CAPITOLO 35 – Allenamenti

Il sole è alto, Katherine è tornata a scuola e Pitch è seduto a gambe incrociate sul tetto della casa della bambina; le tegole scintillano, ricoperte della brina notturna non ancora sciolta.

I suoi occhi sono chiusi, ma puntano direttamente verso il sole. Non è mai stato granché in fatto di concentrazione; tuttavia, poiché deve assolutamente trovare un modo per far funzionare la Luce annidata dentro di sé, è necessario che impari, alla svelta anche.

I suoi denti scricchiolano sinistramente, mentre il nervosismo sale. Si trova a fare il corvaccio sul tetto già da più di un'ora, ormai, ma non ha notato alcun miglioramento: ancora non è in grado di capire come accedere all'energia accumulatasi in seguito all'attacco della Luce, e se non ci riesce allora diventa perfettamente inutile disporne.

Avrebbe probabilmente bisogno di un qualche maestro di meditazione che possa dargli le basi da cui partire. Quella ricerca del suo nucleo, finora, si è rivelata del tutto infruttuosa. Già, ma dove lo dovrebbe trovare un umano adulto in grado di vederlo? Solleva un sopracciglio, scettico, pensando che potrebbe invece cercare qualche spirito con le necessarie conoscenze. Poi però sbuffa: gli spiriti non l'hanno particolarmente in simpatia.

«Chissà come mai?» borbotta sarcastico.

Ecco fatto: ora si è distratto definitivamente e dovrà ricominciare tutto da capo.

«Dannazione» sibila frustrato.

Inspira a fondo ed espira lentamente. Cerca un po' di calma, nonostante l'agitazione non sembri volergli concedere tregua. C'è una sensazione di urgenza, da qualche giorno, dentro di lui; urgenza e ineluttabilità: un pessimo binomio, invero.

Un basso ringhio fa vibrare la sua gola e le sue dita affondano come artigli nelle cosce.

«Avanti, non distrarti, stupido» mormora.

Le ciglia tremano per un attimo, ma gli occhi rimangono ostinatamente chiusi, costretti in quella posizione dalla cocciutaggine del loro proprietario. La patina rosso cupo che vede dietro le palpebre, per un brevissimo istante, si accende di una luce abbagliante che lo fa boccheggiare e rischia, per la sorpresa, di fargli perdere l'equilibrio. Poi tutto torna buio; un buio non più rosso sangue, ma screziato di aloni dorati.

Rilascia un tremulo sospiro e prova a riaccomodarsi meglio. Non che il luogo che si è scelto possa sul serio definirsi comodo, ma non è certo di una seduta confortevole che necessita in quel momento.

Schiude le palpebre, le nere pupille si contraggono rapide, lasciando spazio alle iridi che sembrano assorbire e riflettere luce. Gli occhi bruciano e protestano per l'eccessiva sollecitazione inumidendosi. Solleva il braccio destro nella stessa direzione e aggrotta le sopracciglia, deciso più che mai a ottenere un risultato che ripaghi i suoi sforzi.

E un risultato, in effetti, lo ottiene. La Luce si accende partendo dalla punta delle dita protese, e risale su, oltre il polso, fino al gomito, e ancora più su, a lambire la stoffa nera della maglietta che indossa. Socchiude le labbra tremanti in un'espressione stupita e, in quel momento, la sua già scarsa concentrazione va irrimediabilmente perduta.

Tuttavia, invece di estinguersi come si aspettava, la Luce diventa più violenta, tanto da costringerlo a socchiudere gli occhi per proteggersi, poi inizia a bruciare.

Pitch emette un rantolo strozzato. L'iniziale sorpresa lascia presto il posto al dolore. Un grido sordo prorompe dalle sue labbra. Flette il braccio e prova a piegare le dita, ma la sensazione di accecante calore non scema, si fa anzi più acuta, tanto da imporgli l'azione, una qualunque, che serva a placare il fuoco che sta tentando di ridurgli il braccio in cenere.

Balza giù dal tetto, atterra scompostamente nel giardino sul retro e, a corto di idee migliori, immerge il braccio in un cumulo di neve spalata. Il freddo improvviso e pungente, a contatto con il braccio rovente, lo fa gridare nuovamente, ma sembra raggiungere lo scopo di placare la Luce e con essa il bruciore.

Pitch, raggomitolato in mezzo alla neve, geme e rabbrividisce, tentando come può di riprendere fiato. I minuti successivi li trascorre in un ovattato stato confusionale, con la vista ancora annebbiata dallo shock e le membra contratte dalla tensione.

«Ottimo lavoro» mormora sarcastico, sibilando a ogni minimo movimento.

Un tempo indefinito più tardi, si risolve a prendere coraggio e provare a rimettersi in piedi. Traballante e intontito, fa qualche incerto passo indietro e dà una veloce sbirciata al braccio destro, distogliendo rapidamente lo sguardo e mugolando sconfortato.

«Meraviglioso» geme, passandosi stancamente le dita della mano sinistra fra i capelli disordinati.

Più della metà del suo braccio destro è ricoperta da bruciature e segni violacei, la parte restante è bianca come gesso e a tratti traslucida. Prova a flettere le dita, poi il gomito, senza alcun risultato apprezzabile. Sbuffa, esausto e sconfortato. Infine, onde evitare di trascorrere il resto della giornata a piangersi addosso in mezzo a cumuli di neve e passeri guardoni, decide di raccattare la propria carcassa marcescente e riguadagnare la più confortevole e riscaldata camera che gli ha gentilmente predisposto Katherine quella stessa mattina: panna e beige, proprio come gli aveva promesso.

"Perché la luce sia splendente, ci deve essere l'oscurità." (Francis Bacon)

"Se c'è un vero desiderio, se l'oggetto del desiderio è veramente la luce, il desiderio della luce produce la luce." (Simone Weil)