Giacevo distesa sul letto quasi come non avessi più vita. La discussione di prima, più simile a uno scontro ad arma da fuoco, mi aveva sfibrata. Non riuscivo a pensare e mi sembrava di non avere nemmeno la forza di respirare. Come si poteva considerare l'amore sbagliato? Per me era l'unica cosa che contava, per loro era il problema più grande che avessi mai causato. Sembrava quasi che tutto quello che ero, che avevo raggiunto e ottenuto nella mia vita, fosse stato rubato, spazzato via dalle folte onde bionde della donna che amavo. Come poteva essere sbagliato?

Fissavo il soffitto come se potesse darmi una risposta, ma la verità era che avevo finito le domande. Non c'era niente più che potessi chiedermi, e se mi chiedevo perché potesse essere sbagliato era forse solo per inerzia. Il piumone pesante sotto il quale giacevo, ancora vestita da sera, non mi teneva più al caldo. Forse, non mi sentivo più nemmeno a casa. Potevo ancora chiamarla casa, dopotutto?

Mi alzai di scatto, come in preda ad una forza che non conoscevo né tantomeno potevo controllare. Tirai fuori da un'anta del grande armadio che avevo in camera il mio fidato trolley rosso. Ci tolsi un po' di polvere con le mani e poi lo aprii. Aprii il resto delle ante e dei cassetti dell'armadio e ci buttai alla rinfusa parecchi vestiti. Aggiunsi della biancheria intima e, in men che non si dica, chiusi la valigia. Avevo il fiatone, e mi ci sedetti sopra qualche secondo: avevo bisogno di realizzare che lo stavo facendo davvero.

Ed era così, ma in quel momento veniva la parte più difficile. Uscire di casa senza farmi sentire dai miei, non volevo avessero la possibilità di fermarmi, anche con la forza se necessario. Fortunatamente il mio bagaglio non pesava troppo, così lo presi con entrambe le mani, lo piazzai davanti a me tenendolo sollevato e cominciai a scendere le scale, attenta a fare il meno rumore possibile. Se già prima avevo il fiatone, questa sembrava un'impresa impossibile. Ma in un tempo troppo lungo e con troppi scricchiolii per i miei gusti, ce la feci lo stesso. Al piano di sotto, nel salotto, le rose, l'acqua, il vetro e le macchie di sangue non avevano finito di dare il loro pietoso spettacolo, anche nella semioscurità. Cercando di non guardare verso quel punto, aprii la porta così silenziosamente che quasi feci fatica a sentirmi da sola. Non appena la richiusi dietro di me mi ritrovai immersa nella notte più nera, ed ero padrona del mio destino.

Sapevo dove andare, e forse era stata proprio questa consapevolezza a farmi risorgere dalle coperte del mio letto. Era troppo tardi per pensare di mettermi dentro qualche autobus, o per prendere la metropolitana, così decisi di camminare. Il tempo, quella notte, era un concetto totalmente relativo: non c'era bisogno di correre, bastava andare via da lì. Pensai che dovevo far ridere, in quella situazione: una ragazza sola, per strada, vestita elegante, che trascinava un trolley trattenendo a stento le lacrime. Un vero spettacolo, ma non avevo nemmeno la forza per vergognarmi.

Finalmente arrivai, allo stremo delle forze per aver trascinato i piedi e il trolley. Tirai un sospiro di sollievo e, proprio quando stavo per suonare il campanello, mi fermai. Era notte fonda e di sicuro avrei svegliato tutti. Pregai che fosse ancora sveglia e le mandai un messaggio:

"Sono sotto casa tua."

Non ricevetti risposta, ma nel giro di qualche decina di secondi sentii dei passi avvicinarsi alla porta. Poi girò piano la chiave nella serratura e la aprì cercando di non fare rumore. Vidi che rimase sbalordita dal vedermi il volto rigato dalle lacrime e la valigia in mano, ma non le diedi il tempo di parlare. Prima che potesse aprire bocca, infatti, le gettai le braccia al collo ricominciando a piangere, molto più forte.

Mi strinse forte a sè e prendendo il trolley mi disse:

"Entra."

Entrai prima io e dopo lei, che richiuse piano la porta dietro di sé. Mi feci cadere sul divano, stremata, cercando di calmare il pianto. Lei andò in cucina e mi portò un bicchiere d'acqua, e senza dire niente, si sedette vicina a me. Aspettava parlassi io di mia spontanea volontà, e per rispetto, se ne stava zitta.

"Non è quello che pensi" cominciai con una voce più rotta di quanto credessi.

"Io non penso niente, Callie. E poi sai che puoi dirmi tutto. Qualsiasi cosa" mi rassicurò.

"Lo so. Intendo dire che non c'entra Arizona." puntualizzai

"Non può c'entrare Arizona. Ti ha invitata al Gino's, per una cena elegante. Non lo avrebbe mai fatto se avesse avuto altre intenzioni - invece voleva solo dimostrarti quanto ci tiene a te." osservò Mel, non potendo sapere quanto in realtà le sue parole mi aprivano il cuore in due. Senza rendermene conto, scoppiai di nuovo a piangere.

"Dillo a mio padre" esplosi "e dillo a mia madre!"

Mel cominciava a comprendere, e mi passò un braccio dietro la nuca e lungo le spalle. Mi strinsi a lei, appoggiando la testa tra il suo braccio e il suo petto. Sentire il calore di un altro essere umano vicino a me mi faceva stare decisamente meglio. Specialmente perché quell'essere umano mi voleva un bene dell'anima. Sentii che era arrivato il momento, e schiarendomi la voce:

"Sono stata con Arizona in quel ristorante chic Mel." dissi "Il tramonto, la vista su tutta la città, il vino, il pesce… Non mi sembrava quasi fosse vero e ho dubitato per un momento che essere così tanto felici fosse legale. Felice io, e felice lei. Felici insieme. Ad un certo punto usciamo dal ristorante perché io insisto per portare la cosa al dopo cena, se capisci cosa intendo… E non ho mai fatto una scelta più sbagliata in vita mia. Tutta contenta mi avvinghio a lei e la bacio, davanti al ristorante, in pieno centro, dove avrebbero potuto vederci tutti. E in effetti qualcuno ci ha viste…"

"Tuo padre…" mi interruppe Mel

"Esatto. Doveva essere lì, appena uscito da qualche cena di lavoro. So benissimo che l'azienda gli chiede sempre di portare i clienti in quella zona della città dove ci sono i ristoranti più cari. Dicono che davanti a una buona portata si può discutere di tutto, così lui ubbidisce, anche se quei posti li odia. Per fortuna ci ha viste quando si era già congedato da qualsiasi fosse la sua compagnia, perché sennò sarebbe stato molto peggio."

"Cosa è successo esattamente?" inquisì Mel

"E' successo che ha fatto una scenata, dicendo che Arizona mi sta traviando, che mi usa per dei suoi meschini scopi che io non riesco a vedere. Dice che mi sta solo usando e non si capacita di come io non me ne renda conto. E non solo è una donna, ma è anche più grande di me. Comunque ha chiamato in causa anche mia madre. Pensavo che almeno lei mi difendesse ma mi sbagliavo. A quanto pare sono la loro delusione. Sono solo un'ingrata, e tutto quello che ero prima è stato cancellato. Non sono più niente. Niente."

Mel mi strinse ancora di più a sé, nel disperato tentativo di non farmi piangere di nuovo. Dopo qualche secondo, ruppe il silenzio bisbigliandomi:

"Non è vero. Sei una meraviglia." e poi aggiunse "E io ti voglio bene."

"Anche io, Mel, anche io", borbottai, "grazie."

Prima ancora di poter sentire se e cosa mi avesse risposto la mia migliore amica, appoggiata al sicuro su di lei, pensando che forse non ero davvero senza casa, caddi in un sonno profondo.