Author's note: Scusate per il ritardo, ma questo capitolo ha richiesto più tempo del previsto! E' il capitolo centrale della storia e forse uno dei più importanti! Ogni altra spiegazione è rimandata alla fine ;) Buona lettura e grazie come sempre a tutti quelli che mi sostengono!
Qualche informazione prima che iniziate a leggere:
-Posterò contemporaneamente sia la versione italiana che inglese, di questa storia! (So, if you're not italian but you would like to read this story, go check in my profile and you'll find there the english version!)
-Il titolo della storia, "Anything but Ordinary" l'ho preso dall'omonima canzone di Avril Lavigne. Il testo è citato all'interno del primo capitolo e molte frasi verranno utilizzate come nomi dei capitoli. Se non l'avete mai ascoltata, andate a cercarla su youtube: io la adoro e poi è la cosa che ha ispirato questa storia!
-Ovviamente (e purtroppo!) Dean Ambrose o qualsiasi altra Superstar WWE che verrà nominata all'interno della storia non appartengono a me, ma a loro stessi! Solo la protagonista, Lydia, è di mia invenzione e quindi ne detengo i diritti. Sono miei anche altri personaggi secondari, ma capirete da voi chi essi siano. E, ovviamente, l'intera storia, che è frutto della mia fantasia!
-Presenti linguaggio forte, violenza e scene di sesso.
Ed è tutto: buona lettura!
29. Say something I'm giving up on you
Non appena Jon e Lydia svoltarono verso il vicolo da lei indicato, trovarono la piccola Renault Clio nera ad aspettarli. Era lei, non c'erano dubbi.
«Vieni.»
Continuando a tenerla delicatamente per un gomito, Dean la guidò verso la macchina; Lydia la fissò con attenzione, cercando di capire se potesse aiutarla ad accendere qualche lampadina nella sua memoria. Quando Jon la lasciò andare, lei avanzò fino a che non poté sfiorare il cofano con le dita. Fece un giro attorno ad essa e la esaminò con cura in ogni dettaglio – dai piccoli graffi sulla portiera del conducente, al numero della targa, ad una simpatica ranocchia di peluche appesa al finestrino posteriore, al parasole abbandonato sul retro, ad un giacchetto grigio nei sedili posteriori.
Nessuno dei due disse nulla: Lydia era persa nello sforzo di ricordare qualcosa e Jon voleva darle tempo e spazio per se stessa. Alla fine, senza ancora proferire parola, Lydia cliccò il pulsante sulla chiave e le quattro frecce della macchina si illuminarono, seguite dal "click" delle serrature che si aprivano.
«E' lei davvero…» mormorò Lydia tra sé e sé, lanciando uno sguardo stupito a Jon, che si limitò a sogghignare, come a dirle "perché, dubitavi?"
Con mani leggermente tremanti, Lydia aprì la portiera del conducente e si prese tutto il tempo necessario per esaminare anche l'interno del veicolo: i sedili erano leggermente sporchi, ma ancora in buone condizioni; c'era qualche scontrino buttato in terra, volantini accartocciati, scatole di qualche take-away e sospette bustine trasparenti nascoste negli scompartimenti laterali degli sportelli, ma erano tutte vuote. Lydia scivolò lentamente al posto di guida e sfiorò il volante, il cruscotto impolverato, la radio, il vano portaoggetti. Si chinò verso il sedile del passeggero, ma solo per aprire lo sportello e guardare Jon, che era rimasto fuori. Lei non disse nulla, ma quando si ritrasse, lasciando la portiera spalancata, Jon lo prese come un invito ad entrare. La seguì all'interno del veicolo e si accomodò solo dopo aver gettato il mozzicone della sigaretta in terra ed aver soffiato il fumo verso il cielo. Lydia nemmeno si era resa conto che se ne fosse acceso un'altra.
Alto com'era, Jon dovette spostare il sedile completamente indietro ed anche così non era proprio comodo nel piccolo abitacolo, ma non si lamentò. Si girò lentamente ad osservare Lydia: la ragazza aveva ora il viso rivolto verso il soffitto della macchina, che stava esaminando con curioso interesse, un dito che sfiorava pigramente le graffette che tenevano il telo incollato al tettuccio.
«Me lo ricordavo…» mormorò dopo un po', senza mai distogliere lo sguardo dal soffitto trapuntato.
«Cosa?»
«Queste…» sussurrò ancora lei, continuando a sfiorare le grosse graffette «Non te ne ho mai parlato, ma… sogno spesso di risvegliarmi qui dietro.» e lanciò un'occhiata ai sedili posteriori, dove una felpa sgualcita era stata abbandonata «E'… è un incubo ricorrente. Da quando mi hai salvata, ogni volta che mi addormento e sto per risvegliarmi, ho sempre la medesima, orribile sensazione. Sì, ecco: non è esattamente un sogno… è più una sensazione. Come se, per i primi, confusi istanti del mio risveglio, io creda di trovarmi qui dietro, sdraiata sotto quella felpa, e che aprendo gli occhi mi ritroverò a fissare questo tettuccio puntellato di graffette.»
Lydia si morse il labbro inferiore e reclinò il capo contro il poggiatesta, gli occhi ora chiusi.
«Perché non mi hai mai parlato di questo ricordo?» chiese Jon, dopo lunghi attimi di silenzio, capendo che lei non avrebbe parlato di nuovo senza uno stimolo da parte sua.
Lydia fece spallucce «Non lo so. Non volevo rattristarti, credo.»
«Rattristarmi?» ripeté Jon scettico. Lydia si strinse di nuovo nelle spalle, gli occhi ancora chiusi.
«Sì. Non volevo che provassi pena o compassione per me. Dalle cose che riesco a ricordare… la mia vita sembra così miserabile. Forse è un bene che io non riesca a ricordare altro. Tutte le immagini che vedo sono orribili o deprimenti o denigranti…»
Osservando il modo in cui Lydia stava ora stringendo gli occhi, Jon capì che non stava piangendo solo perché, con le palpebre così serrate, le lacrime non riuscivano a scendere. Si sporse verso di lei e, quando le sfiorò il viso, Lydia sobbalzò appena, ma non si sottrasse alla presa gentile delle sue mani grandi, che le circondarono le guance, mentre i pollici le sfiorarono le palpebre contratte.
Jon rimase in silenzio e non disse nulla, così Lydia lasciò andare un sospiro tremante, che sembrò svuotarla e la rese ancora più fragile ai suoi occhi. Sembrò sul punto di dire qualcosa, ma poi ci rinunciò e richiuse le labbra. Jon aspettò pazientemente che lei riaprisse gli occhi, ma anche quando lo fece, le sue labbra rimasero silenziose.
«Lydia, parlami. Cosa c'è?» le domandò allora.
Lydia prese un respiro profondo, poi si umettò le labbra; i suoi occhi non incontrarono mai quelli di Jon nemmeno per sbaglio.
«Sei… sei arrabbiato con me?» mormorò alla fine, così piano che lui non fu nemmeno sicuro di aver capito bene.
«Per cosa, little fighter?» chiese comunque, la voce gentile, esattamente come le sue mani che ancora le stavano sfiorando le guance.
«Perché non te l'ho detto prima… che qualcosa stavo ricordando. Non… non è che non volessi dirtelo o che volessi prenderti in giro, è solo che...!»
«Lo so.» la interruppe lui autoritariamente, ma sempre conservando un tono calmo e gentile; Lydia stava cominciando ad agitarsi, perché aveva iniziato a parlare sempre più veloce e con voce più acuta del normale «Non sono arrabbiato con te, sta' tranquilla.» la sentì rilassarsi contro le proprie dita e allora fece scivolare una mano dalla guancia al mento e le sollevò il capo, così che i suoi occhi potessero incontrare il sorriso che le stava rivolgendo «Qualunque cosa tu abbia ricordato, per quanto orribile sia, è nel passato. Ora puoi ricominciare da capo, vivere una nuova vita. Non importa cosa sia successo prima di tutto questo, quanto la tua vita facesse schifo o le cose orribili che hai fatto. Tutti facciamo degli errori, ma non lasciare che questi ti rovinino, Lydia. Guarda me, ho avuto un passato di merda, una famiglia di merda, e, credimi, ho fatto più cazzate io di quante non ne abbia fatte la maggior parte dei ragazzi che sono stati rinchiusi in istituti o carceri minorili. Sai, una volta mi sono fatto due mesi dentro.»
Lydia, che stava ascoltando tutto in silenzio, quasi rapita dalla sua voce e dal suo modo di parlare, proprio come quando succedeva ogni volta che Dean Ambrose faceva un lungo promo, si limitò a scuotere lentamente il capo alla sua domanda. Jon le mostrò un sorrisetto sghembo e lasciò andare il suo viso, girandosi per poter poggiare la schiena contro il sedile e portare le mani ad intrecciarsi dietro la nuca, lo sguardo al di là del parabrezza.
«Ero in una piccola cittadina al confine con il Messico e un tipo mi ha tagliato la strada. L'ho seguito per qualcosa come trentasei miglia o giù di lì, perché non solo mi aveva tagliato la strada, ma mi aveva anche mandato a 'fanculo. Così, quando si è fermato per fare benzina, sono sceso dalla macchina e l'ho letteralmente massacrato di botte, l'ho quasi ucciso. E sono stati due lunghi mesi, sai? Ma ho fatto quello che andava fatto.»
Quando Jon si permise di lanciare uno sguardo di sottecchi a Lydia, la trovò con gli occhi spalancati, in un misto tra sconcerto e apprensione. La sua espressione lo fece sorridere, senza un apparente motivo. Era solo che Lydia era sempre dannatamente carina quando faceva quelle espressioni. Tornò a guardare fuori dal finestrino.
«Ero veramente un fottuto casino, Lydia. Ero incasinato come pochi, un ragazzo disturbato, come dicevano molti. Era un vero e proprio miracolo se uno come me riusciva a concludere una giornata senza finire in carcere o in ospedale. Ho combinato un sacco di stronzate, ero proprio un fottuto disastro. Beh, lo sono ancora, ma di meno. Ho solo trovato qualcosa su cui concentrarmi, qualcosa per cui vivere.»
«Il wrestling…» mormorò lei delicatamente e quando lui si girò a guardarla, questa volta c'era un sorrisino affettuoso che le illuminava debolmente il viso. Jon sorrise a sua volta e annuì.
«Il wrestling.» ripeté «E da lì in poi le cose sono andate meglio. Non ti dico che sono state facili, perché, vaffanculo, ho passato periodi di merda anche dopo. Ma non ho lasciato al mio passato la possibilità di vincermi. Ho combattuto con le unghie e con i denti e guardami ora: ho una carriera, addirittura degli amici, una vita che non avrei dovuto avere.» Jon allungò una mano e la posò su quella che lei aveva abbandonato sulla propria coscia, stringendola teneramente «E se ce l'ha fatta un fottuto casino come me, cazzo, puoi farcela anche tu, Lydia.»
Lydia sorrise e annuì.
«Sei proprio un grande oratore, quando ti ci metti.»
Jon si strinse nelle spalle «Che posso dire? E' un talento naturale.»
Lydia rise leggermente e lui fu felice di riuscire a sentire di nuovo la sua risata cristallina.
«E comunque…» aggiunse lei e, questa volta, fu lei ad avvicinarsi a lui; gli sfiorò il viso con una carezza, spostando le ciocche ribelli lontane dai suoi occhi, per poi fermare la mano contro la sua guancia, appena ruvida di barba «Tu non sei un fottuto casino, Jon.»
Jon sorrise e poggiò la sua mano grande sopra quella di lei, trattenendola contro la propria guancia.
«E non lo sei nemmeno tu, Lydia. Tu…» Jon sembrò in procinto di aggiungere qualcosa, ma non lo fece. La sua mano scivolò via da quella di lei e il suo sguardo si oscurò leggermente di una nota di fredda rabbia, che però riuscì a mascherare subito con un sorriso appena accennato «Andrà tutto bene, Lydia, te lo prometto.» disse invece «Riprenderai in mano la tua vita e starai bene.»
Lydia allontanò la mano dalla guancia di Jon e annuì debolmente, cercando di non pensare al dolore strano che le aveva attaccato il cuore quando aveva visto i suoi occhi blu diventare nuovamente freddi.
«Sì.» disse semplicemente, sforzandosi di sorridere.
Jon le diede distrattamente un buffetto sotto il mento, ma non la guardò.
«Allora, vediamo se questa vecchia carretta funziona ancora, che ne dici?» propose, dando qualche colpetto al cruscotto.
«Sì…» ripeté lei «Direzione casa?» domandò infine, inserendo le chiavi.
«Direzione casa.» rispose Jon e, anche se lei non poté vederlo perché impegnata a mettere in moto la macchina, i suoi occhi, ora rivolti al vicolo vuoto al di fuori del finestrino, si scurirono.
Mentre Lydia inseriva la prima e riprendeva dimestichezza con la guida, Jon si ripeté in testa le parole che erano quasi scivolate via dalle sue labbra poco prima.
"Tu... tu hai reso la mia fottuta vita anche migliore, Lydia."
Cazzo. Facevano proprio male.
Per quanto piccola e un po' vecchiotta, la Renault Clio di Lydia andava a meraviglia. Il viaggio verso casa sua fu tranquillo e particolarmente silenzioso. Le uniche volte in cui Dean aveva comunicato con lei era stato per indicarle le strade da prendere per raggiungere Rawhide st.
Nonostante gli scambi di teneri gesti e parole incoraggianti, il ghiaccio che era sceso tra di loro da quella mattina non si era ancora sciolto. Certo che, si ritrovò a pensare Lydia con una certa amarezza, non facevano in tempo a riappacificarsi che c'era qualcosa che li allontanava di nuovo. Forse, non era proprio destino. Quindi, di conseguenza, la scelta di separarsi, una volta che lei fosse stata al sicuro a casa sua, era la più saggia. Lydia continuava a ripetersi che non c'erano alternative, non era possibile scegliere un percorso differente. Dean Ambrose doveva assolutamente pensare alla sua carriera, ora, e non poteva assolutamente distrarsi per prendersi cura di lei. Il fatto di essergli costata il match alle Survivor Series la faceva ancora sentire terribilmente in colpa. No, era meglio così. Non era destino.
E fu con grande tristezza ed un enorme groppo alla gola che, imboccando finalmente Rawhide st., Lydia si costrinse a cacciare via l'unica domanda che non riusciva proprio a tacere al suo cuore: se non era destino, allora perché le loro strade si erano intrecciate in quel modo?
Parcheggiando davanti al numero 12 di Rawhide st, si ritrovarono ad osservare una lunga schiera di case: era una specie di comprensorio molto carino e ben tenuto, con la facciata in mattoni rossi ed un bel giardino curato sul davanti. Scendendo lentamente dalla macchina, Lydia esaminò con cura ogni dettaglio, dal prato verde alla piccola fontana nel mezzo, dalle panchine di legno alle finestre dalle imposte bianche. Dava l'idea di essere un bel quartiere, dove le persone erano tutte deliziose ed i vicini portavano cesti di benvenuto ai nuovi arrivati.
Non sembrava proprio il posto dove un drogato come Callum avrebbe potuto vivere.
«Sei sicuro che siamo nel posto giusto?» chiese Lydia una volta che Dean l'ebbe raggiunta.
«Sì. Rawhide street, vedi?» le indicò il cartello poco distante, sul quale figurava il nome della via.
«Mmm.» fu l'unico commento di Lydia.
«Che c'è?»
«Niente… è solo che…» Lydia sospirò e scosse la testa «No, niente. Su, andiamo.»
Lydia fece per incamminarsi, ma Jon l'afferrò per un braccio e la costrinse a fermarsi.
«E' solo che… cosa, Lydia?»
«Ma niente, te l'ho detto.»
«Lydia.»
«Era solo uno stupido pensiero, d'accordo?» sbottò lei alla fine, voltandosi a guardarlo esasperata.
«Ti conosco, Lydia. Conosco quell'espressione, significa che la tua testolina sta pensando a qualcosa e non è qualcosa di stupido. Tutt'altro. Cos'hai?» ripeté Jon serio, senza lasciarla andare.
Mi conosci?! Come puoi essere così arrogante da crederlo, dopo dieci miseri giorni?!
Lydia avrebbe voluto gridargli quelle parole, ma invece sospirò arrendevole e si torturò le mani in grembo.
«Ricordi quando ci siamo conosciuti?»
«Non è una cosa che si dimentica facilmente.» rispose Dean seccato, non dalla domanda, ovvio, ma dal ricordo della scena ancora nitida davanti ai suoi occhi, ora duri e freddi come ghiaccio.
Lydia cercò di ignorare la sua reazione, poteva capirla, lei per prima non avrebbe mai dimenticato – anche se, detto da una che aveva perso la memoria, era quasi esilarante.
«Non ricordo tutto, di quella sera, qualche flash per lo più, frasi… ma c'è una cosa che ricordo con chiarezza. Una frase che ti ho detto. "Io non ho una casa".»
Jon annuì, lo sguardo perso nel ricordo della loro conversazione, decisamente più nitido nella sua mente che in quella di lei.
"Dean…? Posso dormire, ora?"
"Non ancora, little fighter. Siamo quasi arrivati, resisti."
"Arrivati dove…?"
"A casa."
"Ma io non ho una casa…"
«Sì, ricordo.» asserì, tornando alla realtà «Ma non sapevi neanche il tuo nome, allora. Probabilmente eri solo confusa.»
«E' quello che pensavo anch'io, fino a che…» Lydia prese un lungo respiro, come se stesse cercando di prendere tempo per trovare le parole adatte per esprimersi «Mi ha detto delle cose, la sera che l'ho rincontrato al "The Discordant Note".»
Lydia non aveva pronunciato il suo nome, ma Jon aveva capito a chi si stesse riferendo: a quel pezzo di merda di Callum. Senza controllo, le dita che ancora le circondavano il braccio si strinsero con più forza, affondando nella poca carne – Lydia era così magra…-, ma lei non si lamentò nemmeno per un istante, come se avesse bisogno di un dolore fisico per arginare quello del suo cuore.
«Probabilmente ti ha detto solo un mucchio di stronzate.» sputò Jon tra i denti, la rabbia che gli faceva brillare gli occhi blu sotto la luce accecante del sole «Avrebbe detto qualsiasi cosa pur di convincerti a tornare da lui.»
Lydia abbassò lo sguardo e, nonostante stesse cercando di trattenersi, alla fine dovette divincolarsi dalla presa ferrea delle dita di Dean, perché il suo braccio stava cominciando a formicolare e la mano cominciava a perdere sensibilità. Lui la lasciò andare e lei si massaggiò lentamente la parte già arrossata.
«Lo so e probabilmente hai ragione. Però ci sono troppe coincidenze, non trovi?»
Jon le si riavvicinò e le riprese il braccio, ma questa volta delicatamente e per massaggiare lui stesso la parte arrossata.
«Ovvero?»
Lydia sospirò ancora ed ogni volta che rilasciava l'aria sembrava sgonfiarsi e curvarsi sempre di più. Ed ogni volta appariva più stanca, più fragile.
Jon odiava vederla in quello stato.
«Nei miei ricordi, quei pochi che sono riuscita a riacquistare, non vedo mai una casa. Mai. Niente stanze accoglienti, niente letti comodi o decorazioni degne di un posto del genere.» disse, girandosi per guardare la deliziosa schiera di casette «Se ho una casa, perché non la vedo mai? Perché sogno sempre di risvegliarmi sui sedili posteriori della mia auto? L'auto la ricordo, una cameretta? Niente.» Lydia sollevò la mano libera e si massaggiò gli occhi «E poi, sia io che…» non disse il nome, perché al solo accenno le mani di Dean si erano fermate; lo sostituì con l'ennesimo sospiro e riprese «Abbiamo detto la stessa cosa. "Tu non ce l'hai più una casa", ha detto.»
Jon riprese a massaggiarle il braccio e rimase in silenzio per qualche pensieroso secondo.
«Sono tutte stronzate.» stabilì duramente alla fine, lasciandole il braccio «Siamo qui, in fondo, no? Sulla tua patente c'è scritto questo indirizzo e nella tua borsa ci sono delle cazzo di chiavi. Quindi basta con queste stronzate: ora saliamo e vediamo qual è la fottuta verità, punto.»
«E se…»
«E se e ma! Che coglioni, Lydia!» sbottò Dean, alzando le braccia al cielo «Basta con tutte queste cazzo di pippe mentali! Se le chiavi non aprono la cazzo di porta dell'appartamento allora ci pensiamo! E' inutile fasciarsi la testa prima di essere caduti, e che cazzo!»
Lydia abbassò il capo, mortificata, e allora Jon sbuffò rumorosamente e l'afferrò per un polso «Su, andiamo.» disse e la trascinò con sé.
Il comprensorio dove abitava Lydia era disposto su due piani: graziose villette a schiera al pian terreno e appartamenti al primo piano. Le villette erano numerato dall'1 al 10, gli appartamenti dall'11 al 20.
Jon e Lydia salirono la larga scala comune e attraversarono l'ampio terrazzo che affacciava sul giardino sottostante, fino a giungere dinnanzi alla porta del numero 12. Lydia estrasse le chiavi con il leoncino dalla borsa e cercò di infilarne una nel buco della serratura, ma con il tremolio incessante delle sue mani non era di certo un'impresa facile. Cominciò a mostrare i primi segni di esasperazione dopo il quinto, fallimentare tentativo.
«Oh, andiamo!» si rimproverò da sola con un mormorio strozzato, sentendo gli occhi cominciare ad inumidirsi di lacrime di rabbia e nervosismo. Riuscì a calmarsi solo quando entrambe le mani di Dean presero la sua, delicatamente, fermandola. Lydia smise di tremare quasi subito, come se il solo contatto della sua pelle calda avesse su di lei un potere rilassante.
«Scusa…» borbottò mortificata.
Jon non disse nulla né la guardò. Si limitò a guidare la sua mano sin quando la chiave non scivolò nella toppa, poi la lasciò andare, facendo un passo indietro ed infilandosi le mani nelle tasche dei jeans. La osservò prendere un respiro profondo e mentre le lasciava il tempo che le serviva per trovare finalmente il coraggio di girare la chiave, Jon si domandò cosa diavolo c'era che non andasse in lui.
Si stava comportando da psicopatico, neanche fosse tornato ad essere il vecchio Jon Moxley della IPW. Un secondo prima la rassicurava, era gentile e protettivo… e il secondo dopo tornava ad essere un fottuto testa di cazzo che sbottava alla prima, stupida cosa che non gli andava a genio. Dio! Forse, avevano ragione, i suoi peggiori detrattori del passato: lui era proprio un pazzo, uno che non ci stava più tanto con la testa. Ma con un passato come il suo, poteva forse pretendersi qualcosa di diverso? Fin troppo bene era uscito, per essersi sollevato da una merda tale. Eppure, proprio non riusciva a capirsi, non quando si trattava di Lydia. Era come se, dentro di lui, convivessero due entità polarmente opposte: quella che avrebbe voluto tenere Lydia per sempre con sé, per proteggerla e, perché no, amarla magari, proprio perché lei era così simile a lui, con il suo passato travagliato e la sua anima infranta, che avrebbe potuto forse accettare un tipo incasinato come Jon Moxley, la sua parte più oscura; e poi, c'era l'altra entità, quella che voleva allontanarla da sé e spingerla malamente fuori dalla sua vita, quasi che sentisse che era la scelta giusta da fare, per rimanere sano… o, per lo meno, per conservare la poca sanità che gli era rimasta e che si era dovuto riguadagnare con perseveranza e sacrifici inenarrabili. Il loro rapporto era malato, non si conoscevano che da una decina di giorni e già dipendevano l'una dall'altro come due drogati nelle fasi più buie della loro vita… come poteva essere un bene? No, non lo era, non lo era affatto. Cazzo! Da quando Lydia era entrata nella sua vita, a Jon sembrava di essere decisamente tornato il vecchio Mox, con i suoi sbalzi d'umore, la rabbia incontrollata e l'odio nelle vene. Era per questo che staccarsi da lei sarebbe stata la scelta più saggia. Eppure, ancora, il solo pensiero di non averla più accanto… aveva paura che sarebbe impazzito comunque, in un modo o nell'altro. Bisognava solo capire qual era il male minore, per lui… per lei. Ed ecco che la rimetteva in primo piano. Dio! Sì, stava impazzendo.
Il rumore dello scatto della serratura fece definitivamente uscire Jon dai suoi pensieri: Lydia aveva finalmente trovato il coraggio di girare la chiave. Si scambiarono un breve sguardo e solo quando Dean annuì incoraggiante, Lydia aprì la porta di casa ed entrò all'interno a piccoli passi, non sapendo proprio cosa, o chi, aspettarsi.
Qualcun altro abitava con lei? I suoi genitori? Callum? B…?
Mentre metteva un piede oltre la soglia, la mano ancora artigliata al pomello in ottone, Lydia fu colta da un flash di memoria, che la costrinse a rimanere immobile per lunghi istanti.
"Torna a casa, Lys. Non fare la stupida. Callum ti sta rovinando!"
La voce di B., delicata e carica di preoccupazione, le riempì l'udito come un'ondata violenta, che le fece ronzare le orecchie. Lydia chiuse gli occhi e barcollò all'indietro, poggiandosi al muro alle sue spalle. Solo quando un paio di forti braccia le si strinsero attorno all'addome, Lydia capì di non essere finita contro la parete, ma contro Dean Ambrose.
«Lydia?» la sua voce era un'eco indistinta nel ronzio fastidioso che ancora suonava nella sua mente.
«Ricordo… B… casa… stupida… Callum…» biascicò lei, abbandonandosi completamente contro il corpo di Dean, che l'accolse a sé, prendendola in braccio ed introducendosi all'interno dell'appartamento. Si chiuse la porte alle spalle con un calcio e portò Lydia sul divano bianco che si trovava sulla destra. La fece sdraiare e lei si accasciò inerme, gli occhi serrati e il viso contratto in una smorfia. Jon le si accucciò accanto e le sfiorò la fronte con dita fredde e delicate, togliendole ciocche di capelli dal viso improvvisamente madido di sudore.
Lydia fece respiri profondi e, solo quando sentì la pressione alle tempie diminuire e il ronzio sparire dalle orecchie, allora riaprì lentamente gli occhi. Dean Ambrose la fissava silenzioso, un'espressione dura e tesa nelle iridi blu.
«Scusa…»
Jon scosse la testa «Va tutto bene, tranquilla. Dovevamo mettere in contro che avresti potuto avere una reazione del genere, entrando qui. Almeno sappiamo che questa è casa tua.» disse, mostrandole un sorrisino appena accennato e guardandosi intorno.
La sala principale dell'appartamento era molto luminosa e spaziosa: sulla parte destra c'era il divano bianco, su cui Lydia era ora sdraiata, un piccolo tavolino in vetro e un televisore piatto appeso alla parete color crema; alle spalle del divano si apriva la cucina a vista, con una graziosa isola dal ripiano bianco circondata da sgabelli in legno chiaro; sulla parete di fronte all'ingresso si aprivano tre porte, ma erano tutte chiuse.
Quando Jon riportò l'attenzione su Lydia, lei si era messa a sedere, aggrappandosi allo schienale del divano; anche lei stava lanciando timide occhiate curiose alla sala.
«Va meglio?» le domandò, una volta che lei tornò a guardarlo. Lydia annuì. «Cos'hai ricordato?»
«Una conversazione telefonica, credo. Con B.» disse, massaggiandosi brevemente le tempie, come per alleviare il dolore procurato dallo sforzo di ricordare «Stavamo litigando. Lei mi diceva di tornare a casa e di lasciar stare Call-» si interruppe, perché gli occhi di Dean scintillarono pericolosamente e un nervo teso affiorò sulla guancia abbronzata quando lui strinse con rabbia la mascella; eppure, non disse nulla, così lei continuò «Mi diceva che mi stava rovinando. Io, per tutta risposta, le ho gridato contro che ero stufa di lei e che non sarei tornata a casa e poi… l'ho mandata a quel paese e…» Lydia si bloccò e Jon credette di intuire perché prima ancora che lei riprendesse a parlare «E' successo la sera che ci siamo conosciuti, vero…?» sussurrò, sbattendo le palpebre come per pulirsi gli occhi e vedere con maggior chiarezza il filmino della sua memoria «Quando ho lanciato il mio cellulare in terra e l'ho rotto…»
Jon si limitò ad annuire lentamente con un'occhiata circospetta e Lydia lasciò andare un lungo lamento, mentre si metteva seduta composta, poggiando i piedi sul pavimento, e si infilava le mani nei capelli.
«Dio, che stupida. Perché non le ho dato retta? Perché sono rimasta con quello schifoso bastardo nonostante i suoi avvertimenti? Se l'avessi ascoltata, a quest'ora…» Lydia cominciò a prendersi a schiaffi contro le tempie, imprecando ed insultandosi a bassa voce fino a che Jon non l'afferrò per i polsi e la costrinse a fermarsi.
«Adesso basta.» disse, con tono duro e autoritario «E' inutile piangere sul latte versato. E smettila di insultarti o colpirti, non ti aiuterà.»
Lydia abbassò lo sguardo e storse le labbra in una smorfia triste e mortificata, così Jon si alzò di scatto e si allontanò da lei, dirigendosi verso la cucina.
Tutto pur di non essere costretto a vedere ancora quel visino triste e distrutto.
Lydia non si girò a vedere cosa Dean stesse facendo, sentiva solo rumore di stoviglie e sportelli, ma capì quando lo vide tornare con un bicchiere di acqua fresca. Lo prese, sforzandosi di sorridere grata, e bevve un lungo sorso.
Rimasero in silenzio. Jon prese posto accanto a lei sul divano, ma non disse nulla. Lydia si limitò a finire l'acqua e a poggiare il bicchiere vuoto sul tavolino di fronte a sé.
«Pensi che B. abiti qui con me…?» domandò lei dopo un po', la voce incerta.
«Come diavolo faccio a saperlo?» rispose Jon brusco, ma si rese subito conto di averla trattata male, così cercò di rimediare «Diamo un'occhiata alle altre stanze, magari troviamo qualcosa.»
«O magari ricordo qualcosa…» mormorò Lydia, alzandosi lentamente dal divano e guardandosi intorno.
Jon rimase in silenzio tutto il tempo, limitandosi a seguirla o ad osservarla, poggiato contro un muro, le braccia conserte. Aveva una gran voglia di fumare, ma quella non era casa sua e, nonostante tutto, conservava ancora un pizzico di educazione.
Lydia si guardò intorno, ispezionando ogni angolo e particolare della sala: dai gingilli nella vetrinetta, alle riviste ordinatamente impilate in un mobiletto accanto al divano, alle bollette sparse sulla mensola di fianco alla porta d'ingresso- tutte indirizzate alla famiglia Russo; aprì i mobili della cucina, controllò le stoviglie, rovistò tra le provviste ed esaminò il frigorifero: ad una prima occhiata, alcune cose erano scadute – come yogurt e latte – e doveva esserci della frutta andata a male, perché c'era un lieve odore acido… sembrava come se chiunque abitasse lì mancasse da una settimana.
O meglio, da una decina di giorni.
Se qualcuno viveva con lei, non vi faceva ritorno dallo stesso periodo di tempo in cui Lydia stessa era mancata. E se fosse stato il contrario? Magari era Callum che viveva a casa sua e non viceversa… no, non avrebbe avuto senso dirle che lei una casa non ce l'aveva più, se così fosse davvero stato.
Chiudendo il frigorifero, decise che era del tutto inutile giungere a conclusioni affrettate. Era meglio completare il giro, poi avrebbe tirato le somme.
Sulla parete di fronte all'entrata c'erano tre porte. Decise di cominciare con quella al centro, che apriva su un grazioso bagno di dimensioni medie, abbastanza spazioso, ma semplice e con il minimo indispensabile: un gabinetto, una vasca da bagno quadrata, un mobiletto con lavello, uno specchio, una lavatrice ed un cesto per i panni, sul pavimento un tappeto verde scuro, intonato al resto del mobilio. Lydia cominciò ad avere ancora più sospetti quando vide che c'era un solo spazzolino da denti. Aprendo i vari mobiletti, trovò asciugamani, deodorante, bagnoschiuma, spazzole, trucchi, creme…
Jon non l'aveva seguita all'interno del bagno e, quando la vide uscire, sul suo volto c'era un'espressione impensierita. Avrebbe voluto chiederle qualcosa, non sapeva esattamente cosa, qualsiasi cosa pur di distoglierla da quei pensieri che le adombravano lo sguardo, ma alla fine decise di tacere.
Lydia si passò le dita tra i capelli: l'aveva fatto talmente tante volte, da quando erano arrivati, che ora avevano una piega disordinata e selvaggia, che la faceva somigliare al piccolo leoncino appeso alle chiavi di casa.
Dando le spalle alla porta del bagno, Lydia si diresse verso la stanza alla sua destra. Le bastò poggiare le dita attorno alla maniglia per venir colpita da una strana ed inaspettata consapevolezza.
«E' la mia camera…» mormorò, mentre Jon l'affiancava; la sua sola, calda e rassicurante, presenza dietro di lei la fece immediatamente stare bene. Senza indugiare oltre, aprì la porta.
La stanza si apriva su un breve corridoio, alla destra del quale c'era una lunga libreria ricolma di libri; avanzando all'interno, la prima cosa che saltava agli occhi era la grande vetrata che occupava tutta la parete di fronte all'entrata, e che affacciava su un piccolo balconcino. La vista, da lì, era spettacolare: gli alti palazzi del centro di Las Vegas facevano da sfondo ad un quadro degno di una fotografia da appendere ai muri delle case.
Guardandosi intorno, con occhi curiosi e il cuore che le batteva all'impazzata, Lydia cercò di catturare quanti più dettagli possibili: superato il breve corridoio, la camera si apriva in un rettangolo spazioso; addossato al muro di destra c'era un letto matrimoniale e di fronte ad esso, alla parete di sinistra, c'era una scrivania in legno chiaro, con un'enorme specchio appeso al muro; un filo di lucine bianche circondavano la cornice d'argento. C'erano foto attaccate alle pareti e Lydia le osservò silenziosamente, sperando che qualche altro flash di memoria le si accendesse nella testa. Si soffermò su una foto che ritraeva una bambina di non più di cinque anni, con corti capelli rossicci e due grandi occhioni verdi, in braccio a due adulti, tutti con sorrisi affettuosi. La staccò dal muro, accarezzandola teneramente, mentre uno strano dolore le si allargava nel petto. Indietreggiò, fino a che non sentì il bordo morbido del materasso contro il retro delle ginocchia, e allora si sedette, quasi a peso morto, senza mai staccare gli occhi dalla foto.
Jon la raggiunse e le si mise accanto, osservando a sua volta la foto.
«Sono… sono i miei genitori…» mormorò lei dopo un po', riuscendo finalmente ad ingoiare il groppo che le aveva chiuso la gola. Sollevò una mano e si pulì una guancia dalla lacrime che era sfuggita al suo controllo.
«Somigli ad entrambi, sai?» disse Jon, senza staccare gli occhi dalla foto «Hai i capelli rossi di tuo padre ed i suoi lineamenti delicati… ma gli occhi, quelli sono di tua madre. E' una bella donna…» Jon parlò a voce bassa, quasi borbottando, come se si sentisse improvvisamente a disagio.
Lydia sembrò percepirlo, perché alzo il viso e gli rivolse un sorriso grato, apprezzando tutti quei piccolo gesti che lui stava compiendo per farla stare un pochino meglio. Si vedeva che quello non era proprio il suo campo, ma si stava impegnando e tanto bastava.
Senza dire nulla – non era sicura di riuscire a parlare senza scoppiare in lacrime -, Lydia riportò lo sguardo sulla foto.
«Vivevo qui con loro…» sussurrò dopo un po', aggrottando le sopracciglia, senza capire da dove arrivassero quelle informazioni. Jon le riservò un'occhiata incuriosita, ma non la interruppe, per non spezzare il fragile filo dei suoi ricordi «Ma poi loro sono andati via… si sono trasferiti, credo. E mi hanno lasciato casa. Las Vegas non faceva proprio per loro…» ridacchiò, con un moto di tenerezza che le fece brillare lo sguardo. Il cuore di Jon mancò un colpo.
Cazzo se era bella.
Cacciò quel pensiero dalla sua testa.
«Stai cominciando a ricordare.» disse invece, alzandosi lentamente dal letto e guardandosi intorno. Era come se stesse cercando in tutti i modi di evitare di guardare Lydia ancora. Come se sapesse che, un altro sguardo, e non sarebbe più stato in grado di andare via. Concentrandosi su di un dettaglio stupidissimo della parete, si infilò le mani nelle tasche dei jeans. «Forse, è meglio che vada. Così puoi continuare a guardare tra le tue cose con calma e magari ricorderai tutto quanto. Ho fatto il mio dovere, non hai più bisogno di me, tanto, no?»
Lydia non riuscì a sentire l'ultima frase, perché venne coperta da un fragoroso tuono che la fece sobbalzare: girando la testa di scatto verso la vetrata, vide che il cielo si era fatto nero all'improvviso e la pioggia aveva cominciato a scendere violenta e rumorosa, un muro fitto di lunghe linee grigie contro l'oscurità che aveva avvolto il panorama da fotografia.
Si erano entrambi così tanto estraniati che proprio non si erano resi conto del cambio del tempo.
Jon si avvicinò alla vetrata ed osservò la pioggia scendere a catinelle.
«Cazzo…» soffiò tra sé e sé: cos'era, uno scherzo? Qualcuno gli stava dicendo che non doveva lasciare quella casa? Che non doveva lasciare Lydia? Ma vaffanculo! Lui doveva andarsene! Più tempo sarebbe rimasto lì, più difficile sarebbe stato lasciarla andare! E lui DOVEVA lasciarla andare.
«Viene giù pesante, eh?» disse lei, facendolo quasi sobbalzare; assorto nei suoi pensieri, non si era reso conto che Lydia gli si era avvicinata.
«Già…» mormorò, lo sguardo fisso fuori.
Lydia gli poggio una mano delicata sul braccio e lui, istintivamente, lo irrigidì. Lydia poté sentire ogni nervo teso ingrossarsi sotto le sue dita e tolse immediatamente la mano, sentendosi a disagio.
«Senti, perché non aspetti che spiove un pochino? Non hai la macchina e devi tornare a casa tua e…» si morse il labbro inferiore, distogliendo lo sguardo e portandosi una ciocca di capelli dietro l'orecchio «Preparo qualcosa da mangiare per pranzo e quando smette di piovere, puoi andare. Se per te…»
«Sì, va bene.» rispose lui brusco, staccandosi dalla finestra; ancora non la guardava.
Quando Jon fece per uscire dalla camera, Lydia lo bloccò per un braccio e lui fu costretto a fermarsi, ma non si girò.
«Cosa c'è?»
«Perché ti stai comportando così, ora? Ho detto o fatto qualcosa che ti ha dato fastidio?»
Lydia sapeva benissimo che era così, perché da quando aveva detto quella frase, prima di colazione, lui era cambiato totalmente. Ogni suo gesto affettuoso e fatto senza pensarci, veniva immediatamente sostituito dalla freddezza dei suoi occhi e dalle sue risposte brusche. Ma voleva sentirselo dire. Jon doveva avere il coraggio di prendere la situazione di petto ed urlarle contro che, vaffanculo! Lui non voleva che le cose andassero così.
Ma era una speranza utopica, perché l'unica risposta che ottenne fu un secco «No.»
«No?» insistette lei.
«No.»
«E allora perché non mi guardi…?» sussurrò infine Lydia.
Jon si voltò di scatto e la prese per le spalle, con un gesto così veloce ed improvviso che lei non riuscì a trattenere un verso strozzato: gli occhi di Dean, ora a pochi centimetri da quelli di lei, erano due stalattiti piantate nel cuore.
«Perché se ti guardo ancora, non riuscirò più a lasciarti andare!» sibilò arrabbiato «Io invece DEVO andare via, Cristo! Cazzo, perché stai rendendo tutto così difficile, Lydia? L'hai detto tu stessa: le cose da qui in poi cambiano! O meglio, tornano quelle di prima: tu alla tua vita, io alla mia. E' così che deve andare.»
Lydia spalancò gli occhi, mentre il dolore si allargava a macchia d'olio dal suo cuore, al petto, allo stomaco.
«Fanculo.» imprecò Jon a denti stretti, chiudendo gli occhi e lasciandola andare, dandole di nuovo le spalle.
«Jon…»
«Lydia, no. Cazzo. Lascia stare.» tagliò lui bruscamente ed uscì dalla camera.
Tornati in salotto, né Lydia né Jon spiccicarono parola. Un gelo torbido e frustrante era di nuovo calato tra di loro, come un muro invisibile che li teneva separati. Jon si sedette sul divano, afferrò il telecomando e accese la TV. Cominciò a fare zapping tra i vari canali, mentre Lydia, con un sospiro, si dirigeva verso la cucina. Riempì una pentola con dell'acqua e la mise sul fuoco, tirando fuori dalle mensole una scatola di pasta ed un sugo pronto, che mise a scaldare in una padella con olio e cipolla. Un profumo delizioso riempì l'ambiente, dandogli finalmente una parvenza di casa.
Mentre aspettava che l'acqua arrivasse a bollore, Lydia si diresse verso l'ultima stanza della casa che ancora non aveva visto. Si fermò dinnanzi alla porta chiuse e la contemplò per lunghi istanti, come se fosse la cosa più interessante del mondo. Jon la studiò di sottecchi dal divano, ma quando lei, dopo l'ennesimo sospiro, si decise ad entrare, lui non si mosse e tornò a guardare la TV.
Lydia si chiuse la porta alle spalle ed osservò la grande camera da letto, mentre una strana sensazione le attorcigliava lo stomaco.
Era la stanza dei suoi genitori.
Una portafinestra con tende bianche affacciava sul balconcino che collegava quella alla sua camera; il panorama era ancora buio e tempestoso. Il letto matrimoniale era sulla destra, due comodini in legno scuro ad ogni lato, con graziose lampade dai pendenti di cristallo; il comò sulla destra, accanto alla porta, e un armadio contro la parete di sinistra. Sui muri, sul comò e sui comodini, c'erano numerose fotografie di famiglia, la maggior parte delle quali raffiguravano lo stesso uomo dai capelli rossi, la bella donna con gli occhi di Lydia e la paffuta bimba in vestitini tutti rosa e tulle.
Lydia ne afferrò una dal comò, con occhi velati nuovamente dalle lacrime, e si sedette sul letto. Piccole gocce caddero a macchiare il sorriso di suo padre e le labbra di sua madre, premute contro la sua testolina di neonata.
«Ti prego… ti prego…» sussurrò tra sé e sé, stringendosi la fotografia al petto «Fa che stiano bene… fa che stiano bene…»
Ma, nonostante le sue preghiere, le lacrime continuavano a scorrere, alimentate da quella sensazione sgradevole che la stava consumando all'interno.
"Mi avevano avvertito… che tutti quelli attorno a te finiscono col morire. Sei dannata, Lydia… dannata…"
Lydia e Jon pranzarono in silenzio, con il rumore della pioggia a fare da colonna sonora ai loro pensieri. Da quando era uscita dall'ultima camera, Lydia non aveva pronunciato che poche parole di circostanza. Jon non aveva fatto domande.
Quando Lydia ebbe finito di lavare i piatti, il temporale non era ancora passato. Jon, accanto alla finestra del salotto, imprecò sottovoce. Lydia, seduta in terra a curiosare nel mobile sotto la TV, lo sentì, ma decise di ignorarlo.
«Dean…?» lo chiamò dopo un po'.
«Mmm?» rispose lui, lo sguardo fisso sulla pioggia.
«Smetterà. Non può piovere per sempre.»
Quando Jon si voltò a guardarla, entrambe le sopracciglia corrugate, Lydia era ancora seduta in terra, le gambe incrociate, un sorrisino adorabile su quelle labbra morbide. Gli mostrò il DVD che teneva tra le mani: Il Corvo. «Vuoi… vuoi vederlo con me, intanto che aspettiamo che spiove?»
Nonostante avrebbe voluto scappare lontano, in quel momento, Jon non poté proprio dire di no a quella vocina timida e a quell'occhiata remissiva.
Dio, Lydia era… cacciò quel pensiero dalla testa e si limitò ad annuire, staccandosi dalla finestra e andando a sedersi sul divano.
Lydia gli mostrò un sorriso dolcissimo – Cazzo! Smettila di sorridere così, Lydia! Non ce la faccio…- e infilò il DVD nel lettore, raggiungendolo sul divano.
Guardarono la gran parte del film in silenzio. Alla scena più famosa, la stessa che Lydia aveva citato poco prima, la ragazza si decise finalmente a rompere il muro di ghiaccio che li divideva.
«Jon?» mormorò, lo sguardo triste puntato non più sul televisore, ma sulle proprie mani che si stava torturando in grembo.
Jon si voltò a guardarla e il fiato gli si bloccò in gola: nella penombra della camera, con il viso illuminato solo dalla luminescenza dello schermo, il capo chinato e l'espressione malinconica e pensierosa, Lydia era di una dolcezza struggente.
«Sì?» mormorò di rimando; non riuscendo a trattenersi, sollevò un braccio e le accarezzò teneramente una guancia, spostandole alcune ciocche di capelli dal viso e costringendola a guardarlo. Si pentì immediatamente del gesto, perché quando i suoi occhi tristi incontrarono i propri, Jon sentì una strana sensazione bruciargli lo stomaco.
«Pensi che smetterà di piovere anche per me?» domandò Lydia, con un sussurro dimesso.
Jon spalancò gli occhi, sorpreso dalla fragilità che Lydia gli stava mostrando in quel momento. Il senso di protezione che avvertiva nei suoi confronti gli fece bollire il sangue nelle vene, e quando lei abbassò lo sguardo, con quell'espressione maledettamente triste a piegarle le labbra, Jon non desiderò altro che stringerla a sé e cancellare quella smorfia con un lungo bacio.
Ma, Dio, no! Non poteva farlo!
Maledicendosi mentalmente, Dean le prese il viso in entrambe le mani e la guardò serio.
«Non lo penso, little fighter. Ne sono sicuro. Sei una ragazza forte e riuscirai ad uscire da questa tempesta anche da sola.» le mostrò un sorrisino forzato, poi le sfiorò velocemente la fronte con un bacio e si alzò dal divano.
Doveva andarsene. Ora o mai più.
«Non può piovere per sempre…» mormorò, rivolgendo lo sguardo al temporale che ancora si stava scatenando fuori dalla finestra «Ma può piovere per un'intera giornata, quindi direi che è inutile aspettare. E' meglio che vada, ora. Ho delle cose da fare e tu… potrai continuare a curiosare e ricordare senza distrazioni.»
Lydia sentì la bocca farsi asciutta e gli occhi bruciare. Dean le dava le spalle, lo sguardo ancora fisso sul muro di pioggia che si intravedeva fuori, nel buio. Deglutì a fatica e prese il telecomando per mettere in pausa il film. Le mani le tremavano leggermente. Avrebbe voluto dirgli di restare almeno fino alla fine del film, ma si rese conto che stava solo cercando scuse su scuse per trattenerlo.
Invece, era arrivato il momento di lasciarlo andare.
«D'accordo…» sussurrò piano, alzandosi dal divano.
Senza guardarla, Jon si avviò verso la porta e lei lo seguì, lo sguardo basso. Lui aprì la porta, ma non uscì. Si girò a guardarla e, nello stesso istante, Lydia sollevò il viso. Un sorriso appena accennato le incurvava le labbra e lui dovette violentarsi mentalmente per non chiudere di nuovo la porta alle sue spalle e baciarla.
«Allora, ci sentiamo.» disse invece, il tono più apatico di quanto non avrebbe voluto.
Doveva emarginare qualsiasi emozione o non ce l'avrebbe fatta.
«Sì… ci sentiamo.» sussurrò lei di rimando «Ti guarderò ogni lunedì sera a RAW, promesso.»
Dean le mostrò un ghigno arrogante.
«Sarà meglio per te, lo saprò se non lo hai fatto.»
Riuscì a farla sorridere più ampiamente e si odiò per questo. Le si avvicinò e le prese il viso tra le mani, torreggiando su di lei con uno sguardo strano, offuscato.
«Mi raccomando, prenditi cura di te, little fighter.»
Lydia deglutì e respirò a fondo per impedire al groppo che sentiva in gola di sciogliersi in un pianto disperato.
Non ancora.
«Anche tu…» sussurrò.
Jon si chinò in avanti e le premette le labbra sulla testa, in un bacio lungo che fermò il tempo. Lydia strinse gli occhi e tremò impercettibilmente.
«Allora ciao, Lydia.» solo quando Jon sussurrò quelle parole, Lydia si rese conto che l'aveva lasciata andare.
Riaprì gli occhi «Ciao…»
Un secondo dopo, Jon era andato.
Solo allora Lydia si permise di crollare: si poggiò contro la porta e scivolò in terra, mentre singhiozzi le facevano sobbalzare convulsivamente il petto e lacrime bollenti le ferivano il viso.
Dean… Jon era andato via per sempre.
Sapeva che era la cosa giusta, aveva continuato a ripeterselo per tutto il giorno… ma allora perché cazzo faceva così tanto male?
In quel momento, mentre il dolore era talmente forte da farla tremare, Lydia desiderò perdere di nuovo la memoria. Sarebbe stato più semplice, così, lasciarlo andare via. Ma Lydia non lo avrebbe mai dimenticato. Avrebbe per sempre ricordato Dean Ambrose, Jonathan Good, il ragazzo dal sorriso strafottente che le aveva salvato la vita… e le aveva rubato il cuore.
La loro storia era finita ancora prima di iniziare, ma non tutte le fiabe hanno un lieto fine, in fondo, no? Ma poteva davvero considerarsi un brutto finale, quello? E' vero, l'amore non aveva trionfato, ma Dean Ambrose sarebbe tornato alla sua carriera e avrebbe continuato a vivere il sogno per il quale tanto duramente aveva combattuto. E Lydia Russo avrebbe ritrovato lentamente la sua memoria e avrebbe cominciato una nuova vita. Una vita migliore.
E tutto grazie a quell'incontro fortuito che, seppur brevemente, aveva legato le vite di una normale adolescente a quella di uno dei suoi idoli.
Lydia Russo non avrebbe mai dimenticato Dean Ambrose.
E, certamente, Dean Ambrose non avrebbe mai dimenticato Lydia Russo.
The end.
...
No, okay, sto scherzando! Mettete via le mazze e i coltelli ed anche le pistole! Non è finita così, giuro! Questa è solo la fine della prima parte della storia!Come ho scritto all'inizio, questo è il capitolo centrale della storia ed è qui che si chiude la prima parte! Ma non è finita, ci sono ancora un sacco di cose che devono succedere, promesso ;)
Però, comunicazione importante, LA STORIA VA UFFICIALMENTE IN VACANZA! Questo è l'ultimo aggiornamento, poi tornerò online dai primi di Settembre! D'estate, paradossalmente, ho meno tempo per scrivere che durante il resto dell'anno, motivo per il quale ho deciso di mettere in stand-by la storia, così da potermi portare avanti con i capitoli con calma durante tutto il mese d'Agosto e tornare a postare regolarmente ogni fine settimana da Settembre! Quindi, vi auguro una buona vacanza, spero che il capitolo vi sia piaciuto e che, quando tornerò, sarete ancora qui, curiosi di leggere cosa succederà tra Lydia e Dean ora che si sono separati!
Un bacione a tutti e grazie mille ancora per il vostro sostegno :*
