L'Inferno è ancora vuoto…

Novembre 1789, quarantuno miglia a sud di Livourne…

Impietrita…

Lì…

Immobile…

A rievocare nella testa le parole ed il senso delle parole perché le pareva tutto assurdo e, appunto, senza senso.

Esso scivolava lento attraverso la coscienza, come acqua in un fiume o vento s'una distesa di grano. Poi all'improvviso tutto smise di scorrere.

"Io sarei…".

Prese a balbettare, incapace di ripetere la parola dal senso compiuto e certo, mentre poteva sentire braccia e gambe che prendevano a pungere e poi a tremare. Un brivido percorse la schiena, la stanza prese a vorticare di nuovo.

Le mani aggrappate al tavolo per vedere di far star fermo almeno quello.

Non concepiva l'idea, non…

Lo sguardo sgranato, aperto, sull'uomo che aveva di fronte e la donna lì accanto.

"Io sarei incinta!? Com'è possibile? Io…".

L'altro effettivamente fece una faccia così che non comprendeva lo stupore della donna e non riusciva a spiegarsi come quella non l'avesse già compreso.

Che poi le chiedesse come fosse stato possibile…

Non gli era parsa una sprovveduta ma d'altra parte della sua storia non sapeva nulla e allora forse sarebbe stato anche possibile che non l'avesse compreso.

Mantini tossicchiò imbarazzato: "Com'è possibile?!".

La domanda ripetuta più che altro per indurre l'altra a riaversi e a comprendere che la domanda non aveva un gran numero di risposte ed in effetti Oscar comprese d'aver detto un'idiozia. Non intendeva…

Come…

La testa prese a girare, dovette prendere a respirare piano.

Tutti si erano concentrati sulle condizioni della sua salute e sul fatto che lei non sarebbe vissuta a lungo.

"Ve lo confermo…non…non l'avevate compreso?".

L'ometto tentò di sviare la risposta e lei cercò di riprendersi e di riacquistare un minimo di lucidità, anche se ora la mente era invasa da un turbinio di sensazioni ed emozioni e paura che la stavano letteralmente lasciando senza fiato, incapace di darsi il contegno necessario per chiarire all'uomo la propria reazione di sorpresa.

"Dottore, vi chiedo perdono. Forse…non intendevo…come…intendevo…insomma non credo sia possibile. Quando mi visitarono a Parigi, alcuni mesi fa, mi dissero…il mio fisico era debilitato…ero…sono malata…".

"Certo…ma v'hanno forse detto che non avreste potuto aver figli?! Mai?!" – rispose l'altro, tono candido e disarmante.

Fu allora che il volto avvampò che lo sapeva bene come accade che una donna si ritrova ad aspettare un figlio.

La domanda pareva retorica, ma no, la risposta era che neanche l'aveva mai chiesto e di conseguenza nessuno l'aveva mai negato.

Negò con la testa, piano…

L'assurdità era che mai in quei mesi di fuga s'era immaginata sarebbe potuto accadere.

Lei aveva sempre e solo intravisto la propria fine e non certo la possibilità che il suo corpo fosse in grado d'essere tanto forte e disponibile ad accogliere una nuova vita.

Un bambino…

Stai aspettando un bambino…

Un istante…

Rivide sé stessa tra le braccia di André, immersa, perduta in lui e lui dentro di lei, sospesi ad ascoltare l'uno l'estasi dell'altra, a perdersi nell'infinita distesa dell'amore che li aveva guidati. Vinti, là dove il sangue non scorre più e pare fermarsi per attendere quel fremito che percorre e trascina via e non lascia neppure il tempo di respirare.

Inondata fin nel profondo della carne e dei muscoli e dell'anima…

Corse alle sensazioni che aveva provato negli ultimi tempi.

Ascoltò se stessa e…

Ascoltò il lento sbriciolarsi dei muscoli e lo stomaco chiudersi e la gola restare senz'aria e la testa girare e il corpo sudato e poi freddo e poi di nuovo caldo…

Dunque tutto veniva da lì…

Da quando…

Era importante…

Non lo comprese subito ma sapeva che era importante.

Un lampo di terrore corse nella mente, una mano alla bocca per non gridare e non spaventare i due poveri anziani che aveva di fronte.

L'altro proseguiva e la mente stava lì, attraversata dall'atroce premonizione.

Tentò di resistere, come un naufrago tenta di aggrapparsi ad un misero pezzo di legno per non essere travolto dall'onda gigantesca che porrebbe inesorabilmente fine alla vita.

L'accantonò, la congettura, per un istante, catturata da ciò che diceva l'altro.

"Vedete…chi vi ha visitato aveva ragione a dire che il vostro fisico è molto debilitato e anch'io posso confermare che anche ora non godete di buona salute. Nella vostra condizione in effetti sarebbe stato molto improbabile restare incinta. Però è accaduto…evidentemente siete stata in grado d'accogliere questa nuova vita. Solo…ecco…è proprio questo che m'impensierisce…intanto…devo esser sicuro…".

"Non lo siete?" – lo chiese, disorientata.

"No…ci vorrà ancora un poco…ma poi…poi non sono certo d'affermare che questo bambino…nascerà…non so dirvi se sarete capace di sostenere questo peso e quell'altro…voi non state mica ancora bene…".

"Volete dire che…".

"Questo bambino potrebbe non nascere mai…" – soffiò piano l'uomo con un filo di voce, che però era necessario esser sinceri fino in fondo.

"Cosa…" – si ritrovò strozzata, come se davvero un cecchino l'avesse colpita a morte, una pallottola piantata in mezzo alla schiena, un colpo secco che non lascia scampo.

Non aveva nemmeno avuto il tempo di…

"Che cosa intendete…dire?".

"Vorrei essere più preciso…non posso affermare con certezza che il bambino non nascerà….volevo solo dire che voi siete stata male…e non è che adesso state bene…insomma…nemmeno so da quanto siete incinta…magari se voi riusciste a rammentare quando è stata l'ultima volta in cui avete avuto le vostre perdite…".

Presero a mescolarsi i dubbi. Iùn altre circostanze si sarebbe trattato di ripercorrere il tempo a ritroso, giorno più, giorno meno, perché lei lo sapeva che era accaduto…

Fu lei ad insistere che si diede della stupida che non era possibile essere così stupidi.

"Voi non potete dirmi, allora, da quando...".

"Ve l'ho detto. E' presto! Secondo me…" – quello fece spallucce e riprese a lisciare gli occhialetti, ch'era nervoso pure lui – "Otto!?" – lo chiese lui a lei alzando gli occhietti grigi – "Dieci settimane…al più dieci?! E' per questo che c'è bisogno di più tempo…per esser sicuri. E dovrete stare a riposo…solo così…saremo sicuri…".

Otto settimane…

L'ometto fu costretto a balzar su come fosse stato punto da una vesta e a girare attorno al tavolo così come la moglie che tutte e due avevano visto l'altra scolorire come se davvero sarebbe morta lì, in quell'istante.

La congettura – anche s'era solo una dannata congettura - racchiudeva una sentenza dai contorni oscuri, generata dal presagio solo vagheggiato nella mente che a poco a poco s'era ampliato sovrastando tutto il resto.

Otto settimane…

Forse dieci…

La vita – la sua vita - stava lì, racchiusa tutta lì, nel lasso di tempo, atroce Inferno, in cui s'erano consumati l'atto più sublime e quello più devastante nella vita di una donna.

Il fiume in piena la ricacciava giù, nella sentina marcia, senza luce, la bocca tappata, senza poter respirare e gridare.

"Che vi succede? Vi sentite male?".

Sentiva la voce del dottore che la chiamava…

La voce sempre più lontana e ovattata.

E le parole, invece, si rincorrevano nella mente, come impresse a fuoco nella carne.

Non aveva mai dato troppo peso alla propria vita, non aveva mai dato nessun peso alle sentenza su di sé, ma adesso…

Non so se il bambino potrà farcela….

Il tuo bambino…tuo figlio….

E' troppo presto per dirlo….

Otto settimane…

Sono passate otto settimane da quando quell'uomo ti ha preso e ti ha trascinato in quel buco…

Dio…

André…

Questo figlio potrebbe non essere tuo…

Non riesci a ricordare nulla.

Forse è per questo che la tua mente si rifiuta di restituirti quelle ore…

Provò ad alzarsi per invocare aria. Si ritrovò sulla sedia, sprofondata, senza forze, annientata…

Un bambino…

Non avresti mai pensato che sarebbe stato possibile…

Un figlio….

Tuo e di André.

Ecco cosa avresti voluto…

L'altro continuò a guardarla. Non sapeva che dire e lo sconvolgimento pareva eccessivo per esser frutto della sola sorpresa.

Il dubbio che l'altra non s'aspettasse quella conclusione. E che non ne fosse felice.

Non sapeva nulla di quella donna davvero.

"Ma da quand'è che state così? Insomma…la mancanza di forze?" – provò a chiedere di nuovo per vedere se magari l'altra avesse fatto ordine.

Nell'ordine ci sta la soluzione, più che nel caos.

Da quando…

La questione era tutta lì…

Ma la mente si ripiegava su sé stessa e tornava lì, alle ore di prigionia, di cui ricordava solo il buio e l'odore della salsedine e le mani di quell'uomo su di sé.

Era stato da allora che aveva preso a star male. Era stato da allora che il corpo aveva preso a rifiutarsi, a lasciarsi governare e lei non era più riuscita…

Ad amare…

Prima di allora si era sentita spesso stanca ma ne aveva passate tante.

Le pallottole dei cecchini sotto le torri della Bastiglia, l'esplosione, la fuga da Parigi, la rivolta di Limours…

Il viaggio estenuante, gli occhi degli sconosciuti puntati addosso e loro due a diventare invisibili per sopravvivere, per non impazzire, per non lasciarsi prendere.

Uno di quelli – uno davvero sconosciuto - c'era riuscito.

In poche ore era stata spazzare via tutta la sua vita, tutta l'immensa felicità che aveva compreso imparando ad amare il suo André.

Dunque, si, s'era sentita spesso senza forze, stremata.

E ora che la memoria vacillava…

Proprio non sarebbe stata in grado di aggiungere altri particolari a quella ricostruzione.

Anche omettendo quelli ch'erano sepolti nella sua memoria, erano mesi che sputava sangue.

Erano mesi che le avevano detto che sarebbe morta.

Come avrebbe potuto comprendere che invece il suo corpo aveva deciso di accogliere una nuova vita?

Come avrebbe potuto…

Da qualsiasi parte si ponesse per cercare di comprendere ciò che stava accadendo si sentiva stretta in una morsa, intrappolata nella tela di un ragno da cui adesso non poteva fuggire.

Rammentò la tela che ondeggiava nello stipite dell'Orangerie, al Trianon…

Per vie traverse s'era intrappolata da sola e adesso era prigioniera di sé stessa.

Non sarebbe mai riuscita a liberarsi…

L'Inferno era ancora vuoto, ma i diavoli non erano lì, fuori, erano dentro, cacciati nella carne…

Prese a respirare, per comprendere.

"Non dovete…temere…" – riprese l'ometto con fare consolatorio – "Sara solo questione di tempo…solo poche settimane e poi sapremo…e quando avremo certezza…oh…perdonate…forse non siete contenta?".

"Io…non…non avrei mai pensato che…ero convinta d'essere alla fine della mia vita…".

L'altro le prese la mano e la strinse.

"Vedete…ecco…non è del tutto sbagliato quello che pensate…".

Fu costretta, di nuovo, a sgranare gli occhi, che non capiva e no, stupida, ci sarebbe dovuta arrivare da sola.

"Il vostro corpo, in un certo senso, potrebbe essere costretto a scegliere…".

"Cosa volete dire con scegliere?

"Voglio dire…voi e la vostra vita e voi e il vostro bambino…dunque potrebbe non esserci capacità di tenere a bada tutto…tutt'e due le condizioni sono faticose. Allora…se il vostro corpo decidesse di combattere la vostra malattia, allora, il bambino potrebbe esser sacrificato…ma potrebbe anche accadere che tutte le vostre forze finiranno per aiutare questa creatura a vivere e allora…potreste essere voi a correre il rischio perché il vostro corpo sarà costretto a scegliere tra conservare sé stesso oppure la nuova vita che sta nascendo dentro di voi…e allora voi…ecco…".

"Morirò!? Forse potrei anche mettere al mondo questo figlio e poi morirò? E' questo che volete dirmi?".

Fu l'asciuttezza al limite del brutale della domanda che poi, in fondo non era una domanda, a scuotere l'altro che non era abituato a sentir parlare una donna a quel modo, che all'altra, le mezze parole, ormai l'aveva compreso, infastidivano e basta.

Negò l'ometto.

Oscar rimase lì, sguardo sgranato…

No…

Dunque…

"Ecco…non solo il bambino…ma entrambi…non solo voi…" – concluse quello stringendole le mani che non aveva senso girarci attorno o negare o far finta che tutto fosse facile - "Ma…non è detto…io…".

Il senso della questione stava tutto lì.

Istanti silenziosi…

Il tempo prese a scorrere a ritroso, velocemente, verso il tempo delle certezze, quelle che le erano state inculcate nelle viscere da quando era nata.

Si ritrovò laggiù, impietrita…

Laggiù…

Sul bordo di quel canale d'irrigazione, alla luce del tramonto, seduta sul ciglio dell'acqua.

Aveva portato a termine il compito di proteggere la famiglia reale che tornava a Versailles, dopo la lunga permanenza al Trianon.

Lì s'era sentita donna, per la prima volta nella vita, lì aveva intuito d'amare o aveva creduto d'amare, il cuore contratto, stritolato, soffocato dalla coltre di regole ferree a cui aveva necessariamente sempre obbedito.

S'era ribellata.

Aveva sfidato il destino e aveva perduto o meglio aveva compreso che quello non era il suo destino.

L'abito bianco gettato sul letto, con rabbia, quella notte, di ritorno dal ballo in cui aveva desiderato essere solo una donna.

Così s'era rifugiata nell'unico posto in cui le regole erano certe, quelle che lei avrebbe dettato a sé stessa, da sola.

I pugni stretti…

Essere una donna. Stava pagando per la propria scelta.

Essere una donna non era conveniente.

Si riebbe…

"Verrò a visitarvi…non dovete temere…" – s'affrettò a spiegare il dottore.

"No!".

"Madame…dovete riguardarvi…sarà bene che io vi segua…mia moglie sarà felice di darvi alcuni consigli…".

"No!" – lo sguardo severo, si alzò anche se ancora tutto vorticava – "Non dovete disturbarvi. Se avrò necessità di consultarvi sarò io a venire da voi…".

"Ma…".

"Vi chiedo di tenere per voi quanto ci siamo detti oggi…".

"Perdonate…" – il Dottor Mantini prese a sudare, non s'era mai visto che una donna si ritraesse a quel modo, non se l'aspettava – "Non è bene…dovete parlare con qualcuno…Donna Lari vi sarà d'aiuto…".

Tutto tornava come un tempo.

Tutto ciò che s'era dipanato in quel frattempo era perduto.

I baci, gli abbracci, i sorrisi, le dita inanellate tra i capelli…

Tutto perduto.

"Vi chiedo di non riferire nulla a nessuno. Se sarà necessario lo farò io…non temete…non trascurerò la mia salute…".

"Oh…perdonate…".

"Tornerò io…e…".

Era troppo…

Un inchino, un respiro fondo, Oscar lasciò la stanza, chiudendosi il mantello anche se fuori l'aria s'era scaldata ed il sole splendeva con il suo carico di luminosa irritazione.

Che farai adesso?

Che cosa gli dirai?

Era priva di forze.

Di nuovo.

Non aveva avuto tempo di pensare a ciò che stava accadendo.

Nè di pensare che quel bambino potesse essere puramente e semplicemente il frutto del suo amore per André, dell'amore di André per lei.

E già correva con la mente al suo André…

Come potrai dirgli che questo bambino, ammesso sia davvero vostro, potrebbe essere destinato a non nascere?

E…

Si sentirebbe in colpa…

Che se gli dicessi che potresti anche non sopravvivere…

Che hai fatto Oscar?

Che diavolo hai fatto?

Un altro dolore, l'ennesimo.

Ti ama…

Davvero…

Un altro dolore…

"Monsieur…benvenuto!".

I fattori del luogo usavano portare in testa il cappello.

Valentino Simon se lo tolse al cospetto di Donna Artemisia de la Tour mentre il suo padrone si limitò ad un semplice cenno del capo.

"Sono settimane che non ci vediamo…".

La donna porse la destra, André accennò a trattenere la mano, l'odore delle misture di colore e delle tinte a base d'uovo ed olio s'espandeva dalla pelle morbida e bianca, appena sfiorata.

Gli occhi si sollevarono e lui si ritrovò lo sguardo della donna su di sé, indagatore e leggero.

"Perdonate…spero di non avervi arrecato disturbato…".

"Non temete…immagino che anche nella vostra tenuta ci sia parecchio da fare…".

Sorrise Joria: "Ed infatti è per questo che vi ho fatto chiamare…ho saputo che state amministrando le vostre terre in maniera encomiabile…".

André rimase zitto.

Non comprendeva.

"Ebbene…vorrei che vi occupaste anche di alcune questioni che riguardano le mie proprietà…".

Donna Artemisia fece cenno ai due di sedersi.

Era donna di classe ma non si faceva remore ad interloquire con suoi pari come con figli di custodi.

"Ho chiesto anche al figlio di Cristiano d'esser qui…".

L'altro arrossì. Aveva moglie e figli ma la presenza suadente della donna nobile, ancora giovane e davvero affascinante, incuteva sempre un certo trambusto nei pensieri. Che quella si fosse ricordata di lui, poi…

"Madame…" – riprese André.

"V'avevo detto che potevate chiamarmi Joria…" – lo redarguì l'altra affondando un poco.

André negò: "Vi ringrazio ma vi sarei grato se mi permetteste di nominarvi così. Mi sentirei più a mio agio…".

Un cenno del capo: "E sia! Sono stata estremamente sfacciata a farvi una simile richiesta…".

"Per tornare alle vostre proposte…" – si passò una mano tra i capelli André, era stato raggiunto dal messaggio di Donna Artemisia proprio quel giorno in cui…

"Dobbiamo trovarla!" – aveva pregato Donna Lari, le mani nelle mani.

"No…lei sa il fatto suo…se è uscita sarà perché voleva fare una passeggiata…." – aveva sospirato André. Non poteva rincorrerla ogni volta che lei scompariva.

"A cavallo?! E' pericoloso!".

André aveva sorriso: "Non temete…Oscar…".

"Vossignoria!" – aveva esclamato l'altra – "Così ha detto di voler esser chiamata!".

Stava per mettersi a piangere la custode che André invece aveva sorriso all'appellativo: "Vossignoria?!".

"Sì…me l'ha detto lei di farsi chiamare così!".

"E sia…vada per vossignoria…ma davvero Donna Lari non dovete temere per lei…".

André aveva tentato di rassicurare la custode ma anche lui era stato preso dalla smania quando s'era fatto riferire se qualcuno avesse visto il nuovo ospite della tenuta e allora s'era accorto che davvero nessuno l'aveva vista, che lei era riuscita a nascondersi così bene in quei due mesi, che sarebbe stato come cercare una specie di fantasma. Davvero in pochi conoscevano la sua faccia…

Dove diavolo sei?

Se lo chiedeva André mentre tentava di rispondere a Donna Artemisia.

"Si tratterebbe di venire qui ogni tanto e verificare i conti. Io non ne sono mai stata capace…non sono buona…mi piace dipingere e so trattare con i contadini…ma non chiedetemi di tenere in ordine i conti. So che invece voi ve ne occupate di persona…".

Annuì André, che se si trattava solo di fare quattro conti…

Non sarebbe stato difficile, al più si sarebbe fatto recapitare i registri a casa e ci avrebbe pensato alla sera.

Aveva tanto tempo libero da quando…

Erano passati due mesi dannazione, non s'erano più toccati, sfiorati…

Gli pareva un'eternità. Gli pareva che tutto quanto era scorso tra loro si fosse perduto, anzi non fosse mai accaduto.

"Ve la sentite? So di chiedervi tanto…ma ho imparato a conoscervi e so di potermi fidare. Io sono spesso fuori per i miei viaggi e così potreste venire qui e tenere i registri e controllare che tutto proceda per il meglio. Per me è indifferente se sarà Valentino a sostituirvi…ma vorrei che tutto dipendesse da voi…".

"Mi state chiedendo di svolgere un compito delicato…".

"Per questo lo chiedo a voi…non mi fido di nessun'altro…".

Si morse il labbro André. Da una parte sapeva d'avere già tanti impegni a gestire le terre che aveva acquisito, dall'altra era lusingato che altri avessero deciso d'appoggiarsi a lui.

Forse era un caso o forse no.

E poi c'era dell'altro.

Altro di cui in quei due mesi aveva preso ad accorgersi.

Il Granduca aveva intrapreso riforme illuminate su proprietà, tassazioni dei terreni, bonifiche, leggi…

Ma lì attorno, non tutti avevano accettato i cambiamenti senza colpo ferire.

S'era sparsa la voce che ad Alcantia si dava lavoro, onesto e retribuito e così André s'era ritrovato gente che proveniva anche da regioni lontane, gente che sfuggiva alla tirannia dei signorotti che si credevano di vivere ancora nel passato e non accettavano di dividere il proprio imperio assoluto di contro a diritti vergati sulle pergamene di legge, che avrebbero impedito di trattare i lavoranti come una proprietà, come fossero bestie da soma.

Se André si fosse alleato con altri che la pensavano come lui e fosse riuscito a convertirli a canoni meno dispotici nei confronti della gente, allora…

Ciò per cui avevano lottato un tempo avrebbe trovato la naturale conclusione lì, proprio lì, anche se per una via così trasversale e distinta dal luogo da cui provenivano.

Donna Artemisia pareva creatura lieve, amabile, anche se intensamente votata alla ricerca della bellezza attraverso l'arte. Si sa gli artisti non sanno occuparsi di cose pratiche…

Sorrise André e l'altra gli sorrise.

"Trovate divertente vero ch'io non sappia occuparmi di due conti?! Ma davvero…non so…le tempie mi prendono a battere e la testa prende a girare…e…".

André alzò le mani in segno di negazione: "No…non temete…ho compreso che intendete dire…i conti…sono sempre stati la bestia nera di…".

Si morse il labbro…

L'altra si zittì, le sopracciglia s'inarcarono in attesa che il discorso terminasse.

"Nulla…" – sospirò André.

"Allora?".

"Allora va bene…" – annuì André, che Valentino Simon prese ad agitarsi sulla sedia come se gli avessero acceso uno scaldino sotto. Il ragazzo squadrò il nuovo padrone come a dirgli che forse lui non l'aveva capito ma si stava cacciando in uno strano guaio.

Già arrivavano a sera tutti e tre stravolti, lui, il padrone e il custode…

"E come sta il vostro amico?" – chiese Donna Artemisia mentre i due si alzavano.

"Meglio…".

"Dovrò venire alla tenuta a conoscerlo…" – sorrise l'altra.

Ad André andò di storto il respiro. Prese a tossire senza profferire risposta.

Ammesso che riusciate ad incrociarla!- convenne tra sé e sé.

"Tu torna alla tenuta e fammi sapere…" – ordinò poi a Valentino – "Io mi fermo ancora un poco…".

La donna sorrise mentre il giovane Valentino si congedava.

"Siete fortunato…" – convenne Joria con André accompagnandolo nello studio dove si trovavano i registri e i libri mastri con i conteggi della tenuta – "Valentino ha avuto un padre ch'è stato fedele ai proprietari della tenuta…se non sbaglio…".

Il discorso prendeva a virare verso un aspetto sconosciuto. Pericoloso…

"Madame…vi chiedo perdono…ma ho poco tempo…sarò lieto di farvi sapere che ne penso della vostra situazione…ma devo rientrare al più presto…tra pochi giorni si aprirà la raccolta delle olive e…".

"Certo…certo…perdonate…sono una sciocca…ho sempre detto che del passato non m'interessa nulla…e poi…mi metto a tediarvi con queste richieste…".

Si ritrovò a vagare per le strade della cittadina, mentre il sole splendeva alto, accecando la vista, con l'aria che ribolliva d'una umidità soffocante.

Era una giornata afosa…

O forse era lei che faticava a respirare.

La testa ovattata, le pareva d'essersi svegliata da un sonno eterno e d'esser stata presa per i capelli e ricacciata nella dannata sentina.

Non era così che si sarebbe mai immaginata…

Dio…

Non aveva mai pensato a sé stessa come una…

Madre…

Probabilmente poteva esserle anche capitato di rivolgere, nella sua vita, un pensiero alla condizione della maternità, ma sempre nella misura in cui tale condizione aveva riguardato altre persone.

Rammentò la nascita dei figli di Maria Antonietta.

Sua Maestà le aveva consentito di prendere in braccio Marie Therese e poi Joseph e poi Carlo.

S'erano guardati lei e i mocciosi e poi quando erano un poco cresciuti aveva ascoltato i passetti veloci che le venivano incontro nei lunghi corridoi della reggia. Carlo l'aveva conosciuto per ultimo e per pochissimo tempo ma i due più grandi…

Marie Therese voleva ascoltare favole di continuo e passeggiare per i viali, immaginandosi che ad ogni boschetto, ad ogni fontana, sarebbe venuto loro incontro chissà quale straordinaria creatura.

Rammentò il dolore della perdita d'un figlio.

Assoluto e senza senso.

Devastante…

Nient'altro.

Possibile che neppure una volta la sua mente si fosse rivolta al pensiero d'essere lei a diventare madre?

Possibile che neppure una volta avesse mai avuto il desiderio di conoscere ciò che si prova ad accogliere la vita di un altro essere umano dentro di sé, essere che diventa persona differente da sé eppure è parte di sé, del proprio sangue, della propria carne e soprattutto dell'amore verso un'altra persona?

Amore…

Così s'era sempre immaginata fosse il magma intenso e sconosciuto che genera una vita…

Illusa, ingenua, stupida…

La vita può nascere anche da un atto di violenza.

Che razza di madre diventerai?

Non te ne sei nemmeno accorta…

Non trovare giustificazioni. Una madre dovrebbe sentirlo quando…

Quando…

Si sentì sprofondare mentre il cuore batteva senza ritmo ormai, disarmonico ed impazzito.

Vagliava le alternative in maniera caotica e forsennata…

Non sapeva più se desiderare di diventare madre oppure se sperare che la sua vita finisse, lì, in quell'istante. Che quei demoni fossero venuti a prenderla e se la fossero portata via davvero, lei e tutto quel che covava nelle viscere.

Le mani appoggiate al ventre, decise di risalire a cavallo e di avviarsi fuori, che gli sguardi avevano preso ad insistere sulla sua figura e lei non avrebbe avuto la guardia sufficientemente alta per distinguere quelli amichevoli da quelli ostili.

Quel posto non era poi così differente dalla Francia.

Le facce smunte, sporche, i vestiti un poco laceri, i piedi scalzi…

L'orrore, la disperazione, il buio…

Non ricordava.

L'unica certezza.

Assieme all'altra…

Amava André….

L'unica altra certezza che la sorresseDi in quel momento di disperazione, quando s'accorse d'aver perso l'orientamento, che doveva essere uscita dal paese, imboccando una diversa direzione e adesso si stendevano davanti allo sguardo colline stinte, arate, intervallate da boschi scuri, macchie di rovi mescolati ad erbacce e pietre.

In fondo, una piccola chiesa solitaria e grigia, immersa nella campagna bianca e polverosa.

Dio è misericordioso…

Lo pensò, d'istinto.

Imboccò, allora, d'istinto, la porta aperta, venendo investita da una mistura d'aria fresca e umida ed ammuffita, mentre scie di pulviscolo s'incrociavano al lume di tre sparute candele.

La stanza era unica, piccola, spoglia, solo un crocefisso di legno appeso poco più in alto, un tovagliolo di pizzo e sopra fiori ch'era stati portati da poco.

Dio…

Richiama i tuoi demoni…

Lo chiese…

Poi ammise che i demoni stavano tutti fuori dall'Inferno, lì, cacciati nella gola e nelle viscere di quel corpo che continuava a ribellarsi.

Si lasciò cadere stancamente su una panca, appoggiandosi allo schienale, mentre lo sguardo si perse nell'ondeggiare lieve delle tre fiammelle.

Impiegò qualche istante ad adattare la vista al buio della chiesa, attese che almeno il respiro recuperasse un ritmo normale, mentre sentiva il corpo svuotarsi, nonostante avesse appena appreso che dentro di lei c'era una nuova vita.

Contro ogni legge di buon senso e logica, quella vita aveva deciso di venire al mondo.

La mente lontana…

Quell'uomo aveva detto che sarebbe stato necessario attendere ancora qualche settimana.

No, lei non aveva necessità di farlo.

Adesso sentiva che stava accadendo, dentro, nel profondo.

Probabilmente avrebbe dovuto inturlo prima.

Diveniva nuovamente nemica di sé stessa, che essere donna pareva una continua condanna.

Richiama i tuoi demoni…

"Buon pomeriggio!".

Di nuovo uno strano miscuglio di accenti e parole che Oscar riuscì a mala pena a comprendere.

Si voltò e dalla penombra vide avanzare una figura.

A poco a poco riconobbe un ometto basso e tarchiato dal sorriso paterno ma dall'aria piuttosto risoluta, come di chi è abituato alle chiese di campagna quasi fossero luoghi di frontiera.

I capelli bianchi un po' arruffati, le mani piccole e la veste decisamente abbondante.

Doveva essere il prete della piccola chiesa.

Oscar fece per alzarsi.

L'altro agitò le manacce grosse: "State pure lì!".

La declinazione faceva intendere che l'altro la conoscesse ma lei non ricordava d'aver mai visto quell'uomo.

"Siete…si…dovete esser la persona ch'è venuta ad abitare ad Alcantia!" – tossicchiò quello – "Sono Padre Erasmo…giro per queste campagne a sistemare le cappelle che sono sparse qua intorno…e ogni tanto mi capita d'imbattermi in qualche anima ch'è rimasta impigliata…".

Sorrise l'uomo…

"L'altro giorno ho conosciuto…Monsieur…Grandier….m'ha detto che siete arrivati in tre. E m'ha parlato di voi…e…siete voi immagino…siete davvero bella…".

Dunque era lui che la conosceva anche se non l'aveva mai veduta ed era stato André a parlargli di lei.

Dunque André s'era fidato di quell'uomo…

Perché poi s'era spinto a parlare di lei?

Non le aveva raccontato nulla, anche se per la verità negli ultimi giorni avevano trascorso pochissimo tempo assieme.

L'uomo s'avvicinò, fece il segno della croce e rimase a contemplare l'effige sacra.

"E dite…state meglio adesso?".

L'iniziale momento di stupore svanì.

Oscar non disse nulla. Non le pareva il caso di mentire, soprattutto in quel luogo.

"Sapete…Monsieur Grandier è venuto da me…con una richiesta alquanto…particolare…".

Silenzio, la pelle s'era raffreddata.

Oscar si strinse nel mantello. Adesso aveva ripreso ad avere freddo.

No, davvero, non si sarebbe mai aspettata che…

"Vorrebbe sposarsi…".

Un sussulto, fu costretta finalmente a guardare l'altro che aveva chiuso gli occhi e pareva stesse recitando una preghiera.

"Mi ha chiesto s'ero disponibile a celebrare il suo matrimonio e io ho risposto che ne sarei stato onorato…".

Non ti ha detto nulla…

"Sempre che la sposa sarà…d'accordo!" – rise Padre Erasmo.

La chiosa aveva un che d'ironico ma Oscar ne rimase quasi trafitta.

Sposarsi…

André vorrebbe sposarsi…

"Mi ha detto che ne è certissimo! M'ha chiesto d'attendere…l'avrebbe chiesto alla futura moglie…insomma…il suo consenso s'intende…e poi m'avrebbe fatto sapere…".

L'affondo avrebbe indotto ad essere cauti ma era evidente a quel punto che la futura moglie fosse lì, davanti all'altro, e stesse ascoltando senza muovere un muscolo.

Si sorprese un poco l'uomo dell'immobilità dell'altra ma preferì non chiedere altro.

Non ti ha detto nulla…

Gli anelli che vi ha regalato tua madre…

André desidera sposarti...

Desidera che tu diventi sua moglie.

E tu…

Tu aspetti un bambino e non sai neppure se è davvero vostro…

E non sai nemmeno se nascerà e se…

E se tu vivrai!

Come puoi…

Fargli questo?

Come…

Tutto pareva immensamente vicino e pure immensamente lontano, come se l'uomo stesse parlando di altre persone, amici cari, non di lei ch'era lì, non di André.

Il freddo tornò impietoso a scorrere nelle vene, seducendo l'anima, illudendola che al chiuso, al freddo, distante da tutto, lei avrebbe sofferto di meno e sarebbe stata capace di trovare le risposte.

André no…

Non ci doveva entrare in quel luogo ch'era solo suo, era sempre stato solo suo, fin da quano aveva memoria di sé.

Solo che André era stato accanto a lei, da tutta una vita, in silenzio, e nonostante questo s'erano insegnati a vicenda come sostenersi, in silenzio…

Se lui l'avesse guardata in faccia, avrebbe capito all'istante…

Dio…

I pugni stretti, un respiro fondo, fece per alzarsi.

"Posso fare qualcosa per voi?" – chiese il parroco intuendo lo sguardo scuro e distante.

Annuì Oscar: "Potreste…pregare per me?".

Un filo di voce, la richiesta dettata dalla disperazione…

Dio è misericordioso…

Si stupì di nuovo il religioso ma annuì a sua volta: "Non mancherò! Però…anche voi potrete farlo. Una supplica non va mai perduta e così coloro che pregano neppure. Dio è misericordioso...anche chi non crede in Lui non potrà non scontrarsi con questa verità. Che poi ci si metta a credere o meno…questo solo Lui lo saprà e…".

Rise il prete…

"Sarà una questione tra Lui e…" – indicò verso l'alto.

Oscar non rispose, si alzò, un cenno del capo e uscì silenziosamente dalla chiesa.

L'uomo la seguì con lo sguardo perplesso dalla strana visita, veloce e silenziosa e discreta.

La luce accecante del pomeriggio ferì gli occhi tanto che dovette abbassare il capo per ripararsi ed attendere di poter tornare a sostenere la vista della campagna, abbagliante e tagliente.

Il lampo bollente attraversò la mente…

L'odore del mare s'impose allo stomaco…

Le grida forsennate dell'olandese…

Le mani addosso…

Le dannate spinte…

Il corpo rovesciato chiuso stretto…

Il respiro soffocato nell'acqua marcia…

Dio, richiama i tuoi demoni…

Le mani si strinsero alle redini e lo sguardo iniziò a spaziare dentro la distesa scura ed immobile del mare che placido scorreva alla sua destra.

Tornò lentamente verso la tenuta.

Il buio si disciolse nell'aria, presto rapidamente inondata da grosse gocce d'acqua che presero a radere l'aria, tanto che fu costretta ad attendere qualche istante dentro la scuderia, prima di potersi avviare verso casa.

Spazientita uscì e prese a camminare in fretta.

Era buio…

Lo sguardo corse lungo la pietra della scala lucida di pioggia mentre gli aloni chiari di due lanterne indicavano l'ingresso.

"Monsieur…è tornata…".

Donna Lari s'affacciò alla cucina. André era seduto al tavolo accanto a Martin che consumava la sua cena.

Lui non aveva voluto mangiare, voleva attendere lei, che non era possibile continuare a quella maniera.

Era tornato dalla tenuta di Donna Artemisia e aveva interrogato Valentino e quello aveva negato con la testa ed il cuore aveva preso a battere all'impazzata che gli era sembrato davvero d'esser precipitato giù, nel passato, quando era solo un servo e nemmeno doveva osare attenderla o chiedersi dove diavolo fosse finita.

D'altra parte, allora, Oscar non poteva che essere a Versailles, e al più, dopo, a Parigi, ma la costante sensazione di dover rincorrere un'anima troppo veloce lo aveva sempre tenuto in scacco.

Adesso no…

Oscar…

Loro, tutti e due, non erano gli stessi d'un tempo.

Si alzò.

"Vado a parlarle…" – i passi s'imposero un poco pesanti che Donna Lari si spaventò, non aveva mai veduto il padrone così arrabbiato, anche se in realtà la faccia stravolta non lasciava trasparire volontà d'aggredire ma solo di comprendere.

Non devi…

Non devi parlargli!

Non adesso…

Se ti guarderà in faccia capirà e sarà la fine e tu devi pensare…

Se riuscirai a ricordare…

Dio, se…

Cosa?

Che diavolo gli potrai raccontare dannazione!?

Tuo figlio…

Tuo e di André…

Tuo e…

Tempo…

Non hai più tempo…

Dovrai dirglielo…

E dovrai dirgli che…

Non hai certezza che sia…

Suo…

La nausea prese a salire di nuovo.

Non aveva nulla nello stomaco, solo rabbia e quella può rivoltare le viscere peggio del peggior vino.

André l'aveva scorta che saliva le scale quando s'era fiondato fuori per afferrarla prima che sparisse ingoiata dal tepore della stanza.

Nessuno dei due c'era riuscito e Donna Lari adesso stava lì, nell'angolo, fuori dalla porta.

La sensazione che Oscar stesse fuggendo.

Di nuovo…

Non te lo permetterò…

"Oscar…".

Bussò André.

"Entro…".

"No!".

L'altro entrò lo stesso, che non era più abituato a restare fuori dalle porte, dalle stanze e dalla vita di lei.

E lei non glielo avrebbe impedito.

Oscar non era più solo la figlia del Generale Jarjayes, il Colonnello della Guardia Reale, la fredda e algida donna, educata ad essere un soldato e a comportarsi ed agire come tale.

Oscar era stata tra le sue braccia.

Lui aveva sentito la passione, il desiderio, l'amore. Aveva ascoltato la voce sciogliersi e perdersi nell'estasi dei corpi uniti, fusi. L'aveva sentita viva dentro di sé e non poteva lasciarla andare via di nuovo, per tornare ad essere la creatura solitaria e fredda e lontana e inavvicinabile, per chissà quale ragione.

Non s'era nemmeno resa conto ch'era davvero tardi e per quanto quella fosse una casa nuova, abitata in parte da perfetti sconosciuti, l'alone del distacco s'era presto sparso per l'aria, amareggiando gli animi.

"Dove sei stata?".

La domanda secca…

"Come stai?".

Un'altra domanda secca.

Lei gli voltava le spalle, s'era appoggiata al tavolino, rigida, come fosse sull'attenti ed il superiore stesse passando in rassegna il sottoposto.

"In nessun posto!" – si morse il labbro.

La scusa era banale, Oscar se ne rese conto. André non ci avrebbe mai creduto.

Combatteva dunque Oscar per non essere troppo sgradevole ma esserlo nella misura in cui l'avrebbe costretto ad arrendersi ed a lasciarla in pace.

"Che stai dicendo? Hai capito quello che ho detto? Eravamo tutti preoccupati per te e tu pensi solo a chiuderti qui dentro!? Martin ha chiesto di te tutto il giorno, voleva salutarti….".

"Non voglio vedere nessuno…nemmeno Martin. Scusami con lui…domani…domani faremo lezione…assieme…sono stata fuori…in giro…ho perso l'orientamento…è mi sono persa…di nuovo…".

La chiosa secca parve uscire davvero dalla bocca e dagli intenti di un'altra Oscar, quella che in passato si rifugiava nel ruolo di nobile distaccata, impartendo ordini con il preciso intento di tenere il più possibile chiunque lontano da sé. Non certo per affermarsi superiore, non certo con il compiacimento di certi nobili altezzosi e pieni di sé, convinti di essere diversi e migliori di tutti coloro che appartenevano alle classi inferiori.

Non era mai stato quello il suo intento.

André lo sapeva molto bene.

Ma in fondo lei finiva per apparire così, lontana, fredda, distaccata da chiunque avesse tentato di entrare nella sua vita.

Al momento certe sottigliezze non avevano importanza.

Oscar stava fuggendo da lui.

Questo era ormai chiaro.

La ribellione prese a ribollire come vino nuovo ch'è appena stato pigiato e adesso fermenta succhi tiepidi ed acidi.

André fece un passo, risoluto e caparbio.

"Da che mi ricordi non ti sei mai perduta una sola volta nella tua vita e adesso vieni a dirmi che è accaduto…di nuovo!?".

Contestazione acida…

"Si…è successo di nuovo! Non siamo in Francia! Non conosco alla perfezione questi posti!".

André strinse i pugni, non gli piaceva esser preso in giro, non da lei, non così, che persino un bambino…

"Nord e sud…tutto qui si svolge secondo queste coordinate! Seguendo la spiaggia saresti riuscita a tornare agevolmente!".

Insisteva, voleva sfidarla, che lei si sarebbe voltata e l'avrebbe squadrato furibonda d'esser stata messa all'angolo per ben due volte.

Non giocare con me, non te lo permetto!

Se stai male ho il diritto di saperlo!

Lo voglio sapere, adesso tra noi funziona così, credevo l'avessi imparato…

Oscar rimase zitta. Se avesse risposto si sarebbe tradita…

"Vorrei…bere…ti dispiace…puoi chiedere di portarmi del…vino…".

Un altro passo…

"Vino? Sei stata fuori tutto il giorno e t'interessa solo bere?".

Stava diventando irritante.

Oscar l'aveva compreso che Andrè faceva apposta. Non sarebbe caduta nel tranello…

Lui la sfidava, lei s'infuriava e finiva per tradirsi e rivelare ciò che doveva stare chiuso, nascosto.

Si ritrovò a rimunginare un espediente per non cadere nelle continue insinuazioni caparbie.

"Mangerò anche…qualcosa si…ora…sono stanca…devo…cambiarmi…".

L'indiretta chiosa avrebbe dovuto indurlo ad andarsene.

Testardo fino all'inverosimile…

"Siamo stati assieme…così tante volte…non mi pare ti sia ma fatta degli scrupoli a farti vedere nuda da me! Che c'è…ti vergogni adesso!?".

Fu costretta a mordersi il labbro ma non si voltò.

"E tu stai diventando insolente! Se vorrò farmi vedere da te senza vestiti sarò io a deciderlo…non tu!".

L'affondo crudele…

André s'arrese che gli era parso che lei avesse iniziato a tremare. I dubbi stavano lì, tra loro, forse non era ancora tempo di scontrarsi fino a farsi male. Troppo…

Lui non era capace d'affondare e metterla in un angolo…

Non c'era riuscito che una volta e…

"Va bene…ti faccio portare qualcosa da Donna Lari…e del vino…ma…sono mesi che non ne bevi più…credevo…".

"André, adesso basta!".

Un sussulto…

André si sentì catapultato, in un istante, nel loro passato, lontanissimo, che credeva ormai dimenticato.

Le giornate trascorse alla reggia, una cena frugale assieme conversando da buoni amici, commentando gli avvenimenti della giornata…

Oppure…

Lei spariva, inghiottita nella sua stanza, divenuta inaccessibile.

Lui si ritrovava solo, con sè stesso, a pensare a lei, sola, con sé stessa.

Allora, s'era immaginato fosse tutto inevitabile.

Ma adesso…

S'arrese dunque André, uscendo dalla stanza senza replicare altro.

Si ritrovò a scompigliare i capelli del moccioso. Sul viso ci lesse l'amarezza d'esser stato rifiutato.

Prese a ripensare al loro viaggio.

Tutti e due avevano sofferto. Tutti e due avevano creduto che l'altro fosse stato ucciso e lui stesso ricordava come, dopo averla ritrovata, si fosse sentito perduto, suo malgrado, al pensiero che un giorno, non molto tardi, lei sarebbe potuta realmente morire.

Lo smarrimento l'aveva persino indotto a dubitare dell'amore che sentiva…

Poi lei se n'era andata, per lasciarlo libero, ed era stato come se un pugno l'avesse colpito allo stomaco e così s'era maledetto per averle permesso di dubitare di lui, di sé stessa, del loro amore e per averla indotta a credere fosse lei la ragione della sofferenza.

Forse lo era, perché un giorno lei sarebbe potuta morire, così infliggendogli la più terribile delle pene.

Forse ad Oscar stava accadendo la stessa cosa, forse quanto accaduto sulla nave l'aveva talmente provata e annientata che ora non trovava più la forza di reagire e…

Non poteva lasciarla sola.

Non l'avrebbe fatto mai più.

Rimase per un po' ad ascoltare la pioggia che scendeva gorgogliando e sibilando, infilarsi tra le tegole, lavando la campagna arsa ed arata, ormai chiusa nella stretta del futuro inverno.

Poi…

Bussò, di nuovo.

Nessuna risposta.

Entrò di nuovo.

La stanza era buia, solo il chiarore della grande stufa di maiolica nell'angolo addolciva i contorni dei mobili, poggiandosi sulle tende del baldacchino, sugli armadi scuri e sulle rose adagiate nel vaso, poco più in là. Tre pareti sgranavano la sequenza geomentrica di mattoni bianchi e rosa, nella quarta stava incastonata la grande finestra. Era socchiusa, l'aria fredda sfidava il tepore della stanza.

André fece per chiuderla.

"Lasciala aperta…" – sussurrò lei, il piatto ancora pieno, la bottiglia di vino mezza vuota, i gomiti appoggiati al tavolo, la testa tra le mani, le dita affondate nei capelli.

"No…fa freddo…".

L'ordine disatteso.

La sfida riprendeva.

Forse la stanchezza avrebbe consentito ad André di ottenere la sua attenzione.

Gli mancava così tanto…

"Volevo sapere come stavi…in questi giorni non ti sono stato molto vicino, perdonami…".

"Non fa niente…".

Poche parole secche e taglienti - ti perdono - meglio attaccare che battere in ritirata, che così sarebbe stato chiaro che lei non voleva parlare.

André s'avvicinò ancora di più, gli mancava così tanto che accarezzò la testa, le dita s'infilarono tra i capelli, scostandoli dal collo che emanò un riflesso caldo e rosato.

Oscar si riebbe, un movimento rapido, si scansò per interrompere il contatto.

"Ho detto che non voglio vedere nessuno!".

Ecco…

La battaglia aveva inizio e lei aveva attaccato ancora, di nuovo, per prima, come sempre.

Perché così le avevano insegnato.

André non voleva combattere, tentò di mantenersi calmo, accogliere lo sfogo.

L'impresa si rivelava difficilissima.

"Martin voleva salire per vederti…".

"Va tutto bene…ma voglio stare sola…" – chiosò lei senza procedere nelle spiegazioni.

La voce di nuovo morbida ma forzata, il suono si perse nel buio calmo della stanza.

"Oscar come puoi dire che va tutto bene? Credi che non mi sia accorto di come stai? Ti conosco molto bene. Non mentire…".

Non voleva ferirlo…

Che se si fosse dimostrata accondiscendente lui avrebbe finito per entrare dentro di lei, dentro il dolore e lei non avrebbe più avuto possibilità alcuna di nascondere ciò che stava accadendo.

Non c'erano ragioni per mentire, che anche il silenzio è menzogna…

Un figlio…

Piantato come un coltello nel cuore, il pensiero era lì, chiuso, oscuro e lei lo voleva tenere per sé, ancora un poco, quel tanto che sarebbe servito a…

A cosa?

Stava nella voragine scura di quella sentina. Non ci avrebbe trascinato dentro anche André.

Doveva stare lì, da sola, e uscire da lì, da sola.

Il primo affondo…

"Se mi conosci così bene allora perché continui a restare qui? Ti ho chiesto di restare sola!".

Crudele…

Un istante, Oscar si morse il labbro, la testa affondò nelle spalle.

Non sapeva più come comportarsi.

Non sapeva più se voleva che lui la lasciasse in pace e se ne andasse oppure restasse ed insistesse…

"Oscar guardami in faccia!".

Il tono imperioso…

André voleva insistere…

Dio, ti prego…

Richiama i tuoi demoni…

Intuì che la pazienza di André stava arrivando al limite.

Proprio dove voleva portarlo lei. Sapeva che certi limiti André non li avrebbe mai superati, non più, e lei l'avrebbe avuta vinta e lui, per non ferirla, se ne sarebbe andato presto.

Lo strano balletto di emozioni rimbalzate che orchestrava le parole aveva spesso finito per farli litigare in passato, lui cercava di convincerla e lei s'arrabbiava e questo alla fine lo faceva desistere, perché André non poteva permettersi di contraddirla o ferirla.

Apparentemente lui s'arrendeva e suadente e lusinghiero come un gatto la tirava dalla sua parte, che proprio mentre si ritirava, Andrè finiva per convincerla e portarla dove decideva lui.

Doveva stare attenta.

Non poteva tradirsi e non doveva guardarlo in faccia.

Nell'assurda idea di sostenere quel combattimento finì per cancellare tutto quanto s'era succeduto in quei mesi.

Esistenze intensamente unite venivano messe ora caparbiamente da parte, perché i sensi, tutti, non fossero distolti da quella specie di battaglia verbale che si stava consumando.

Si nascose ancora di più, per non mostrare la faccia.

Comportamento vigliacco…

Andrè l'afferrò per un braccio, tirando il necessario per obbligarla ad alzarsi.

Voleva vedere i suoi occhi.

Voleva vederla in faccia per capire cosa stava accadendo.

O meglio, già lo poteva intuire…

Sperava di ammorbidire la rabbia.

Oscar seguì il gesto, s'alzò, indietreggiò, quasi barcollando.

"Non ti reggi in piedi!" – la rimproverò lui, seguendola e continuando ad avanzare verso di lei che finì contro la parete, senza avere più spazio per muoversi.

Il corpo contratto…

I demoni avevano preso ad invadere la mente…

Andrè afferrò i polsi, per tenerla su, per tenerla lì, contro la parete. La luce era fioca, gli serviva ancora qualche istante per raccogliere lo sguardo, la rabbia, quella di lei, e per tenere a bada la rabbia, la propria, che stava salendo inesorabilmente e nemmeno lui capiva bene cosa fare, che voleva richiamarla a sé, scuoterla, ma sentiva che ogni tentativo d'avvicinarsi non faceva altro che allontanarla, sempre di più.

"Lasciami…" – un filo di voce, senza sollevare lo sguardo, la testa voltata di lato.

Non ci riusciva.

Nello stesso istante in cui avesse sollevato gli occhi su di lui, lui avrebbe capito.

Lei voleva, doveva restare sola, per tentare d'accettare ciò che stava accadendo.

Non voleva nessuno accanto a sé. Neppure André…

Neppure lui….

La richiesta riecheggiò nella mente, ancora una volta.

André deglutì a fatica costringendosi a restare aggrappato alla realtà, che gli parve davvero d'esser stato rimbalzato all'indietro, le stesse parole, la stessa posa d'un tempo che, allora, non l'avevano fermato e la rabbia s'era abbattuta su di lei.

Lasciò i polsi.

La stretta, a cui in realtà lei stessa era aggrappata, si sciolse, e lei si ritrovò a doversi appoggiare alla parete, per continuare a stare in piedi.

Non voleva parlare.

L'avrebbe fatto lui allora, anche se non sapeva cosa sarebbe accaduto, né se le parole avrebbero sortito effetti ancora più devastanti di quanto lui avrebbe mai immaginato.

"E' per quello che è accaduto sulla nave!? E' per quello che stai male!?".

L'affondo catturò l'attenzione, il corpo si contrasse, anche se la postura rimase un poco piegata, sofferente.

Oscar s'immobilizzò.

Come fai a…sapere…

"A me non importa cosa è accaduto…cosa può essere accaduto!" – affondò lui – "So che per te non è abbastanza…ma è tutto ciò che posso rivelarti…".

Che cosa sai allora?

"Con il tempo tutto tornerà a posto…non lasciarmi fuori dalla tua vita…non chiuderti in te stessa…lascia che le persone che ti vogliono bene ti stiano accanto. A me non importa…volevo che tu sapessi solo questo….".

Che cosa sai?

Dio…

Se anche tu sai ciò che è accaduto…

"A me importa invece!" – gridò lei, la voce cacciata fuori finalmente, - "Non riesco più nemmeno a guardarti! Non riesco più ad abbracciarti senza…senza…".

La colpa s'impose ch'era inevitabile sentirsi responsabili e così sentirsi sporchi.

Le parole uscirono grevi miste al tentativo di trattenere le lacrime.

"Io non sono quell'uomo…lo sai questo…" – il tono s'ammorbidì che André intuiva il senso del tremore.

"Non è così André! Non sei tu…io non ho paura di te…ho paura…ho paura di me stessa e di come mi sento quando qualcuno mi s'avvicina. Non so più chi sono…voglio sapere perché…voglio sapere cosa è accaduto capisci?".

Le parole uscirono tutte d'un fiato, rapide, spietate, dolorose.

Oscar stava soffrendo. Era all'Inferno e nessuna consolazione le sarebbe derivata dal fatto che ad André non fosse importato ciò che era accaduto.

Importava a lei…

"Ma continuare a distruggerti come stai facendo non ti aiuterà a stare meglio…a recuperare le forze…a guarire!" – obiettò lui.

Il secondo affondo…

"Io non voglio guarire! Voglio sapere!" – digrignò d'istinto.

Il demone s'innalzava dalle viscere e colpiva là dove la carne era più sensibile ed indifesa.

Assolutamente ed inesorabilmente devastante.

La chiosa s'impresse, come lama affilata e sfuggente che sfiora la pelle e la lacera mentre il dolore compatto e subdolo prende a salire.

Lo trafisse, lo fece infuriare.

La fatica, il dolore, la sofferenza…

A che erano serviti?

A lei non importava di guarire…per sé stessa…per loro…voleva solo sapere…

"Ah, le cose stanno così allora?" – André si spinse contro di lei – "A te non importa nulla di guarire, di stare meglio, di vivere la tua vita, magari accanto a me!? Vuoi solo sapere cos'è accaduto su quella dannatissima nave!?".

Il respiro d'entrambi prese ad innalzarsi.

"Allora se proprio t'interessa e se ci tieni tanto, posso dirtelo quello che so! Quello che può essere accaduto là sotto!".

Come fai a sapere?

Il respiro si troncò di netto, fu lui a colpirla, che gli occhi si sollevarono, increduli, persi, puntati addosso.

André capì d'esser stato avventato ma ormai non poteva più tirarsi indietro.

Doveva scuoterla in qualche modo, perché non poteva accettare l'apatia, la rassegnazione, l'incapacità d'accogliere ciò che era accaduto e poi combatterlo e vincerlo…

La desiderava così tanto.

Voleva tornare a sentire la sua voce, chiamare il suo nome…

Vedere le ciglia brune chiudersi su di sé e sentire le sue mani percorrere la pelle…

Bruciava dal desiderio di amarla.

Lei era tornata a chiudersi nella sua torre di ghiaccio, inaccessibile e lontana.

Cosa sarebbe accaduto se non avesse ricordato?

La sua mente sarebbe rimasta per sempre impigliata nel buio, nell'Inferno in cui era stata trascinata?

Dio, non c'era tempo…

Voleva averla…

Le avrebbe parlato e le sarebbe rimasto accanto nel momento in cui la terribile verità si fosse riaffacciata nella mente, l'avrebbe aiutata a non sentirsi sola.

Perché non capiva che non era più sola?

Dio…

Se lei voleva la verità…

Almeno per quanto era riuscito a sapere…

Anche a costo di spezzare per sempre la speranza che potesse non essere accaduto ciò che lei più temeva.

D'altra parte erano il suo stesso corpo e le sue stesse reazioni a parlare, in maniera così evidente, che molto probabilmente lei sapeva già ciò che la mente si rifiutava di ricordare.

Era solo necessario spingere quei ricordi al punto da riemergere dall'abisso della disperazione in cui li aveva racchiusi, per accettarli e…

"Come fai a sapere cosa è accaduto?" – chiese, un filo di voce, stentato, incredulo.

Le tempie avevano preso a battere furiose, la nausea a salire…

Il sentore metallico del vino misto a quello del sangue…

No…

Dio, richiama i tuoi demoni…

André era vicinissimo, strinse le braccia, voleva toccarla, abbracciarla mentre raccontava quel poco che Martin aveva rivelato. Non voleva che il corpo di lei restasse isolato e lontano e nudo.

"Ricordi quando ti dissi che avevo parlato con Martin, la notte prima di attraccare al porto di Livorno?".

Oscar non si mosse, sospesa…

"Lui sapeva dove ti aveva portato quell'uomo…tu stessa ha visto Martin…più di una volta…là sotto…".

Il corpo si contrasse.

Il bambino avrebbe potuto fare da tramite ed aiutarla a salvarsi.

No, Oscar aveva temuto per la vita di Martin e non aveva chiesto al moccioso di avvertire nessuno.

Prese a tremare.

Lui non poteva stare lontano, l'abbracciò. Lei rimase lì nell'abbraccio. Cinicamente lì ad attendere.

André prese a parlare piano, scandendo le parole, quasi avesse paura di farle uscire dalla bocca.

Non conosceva davvero tutto. Sperava che ciò che avrebbe detto sarebbe stato sufficiente. Gli sarebbe bastato sorprendere la reazione di lei, coglierla ed accoglierla…

"Martin vi ha visto….ha detto che quell'uomo era con te…lo ha visto…e poi c'era del sangue…tanto sangue…sulla tua bocca…Martin non mi ha detto altro…".

La testa affondata tra le braccia di André, dentro il suo corpo caldo e sicuro.

Oscar aprì gli occhi, immobile a fissare il vuoto di fronte a sé.

Nel vuoto e nelle parole di André si rammentò un poco di più, non tutto…

Effimero tassello sbiadito, che nemmeno sapeva se fosse frutto di ciò che temeva o di ciò che…

Sperava non fosse accaduto, sperava di non ricordare perché non era accaduto.

Non era una supposizione invece…

Non importava…

Non voleva sapere più nulla.

André provò a tenerla nell'abbraccio, ad ascoltare il silenzioso respiro che s'innalzava e ricadeva giù e poi s'innalzava di nuovo.

Quell'uomo era con te…

Ne sono sicura. Deve aver fatto ciò che voleva…

Non s'è fermato nemmeno quando gli ho detto che ero malata, nemmeno quando ha visto il tuo sangue…

Otto settimane…

Basta!

Sentì le gambe cedere, solo le braccia di André la sorreggevano prima di scivolare giù a terra, piegata dal terribile sospetto.

Bastava quello.

Nel ventre un bambino che poteva essere di un altro, di un demone.

Nel ventre un bambino che sarebbe potuto non nascere, quando addirittura avrebbe decretato persino la sua stessa fine.

Un gemito soffocato, André la tirò su e la fece sedere sul letto, dove la tenne stretta, abbracciata per calarsi in quella disperazione che voleva accogliere, per tentare di cavarla via dall'altra.

La testa era appoggiata a lui, che non la sentiva quasi più respirare, mentre la chiamava e le accarezzava i capelli, il viso, cercando di rianimarla.

Con un filo di voce gli chiese se Martin aveva raccontato altro.

"No…questo è tutto…ma…".

Oscar iniziò a tremare, allora, più forte e André la strinse a sé, più forte…

La memoria si fermava in quel punto.

Il racconto di Martin anche.

Perché?

Cos'era accaduto dopo?

Il ceffone, per farla tacere, la corda stretta in bocca per impedirle di gridare, il peso dell'uomo, il respiro immobile, il buio, l'odore dell'acqua marcia…

I ricordi s'interrompevano lì, per riprendere inesorabilmente sul ponte della nave, nello sguardo dell'olandese e poi ancora mentre il coltello impugnato da entrambi si conficcava nel corpo dell'uomo.

"Ti prego…vedrai, ce la faremo anche questa volta…sono qui…combatteremo…insieme…".

Entrambi ora sapevano.

La verità era la stessa, non tutta forse, che però nessuno dei due poteva sapere cosa significasse la verità per l'altro.

Oscar l'intuì, lontano, persa nella sua disperazione.

No, quello diventava affar suo, solo suo.

André doveva starne fuori.

La verità poteva rappresentare la sua fine.

La fine dei sogni. La fine del desiderio, quello di rendere felice André, che non si sarebbe mai potuto realizzare.

Quel bambino poteva anche essere figlio di quell'uomo.

Poteva non essere di André.

Il pensiero s'impose, netto, implacabile…

Si riebbe e cercò di liberarsi dalla stretta di André.

"Lasciami adesso!".

Prese a staccarsi, Andrè tentò di forzare l'abbraccio, le mani s'aprirono sulla schiena, ma no, lei non ci voleva più stare lì, che finalmente sollevò gli occhi puntandoli addosso all'altro, furiosi.

"Oscar…".

"Lasciami!".

Esitò André, solo un istante.

Che lei, proprio come si parla ad un bambino o ad una persona che non capisce, scandì le parole, respirando a fatica per prepararsi a combattere.

Il terzo affondo…

"Lasciami andare André…o vuoi fare come quell'altro?".

André allargò le braccia, sconvolto, faticando a comprendere come lei potesse permettersi simili paragoni.

"Vai via maledizione…vai via!" – gli gridò addosso.

Prese a tremare, intuì d'essere stata crudele, il tono improvvisamente più mesto ma doloroso: "Non voglio farti del male André. Se resterai qui…se mi resterai vicino…sarai destinato a soffrire….non farmi questo…aiutami a non farti soffrire ti prego…".

André tentò di placare la rabbia, aggrappandosi alle ultime parole.

Lei gli rivolgeva un pensiero, come sempre, quello di non imporgli sofferenza.

Ma era realmente questa la sua preoccupazione?

Possibile che questo pensiero, questo desiderio, fosse diventato così prepotente da cancellare tutto?

Tutto ciò che si erano detti, tutto ciò era scorso tra loro…

No…

Questo istinto non poteva valere tutta la rabbia e tutta la disperazione che lei gli stava riversando addosso.

Negò…

"Cosa stai dicendo?" – la rabbia risaliva di nuovo – "Ne abbiamo già discusso tante volte…io non posso credere che tu ti nasconda ancora dietro questa…questa scusa…ipocrita!".

Era lui a gridare adesso…

S'era staccato. Non riusciva più a starle accanto.

Lo disgustava l'idea che lei si allontanasse e lo tenesse a distanza giustificandosi di non volere la sua sofferenza.

Quello era un gioco…

Quella era una fuga…

"E' una vita che ti sto accanto…e so benissimo cosa vuol dire soffrire…vivere accanto a te e non poterti nemmeno sfiorare…ecco cosa mi fa soffrire…e tu lo sai adesso. Non puoi non saperlo!".

Le contestazioni cadevano nel vuoto…

Lei non rispondeva…

Forse non ascoltava nemmeno più.

"Non ho mai avuto paura di soffrire per…te! Ma sai che non è questa la vera questione! Vedere la tua vita persa, annientata dalla solitudine nella quale chiudi il tuo cuore…questo mi fa star male più di qualsiasi altra cosa al mondo! E quel ch'è peggio è che non ti fidi di me…ancora una volta mi vuoi fuori dalla tua vita!".

Ora era André ad essere arrabbiato, che non sapeva più spiegarle che il comportamento era assurdo e non reggeva il senso che lei voleva imprimere a quella dannata discussione.

Si riavvicinò di nuovo.

Fece per abbracciarla…

Oscar era immobile, non si oppose, immersa nell'acqua marcia e nera della sentina.

Le dannate…

Spinte…

Violente…

André scostò i capelli dal viso: "Guardami!".

Nessuna risposta, nessun movimento.

La bocca s'accostò alla bocca.

"Ti prego, guardami…".

Nessuna risposta, il respiro secco…

La bocca s'impresse un poco sulle labbra, sfiorandole, strisciando le labbra per indurle ad aprirsi, ad accoglierlo, a ricambiarlo.

Nessuna risposta…

Oscar indietreggiò rigida…

"Vattene!" – la supplica e l'ordine.

No, non me ne vado, non puoi aver dimenticato tutto, non puoi…

André s'avvicinò, prese le labbra che tanto aveva desiderato nei giorni di lontananza e dolore.

Affondò la bocca nella bocca, la lingua a colmare la bocca, con passione, sofferenza, stringendosi a lei, chiedendo a lei, alla sua bocca di non respingerlo, di non lasciarlo.

Aveva bisogno di lei.

L'amava e l'amore non poteva soccombere, neppure sotto i colpi d'un'assurda violenza perpetrata da altri.

Affondò le dita nei capelli, che lei non si staccasse…

Un istante, gli parve che quel bacio soffocato e preteso fosse stato capace d'insinuarsi nella rabbia e l'avesse sciolta, a restituirgli la sua compagna, la sua donna, la sua amante.

Che anche lei, in quello stesso istante, provò a costringere sé stessa, a restare dentro la bocca, il calore immenso si scioglieva nel ventre...

Effimero sentimento, effimero istante…

Il cupo rimbombo dei tuoni, fuori, coprì nell'istante i battiti dei cuori impazziti.

Un istante perduto nella notte buia, calda e silenziosa.

Poi furono di nuovo dolore e disperazione ad imporsi, imponendo di staccarsi, lottare, sottrarsi, riaversi, ch'erano le lacrime ora, a rigare il viso, silenziose.

Segno tangibile e terribile che la ferita era ancora aperta e lo sarebbe stata ancora per molto tempo.

André stentò ad immaginare fosse per ciò che era accaduto sulla nave, per quanto fosse stata un'esperienza terribile. La reazione era spropositata per ciò che entrambi ora sapevano.

Si erano amati…

E, di nuovo, lei tornava la Oscar di un tempo. Non gliel'avrebbe permesso…

Anche se…

Pareva una statua di porcellana, il minimo urto l'avrebbe mandata in pezzi, distruggendola.

S'avvicinò di nuovo e provò a prendere il viso tra le mani, che lei tremava come una foglia e gli puntò addosso uno sguardo carico di rabbia.

André voleva a tutti i costi forzare quella situazione.

Non aveva la più pallida idea di cosa sarebbe accaduto e al tempo stesso sentiva dentro di sé tutta l'urgenza di non lasciarla, non aveva altro modo per dimostrale che lui era lì e…

"Ti prego…non chiuderti dentro la tua rabbia…non…" - le dita accarezzarono la pelle - "Non lasciarmi…".

Fuori…

"Non potrei sopportarlo…non dopo tutto quello che ci siamo detti, dopo quello che c'è stato…ma non significa nulla quello che c'è stato tra noi? Oscar….ci siamo amati…ti ho abbracciato…ti ho tenuta a me ed io mi sono perduto tra le tue braccia…possibile che questo non valga più nulla? Non voglio passare sotto silenzio quello che ti ha fatto quell'uomo….ma tu devi reagire e lottare per ciò che siamo, per il nostro amore. Oscar lo capisci questo?".

Il suo viso tra le mani, immobile.

"Ti supplico André…vai via…" – la voce, suono disarticolato, soffocato e perso, si spezzò nella gola, richiamandolo a tutta la disperazione di lei.

Quel suono, quella voce, più che la rabbia, ebbero il potere d'obbligarlo a lasciarla.

Oscar sentì le braccia staccarsi, il corpo allontanarsi, di una distanza impercettibilmente infinita e senza scampo.

Da lontano boati ovattati spezzavano il silenzio.

La pioggia lavava le pietre, la terra, i campi silenziosamente scuri, vuoti.

Fu come morire, un'altra volta, l'ennesima volta.

La disperazione vinceva sul desiderio di amare.

Oscar abbassò lo sguardo.

Tremava ma André non riuscì ad abbracciarla di nuovo.

Non riuscì a dire più una parola.

L'aveva supplicata di non allontanarlo.

E lei non aveva ceduto e gli aveva chiesto, ancora e ancora, di andare via.

Oscar lo sentì mentre si alzava dal letto. Pochi passi verso la porta che si chiuse.

Si lasciò scivolare giù, ritrovandosi seduta a terra, la schiena sorretta dalle assi del mobile.

Lo sguardo sbarrato, il respiro spezzato, dovette cercare un recipiente.

Sommersa dalla nausea, vomitò rabbia, che non aveva mangiato quasi nulla, mista al vino.

Il corpo rifiutava di perdersi, la mente doveva restare lì, sobria, lucida, di fronte all'ennesima follia.

Forse ciò che tentava di uscire non era nello stomaco ma proprio nella mente e finché questa fosse rimasta nel buio lei non avrebbe potuto fare nulla per liberarsi da ciò che bloccava la volontà e l'intelletto.

La testa iniziò a girare di nuovo e alla fine si ritrovò a terra, distesa, ad osservare il soffitto buio, sforzandosi, come ormai era diventato suo unico scopo, di riportare il respiro ad un ritmo normale, per consentire al cuore di rallentare e di non uscire dalla gola, chiusa in un nodo di dolore.

André…

Ti chiedo solo un po' di tempo…

Ti prego…ti supplico…

Te lo dirò quello che sta accadendo…

Solo…solo…lasciami il tempo di capire…io devo capire…

Era rimasta sola.

André s'era arresto di fronte al rifiuto di consentirgli di restarle accanto.

Era sola, come aveva chiesto e come mai avrebbe voluto restare.

Alla fine aveva vinto lei.

Si chiese quante volte André avrebbe accettato quei rifiuti.

Quante volte ancora lei lo avrebbe respinto e lui, nonostante tutto, sarebbe tornato.

Cominciava a temere che prima o poi questo non sarebbe accaduto più.

§§§

Uno sbuffo d'insofferenza…

La carta scartata scivolò leggera ad unirsi alle altre distese sul tavolino.

Il vociare era lieve, misto a risatine e convenevoli ed elogi al ricevimento sobro ma elegante, che da quelle parti era difficile radunare le poche personalità nobili che abitavano la zona.

Fiamminghe di dolcetti allo zenzero e cannella rilucevano sulla tavola che presto avrebbe accolto i commensali.

In attesa, nell'angoletto in disparte, rigorosamente accanto al caminetto, un gruppo di dame s'intratteneva svogliatamente nella partita a carte che procedeva a rilento, intervallata da continui affondi e richieste e commenti sui nuovi arrivati alla Tenuta Alcantia.

"E dite…Donna Artemisia…Joria…il nuovo padrone…è un bell'uomo come si dice?" – affondò la Marchesa de Lion Bianco, la più anziana del gruppo, due figlie in età da marito.

Donna Artemisia stava zitta a consultare le carte ed il da farsi, in tutti i sensi.

"Sì…eccome!" – saltò su Ambrose de La Tour senza ritegno beccandosi l'occhiataccia della sorella maggiore.

Ambrose aveva la linguaccia lunga ma non si faceva mettere i piedi in testa dalla sorella.

"Suvvia Joria…non far tanto la scontrosa!" – ghignò la ragazzetta, agitando la destra poi voltandosi verso le dame.

A voce un poco più bassa, fece segno a quelle d'avvicinarsi: "Accidenti se l'è un bell'uomo! Non si può proprio negarlo! Alto, moro, un corpo retto, sano! Mica al pari d'un uomo di fatica, sapete…quelli troppo generosi di muscoli e di carne che paion quasi gonfi, punti da uno sciame d'api! No, no! L'è proprio perfetto invece! L'è magro, asciutto…insomma…".

Quelle strabuzzarono…

"Ma che l'avete visto…visto…dico…senza vestiti!?" – sibilò la Marchesa de Lion Bianco, fissando l'altra con aria fintamente scandalizzata.

Ambrose si trattenne, tentando di non ridere in faccia alla nobildonna: "Marchesa no! Che dite! Me lo sono immaginato! L'è proprio bellino, davvero!".

"Ambrose!" – sibilò Joria simulando sdegno alla ben poco dignitosa descrizione della sorella.

L'altra fece una smorfietta e proseguì: "Non ha proprio difetti se s'esclude quando inforca quelle buffe lenti! Perché così il verde degli occhi si vede di meno! Ma poi per leggere le toglie e…oh…allora il riflesso degli occhi! Pare quello degli uliveti in primavera! Sapete…quando il vento colpisce le foglie e le agita ed il verde diventa argento e poi ritorna verde!? Non l'è mai uguale a prima…sapete me l'ha insegnato mia sorella a scovare le tonalità dei colori e a me…mi pare che gli occhi di quello siano agili come le fronde d'un ulivo! Mia sorella l'è rimasta affascinata!".

Ridacchiarono le altre quattro alla generosa descrizione e Donna Artemisia fu costretta a scandir il nome della fanciulla.

"Ambrose! Sei pregata di parlare per te e di non mettere in bocca a me le tue idee!".

Risero più forte le altre che conoscevano la proverbiale avversione che legava a doppio filo le due ospiti. Si stuzzicavano le due sorelle ma era raro la pensassero diversamente.

"Davvero ha gli occhi verdi?" – chiese la Marchesa Servi ammiccando ad Ambrose che annuì soltanto, con la testa, per non stizzire ulteriormente la sorella.

Parevano proprio cornacchie che s'erano alzate in volo e avevano adocchiato la preda succulenta, in attesa di potersi fiondare in picchiata e prenderla a beccate e dilaniarla.

"Ed è francese! Senz'altro francese!" – confermò Donna Rini, Baronessa Donna Rini, un'altra altolocata personalità del posto, nobile e abbastanza ricca da potersi permettere di sedere al tavolo con le altre, che poi da quelle parti di buono c'era che se anche fosse mancato un titolo non sarebbe stato rilevante, al più sarebbe bastato mettere sul piatto una cospicua dote, nonché appezzamenti e numero di servi ed il gioco era fatto.

Si sarebbe potuto condividere agevolmente le stesse cerimonie e gli stessi passatempi…

E gli stessi pettegolezzi!

Ciò che univa le dame erano, in effetti, il gioco delle carte, la pittura, la scrittura, l'amore per l'arte in genere, non da ultima la tessitura di arazzi, veri o intrecciati…

Trame ed orditi di piccanti congetture…

I giorni della settimana si trascorrevano a tessere e poi, durante i ricevimenti, le cornacchie s'intrattenevano sulle reciproche opere, oltre a beccarsi sui reciproci difetti, che poi la lettura e i commenti finivano per esser spesso accantonati per lasciar posto alla sequela di commenti sui buoni partiti che andavano e venivano dalla ricca campagna a Firenze e viceversa.

"E' nobile?" – chiese Lady Mary Dorothea Hannency, anzianotta, inglese d'origine ed un poco sorda, allungando il collo per udire l'ambita risposta.

Il silenzio calò sul gruppetto e le facce si voltarono tutte verso Donna Artemisia, l'unica che forse poteva avere notizie sul particolare.

L'altra tirò un respiro fondo, gli occhi ficcati alle carte, l'espressione aggrottata, sibilò un disinteressato: "No!".

Un coro soffocato intonò disappunto: "Nooo?! Ne siete sicura?!".

Donna Artemisia annuì: "Me l'ha confermato lui stesso…non è nobile…".

L'affermazione s'accompagnò alla stesa d'un tris di carte unita ad un sorriso sollevato.

Donna Artemisia de La Tour pareva soddisfatta sia per il gioco che volgeva a suo favore, sia perchè il nuovo padrone di Alcantia non era nobile e ciò sgombrava il campo dalle agguerrite avversarie alla costante ricerca d'un partito aristocratico, magari spiantato ma pur sempre blasonato, come amante per sé, o, peggio ancora, come marito per le figlie.

Al contrario, a lei non interessava elevarsi socialmente. Il titolo del defunto marito, il Conte de la Tour era più che sufficiente.

Ciò che le interessava…

"Allora non è fuggito come stanno facendo tutti i nobili della corte francese ora che la gente di Parigi pare aver preso gusto a governarsi da sé?!" – sibilò cattiva la Baronessa Rini.

"Non credo sia fuggito!" - chiosò Donna Artemisia un poco risentita, che la parola fuga induceva sempre un'accezione di spregevole dissenso – "Comunque non è nobile e quindi la questione non si pone!".

L'uomo che aveva conosciuto pareva avere dalla sua un grande coraggio. Non aveva modi raffinatissimi, seppure i gesti si scioglievano elegantemente suadenti, sobri, capaci di catturare proprio per la loro sincera pacatezza.

"Nessuno è perfetto!" – chiosò Lady Mary Dorothea Hannency tirando un sospiro di disapprovazione che costrinse la giovane ospite a redarguire l'anziana seppur con lo sguardo.

Ridacchiarono di nuovo, tutte quante.

"A che punto siete con i vostri scritti?" – domandò Donna Artemisia tentando di cambiare discorso.

Non le piaceva parlare degli assenti, non certo di André, assolutamente no. Le pareva di profanare l'aura che l'aveva inevitabilmente catturata e lasciata senza parole.

"Avete trovato soggetti degni della vostra ispirazione!?" – precisò pungente.

Ambrose rise, intervenendo: "Tu sì cara sorella…l'ho visto il bozzetto giù nello studio, pareva davvero somigliante al nostro amabile vicino di casa!".

Altre risatine soffocate e sguardi sgranati…

La Marchesa de Lion Bianco e la Baronessa Rini si guardarono sottecchi.

"Noi siamo in stallo!" – chiosarono all'unisono.

Le dita ingioiellate volteggiarono in aria in segno di sufficienza, come a dire che la vita degli scrittori era molto dura di quei tempi.

"Sapete scrivere comporta un indubbio dispendio di forze…" – prese a spiegare la baronessa – "Badare alla casa, accertarsi che la servitù esegua gli ordini come si conviene…i fiori freschi da cambiare tutti i giorni e la pulizia e il ricevimento degli ospiti…insomma…il tempo per scrivere…e poi c'è anche lo sforzo di accogliere le opere delle nostre rispettabili amiche…e dar loro i nostri pareri…".

Si tentava di dare una spiegazione plausibile.

"Troppe incombenze! Tutte insieme! E' difficile!" – sospirò la Marchesa de Lion Bianco – "Però l'ho trovato splendido il vostro racconto baronessa…davvero splendido!".

La Baronessa Rini prese a gonfiare il petto soddisfatta dell'omaggio, che, nell'immediato, ricambiò con un suadente grazie, non dovete, sono solo una profana, non me intendo, ma ci metto tutto il cuore, per concludere che anche l'opera dell'amica fosse squisitamente esemplare!

"Donna Rini…"- saltò su Artemisia – "E voi…marchesa… dite la verità!".

Un respiro…

L'affondo…

"Non avete scritto una riga!".

La Baronessa Rini fece finta di risentirsi: "Joria! Non vi permetto!".

"Ah non mi permettete!? Di grazia…vi siete appena sperticate nelle lodi delle vostre fatiche…tutte splendide dunque!? Ma se poi dite sia così complicato scrivere…mi domando…non avete tempo…dunque…e siete davvero tutte così brave!?".

"Joria…" – sbuffò La Baronessa Rini – "Scrivere non è come…come…".

Tergiversava sulle parole che alla contessa gliene avrebbe volute dire quattro come si deve!

"Come!?" – Artemisia prese a scrutare l'altra, voleva proprio vedere dove sarebbe andata a parare e l'altra esitò un istante e poi affondò.

"Scrivere non è come dipingere! Ecco! Se siete abbastanza abile da mescolare pigmenti, il lavoro viene da sé! Ma scrivere…oh…è necessario scegliere accuratamente una parola dopo l'altra, accostarle, controllare che i regolamenti della scrittura siano rispettati e che la scelta dei fatti sia sufficientemente veritiera…per non parlare del carattere dei personaggi! Si deve padroneggiare la capacità di decrizione dell'animo e dei sentimenti e dei gesti…non sono mica tutti burattini in posa come i vostri?!".

Il carattere dei personaggi…- si ripetè Artemisia nella testa, trattenendo una mezza risata – Adesso lo chiamano carattere!

"Voi riproducete un volto…" – cincischiò la Baronessa Rini per rimarcare la propria sofferenza emotiva ed artistica – "Ce l'avete davanti! Non dovete fare altro che copiarlo! Noi il volto lo si descrive, lo si mette in movimento! Quindi no! La scrittura non è come la pittura! Per quanto voi possiate esser abile, le abilità messe in campo da noi scrittrici sono molto più…più…dispendiose! Ci vuole più tempo e concentrazione e noi non siamo use sploloquare sui nostri scritti. Un dipinto lo si vede come evolve. Uno scritto no! Ce lo teniamo per noi ed accettiamo di condividerlo solo quand'esso appare perfetto!".

La baronessa sorrise compiaciuta alla propria filippica, scrutando le compagne e chiedendo manforte con gli occhi. E le altre annuirono che quella aveva la lingua lunga e tagliente e aveva parlato per tutte.

Insomma non si poteva esser troppo tenere sulla questione che poi si sarebbe rischiato di passare per fesse.

Artemisia fissò la Rini con aria di compatimento, come a dire non inventate stupidaggini!

Scrivere e dipingere sono arti…

Se manca l'ispirazione o le capacità sono scarse avete un bel dire che c'è da fare in casa e non si ha tempo di dedicarsi ad esse.

Tirò un respiro fondo Donna Artemisia de la Tour prima d'affondare, che sentirsi dire che dipingere non fosse arte al pari della scrittura proprio non le andava giù.

Lei c'impiegava giorni a scegliere un soggetto, altrettanti per studiare la posa, l'espressione, e ancora per stabilire le tonalità, mescolare i pigmenti, accertarsi che rendessero l'incarnato.

La luce andava trattata con rispetto ed umiltà, al pari della soave scena d'un amplesso che tanto quelle scribacchine s'ostinavano a voler mettere nero su bianco, che invece, ogni volta, veniva fuori…

Il chiarore d'una candela contro il bagliore d'un fulmine…

Ecco quel che cercava Donna Artemisia.

E se la luce era sbagliata si doveva gettare via tutto. Non si poteva prendere un altro foglio, non si poteva ricominciare daccapo.

Si doveva ripensare tutto…

"Forse…" – sibilò greve – "Ne deduco che la mancaza d'ispirazione possa trovar ragione in qualche accidente! Magari dovreste affidarvi ad buon romanzo, ad un trattato storico che descriva una qualche battaglia…l'eroica resistenza d'un personaggio del passato! Un ribelle magari! Ecco si…prendete spunto dalla storia d'un ribelle! Vedrete che andrà meglio!".

Sgranò gli occhi Joria, calando sulle altre un'espressione d'isterico compatimento: "Sapete i ribelli sono molto di moda in questo periodo! Soprattutto quando si tratta di aitanti giovani di bell'aspetto! Uomini di fatica come usa dire mia sorella! Quelli per intenderci che sembran punti da uno sciame d'api!".

Lo sdegnò serpeggiò tra le sdegnate compagne di ventura.

"Che dite Joria?! Come vi permettete!" – s'indispettirono le compagne risentite che l'altra avesse visto solo quello negli scritti che s'erano scambiate.

"Suvvia!" – affondo Donna Artemisia de La Tour, un ghignò quasi farsesco sulla faccia – "E che sarà mai ammettere che un uomo prestante fa sempre la sua bella figura in una storia?! Preferireste forse leggere d'un uomo che spreca la propria vita ed il proprio intelletto sopra sudate carte e disquisisce del moto dei corpi celesti o di come l'è fatta la materia o ancora di come il poetaccio s'è inventato la storia di scendere negl'Inferi oppure…".

Un respiro, fondo, le parole ben calibrate: "Oppure della soave trama d'un ribelle che salva la dama in pericolo e se la sposa e le è fedele per il resto della vita!? E combatte soprusi e tiranni!? E che l'è pure un bell'uomo!?".

La foga s'era impadronita del linguaggio dando la stura all'accento territoriale.

La domanda poi era retorica ma Donna Artemisia de La Tour glielo voleva puntualizzare che le compagne di circolo avrebbero tratto sicuramente ispirazione dal coraggioso ribelle più che dallo scribacchino di scienze ma non l'avrebbero ammesso mai, nemmeno sotto tortura.

E a parlar di ribelli sarebbe inevitabilmente saltata fuori la solita storiella d'amore e di tenzoni…

Dunque il chiarore d'una candela contro il bagliore d'un fulmine.

"Joria!" – lo sdegno inspessì la corale contestazione.

Ma no, l'altra ci aveva preso gusto. Provocata a dovere voleva a sua volta provocare.

"Certamente solo nel caso secondo – quello del ribelle punto dallo sciame d'api che si sposa la sua bella damigella - si potrebbe - come qualcuna di voi ha già fatto e non negatelo perché ve l'ho sentite leggere queste storie e ci ridacchiavate pure sopra - di provare di metter giù qualche riga d'un qualche atto amoroso tra i due sposi! Son convinta verrebbe fuori pure bello sagace!".

Ambrose sgranò gli occhi…

Credeva d'esser lei, giovane e con la lingua lunga, a dettare scandalo.

Joria invece, quando ci si metteva, era molto più brava.

Le dame fecero schioccare i ventagli, prendendo a farsi aria, per nascondere il finto disappunto e mostrare così sdegno alle provocatorie parole della contessa Donna Artemisia de La Tour.

Un altro respiro…

Artemisia ripensò agli scritti che quelle avevano letto nelle riunioni.

I gentiluomini o eran tutti santi o tutti diavoli, anche se parevan più poveri polpi, come quelli che ansimavano silenziosi e lenti, appena pescati, nei secchi dei pescatori, giù al porto, lì lì per tirare le cuoia.

Per non parlare poi delle donzelle, fanciulle perennemente in caccia d'un uomo da cui farsi salvare e poi sedurre e strapazzare, salvo ritrovarsi ad attendere una povera creatura.

Ed era lì che saltava fuori l'eroe ribelle che la povera fanciulla se la sposava!

Le dame avrebbero fatto carte false per avverturarsi in simili prove letterarie ma non potevano darlo a vedere troppo apertamente. Lo scandalo sarebbe stato enorme.

L'ultima volta la malcapitata s'era ritrovata in mezzo ad una rivolta e per fare il suo dovere d'antagonista agli usurpatori aveva candidamente affermato che sarebbe andata a compiere un omicidio per vendicare non so quale torto subito e l'interlocutrice, invece di gridare all'assassinio, aveva risposto di andarle a prendere le cipolle!

Così…

Un omicidio a suon di cipolle!

Che razza di pubblico avrebbe mai apprezzato!

"E se magari provaste col grottesco!?" – proseguì la contessa infervorata dalla provocazione – "Si insomma…avete presente quel gran commediante di Goldoni? Pare che anche lui si sia cimentato in degne storielle sulla gente che si ama e si strugge per amore…fatemi pensare…sì ecco! Gl'innamorati!".

Il genere era disprezzato.

"Noi non scriviamo quella robaccia!" – puntualizzò la Baronessa Rini – "Il grottesco è oltremodo offensivo! Vorreste forse immaginare la somma storia di disgraziati amanti - Romeo e Giulietta o Abelardo ed Eloisa…per intenderci… - ridotte a cumuli di battute sagaci, domande e risposte strozzate solo per far ridere il pubblico, esili e povere freddure a mettere in ridicolo le struggenti ed epiche unioni?!".

I toni s'innalzavano.

"Perché no!?" – sibilò Artemisia estasiata d'esser riuscita a scuotere le demenziali coscienze delle compagne che si fingevano scandalizzate solo per aggirare l'ostacolo e poi scivolare in ancor più scadenti peripezie letterarie – "Se va di moda far questo perché non farlo! Se servirà a far ridere il pubblico ed attirare consensi…i vostri scritti ci guadagnerebbero senz'altro! D'altra parte non è forse l'intento di ciascun artista quello d'essere riverito ed apprezzato?! Come ci riesce…sono affari suoi! E se il popolo gradisce, tanto meglio! Credete che il popolo sappia chi è Giulietta? Credete che sappia qual è la differenza tra il bardo inglese e i sommi poeti che cantano delle giovani dame giù al porto con braccia e gambe aperte ad accogliere ogni sera marinai dalle barbe ispide?! Suvvia…".

"Joria!" – all'unisono, scandalizzate!

No, l'altra pareva non aver ancora terminato: "Non vedo perché Giulietta non potrebbe mettersi lì a dialogare con sé stessa e a darsi della stupida per aver penato tanto per il suo povero Romeo quando sarebbe bastato architettare qualche accortezza per accoglierlo in casa e…".

Lo sguardo s'assottigliò tanto quanto quello delle altre s'era sgranato, atterrito dalla grezzità del tono.

"Portarselo a letto! Tanto alla fine sempre lì arrivate! Il castello di risvolti penosi e struggenti ce lo si potrebbe bellamente risparmiare per andare al sodo…".

La baronessa Rini fece per alzarsi, scandalizzata, il ventaglio seccamente chiuso e stretto nella destra, il volto paonazzo dalla rabbia.

La Marchesa del Lion Binaco la trattenne per la crinolina della manica.

Joria la fissò, severa stavolta, perché chiunque si fosse messo a disprezzare la sua pittura, no la pittura in genere, non l'avrebbe passata liscia, restando impunito o immune dallo stesso disprezzo che lei provava per le prove letterarie delle altre.

"Da quello che si sente in giro pare che il grottesco vada molto di moda e prima o poi anche le grandi storie d'amore ci finiranno in mezzo!" – proseguì dunque, il tono cinico ed ormai sprezzante delle buone maniere – "Rendere ridicolo un amore! Non sarebbe poi così sbagliato. Lasciar parlare gli amanti come se fossero spettatori di sé stessi, finalmente liberi di contestare la sorte disgraziata che gli è calata sulla testa e liberi di prendersela con gli autori tragici che gli han rovesciato addosso quella triste parte! A rappresentarsi piangenti e perduti…che strazio…che mare di lacrime! Inutili! Di questi tempi le persone vogliono solo ridere con tutti i guai che hanno. Diventereste famose ed osannate! Vi farebbero monumenti! Invece che far piangere dovreste imparare a far ridere. Ma badate bene non è facile saper far ridere…".

"Noi non lo faremo!" – gongolarono in coro le arpie - "Sarebbe ridicolo!".

"Appunto!" – Joria calò le carte, un gesto secco d'insofferenza – "Ridere non è sbagliato ma rendere ridicolo ciò che non lo è, questo sarebbe davvero imperdonabile! E le vostre elucubrazioni sui grandi amori ridotti a piagnistei continui come ad ineleganti sequenze di doppi sensi senza senso…questo è ridicolo!".

Donna Artemisia negò con la testa mentre gli occhi della mente presero a fuggire lontano…

"Se vi atterrete alla realtà, come tento di fare io nei miei quadri…se l'ascolterete la realtà…" - gli occhi della mente ammiravano Giuditta che decapitava Oloferne – "Forse davvero l'ispirazione troverebbe la giusta corrente. Quanto alla scrittura, su quello non posso far nulla. Io non so scrivere e non potrei esservi d'aiuto….".

Lo sguardo si perse…

Sangue ovunque di contro all'incarnato lunare delle due giovani che tenevano la testa dell'aguzzino.

Silenzioso strazio…

Pungente vendetta…

Il bagliore del fulmine contro il chiarore d'un moccolo!

La contestazione alle compagne di circolo non era campata in aria! La letteratura prediletta di quelle era sempre la stessa, storie d'amore difficili, non corrisposte, travagliate.

La Baronessa Rini aveva citato il Bardo Inglese! Se l'avesse letto davvero avrebbe scoperto l'amore tragico, lo era davvero, così come la proverbiale sagacia delle donne.

Le donne del bardo erano capaci d'annientare la mente ottusa dei poveri amanti e di rigirarseli per benino…

Ma no, Joria sapeva che le altre nemmeno l'avevano sbirciato il poeta anglosassone!

Le deplorevoli manfrine sul senso dell'onore che svolazzava ogni due righe per tre negli scritti delle nobildonne ne era la prova lampante.

E quel ch'era peggio…

Immaginarsi di scendere ancora più in basso facendosi beffe dell'amore tragico…

Il vero amore, la vera passione…

Si nutre di sguardi, d'impercettibili ed acute ed inconfessabili parole, dette sottovoce, mentre le labbra si sfiorano appena e preludono alla inevitabile ascesa che penetra e solleva i sensi.

Artemisia si portò una mano alla fronte…

E' nell'assenza che s'intuisce la bellezza della presenza, non nell'esibizione sfrenata.

L'allusione costruisce, la descrizione annienta.

Il silenzio…

Il rumore più assordante, la vendetta più atroce…

"Oh…dimenticavo!" – l'ultima chiosa.

Le altre s'ammutolirono lì a chiedersi che altro avrebbe tirato fuori la contessa.

"Mi raccomando…che la povera creaturina che la si dovesse far nascere dall'unione dei disgraziati amanti…e che la sia femmina!".

"Femmina!?" – contestò la Baronessa Rini – "Femmina? E perché? E perché non potebbe esser maschio? Le femmine di questi tempi non posson fare nulla! I maschi invece…potrebbero vendicare l'onore dei genitori!".

"Ecco…vedete che ho ragione!" – sentenziò Joria – "Immaginate invece una femminuccia…pure bellina magari…che anche se non è maschio si cimenta come un maschio in tutto ciò che le fanciulle non potrebbero fare!? Ci pensate? Un vero colpo di scena! Ve lo garantisco! Meglio che gli facciate nascere una femmina al ribelle e alla sua donna che così c'è più scelta su quel che si potrebbe lasciarle fare! Se cade in disgrazia e le tocca d'intrattenere gli uomini allora si potrebbe dire che non sarebbe colpa sua e se invece diventa un'eroina ecco che il nostro povero genere c'avrebbe tutto di guadagnato! Che le donne se vogliono possono fare tutto ciò che vogliono!".

"Joria siete indecente!".

"Meglio indecente che ridicola!" – rimbeccò quella e davvero fu lei che fece per alzarsi. Ambrose la trattenne…

"Suvvia sorella e perché te la prendi tanto? Si diceva così per parlare…".

Joria tirò un repiro fondo…

Tentò di restare lì, più per convenienza verso la padrona di casa che aveva offerto il ricevimento.

Il discorso virò repentino, onde evitare incresciosi incidenti di rango più che letterari.

"E dite…dite…monsieur non è giunto da solo…mi pare?" – la Marchesa Servi andava al sodo che non si perdeva in stupidi giri di parole ma ambiva molto cinicamente a metter in tavola le carte scoperte per stabilire chi avrebbe avuto più possibilità di arrivare in fondo al gioco. La Marchesa Servi era maritata ma non disdegnava d'intrattenersi a volte con qualche cicisbeo della nobiltà inglese che stazionava a Livorno o magari qualche ufficiale di bordo che poi ripartiva così da evitarle pettegolezzi troppo arditi che avrebbero insospettito il marito.

Artemisia si morse il labbro. Anche lì ammise con sé stessa di saperne davvero poco. Anche lei aveva tentato di conoscere l'identità del compagno di viaggio…

"No…c'erano due persone con lui…un bambino…".

"Un bambino? E chi è?".

"Suo figlio!" – precisò Donna Artemisia mettendo sul tavolo una carta che unì alla sequenza scartata da un'altra dama.

"Cosa? Un figlio!?".

Donna Rini si fece il segno della croce.

Donna Artemisia si stava divertendo come poche volte nella vita: ci teneva a scandalizzare le altre bigotte ben pensanti. Tutto ciò che provocava stupore per lei era fonte d'immensa gioia.

Un figlio…

Quel moccioso era delizioso e ne era certa, Donna Artemisia, che il ritrattino riconsegnatole dall'inserviente, nell'albergo di Firenze, ritrovato nella stanza dove André aveva alloggiato con il bambino, l'avesse disegnato proprio Martin.

Un viso appena abbozzato, forse una persona a lui molto cara.

Joria pensò che se fosse riuscita ad ingraziarsi il ragazzino…

Il disegno e la pittura avrebbero fatto da tramite tra sé e il bambino e poi tra sé e lui e André e…

"E la terza chi è?" – la Marchesa Servi pareva invasata.

Donna Artemisia sul punto era in difetto. Della persona ch'era giunta ad abitare ad Alcantia si sapeva pochissimo.

L'indispensabile lo sciorinò Ambrose de La Tour.

"Pare non goda di buona salute…".

"E' malato?".

La declinazione non venne smentita, tuttaltro…

"Ma come fate a dire che è un uomo?".

Ambrose alzò le spalle: "Ho spedito varie volte Carlotta e Soreca a parlare con la servitù della tenuta. Così…tra serve ci si intende ed è più facile avere notizie. Ma le giovani che lavorano là non hanno il permesso d'avvicinarsi alla stanza di quella persona. L'unica che può farlo è Donna Lari…".

"E con questo? Sarà una persona schiva…oppure è davvero malata…ma chi vi dice che non sia una donna?! Magari l'è talmente brutta che non si vuol far vedere!" – rimbeccò la Baronessa Rini.

"Non credo…" – obiettò Artemisia – "Intendo dire che se fosse una donna…di questi tempi avrebbe avuto necessità d'avere al seguito almeno due cameriere. Dico due per star dalla parte della ristrettezza. Invece pare faccia tutto da sé! Credo davvero che quello sia un uomo dalla testa ai piedi vi dico!".

L'inconscio gioca brutti scherzi.

Il timore d'una rivale aveva sovrastato e debellato la logica e la prudenza che avrebbero dovuto, al contrario, mettere al riparo da conclusioni azzardate.

Annuirono le altre, che se la persona in questione faceva tutto da sé, allora ciò induceva senz'ombra di dubbio a scartare la tesi d'una dama.

"E poi…i panni stesi ad asciugare sono gilet, camicie…non c'erano indumenti femminili, né sottogonne, né busti…".

"Allora dev'essere senz'altro un altro giovane…forse un parente del padrone…".

"Questo proprio non si sa!".

"E' nobile?" – chiese Lady Shirley Hannency, allungando di nuovo il collo per udire la risposta.

Silenzio…

Questa volta Donna Artemisia negò con la testa.

"Nemmeno lui?" – precisò l'anziana.

"No…madame…non lo so…non so chi sia…nessuno l'ha visto…esce raramente per via della salute cagionevole. Non si sa neppure che faccia abbia!".

"Peccato…la faccia sarebbe stata importante!" - convenne la Marchesa de Lion Bianco che non avrebbe disdegnato d'architettare un incontro con le figliole – "Anche gli uomini posson esser brutti e non aver voglia di farsi vedere in giro!" –

"Non sarebbe difficile scoprirlo…"- sibilò Lady Hannency.

Donna Artemisia sollevò lo sguardo. Avrebbe fatto comodo anche a lei comprendere chi fosse la terza persona. L'unico appiglio era la nomea del precedente proprietario della tenuta.

"Il Generale Augustin Reynier Jarjayes…" – disse piano a sua volta – "La tenuta apparteneva a lui…".

"Sì…sìììì lui sì ch'era francese ed era nobile!" – ammise la Marchesa Servi tutta d'un fiato – "Dicono fosse venuto a visitare la tenuta due volte e che l'ultima si fosse portato dietro la moglie ed il figlio…è stato tanti anni fa…non sono più tornati…il bambino stava sempre con loro e così nessuno pare l'abbia visto da vicino…".

"Che strana coincidenza! E se fosse uno dei figli?".

Donna Artemisia convenne che l'affermazione poteva essere plausibile. Quel figlio che persino lei rammentava poco, ch'era molto piccola allora, poteva essere il compagno di viaggio ch'era arrivato con Monsieur Grandier.

"Dite madame…" – fu Artemisia stavolta ad incalzare l'anziana inglese – "Avete detto che ci sarebbe un modo per conoscerli? Vi avverto che monsieur è persona molto schiva. Gli ho chiesto di prendere visione dei conti delle mie terre e ho faticato non poco a convincerlo…l'ha fatto solo perché gli ho assicurato che tengo al buon andamento della tenuta per il benessere dei miei contadini. Come vedete non s'è smentito!".

Donna Rini alla notizia s'imbronciò e prese a sbuffare.

"Come dovrei fare dunque?" – chiese Joria.

"Tra due settimane si terrà un ricevimento a Livourne. Sir Henry McCharty festeggia non so quale trattato commerciale…" – annuì la Marchesa Servi.

"Quest'inglesi! Sempre a festeggiare i loro traffici! Mai una volta che tenessero un ricevimento per un fidanzamento o la nascita d'un bimbo!" – sibilò la Marchesa de Lion Bianco.

"Gl'inglesi sono inglesi mesdames!" – sentenziò severa Lady Hannency – "Han dalla loro la pragmaticità degli affari e la sublime capacità di mettere in poesia i sentimenti umani…".

"Joria ma è meglio così!" – s'intromise la Marchesa Servi – "Un trattato commerciale non impegna gli ospiti…i riguardi sono solo per il denaro…se non si è nobili si può partecipare comunque. Anzi, potrebbe essere una buona scusa per invitare monsieur…monsieur…".

"Grandier…Monsieur André Grandier…" – precisò Artemisia, nella voce il tuffo della speranza d'aver finalmente trovato una scusa per portare André fuori dalla tenuta.

"Ecco appunto!" – replicò la marchesa – "Si dice in giro che la tenuta sia molto vasta e che lui si stia dando da fare per migliorare la resa delle terre…".

"Anche il trattamento dei contadini!" – biascicò Donna Rini con una punta di sarcasmo, che non vedeva l'ora di saltar su e dire la sua, che la sua di solito era una cattiveria bella e buona – "Mio marito ha detto che molti di quelli che lavoravano per noi hanno accettato di mettersi al servizio di quell'uomo e lui ha offerto loro di sistemare alcune baracche in disuso da anni e di stabilirsi lì, almeno per il tempo del raccolto. Inaudito! Così quella gente adesso sarà capace di pretendere lo stesso trattamento ovunque deciderà di lavorare!".

Donna Artemisia de La Tour sobbalzò alla notizia, ch'essa andava ad aggiungersi alle già sorprendenti novità che l'arrivo di monsieur aveva portato, tutte dirompenti e comunque molto vicine al sentire della contessa.

Il cuore si contrasse, un altro tassello muto ma fulgido andava a completare il quadro di sensazioni che quell'uomo suscitava nel cuore.

Corse in sua difesa: "Donna Rini…mi sembra invece che le decisioni che prende Monsieur Grandier gli facciano onore. Non c'è nessuna ragione perché un padrone non si comporti come un padre…i lavoranti devono essere soddisfatti per rendere al meglio i loro servizi. Se li si affama o non li si paga abbastanza anche il loro rendimento finirà con l'essere scarso e ne risentirà…".

"Joria…mi sembra che tu stia parteggiando un po' troppo per quell'uomo!" – saltò su Donna Rini, che il freno a beccarsi era ormai abbandonato, a riprova il rapido abbandono del voi – "Quello non può permettersi di venir qui e stravolgere le regole che da secoli imperano nelle nostre campagne…ma c'era d'aspettarselo. E' francese! I francesi sono tutti ribelli! Guardate quello che è accaduto in Francia! Il re è stato costretto a lasciare la reggia e a tornare a Parigi! Una cosa inaudita! E da quando la gente ha il potere di decidere dove deve stare il suo sovrano?".

"Un ribelle! Allora anche quell'uomo è un ribelle!" – dedussero in coro le altre conacchie, negli sguardi l'appiglio letterario a buttar giù una nuova sorprendente storia.

Donna Artemisia fulminò la baronessa: "E da quando la gente deve morire di fame o di malattie per lavorare bene? Un buon sovrano deve avere a cuore il destino del suo popolo. Proprio come il nostro Granduca! Non mi pare che vi siate lamentata quando si sono stabilite nuove regole perché la gente potesse lavorare e vantare dei diritti sui compensi e sulle condizioni di lavoro! Certo da quel che ho appreso vostro marito non l'ha presa bene ma se vuole continuare ad abitare nel Granducato dovrà chinare la testa ed adattarsi! Monsieur l'ha già fatto e forse nemmeno conosceva le nuove regole e comunque si è adattato immediatamente! O devo forse convenire che voi preferireste mettervi contro le disposizioni dei nostri governanti?!".

L'altra sgranò gli occhi stizzita e punta nell'orgoglio: "Non vi permetto! Mio marito sa il fatto suo e così l'offendete!".

"Vostro marito è un tiranno Donna Rini! Non temo d'essere smentita. Lo sanno tutti qua attorno solo che nessuno ha il coraggio di dirvelo in faccia. Ebbene io invece sì. Sono un'umile pittrice ma sì! Vi dico in faccia che vostro marito è un tiranno e i vostri contadini hanno fatto bene a scegliersi un padrone più umano e più giusto!".

Gli animi si stavano scaldando.

Donna Rini battè le mani in grembo e fece per alzarsi.

La Marchesa Servi corse ai ripari: "Su…su…mesdames…suvvia non litighiamo tra noi! Ognuno gestisce le proprie terre come meglio ritiene…Artemisia…senti…credo che Donna Rini abbia ragione!".

L'altra squadrò la marchesa. Sapeva d'avere ragione lei, invece, che odiava quell'accozzaglia di donne pettegole pronte a sparlare di qualsiasi gesto si distaccasse dall'opprimente evolversi della vita di campagna. Ci stava provando il Granduca a modificare il pensiero ferreo dei latifondisti che su tutto quanto appartenesse loro, su tutto, si vantavano d'aver potere di vita e di morte.

Il marito di Donna Rini, il Barone Rini, era uno di quelli.

Ci stava provando il Granduca e la stessa cosa stava facendo Monsieur André Grandier…

Come dargli torto allora? Come disprezzare ciò che stava tentando di mettere in atto?

Che intendi dire?

Lo chiese Joria in silenzio…

"Vedi…" – tentò di spiegare la Marchesa Servi – "Convengo che la povera gente che lavora per noi debba essere trattata bene. Sennò effettivamente…se non mangia, il contadino mica la lavora bene la terra! Ma…se gli si concede troppo…poi questa stessa gente pretenderà sempre di più e non ci sarà più modo di guadagnare per chi la terra la possiede. Se non si guadagna non si possono ricomprare le sementi, i concimi…non si possono pagare i contadini l'anno successivo…e tutto finirebbe per disperdersi e fallire…".

Lo scenario non faceva una piega ma no, Donna Artemisia non ci stava a restare impigliata in quell'infernale meccanismo d'economia spiccia.

"Resto dell'idea che se nessuno porterà mai una modifica prima o poi il sistema che c'è adesso sarà destinato a fallire comunque…" – chiosò Joria alzandosi e gettando le carte sul tavolo.

La partita era finita…

"Conveniamo d'invitare comunque Monsieur Grandier ed il suo amico per il prossimo ricevimento?" – chiese la Marchesa Servi tentando di rattoppare lo sbrego che s'era creato tra le altre due – "Sarebbe comuque un'occasione per conoscerli e poi si valuterà. Le terre che possiede quell'uomo sono immense e credo che anche a lui converrà conoscere le pratiche del luogo, forse così capirà che non può decidere il da farsi tutto da solo e magari ammetterà che i sistemi che si utilizzano adesso sono più che ottimi?!".

Le altre annuirono, chi generosamente, chi a labbra strette.

Lady Shirley Hannensy si sistemò il corsetto che vista la magrezza tendeva a scivolar giù lasciando intravedere un seno rugoso ed un poco vuoto.

"Gentili signore…sarà un grande evento. Certo, nulla a che vedere con i ricevimenti del Conte Rudolf…".

"A proposito…quando tornerà?".

"Lui e madame sono in Austria adesso…c'impiegheranno un poco a tornare perché si son tirati dietro i due marmocchi. Ma quando arriveranno…potremo organizzare un ricevimento di benvenuto degno del nostro ambasciatore austriaco! Per il momento vi attendo tutti a Livourne e badate…".

La vecchietta si alzò traballando…

"Siete tutte mie ospiti! Anche il vostro…" – la manina ossuta s'agitò su e giù – "Il vostro…".

"Monsieur Grandier!" – scandì Donna Artemisia con uno sbuffo.

"Ecco sì…anche monsieur ed il suo amico saranno miei ospiti. Desidero veder da vicino questi ribelli francesi! Uh…che evento che sarà! Altro che trattati commerciali!".

Donna Artemisia fece spallucce.

Era certa che l'uomo che aveva conosciuto non avesse compiuto la scelta d'avvicinarsi alla povera gente che veniva a chiedere di lavorare solo perché inconsapevole delle consuetudini d'ingaggio dei contadini e dei lavoranti nelle terre del Granducato..

L'aveva fatto apposta invece!

Monsieur Grandier le voleva scardinarle quelle dannate consuetudini, non certo apprenderle per bocca di noiosi latifondisti!

Ci avrebbe scommesso ch'era così e Joria ammise con sé stessa che sarebbe stata dalla sua parte e avrebbe fatto di tutto per sostenerlo ed incoraggiarlo, anche a costo di mettersi contro tutta l'elite della nobiltà livornese e persino quella di Firenze.

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