Sono MALATISSIMA T_T avviso chiunque di voi si sia perso i libri che Joyce ha stabilito che i Pooka hanno la capacità di viaggiare a piacimento indietro nel tempo, ed auguro a tutti buona lettura!
NON DOBBIAMO ESSERE SOLI – CAPITOLO TRENTACINQUESIMO
Buio. Silenzio. Immobilità. Non spaventosi, non sbagliati: semplicemente, la calma dell'umida terra che attende. Poi, il miracolo della vita: un piccolo germoglio, poi un altro, poi un altro ancora. Radici, steli, foglie, boccioli pronti a schiudersi, e da lì uova, tante, tantissime, a gruppi di tre, di sei, alcune già tinte, altre immense. Fiumi e cascate di tempere arcobaleno, foreste di viticci dalle mille fogge, persino polline colorato: la più grandiosa Pasqua mai esistita. Gallerie, decine, centinaia. Erba soffice, passi affrettati. Richiami e risate. Mani di bimbi, profumo di dolci. Visi sorridenti e conigli di cioccolato. I primi che si fondevano con gli ultimi, ma in modo strano, con risultati deformi. Il battere ritmico di un tamburo. O forse era un piede? No, era decisamente un piede. Nuovi conigli sorridenti, ma questa volta non più grotteschi: semplici, teneri Pooka. Solo femmine e cuccioli, gli unici occupanti la Grande Tana, le prime intente a creare la primavera e tutto ciò che di dolce c'è nell'universo, i secondi a giocare ed imparare. Corse forsennate, inseguimenti all'ultimo fiato. Pellicce arruffate, orecchie penzolanti. Cerchie di musetti rivolti al cielo e poi tutt'intorno, che s'incontravano, poi si separavano. Uno in particolare che avanzava, bello, bellissimo, le linee morbide e le guance piene, e due occhi color del mare. Sempre più vicino, sempre più caldo; poi, all'improvviso, freddo. Urla, strepiti, clangore di battaglia; artigli, lame, bocche feroci. Tentacoli di oscurità ovunque, sopra, sotto, di lato, persino in quelle iridi pure come una pietra preziosa, che ora, in effetti, assomigliavano ad altre iridi, meno antiche, ancora vive, ma non per questo meno angosciose, e fu così che, trasalendo, Calmoniglio si svegliò.
Non tirò una testata al soffitto della bassa camera in cui si trovava, troppo abituato a riposarci per poter rischiare, e non incespicò con le zampe sul letto di muschio e foglie che ricopriva il pavimento, troppo avvezzo a calpestarlo per poterci scivolare, e tuttavia, pochi secondi dopo aver spalancato le palpebre, ricadde violentemente all'indietro: un peso insostenibile lo trascinava verso il basso, ed egli non riusciva ad opporvisi.
Quegli occhi... quegli occhi bellissimi e terribili. Gli occhi di sua madre, scomparsa eoni addietro per dar vita ad una galassia; gli occhi della sua amica, la più aggraziata, la più graziosa, colei a cui lui avrebbe voluto donare una galassia per guadagnarla come compagna; gli occhi di Eos, nati da migliaia di galassie e che migliaia di galassie avrebbero potuto ammirare, ma non lui, no: non lui. Perché era dovuta andare così? Perché, per l'ennesima volta da quando aveva osato metter una zampa fuori dai protettivi cunicoli che avevano funzionato come estensione dell'utero materno nei suoi primi giorni di vita, tutto era andato storto? Perché il destino si ostinava a tormentarlo? Non era bastato che fosse venuto al mondo troppo presto? Non era bastato che avesse sofferto le pene dell'inferno per camminare su quelle gambe rachitiche che si era ritrovato, e per allenarle a sufficienza da rinforzarle fino a farle divenire quasi normali? Non era bastato che fosse sopravvissuto, solo, unico sciocco che al fragore della guerra non s'era destato, e che, quando questa lo aveva raggiunto, vedendo solo morte attorno a sé, era fuggito come un codardo? Non era bastato che, da qualche secolo a questa parte, avesse anche iniziato a perdere la capacità di viaggiare nel tempo, arrivando al punto di non poter retrocedere per più di una manciata di minuti, e solo con sforzi immani? No, no, evidentemente no! Il fato lo odiava, godeva nel tormentarlo, e volontariamente continuava a prenderlo di mira! Lo stava disfacendo, pezzo per pezzo, e quel rifiuto era stato il colpo più basso e doloroso che gli avesse mai inferto. Quegli occhi... proprio quegli occhi. Quegli occhi che ogni volta sembravano giungere per donargli speranza, e che poi, invece, la speranza la portavano via. Aveva provato a resistere, oh, quanto, quanto aveva provato, quanto aveva lottato, per sé stesso e per gli altri, per diventare più forte e per proteggere, per archiviare il proprio passato e per render splendido il presente di chi lo circondava, ma, ormai, iniziava ad essere stanco. Faticava sempre più ad andare avanti, il suo compito di Guardiano non gli dava la soddisfazione di un tempo, qualsiasi successo, piccolo o grande, era tanto complesso da ottenere quanto effimero nel permanere. La vittoria di un anno e mezzo prima era parsa diversa, speciale, apertura di un nuovo inizio, e tuttavia, non appena Jack aveva ammesso di amare Pitch, e aveva dato tutto sé stesso per salvarlo dalla morte, s'era rivelata solo l'ennesimo e più lugubre rintocco di campana in una vita che non aveva più senso. Gli altri continuavano a ripetergli che l'Uomo Nero era cambiato, e sì, diamine se era cambiato, il Coniglio di Pasqua se n'era accorto, e sin troppo bene, ma era questo a turbarlo: a che pro combattere, se il confine tra bene e male non era neanche più definito? Aveva provato, ma aveva fallito: qualunque cosa aveva fatto s'era rivelata sbagliata. Aveva tenuto duro ancora un po', ma ora no: ora basta. Con quegli occhi, s'era illuso e poi ferito per l'ultima volta, e, se non poteva averli, e, da essi, far risbocciare il passato interrotto, si sarebbe immerso in quest'ultimo, e da lì mai più sarebbe uscito.
E così, con questo piano in mente, si rannicchiò, e si lasciò pervadere dai ricordi, dolorosi, sì, ma dalla conclusione ormai nota, e, per questa loro familiarità, un po' più sopportabili del presente.
Stiracchiando faticosamente le proprie membra, Pitch imboccò il corridoio che, da mesi a questa parte, era solito percorrere quotidianamente, e si diresse verso la stanza che divideva con Jack ed Eos.
Era uscito circa un paio d'ore prima, seguendo le bizze di un Incubo nato, ancora non aveva capito come, proprio lì nel Palazzo di Nord, e ciò che egli s'era prospettato essere una breve sortita s'era presto rivelato un viaggio infinito. La bestiola, infatti, aveva mostrato un comportamento fortemente atipico, dapprima vagando qua e là nella tundra con tanta voracità quanta assenza di criterio, poi, scovato un villaggio sperduto, disinteressandosi dei bambini ivi presenti e mettendosi a scavare forsennatamente nel terreno, ed infine tentando di tornare nel luogo ove s'era generata, in cui, a rigor di logica, le probabilità di trovare una fonte di sostentamento per crescere erano pari a zero: una cosa assurda. Oltre a ciò, mai, in tutto quel tempo, essa aveva accennato ad assumere le sembianze di un equino, mantenendosi deforme e quasi collosa, ma divenendo sempre più corporea, inquietantemente simile alle creature appendici di Behemuth, e, proprio per questo motivo, l'Uomo Nero s'era alfine risolto a sopprimerla, assorbendola dentro di sé: dubitava che il demone fosse tornato, ma la prudenza non era mai troppa, soprattutto quando era la sua bambina a trovarsi in pericolo.
«Sono tornato» annunciò, ancor prima di entrare in camera.
In verità, tentato dalla propria natura sospettosa, avrebbe preferito continuare a riflettere, indagare, saggiare e spiare, per dare una spiegazione completa e definitiva a quel fatto tanto strano e mettersi finalmente il cuore in pace, ma era ben consapevole che un'operazione simile avrebbe richiesto giorni, se non settimane, ed avrebbe avuto un esito incerto, soprattutto visto che il mostro in questione era ormai scomparso, e dunque egli, soppesando i pro ed i contro, aveva optato per la propria famiglia; sforzandosi di non lasciar trasparire le preoccupazioni che lo assillavano, oltrepassò la soglia, e lì comprese di aver fatto la scelta giusta.
Non gli fu più necessario costringersi a cessare di borbottare tra sé e sé, né a spianare il cipiglio, né a tenere a freno l'oscurità che gli dilagava nello sguardo: di fronte alla scena che gli si parò davanti, non poté far altro che rasserenarsi. Fu inevitabile, per lui, illuminarsi quando sorprese l'amato e la figlia accoccolati sul letto, naturalmente si ritrovò ad addolcire l'espressione quando si accorse che nessuno dei due lo aveva visto o udito, e senza realizzarlo che trasformò le proprie lamentele a mezza voce in una sommessa esclamazione intenerita, poiché, per quanto fosse ormai avvezzo a queste interazioni, esse non cessavano mai di deliziarlo. Desideroso di partecipare, avanzò, scartando l'approccio furtivo con comparsa a sorpresa per non sovreccitare eccessivamente Eos e, così, rimandare ulteriormente l'ora della nanna già passata, e si limitò ad alzare una mano in segno di saluto, e Frost non tardò a notarlo.
«Oh, guarda, Eos, papà è tornato!» disse con enfasi.
Dopo aver preso in braccio la neonata, la fece girare e le indicò il padre, ed ella gioì alla sua vista, esibendo un largo sorriso ed iniziando a scalciare.
«Sei felice di vederlo, eh?» le domandò il giovane, baciandole ripetutamente il capo; «Hai aspettato tanto, e non ne hai proprio voluto sapere di addormentarti! Racconta, racconta al papà quanti scherzi mi hai fatto, pur di stare sveglia!».
Come avendo compreso l'esortazione, la bimba ridacchiò, e tentò di spinger via il genitore affettuoso; divertito, Pitch chiese: «Davvero? Che ha fatto la birbantella?».
«Non ti immagini neanche!» replicò Jack, ingaggiando una scherzosa lotta con la figlia; «All'inizio è stata brava, ha curato il suo pupazzo, ha provato a giocare con le costruzioni insieme a me e ha bevuto tutto il latte che le ho dato, ma quando ho provato a cullarla è iniziato il finimondo! Calci, strepiti, capricci mai visti, e quanto si offendeva quando provavo a convincerla! Non c'è stato verso: non voleva dormire, e non l'ha fatto. Avrei voluto impormi, ma come posso costringerla ad addormentarsi? Non controllo la sabbia magica come te o Sandy, e comunque non la userei se non in caso di estrema necessità. Non penso sia poi un gran dramma se, per una notte, riposa un po' meno».
Udendo quel discorso, l'Uomo Nero si sentì fiero del proprio compagno, positivamente colpito dalla maturità e determinazione che, in fondo, era riuscito a sviluppare in un paio di settimane scarse, e, onde incoraggiarlo, lo lodò, confermando: «Hai agito molto bene, Jack. I bambini sono imprevedibili, anche i più bravi hanno i giorni no, e, quando succede, bisogna cercare di comprenderli, non di punirli. Usare la sabbia magica sarebbe stato un gesto futile e deleterio, e non avrebbe aiutato né lei, né te. Mi dispiace, tuttavia, sentire che Eos, pur di non addormentarsi, ti ha dato il tormento. Ti ha fatto male?».
Imbarazzato dai complimenti, il ragazzo impiegò un poco a riprendersi, ma quando vi riuscì s'affrettò a precisare: «Oh, no, non preoccuparti! Il massimo che è riuscita a fare è stato tirarmi un pezzo delle costruzioni sul ginocchio, ma, con la poca forza che ha, non ho praticamente sentito nulla. Era solo stressata, e lo ero un po' anche io, c'è stato qualche attimo di incomprensione, ma abbiamo risolto in cinque minuti. E' una bambina intelligente, sai? Quando si è calmata si è resa conto di non essersi comportata bene con me, e ha passato quasi mezz'ora ad accarezzarmi e riempirmi di bacini. Ha persino... aspetta, ti faccio vedere!».
Senza fornire ulteriori spiegazioni, prese a liberare il letto, calciando a terra i pezzi delle costruzioni e spianando sommariamente le coperte coi piedi, quindi annunciò: «Guarda cos'ha imparato a fare! Tu chiamala, al resto ci penserà lei».
Pur confuso dall'assenza di direttive più precise, l'uomo decise di non fare domande, e s'appropinquò ulteriormente al letto; dopo aver fatto spazio a Frost, che l'aveva raggiunto, ed aver imitato la sua posa, si volse verso Eos, ora sola sul grande giaciglio, e chiamò: «Eos! Eos, bambina mia, sono qui!».
Spalancando la bocca in una "o" perfetta, la bimba lo fissò, tra le mani l'orsacchiotto di pezza con cui era solita dormire e negli occhi una domanda inespressa; fantasticando su quali potessero essere i suoi dubbi, Pitch ingannò un minuto, poi un altro, poi un altro ancora, ma alla fine, smarrito, domandò: «Allora? Sta andando tutto secondo i piani o che? Non mi sembra che abbia fatto niente di diverso dal solito».
«No» rispose semplicemente il giovane, non lasciando nemmeno intendere se stava confermando i sospetti dell'altro o negando le sue impressioni.
Interdetto, e tuttavia, allo stesso tempo, incuriosito, l'Uomo Nero non protestò, e rimase in attesa; altrettanto interdetto, Jack aspettò a propria volta, e dopo poco propose: «Proviamo ad indietreggiare. Non tanto, giusto un paio di passi, e insieme. Lo ha fatto fino a qualche minuto fa, non può aver disimparato! Sono sicuro che le serva solo uno stimolo in più».
Rinunciando ad indagare, l'uomo obbedì, indietreggiando di due passi soltanto e continuando a chiamare Eos, e questa, vedendolo sfuggire, fece qualcosa d'incredibile: iniziò a spostarsi. Impiegò un attimo a convincersi, forse indulgendo nella speranza di poter riattirare tutti a sé col proprio fascino infantile, forse perché ancora lenta nell'elaborare le emozioni, ed un attimo ancora ad ingranare, ma quando vi riuscì fu lesta ad accelerare, stendendo le gambe in avanti, facendo leva sui piedi per trascinarsi ed oscillando le braccia per assecondare lo spostamento.
«Ma...?» esclamò Pitch.
Istintivamente, si protese in avanti per andare incontro alla figlia, ma il ragazzo lo bloccò, e disse: «No: ce la fa da sola».
Troppo meravigliato per potersi opporre, l'Uomo Nero si lasciò trattenere, assistendo rapito a quel peculiare metodo di locomozione, mimando col capo i ridicoli balzelli della neonata e sentendosi quasi in soggezione di fronte alla risolutezza con cui ella procedeva; non appena la vide troppo vicina al bordo del materasso, allungò le mani e l'afferrò, sollevandola fino ad averla ad un palmo dal proprio naso, e, in un sussurro, domandò: «Tutta questa fatica solo per raggiungere me?».
«Per te butterebbe giù una montagna!» commentò Frost, solleticandole un piede.
Soddisfatta delle attenzioni che aveva ottenuto, Eos rilassò la propria espressione concentrata per esibirne una gioiosa, e si lanciò in una tenerissima quanto incomprensibile sequela di urletti e risatine; affascinato da quel caotico tentativo di comunicare, il giovane pazientò finché non fu certo ch'ella avesse concluso, quindi osservò: «Allora, hai visto? Certo, è un modo un po' strano di spostarsi, saltellando così, sul sedere, però sembra funzionare, no?».
«Sì» confermò l'uomo, annuendo; «E' strano, e funziona bene. In verità, non è l'unica a spostarsi così: nessun bambino nasce sapendo già come gattonare nella maniera classica, procedono tutti per tentativi, e non è raro che ciascuno elabori una tecnica tutta sua. Ad ogni modo, presto o tardi, imparano. In fondo, procedere gattoni è il modo più efficiente di spostarsi».
Durante tutta la spiegazione, Jack non emise un fiato, seguendo ogni parola con crescente meraviglia e quasi illuminandosi dall'interno, ed alla fine chiese con enfasi: «E se fossi io ad insegnarglielo? Se provassi a gattonarle davanti, e magari ad aiutarla a mettersi nella posizione giusta, pensi che imparerebbe?».
«Decisamente» assicurò Pitch; «I bambini imparano principalmente per imitazione, e, a giudicare da tutto quello che ha fatto da quando è nata, direi che Eos è una maestra in quest'arte».
Memore delle due volte in cui la bimba aveva imitato alla perfezione l'oscuro padre, il ragazzo si lasciò sfuggire una risata, tanto divertita da doversi appoggiare al compagno per non cadere; quando ebbe smaltito l'ilarità, tuttavia, impiegò poco a tornar serio, e mormorò: «Cresce così in fretta...».
All'Uomo Nero non sfuggì la nota di tristezza nella voce dell'altro, né le sue pupille che guardavano lontano, e s'affrettò a chiedere: «La cosa ti disorienta? Hai paura che stia accadendo troppo in fretta?».
Alzando le spalle, Frost rispose: «Non so, io... Stavo ripensando a mia sorella. Non ricordo molto del periodo in cui era appena nata, del resto ero piccolo anche io, però ho bene in mente che mi annoiavo, e che mi sono annoiato per tanto. A quel tempo non mi interessava prendermi cura di lei, io volevo solo giocare e mia madre, per paura che le facessi male, me lo aveva vietato, ma ora... ora è tutto diverso. Io voglio prendermi cura di Eos, voglio assicurarmi che stia bene e che sia felice, e condividere con lei tempo ed esperienze, ma non è facile, e, se lei cresce così in fretta, lo è ancora meno. Se potessi far cambio, insomma, far durare la prima infanzia di mia sorella poco e quella di Eos tanto, non ci penserei due volte, ma non posso, e quindi, che dovrei fare? Sono felicissimo delle sue conquiste, eppure devo ammettere che spesso mi spiazzano. Ho paura che mi stia sfuggendo tutto di mano».
Commosso dal discorso dell'amato, l'uomo lo attirò nell'abbraccio in cui aveva già stretto la figlia, e disse: «Una cosa te la posso assicurare: ti stai prendendo cura di Eos alla perfezione. Sei un genitore esemplare, molto presente ed affettuoso, e questo mio giudizio non è di parte: ne sono seriamente convinto. Detto ciò, comprendo ugualmente i tuoi timori. Eos è l'unica figlia che hai mai avuto, è arrivata all'improvviso ed è una creatura speciale, è più che normale che tu possa occasionalmente sentirti confuso nel gestirla, e, soprattutto, che tu abbia paura di perderti dei passi importanti della sua crescita, visto che sta avvenendo così in fretta. Sai... non ho idea di quanto durerà la sua infanzia, ma, se vuoi parteciparvi, puoi prendere in considerazione l'idea di lavorare un po' meno. Non ti sto proponendo di dimenticarti del tutto dei bambini che credono in te, so che rischieresti di scomparire, ma potresti visitarli un po' più saltuariamente, o, meglio ancora, far cadere meno neve. In fondo, l'inverno sta volgendo al termine, non sarebbe strano per loro vedere le nevicate diradarsi e farsi sempre meno intense».
Il giovane, che per tutto il tempo s'era morso le labbra con fare dubbioso ed incerto, replicò immediatamente: «Ne volevo appunto parlare con te. Per quanto adori portare la neve nel mondo e far divertire i bambini, finché Eos non potrà seguirmi preferisco trascorrere più tempo possibile con lei, quindi m'era venuta un'idea. Come hai proposto tu, più o meno tutti i giorni vorrei uscire per un'ora o due e far cadere un poco di neve, quanto basta perché le scuole vengano chiuse e i bambini possano giocare per un pomeriggio, e ogni volta in un posto diverso. Siccome, però, non mi sembra abbastanza, vorrei, a fine mese, prendermi un giorno intero per sorvolare la terra e portare la più grande bufera di neve mai vista. Una sorta di premio, o regalo di arrivederci, qualcosa che duri per tanto e soddisfi tutti. Tu che ne pensi? Adoro sia il mio compito di genitore che quello di Guardiano, e ci terrei a svolgere entrambi e rendere tutti felici».
Stupito dalla sua pensata, Pitch commentò: «Direi che è proprio un'ottima idea. Poi, con calma, ci metteremo d'accordo su giorni ed orari».
Compiaciuto, Jack sorrise, e s'accoccolò meglio contro il compagno, facendo scivolare la bimba dalle sue braccia nelle proprie e sostenendola mentre sbadigliava; subito dopo, con voce tranquilla, precisò: «Quello che ho detto, comunque, vale solo per me. Tu non sentirti vincolato, quando vuoi del tempo per il tuo lavoro o per te stesso prenditelo, senza farti problemi».
«Sciocco» ribatté semplicemente l'Uomo Nero.
Piuttosto a disagio all'idea di dover fornire ulteriori spiegazioni al riguardo, e così ammettere i sentimenti che provava verso l'uno e l'altra, iniziò a borbottare tra sé e sé qualcosa d'incomprensibile e fece per allontanarsi, ma in quel momento una voce tonante s'intromise, annunciando: «Stanza di Eos è terminata, Jack! Pronto per usarla?».
Sussultando, il ragazzo si rigirò nell'abbraccio e lanciò un'occhiata verso l'ingresso, quindi esclamò: «Oh, è... di già? Non me lo aspettavo».
L'uomo non ebbe bisogno di volgersi per riconoscere Nord, né di fissare l'amato per più di un secondo per rendersi conto che la notizia appena riportata l'aveva spiazzato non poco, e, memore delle esitazioni che questi aveva dimostrato al riguardo giusto il giorno precedente, gli mormorò: «Se non te la senti, ti basta dirlo, e rimandiamo».
«No, no» controbatté immediatamente Frost, l'espressione ancora incerta, ma il tono risoluto; «Ne abbiamo già parlato, Eos dorme meno di noi, ogni volta che ci alziamo presto o andiamo a dormire tardi rischiamo di disturbarla, e poi è giusto che ognuno abbia i propri spazi, no? Andiamo, dai, ci tengo a vedere la stanza, e comunque Eos sta già sbadigliando».
Senza aspettare una risposta, svicolò definitivamente dalle braccia di Pitch e si diresse verso la porta; Pitch, per parte sua, non si preoccupò più di tanto, ben sapendo che il giovane era forte e che, se anche avesse avuto una debolezza, sarebbe bastato poco per rimediare, e gli si accodò.
«Venite pure» li invitò Babbo Natale, facendosi da parte per liberare il passaggio; «Vi mostrerò dove ho riposto... Pitch, attento a dove metti...!».
Orgoglioso come sempre, l'Uomo Nero non diede peso a quell'avvertimento, e proseguì imperterrito; dopo un solo passo, tuttavia, un dolore lancinante lo colse, diffondendosi dal metatarso centrale a tutto il piede, ed egli si pietrificò sul posto.
«Tu inizia pure ad andare, Jack, io e Pitch arriviamo in un attimo!» proruppe istantaneamente il padrone di casa.
Esibendo un largo sorriso, passò il proprio possente braccio attorno alle spalle del ragazzo e lo attirò a sé, impedendogli di voltarsi a controllare e sospingendolo con tanta gentilezza quanta decisione verso il corridoio; non appena lo vide scomparire oltre la soglia, accostò l'uscio, e, nascondendosi dietro di esso, chiese ansiosamente: «Pitch, come ti senti? Ti stavo per avvisare, avevo notato blocchetto di costruzioni a terra, ma tu camminavi così deciso!».
L'uomo rimase immobile e muto per un minuto intero, i muscoli contratti e gli occhi serrati, mentre scariche di dolore gli attraversavano la gamba; alla fine, un po' a stento, riuscì a sollevare l'arto e riappoggiarlo in una zona sgombra, e fece per aprir bocca, ma nessun suono uscì da essa.
«Ti capisco, ti capisco» lo rassicurò Nord, tirandogli una pacca sulla schiena; «E' dolore più lancinante del mondo».
E, troppo provato per fare alcunché, Pitch si limitò a grugnire di rimando.
Emettendo un basso sospiro vibrante, Pitch si rigirò nelle coltri di lana e sogni, quindi sorrise, soddisfatto.
Aveva appena trascorso una delle serate migliori della settimana: la prima visita alla graziosissima nuova stanza di Eos, una messa a letto rapida e priva di capricci, ed infine un focoso incontro con Jack. Non aveva ben presente tutti i dettagli, né quanto il tutto fosse durato, né, in effetti, se fosse davvero già terminato, visto che mani e bocche invisibili parevano ancora alternarsi sul suo corpo, tuttavia era certo che di più non avrebbe potuto desiderare, e dunque annuì distrattamente, beandosi della propria condizione.
Dopo un tempo indeterminato, qualcosa s'inserì in quell'idillio indistinto ed ovattato. Freddo. Un urlo. Passi affrettati e un corpicino livido. Inutili abbracci e disperazione.
Trasalendo di botto dal dormiveglia in cui era scivolato, l'Uomo Nero si tirò seduto e sbarrò gli le iridi; ansimando, si guardò attorno alla vana ricerca dell'amato; realizzando ciò che doveva esser successo, balzò giù dal giaciglio, le gambe tremanti, si lanciò nel corridoio, il cuore in gola, irruppe nella stanza di Eos, le lacrime agli occhi, ed ivi si bloccò, esterrefatto.
Frost si trovava alla sua destra, nudo, ritto in piedi di fronte alla culla, e la fissava, le labbra schiuse e lo sguardo preoccupato; pochi passi dietro di lui, tuttavia, v'era Voluptas, comodamente accucciata a terra e, pur vigile, perfettamente tranquilla, e l'uomo capì: ciò che aveva visto non era un fatto realmente accaduto, ma le paure che il giovane stava provando.
Per un po', commosso dalla scena, Pitch non riuscì a reagire, e si limitò a rimanere immoto, assistendovi e subendo il timore dell'altro; poi, sforzandosi, riuscì a riscuotersi ed avanzare, lentamente, silenziosamente, ombra tra le ombre in quella stanza illuminata solo dal riverbero della neve, e quando raggiunse il compagno gli sfiorò una spalla con la punta delle dita.
A quel contatto, il giovane reagì positivamente, non solo non spaventandosi, ma anche inarcando la spina dorsale per invitarlo a proseguire, e l'Uomo Nero non esitò un istante ad accontentarlo, avvicinandosi fino ad aderire alla sua schiena e stringendolo in un abbraccio protettivo; avvertendo ch'egli si sentiva ancora a disagio, allungò la destra verso la figlia, intenzionato a prelevarla per concederle una notte nel lettone e, così, tranquillizzare il compagno, ma questi intervenne, afferrandogli il polso con uno scatto ed impedendogli di violare il nido dell'infante.
Pur consapevole di non esser dotato a tal punto, l'uomo giurò d'aver avvertito distintamente il tumulto interiore che il ragazzo stava provando, quel misto di paura, vergogna e coraggio che lo stava mettendo in ginocchio, e decise di rispettarlo, non domandando alcuna spiegazione e pregando che la propria presenza fosse un conforto sufficiente; ben determinato nel proprio proposito, pazientò per tutto il tempo necessario, carezzando delicatamente il fianco dell'amato, concedendogli di chinarsi sulla figlia che sonnecchiava pacifica per controllarla da capo a piedi una prima volta, poi una seconda, ed alla fine venne premiato.
Senza un tremito, né un'esitazione, Frost annuì e si volse, posandogli i polpastrelli sul cuore e lanciandogli un'occhiata un po' enigmatica, e, con altrettanta determinazione, Pitch s'abbassò e lo prese in braccio, come era solito fare durante la gravidanza. Camminando con passo felpato, lo riportò nella stanza che condividevano, badando a lasciare gli usci socchiusi e Voluptas all'erta, e, dopo averlo depositato sul materasso ed esserglisi stretto attorno, gli stampò un bacio sulla fronte.
«Scusa» gli sussurrò il giovane a bruciapelo.
Affatto infastidito, l'Uomo Nero lo fissò con sguardo comprensivo, e si limitò a scuotere il capo.
«Ma è una paura stupida» protestò debolmente Jack.
«Non esistono paure stupide, Jack» controbatté l'uomo; «Solo paure fondate e paure irrazionali».
Mordendosi nervosamente un labbro, il ragazzo s'agitò un poco, quindi domandò: «E la mia? Che paura è?».
Pitch si prese qualche secondo per rispondere, in parte perché timoroso di ferirlo, in parte perché effettivamente indeciso, e alla fine disse: «Un ibrido tra le due. Può capitare che un bambino smetta all'improvviso di respirare e muoia soffocato. Tuttavia, non penso che questo sia il destino di Eos, e, se mai dovesse succedere, Voluptas ci richiamerebbe».
«Irrazionale» commentò mestamente Frost, facendosi piccolo piccolo.
«No» ribatté l'Uomo Nero; «Istintivo».
«Non è una gran giustificazione, e comunque non va bene» mormorò il giovane, mortificato.
«E' un dato di fatto, e, a meno che non si trasformi in una ossessione, non sarà mai un problema» affermò l'uomo con tono fermo.
Onde dimostrare che non era disposto ad ascoltare ulteriori proteste, diede un sonoro bacio a stampo all'altro, quindi lo attirò a sé, premendolo contro il proprio petto in una posizione che, pur non scomoda, non gli avrebbe consentito di parlare agevolmente, e Jack, con sua grande gioia, vi si adattò senza un lamento. Pareva tutto finito lì, in una conversazione fatta più di parole non dette, e in un abbraccio che valeva più di mille parole, ma dopo qualche minuto il ragazzo sussurrò a fatica: «Pitch, mi fai addormentare?».
«Certo» concesse immediatamente Pitch.
E, mentre lo coccolava, capì: il suo piccolo fiocco di neve non era veramente cambiato, la sua natura a tratti scherzosa, a tratti infantile, a tratti focosa e sempre affettuosa non era mutata, ma s'era arricchita d'una sfumatura nuova, più matura, forse apprensiva, ma decisamente premurosa, una sfumatura materna che aveva un che di commovente e che, probabilmente, non sarebbe mai più sparita, e, in fondo, andava benissimo così.
«La vuoi piantare!?» sbottò Pitch all'improvviso.
E Calmoniglio, che era accucciato in un angolo del salone a dipingere soldatini, alzò gli occhi al cielo.
Stralci della litigata tra il padre e la fata lo raggiunsero, ma egli non vi diede peso: non aveva alcun interesse a parteciparvi. Come al solito, l'oggetto della discussione era Eos, in quel momento seduta sul tappeto di pellicce e completamente ignara della bufera che la circondava: il primo la esigeva tutta per sé, concentrata sugli animali in miniatura che aveva creato per deliziarla, la seconda pretendeva d'inserirsi, e seguitava a distrarla con sorrisi e giochi di prestigio, mentre il Pooka... il Pooka non voleva nulla. S'era un poco ripreso dalla giornata nera trascorsa nella propria tana una settimana addietro, perlomeno quanto bastava per riprendere a muoversi, e il lavoro su cui s'era buttato aveva fatto il resto, limitando la disperazione a brevi momenti e garantendogli calma a sufficienza da non avvertire un groppo alla gola ogni volta che scorgeva la neonata, ma da lì a dire che stava bene ne passava: semplicemente, s'era rassegnato.
«Oh, Pitch, suvvia, è una bambina curiosa, è normale che si distragga» affermò Dentolina.
«Si distrae perché tu stai facendo la sciocca! Non vedi com'è... dov'è finita!?» esclamò l'Uomo Nero.
Interdetto da quella domanda apparentemente senza senso, il Coniglio di Pasqua si volse verso i due contendenti, aspettandosi di trovarli innervositi ed intenti ad accapigliarsi, ma venne presto smentito: nessuno dei due aveva accennato ad alzare le mani, e, al contrario, entrambi parevano sconvolti, intenti a fissare il manto, ora sgombro, ove fino a poco prima giaceva la bimba.
Un basso ringhio vibrò nell'aria, prima lieve, poi sempre più rombante, accompagnato da tremiti e selvaggi tentacoli di sabbia oscura, e l'uomo tuonò: «Dov'è finita!? Quel vile bastardo, l'ha fatto di nuovo, ha approfittato della mia distrazione, e tu, sciocca, tu l'hai solo agevolato! Non ci saranno barriere né catene in grado di fermarmi, io salirò su quel maledetto satellite e lo demolirò pezzo per pezzo, io...!».
«Pitch, per amor del cielo!» lo interruppe la Guardiana, afferrandolo per le spalle; «Facciamo almeno finta di cercarla prima di gridare al rapimento! Sarà semplicemente gattonata via, su».
«In così poco tempo!?» sibilò Pitch, fuori di sé.
Desideroso di aiutare l'amica, Calmoniglio intervenne, commentando: «I bambini sanno essere molto svelti quando lo desiderano».
«Parla quello che non è neanche stato capace di presentarsi ad Eos senza farla piangere, un esperto proprio!» sbottò crudelmente l'Uomo Nero.
«Pitch!» lo rimproverò prontamente Dentolina.
«Lascia stare» la blandì con noncuranza il Pooka, che, effettivamente, aveva incassato il colpo senza grossi danni.
Affatto rassicurata da quell'esortazione, la fata sbuffò e gonfiò le piume, quindi stabilì: «Ora prendiamo tutti un bel respiro, ci diamo una calmata e ci mettiamo a cercare Eos. Forza, al lavoro. Anche tu, Calmoniglio».
Preso in contropiede, e, in verità, anche un po' indispettito all'idea d'esser stato coinvolto senza alcuna apparente ragione, il Coniglio di Pasqua protestò: «Ma che c'entro io? Non mi sono mica messo a litigare come voi!».
Istantaneamente, la Guardiana si volse, e, forse perché esasperata da quella situazione, forse, più probabilmente, perché stanca di vederlo tenersi in disparte, lo fulminò con lo sguardo; intuendo che a nulla sarebbe valso opporsi, Calmoniglio si morse la lingua, e concesse: «Va bene, va bene: mi metto a cercare anch'io».
Dopo aver ordinatamente riposto smalti e pennelli, non senza borbottare, s'accucciò sul pavimento, ed iniziò a guardarsi attorno: dove si sarebbe potuta cacciare Eos? Forse nella cesta della legna mezza vuota? No, troppo alta da scalare. Magari in mezzo al reggimento di giocattoli pronti per esser dipinti? No, troppo fitto per offrire rifugio. Dietro le tende di velluto? No, troppo pesanti perché potesse spostarle. E se, come un leprotto, si fosse semplicemente infilata sotto il divano, ben protetta dalla sua lunga fodera?
Zompettando quieto in mezzo al caos di piume e refoli d'ombre, raggiunse il mobile ed insinuò il capo sotto di esso; come si aspettava, ivi trovò la bimba, placidamente intenta a gattonare ed esplorare, ma, a differenza di quello che si aspettava, la vide scorgerlo, e puntare con decisione in sua direzione.
Spaventato dallo scatto, tentò di balzare indietro, ma riuscì solo ad incespicare goffamente nelle proprie zampe e ricadere a terra, l'orecchio incastrato contro un piedino e il naso schiacciato contro l'assito; ormai impotente, si ritrasse quanto poté e serrò le palpebre, preparandosi al peggio, e tuttavia, invece di un pianto disperato, avvertì qualcos'altro colpirlo: un piccolo, morbido palmo.
Stupito come non mai, il Pooka sbarrò gli occhi, e si ritrovò di fronte ad una scena cui mai si sarebbe aspettato di poter assistere: Eos in persona seduta accanto a lui ed intenta ad accarezzarlo. L'infante pareva essere a dir poco stregata da lui, affascinata dal suo pelo morbido che vezzeggiava senza sosta, meravigliata dal suo aspetto al punto da avere quasi gli occhi fuori dalle orbite, sovreccitata dalla sua sola presenza, e in lei non v'era alcuna traccia di terrore o turbamento.
«Ma allora siete qui!» abbaiò una voce soffocata.
Poco dopo, il divano venne sollevato in aria e scagliato lontano, ma il Coniglio di Pasqua non vi fece molto caso, e, evidentemente, nemmeno la neonata, considerata la rapita perseveranza con cui seguitò a coccolarlo.
«Avresti potuto avvisarmi prima, invece di rimanere qui sotto ad intrattenerti, sciocco!» commentò Pitch.
Ignorando bellamente l'incontro che si stava svolgendo, si chinò e raccolse Eos da terra, trascinandola lontana, e a quel punto ella pianse, d'un pianto nostalgico ed implorante, e a quel punto egli, volente o nolente, fu costretto a vedere la realtà. Impiegò un poco ad ammetterla, lo sguardo confuso, ancor di più ad accettarla, l'espressione contrariata, ma alla fine, contro ogni previsione, cedette, e sbottò: «Allora, sei cieco o cosa? Eos ti sta chiamando, è maleducato farla aspettare!».
Fu con un sussulto che Calmoniglio recepì la concessione, e con timore quasi reverenziale che s'appropinquò a colui che gli aveva portato via tutto, e che, eppure, ora tutto gli stava offrendo, il muso tremante quasi appoggiato alla sua spalla, i baffi intrecciati nei suoi capelli corvini, e, quando la neonata lo sfiorò, capì: non avrebbe mai potuto avere tutto quello che desiderava, non il proprio passato rinato, non un nemico completamente malvagio, non una vita priva di sofferenze, ma, in effetti, tutto questo era ciò che avrebbe reso la sua esistenza degna d'essere vissuta, e, in tutto questo, Eos sarebbe stata la migliore e più dolce delle consolazioni.
Come sempre mi auguro che il capitolo vi sia piaciuto, e vi ricordo che sono sempre più che lieta di ascoltare i vostri commenti e rispondere alle vostre eventuali domande. A titolo informativo, vi avviso che nel prossimo capitolo approfondirò maggiormente il rapporto tra Calmoniglio ed Eos, nonché la psicologia del primo, ed inizierò ad introdurre un po' di azione.
Il prossimo capitolo verrà pubblicato entro domenica 25 ottobre. Limite distante per sicurezza, visto che sono malata da far schifo da un pezzo e non so quando guarirò, e ho i lavori in casa, ma confido (spero!) di non doverlo sfruttare fino in fondo. Vi ringrazio per aver letto e vi auguro una buona serata, a presto!
