Aveva liquidato Marianne, dicendole che non gli serviva altro, che voleva rimanere solo e non essere disturbato. Non pensava che avrebbe rimpianto i tempi in cui era solo un servo, deputato a vegliare sulla sua amica d'infanzia e relegato sempre in secondo piano. Eppure ora avrebbe dato qualsiasi cosa per tornare indietro, per essere di nuovo padrone del suo destino. Andò alla panca dove erano riposti i suoi vestiti, quelli che il Generale aveva scelto per lui. In un angolo, come dimenticati, c'erano ancora alcuni dei suoi vecchi indumenti, con quelli non avrebbe dato nell'occhio e poteva passare per il servo di una nobile casata.
Si vestì in fretta e fuori, per poi rimirarsi nello specchio. C'era ancora qualcosa che non andava… prima che Oscar fosse promossa, prima di tutti gli intrighi che l'avevano portato a ricoprire un ruolo nuovo ed inaspettato, si erano recati spesso insieme a Parigi. Oscar adorava le taverne malfamate, come se dovesse dimostrare a sé stessa di essere in grado di difendersi anche dagli uomini poco raccomandabile che frequentavano quei luoghi. Fortunatamente nessuno si era accorto mai che lei, in realtà, era una bellissima donna e non il figlio effemminato di qualche nobile.
Sapeva che gli uomini del popolo non portavano i capelli come i suoi. Aveva visto molti ragazzi della sua età portarli corti alle spalle, in modo che non intralciassero il lavoro e non fossero costretti ad interrompersi per portarli indietro o legarli quando sfuggivano al nostro che avrebbe dovuto tenerli fermi. Prese un coltello da caccia, che il suo nuovo padre adottivo gli aveva regalato poco dopo avergli svelato cosa era stato fatto a sua insaputa.
Si guardò un'ultima volta allo specchio e si fece coraggio. Afferrò saldamente la coda e recise i capelli di netto. Buttò coltello e capelli in un cassetto e si decise ad uscire. Non aveva bisogno di portarsi a letto Marianne, non aveva bisogno di quei vestiti lussuosi che rappresentavano la differenza fra il suo nuovo status e la classe sociale a cui sentiva di appartenere veramente. Si precipitò nelle scuderie prima che qualcuno potesse chiedergli dove stesse andando e si sellò il cavallo da solo, cosa che non aveva più fatto dopo che l'adozione da parte del conte de Jarjayes era stata resa pubblica.
Prima di salire a cavallo, ammirò le stelle che splendevano in quella notte tiepida e si girò ad osservare la luce che proveniva dalla camera di Oscar: forse anche lei, in quel momento, si sentiva soffocare e avrebbe voluto andarsene lontano dal palazzo, ma le sue condizioni non gli permettevano di cavalcare. Annuì convinto e salì a cavallo, pensando che almeno quel genere di libertà gli era ancora concessa. Partì al galoppo senza guardarsi indietro.
Oscar vide André allontanarsi in groppa allo stallone bretone che suo padre aveva comprato qualche anno prima. Nessuno lo mondava mai ed era una scelta strana per una cavalcata notturna nella tenuta. Sarebbe voluta corrergli dietro, chiedergli dove stesse andando e, magari, pregarlo di portarla con sé. Chinò il capo e chiuse gli occhi, sapeva che non le era concesso quel genere di libertà, non ora che era rimasta incinta.
Aprì la finestra e uscì sul balcone, stringendosi addosso la vestaglia leggera: nonostante il clima mite, sentiva il freddo arrivarle fino alle ossa. Guardò le stelle che brillavano nel cielo e una lacrima le scese lungo la guancia: perché tutto era destinato a cambiare, ora che aveva finalmente capito?
Era una bettola della peggior specie, ma a lui non importava. Era stato facile entrare, sedersi in un tavolo d'angolo ed ordinare del vino, pessimo vino. Le ragazze che servivano i tavoli ridevano con gli avventori, facendo capire che, con un po' di generosità, sarebbe stato facile salire con loro alle camere superiori. Lui non era interessato: se avesse cercato quel genere di svago, sarebbe potuto rimanere a palazzo e prendersi una cameriera carina, farlo in un letto pulito e non su un sacco infestato dalle pulci.
Fra gli avventori c'erano anche dei soldati, ma non sembravano nobile: André riconobbe la divisa della Guardia Metropolitana, dove servivano le classi più umili. Fra quei tizi ne spiccava uno in particolare: era alto e muscoloso, portava un foulard rosso al collo e sembrava avere molto successo con le ragazze. Cantava a squarciagola e incitava i suoi compagni a fare altrettanto, era decisamente un tipo allegro e lui sorrise all'idea che se le cose fossero andate in maniera diversa anche lui avrebbe potuto trovarsi lì in compagnia di un tipo del genere.
- Ehi, musone – lo apostrofò una voce maschile – Cosa ci fai lì tutto solo? Oggi bisogna festeggiare!
André alzò lo sguardo e si trovò davanti proprio il ragazzo che stava osservando poco prima. Era visibilmente alticcio, ma, tutto sommato, reggeva l'alcool molto meglio dei suoi commilitoni.
- E cosa festeggiamo? – chiese André portandosi il bicchiere alle labbra.
- Oggi è giorno di paga – rise lo sconosciuto.
- E voi avete intenzione di bervela tutta in una sola notte?
- Almeno per una notte, possiamo dimenticare i nostri affanni – rispose l'altro cadendo, letteralmente, sulla sedia di fronte ad André – Allora, amico, ce l'hai un nome?
- André – rispose prontamente il ragazzo, poi pensò che non poteva usare il nome dei de Jarjayes là dentro – André Grandier.
- Io invece sono Alain de Soisson – rispose l'altro ruttando rumorosamente.
André lo studiò accuratamente, i modi erano quelli di un figlio del popolo, ma quel cognome…
- Sei nobile? – chiese socchiudendo gli occhi.
- Non abbastanza – rispose l'altro ridendo sguaiatamente – Altrimenti non sarei un soldato della Guardia Nazionale… Me ne starei in panciolle tutto il giorno come quei nobile debosciati che risiedono a Versailles .
- Non tutti i nobili sono così – rispose André distogliendo lo sguardo.
- Fammi indovinare, vuoi? Il nobile che servi è una brava persona e tratta bene la servitù, giusto? – Alain rise ancora di più e poi si girò verso i suoi commilitoni – Secondo voi qual è un nobile buono?
- L'unico nobile buono è un nobile morto – risposerò in coro due o tre degli altri soldati.
- Non tutti sono così – insistette André stringendo il bicchiere.
- Se lo dici tu… Basta parlare dei nobili, ti va' di unirti a noi?
- Cosa volete fare?
- Bere fino a domattina, naturalmente.
- Non ho programmi migliori – André rise per la prima volta quel giorno.
Il cielo era ancora nero, ma in lontananza cominciava ad albeggiare e sentiva la testa pesante per il pessimo vino. Nonostante le insistenze di Alain, non aveva bevuto così tanto da ubriacarsi del tutto, aveva cercato di mantenere la lucidità necessaria per tornare a casa. I discorsi fatti con i soldati della Guardia Metropolitana, su come era difficile sbarcare il lunario, gli avevano fatto venire in mente che il suo problema principale nei confronti della situazione che stava vivendo si riducevano ad un'unica cosa: lui dipendeva economicamente dal Generale.
Se avesse trovato il modo di avere uno stipendio suo… abbastanza alto per far vivere Oscar in modo agiato… Un'idea gli era balenata in testa ed aveva intenzione di vedere se era fattibile quanto prima. Aveva rimesso lo stallone bretone nelle scuderie ed ora si avviava, fischiettando, verso la sua stanza. La possibilità che aveva intravisto lo aveva messo di buon'umore. Certo, doveva assicurarsi che sua moglie fosse disposta a seguirlo, ma in caso contrario… per una volta si sarebbe imposto, avrebbe fatto leva sul suo essere il "marito", cavoli! Era lui l'uomo e certe decisioni spettavano a lui.
Cercò di non fare rumore, mentre passava davanti alla camera di Oscar. Non voleva svegliarla, né essere costretto a dare spiegazioni, prima di aver appurato se poteva percorrere quella strada. Entrò nella propria camera e si avvicinò al letto, nell'oscurità più completa. Grazie al chiarore che cominciava ad affacciarsi all'orizzonte, intravide una sagoma dai lunghi capelli rannicchiata sul suo letto.
Armeggiò con la candela, pensando che si trattasse di nuovo di Marianne che non aveva recepito il suo invito a tornare negli alloggi che i de Jarjayes avevano messo a sua disposizione. Stavolta la ragazza meritava una lavata di capo come non ne aveva mai prese neanche da sua nonna. Alzò la candela per illuminare la sagoma femminile e rimase a bocca aperta.
Oscar stava dormento, raggomitolata, nel suo letto, stringendosi contro la giacca che André aveva portato il giorno precedente. Posò il candeliere delicatamente e si mise a sedere sul bordo del letto. Avrebbe dovuto svegliarla, chiederle il perché di quella visita inaspettata, ma… era così bella ed innocente mentre dormiva. Osservò il suo viso nei minimi dettagli, come non faceva da molto.
I capelli erano arruffati e, sulle guance, si potevano ancora vedere i segni del pianto. Forse, si disse, era stata presa dallo sconforto per quello che lui le aveva detto a proposito delle possibili implicazioni di un erede maschio ed aveva cercato rifugio e consolazione nella camera di quello che per lei era solo un amico d'infanzia… Sorrise amaramente, pensando che non si dovrebbe sposare o fare sesso con un amico. Perché Oscar non poteva amarlo, così come lui amava lei?
Le carezzò piano i capelli e vide le palpebre fremere. Avvicinò il viso a quello di lei per sentire il suo odore, così famigliare. Si rese conto che due occhi celesti lo stavano fissando in modo nuovo. Si raddrizzò, pronto ad assistere ad una delle famose sfuriate di Oscar: perché lei era così che reagiva, quando si sentiva frustrata correva a litigare con lui per qualsiasi stupidaggine. Sospirò e si mise in attesa.
- Dove sei stato? – Oscar non perdeva tempo.
- Fuori – rispose laconico, girando lo sguardo altrove.
- Dove? – c'era rabbia nella voce di lei, ma anche incertezza.
- Che differenza fa? – non voleva darle spago, voleva solo dormire qualche ora.
- Sei… sei stato… - si avvicinò a lui e, con una mano, lo costrinse a voltarsi di nuovo – sei stato con… un'altra donna?
- Cosa ti viene in mente – scansò la mano di lei, offeso dai suoi sospetti infondati.
- Ti prego, André, dimmi che non ci sei andato – il tono ora era differente, sembrava sul punto di piangere.
- Cosa c'è, Oscar? – la guardò attentamente e poi le fece una carezza sulla guancia – Non potrei mai, lo sai. Perché questi dubbi?
- Ti amo.
L'ultima frase rimase in sospeso fra loro, mentre i primi raggi del sole rischiaravano lo stanza.
Continua…
