James Potter, Sirius Black e Remus Lupin pulivano in silenzio la Sala dei Trofei, sotto l'occhio vigile e attento di Argus Gazza - il custode di Hogwarts - e della sua gatta, Mrs. Purr.

L'uomo non faceva che ripetere da circa un'ora qualcosa sul ritenere il pulire una lunga serie di coppe ed encomi senza l'uso della magia - "Così avrete di che sfogare l'energia repressa", aveva detto la McGrannit - una punizione troppo leggera per criminali del loro calibro, e sul come avrebbe invece preferito mille volte di più spedirli tutti e tre nella Foresta Proibita da soli, così da "rimetterli davvero in riga".

«Magari» borbottò James di malumore.

«Silenzio!» fu la secca risposta del Magonò.

Li studiò uno per uno con uno sguardo arcigno.

«Io e Mrs. Purr saremo di guardia proprio fuori dalle due porte, quindi non pensate minimamente di potervela svignare come al solito» sputò, voltando loro le spalle - non vedendo così le smorfie che Sirius gli fece - e chiudendo la porta con un tonfo.

«Idiota. Se solo avessi la bacchetta ci penserei io a dargli qualcosa di cui lamentarsi» sbottò Sirius, smettendo di strofinare la Coppa del Quidditch vinta dalla squadra dei Grifondoro l'anno prima.

La bacchetta dell'Animagus - così come quella di James e Remus - era infatti in mano alla professoressa McGrannit, che le aveva requisite subito prima di dire loro in che cosa consistesse la punizione.

«E comunque tu sei un vigliacco» continuò Sirius imperterrito, tastandosi il naso - riparato con un solo colpo di bacchetta dalla professoressa McGrannit - e lanciando un'occhiata al lupo mannaro.

James alzò gli occhi al cielo.

«Merlino, adesso ricominciano...» sospirò.

«Tu credi?» rispose Remus, senza smettere di lucidare una targa d'argento in cui erano incisi i nomi dei vecchi Caposcuola.

Sirius lo studiò sprezzante.

«Ne sono certo» confessò.

Remus fece spallucce.

«Convinto tu...».

Sirius si lasciò cadere seduto a terra, continuando la valutazione dei danni subiti.

«Vorresti forse negare?» domandò, assottigliando gli occhi.

«Precisamente».

L'Animagus si lasciò sfuggire un ringhio.

Quel dannato mannaro lo faceva uscire dai gangheri con la sua flemma...

«Ascoltami bene, Lupin... Ho le prove certe che hai lasciato Tonks. Quel messaggio non lascia certo spazio a dubbi! E lascia che ti dica una cosa: mi hai deluso. Hai affrontato Fenrir Greyback in persona, dandogli quella che molto probabilmente è - e sarà - la più grande batosta della sua intera vita, e poi ti pieghi al volere di Andromeda Black? Ti accucci come un bravo cagnolino in attesa che mia cugina ti lanci un osso?» sputò, sentendo nuovamente la rabbia montare dentro di sé.

Lupo mannaro o no, era pronto ad insegnargli un paio di cosette su cosa significasse avere sangue Black nelle vene...

Remus non parve minimamente colpito dallo sfogo di Sirius, e continuò a strofinare con vigore una serie di medaglie.

«Hai finito?» chiese poi, tranquillamente.

Sirius resistette all'impulso di sbattergli la testa contro lo scaffale.

«Perché, hai da fare?» sibilò.

«Sì. Esattamente quello che dovresti fare anche tu: pulire».

L'Animagus raccolse con stizza lo staccio che aveva lasciato cadere.

«Suppongo, quindi, che non mi degnerai della tua attenzione finchè non avremo concluso questa stupida punizione!»

«E' possibile, sì. Ma niente ti vieta di continuare ad esprimere le tue opinioni nei miei confronti, nel frattempo. Non preoccuparti, prometto che ne terrò scrupolosamente conto. E se dopo me ne darai il tempo, mi impegnerò a darti le risposte che meriti» replicò pacato Remus, fissando finalmente Sirius negli occhi.

Un silenzio carico di elettricità riempì la stanza.

Nel frattempo, in un angolo, James scribacchiava velocemente qualcosa su una pergamena.

Perplessi, i due ragazzi lo fissarono - dimenticandosi per un momento del loro confronto.

«Si può sapere che combini?» chiese Remus.

«Scrivo un documento dove voi due attestate che io non sono per nulla responsabile dei danni che causerete a questa stanza quando inizierete il secondo round della vostra rissa» sbottò il ragazzo, senza alzare gli occhi da ciò che stava scrivendo.

Loro malgrado, Sirius e Remus scoppiarono a ridere.

James li fulminò con lo sguardo.

«Non ci trovo nulla di divertente! Già stavolta sono finito in punizione per colpa vostra! L'unica volta che non ho fatto niente...» mormorò sconfortato.

«Vale per le volte che la cosa è capitata a me» replicò Remus, tornandosene a pulire i trofei impolverati alle sue spalle.

[*]

Fu solo dopo un'altra mezz'ora che il licantropo lanciò una pergamena appallottolata a Sirius - colpendolo alla nuca.

Sirius si voltò di scatto, fissando alternativamente prima la palla di carta poi Remus.

Alla fine, poi, l'Animagus si chinò a raccoglierla e gli diede un'occhiata.

«Che cos'è?» chiese, leggendo rapidamente quanto c'era scritto sopra.

«Hai detto di avere prove certe del fatto che io abbia lasciato Tonks. Ebbene, quella è la mia "prova certa", che afferma che invece non l'ho fatto».

Sirius lesse nuovamente il biglietto, le sopracciglia aggrottate.

«Ma il messaggio... E il segno degli schiaffi sulla tua guancia...» borbottò, confuso.

Remus scrollò le spalle.

«Possiamo dire che la mia intenzione era quella di lasciarla. Ma dopo una lunga discussione con Tonks, mi sono reso conto che sarebbe stato uno dei più grandi errori della mia Intera esistenza».

Sirius puntò il dito contro il mannaro, trionfante.

«Ah - ah!» esclamò.

«Vedi allora che ho fatto bene a colpirti?».

Remus lo fissò scioccato.

«Stai scherzando?!».

Ma l'Animagus lo ignorò, massaggiandosi il livido dolorante.

«Sei tu che non avresti dovuto colpirmi!» aggiunse, piccato.

Il mannaro aprì e richiuse la bocca per qualche istante, incredulo.

«Ma certo, come ho fatto ad essere così stupido? In fondo, quando un ragazzo viene colpito da un pugno che lo manda lungo disteso per terra, che fa, reagisce? Ma figuriamoci! Rimane buono buono a ricoprire il ruolo del tappeto, è ovvio!» sbottò poi in tono sarcastico.

Nel suo angolo, James era scosso da risate sommesse - cosa che Sirius cercava in tutti i modi di evitare.

Era una discussione seria, in fondo!

Remus scrollò le spalle, rassegnato.

«Comunque ormai è fatta. Ci siamo scaricati un po' di tensione...».

Di nuovo nessuno parlò per un po'.

«Però potevi dircelo subito, no?» mormorò James, gettando la pergamena che aveva scritto nel camino acceso.

Ormai non serviva più.

Il lupo mannaro lo guardò.

«E come avrei fatto?! Non ho avuto nemmeno il tempo di mangiare, oggi!».

Quasi a voler sottolineare la cosa, il suo stomaco scelse proprio quel momento per emettere un lamento di protesta alla mancanza di cibo.

Sirius e James ridacchiarono.

«Hai perfettamente ragione, Lunastorta. E' ora che tu metta qualcosa sotto i denti, e anche noi. Lo sforzo di dividervi mi ha prosciugato di ogni forza, e ora devo rifocillarmi. Che ne dite, quindi, di lasciar perdere questa stupida punizione?» propose James in tono allegro.

«Io ci sto. A mio parere esserci azzuffati è già stata una punizione più che sufficiente» aggiunse Sirius, lanciando lo straccio dentro ad una voluminosa coppa.

Remus alzò gli occhi al cielo, poi annuì a sua volta.

«Non posso negare che stavolta abbiate proprio ragione...» mormorò.

Gli altri due Malandrini gli batterono una mano sulle spalle.

«Resta da capire come faremo ad uscire. Le porte sono sorvegliate da Gazza e dalla sua gatta» disse il mannaro.

James ammiccò, accennando ad una delle grandi finestre.

«E chi ha parlato della porta? E' una splendida serata, in fondo. Ottima per un'evasione di gruppo».

Sirius salì sopra al davanzale.

«Qui sotto c'è una balconata che, se la memoria non mi inganna, porta dritto al deposito vicino all'aula di Difesa Contro le Arti Oscure. Dovremo solo fare attenzione che le luci dell'ufficio del professore siano spente, altrimenti potremmo essere visti».

James fece un sorrisetto a Remus.

«Passeremo davanti al tuo futuro ufficio, Lunastorta» ghignò.

Remus sbuffò, alzando gli occhi al cielo.

«E piantala...» mormorò.

I tre scavalcarono uno dopo l'altro il cornicione, lasciandosi poi cadere sulla balconata sottostante - dalla quale raggiunsero velocemente prima il deposito di Difesa Contro le Arti Oscure e successivamente l'aula dove si tenevano le lezioni.

Venti minuti dopo erano nelle cucine, circondati da Elfi Domestici ansiosi di dar loro del cibo.

«Credete che la McGrannit si arrabbierà, quando scoprirà della nostra fuga?» chiese Remus ai compagni, addentando un grosso pezzo di torta al cioccolato.

Gli altri due ragazzi si guardarono, poi fecero spallucce.

«Nhaaaaaa».

[*]

La professoressa McGrannit, affiancata dal custode, guardava con gli occhi che mandavano scintille la Sala dei Trofei deserta.

«Io le assicuro, professoressa, che non li ho visti uscire. Ero di guardia qui fuori, e sono certo che non siano passati!» ripetè Gazza, confuso ed irritato.

La donna fissò la finestra - ancora leggermente aperta.

«Non si preoccupi, Mastro Gazza. Temo non siano ricorsi alla porta, per la loro fuga...» mormorò.

Non l'avrebbe mai ammesso a voce alta, ma quei ragazzi non mancavano mai di impressionarla.

«Desidera che chiami il preside?» domandò Gazza, non capendo completamente le parole della professoressa McGrannit.

Questa fece un gesto impaziente con la mano.

«Lasci stare, Gazza. A questo punto non avrebbe senso. L'unica cosa che possiamo fare è quella di ritirarci sconfitti ancora una volta. Domani stesso mi occuperò personalmente di restituire al signor Potter e ai suoi amici le loro bacchette, e a ricordare loro che non tollererò un'altra fuga simile, in futuro. Dubito, infatti, che quella di stasera sia stata la loro ultima punizione. Non oserei sperare tanto...» aggiunse più a se stessa che ad altri.

Lanciò un'ultima occhiata sconfortata alla stanza ed uscì, allontanandosi verso il suo ufficio.

Gazza rimase qualche secondo a sondare la Sala dei Trofei con lo sguardo - quasi che i tre ragazzi potessero spuntare da dietro uno scaffale all'improvviso.

«Oh, arriverà il giorno i cui potrò punirvi come meritate, piccoli teppistelli. Ho ancora le mie vecchie catene, e la Foresta Proibita non aspetta altri che voi... Quel giorno sarò io a divertirmi...».

Poi, seguito dalla sua gatta, il Magonò abbandonò la sala - sapendo in cuor suo di essere stato nuovamente battuto dai Malandrini.