agognate pezze utili a fare un poco di luce a quella faccenda. Sì, lo voleva guardare proprio in faccia quel damerino che s'era permesso di disobbedire agli ordini e s'era infilato chissà dove nella sua nave!

"Sta bene! Ismael andrà dove voi non potete. Non posso fare altro. Vi farò sapere ma ora tornate nella cabina. Speravamo d'aggirare il centro della tempesta ma il vento ha cambiato direzione e ci stiamo finendo in mezzo!".

"Vi…" – André fece un passo sbarrando il passo all'altro che s'apprestava ad alzare i tacchi e sparire – "…prego! Lasciatemi andare con lui. Non interferirò con il lavoro dei vostri uomini…ma non posso restare qui…devo…trovarlo…devo trovare mio fratello!".

Le parole si persero, buie, come il buio che circondava i due uomini.

Il francese non mollava…

L'inglese stava per spazientirsi di nuovo.

André lo prevenne…

"Ve lo chiedo come favore per ciò che abbiamo fatto…l'intuito di mio fratello v'è stato utile…io e lui siamo molto legati. Potete sdebitarvi accontentando me!".

Dannato francese, sapeva essere davvero convincente.

Gl'inglesi se hanno un debito di riconoscenza, non possono tirarsi indietro.

Dannato francese, che pareva lo sapesse, anche questo!

Percepiva le voci, il senso delle parole no.

Intuiva il groviglio di braccia che la sollevavano, dove la portassero no.

Avrebbe voluto muoversi ma non vedeva nulla, no…

Percepiva il sangue annacquato, mescolato a mistura che spezzava le forze e la voce…

"Giù nella sentina…quella di sinistra…" – sputò a terra l'olandese.

"Quella è sempre piena d'acqua…affogherà!" – cinica rimostranza.

"Tanto meglio! Se è furba…almeno più furba di quel che penso…capirà che ad aprir bocca…ci rimetterà la vita…gliela farò aprire io la bocca al momento giusto!".

Lanciò la piccola bottiglia nelle mani di uno dei due.

"Usatene poca sennò rischiate di ammazzarla! Ma belle dame!" – Streke volteggiò la sinistra inscenando l'inchino del primattore che abbandona la scena - "Fate quello che vi ho detto" – rivolto ai compari – "E non parlate con nessuno di quello che è accaduto qui dentro altrimenti potete dire addio al vostro denaro. E guai a voi se v'azzardate a toccarla! E' mia quella! Se me ne accorgo…".

I due bofonchiarono il proprio disappunto. Il denaro sarebbe di certo finito nelle tasche ma perché poi solo il capo avrebbe potuto godere dell'insperata fortuna d'un incontro con una donna simile?

L'olandese s'inginocchiò ad osservare, controllando che la furia si fosse calmata.

Lisciò la guancia, annusò di nuovo il respiro che s'era acquietato…

Le dita scorsero sul collo.

Nessuna reazione…

Solo gli occhi balenavano gli ultimi rigurgiti d'odio, incapaci di ferire…

L'altro rise, la posizione di potere gli consentì d'abbandonare il voi: "Saprò essere gentile vedrai…se tu lo sarai con me!".

La bocca si ficcò nell'incavo del collo…

Nessuna reazione…

"Ecco…vedi che hai capito?".

Si rialzò lisciandosi la casacca: "Torno fuori…che si staranno chiedendo dov'è finito il nocchiero!" – chiosò tirandosi dietro la porta.

"Allora andate se ci tenete…ma badate di non intralciare il lavoro dell'equipaggio! I miei umini sono parecchio nervosi durante le tempeste e se sentono che qualcuno s'intromette non guardano in faccia a nessuno, neanche se si tratta d'un passeggero! E se finite a gambe all'aria peggio per voi, io vi ho avvertito!".

"Non temete…monsieur…mi limiterò a cercare…" – i pugni chiusi, lo stomaco sottosopra, il viso bianco, il cuore straziato – "Mio fratello. Vi sono…grato…".

"Dovere! Devo comunque ricambiare il vostro gesto. Cercate di trovarlo e se mi permettete ditegliene quattro anche da parte mia. Anzi, quando lo trovate fatemelo sapere. Vedrò di usare le maniere giuste per fargli comprendere cosa sia l'autorità! Mi pare che vostro fratello non abbia idea di che significhi disciplina e rigore e…".

Sir John River si ritrovò lo sguardo dell'interlocutore piantato in faccia.

L'espressione mutata solo per un istante, scivolata giù in una sorta di patetica annuizione, come a rimarcare all'inglese di conoscerla bene l'incapacità del fratello d'accettare la disciplina…

Tempo ve n'era poco però per scendere a disquisire della questione.

"Insomma…ecco…" - farfugliò River – "Mi sembra alquanto stupido sparire così nel bel mezzo della tempesta…a meno che non abbia incontrato compagnia…non pensate possa essere andata così!?".

André lo fissò interdetto.

Negò con la testa, laconicamente risoluto, troppo preoccupato per rispondere all'altro per le rime. Si sentiva stanco d'ingoiare continuamente parole e spiegazioni ma in quel momento gl'interessava solo trovarla…

"Oh…a proposito…non cercate d'intavolare conversazione con Monsieur Ismael…" – precisò River mentre i due s'erano accordati con lo sguardo e il musulmano aveva preso a fargli strada.

"Come…".

"Non…parla…" – sibilò River – "E' una storia lunga…ve la spiegherò poi…".

Annuì André. Non gl'interessava fare conversazione. Gliel'avrebbe fatto capire all'altro se avesse voluto ficcare gli occhi dentro una stanza o un pertugio buio…

Si sarebbe spiegato.

Scomparvero…

Sir John River rimase ad osservare la figura nerboruta del compare, Ismael el Bakar inabissata tra le sartie e gli alberi e subito dietro quella del francese che cercava il fratello.

Un misto di sospesa angoscia e stizza prese a torturagli lo stomaco e questo infastidì i nervi già ulteriormente tesi per la tempesta.

"Non chiudergli la bocca! Sta arrivando una tempesta e il padrone non vuole ritrovarsi con un cadavere…si vuole divertire…ha detto…".

Le voci giungevano lontane, distorte.

Il corpo le pareva staccato dal resto di sé, come se lei fosse imprigionata altrove, non legata ma incapace di muoversi.

La sabbia fredda, bagnata, prese a scorrere giù, dentro la camicia, mentre braccia e gambe venivano slegate.

Era libera…

Era buio…

Provò ad aprire la bocca. Si ritrovò la sabbia sotto i denti…

Era stesa o forse no, non riusciva a comprenderlo…

Si sentì sollevata di nuovo e poi cacciata dentro a forza, dentro una specie di pertugio, le gambe raccolte, le braccia legate di nuovo avanti a sé…

Era buio…

Improvvisamente, di nuovo, i capelli…

Le facevano male i capelli…

"Apri la bocca…dannata…".

"Vacci piano…così l'ammazzi!".

Il sentore amaro raschiò la gola assieme alla sabbia, costretta ad ingoiare tutt'e due.

Il cuore batteva forte e minuscole gocce salate solcarono la fronte fredda per perdersi nell'incavo del collo.

L'odore del mare penetrò le narici e la nausea fino ad allora tenuta a bada prese a risalire prepotente dallo stomaco.

Prese a tossire, tentando di vomitare.

Si sentì chiudere la bocca da una mano, pensò che sarebbe soffocata lì…

Andrè…

Unico pensiero, unico appiglio nel buio assoluto…

Il boato s'innalzò impedendo di ascoltare altro, i sensi allentarono la presa, la coscienza prese a vagare, ondeggiando…

Nel buio…

Nel nulla…

29 settembre 1789, Le Comte Vert, 3° giorno di viaggio, prima di mezzanotte…

Direzione Ajaccio.

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