Kate si guardò intorno, scoraggiata. L'enorme mole di scatoloni di varie misure, disseminati su quello che una volta era stato il pavimento del suo appartamento, era un visione desolante.
Avrebbe dovuto portarsi avanti, organizzarsi, procedere con calma, chiedere aiuto a qualcuno, magari. Qualcuno di esperto.
Ma si era ostinata a voler fare da sola, convincendosi di avere tutto sotto controllo, grazie alle sue doti pratiche, e si era quindi ritrovata un sabato mattina a bere del caffè freddo in una tazza ingrigita dalla polvere, che aveva scovato sopra a uno scaffale, comprata chissà dove. Le sue preferite erano al distretto o a casa di Castle. La sua nuova dimora, pensò alzando la tazza in un silenzioso brindisi. Bevve un altro sorso dell'intruglio disgustoso che aveva tra le mani.

La mattina era iniziata male quando Castle si era svegliato accanto a lei in preda a uno dei suoi frequenti attacchi di euforia, felice come una Pasqua perché era il giorno in cui lei e Alex si sarebbero trasferiti definitivamente da lui.
"Nella nostra vera casa", aveva ripetuto ossessivamente nelle settimane precedenti, fino a farle scoppiare il cervello.
Lei non aveva subìto il medesimo fascino nei confronti dell'evento che lui aveva segnato perfino sul calendario, chiamandolo pomposamente "Il primo giorno della nostra nuova vita", perché lei e Alex potevano considerarsi inquilini del loft a tutti gli effetti ormai da diverso tempo.
Ma Castle aveva insistito perché la faccenda diventasse ufficiale. Dovevano stabilire un giorno preciso, inscatolare tutto, dividere quello che avrebbe viaggiato con lei e quello che avrebbe preferito conservare in un magazzino, o dare in beneficenza.
Lei aveva scelto la via di minor sforzo e aveva accettato passivamente i suoi scoppi di ingiustificato entusiasmo, deviando in fretta il discorso finché non era più stato possibile rimandare l'inevitabile.
Si era però dileguata da casa molto presto, quel giorno, baciandolo di sfuggita mentre si alzava lieto per andare a farsi una doccia prima di uscire con lei, così come avevano convenuto. Come luiaveva deciso e leiaveva lasciato che pensasse, senza confessargli la verità. E cioè che lui non sarebbe stato gradito. Era invece sgattaiolata fuori dalla porta, scivolando in fretta nell'ascensore, agendo alle sue spalle.

Non aveva nessuna voglia di dedicarsi a quel compito, ripeté tra sé per l'ennesima volta, sapendo che lamentarsi non sarebbe servito a niente, se non ad alimentare la sua frustrazione. Doveva pensare positivo, le avrebbero suggerito quelle riviste che non aveva mai il tempo di leggere. Doveva svolgere prima le incombenze meno piacevoli – e cioè tutte –, preparare delle liste, fingersi di buonumore e magari canticchiare allegramente mentre riponeva piatti di ceramica con un fazzoletto di cotone spesso annodato in testa.
L'immagine le strappò un gemito. Appoggiò con un gesto deciso la tazza sulla prima superficie disponibile, forse un po' pericolante, imponendosi di alzarsi e iniziare a darsi da fare, con una forza di volontà che sentiva vacillante.
Fu in quel momento che sentì risuonare i passi familiari di Castle che si avvicinavano alla porta lasciata socchiusa, prima di fermarsi ad aprirla aiutandosi con un colpo di gomito, dal momento che aveva entrambe le mani impegnate.
"Sono venuto a salvarti e farti fare una pausa", annunciò con affettuosa gentilezza che la fece sentire un po' in colpa. Non gli disse che non aveva fatto nessun progresso. Nel suo appartamento sembrava essere appena esplosa una bomba.
Lui dal canto suo non fece nessun commento sul fatto che fosse praticamente evasa da casa come una ladra per sfuggire alla sua sorveglianza. Lo trovò molto cortese da parte sua e questo la fece sentire peggio.
Si lasciò baciare su una tempia, accettando con un sorriso riconoscente il contenitore di caffè bollente, il cui forte aroma le solleticò le narici. Era decisamente più allettante di quello che si era preparata con i mezzi di fortuna di cui era stata provvista.

"Posso aiutarti? Come ti sei organizzata?", esordì dandosi un'occhiata in giro, pieno di vitalità, cosa che la fece sentire ancora più miserabile. Non aveva il coraggio di confessargli che si era limitata a rimanere seduta in mezzo ai suoi averi fissandoli torva. E nient'altro.
"Ti ringrazio, Castle, ma posso farcela da sola. Ho praticamente finito", rispose con la miglior faccia di bronzo che riuscì a imbastire.
"Non mi sembra", commentò Castle, osservando meditabondo il disordine in cui la stanza era immersa.
"Sono cose che vanno per le lunghe, lo sai anche tu". Lo sapeva? Non ne aveva idea, ma meglio lanciare qualche esca intrisa di buon senso, sperando che abboccasse.
Non le fece. Si tolse la giacca, si risvoltò le maniche e in un attimo se lo trovò a ficcare il naso tra i suoi oggetti personali in preda a uno zelo operativo che batteva di gran lunga il suo.

Si diede da fare, per dimostrargli che non era così passiva come poteva sembrare – lo era stata, invece, e avrebbe voluto continuare a esserlo – e si mosse operosa accanto a lui, in silenzio, ripromettendosi di essere grata per l'aiuto che le aveva offerto e non irritata a morte per l'invasione della sua privacy. Dormendo con lui la maggior parte delle notti il concetto di privacy doveva essere necessariamente rivisto. Nondimeno si sentiva come se lui stesse armeggiando senza nessuna cautela in una parte di sé a cui non era pronta a dire addio così allegramente come lui si aspettava.
Non disse niente, tenendo ostinatamente fede al suo principio di non belligeranza.

Castle però ce la stava mettendo tutta per farsi cacciare di casa, visto che, senza nessun sentore di essere in pericolo di morte, stava indirizzando la sua curiosità a ogni singolo oggetto nel quale si imbatteva, sentendo l'impellente necessità di consigliarle la destinazione da dargli.
Se credeva di essere divertente con le frasi spiritose che emetteva a ritmo continuo, sarebbe stato felice di sapere che non lo era affatto, pensò furente all'ennesima battuta su un oggetto che non avrebbe mai dovuto comprare, o che non sarebbe stato necessario portare al loft, già provvisto di ogni comfort ed equipaggiamento molto più alla moda dei suoi miseri beni.
Quando realizzò con orrore che aveva ogni intenzione di dargli un colpo in testa con una pentola che si tramandava nella sua famiglia da generazioni e che lui insisteva per collocare nel gruppo degli oggetti da buttare, decise che era il momento di agire senza ulteriori indugi.
"Non hai da fare con Alex, oggi?", domandò con voce flautata accompagnata da una delle sue occhiate significative, che però lui non colse.
"Devo portarlo in piscina più tardi", le gridò dal bagno dove era andato a fare chissà cosa. Kate non represse una smorfia. Tanto non poteva vederla.
"Ti ho già detto che sono felice che tu ti trasferisca al loft?".
Solo un miliardo di volte, pensò ironica, nascondendo il volto e fingendosi molto indaffarata.
"Non mi è mai piaciuto il tuo appartamento", enunciò subito dopo senza nessun tatto emergendo dall'altra stanza, rischiando nel frattempo di far cadere qualche oggetto, che lei si affrettò a mettere in salvo. "Dal bagno si sente il tuo vicino di casa russare. Per fortuna non devi più sopportare un supplizio del genere. Al loft c'è tutto il silenzio che vuoi".
Già. Purché lui chiudesse quella bocca, di tanto in tanto.
Fu ferita dal suo commento e dalla generale manifestazione di indelicatezza e si arrabbiò con se stessa per essere così vulnerabile. Era solo un appartamento in cui, in pratica, non vivevano già più. E Castle era solo animato da ottime intenzioni, si disse senza convincersi.
"Perché non hai chiamato dei traslocatori che facessero il lavoro al posto tuo? Potevi startene a casa a rilassarti mentre loro si occupavano di inscatolare tutti gli oggetti".
Sì, lo sapeva, grazie tante. Un altro grande sfoggio di delicatezza. Standing ovation.
Non era più una situazione sostenibile. Se voleva ottenere qualche risultato, lui doveva andarsene, lasciarla sola, smettere di impicciarsi in qualcosa che non lo riguardava e che non considerava importante.
"Credo tu debba portare Alex in piscina", dichiarò in tono fermo, strappandogli di mano l'ultimo reperto che aveva ogni intenzione di sbeffeggiare.
"È ancora presto...", rispose senza cogliere, di nuovo, i suoi istinti omicidi, guardando interdetto l'orologio che aveva al polso.
"Non lo è. È ora", ribadì sospingendolo verso l'ingresso.
Finalmente la luce della verità scese sui suoi neuroni poco reattivi. Forse aiutava vederla trafficare con un coltello in mano o forse fu il bagliore che lesse nei suoi occhi e che non prometteva niente di buono.
Gli tolse la sciarpa variopinta risalente ai suoi anni scolastici da collo e gli strappò uno dei suo cappelli preferiti che si era calcato in testa, prima di chiudergli la porta alle spalle.

Più tardi, quando la situazione non era migliorata di molto e il livello di frustrazione si era notevolmente alzato, raggiungendo vette impreviste, si sentì un bussare discreto provenire dalla porta, che era stata opportunamente chiusa a chiave per evitare spiacevoli sorprese.
Quando aprì, già pronta all'alterco che ne sarebbe seguito, le apparve invece la figura di Lanie, in piedi davanti a lei con un'inconfondibile espressione sul viso e una bottiglia di vino in mano.
"Che cosa ci fai qui?", le chiese stupefatta prima di ricordarsi le buone maniere e invitarla a entrare nella casa disastrata. Non le sembrava di averle illustrato nel dettaglio i suoi programmi per quel week end. Anzi. Se ne era ben guardata.
"Castle mi ha telefonato", la informò asciutta marciando verso il centro del salotto, senza lesinare in critiche costruttive sulle condizioni in cui versava il suo appartamento, un tempo molto più gradevole a vedersi.
"Davvero? Ti ha chiamato per mandarti qui?".
Tra le tante cose singolari che poteva aspettarsi che Castle mettesse in piedi per rendere memorabile quella giornata, non aveva previsto certo una mossa del genere.
"Sì. Ha farfugliato qualcosa sul fatto che se ne stava da mezz'ora con Alex in braccio davanti alla piscina in attesa che aprisse, perché tu l'avevi cacciato".
L'immagine di Castle e Alex che girovagavano orfani in mezzo all'enorme parcheggio della piscina le fece provare un impeto di tenerezza. E nostalgia. Il tutto condito da un bel po' di senso di colpa, che non mancava mai. D'improvviso desiderò con tutta se stessa di abbandonare tutto e di andare da loro a sbirciarli da dietro il vetro appannato della piscina dalla temperatura tropicale dove Castle aveva iniziato a portare Alex tenendo fede alla sua promessa di insegnargli a nuotare prima che andassero negli Hamptons, in estate.
Tornavano a casa distrutti – più Castle che Alex -, ma orgogliosi e soddisfatti.
Lanie non le diede il tempo di indulgere in tali sentimentalismi.
"Che cosa ha fatto?", volle sapere, preparandosi mentalmente al peggio.
"Lui...". Non sapeva come iniziare.
"È Castle, lo so. A parte questo?".
Kate si sedette su uno scatolone ricolmo di libri fino a scoppiare, prendendosi la testa tra le mani. Adesso si sentiva un po' una traditrice a lamentarsi di Castle, dopo che lui le aveva mandato rinforzi, ma sapeva di non poter mentire all'amica.
Lanie versò del vino in un paio di tazze spaiate che trovò in giro e si sedette accanto a lei, passandogliene una.
"Non gli importa nulla di questa casa", concesse a fatica, deglutendo impacciata. Era più ferita di quanto avesse voluto ammettere, perfino a se stessa.
"Non vi state trasferendo qui. Non deve piacergli", puntualizzò l'altra con una certa logica.
"Lo so. So che casa nostra è il loft. Ma... questa è casamia. E di Alex. E lui è del tutto insensibile ai miei sentimenti".
"Perché non mi stupisco?", rimarcò Lanie senza nessuna pietà, facendole venire un po' da ridere, nonostante la malinconia strisciante che le impediva di respirare a pieni polmoni.
"È come se non vedesse l'ora che ce la lasciassimo alle spalle".
"Forse perché è così che si sente", spiegò senza aggiungere altro alla sua frase oscura.
"Che cosa vuoi dire?".
"Che qui vi siete innamorati. Avete iniziato la vostra storia. Però tu sei andata avanti senza di lui. È qui che hai scoperto di essere incinta. È qui che hai portato Alex quando siete usciti dall'ospedale. Ha perfino mosso i suoi primi passi in questa stanza. Sono tutte cose che, se lui non fosse scomparso, sarebbero successe al loft. Questa casa è il simbolo di tutto quello che si è perso. Anche io vorrei farla scomparire, per cominciare da capo in un posto condiviso".
Kate bevve un sorso di vino, che aveva un sapore orribile nella ceramica.
"O almeno credo. Non ho idea di come ci si debba sentire a tornare a casa dopo due anni e trovarsi con un bambino nato e cresciuto senza di lui. E senza sapere che cosa diavolo gli è successo".
Le parole, molto crude e oneste, fecero breccia nel suo cuore, riaprendo la vecchia ferita che non si era mai rimarginata.
Si sentì egoista e insensibile, proprio lei che aveva accusato Castle dello stesso crimine. Perché era stata così cieca di fronte alle sue difficoltà? Perché non aveva letto nella sua forzata allegria un'espressione di dolore trattenuto, invece di irritarsi fino a farsi venire le labbra blu?
Stare in quella casa doveva essere un'esperienza spiacevole per lui, che si sommava inoltre alla distanza che lei gli aveva imposto per mesi, ai minuscoli passi concessi per entrare nella vita di Alex, e al suo dramma, che sopportava stoicamente senza mai parlarne. Sembrava essersi messo tutto alle spalle, per abbracciare il luminoso futuro che si stendeva davanti a loro, ma era normale che ci fossero degli strascichi, nascosti in qualche angolo in penombra. Solo che lei non li vedeva mai.
A quel punto, se lasciata a se stessa e ai suoi impulsi, non solo si sarebbe precipitata in piscina, ma l'avrebbe tirato fuori a forza dall'acqua tutto sgocciolante e avrebbe lasciato Alex nelle capaci mani del loro istruttore. E se lo sarebbe portata via.
Ma non poteva farlo. Doveva salvare il decoro e intrattenere Lanie, che doveva aver capito al volo dove si stesse dirigendo la sua mente.
"Vuoi che ti dia una mano?", le propose l'amica. La vide organizzare mentalmente quello che c'era ancora da fare. Tutto. Era stata un disastro fino a quel momento.
"Penso che dovrei arrendermi e lasciare che se ne occupi un traslocatore. Io... non so da che parte cominciare", ammise vergognandosi un po'.
"Lascia fare a me. Tu rimani seduta e decidi se vuoi tenere o buttare. Poi penseremo a inscatolare".
L'esperienza si rivelò molto più proficua e divertente del previsto, o di come le fosse apparsa mentre se ne stava a piangersi addosso seduta su una cassetta di arance, con il morale a terra.
Risero molto, ricordarono vecchi aneddoti, annaffiati dal vino che, dopo qualche sorso, non le sembrò più tanto male.
Scoprì di aver avuto bisogno di un'amica, dopotutto, anche se le sarebbe piaciuto condividere quell'esperienza con Castle. Temeva però che lui non sarebbe stato altrettanto professionale e metodico. Lanie sembrava nata per organizzare case altrui, riportando l'ordine nel caos.
Capì che non avrebbe mai potuto chiedere a Castle di aiutarla in quel compito quando si imbatterono nella scatola di Alex, quella in cui aveva riposto tutti i vestitini dei primi mesi.
Ne prese uno e lo dispiegò sulle ginocchia con stupore. "Non può essere stato così piccolo".
Lanie venne a dare un'occhiata. "Oh, sì. Era minuscolo e raggrinzito, la prima volta che l'ho visto. Non certo uno splendore".
Kate preferì non ricordare il momento esatto in cui l'amica aveva avuto l'anteprima del volto di Alex. Si consolò pensando per l'ennesima volta che fosse un medico. Non che, in quelle particolari circostanze, le sarebbe importato di essere attorniata perfino da un gruppo di estranei, ma adesso che era rivestita e non in preda ai dolori e sotto shock, non era del tutto sicura di come si sentisse all'idea che Lanie fosse stata presente al parto.
"Non è mai stato brutto", protestò punta nel vivo. Era solo nato tutto schiacciato. E molto rosso. Ok, non era stato un bel neonato. Per fortuna almeno non era sembrato subito identico a Castle, altrimenti non si sarebbe mai alzata da quel letto, vinta dalla disperazione.
"Questa è la sua prima tutina, vero?". Lanie aveva cambiato tono, addolcendosi. Se non avessero smesso subito si sarebbero trasformate in una madre e una zia molto emotive.
"Sì, gliel'ho messa quando l'ho portato a casa".
Era azzurra. Una scelta piuttosto scontata. L'avevano presa insieme, quando avevano fatto incetta di vestiti, cuffiette e un centinaio di tutine. Anche delle scarpe così piccole che non avevano potuto lasciare sullo scaffale del negozio, in mezzo a gridolini estasiati. Non le aveva mai indossate.
La tutina azzurra era finita in mezzo al mucchio, perché doveva servire come ricambio. Non aveva niente di speciale. Era liscia e anonima.
Lanie gliel'aveva sottratta dalle buste, certa che non se ne sarebbe mai accorta. Gliel'aveva poi fatta recapitare in ufficio, pregandola espressamente di non aprire la scatola davanti a tutti.
L'aveva fatto, invece. Aveva sbirciato il contenuto, troppo curiosa per trattenersi. Lanie aveva fatto ricamare (non voleva pensare che l'avesse fatto lei stessa, a meno che non eccellesse anche con ago e filo) un frase che l'aveva fatta rifugiare in bagno – cosa non immediata viste le dimensioni – a singhiozzare così forte che erano corsi ad accertarsi che non stesse partorendo lì al distretto. Era perfetta. Il giusto augurio per la sua nascita particolare. Ma il dolore che aveva provato leggendola le rimestava le carni anche in quel momento.
L'avrebbe portata a casa e mostrata a Castle. Se fosse riuscita a non piangergli sulla spalla per tutta la serata. Il rischio era reale.
Passarono molte altre ore a parlare di Alex, dei suoi progressi e di tanti altri dettagli che scoprì di essersi dimenticata. Alla fine brindarono un'ultima volta, prima di chiudersi la casa alle spalle, dopo averla silenziosamente salutata e ringraziata.