"Sì" una voce assonnata mi rispose dall'altro capo del telefono.

"Karev, scusa…sono io"

"Cosa? Robbins?" lo sentii alzarsi all'improvviso "Succede qualcosa a uno dei pazienti?"

"No, no, Alex, stai fermo…" mi affrettai "Non c'entra nessun paziente."

"Allora dimmi che cosa cazzo ti spinge a chiamarmi a queste ore indecenti. Tra poco devo svegliarmi e tornare all'ospedale potrei approfittare per dormire ancora un po'." mi rispose tutto serio e sicuramente infastidito.

"Ti prometto che ti porto il caffè per un mese" tentai di corromperlo "tutte le mattine, se mi lasci venire adesso da te."

"Non sono solo, Arizona." tagliò corto, freddamente.

"Alex… Solo per stavolta."

Il mio tono doveva avergli fatto davvero pena e così cedette:

"Ok, ok, va bene. Ma oltre al caffè mi porti anche un muffin. Ogni giorno. Non sono più il tuo specializzando sfigato, chiaro Robbins?"

"Grazie Karev, sei la mia salvezza! Arrivo in un batter d'occhio" dissi riattaccando.

Uscii in un batter d'occhio. Fuori non stava ancora albeggiando e doveva essere troppo tardi o troppo presto per qualsiasi cosa. Per strada non c'era quasi anima viva. Solo io e la mia auto smuovevamo l'inerzia di un paesaggio altrimenti immobile. Non era la prima volta che vedevo la città così, ma in quel momento, stranamente, mi provocò una sensazione di disagio a me tutta nuova. Solitamente mi sarebbe piaciuto vagare per le strade nella mezzora che precede l'alba, ma in quel caso premetti l'acceleratore più forte e cercai di ridurre il più possibile il tempo che avrei impiegato per arrivare a casa di Alex. Fortunatamente, abitava vicino all'ospedale, e la mattina dopo, cioè in qualche ora, saremmo potuti andare al lavoro insieme.

Arrivai alla sua porta e non bussai immaginando che la sua compagnia dormisse. Gli mandai un messaggio, e dopo qualche secondo arrivò ad aprirmi, in boxer e maglietta, coi capelli arruffati, così assonnato come non l'avevo mai visto:

"Sembri un cucciolo sperduto" dissi ridendo tra me e me

"Basta cazzate, Robbins, non è ancora mattina. Falla finita e entra"

Non aveva voglia di scherzare e lo capivo. Dovevo dargli una pausa dagli sfottò, se non altro perché aveva accettato non solo che lo svegliassi senza nessuna apparente ragione, ma che mi presentassi a casa sua privandolo di un paio di fondamentali ore di sonno. Scavando più a fondo, dovevo ammettere che in quel periodo era il mio unico vero amico.

"Ho fatto il caffè, Robbins, ne vuoi?" mi chiese, mentre io mi lasciavo sprofondare nel suo divano.

"Sì, grazie" risposi "ci aspetta una lunga giornata oggi. Torno ad operare."

"Ti ricordo che lavoriamo insieme. O l'università te lo ha fatto dimenticare?" puntualizzò

"Hai ragione, scusa…" dissi "Ora che sono finite le lezioni del mio corso è giunto proprio il momento che mi rimetta al lavoro seriamente. La sala operatoria mi è mancata più di quanto credessi. E lo starci lontano non eliminerà il dolore per la perdita della mia famiglia."

"Seriamente, Robbins" mi interruppe Alex "lo so che è un argomento delicato ma non sei venuta qui per parlare di questo. Ne abbiamo già discusso mille volte, e ti giuro che mi fa piacere, ma sono certo che c'è qualcos'altro sotto."

"Hai ragione, di nuovo hai ragione, Alex…" risposi "Non c'entra niente la mia famiglia."

Non riuscii a dire nient'altro, e mi si piantò in faccia un'espressione molto più triste di quanto credessi. Karev parve capire:

"Non mi dirai che c'entra…"

"No, non dire niente, Alex" lo interruppi "e lasciami spiegare."

"Sarebbe anche ora, Robbins" puntualizzò, sorseggiando una grande tazza di caffè.

"Avevo deciso che era ora di ricominciare. Di lasciarmi tutto alle spalle. Di abbandonarmi a quello che stava per succedere. In un certo senso ho riflettuto su quello che mi avevi detto, e probabilmente avevi ragione quando dicevi che non era solo sesso. Ho deciso di portarla fuori a cena, con una scusa così stupida come il fatto che avesse preso il massimo nel mio esame. Mi sono presentata a lei con un mazzo di rose e ho prenotato da Gino's. Sai quanto mi piaccia quel posto, ma non ci sono più tornata dalla volta che ci ero stata con la mia famiglia per la mia laurea. Troppi ricordi, sai com'è. A quanto pare, però, aver preparato tutto perfettamente e con le migliori intenzioni non è bastato."

"Cioè vuoi dirmi che ti ha dato buca?" chiese Alex tra l'interessato e lo strafottente "Non ci credo!"

"No, Alex, molto, molto peggio…" risposi, mentre il suo viso si faceva serio "Mi ha dato un bacio fuori dal ristorante, in mezzo alla strada, senza accorgersi che qualcuno ci stava guardando. Beh, non era un guardone né un omofobo o roba simile, l'ho capito appena ho visto lo sguardo di Callie che si staccava da me. Poi mi sono voltata e non ho più avuto dubbi: era il padre."

"Cazzo…" si lasciò scappare Alex

"Cazzo" ripetei "e temo ci sia proprio questo dietro al fatto che non si fa più sentire con me da settimane. Col fatto che non sono neanche più così spesso all'università non l'ho nemmeno più vista. A volte ci sono andata apposta per cercarla, ma non l'ho mai trovata. Sono arrivata perfino ad appostarmi sotto casa sua, ma niente. Non mi risponde al telefono, ai messaggi, alle mail… Niente. Sembra si sia smaterializzata. Desaparecida."

"Litigio pesante da coming out?" suggerì Alex, versandosi un'altra tazza di caffè. "Credo di aver bisogno di un secondo giro."

"Penso proprio dì sì." dissi allungandogli la mia tazza "Anche per me, grazie." poi continuai "Considera che le avevo pure regalato un bellissimo mazzo di rose rosse. Il padre deve essersi infuriato."

"In tal caso non la biasimerei per il suo comportamento, Arizona. Non è semplice per nessuno, e lo so anche se non l'ho mai passato. Però so cosa vuol dire avere un padre che non ti appoggia nelle scelte che fai, o non ti appoggia proprio per niente. Quella è una vera merda."

Sapevo a cosa si stava riferendo e decisi di tagliare il discorso per non renderlo troppo pesante per lui. Arrivai al punto:

"Alex, io mi sento sola in casa mia. E' così grande per una persona, soprattutto se quella persona sono io e lì dentro ho passato i migliori anni della mia vita con la mia famiglia che non c'è più…"

"Non me lo stai chiedendo davvero." mi interruppe Alex ingurgitando di colpo un abbondante sorso di caffè

"Temo proprio di sì. Non ce la faccio più, mi sento allo stremo delle forze, non faccio altro che piangere e…"

Non potevo terminare la frase, ma Alex sembrò capire:

"Ah, intendi…"

"Sì, esattamente." ammisi

"Ok, in tal caso sono cose più grandi di me e te messi insieme." disse, come seguendo un ragionamento "Cancella tutto quello che ti ho detto prima e ti ospiterò. Ma a una condizione."

"Il caffè e i muffin?" risposi io illuminandomi.

"Non solo" rispose Alex "ma soprattutto niente stronzate in casa mia. Anche perché torni ad operare e devi essere più pulita di un guanto sterilizzato. D'accordo?"

Gli strinsi le braccia attorno al collo per abbracciarlo. Non era un tipo gran che affettuoso, e ricambiò, seppur a stento, solo perché si rendeva conto che ne avevo estremamente bisogno. Poi mi staccai all'improvviso:

"Oh, scusa, Alex. Mi ero dimenticata che non sei solo." spiegai" E non vorrei mai che la tua compagnia si svegliasse proprio ora e ci beccasse in questa situazione, e pensasse male…"

"Non ti preoccupare" rispose lui "non ci sarà bisogno di spiegare niente. In caso contrario, non avrei nemmeno accettato che rimanessi qua per un po'."

Il discorso filava, anche se non capivo esattamente il motivo. All'improvviso, sentimmo una porta aprirsi piano, a cui seguirono dei piccoli passi assonnati che si dirigevano proprio verso il soggiorno. Una ragazza, anche lei in camicia e boxer, con i capelli castani lunghi che le coprivano parzialmente il viso, fece il suo ingresso nella stanza. Una ragazza bellissima, che senza voltarsi, si avviò verso la macchina del caffè. Fece un grande sbadiglio e poi cominciò a parlare:

"Che bello, hai fatto il caffè. Spero non ti dia fastidio che ho preso dal tuo cassetto un paio di boxer e una… Oh" si interruppe, voltandosi, alla vista che si ritrovò di fronte.

"Buongiorno" disse Alex "e ben svegliata. E' già ora?"

"Purtroppo sì." rispose "E buongiorno anche a lei, dottoressa Robbins." disse avvicinandosi "All'ospedale si fa un gran parlare di lei. Anche Alex la ammira parecchio" aggiunse sorridendo a Karev "Sono contenta di conoscerla di persona, finalmente." poi allungò la mano e disse "Io sono Wilson, comunque, Jo Wilson. Specializzanda nel suo reparto."

Non me l'aspettavo proprio. Meccanicamente, allungai la mano anche io e gliela strinsi: "Arizona Robbins, piacere di conoscerti."