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Fiore d'acciaio
André entrò per primo…
La sala si trovava al piano terra della residenza di Monsieur De Rougeror.
Il fuoco era stato ravvivato, il calore si animava nelle pareti, mentre un filo di fumo più nero degli altri aveva imposto al vecchio ambasciatore di addomesticare con più cura i pezzetti di legno gettati alla rinfusa, in onore della nuova arrivata che meritava di scaldarsi.
André riconobbe Voltaire e Alain…
Si avvide che mancavano Romanov e Lasalle mentre Joaquin Desillian se ne stava incerto in un angolo, fisso sul viso cupo e stranamente preoccupato di tutti i presenti.
Nessuno parlava.
Diane era in mezzo alla stanza, a mala pena coperta da un mantello di lana, le braccia abbandonate lungo i fianchi e lo sguardo disperso.
Pareva così distante dal luogo in cui si trovava e soprattutto quasi incapace di riconoscere le persone che si erano fatte attorno a lei.
La guardò.
Allora forse Alain non aveva mentito nell'abbozzare un incerto consenso alla salvezza delle due giovani.
Oscar s'era decisa a lasciare quell'inferno grazie a questo…
Ma Mimose non c'era…
"Diavolo…" – esclamò Voltaire con un'espressione colorita, calcata nel tono quasi entusiasta per quel ritorno.
Pareva sorpreso Voltaire e questo indusse André a dubitare che Diane ci fosse arrivata lì con gli altri.
La porta si aprì di nuovo e anche Oscar entrò.
Aveva atteso qualche istante prima di scendere, imponendo a sé stessa di rallentare il respiro e di acquietare quella specie di languida e pungente tortura che batteva nelle viscere e che vibrava allargandosi e pulsando nelle dita, nella gola, nelle labbra.
Era accaduto alla fine…
Anche se, alla fine, non era accaduto proprio nulla.
E nella testa il pensiero di quell'incedere senza sosta di sè stessa sul corpo di lui, di André, e quel chiedere di lui per averlo e per sentirlo dentro di sé, quasi un impulso dannato e sublime, perché nulla intorno a loro avrebbe deposto per un incontro di amore, se non invece per un amplesso furioso e senza scampo.
Aveva stretto i pugni e si era fiondata di sotto, ricordandosi solo dopo essere entrata di aggiustarsi meglio la camicia, il colletto più che altro, e tutti in quella stanza non avevano potuto non osservare quel tenue colorito rosato che si animava sulle guance e che nulla avrebbe potuto nascondere allo sguardo altrui.
"Diane…".
Fu lei a chiamarla per prima e ad avvicinarsi.
Alain non si muoveva.
"Che succede?" – chiese Oscar mettendosi davanti a lei.
"Perdonate comandante…Diane ha chiesto di voi. Io le ho parlato ho anche cercato di abbracciarla ma lei…lei non ha detto una parola, non si è mossa, se non che voleva vedere voi" – sibilò Alain.
Il tono asettico e dolente…
Oscar posò lo sguardo sugli occhi castani e spenti di Diane.
Essi si sollevarono d'istinto non appena riconobbero quelli di lei.
Diane indietreggiò un poco e sollevò all'istante la mano destra ed il riverbero lucente di un pugnale brillò colpito dalla luce delle fiamme del camino.
"No!" - gridò André parandosi davanti ad Oscar e trascinandola indietro.
"Muori!" – gridò la giovane mentre piantava addosso ad Oscar uno sguardo furioso e stravolto.
Alain si precipitò su di lei chiamandola ed afferrando in un soffio il polso piccolo e fragile di Diane.
Non dovette imprimere molta forza per deviare la traiettoria impressa al pugnale. Strinse le dita fino al punto che un gemito di dolore si animò e Diane quasi si piegò su sé stessa, contorcendosi lasciando la presa dell'arma che cadde a terra.
André si mise davanti ad Oscar facendola indietreggiare nonostante quello di Diane fosse un gesto senza senso, impossibile da portare a termine.
"Che cosa volevi fare? Diane?" – chiese Alain furioso.
Afferrò la sorella per le braccia scuotendola e tentando di attirare la sua attenzione, ma l'altra sembrava in preda ad un crescente delirio di febbre e pensieri dannati.
"Lasciami! Io devo ucciderla!" – gridò Diane aggrappandosi alle braccia del fratello – "Devo ucciderla!".
"Perché? Diane…perché dovresti fare una cosa simile?".
Alain cercò di trattenere Diane anche se faticava a contenere la smania dell'altra…
Un'agitazione folle…
Diane di dimenava, urlava, imprecava, pronunciando frasi senza senso e ordini assurdi…
Sembrava non riconoscere nessuno in quella stanza.
Solo Oscar…
Solo l'immagine di lei era chiara nella mente.
Oscar si fece di nuovo verso di lei.
Alain trascinò già a terra la sorella, trattenendola in ginocchio, per le braccia.
Il coltello era lontano e la giovane non avrebbe avuto forza per liberarsi.
"Che ti succede Diane? Non ricordi più quello che ti ha fatto quella gente? Adesso sei al sicuro…nessuno vuole farti del male. Tuo fratello e gli altri sono riusciti a portarti fuori di là…".
Le parole uscirono convinte e severe.
Diane si fermò allora faticando a respirare.
"Nessuno mi ha liberato!" – esclamò sprezzante.
Oscar era accovacciata davanti a lei.
Le ginocchia cedettero e lei si ritrovò a terra, mentre il respiro faticava ad uscire e lo scenario che a poco a poco si manifestava la colpì frantumando le sue labili speranze.
"Che cosa vuoi dire?" – chiese con un filo di voce.
Alain s'intromise in quello strano racconto.
"Diane è tornata da sola…l'abbiamo trovata davanti alla porta della casa di De Rougeror…".
Diane è tornata da sola…
L'abbiamo trovata davanti alla porta della casa di De Rougeror…
Da sola…
Oscar non c'impiegò molto a comprendere.
La sua domanda fu lapidaria.
"Dov'è Mimose?" – chiese quasi balbettando mentre sentiva che il respiro davvero stava cedendo e la testa aveva preso a girare e tutto stava perdendo consistenza, resistenza…
"Non è con me!" – rispose Diane con rabbia – "Dorian ha fatto uscire solo me da quella casa. Non vuole più vedermi ha detto…perché voi avete ucciso suo padre!".
"Quell'uomo era un demonio!" – intervenne Alain stringendo le braccia di Diane.
Lei gridò di nuovo e quasi riuscì a sgusciargli via dalle mani se lui non le avesse strette ancora di più, ancora più forte, con disperazione e rabbia e sconcerto di fronte ad una persona che non era più Diane, la sua Diane, e lui non si capacitava che qualcuno fosse riuscito a condurre sua sorella verso una strada così oscura e distaccata dall'armonia che regnava nel suo sguardo, nella povertà di Parigi.
"Diane…".
André si chinò su di lei.
Oscar si era rialzata…
Osservava di fronte a sé il nulla mentre si faceva strada il dubbio che in realtà nessuno avesse trovato le due giovani.
Nessuno le aveva liberate…
Oscar si fece avanti, di nuovo.
Si accostò ad André, anche se quasi non lo vedeva più perché adesso aveva capito.
Afferrò il mantello di Diane e l'attirò a sé.
"Dov'è Mimose?" – chiese quasi tremando.
L'altra sollevò lo sguardo.
"Adesso lo chiedete a me?" – rispose cinica – "Voi dovreste saperlo che fine ha fatto Mimose…voi l'avete condannata…".
"Dio…no…".
Oscar barcollò indietreggiando…
André tentò di afferrarla ma lei lo scansò con rabbia, fino ad indietreggiare ancora e poi cadere a terra.
Indietreggiò strisciando quasi sul pavimento…
Il tempo di un respiro ed iniziò a tremare…
"Oscar…".
André l'afferrò per un braccio per trattenerla e per evitare che la sua anima e la sua coscienza scivolassero di nuovo giù, all'inferno.
De Rougeror si fece avanti…
"Proverò a tornare in quel palazzo…" – balbettò incerto – "Cercherò di trovarla…".
Il vecchio ambasciatore non aveva avuto il tempo di rivelare i nuovi propositi della zarina su quella vicenda…
Che fosse per una volontà inespressa della sovrana di colpire gli abitanti di Palais Meinsinkov oppure per chissà quale altra ragione…
Il trambusto alla porta della stanza attirò l'attenzione di tutti…
Lo sguardo si volse e…
Romanov e Lasalle, senza nemmeno bussare, si scaraventarono dentro la stanza, entrando come due furie.
"Palais Meinsinkov sta bruciando!" – gridò Lasalle con lo sguardo stravolto.
"Cosa?".
De Rougeror indietreggiò, impietrito da quella visione.
Oscar si rialzò.
"Sta bruciando? Mimose…".
André si sollevò assieme a lei e si parò davanti a lei.
Voleva avere il suo sguardo, non voleva che lei se ne andasse…
Anche lei rimase su di lui, lucidamente atterrita…
L'afferrò per la camicia.
Per un lungo interminabile istante si parlarono senza profferire parola.
Alain non riuscì a credere ai propri occhi e neppure Voltaire e gli altri s'immaginavano avrebbero mai assistito ad una simile scena.
Se n'erano accorti anche loro di quel silenzioso e distaccato rispetto che univa André al loro comandante.
Sulle prime avevano pensato fosse il generico attaccamento di un servo ai padroni che aveva servito per anni e verso i quali era la devozione - e non l'amore – a mescolarsi al sangue che, come l'aria, serve a respirare.
Senza di essa il servo non è più tale, non ha più ragione di esistere perché non concepisce di esistere come uomo libero…
E Voltaire e Romanov e Alain avevano sempre detestato la devozione di André verso quella donna…
Ma poi l'avevano capito che quella non poteva essere solo devozione…
Per un lungo interminabile istante il silenzio scese sulla bocca ancora morbidamente memore di quella dell'altro…
Nessun suono, nessuna spiegazione, nessuna contestazione…
Come un tempo, l'amore scivolava di nuovo tra loro, mostrando il suo lato oscuro, quello che vuole soltanto l'altro e non accetta compromessi…
Un amore mescolato al sangue e che, come l'aria, serve per respirare…
"Oscar…".
"Tu mi hai mentito André!".
Il respiro scivolò quasi perdendosi…
"Io credevo che voi aveste trovato Diane e Mimose e che le aveste portate in salvo!".
"Oscar io non ne ero sicuro…" – ribattè André che non voleva perdere e non voleva perdere lei ma sapeva di essersi spinto troppo oltre e che quella mezza verità, avviluppata nel suo maledetto egoismo di volerva viva e di volerla per sé, adesso si stava sciogliendo come neve al sole, mostrandole un volto di sé che Oscar non riconosceva e che mai lui avrebbe voluto mostrarle.
"Tu…" – gridò Oscar verso André e poi voltandosi verso Alain – "E tu! Voi mi avete mentito!".
"Comandante…".
Anche Alain comprese di aver ceduto ad un desiderio impossibile da confessare, persino da immaginare. Aveva sentito di dover ricambiare quella sorta d'insano sacrificio a cui il suo comandante si era sottoposta, e anche lui alla fine l'aveva voluta fuori di là, a qualunque costo.
Per un istante s'immaginò ciò che doveva aver provato André, lui che l'amava quella donna, in maniera assoluta e senza scampo.
Comprese che André non aveva avuto scelta…
"Oscar…" – André sentì salire la rabbia dentro di sé.
Non poteva accettare che Oscar pensasse che lui aveva mentito, eppure lo aveva fatto.
Non poteva accettare che Oscar pensasse ad una bieca manovra per salvarla, eppure lo aveva fatto.
"Non m'importa!" – continuò André severo e le parole percorsero il respiro come lame profonde a tagliare la carne e la speranza – "Non sapevo se Diane e Mimose fossero salve ma non potevo permettere che tu restassi là dentro…lo sai questo Oscar…non potevo…".
"Maledizione!" – imprecò Oscar, di nuovo.
Maledizione a questo amore che distorce l'anima…
Maledizione perché se questo amore permette di divorare la tua anima in questo modo allora io non posso accettarlo…
Non voglio essere la giustificazione al tuo comportamento…
Non voglio essere io…
Questo amore non lo accetto…
Non può esistere per causa mia.
Non puoi essere così André solo per causa mia!
Oscar sentì gli occhi riempirsi di lacrime che bruciavano adesso, come fuoco sulla pelle.
Certo che era lei la causa di tutto.
André l'amava, glielo aveva detto e ripetuto e fatto comprendere in mille modi, e lei adesso lo sapeva che era per quell'amore che lui si era spinto così oltre e che le aveva mentito o più semplicemente le aveva fatto credere una realtà labile ed oscura, distorta forse dal proprio stesso desiderio di voler uscire da quella cella, con lui e poi di averlo per sé, a qualunque costo.
Il proprio egoismo si mescolava a quello di lui e tutt'e due divenivano indistinguibili…
Dio…l'amore è così dunque?
Così dannato e scuro e…
La mano si sollevò repentina ed il ceffone volò veloce sul viso di André.
"Non dovevi farlo!" – gridò Oscar mentre la voce iniziava a tremare e le lacrime riempivano la gola e adesso tutto il corpo pareva incapace di reggere il peso di quel gesto.
Anche quello era amore…
Amore che vuole la salvezza della persona amata e così diviene amore che distrugge, che non si placa se non avendo l'oggetto che desidera, amore che acceca e rende sordi e rende vuoti alla compassione…
Lo vide, davanti a sé, quell'amore dannato, scorrere negli occhi di André, nelle sue mani che l'avevano sfiorata e che alla fine si erano fatte strada per arrivare a lei.
Era stata lei a permettere che lui arrivasse fino a lei…
Oscar indietreggiò di alcuni passi.
La mano bruciava.
André rimase immobile.
Non disse una mezza parola. Non ne aveva perché non voleva giustificarsi.
Non avrebbe avuto senso e sarebbero state parole sprecate tentare di convincerla che l'amore poteva anche essere così, nero, cupo, sordo, cieco, assoluto, bieco, folle, infernale…
Era già accaduto…
Lo sapeva che giustificarsi non sarebbe servito a nulla…
Oscar indietreggiò ancora…
Alain aveva lasciato Diane.
"Vi prego monsieur prendetevi cura di mia sorella…" – disse a De Rougeror.
Poi si alzò e si avviò verso la porta.
Oscar non aveva tolto lo sguardo da quello di André.
"Devo tornare a Palais Meinsinkov…" – decise alla fine con un filo di voce.
"Veniamo con voi" – rispose Lasalle.
Voltaire e Romanov si sollevarono.
Joaquin Desillian si unì al gruppo.
Anchè André alla fine uscì dalla casa…
Albeggiava…
Un nuovo giorno.
Freddo e lucente.
Oscar camminava veloce per non rischiare di cadere sul manto di ghiaccio sporco ed insidioso che stringeva gli angoli ancora scuri della città.
Dall'alto si poteva osservare una linea di fumo scura, diritta, che si sollevava danzando verso l'alto, eterea, quasi dispersa dal debole vento che spirava dal mare.
Nella testa le ultime parole che aveva scambiato con Mimose…
Non ti lascio. Io sono qui e vedrai…usciremo da qui e torneremo a Parigi, insieme.
Ti farò vedere la reggia dove abita da regina di Francia…
Nelle braccia le mani della bambina strette a sé, chiuse sulla stoffa della camicia.
Aveva quasi dovuto aprirle a forza perché lei si decidesse a lasciare quella cella.
"Dovevo restare con te…Dio…".
Il freddo tornò a farsi strada nelle ossa nonostante l'aria asciutta e tiepida che si animava dalla strada che dava sulla piccola piazza antistante il palazzo e nonostante il crescendo di grida e suoni disarticolati e secchi che s'insinuavano nelle vie ampie e spoglie che conducevano a lambire la Neva.
Gli occhi si riempirono di ombre sempre più dense e scure che nascondevano i tetti delle case che poi riapparivano come fantasmi di un mondo perduto, mentre l'anima scivolava davvero all'inferno portandosi dietro i muscoli ed il cuore e le parole morte sulle labbra.
Oscar iniziò a correre intravedendo da lontano la sagoma infernale di Palais Meinsinkov.
L'edificio, almeno dalla facciata, pareva in realtà intatto, ma osservandolo meglio si potevano intravedere le piccole colonne di fumo che salivano avvolgendosi tra loro e danzando verso l'alto, per dissolversi nel cielo azzurro e terso.
Lo sguardo si perse nella confusione assoluta di persone che trasportavano barili d'acqua dal fiume e persone che portavano fuori quadri, argenteria, persino piccoli mobili, dall'interno del palazzo, nel tentativo di salvare qualche residua vestigia della preziosa dinastia dannata dei Tichinov.
Oscar corse dentro come una furia seguita da Alain e da André.
Si fece largo tra le persone che tentavano di uscire mentre il viso venne investito da una vampata di calore misto al fumo ed alla cenere che fluttuava nell'aria lambendo il respiro ed impedendo di vedere oltre.
Iniziò a chiamare, gridando il nome della piccola Mimose, e così fecero anche gli altri, sparpagliandosi fin dove potevano, fin dove lo permetteva il calore che impediva di proseguire e di vincere il timore di ritrovarsi accerchiati dalle fiamme o di vedersi crollare addosso un soffitto o una scala.
Il piano superiore non poteva essere raggiunto mentre le scale erano occupate da una lunga fila di persone, tra cui Oscar riconobbe anche alcuni servitori, che facevano la spola per passarsi i secchi d'acqua e si muovevano quasi come un enorme animale ferito che si dimena e si adatta al dolore e stenta a vincere l'avversario e poi deve ritirarsi e infine deve abbandonare il campo perché consapevole di non poterne avere il sopravvento.
Grida più intense avvertirono che il soffitto stava crollando.
Oscar non indietreggiò ma corse ancora in avanti lambendo le assi che gemevano piegandosi vinte dalle fiamme.
"Comandante!" – Voltaire e Romanov la chiamarono e poi si gettarono anche loro dietro di lei.
André girò attorno alla scala principale. Ormai il palazzo lo conosceva e riuscì ad uscire da una porta sul retro.
Alain lo seguiva e anche Lasalle e Desillian…
"Dove vuole andare?" – gli gridò Alain.
"Oscar sta andando al giardino d'inverno!" – gli rispose André – "Non sembra che le fiamme siano arrivate fin laggiù e comunque ci sono delle pozze d'acqua gelata e anche quella porta da dove siete riusciti ad entrare voi. Se ci troveremo in pericolo potremo uscire da là…".
Il percorso fu breve e l'aria più fredda e le grida ovattate e distanti diedero a tutti la certezza di essere arrivati proprio in prossimità del giardino, chiuso all'interno di un'enorme costruzione in vetri nitidi, seppure appannati dal tiepido vapore emanato delle piante addormentate coltivate dentro.
Come ti chiami?
Mòse, monsieur…
E' un nome molto particolare…importante direi…
Monsieur…non fatemi male…
Madame Glacé verrà domani e se tu vorrai essere qui…non ti accadrà nulla…nanny sarà felice di prendersi cura di te…
Umm…quando ha letto il biglietto…dalla faccia non l'avrei detto!
E va bene. Ma voglio fare tutto da solo. Non voglio che nessuno stia con me…
Mademoiselle…non torna? Dov'è andata? Perché non torna?
Credo che stia bene…la tua mademoiselle…
Ma tornerà vero?
Mademoiselle…
Dimmi Mimose?
Voi volete tornare a Parigi vero?
Sì…sì vorrei tornarci
Vorrei tornarci anch'io…
Davvero? Vorresti venire con me?
Sì…questo posto non mi piace più. Io voglio restare con voi. Per sempre…
Va bene. Allora ti porterò con me e verrai a stare nella mia casa…
Ci abita anche Madame Glace?
Sì…
Mi piace madame…anche se mi faceva paura quando voleva lavarmi.
Lei lo ha fatto perché glie'avevo chiesto io. Ma non ti avrebbe mai fatto del male.
Oh…questo l'ho capito. Ma se avesse saputo che non ero un maschio e l'avesse detto in giro…io…io avevo paura che…
E' tutto a posto Mimose…
E poi laggiù c'è il vostro amico…
Il mio amico? Chi?
André…è vostro amico vero?
Si…è vero…lui è mio amico…
Ohhh…siiii…io dico che vi vuole bene!
Tu dici?
E tanto direi! Ogni volta che gli chiedevo dove eravate lui lo sapeva e mi diceva che sareste tornata presto. Sembrava sapere sempre tutto di voi…non ho mai conosciuto una persona che sapesse tutte queste cose di me…ma lui vi seguiva sempre quando poteva…
Mi…mi seguiva?
Beh…si…certo quando eravate fuori da sola…lui se ne stava sul gradino più alto della scala, quella che portava alla mansarda e poi vi cercava con gli occhi quando tornavate e quando eravate finalmente nella vostra stanza sembrava più sereno…come se potesse respirare di nuovo. Mi piace sapete il vostro amico. E a voi? A voi piace?
Il suono della voce di Mimose…
Lo sguardo attento ed ansioso di divorare un mondo che non le apparteneva…
L'istinto di voler far parte di quel mondo anche solo a parole, anche solo lucidando stivali infangati o appoggiando una carmagnola fredda accanto al camino perché si scaldasse e con essa anche la pelle potesse godere di un abbraccio mai dato…
I muscoli sottili ed asciutti, scarni ma veloci, e pronti a combattere contro un sopruso, contro la sopraffazione a cui non si potesse cedere, perché almeno l'istinto di non cedere sé stessi a chiunque, quello, almeno quello, dentro alla testa si manteneva saldo…
L'incedere leggero, quasi vitreo e rosato, nella polvere delle strade, nei vestiti sporchi e vissuti, tappezzati di macchie e strattoni da cui sgusciare via, mentre il cuore batte all'impazzata…
Le dita lunghe e magre, le unghie sporche, le labbra rosse e piene e le lentiggini, poche, a tingere leggere il viso bianco, solcato forse da un graffio di fango sudicio e scuro…
L'odore consistente e pieno di un corpo acerbo che non doveva ancora averne e che pure ne soffriva perché non poteva trovare sollievo che nell'acqua fredda delle fontane…
L'abbandono di un corpo che aveva tenacemente chiesto di vivere e di avere un posto, uno qualsiasi, nella caotica città di Parigi, nutrendosi di gesti bestiali e disumani, cedendo alla violenza che l'aveva macchiato per sempre, ma non così l'anima pulita e limpida…
Ora quell'anima non c'era più, sollevata dalla sofferenza, strappata al corpo piccolo e quasi dissolto che ondeggiava scuro, contro il tronco nero di una grossa quercia spoglia, possente antro infernale che aveva accolto tra i suoi rami la vita della piccola Mimose.
Oscar sollevò lo sguardo.
Sulle prime non comprese, o non volle farlo.
Perché aveva visto troppa sofferenza e non pensava che il suo cuore sarebbe stato in grado di accoglierne altra.
La visione della fine portava con sé la luce azzurrata dell'alba che filtrava maligna e beffarda dentro la grande serra ricamando leggere ali giallognole sopra la figura scura e lieve della bambina.
Oscar si ritrasse, il corpo colpito a morte, senza aver ricevuto nessun colpo, se non quello inferto dall'immagine lieve e poco lontana.
Le dita si aprirono e lei sentì il sangue deviare il suo corso, rallentare e fermarsi, mentre non respirava più e gli occhi seguivano quel punto lontano.
"Dio…" – ebbe solo la forza di mormorare Romanov alle sue spalle.
Tutti si fermarono di fronte a quella visione mentre il fumo scuro alitava sulle finestre chiare e malvagie nella loro distorta limpidezza.
Oscar comprese che quello che ondeggiava piano, impercettibilmente, era il il corpo della piccola Mimose, inerme…
Una bambola svuotata dell'anima e dell'incerto alito di vita.
Oscar sentì scorrere la morte nelle vene, nella gola, la vide dentro di sé e la morte le lambì il viso…
Il cuore si perse in un battito disarticolato e distante…
Le gambe cedettero e lei si ritrovò in ginocchio, le dita a graffiare la terra secca e polverosa…
L'aria che faticava ad entrare mentre il cuore batteva, doveva farlo malgrado tutto…
Un grido riuscì ad uscire mentre la testa aveva preso a girare.
André fece alcuni passi verso l'albero.
La sua vista più debole gli riportò l'immagine nitida e terrificante e anche lui sentì che non sarebbe riuscito a farcela.
Oscar gridò forte ancora e poi si rialzò e corse verso l'albero sorpassando di qualche passo André…
"No…" – era l'unico suono, disarticolato, livido, infernale che riusciva a pronunciare…
Pochi istanti e André colse il barlume di una luce chiara, di una lama fredda che scorreva nell'aria e fendeva il destino, quello di Oscar.
Scattò d'istinto e l'afferrò tirandola indietro…
Indietreggiò ancora ed ancora schivando un primo fendente e poi un secondo fino a quando Voltaire sguainò la spada a sua volta e si frappose tra loro e la lama impugnata dal colonnello russo…
Stevenov era lì, esattamente lì…
Le lame si scontrarono ma il fendente dell'ufficiale s'impose e la spada di Voltaire volò via schiantandosi a terra.
Stevenov fu costretto a fermarsi perché anche Alain e Romanov e Lasalle gli si fecero contro, le spade sguainate, parandosi di fronte ad Oscar e André.
Oscar gridò ancora, divincolandosi per sottrarsi alla presa di Andrè.
"Lasciami…".
E nelle grida il pianto e la rabbia e la disperazione…
"Lasciami André…lasciami…dannazione!".
Stevenov era solo di fronte ai tre ma non avanzò mantenendo la guardia alta.
Oscar sgusciò via e riprese ad andare verso l'altro aprendosi un varco tra i tre soldati.
"Perché?" – gridò mentre il pianto serrava la gola e lei faticava a respirare e a mantenersi salda – "Perché?".
Avrebbe voluto avventarsi sull'altro anche a costo di essere trafitta da quella maledetta spada.
Il gelo scese sui muscoli…
Non c'era un perché…
"Benvenuta nella vostra vita…mademoiselle…".
Oscar lo guardò incredula…
"Come vedete…le nostre azioni hanno sempre delle conseguenze…e ad alcune di esse non si può più rimediare. Non si torna più indietro! Ve l'avevo detto che se foste uscita da quella cella non avreste più rivisto quella dannata mocciosa!" – chiosò Stevenov tagliente.
Oscar non riuscì a dire nulla, mentre lo sguardo tornava ad acquistare lucidità…
Il respiro s'acquietò solo qualche istante.
Allargò la mano verso Alain.
"La tua spada…" – disse piano mantenendo gli occhi sul russo.
"Comandante…no…" – mormorò Alain stupito e scosso da quella visione.
"Dammi la tua spada maledizione!" – imprecò lei, mentre il cuore perdeva un battito e quel dolore aumentava ad ogni istante e lei sapeva di non avere scampo e che non ne avrebbe avuto mai più se non seguendo la strada che aveva seguito per tutta la sua vita.
Non aveva scelta, non aveva scampo da sé stessa…
Avrebbe potuto dimenarsi e piangere e gridare e imprecare oppure chiudersi in un gelido silenzio, senza parole, senza respiri, senza lacrime.
Davanti a sé ci sarebbe stata per sempre la visione di Stevenov imponente e demoniaca e dietro a lui, poco lontano l'esistenza spezzata di Mimose.
Alain allungò la spada al suo comandante e indietreggiò di alcuni passi come fecero gli altri.
"André…quella si farà ammazzare!" – commentò bisbigliando Voltaire rivolto al giovane.
"Io non posso fare più niente ormai" – replicò scuro in volto – "Oscar…lei è libera…lo sarà sempre…anche da me…".
André faticava a respirare e persino a vedere bene, perché la rabbia saliva e la disperazione chiudeva il respiro e le lacrime velavano gli occhi e perché qualsiasi cosa fosse accaduta nulla sarebbe stato più come prima.
Mai più…
Il respiro si acquietò, d'incanto, mentre le dita strinsero l'elsa fredda e lo sguardo si posò sull'altro.
Oscar non ricordava di essersi mai trovata in una simile situazione, seppure anche in passato avesse assistito a gesti ignobili da parte di qualche aristocratico francese…
E la rabbia era rimasta lì a ribollire nelle vene, ad annidarsi come una bestia feroce che aveva divorato ogni rispetto di sé, ogni istinto di repulsione ricacciato dentro perché lei era nobile e suo padre non le avrebbe mai perdonato di ribellarsi ai nobili.
Non l'aveva mai fatto…
Non l'aveva mai fatto.
Nel profondo quella rabbia saliva e pareva quasi contorcersi per uscire e riversarsi come un fiume in piena sull'altro…
Nulla ora pareva paragonabile alla voragine vuota che si apriva sotto i suoi piedi.
Un'ultima beffarda provocazione…
"Siete un'eccellente aristocratica mademoiselle!" – ghignò Stevenov cinico.
"Che diavolo vuol dire quel dannato?" – biasciò Romanov a Voltaire fissando il russo.
"Non avete esitato a sacrificare a vita di quella mocciosa pur di non creare problemi al vostro sovrano…quell'uomo senza spina dorsale indegno di stare sul trono di Francia…".
"Maledetto demonio!" – sputò a terra Romanov.
"Che diavolo c'entra adesso il re?" – balbettò Lasalle.
"Quella donna non ha accettato di fare quello che gli chiedevano questi diavoli!" – Voltaire fece un passo indietro intuendo il disegno diabolico del russo – "E quelli…".
Le parole si persero di fronte all'evidenza dei fatti.
"E quelli hanno ammazzato la bambina…".
"Ma…ma è assurdo!" – balbettò Lasalle.
I passi strisciarono piano e lenti verso l'altro…
Il primo affondo portato con la disperazione di una morte inutile, ingiusta, impossibile da accettare…
Nell'incontro delle lame che scivolarono dopo essersi contrapposte per alcuni istanti, la voce leggera di Mimose, il suo sorriso, il suo desiderio di vivere e di esistere…
L'energia del colpo s'infranse contro i corpi che vibrarono e tornarono a staccarsi e allontanarsi.
Nessun respiro…
Oscar tornò sull'altro affondando di nuovo la lama e ritraendola non appena essa veniva colpita e sospinta via dalla difesa di Stevenov.
Le lame stridevano, si assalivano e si sfioravano, torcendosi in impercettibili flessioni ed accompagnando i corpi in quella specie di danza infernale e senza scampo.
I colpi rimbombavano nelle ossa, gemendo di scatti e d'imprecazioni sospinte da respiri più fondi e quasi inumani.
"André…".
Alain si accostò all'altro.
"Il comandante non può farcela…".
"Lo so…è stata rinchiusa in quella cella per chissà quanto tempo…ma se intervenissi lei non me lo perdonerebbe mai…".
Alain strinse i pugni.
"Ma c'è una cosa che posso fare…" – bisbigliò André.
S'avvicinò a Romanov…
L'altro lo squadrò e poi gli allungò la spada.
L'intesa era altra adesso e…
André si permise di fare solo pochi passi.
Lo sguardo fisso su di lei, su Oscar…
La seguì nei gesti, scivolando nel respiro e quasi immaginandosi i colpi come se ci fosse lui al suo posto…
Sapeva tutto ciò che lei avrebbe fatto.
La vide rialzarsi dopo essere finita contro la parete della serra.
La vetrata aveva tremato scossa dal colpo insolito ed imprevisto.
Il fumo avvolgeva il cristallo da fuori, oscurando la luce che a tratti calava e spariva, lasciando i corpi avvolti soltanto dall'onda di calore furioso.
Stevenov avanzò, lo sguardo impassibile, ebbro dello scontro che neppure lui sapeva se avrebbe vinto. Un'ombra scorse negli occhi, insolitamente sgranati, incapaci di comprendere come la sua avversaria potesse avere ancora così tanta forza e fosse ancora lì, in piedi, la mano stretta all'elsa ed il corpo che pareva sarebbe finito in mille pezzi non appena sfiorato.
Voltaire e Romanov erano ammutoliti e seguivano lo scontro e avrebbero voluto intervenire e mettere le mani su quell'essere demoniaco che era stato capace di prendersi la vita di una bambina…
Le mani tremavano quasi.
Anche Lasalle era fisso sui due combattenti e tremava e balbettava parole di rabbia e di paura…
"Non ce la farà mai!" – esclamò Joaquin quasi gridando e correndo verso il punto del duello.
"Fermati!" – gli gridò André.
L'altro si buttò nel mezzo, incurante del pericolo.
Oscar parò l'ennesimo affondo del russo e si ritrovò a terra, quasi senza forze e la spada correva alta contro quella di Stevenov.
Strisciò all'indietro per rialzarsi.
Stevenov affondò una volta, due volte…
Alla terza l'uomo non riuscì più a proseguire ritrovandosi una lama a contrapporsi alla sua.
Esitò un istante e poi sollevò lo sguardo e vide quello del giovane spagnolo che sorrideva soddisfatto per essere riuscito a fermare quell'assalto mortale.
Stevenov sorrise a sua volta, gelando il volto di Desillian, e poi quasi beffardo ritrasse la spada affondando immediatamente il colpo che lacerò i vestiti e la carne scivolando sul braccio dello spagnolo che ricadde a terra colpito, lasciando la spada e contorcendosi dal dolore.
Istanti preziosi per riprendersi…
Oscar ne approfittò cogliendo la distrazione per rifarsi di nuovo su Stevenov.
Affondò la lama ma l'uomo indietreggiò veloce e con un colpo terribile portato con forza quasi disumana dal basso sferrò un montante che incrociò la lama di lei e se la trascinò via.
Per non finire a terra fu costretta a lasciare la spada che volò via.
Lo schianto della lama contro la vetrata…
Oscar non seguì l'arma ma rimase con gli occhi su Stevenov mentre le gambe cedevano e lei si ritrovò disarmata, un ginocchio a terra e l'altro appena sollevato.
Il russo si voltò all'istante e sollevò la spada…
Lasalle chiuse gli occhi…
Alain gridò e Voltaire e Romanov schizzarono verso il loro comandante sguainando la spada.
Stevenov affondò la lama…
Oscar si ritrasse all'indietro, strisciando all'indietro.
Un affondo…
Un altro…
Fu costretta a voltarsi per sguasciare via velocemente.
La lama sibilò veloce accanto al viso.
Affondò accanto alla spalla.
Oscar si abbassò di più…
Un altro affondo…
Si accasciò a terra di spalle…
Le mani a terra, la terra scura di un giardino infernale.
Sentì il proprio nome forte.
Non ebbe bisogno di voltare il viso.
La sua voce e lei chiuse gli occhi.
Lui era lì, a poca distanza…
Dannati giochi che li vedevano avversari da piccoli e dannato il Generale Jarjayes che li aveva addestrati a recuperare un'arma in qualunque posizione si trovassero.
Stevenov affondò la spada e così fece lei, nell'istante in cui le dita afferrarono strette quella che Andrè aveva fatto scivolare da terra verso di lei.
Impugnata con tutte e due le mani e l'elsa stretta più che poteva.
Si voltò girando attorno al russo…
La lama rivolta verso l'alto incontrò solo la debole resistenza della carne tesa, del torace fasciato nell'uniforme cremisi lustra e dorata…
L'affondo urlato contro l'insensato desiderio di prendersi una vita.
Anche lei voleva quella dell'altro adesso.
Non c'era scampo…
L'ombra cremisi di Stevenov barcollò…
Il corpo si contrasse ondeggiando e poi crollando sopra di lei.
Oscar sentì il respiro venire meno non sapendo se l'altro l'avesse davvero colpita oppure se la lama fosse sfilata radendo il corpo e i muscoli.
Il respiro si ritrasse mentre il calore del sangue si espanse prima sul ventre, poi sul torace e Oscar rimase lì ad ascoltare il respiro dell'altro emettere suoni disarticolati, quasi animali, e poi acquietarsi come l'aria che penetra dentro cavità terrestri mai esplorate e si espande e si tinge del manto dell'inferno e scompare.
Si sentì trascinata via ad un certo punto, mentre Voltaire e Romanov sollevavano il corpo dell'ufficiale da lei e quel movimento lei non potè fare a meno di seguirlo perché le dita erano ancora strette all'elsa della spada e la spada era ancora lì, affondata nel torace del russo e se lei l'avesse estratta…
André le prese il viso e la fissò stravolto: "Sei ferita?".
Oscar non rispondeva…
Cercava…cercava dentro sé di comprendere se lo fosse davvero e se quella ferita, ovunque fosse, avrebbe avuto il pregio di acquietare l'altra, quella che stava lì sul cuore, talmente pesante da annientarlo il cuore e fermarlo.
"Oscar sei ferita?" – gli gridò di nuovo lui stringendole il viso tra le mani e scuotendola e…
"No…" – rispose lei flebile – "Non…non credo…".
Sollevò gli occhi verso di lui e lo vide e pensò che era l'unica persona che avrebbe mai desiderato avere accanto in quel momento, nonostante tutto, nonostante a pochi passi da lei gli occhi tornarono sul corpo della bambina…
André era lì accanto e lei si maledisse per quel pensiero atroce…
Come poteva pensare a lui…
In quel momento e…per sempre…
Pochi istanti…
André non ebbe nemmeno il tempo di aiutarla a rialzarsi che un'ombra dannata si espanse dietro loro e di nuovo Oscar intuì dalle grida dei suoi soldati che Stevenov era ancora vivo e si era mosso, di nuovo, contro di lei…
Lei lo guardò solo l'istante necessario per afferrare di nuovo la spada che era finita a terra, poco distante…
La sollevò e corse al corpo di Stevenov, mentre la lama, orizzontale, scivolò trattenuta solo dalle dita strette e scure e la punta sfiorò la gola dell'uomo, incidendola leggera e sicura, e mentre lei avanzava di pochi passi verso destra, il corpo dell'altro si arrestava per poi piegarsi a sinistra e restare qualche altro istante in piedi.
Oscar si voltò e tornò indietro.
Volle vedere il viso di Stevenov per rendersi conto se lui fosse consapevole di essere rimasto lì, immobile, mentre il respiro non avrebbe più potuto arrivargli dentro e colmare lo spasmodico intento di continuare a vivere.
Questa volta la lama tornò diritta, perpendicolare al corpo di Stevenov che, sì, pareva davvero aver compreso che quello era l'ultimo istante della sua vita.
Oscar fece solo due passi affondando la lama nell'altro…
Si ritrovò vicino all'altro…
"Adesso…" – mormorò piano all'orecchio del russo, nemmeno consapevole se l'altro la comprendesse – "Adesso lo sapete chi è il mio padrone…io non ho padroni…né voi né nessun altro. Questo è per Mimose…glielo dovevo…".
Liberté…
Il respiro si spense mentre Romanov saltava all'indietro per non essere investito dal corpo di Stevenov che si schiantava a terra e Voltaire invece scattava in avanti per aiutare André che aveva solo il tempo di allungare le braccia e sollevare Oscar, mentre anche lei sentiva la vista annebbiarsi e le gambe cedere e la gola riempirsi di pianto e lacrime che non sarebbero mai state in grado di guarire le sue ferite…
"Dobbiamo andarcene di qui!" – intervenne Alain.
"André…".
Oscar gli afferrò il braccio e lo strinse e lo guardò…
"Non lasciarla qui…ti prego…".
"Non preoccuparti. Ho capito…".
Dovette respirare a fondo André perché persino lui faticò a sostenere la coscienza e i muscoli saldi ma sapeva ciò che gli stava chiedendo Oscar e nemmeno lui se ne sarebbe andato lasciando lì Mimose.
"Pensateci voi!" – sibilò Romanov lanciando un'occhiata severa agli altri – "Io porterò fuori il comandante…".
Alain prese a scrutare la faccia dell'altro che s'era passato una mano sotto il naso e aveva preso a tossire e lo sguardo ruvido e infingardo s'era inumidito silenzioso e disperso, come per ricacciare in gola lacrime beffarde e per darsi un contegno e non doversi così avvicinare troppo all'incombenza terribile e straziante di tirare giù il corpo della bambina dal cappio a cui era appeso.
"Sei sicuro di farcela?" – chiese Lasalle.
Romanov si rialzò.
Pestò i piedi due tre volte a terra per saggiare le forze…
"Permettete?" – chiese con tono insolitamente cortese rivolto ad Oscar.
Lei lo guardò senza comprendere subito che volesse dire o fare l'altro.
Non rispose, aggrottando le sopracciglia in un'espressione di stanchezza e di sincera incapacità di volersi addentrare oltre in quel discorso.
"Lo prendo come un si!" – continuò Romanov che allungò le braccia dietro la schiena di Oscar e poi sotto le gambe e la sollevò come fosse un ramoscello e lei sentì la terra venir meno sotto i piedi e tentò di aggrapparsi al corpo del soldato. Strinse la stoffa della giacca, si accorse che aveva le mani scure, macchiate di sangue ma per tenersi salda non potè fare a meno che mantenerle strette all'uomo che adesso la stava trasportando fuori…
Quasi fosse un naufrago aggrappato ad un ramo che se ne andava alla deriva e non c'era altro modo di salvarsi che restare attaccato ad esso.
"Soldato Camille Bertinou…" – mormorò piano Oscar.
"Agli ordini comandante!".
"Grazie…".
"Dovere comandante!".
Il percorso per uscire non fu difficile come quello che i soldati avevano affrontato per entrare.
Un calcio ben assestato alla piccola porta chiusa, in fondo alla serra, e Romanov si ritrovò fuori.
"Ti prego…aspetta…" – balbettò Oscar – "Lasciami…qui…".
"Non pesate mica sapete!" – continuò Romanov schernendosi – "Ne ho sollevate di più pesanti di voi di donne…accipicchia! Siete leggera…".
"No…non hai capito…".
Oscar faticava a respirare…
Si divincolò e Romanov la fece scivolare a terra e lei seppure barcollando si diresse verso un vicolo poco lontano.
"State bene?".
"No…".
"Beh…vi capisco…" – mormorò l'altro insolitamente solerte e complice.
"Lasciami sola…".
Romanov non parlò più e si allontanò di qualche passo.
Il silenzio scese sul vicolo e lui rimase in disparte come a vegliare quel luogo più che sorvegliarlo. Due passanti tentarono di entrare nello stradello e lui si mise in mezzo, gambe aperte e braccia conserte e sguardo impassibile.
"Da qui non si passa! Cambiate strada…".
Gli altri due non ci pensarono due volte a replicare e se ne andarono con la coda fra le gambe.
L'uomo attese, paziente.
Intuì il pianto disperato e soffocato che si sciolse lieve da quel viottolo scuro e freddo e quel pianto si posò sulla sua corazza plebea e fiera.
Quando vide tornare il suo comandante si affrettò ad andarle incontro, sollecito, ma senza chiedere altro…
E decise di restarle accanto senza parlare.
Non c'era bisogno di nessuna parola o di commenti o considerazioni…
Solo il silenzio bastava a colmare lo strazio di quella giornata che iniziava uguale a tutte le altre eppure così diversa…
I tre soldati erano ridiscesi in coperta, intirizziti e tremati.
"Non ce la faremo mai!" – sibilò Lasalle – "Fa troppo freddo là fuori!".
"Una soluzione la dobbiamo trovare. Non possiamo dormire assieme. Tutti assieme!".
Romanov prese a grattarsi la testa e a ripulirsi dal nevischio che gli aveva inumidito il giaccone.
"Potremmo fare de…dei…turni…" – rispose il soldato più giovane scrutando il fondo dello stanzone e scansando con lo sguardo sacchi di granaglie e mucchi di corde…
"Sta che il nostro comandante deve avere il suo spazio! Dannazione non possiamo mica…." - Romanov calciò nel vuoto - "Con tutto quello che ha passato!".
"E non dimentichiamoci che Diane…".
"Diane non può restare accanto a lei…" – intervenne Alain che si era unito al gruppetto.
"Sta ancora male?".
"Non sta male! Ma se le lasciamo assieme temo che mia sorella potrebbe fare qualcosa d'insensato…non la capisco più…che diavolo le è accaduto!".
"L'hai lasciata sola?".
"No, c'è André con lei, sembra sia l'unico capace di tenerla tranquilla…".
Da quando era uscita da Palais Meinsinkov Diane non aveva più profferito una parola che avesse senso compiuto.
Lo sguardo allucinato della giovane e le frasi assurde, sussurrate come una nenia, avevano convinto tutti che fosse meglio che la giovane restasse lontano dal comandante. sotto la vigile custodia del fratello.
Le forze l'avevano abbandonata e adesso Diane era seduta a terra, nella cabina - più che altro una specie di ripostiglio adattato alla meglio ad accogliere un giaciglio ed un piccolo bracere caldo - che le era stata assegnata
La cabina era piccolissima…
Inizialmente avrebbe dovuto dividerne una più ampia con l'altra donna a cui era stato consentito salire a bordo, ma quell'intenso e folle disegno che si era manifestato quando s'era presentata alla asa dell'ambasciatore, aveva deposto per una soluzione diversa.
Voltaire, assieme a Romanov e a Lasalle e ad Andrè avrebbero dormito insieme all'equipaggio, in un enorme stanzone accanto alla stiva.
Joaquin Desillian era stato medicato e se la sarebbe cavata con qualche giorno di riposo.
E lo spagnolo non aveva fatto altro che ripetere che lui ne aveva abbastanza del ghiaccio e del freddo e non appena avesse rimesso piede in Francia avrebbe cercato un'imbarcazione per la Spagna e se ne sarebbe tornato al caldo.
Pensi che quel giovane…pensi che lui sarebbe disposto ad aiutarti?
Come?
Basterebbe che tu continuassi a vederlo…tuo fratello si fida di lui…e il nostro segreto sarà al sicuro…
André…dovrei continuare a vedere André?
Ma certo…quel giovane sarà il nostro…ecco…un angelo che…proteggerà il nostro amore!
Diane osservava di fronte a sé, fissando il vuoto mentre la mente scivolava nel ricordo di parole lontane, collegate al presente solo dalla mano stretta in quella di André.
Il sublime messaggio di Dorian Vssiliev adesso trovava in lui l'unico appiglio, una sorta di tramite tra ciò che era stato il giovane e ciò che avrebbe potuto essere…
Il legame tra sé e Dorian Vassiliev passava attraverso André come se adesso solo lui sarebbe potuto diventare ciò che il primo non era più.
Alain sarebbe stato il solo a poterle restare accanto…
Ma Diane non lo voleva accanto a sé Alain.
"Ho trovato queste coperte…".
Voltaire arrivò trafelato gettando a terra diversi manti di lana. L'odore non era dei migliori, ma per proteggersi dal freddo della traversata non c'era altro.
"E voi? Avete trovato quello che ho detto?" – si rivolse agli altri in tono militaresco.
Quelli si guardarono perplessi come a dire che no, ancora non c'erano riusciti.
"Ah! Al diavolo! Rammolliti che non siete altro. Vado io. Vedrò di trovare della carne salata e del vino e poi…".
Il soldato si guardò attorno: "Dov'è André?".
"E' con Diane…" – chiosò Alain nervosamente, perché la cosa non gli piaceva ma non c'era stato verso di calmare la sorella…
"Beh vedi di farlo tornare qua subito!" – sibilò Voltaire.
"Ma che ti prende?" – gli chiesero gli altri perplessi.
Il soldato non si espose finendo con gli occhi sul loro comandante.
Il significato era chiaro.
Solo André aveva tatto e diritto di restarle accanto.
"Ecco ho finito!".
Lo spagnolo Joaquin Desillian se ne uscì mezzo impolverato e trionfante da una specie di angolo buio ed ammuffito ricavato dal posizionamento di svariate casse, una sull'altra. L'idea era quella di creare una sorta di antro riservato e…
"Che hai combinato spagnolo?" – l'apostrofò Romanov – "Se incontriamo una tempesta e quelle casse cadono noi non la riportiamo più a casa il nostro comandante!".
"Monsieur prego…abbiate la decenza di osservare…" – sussurrò Desillian protraendosi in una specie d'inchino beffardo allargando le braccia.
I soldati si sporsero ritrovando con gli occhi una sorta di giaciglio improvvisato…
"Lei non può stare qua" – contestò Romanov – "E' troppo umido!".
"Andrà benissimo per me…".
"Comandante…".
Romanov s'irrigidì mentre lei osservò i suoi soldati, rossi in viso per il freddo…
"Se avete un poco di pazienza…" – balbettò l'altro quasi a scusarsi del pessimo risultato.
Lei rimase in silenzio fissando il pertugio buio e umido.
"Voi piuttosto…non potete fare il viaggio senza avere un posto dove riposare…".
Lo sguardo si sollevò sui quattro uomini e le parve davvero di scorgere una sorta di malcelato imbarazzo…
La nave, un'imbarcazione per metà mercantile che alla bisogna accoglieva anche passeggeri in fuga dall'ira della zarina o da quella di qualche nobile russo ferito nell'orgoglio e nella sete di potere, era decisamente incapace di consentire una ragionevole divisione degli spazi…
Men che meno per accogliere due donne a bordo e riservare loro un luogo separato.
"Noi dobbiamo fare i turni di guardia!" – saltò su Romanov – "S'è già sparsa la voce che ci sono due…ehm…due…ecco…".
"Donne?" – proseguì lei – "Due donne a bordo?".
"Ecco appunto! E non vorremmo che né voi, né mademoiselle Diane aveste dei problemi…".
Il soldato si diresse verso di lei e lei fu costretta ad alzare gli occhi.
L'altro la squadrò severo.
"Andate a riposare, vi prego…non dovrete preoccuparvi di niente…ora vado a cercare André…così non resterete sola…".
Le tempie battevano furiosamente di rabbia e di stanchezza…
Oscar s'irrigidì.
Alla fine in silenzio si risolse ad eseguire quelli che avevano tutta l'aria di essere degli ordini.
Il rollio della nave prese a cullare i pensieri.
Nella testa le parole di De Rougeror…
"Sua Maestà l'Imperatrice ha espresso il desiderio che nessun inconveniente diplomatico metta in pericolo le relazioni diplomatiche tra la Russia e la Francia e quindi ha ritenuto di non prendere provvedimenti per la morte del prelato Tichinov e di suo figlio".
Nessuno dei francesi c'era rimasto poi così stupito d'una simile decisione…
Così s'orchestravano i disegni di potere e i comuni mortali dovevano sommessamente adeguarsi.
Ma in quel caso era stato un bene che la sovrana di Russia si fosse limitata ad espellere i francesi dalla patria, invitando il re francese ad avere maggior controllo dei propri soldati.
Non era questo che aveva colpito i sensi…
"Mi dispiace ma non posso procurarvi in poco tempo il visto per consentire il trasporto del corpo…".
Alla fine Mimose era rimasta in Russia, a Saint Petersburg.
Oscar non era riuscita a riportare con sé la bambina a Parigi come le aveva promesso nelle ultime parole che si erano scambiate.
Era questo che mordeva la coscienza…
"Mademoiselle…" – aveva proseguito l'ambasciatore – "Curerò la sepoltura della bambina come fosse figlia mia. Non le farò mai mancare fiori freschi e troverò il modo di far arrivare una piccola pianta di mimosa, la farò sistemare proprio accanto alla sua tomba…così ogni primavera quei fiori gialli ricorderanno chi era Mimose…".
Il cuore quasi si contrasse a quel pensiero.
Tra breve sarebbe stata primavera…
Nello spazio ritagliato dentro la pancia della nave non c'era nemmeno lo spazio per allungare le gambe ma tutto sommato era meglio così.
Pensieri dissonanti ed assurdi.
Davvero la vita aveva cambiato idea…
Senza un perché.
Era accaduto e lei ora osservava davanti a sé i ricordi che scorrevano ed in essi il viso della piccola Mimose…
Le voci, da dietro quella sorta di antro tiepido la raggiunsero.
"E' là dietro…".
La tenda impolverata si scostò.
Lo sguardo si sollevò e lei riconobbe André…
Bruciava il consenso dei corpi che s'erano ammantati l'uno del profumo dell'altro in quel contatto fugace…
Bruciava adesso al punto da sembrare follia infernale…
Perché anche da lì non si poteva più tornare indietro.
André si abbassò su di lei.
Non disse nulla neppure lui, limitandosi poi a sedersi accanto…
Non aveva parole…
La rabbia scorreva sileziosa, anche se adesso pareva essersi acquietata, sopraffatta dalla sconfitta e dal dolore che quell'epilogo forse si sarebbe potuto evitare se…
"Stai bene?".
Istintivamente le pose a mano sulla fronte…
"Hai un po' di febbre…ti farò portare altre coperte…".
"Non è necessario…" - Oscar tentò di respirare più a fondo. L'aria s'infranse nella gola chiusa e lei prese a tossire, piano – "Non è nulla…".
Scostò la mano di lui, le dita sostarono l'una sull'altra, solo un istante, solo il tempo necessario ad ascoltarsi perché la dannazione stava tutta lì…
"Oscar…mi dispiace per Mimose, davvero. Nemmeno io avrei mai pensato che sarebbe finita così ma…".
"Ti prego…non dire niente…" – l'interruppe lei.
Non le voleva le sue spiegazioni…
Nel profondo sapeva che non ce n'erano.
"Nessuno poteva prevederlo. Io lo temevo ma speravo di riuscire a salvarla. Sai…quando ho capito chi era quella bambina…quando ho capito che nessuno a Parigi l'avrebbe mai cercata…perché nessuno l'aspettava…nessuno si era mai preso cura di lei…Mimose non aveva nessuno che tenesse a lei…un essere disperso…io…io ho pensato che dovevo restarle accanto. Io potevo farlo…ma…".
André tirò un respiro più fondo.
Si passò una mano sul viso: "Parigi può essere spietata…eppure lei aveva trovato te. Tu le hai concesso qualcosa che nessun altro le aveva mai dato…il senso di sé…la certezza di esistere per una ragione…".
"Non mi sono neppure accorta che era una bambina! Dio…se l'avessi capito chi era davvero Mimose…lei…lei…era…".
Le parole morirono sulle labbra.
Un istinto irriverente, una provocazione assurda, in quel momento…
Eppure fin lì si spinse André.
"Era come te…lo so. L'ho capito che tu…tu vedevi te stessa in lei…" – preseguì lui cercando lo sguardo di lei.
La voce s'incrinò torcendosi in un affondo sprezzante.
"Solo che io…io non dovevo temere di essere scoperta. Sono stata fortunata in fondo. Il mio è solo un travestimento. Non ho mai dovuto nascondere di essere una donna…non ho mai dovuto nascondermi al mondo…" – concluse Oscar sorprendendosi della sua stessa affermazione.
"Ne sei davvero sicura?" – obiettò André correndo al suo sguardo.
La domanda s'insinuò feroce nella ferita ancora aperta.
Adesso lui poteva anche permettersi di essere così spietato e sollevare quel velo di omertà e di silenzio in cui si era dibattuta la vita di lei, per tutti quegli anni, e, di rimando, l'amore di lui, vissuto nel silenzio, soffocato e contratto…
Oscar gli piantò addosso uno sguardo severo.
"Vorresti dire che io mi sarei nascosta?" – gli chiese con rabbia ed incredulità.
Non l'accettava quel giudizio…lei aveva scelto di fare quella vita…
"Oscar, sai bene qual è il senso della mia domanda. Sai bene che io non potrei mai paragonare la vita di stenti che ha vissuto Mimose con la tua. Ma in fondo anche tu ti sei nascosta dietro la tua uniforme, dietro la tua educazione, dietro certezze che t'imponevano di non pensare ad altro che al destino che tuo padre aveva scelto per te. E ti assicuro che io non provo certo pietà per te, non provo compassione per questo. E' vero…tu hai scelto come vivere ma ti sei sempre nascosta dietro quella vita per non viverne altre…non eri tu che dicevi di voler tornare ad essere un uomo? E perché l'avresti detto?" – rispose lui severo.
"Io…io non l'ho fatto per nascondermi!" – replicò lei con rabbia.
"Non mentire dannazione! Non farlo! Nel nome della povera Mimose non farlo!" – proseguì André piantandole addosso uno sguardo furioso – "Se davvero hai pietà di quella bambina rispetta la sua morte…rispetta ciò che era e la sua vita che non poteva essere altrimenti! Tu puoi scegliere accidenti! Hai sempre potuto farlo…e allora fallo!".
André le afferrò i polsi, piano, fissandola in viso.
"Dimmi perché sei venuta da me l'altra sera? Se hai un po' di coraggio nelle tue azioni…voglio sapere perché!".
Oscar non rispose subito.
Se l'era ripetuto mille volte in quelle settimane che l'amava eppure…
Adesso anche lei si chiedeva perché ci fosse finita accanto ad André e perché l'avesse desiderato e chiesto per sé…
Un desiderio, un atto d'egoismo per soddisfare un amore oscuro che lei non poteva accettare.
Ogni respiro ch'era scivolato addosso a lui, ogni lembo di pelle che lei aveva sfiorato, erano divenuti, in quello stesso istante, il respiro di Mimose che si chiudeva, i muscoli irrigiditi e distrutti della bambina…
Avanzare verso di lui era corrisposto a perdere lei…
Allora adesso davvero non se lo ricordava più perché c'era finita nella stanza di André.
Per averlo per sé, ecco tutto…
E quello di certo non bastava…
"Non hai avuto scelta…" – disse lei. Le parole uscirono quasi soffocate…
"Cosa? Io…io non ho avuto scelta…che intendi dire?".
André non comprese subito.
E Oscar replicò la sua affermazione.
"Non hai avuto scelta…".
In esse il peso enorme di una scelta imposta.
Dall'amore forse, ma pur sempre imposta.
Una non scelta alla fine…
Un dato di fatto impossibile da spiegare se non con la ragione, divenuta la più assordante e tetra e difficile da accettare.
Oscar si voltò…
Impossibile da sopportare lo sguardo di André ch'era così vicino adesso.
Non quello di quell'istante, ma quello che si era ritrovata addosso a sé, solo poche ore prima, come una sorta di vestito caldo e leggero ed avvolgente, che lei aveva avuto l'ardire d'indossare.
Quel tessuto l'aveva rivelata per ciò che era…
Si voltò per non guardarlo, perché non era facile per lei accettare il fatto che la scelta di André, il suo silenzio sulla sorte di Mimose fossero venuti da lì, proprio da lei, e da ciò che lei rappresentava per lui.
Era così inevitabile essergliene grata…
Le aveva salvato la vita.
A lei, solo a lei.
Oscar lo sapeva, lo comprendeva che, in fondo, André non avrebbe mai potuto fare altrimenti.
Ma per lei quell'amore faceva troppo male, perché era impossibile che esso si manifestasse così, anche così, e si nascondesse dietro all'impossibilità di scegliere…
André proseguì, mentre il suo sguardo s'illuminava sorprendendosi della conclusione sorprendente a cui stava giungendo, a poco a poco, mentre davvero sperava che fosse così e che davvero anche lei, anche Oscar, si fosse ritrovata a non avere scelta…
Allora forse era accaduto che lei avesse scelto di andare da lui, quella sera, perché non avrebbe potuto fare altrimenti.
Conoscendola non poteva che essere così, ma voleva le sue parole, la sua voce…
"Oscar…vorresti dire che tu…".
Parole sussurrate s'infransero contro il richiamo che giunse alle spalle.
"André…".
La voce di Alain li raggiunse.
Oscar s'irrigidì ed abbassò lo sguardo.
Battevano le tempie furiose, mentre le dita stringevano l'assenza di Mimose…
L'aria fredda le giunse in faccia…
La stessa di quella terribile mattina…
Quella specie d'interruzione ebbe il pregio di risparmiarle la paura crescente che si animava dentro di sé e che pungeva sulle dita e nello stomaco al pensiero che sì, davvero, lei non aveva avuto scelta, anche se adesso la sua testa tornava a ripeterle che lei non poteva cedere a quella follia e che doveva rassegnarsi a restare in disparte…
"Comandante…perdonatemi…".
Il viso di Alain era stravolto.
Oscar non aveva mai visto il soldato così pallido ed angosciato.
"Che cosa è successo? Diane sta bene?".
"No…mi spiace disturbarvi…ma io…io non so davvero più cosa fare. Diane non vuole sentire ragioni…dice che deve tornare da quel demonio. Volevo chiedere ad André…di…di parlarle. Gli ha sempre dato ascolto…forse si acquieterà e accetterà di proseguire il viaggio di ritorno…temo che possa commettere qualche pazzia…".
André non rispose. Non voleva lasciare Oscar, non adesso, non in quel momento, non senza prima aver sentito da lei, solo da lei, cosa stesse accadendo a lei…
"Alain…adesso…" – sibilò severo.
Di nuovo l'ombra oscura di quell'amore riemergeva…
Nessuno doveva nulla a Diane e ciascuno avrebbe potuto continuare per la propria esistenza senza curarsi di lei, che sarebbe tornata ad essere sconosciuta ed invisibile ed inutile…
Proprio come lo era stata Mimose.
La considerazione si piantò lì…
Nessuno doveva nulla a Diane…
Eppure…
"Vai da lei…" – sussurrò Oscar senza tornare ad alzare lo sguardo.
"No!" – André rimase su di lei ribellandosi forse per la prima volta – "Non adesso…".
"Vai!".
Si voltò a quel punto Oscar squadrandolo, livida e furiosa come a dirgli che lei non voleva avere altri morti sulla coscienza.
Le bastava Mimose…
La voce giunse come freccia che colpisce il bersaglio, carne viva e pulsante, e lo trafigge e lo solleva dalla vita e lo lacera per portarlo via con sé.
"Oscar…".
Il suo nome accorato e in esso la richiesta disperata di non poter attendere ancora, nemmeno per andare ad aiutare Diane.
"Va da lei…ti ha sempre ascoltato…".
La voce s'addolcì mescolata alle lacrime che avrebbero avuto la meglio.
André uscì mentre i muscoli s'irrigidivano e la mente tornava cupa e si rassegnava ad eseguire quello che per lui era un ordine…
"Che ne sarà di mia sorella?" – chiese Alain a voce bassa stravolto per quel cambiamento di cui lui faticava ad accettare i contorni e le conseguenze - "Forse una volta tornata a Parigi le sarà più facile dimenticare…".
Oscar non rispose. Non voleva farlo.
Avrebbe voluto credere in ciò che sperava Alain, ma in cuor suo rammentava come il cambiamento di Diane fosse stato profondo ed assoluto.
Se lo ricordava bene di cosa era stata capace Diane.
Vide Alain allontanarsi ed un senso di vuoto e di nausea e di speranza perduta si allargò dal ventre e la raggiunse alla gola.
Tornò a chiudersi nella polverosa oscurità dei pensieri perduti.
C'era un solo posto dove giovani nelle condizioni di Diane sarebbero potute finire nella elegante ed affamata e spietata Parigi.
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