Sono Alex Vause e per questa volta sarò io a raccontarvi cosa è successo quando sono arrivata ad Harvard. Ma cercherò di parlare con le sensazioni, con le emozioni, la musica anche, più che con i fatti.
"Comes and goes (in waves)" ~ Greg Laswell
Arrivata ad Harvard, avrei dovuto incontrare il mio professore per pranzo, prima che lui partisse per tornare nella nostra università. Mi aveva detto di aspettarlo nel suo ufficio e che lì avrei trovato qualcuno ad accogliermi.
Quella mattina pioveva tantissimo e per tutto il tempo, la mia unica compagna fu la musica. Mi ero svegliata con una canzone in testa e non potei fare altro che metterla in ripetizione sul telefono.
"This one's for the lonely, the ones that seek and find, only to be let down time after time…"
Pensavo a quello che avevo fatto, me n'ero andata, quando forse bastava solo avere più coraggio e rimanere lì, starle accanto, e invece mi trovavo qui.
"This one's for the torn down the experts at the fall, come on friends get up now, you're not alone at all…"
Mi sentivo sola, una sensazione che pensavo di non aver mai dovuto provare. Io ero sempre stata benissimo da sola. Sempre. Alle scuole elementari continuavano a prendermi in giro per i buffi occhiali che portavo, per cui, stare da sola, per me era una benedizione.
"And this part was for her, this part was for her, this part was for her, does she remember? It comes and goes in waves, I… This one's for the faithless, the ones that are surprised, they are only where they are now regardless of their fight… This one's for believing if only for it's sake, come on friends get up now…Love is to be made… "
Ero stata una sciocca a comportarmi in quel modo. Prima Sylvie. Che mi aveva fatto davvero perdere tutto, me stessa in primis, mi ero annullata per qualcuno che non si meritava il mio amore, per qualcuno che pensavo mi amasse ma ero troppo accecata dai miei sentimenti per rendermi conto che non era così. E poi Piper. Forse lei era riuscita, in quel poco tempo, a sistemare dentro di me quei pezzi che erano andati rotti, avevo ritrovato con lei una mia felicità, un mio punto di equilibrio, ma poi non ho avuto il coraggio di portare avanti la mia decisione.
"And this part was for her, this part was for her, this part was for her, does she remember?
It comes and goes in waves, I am only led to wonder why it comes and goes in waves..I am only led to wonder why…Why I try…
This is for the ones who stand, for the ones who try again, for the ones who need a hand, for the ones who think they can…"
Quando avevo scoperto che Piper era una mia alunna, ho cominciato a vederla come un qualcosa da proteggere, ma allo stesso tempo io dovevo proteggere me, la mia carriera, da lei. Ho cominciato a proteggerla da qualcosa dalla quale non sapevo nemmeno se lei avesse voluto essere protetta. Lei c'era dentro quanto me in quella relazione, o qualsiasi cosa fosse stata. Eppure, io la vedevo come un qualcosa di esterno. Aveva ragione Xavier, l'avevo messa su un piedistallo, sotto una teca di vetro e quando lei ne è uscita mi ha giustamente chiesto cosa stesse succedendo ed io, invece di spiegarle come stavano le cose, sono scappata.
Stava finendo quella canzone ed io mi trovavo davanti allo studio del mio professore, convinta che avrei dovuto dirgli che la mia era stata una pessima decisione, una decisione azzardata a che sarei dovuta tornare io all'università e noi lui. Bussai.
"It comes and goes in waves, I am only led to wonder why it comes and goes in waves, I am only led to wonder why…Why I try…"
Sull'ultima nota che sentii, quando mi stavo togliendo le cuffie, la porta si aprì e rimasi un attimo immobile. La persona che mi stava davanti aveva dei lunghi capelli biondi, degli occhi azzurrissimi e mi porgeva un largo sorriso. Ed era inutile dire che la trovavo bellissima.
"Ben arrivata, tu devi essere Alexandra Vause", mi disse.
"Sì esatto, e tu sei?"
"Arizona Lange, ho seguito il lavoro del professore qui ad Harvard, ma da quello che mi ha detto, ora devo seguire te"
"Beh più che seguire, lavoreremo insieme, sei una dottoranda in Matematica anche tu?"
"Dottoranda sì, in Matematica non proprio, io mi occupo di Fisica Matematica"
"Ah, i nostri buoni cugini, troppo pignoli per darsi totalmente alla fisica e troppo concreti per votarsi alla Matematica!"
"Sì esatto, non voglio abbandonare nessuna delle due strade e quindi ho pensato bene di intrecciarle"
"Un'ottima scelta direi…"
"Il professore mi ha detto che l'avresti aspettato qui e che poi sareste andati a pranzo insieme"
"Sì, tu non vieni a pranzo con noi?"
"No, ho troppe cose da sistemare qui, Alexandra"
"Chiamami Alex ti prego! Comunque penso che tu non abbia niente che non possa essere sistemato dopo, dai vieni a pranzo con noi…"
"Non penso che sia il caso…"
In quell'istante spalancò la porta un uomo sulla sessantina, mezzo pelato, con gli occhiali che gli cadevano sul naso, un ombrello gocciolante e un cappotto completamente inzuppato d'acqua.
"Oh mio dio, che brutta giornata…Ah Vause sei qui!"
"Buongiorno professore Robbins!"
"Sono terribilmente in ritardo! Andiamo a pranzo?"
"Sì e ho chiesto alla signorina Lange se viene con noi, dal momento che dovrò lavorare con lei d'ora in poi credo che sia bene parlare un po' prima che lei parta…", Arizona non riuscì a controbattere che il professore esordì con "Mi sembra un'ottima idea! Forza andiamo!" e si incamminò mentre io guardavo con un sorriso soddisfatto Arizona che, controvoglia ma contenta, si infilò il cappotto e raggiungemmo il professore. Cominciai a pensare che era un'ottima idea rimanere ad Harvard per un po'.
"Simple as this" ~ Jake Bugg
Lavorare con Arizona mi aveva rigenerata. Iniziare la mattina con lei e finire anche a notte fonda, a volte, non era per nulla un peso, anzi, non trovavo modo migliore per trascorrere il mio tempo e lavorare. In ufficio eravamo immerse nelle nostre ricerca e nei paper da scrivere, ci parlavamo poco e quando lo facevamo era per aggiornarci su quello che avevamo trovato e per chiarire i nostri dubbi. Ci dimenticavamo anche di pranzare a volte, tanto eravamo concentrate. Ce ne accorgevamo spesso verso le quattro o cinque del pomeriggio che avevamo saltato il pranzo, una volta ce ne rendemmo conto perché guardando dalla finestra il cielo era già buio e quindi era già calata la sera.
Uscite dall'università ognuno tornava a casa, almeno così era all'inizio, poi cominciammo ad uscire insieme, andavamo a bere qualcosa, al cinema o semplicemente una a casa dell'altra a guardare un film o a chiacchierare. Amavo stare con lei, parlare, ascoltarla, confrontarci su ogni cosa. La colonna sonora di quel periodo era "Simple as this" di Jake Bugg. Tutto mi sembrava semplice, nulla mi preoccupava. Non pensavo quasi mai a Piper. Stavo pensando che questa scelta stava davvero dando i suoi frutti. Ero tornata alla normalità, a godermi il momento, a sorridere, a non pensare mille e mila volte a quello che stavo facendo. Vivevo credendo di non poter morire mai e mi ero dimenticata di quanto fosse bello farlo.
"Travelled to each ocean's end, saw all seven wonders, trying to make some sense, memorised the mantra Confucius said but it only let me down.
Tried absolution of the mind and soul, it only led me where I should not and the answer well how could I miss something as simple as this, something as simple as this…"
Fu una sera, durante una delle nostre chiacchierate, annaffiata forse da un po' troppo alcool, che Arizona mi baciò. Eravamo sedute sul divano a ridere quando lei mi toccò il viso con una mano e lo portò delicatamente verso il suo. MI piaceva il sapore di quelle labbra, mi piaceva sentire il suo corpo che si adagiava sul mio mentre mi stendava sul divano, mi piaceva sentire i suoi capelli fare capolino sui miei occhi chiusi. Mi piaceva quell'atmosfera, mi piaceva lei, mi piaceva stare con lei. Ma non potevo. Mi staccai delicatamente da quel bacio e la allontanai. Arizona mi guardò stupita.
"Scusami Arizona", le dissi. Lei guardò dritto dentro i miei occhi.
"Oh mio dio, scusami, io davvero non so cosa mi sia preso, è stato l'alcool, ho bevuto troppo"
"Tranquilla, non è successo niente di male"
"Alex, ti prego scusami, non avevo capito che tu fossi impegnata"
"In realtà non lo so, la cosa è un po' più complessa"
"Sei innamorata di qualcuno?"
Ecco, domanda da un milione di dollari.
"Sì", risposi.
"Capisco, ma non sei ricambiata?"
Un'altra domanda da un milione di dollari.
"Arizona, è una storia un po' lunga, diciamo che la persona che abita il mio cuore, è la stessa persona per la quale sono partita, accettando di venire qui…"
"Vuoi raccontarmela questa storia?"
"Davvero vuoi ascoltarla?"
"Mi piacerebbe…come inizia questa storia?"
"Inizia con una ragazza in un bar che si chiama Piper"
"Live in the bedroom" ~ Tim Moxam
Avevo ritrovato la felicità, quella felicità che scordavo di poter avere. Avevo instaurato con Arizona un bellissimo rapporto di amicizia, le avevo raccontato di Piper e di tutto quello che era successo e del perché avevo rifiutato e poi accettato il lavoro ad Harvard.
Era quasi Natale e il lavoro che mi aveva lasciato il professore era finito ormai da una settimana. Ma non avevo il coraggio di chiamarlo per dirgli che sarei tornata.
Mi sentivo pronta a tornare, mi ero schiarita le idee, avevo capito che era tempo di prendere decisioni, sapevo cosa volevo e si chiamava Piper. Ma come tutte le cose, come un tuffatore prima di un tuffo, serviva una spinta e quella spinta sarebbe stata tornare. Uscire da quella bolla che mi ero creata, che mi aveva fatta rigenerare e che adesso mi rilasciava al mondo reale.
"Alex, devi tornare prima o poi"
"Sì lo so, Arizona, ma non è facile"
"Lo so, ma non puoi rimanere qui per sempre, non puoi"
"E se Piper non mi volesse più vedere? E se avesse trovato qualcun altro o altra?"
"Se così sarà, tu non ti arrenderai, o almeno non subito"
"Già"
"Adesso io vado a casa, ci vediamo domani, e dimmi quando decidi di partire, buonanotte, non ti scomodare ad accompagnarmi, conosco la strada", mi diede un bacio sulla guancia.
"Buonanotte Arizona", e la guardai sparire fuori dalla porta d'entrata del mio appartamento.
Mi feci una tazza di tè bollente e mi avvicinai alla finestra. Boston era tempestata di luci e con l'arrivo del Natale le vie erano ricche di ogni tipo di addobbo.
Alla radio davano una canzone di Tim Moxam, "Live in the bedroom".
"In the morning, we'll wake to the sound of the neighbors and we'll curse and we'll blame and we'll call them funny names… You will cover your eyes from the morning light with your shirt and think of the grasshopper warming the dirt and as we will lay, be reminded of the dayby the noises of footsteps and the slamming of doors and the drilling and sawing of the workers under our bed, we'll ignore and make love to the roar of their…".
Stavo pensando a Piper come non mai. Pensavo a quel poco ma felice tempo che avevamo passato insieme. A quando l'avevo baciata per la prima volta, a quando avevamo aspettato l'alba in compagnia delle stelle, a quando avevamo fatto l'amore, dolcemente. Sentii un caldo pervadermi il corpo, un caldo che partiva dal cuore e che si irradiava per tutto il corpo, arrivando alle mani, ai piedi, al mio naso.
"In the nighttime we'll study the sounds of our voices and learn the scents to which we have been drawn, I'll not open my eyes 'cause I've not slept for days or is it I'm blind by the beauty in your face?
We'll trust to our fingers to feel in the darkness to trace and define all the shapes we desire, we will seek and discover just how close we can get to each other and I'll wait for your new eyes to meet mine again, our sheets will be made of some fine, hand-woven cotton, ironed and spread across a king-size bed frame, their colors will reflect the seasons that've passed us by though no weariness stained will reflect in our eyes though if we should tire of our lives in the bedroom and make from the kitchen, through the hall, to the door and if should choose to explore together or alone…I'll remember the days when the bed was our home".
Chiusi gli occhi. Potevo sentire le mani di Piper, quando mi avevano toccato l'ultima volta, quando mi avevano spogliata, quando erano arrivate in ogni parte del mio corpo, quelle mani che mi passavano tra i capelli, che raggiungevano e si stringevano nelle mie. Potevo sentire i suoi occhi che mi guardavano e ridevano, potevo vederli riflessi nei miei mentre le accarezzavo il viso prima di stamparle un nuovo bacio. Le sue labbra…
Fermai quelle sensazioni ed aprii gli occhi. Fuori stava nevicando. Capii che era giunto il momento.
Presi il pc e scrissi una mail al professore.
"Caro professor Robbins,
il mio lavoro qui è terminato. Rientrerò nei prossimi giorni.
Distinti saluti,
Alexandra Vause".
Era tempo di tornare.
