Chiedo venia per il ritardo: ho avuto tre settimane lavorative molto intense, intervallate da una settimana di Lucca Comics. Ho due buone notizie per voi: ho liquidato una delle due aziende e sistemato parecchie faccende, quindi, almeno per un mesetto, avrò molto più tempo libero; avendo già sforato i termini, mi sono presa un paio di giorni in più per aggiungervi una scena ed inserire tutte quelle che avevo previsto, dunque vi aspetta un gigacapitolo da quindici pagine! Buona lettura, ci risentiamo in fondo :)

NON DOBBIAMO ESSERE SOLI – CAPITOLO TRENTASEIESIMO

«Ora sollevala un poco» chiese gentilmente Jack.

Stringendo leggermente la presa attorno al torace di Eos, Calmoniglio la sollevò di un paio di spanne, quanto bastava perché i suoi piedini non sfiorassero più l'acqua della vasca, quindi domandò: «Così va bene?».

«Sì!» confermò prontamente il ragazzo; «L'hai esposta bene, non serve di più. Vedi, bisogna lavarla per bene ovunque, anche sotto, e mi riesce meglio se qualcuno me la tiene ferma e sollevata».

«Ovviamente» lo assecondò il Pooka.

«E' davvero delicata qui, sai?» spiegò Frost, chinandosi per guadagnare una miglior visuale; «A volte ho quasi paura di farle male, la sua pelle sembra un petalo di rosa, è... mh...».

Gradualmente, la sua voce si perse nel silenzio, così come la sua attenzione nel delicato compito che egli stava svolgendo, e il Coniglio di Pasqua non poté far altro che sentirsi commosso di fronte a quella scena. Quanto era dolce poter vedere l'altro finalmente sereno e fiero, e la bambina sana e salva, ed entrambi scambiarsi tenerezze ed attenzioni? Quanto era bello assistere alla nascita ed allo sviluppo d'un rapporto tanto antico e comune, eppure tanto nuovo ed unico nel suo genere? E, soprattutto, quanto era meraviglioso potervi partecipare?

«Ho finito!» annunciò all'improvviso il giovane; «E' ora del risciacquo!».

Dopo essersi sommariamente ripulito le mani dalla schiuma, si chinò e recuperò da sotto il tavolo un piccolo annaffiatoio, dal serbatoio bombato ed i colori accesi, come quelli che i genitori sono soliti regalare ai figli per introdurli alla passione per il giardinaggio; attingendo gradualmente al calderone che era stato sistemato a terra, lo riempì fino all'orlo, quindi lo inclinò, irrorando la figlia con un delicato getto d'acqua calda.

Consapevole del fatto che Eos ed il suo benessere venissero prima di tutto, Calmoniglio non si stupì di avvertire il liquido colargli fin sulle zampe, né si lamentò del fatto che Jack non tentò minimamente di evitarlo; nel momento in cui, tuttavia, lo vide volontariamente insistere proprio su quella zona, s'azzardò a chiedere: «Jack, devi proprio continuare qui? Mi sembra pulita ormai».

In tutta risposta, mantenendo un'espressione impassibile, il ragazzo s'allungò, e prese ad innaffiargli coscientemente le braccia.

«Ma che fai!?» sbottò il Pooka.

Impacciato dall'infante, indietreggiò goffamente, sommuovendo i mazzi d'erbe essiccate che pendevano dal soffitto e travolgendo una pila di secchi; resosi conto d'esser quasi con le spalle al muro, guizzò di lato, e tentò d'aggirare il tavolo, finendo tuttavia per correrci attorno, inseguito dall'amico e sempre tenendo la bimba sollevata di fronte a sé; concludendo che la cosa migliore da fare fosse, pur educatamente ed aggraziatamente, liberarsi di quest'ultima, s'infilò sotto il piano e la depositò nel bacile semivuoto, ma a quel punto la stanza era ormai inondata, ed il suo pelo era nelle stesse identiche condizioni.

«Che diamine, ora sono tutto bagnato!» si lagnò il Coniglio di Pasqua, accucciandosi mestamente a terra.

Rotolando sull'assito insieme all'innaffiatoio, Frost si lasciò andare ad una grassa risata, quindi replicò: «Ma a Eos piace quando è tutto bagnato! Vero, Eos? Eh? Vero che ti piace giocare con l'acqua fino a bagnare anche il soffitto?».

Come comprendendo la sollecitazione, Eos strillò di gioia e batté i palmi aperti sull'acqua, facendola schizzare tutt'attorno.

«Visto?» incalzò il giovane, ignorando bellamente il malumore del collega; «Si diverte un mondo con l'acqua. Dovresti vederla alle terme poi! Sai che, appena la immergo, inizia a muovere le gambe e le braccia come per nuotare, e se la lascio andare per un poco lei riesce a sguazzare attorno, e quasi a restare a galla? Non avrei mai creduto che fosse possibile! Pitch però mi ha spiegato che è abbastanza normale questa abilità nei neonati».

Soprassedendo sull'ultima rivelazione, cui avrebbe preferito assistere, piuttosto che seguirne una spiegazione teorica, Calmoniglio domandò: «Alle terme? Come mai l'hai portata lì?».

«L'ha portata Pitch per primo» rispose Jack, gattonando fin dalla figlia per assisterla; «I miei poteri erano tornati all'improvviso ed io ero uscito a sfogarli, lui s'è ritrovato da solo con Eos e sai, probabilmente, tra il fatto che non s'era ancora abituato a lei, la stanchezza e il caos che c'era qui a Palazzo, e poi tutte le responsabilità, doveva farle il primo bagnetto! Si dev'essere sentito sotto pressione, e ha preferito andarsene alle terme. E' stata proprio un'ottima idea, comunque, perché lui s'è rilassato, Eos s'è divertita, e insieme hanno potuto conoscersi ed iniziare ad instaurare un bel rapporto».

Forse compiaciuto da quella consapevolezza, forse deliziato dalla vista della bimba intenta a sguazzare, lasciò cadere il discorso per esibire un largo sorriso, e s'attardò a giocare a propria volta; intenerito dalla scena, il Pooka non prese neanche in considerazione l'idea di insistere per farlo proseguire, ed appropinquò la coppia, allungando pian piano il muso per inserirsi. Tenendo gli occhi socchiusi, s'immerse in quel caos di risate e stille, scrollando i baffi ogni volta che veniva colpito e rispondendo con zampate alla superficie del liquido, e gioì nel rendersi conto che non solo risultava ospite non sgradito, ma persino desiderato da entrambe le parti, godendosi appieno quel momento di pura ilarità.

«Oh, scusa, alla fine non ti ho risposto!» esclamò all'improvviso il ragazzo; «Che smemorato che sono, eh? Comunque niente, quando Pitch mi ha raccontato tutto mi ha incuriosito, e io ho voluto vedere con i miei occhi cosa succedeva, quando abbiamo riprovato ho visto che Eos si divertiva proprio tanto, e si lasciava lavare facendo molti meno capricci, e quindi da quel giorno ne approfittiamo, cercando di andare alle terme tutte le volte che è possibile per passare del tempo piacevole insieme».

Inizialmente divertito dall'atteggiamento distratto e confuso dell'altro, il Coniglio di Pasqua fu tentato di canzonarlo; quando questi, tuttavia, proseguì, dimostrando così tutto l'entusiastico affetto che provava per la creatura cui aveva dato vita, e, più in generale, la determinata passione nel ricoprire il proprio ruolo di genitore, non ne ebbe il cuore, e ribatté: «In un certo senso, mi avevi già risposto, ma mi ha fatto piacere saperne di più. Come mai non l'hai portata alle terme oggi, visto che le piace tanto?».

A quella semplice domanda, Jack s'adombrò, abbassando lo sguardo sulla pozzanghera che s'era creata sull'assito, e confessò: «Non mi fido ad andare da solo. Potrei dirti che il caldo, spesso, mi fa girare la testa e perdere le forze, ma la verità è che ho il terrore di annegare. L'acqua non è il mio elemento. Solo se Pitch è con me riesco a vincere la paura».

La rivelazione colpì non poco Calmoniglio, che non s'aspettava né un'ammissione tanto intima, né una paura tanto antica, e, improvvisamente, egli si sentì più vicino all'altro, non completamente compreso, ma senza dubbio abbastanza affine da non risultargli del tutto estraneo. Gonfiando un poco il pelo per assecondare i brividi di quella consapevolezza, si crogiolò in essa, poi addolcì lo sguardo, e, posando una zampa sulla spalla dell'amico, lo consolò, svelandogli: «Anche io non sono un grande amante dell'acqua, sai? Ti capisco bene».

Ghignando, il ragazzo replicò: «E' un peccato, sei così carino quando sei zuppo!».

«Parla il pulcino bagnato!» lo rimbeccò il Pooka.

Non gli sfuggì la breve linguaccia che questi gli fece, così come non gli era sfuggito lo sguardo di profonda gratitudine che gli era stato lanciato poco prima, e seppe per certo d'aver agito nel migliore dei modi in entrambe le occasioni; desideroso di prolungare quel gioco di scherzi e complicità, agguantò una spugna e gliela tirò, ma la vittima non raccolse l'invito, e, dopo aver abilmente schivato il colpo, annunciò: «Basta così. Siamo già stati abbastanza fortunati per il fatto che Eos non ha fatto capricci, meglio non tirare la corda facendola sovreccitare, o non vorrà uscire mai più. Hai voglia di darmi una mano con gli asciugamani?».

«Ovviamente» acconsentì prontamente il Coniglio di Pasqua.

Dopo aver aiutato Jack a prendere in braccio la figlia ed alzarsi, si scrollò vigorosamente, allungandosi più che poté per assicurarsi di rizzare per bene la propria pelliccia e, così, liberarla dalla maggior quantità d'acqua possibile; rassegnandosi a tollerare l'umidità residua, strisciò fuori dal proprio inutile nascondiglio e si guardò attorno per far mente locale sul da farsi, dunque si diresse verso la parete scaffalata per recuperare un asciugamano pulito. Si prese qualche secondo per sceglierlo tra le decine presenti, di per sé portato ad arraffarne uno a caso, ma, un po' per ansia, un po' per emulazione, indotto a studiarlo con cura prima di approvarlo, e quando l'ebbe trovato, il più morbido tra i più morbidi, lo svolse, sbattendolo un poco per rimuoverne le pieghe nette mentre lo trasportava verso l'amico.

«Oh, sì, perfetto!» commentò il ragazzo non appena lo vide arrivare; «E' il telo più morbido che Nord ha, il migliore per Eos. L'hai scelto apposta? Sei stato così gentile!».

«Per così poco» si schermì Calmoniglio, allargando un poco le orecchie.

Lievemente imbarazzato dal complimento, nonché un poco impacciato dalla situazione, consegnò la spugna all'amico ed indietreggiò, cercando un angolo appartato da cui osservare senza infastidire; prima che potesse allontanarsi più di un passo, tuttavia, Frost lo richiamò, chiedendogli: «Vuoi provare ad asciugarla tu? Solo se ti senti a tuo agio, ovviamente!».

Sussultando per la sorpresa, il Pooka si fece avanti, dimenticandosi completamente di rispondere, da tanto la proposta lo aveva coinvolto, ed approcciando la bimba dal fianco; tentennando, si chinò sul fasciatoio su cui ella era seduta, e l'annusò un poco, arricciando il naso ogni volta che questa, voltandosi, lo sfiorava; infine, afferrando un lembo del telo, iniziò a tamponarle delicatamente la pelle.

«Calmoniglio» lo sollecitò il giovane con tono canzonatorio; «Non morde, sai?».

Dopo aver emesso uno gnaulio a mezza voce, il Coniglio di Pasqua ribatté: «Prima mi fai una testa così, spiegandomi che è delicata, che va maneggiata con cura e trattata con gentilezza, e ora mi prendi in giro? Per tutte le uova, sto solo cercando di fare un buon lavoro senza farle male, non vedi quanto si muove!?».

A riprova di quanto detto, in quel preciso istante Eos cacciò uno strillo acuto e s'avventò sulla zampa che l'accudiva, scalciando e rischiando quasi di ribaltarsi nel tentativo di liberarla dalla stoffa che la celava.

«Visto!?» puntualizzò Calmoniglio, indicandola mentre la sosteneva.

«Oh, Calmoniglio, è sempre così divertente stuzzicarti! Sei così permaloso, mai una volta manchi di darmi soddisfazioni!» esclamò Jack, le lacrime agli occhi.

Indispettito dallo scherzo, il Pooka drizzò le orecchie ed abbaiò: «Idiota!».

Ignorando bellamente le grasse risate dell'amico, si rimise all'opera, lottando contro quelle ditine che facevano di tutto per ostacolarlo ed indurlo a giocare; presto, tuttavia, altre dita lo fermarono, più lunghe, ma quasi altrettanto sottili, chiudendosi dolcemente sulle sue tozze falangi, e una voce gentile sussurrò: «Dai, non te la prendere: volevo solo farti rilassare un po'. Hai fatto un ottimo lavoro con Eos, e lo apprezzo molto. Ah, guarda come ride, lo apprezza molto anche lei! Ora la vestiamo, ma prima devo metterle il pannolino. Mi passi il borotalco e l'olio di argan? Sono sullo scaffale sopra di te».

Seppur commosso da quel complimento, il Coniglio di Pasqua badò ad ostentare un'espressione profondamente offesa, sia mentre recuperava gli oggetti richiesti, sia mentre li posava sul tavolo; tenendo il muso, osservò il collega terminare di asciugare la figlia, stenderla su un panno pulito e concederle qualche attimo di divertimento, tra solleticanti pizzicotti e buffe boccacce; infine, spianando il cipiglio, s'offrì, chiedendo: «Posso fare qualcosa?».

«Oh, sei molto servizievole!» commentò il ragazzo; «Ma già ti sei inzuppato tutto il pelo, mi spiacerebbe che te lo ungessi, o riempissi di polvere. Resta pure tranquillo a guardare».

Esibendo un sorriso smagliante, scostò leggermente l'amico e s'appropriò della boccetta di olio di argan; dopo essersene versata una piccola dose sui palmi, la riscaldò, sfregandoli l'uno contro l'altro, dunque la distribuì su torso ed arti della bimba con delicati movimenti circolari, fino a completo assorbimento; infine, non prima d'essersi ripulito nella propria maglia, agguantò il piumino del borotalco, e prese a picchettarlo sul sedere della neonata.

«Voi umani siete così strani» borbottò Calmoniglio, in parte affascinato, in parte confuso da tutte quelle operazioni.

«Perché?» gli domandò Frost, stranito.

«Tutte queste complicazioni per lavarsi e prepararsi, quando basterebbe qualche leccata per sistemarsi alla perfezione» dichiarò candidamente il Pooka.

Istantaneamente, il giovane scoppiò a ridere, presto seguito da Eos che, pur non potendo comprendere l'argomento della discussione, mai aveva problemi a lasciarsi coinvolgere dall'ilarità altrui, ed esclamò: «Ma te la immagini, tutta appiccicaticcia e con quei quattro peli che si ritrova in testa pettinati all'insù? Sarebbe un vero spettacolo! Meglio non provare, però. In fondo, combattere contro acqua, sapone, asciugamani, olio e borotalco ha il suo fascino, non trovi? Se non hai la pelliccia, s'intende. Dai, ho quasi finito, mancano solo il pannolino e il vestito e poi sarà pronta: solo un attimo di pazienza».

Timoroso d'esser stato frainteso, il Coniglio di Pasqua s'affrettò a specificare: «Ma no, Jack, scherzavo! Fai con calma, prenditi tutto il tempo che ti serve».

Si preoccupò un poco quando l'altro, invece di rispondergli, gli diede le spalle, armeggiando freneticamente in un cassetto, proprio come se si sentisse sotto pressione, e fu sul punto di tirarlo per la camicia per chiarire il malinteso; non appena questi, tuttavia, si volse, mostrando un'espressione sì seria, ma quieta, comprese che non era di fretta, ma solo concentrato, e si rasserenò, lasciandolo fare. Un po' per lasciargli spazio, un po' perché effettivamente poco interessato a quelle questioni tecniche cui, ostacolato dalle grosse zampe, mai si sarebbe potuto dedicare, iniziò a guardarsi attorno, soffermandosi distrattamente sul caos che invadeva la stanza, sulle incisioni che decoravano le sue pareti in legno e sulle finestrelle, in quel momento rigorosamente sigillate, che la illuminavano, e si chiese: che cosa avrebbero potuto fare dopo? Restare insieme era scontato, almeno per qualche ora, potendo per l'intero pomeriggio, ma, proprio per questo, era opportuno trovare un buon passatempo per divertirsi in compagnia. Jack aveva già in mente qualcosa? Magari gli avrebbe insegnato come preparare il latte per Eos, e gli avrebbe consentito di tenerla in braccio e darle il biberon? Magari questa aveva bisogno di fare un pisolino, e il ragazzo gli avrebbe chiesto di aiutarlo a farla addormentare, lasciandola in sua custodia fino al momento del risveglio? O, magari, avrebbe cercato di coinvolgere tutti in un gioco? Ma se così non fosse stato? Se Frost ancora non avesse escogitato nulla? Non sarebbe forse stato un bel gesto, da parte sua, in quanto nuovo arrivato in quella magnifica relazione, proporre qualcosa? Non sarebbe forse stato un bel gesto, da parte sua, in quanto ospite, fare da ospite, e invitare genitore e figlia nella sua tana per trascorrere un'entusiasmante e, allo stesso tempo, tranquilla giornata, lontano dai problemi e, dunque, prossimo alla soluzione di quell'avvicinamento per lui non ancora del tutto avvenuto?

«Finito!» annunciò con enfasi il giovane; «La nostra piccola Eos è pronta».

Grattandosi distrattamente il capo, come nel tentativo di far ordine nei propri pensieri, Calmoniglio si volse, e quando vide la bimba sussultò: mai si sarebbe aspettato che bellezza e dolcezza potessero miscelarsi in una tale perfezione. I suoi agitati piedini, come sempre in movimento, erano protetti da minuscole scarpe, di camoscio rasato sulla pianta, di lucido raso bianco sul dorso, torso e gambe erano coperti da uno splendido abitino, composto di svariati, candidi strati, sovrapposti dal più soffice e caldo ai più leggeri e trasparenti e chiusi su petto e braccia da nastri argentati, il suo capo era cinto da una graziosa cuffietta, ammorbidita da lasse pieghe ed orlata di sangallo, e non un punto focale era privo di sottili ricami e delicate trine, elegantemente distribuiti in modo da adornare senza appesantire, e tuttavia non erano le vesti, pur indiscutibilmente magnifiche, a stupire, ma la creatura che le indossava, così radiosa da parer brillare di luce propria. Non un centimetro della sua eburnea pelle, il cui colorito era perfettamente esaltato dal tono identico, ma più freddo, dei tessuti che l'abbracciavano, presentava rossori o imperfezioni, non un angolo del suo viso corrugamenti malinconici o imbronciati, e non una screziatura dei suoi grandi occhi qualcosa di diverso da pura gioia: era evidente che, pur attraverso innumerevoli peripezie, ella era nata dal puro amore, e allevata con puro amore, e dunque solo puro amore poteva emanare.

«E' bellissima, Jack» commentò, piegando un orecchio.

«Vero?» ribadì Jack, sistemandole il copricapo; «Non sai quante volte mi perdo via nel guardarla! Pitch, poi, sa vestirla come una principessa».

Pur avendo intuito il riferimento, il Pooka non riuscì a trattenersi dal chiedere: «Pitch? E' stato lui a scegliere i vestiti?».

«Oh, sì» rispose prontamente il ragazzo; «Io sono davvero incapace in quell'ambito! Più che vestirla, la copro, e molto a casaccio: se non ci fossero le tutine sarei spacciato! Pensa che, quando Eos aveva tre giorni, le ho pure messo due calze di colore diverso! Pitch è quasi inorridito, me ne ha dette così tante!».

Nonostante l'altro paresse divertito dal ricordo, il Coniglio di Pasqua s'infastidì, e ribatté: «Non c'è alcun bisogno che ti umilii, né che lodi Pitch manco fosse l'unica persona capace su tutto il pianeta».

Sussultando per lo stupore, Frost precisò: «Ma non sto facendo nessuna delle due cose, in realtà. Io sono obiettivamente incapace di scegliere dei bei vestiti per Eos, mentre Pitch è obiettivamente portato: che male c'è nel dire la verità? Non mi dispiace ammettere questa mia mancanza, perché non sono molto interessato ai vestiti, e mi fa piacere riconoscere a Pitch i suoi meriti, perché lui mi sta aiutando molto a prendermi cura della bambina, e fargli i complimenti è il minimo che possa fare per ripagarlo, e perché adoro supportarlo nelle sue passioni, così come fa lui con me per le mie».

Calmoniglio, tuttavia, era rimasto troppo innervosito dall'affermazione precedente, e, in generale, dall'argomento della discussione, e così, senza quasi rendersene conto, abbaiò: «Sciocchezze! Non sei tu ad avere mancanze, è lui che è pieno di manie!».

Si pentì un poco di aver sbottato, non tanto per ciò che aveva detto, che riteneva, in ogni caso, vero, ma per il modo in cui lo aveva fatto, eccessivamente aggressivo in confronto alla placidità con cui l'amico aveva parlato; quest'ultimo, ad ogni modo, lo stupì, lanciandogli un'occhiata più incuriosita che arrabbiata, e interrogandolo con tono tranquillo: «Calmoniglio, qual è il vero problema? O, meglio ancora, come mai Pitch è il vero problema? Che ti ha fatto di tanto terribile per risultarti così odioso?».

E, istantaneamente, il Pooka impietrì. Da un certo punto di vista, avrebbe potuto dire che erano secoli che aspettava quella domanda; da un altro, che mai se la sarebbe aspettata; da un altro ancora, che mai se la sarebbe voluta aspettare. Se l'era fatta infinite volte, in passato, in certi momenti sull'onda dell'ira, in certi su quella della tristezza, e, lasciandosi trasportare dall'una o dall'altra, non aveva mai avuto grossi problemi a darsi una risposta, rabbiosa, sì, anche violenta, ma perfettamente giustificata; per eoni l'equilibrio era rimasto immutato, orribile, ma bilanciato, l'odio ben distribuito tra le due parti in causa e dunque non necessitante di venir ridiscusso o riformato; poi, all'improvviso, tutto era stato sconvolto. Ad esser sincero, doveva ammettere che la prima evoluzione era avvenuta qualche dozzina di decenni addietro, quando, in un poco convinto tentativo di schiacciare i Guardiani, Pitch era uscito allo scoperto e aveva dimostrato di non ricordare assolutamente nulla della sua vita prima della loro venuta; la più scioccante rivoluzione, ad ogni modo, risaliva appena all'anno precedente, ed era stata così drastica da risultare innegabile. Sì, era così, che gli piacesse o no non poteva negarlo: l'Uomo Nero era cambiato. Non era diventato buono, mai avrebbe potuto, ma s'era trasformato, facendo emergere il suo lato umano, lasciandosi andare ad atti pietosi, mostrando compassione, comprensione, amore: in poche parole, facendo tutto ciò che prima aveva sempre dimostrato di disprezzare, e, dunque, mettendo in discussione le basi della mentalità del Coniglio di Pasqua. Oh, lui era stato bravo a non dare a vedere questo tentennamento, s'era impegnato tanto a mantenersi polemico e litigioso, sempre pronto a mettere in piazza i difetti del vecchio nemico per non dover guardare i suoi pregi, sempre pronto a seminar zizzania per celare il caos che gli albergava nel cuore, ma per quanto ancora sarebbe riuscito a continuare? Già in diverse occasioni aveva ceduto, e non perché forzato, ma perché commosso, e tuttavia, quando il gesto gentile s'era concluso, e la galleria s'era richiusa alle sue spalle, s'era sempre ritrovato scosso, insolubilmente combattuto tra il lutto antico e il recente affetto, e incapace di conciliarli.

«Calmoniglio, stai bene? Ho detto qualcosa che non andava?» lo richiamò l'amico, il tono preoccupato.

Due iridi azzurre lo fissarono, sospettose, allarmate, spaventandolo con la loro chiarezza, che pareva scrutargli l'animo, eppure irritandolo con la loro ignoranza, e per un istante Calmoniglio fu lì lì per esplodere, rompendo il silenzio che, più o meno involontariamente, aveva tenuto, e gettandogli addosso tutto il peso delle verità non dette sulla sua infanzia, e sulla crudeltà con cui questa era stata fatta a pezzi; poi, però, altre due lo guardarono, del color dell'universo, quello passato, tanto rimpianto, quello presente, tanto doloroso, quello futuro, tanto incerto, ma, proprio per questo, potenzialmente tanto gioioso, ed egli giunse infine ad una conclusione: l'Età dell'Oro era ormai finita, ma, forse, anche quella del Terrore si poteva considerare conclusa.

«E' Pitch, no? Non ho bisogno di un motivo per avercela con lui».

Si rese conto d'esser suonato un po' legnoso, la voce gracchiante, le pupille distanti, ma di meglio, in quelle condizioni, non poteva fare; fortunatamente, la sua buona stella lo assistette, e Frost, invece di indagare ulteriormente, commentò: «Stupido! Sei sempre il solito. E, per la cronaca, tale e quale a Pitch».

Il sollievo d'esser stato creduto, e, di conseguenza, di aver guadagnato tempo per far ordine nella propria coscienza e nel proprio cuore, superava di gran lunga il risentimento che una simile accusa poteva provocargli, dunque il Pooka non ebbe alcuna difficoltà nel trattenersi dal rimbrottare; concentrandosi sui visi radiosi di Jack ed Eos, riuscì a riprendersi quanto bastava, e, sentendosi un po' meglio, decise di presentare la proposta che aveva concepito pochi minuti prima.

«Jack, avevi già in mente cosa fare questo pomeriggio?».

Inclinando il capo, il giovane rispose: «Oh, proprio oggi?».

«Sì» confermò il Coniglio di Pasqua, un po' teso; «So che è ancora presto, ma, proprio per questo, vuol dire che c'è molto tempo a disposizione, quindi, non so, stavo pensando che, magari, se ti va, e quando hai finito di sistemare Eos, potrebbe essere carino fare una gita...».

«... in famiglia, al parchetto che sono appena andato a controllare, per esempio. Sì, trovo che sarebbe molto carino» lo interruppe seccamente una voce.

Interdetto, Calmoniglio si volse, e si trovò di fronte, a meno di una spanna dal proprio muso, Pitch, le braccia incrociate, gli occhi ridotti a due fessure e le labbra arricciate in un ringhio silenzioso.

«Sei tu» disse semplicemente il Pooka, lo sguardo impassibile.

«Complimenti per l'abilità nell'avermi riconosciuto» replicò l'Uomo Nero, il tono provocatorio.

«Non iniziate!» li zittì prontamente il ragazzo; «Calmoniglio, mi dispiace, ma per questo pomeriggio io ed Eos abbiamo già un impegno con Pitch. La nostra prima e ultima gita fuori porta non è andata molto bene, e la cosa ci è spiaciuta molto, quindi ci siamo organizzati per ripeterla oggi, in un posto ancora più sicuro. Ti va se ci rivediamo più tardi, o direttamente domani? Tu cos'avevi in mente?».

Preso in contropiede da quella notizia, che gli aveva rotto le uova nel paniere, il Coniglio di Pasqua non se la sentì di insistere, e replicò: «No, niente di che, non preoccuparti».

Esibendo un'espressione dubbiosa, Frost mormorò: «Sei sicuro? Non sembra... Non devi farti problemi, mi fa piacere parlarne! Pensaci mentre io vado a cambiarmi. Pitch, puoi rifarmi i pantaloncini della scorsa volta? I miei sono tutti bagnati, e poi mi caccian troppo caldo».

«Ma certo» concesse prontamente Pitch, evocando una manciata di sabbia magica.

Dopo aver atteso che il compagno terminasse di modellarla nell'oggetto desiderato, il giovane l'afferrò e si lanciò verso la porta, gridando: «Vado a prendere la maglia! Torno subito!».

Desideroso di prolungare la piacevole conversazione il più possibile, Calmoniglio rimase in attesa, grattandosi nervosamente il collo e facendo saltare lo sguardo da Eos, in quel momento intenta a studiare con meraviglia la mano del padre, alla porta; in breve, tuttavia, messo a disagio dalla presenza di quest'ultimo, e rendendosi conto che due parole in più avrebbero finito solo con l'aumentare l'imbarazzo, senza fargli raggiungere il risultato agognato, gettò la spugna, e annunciò: «Vi lascio soli».

Incredibilmente, Pitch si astenne da qualsiasi commento, limitandosi a lanciargli un'occhiata neutra prima di volgersi definitivamente verso la figlia, e questo, se possibile, fece innervosire ancor di più il Pooka, che in quel momento si poteva solo sognare un simile autocontrollo; costretto ad ingoiare il boccone amaro, sibilò: «Passate un bel pomeriggio».

E, senza guardarsi indietro, s'allontanò, offeso non tanto dalla velata maleducazione dell'Uomo Nero, cui aveva fatto il callo, ma dal fatto d'esser stato, senza tante cerimonie, escluso.

«Pitch...? Pitch!» sbottò, all'improvviso, Jack.

Sussultando, Pitch replicò: «Che c'è?».

Poi, però, riprese a guardarsi attorno con fare sospettoso. Aver trovato Calmoniglio al suo ritorno, intento non solo ad interagire con Eos, ma persino ad accudirla e sul punto di proporre un'uscita privata, lo aveva innervosito non poco, vederlo andarsene, considerata la sua espressione adirata, non lo aveva minimamente tranquillizzato, e così, da quel momento, aveva deciso di monitorare i dintorni, dapprima tenendo sott'occhio gli svariati corridoi del Palazzo di Nord, poi scrutando i molteplici colli dell'ameno parchetto che aveva scelto col compagno.

«Ti spiace ascoltarmi?» lo pregò il ragazzo, infastidito.

«Ti sto ascoltando» ribatté l'uomo, le pupille volte verso il rado bosco che costeggiava il sentiero.

«E allora cosa ti ho appena detto?» lo interrogò Frost, l'espressione più risentita che di sfida.

Messo con le spalle al muro, Pitch tergiversò, e dichiarò: «Non ho sentito. Ripeti».

Sbuffando, il giovane ripeté: «Ti stavo pregando di goderti la gita. Vorrei trascorrere un bel pomeriggio giocando con te ed Eos, non correndoti dietro mentre tu ti guardi attorno con fare sospettoso. Qual è il problema? Questo parchetto è isolato e chiuso al pubblico, non verrà nessuno a disturbarci, e, se proprio dovesse succedere, possiamo sempre starcene per i fatti nostri, o spostarci. Sai, penso che non dovremmo lasciarci condizionare troppo da...».

In quell'istante, le fronde d'un basso e folto cespuglio si mossero, senza che, tuttavia, alcun animale uscisse da esse, e così l'Uomo Nero gridò: «S'è mosso!».

Scostando gentilmente, ma con decisione, l'amato, si lanciò verso di esso, scostandone i rami con una manata e mettendosi a frugare in mezzo alle foglie, e il giovane, interdetto, esclamò: «Ma cosa ti salta in mente!? Sarà stato uno scoiattolo, o un uccello, non c'è bisogno di reagire così!».

«Era qualcosa di più grosso» controbatté seccamente l'uomo, proseguendo la propria forsennata ricerca.

Inizialmente, dal silenzio che lasciò cadere, Jack parve rinunciare ad ogni protesta, forse persino arretrare per proteggersi; dopo poco, tuttavia, si riprese, e, dimostrando di non essersi lasciato minimamente convincere, domandò con tono sospettoso: «Pitch... non starai mica cercando Calmoniglio?».

«Sì» confessò, senza remore, Pitch.

«Non ci posso credere!» sbottò il ragazzo.

Irritato dalla sua cecità, l'Uomo Nero si volse e gli abbaiò: «Non ci puoi credere? Ma non l'hai visto mentre era con te? Non ti sei accorto di quant'è stato invadente? Era persino bagnato e sporco di borotalco da tanto ha ficcato il naso, e, nel caso non te ne fossi reso conto, stava per proporti di trascorrere il pomeriggio nella sua Tana!».

Passandosi Eos dalla spalla sinistra alla destra, Frost precisò: «No, Pitch, io non l'ho solo visto: l'ho guardato. Calmoniglio può sembrare burbero, ma in realtà è una creatura gentile, affettuosa e sensibile, proprio come te. Non è stato lui ad essere invadente, ma io ad invitarlo a partecipare al bagnetto, e l'invito alla sua Tana, che per la cronaca no, non avevo intuito, è stato sicuramente solo un gesto di cortesia».

Affatto disposto a cedere, l'uomo scelse di giocare la carta della paura, vero e proprio asso nella manica per lui, e gli rivelò: «Tu non c'eri quando lui se n'è andato, ma ti posso assicurare che era stizzito ed offeso come non mai, e che ha lanciato un'occhiata omicida a me ed Eos. E' invidioso, e lo è oltremodo».

Sollevando il capo mentre regalava qualche carezza alla figlia, il giovane concesse: «Ti credo. Senza problemi. Calmoniglio è molto permaloso, è possibile che si sia offeso perché non l'ho avvisato prima dei nostri programmi, e io non ho intenzione di negarlo. Tuttavia, posso anche assicurarti che lui è una creatura insicura, soprattutto quando c'è di mezzo Eos, quindi la sua non è davvero invidia, ma solo panico. Fidati, Pitch, lui le vuole bene e rispetta noi due in quanto suoi genitori: non proverebbe mai a metterci i bastoni tra le ruote».

«Ma oggi l'ha fatto!» insistette Pitch.

«Perché si è sentito messo alle strette!» spiegò Jack, lo sguardo chiaro e quasi implorante; «Già era agitato per aver fatto il bagnetto ad Eos, poi ha anche dovuto raccogliere il coraggio per invitarci alla sua Tana, è logico che si sia innervosito quando, senza alcun preavviso, gli abbiamo detto di avere altri piani in mente! Non è invidioso, Pitch: è solo un po' insicuro».

Stizzito, l'Uomo Nero ribatté: «E come diavolo faccio ad esserne certo?».

«Ti fidi di me?» replicò il ragazzo; «Ti fidi se ti dico che sono convinto che non ci sia nulla da temere da parte di Calmoniglio, e che sto anche parlando con lui di questa questione, e di Eos, e di te, e che lui si sta dimostrando maturo e rispettoso?».

L'uomo avvertì una lieve fitta al cuore, il ricordo di una domanda identica, ma passata, fattosi improvvisamente vivido e doloroso nella sua mente, e, determinato a non dare all'amato un'altra delusione, rispose: «Sì. Sì, mi fido di te».

Tendendo la mano libera verso di lui, Frost lo esortò: «Allora vieni via da quel cespuglio, e goditi un pomeriggio spensierato insieme a noi. Per favore».

E fu così che Pitch abbandonò la propria caccia, e non vide mai l'iride smeraldo che occhieggiava vorace tra le foglie più fitte.

Uno sfondo neutro e indistinto, a tratti immobile, a tratti in moto. Blocchetti verde acceso in primo piano, impilati. In lontananza, rumori e grugniti soffocati. Vicino, la voce di quel ragazzo tanto affettuoso che si prendeva cura di lei fin da quando lo ricordasse, addirittura quando ancora viveva in quel mondo caldo ed ovattato in cui non faceva altro che dormire. Lui le piaceva. Molto. Aveva grandi occhi, di cui, se solo ne fosse stata capace, avrebbe potuto contare le screziature, e una bocca così morbida, sempre pronta a regalargli bacini, e poi, un profumo così buono. Fresco. Anche il profumo dell'altro le piaceva, però. Quello alto alto, e scuro, che era venuto a riprenderla da quella stanza luminosa che l'aveva tanto impaurita, e che mai più ce l'aveva riportata. Non le piaceva ricordare quel posto dove si era sentita tanto sola. Preferiva il presente di coccole e sorrisi. Per fortuna, se lo stava già dimenticando.

«Eos!» esclamò il giovane.

Stropicciandosi il naso, la bimba si volse. Non le era ancora ben chiaro quale fosse il significato di quella parola, "Eos"... tuttavia, aveva notato che tutti la pronunciavano quando volevano la sua attenzione, e dunque lei, da brava, ogni volta gliela prestava. Il ragazzo stava continuando a parlare. Era così buffo. Perché mai, ogni volta, si lanciava in serie infinite di articolati suoni? Un giorno avrebbe dovuto provare. Si sarebbe sicuramente divertita. Magari, sarebbe anche riuscita a conversare con lui, di sbuffi e balbettii. Ma non in quel momento. Non ne aveva voglia. Che cosa stava cercando di fare l'altro? Oh, sì: la torre. Ci girava attorno, la indicava, quindi, probabilmente, si riferiva a quella. Le stava anche porgendo un pezzo, in effetti. Era così carina quella torre. Poteva crescere e accorciarsi. Lei, però, la preferiva quando diventava altissima. Prese il pezzo che le era stato offerto. Si allungò e lo posizionò in cima. Ora era un po' più alta. Ma non abbastanza. In giro, però, non c'erano altri blocchetti. Come poteva fare per continuare? Sarebbe stato un vero peccato fermarsi lì. A voler ben guardare, comunque, i pezzi alla base erano ormai inutili. Se ne stavano lì sotto, quando sarebbero potuti stare sopra. Sì, era decisamente meglio spostarli sopra. Ne prese due insieme, per far prima. La torre iniziò ad oscillare. Il ragazzo affettuoso scattò. All'improvviso, arrivò il vento. Una folata e via, non troppo forte, profumata di fresco. Buttò giù la torre. Che divertente! Era stato un vero spettacolo! Il giovane, però, aveva un'espressione strana. Non piangeva, ma neanche rideva. Che cosa stava succedendo? Ah, no, eccolo lì il suo sorriso, eccola lì la sua risata! Ci aveva solo messo un attimo in più.

Gattonando, il giovane la raggiunse. Le mormorò qualcosa, ma lei non capì. Le diede un bacio sul naso, e quello lei lo capì bene, e ricambiò, anche se non aveva ancora imparato a farlo come gli altri, e non riusciva a schioccare le labbra. Poi, l'altro gattonò via. La bimba lo guardò. Dai gesti, sembrava intenzionato a recuperare tutti i blocchetti, che si erano sparsi in un'area estesa, addirittura fin sotto i tavoli da lavoro degli Yeti. Il ragazzo puntava proprio verso di loro. Lei esitò. Non aveva paura degli Yeti, anzi, le stavano molto simpatici, coi loro grossi faccioni pelosi, ma solo quando la facevano giocare, e lei sapeva che in quel momento non potevano. Gironzolare loro attorno mentre lavoravano aveva l'aria di essere un compito molto noioso. Meglio esplorare in giro. Si volse. Iniziò a gattonare come il ragazzo: prima la mano destra, poi la sinistra... no, così rischiava di scivolare pancia a terra. Riprovò: prima la mano destra, poi il ginocchio destro... meglio, ma abbastanza scomodo. Riprovò ancora: prima la mano destra, poi il ginocchio sinistro, poi la mano sinistra, poi la mano destra, ma avanzata di poco, poi il ginocchio destro, che era rimasto decisamente indietro, e così via. Sembrava complicato, un po' la confondeva, ma al giovane riusciva così bene, perché mai non sarebbe dovuto riuscire anche a lei? Bastava insistere. Di sicuro, era molto meno faticoso che saltellare sul sedere. Un tentativo dopo l'altro, arrivò al limitare della sala, proprio di fronte ad una porta socchiusa. Si insinuò nello spiraglio, spingendo un po' per allargarlo. Si ritrovò di fronte un'altra stanza, più piccola, ma ugualmente poco interessante: tutta dello stesso identico colore marrone, con un camino acceso ed una finestra chiusa. Si mise a studiarla. Di solito le cose carine stavano in alto, su quei ripiani sopraelevati fuori dalla sua portata, ma magari era la volta buona che trovava qualcosa con cui giocare. A pochi metri da sé vide una cassa. La raggiunse. Ci si arrampicò sopra, travagliosamente, ansimando per lo sforzo di allungare quelle braccia ancora troppo corte, ma alla fine, meraviglia! Era piena di graziosi tondi dai mille colori. Provò ad afferrarne uno, ma ebbe difficoltà a fare presa, e quando ci riuscì non lo smosse di un millimetro. Provò con un altro, poi un altro ancora, ma la situazione non cambiò. Iniziò a stufarsi. Forse, era meglio guardare altrove. La curiosità, però, era tanta, quindi decise di concedersi un'ultima occhiata. E lì lo vide. Un oggetto abbastanza piccolo, lucido, allungato, con una punta scura. Quest'ultima la affascinava. La toccò. Le diede una strana sensazione, quasi pungente. Si guardò la punta del dito. Era diventata rossa. Non le era mai successo. Quell'oggettino pareva essere davvero particolare. Misterioso. Interessante.

«Preso!» esclamò Jack.

Sbuffando ed incespicando, strisciò fuori dalla panca sotto la quale s'era infilato, quindi si alzò e sollevò trionfante il pezzo delle costruzioni che aveva appena recuperato. Aveva impiegato qualche minuto a radunarli tutti, e faticato non poco, visto che, pressato dalla fretta e dalla paura, non era riuscito a controllare come avrebbe voluto la raffica di vento che aveva evocato per salvare Eos da un sicuro spavento e probabili ammaccature, e dunque s'era ritrovato a scavare nei posti più impensati, ma alla fine, con quell'ultima, rocambolesca scivolata, aveva concluso la propria missione, e si poteva considerare soddisfatto.

Col sorriso sulle labbra e la parte anteriore della maglia piegata a tasca e piena di blocchetti, s'incamminò verso l'angolo che, fino a pochi minuti prima, condivideva con Eos, ma non la vide; affatto preoccupato, la cercò con lo sguardo mentre svuotava il carico sul pavimento, e, non trovandola, gridò: «Qualcuno ha visto Eos, per caso?».

Istantaneamente, l'intera Sala del Globo si mobilitò, interrompendo i lavori per guardarsi attorno e discutere animatamente, e il ragazzo, stupito, s'affrettò a tranquillizzare i presenti, esclamando: «Ragazzi, non c'è bisogno di allarmarsi così! Vi ho chiesto se l'avevate vista solo per far prima, non c'è bisogno che impazziate per trovarla! La cercherò io: non può essere andata lontana. Voi lavorate tranquilli».

Rimase immobile ancora per qualche istante, sfoderando l'espressione più serena e convincente che sapeva fare per dissuadere i giganti pelosi dall'agitarsi oltre; poi, non appena li vide scuotere il capo e tornare ai propri compiti, li imitò, e riprese a guardarsi attorno. Dove poteva mai essersi cacciata la piccola? I luoghi stretti e bassi sembravano attirarla poco, dunque inutile scandagliare gli spazi sotto le panche e dietro le colonne. Che si fosse infilata nel laboratorio personale di Nord, lì accanto, la cui porta era spalancata in uno spiraglio largo esattamente quanto il suo sedere?

Ridacchiando all'idea della figlia impegnata nelle più assurde contorsioni pur di passare, avanzò, scostando l'uscio quanto bastava per insinuarsi all'interno e scivolando cautamente lungo il muro per sorprenderla, ed effettivamente la individuò, seduta a terra, ma, purtroppo, fu lui ad esser sorpreso: la neonata, infatti, aveva gli arti completamente spellati.

«Eos!» urlò Frost.

Inorridito e disperato, si lanciò verso di lei, non sapendo che fare, ma determinato a provare tutto pur di aiutarla, e, pur nel panico, si meravigliò nel notare il pavimento perfettamente pulito; ripetendosi che sarebbe andato tutto bene, la studiò da vicino, e rimase interdetto nel trovare lei felice, e la sua pelle perfettamente integra; ormai completamente disorientato, la tastò, ma a quel punto fu Eos stessa ad offrirgli la soluzione di quel macabro enigma, porgendogli un oggetto che mai si sarebbe aspettato di vederle in mano: un grosso pennarello, color rosso scuro.

Avvertendo i propri muscoli farsi molli, il giovane si accasciò, le lacrime agli occhi e, sulle labbra, un indistinto mantra di ringraziamenti a tutti e nessuno, perché nulla, nulla in tutta la sua vita lo aveva mai reso più sollevato dello scoprire che ciò che aveva scambiato per sangue e carne era, in realtà, semplice inchiostro; poco dopo, però, si rese conto che il pericolo non era ancora scampato, sia perché la tinta, a giudicare dall'odore, pareva essere piuttosto aggressiva, sia perché la figlia, beata, continuava a cospargersene l'epidermide, e così, raccogliendo le proprie forze, le tolse di mano lo strumento, lo lanciò in una cassa lì accanto e sussurrò: «Oh, Eos... che cosa ti è saltato in mente?».

Scivolando silenziosamente nell'interstizio tra l'armadio e il muro, Pitch raggiunse la stanza che divideva con Jack e si materializzò, ritrovandosi, però, completamente solo. Si stupì un poco dell'assenza dell'altro, poiché, vista l'ora, si aspettava di sorprenderlo sul letto, intento a coccolare la figlia per rilassarla e prepararla al riposo notturno, ma non troppo, perché era consapevole che, con una neonata, gli imprevisti erano sempre in agguato, e così, senza farsi altre domande, scrollò le spalle e si mise alla loro ricerca. Come prima cosa, supponendo che la coppia si fosse attardata a giocare, si recò nella Sala del Globo, ma vi trovò solo balocchi allineati ad asciugare, e un mucchietto di blocchi per costruzioni abbandonati sul pavimento; immaginando che ad Eos fosse venuto un inaspettato languorino, visitò la cucina, ove l'acciottolio dei piatti e il tintinnio delle padelle lo travolse, ma ove nessun viso noto fece capolino in mezzo a quelli arcigni e pelosi degli Yeti; a corto di idee, deviò verso la sala da bagno, e, una volta sulla soglia, sorrise: il compagno era proprio di fronte a lui, di spalle, e, a giudicare da quanto era bagnato, doveva star lavando la bambina.

«Finalmente vi ho trovati» si annunciò.

Girandosi, il capo basso e gli occhi lucidi, Frost replicò semplicemente: «Ciao».

Preoccupato, l'Uomo Nero domandò: «Jack, che succede? Cos'è quella faccia da funerale?».

Tremando un poco, il giovane rispose con tono enfatico, ma incrinato: «Guarda!».

Ancor più allarmato di prima, l'uomo lo appropinquò e, seguendo i suoi gesti, si mise ad osservare la figlia, placidamente seduta nel bacile ed intenta a scoppiare le bolle di sapone; intenerito, s'attardò a giocare un poco con lei, sospingendo la schiuma verso il suo torace, e quando questa, sovreccitata dalla sua presenza, sollevò le braccia, egli si rese conto che esse erano solcate da strani segni rosati.

«Che cosa è successo alle sue braccia?» indagò, interdetto.

«Si è dipinta, con un pennarello indelebile!» spiegò concitatamente Jack; «Stavamo giocando con le costruzioni, impilavamo i blocchetti per fare una torre, è brava, sai? Le piace farle altissime. Avevamo finito i pezzi, lei ne ha preso uno dalla base per continuare e ovviamente la torre stava per crollarle addosso, per evitarlo ho evocato una folata di vento, ma così ho sparso i pezzi in giro, allora mi sono messo a raccoglierli e non è stato proprio facile, alcuni si erano infilati in posti assurdi, però te lo giuro, ho fatto molto in fretta, ma quando sono tornato lei non c'era più, allora mi sono messo a cercarla e ho capito subito che era entrata nel laboratorio di Nord, quindi sono entrato anche io, e lei era lì... così... tutta sporca. Si è addirittura levata le calze e rimboccata maniche e gambe della tutina per colorarsi, s'è passata il pennarello dappertutto sulla pelle, persino tra un dito e l'altro, non so come abbia fatto a non pitturarsi anche la faccia...».

Non appena udì la prima frase, Pitch, intimamente, tirò un sospiro di sollievo: s'era figurato di dover affrontare un problema grave, forse non completamente risolvibile, magari, addirittura, causato dall'odioso Uomo Nella Luna, non certo qualche segno di inchiostro indelebile. Man mano che il discorso proseguiva, tuttavia, iniziò ad avvertire il disagio dell'altro, la sua voce troppo alta, le sue frasi troppo affrettate, i suoi movimenti troppo secchi, e percepì distintamente ondate di paura emanare dalla sua mente, così, facendo due più due, gli chiese: «Jack, il pennarello era rosso?».

Dopo qualche tentativo andato a vuoto, il ragazzo rispose: «Sì».

Intuendo quale terribile esperienza dovesse esser stata, per l'amato, trovare la figlia in quelle condizioni, e quale immenso sforzo egli avesse dovuto fare per riprendersi e soccorrerla, l'Uomo Nero lo avvolse in un abbraccio, e gli sussurrò: «Mi dispiace molto, piccolo».

Inizialmente, Frost faticò a mantenere l'autocontrollo, tremando e arrivando quasi al punto da tentare di sfuggire a quell'affettuosa presa; all'ultimo, però, riuscì a lasciarsi andare, sia fisicamente, la schiena contro il petto del compagno, sia mentalmente, e balbettò: «E' stato orrendo! Sembrava scarnificata, e ricoperta di sangue, e non piangeva, Pitch, non piangeva, proprio come te quando Behemuth ti ha trafitto! Mi sono sentito così sollevato quando ho capito che si era solo colorata col pennarello... Ci ho messo un po' a riprendermi e a capire che sono un vero idiota. Meglio dipinta che ferita, ci mancherebbe, ma questo inchiostro è aggressivo, le è penetrato nella pelle, e non riesco a levarlo. Tutto perché l'ho persa di vista. Dovevo immaginare che tre o quattro minuti potevano essere sufficienti. Se si fosse tirata addosso una cassa, o un martello, sarebbe morta lì, e sola, mentre io, come uno stupido, giocavo sotto i tavoli degli Yeti».

Infastidito da quell'atteggiamento, l'uomo ribatté: «Jack, ora basta. Capisco che quello che hai sperimentato ti abbia sconvolto, ma stai esagerando: insultarti non è la giusta soluzione. Hai perso di vista Eos, d'accordo, ma solo per poco, e in un ambiente protetto, e, oltretutto, per lavorare per lei; il fatto che lei, nel mentre, abbia deciso di sgattaiolare via e cacciarsi nei guai non ti rende un cattivo genitore. In futuro, magari, cerca di stare un po' più attento, e non esitare a chiamare Voluptas quando sei occupato, ma per questa volta non è successo nulla di grave, quindi non fasciarti la testa».

«Non è vero, l'inchiostro non va via!» insistette il giovane.

«Cos'hai provato a fare sinora?» indagò Pitch, quieto.

«L'ho lavata» replicò Jack; «Due volte. Ogni volta l'ho lasciata a mollo e ho continuato a sfregare pian piano la saponetta sulla sua pelle finché non si raggrinziva, poi l'ho tirata fuori e rivestita, aspettando che tornasse normale per ricominciare. I segni si sono sbiaditi molto, ma non sono spariti, e non sembrano volerlo fare: non so più che provare».

Grattandosi pensosamente il mento, l'Uomo Nero propose: «E' possibile che tu non sia riuscito a pulirla oltre perché la pelle, nel mentre, s'è disidratata, quindi potremmo provare ad usare l'olio di argan. Io la cospargerei con una generosa quantità, molto più abbondante di quella che usiamo di solito, e poi la ripulirei con dei batuffoli di cotone, o di garza. Alla peggio non funziona, ma male non le fa. Comunque, visto che il pennarello è di Nord, penso che la cosa più intelligente da fare sia chiedere consiglio a lui».

«No!» gridò il ragazzo, divincolandosi; «Ho faticato tanto per arrivare fin qui senza farmi vedere da nessuno, non esiste proprio che gli confessi questo disastro!».

«Ma perché mai!?» sbottò l'uomo.

«Perché sono stato un idiota a lasciare che succedesse e mi sento in imbarazzo!» insistette Frost.

Roteando gli occhi, esasperato, Pitch fece per ribattere, ribadendo che non era assolutamente il caso di umiliarsi in quel modo, che ciò che era accaduto era senza dubbio risolvibile e che il compagno, quel pomeriggio, aveva fatto un ottimo lavoro con Eos, come sempre; quando incrociò lo sguardo di quest'ultimo, però, e vide il turbamento in fondo ad esso, comprese che ogni tentativo sarebbe stato inutile, e dunque decise di domandare: «E se mi sporcassi io, e andassi da Nord a chiedere una mano su come ripulirmi?».

Una scintilla di gratitudine si accese improvvisamente nelle iridi del giovane, illuminandole di una luce nuova, ma, dopo qualche tentennamento, egli protestò: «Ma mi dispiace, poi anche tu rimarresti tutto segnato».

«Che indescrivibile dramma» commentò l'Uomo Nero, cercando di suonare il più divertente possibile; «Io, il Re degli Incubi, l'Imperatore delle Ombre, deturpato da un segnetto di pennarello indelebile su un dito. Come farò a gestire una simile piaga? Rischierò la carriera?».

Finalmente, una risatina sfuggì dalle labbra di Jack, ed egli suggerì: «Potrei farlo io, però».

Scompigliandogli i capelli, l'uomo controbatté: «No, non preoccuparti: vado io».

E, dopo avergli dato un bacio a fior di labbra, ed aver goduto del suo sorriso, si allontanò, per svolgere un compito forse un po' strano, ma a cui, da compagno e genitore, mai si sarebbe voluto sottrarre.

Sbuffando, Jack si rigirò nel letto, quindi si mise a fissare il soffitto, frustrato. Non c'era verso: non riusciva a dormire. Aveva parlato a lungo con Pitch, sia durante il quarto bagnetto di Eos che dopo, aveva discusso della reale gravità dell'accaduto e di come si doveva sentire al riguardo, pian piano era riuscito a ridimensionare il problema e, alla fine, persino ad affrontarlo lucidamente ed analizzarlo costruttivamente, riconoscendo i pregi che aveva dimostrato ed elaborando strategie per ovviare alle mancanze che, chiaramente, erano emerse, ma, nonostante tutto, la serenità non era arrivata, e né le dolci coccole del compagno, né il silenzio della notte erano stati sufficienti a conciliargli il sonno. Ancora in quel momento, dopo ore, si sentiva addosso paura e nervoso, come formiche che gli zampettavano sull'epidermide senza requie e senza pietà, così reali da fargliela bruciare, ed il bisogno di contorcersi per levarsele di dosso, pur immaginario, stava diventando incontenibile: doveva fare qualcosa, e subito.

Grugnendo, si rigirò nuovamente, portandosi esattamente di fronte all'amato, e, non appena lo vide, non riuscì a trattenere un sorriso: adorava sorprenderlo nel sonno, quando questi non era consapevole di ciò che faceva e, dunque, si lasciava andare con naturalezza, spianando senza indugio il cipiglio per mostrare un'espressione umana e facendosi coccolare senza protestare. Proprio intenzionato ad approfittare di quest'ultimo vantaggio, allungò una mano fin sul suo petto e prese a carezzarlo delicatamente, dallo sterno fino alla spalla e poi indietro, e non si stupì di sentirlo muoversi e stringerlo in un pigro quanto affettuoso abbraccio; commosso, continuò, un poco impacciato dalla posizione scomoda in cui era finito, ma affatto intenzionato a spingerlo via, al punto da permettergli di accoccolarglisi attorno, e, quando questi l'ebbe completamente avvolto, gli venne un'idea: v'era un modo perfetto, per lui, per sfogare lo stress accumulato.

Piegando le labbra in un ghigno malizioso, iniziò a spostare il palmo verso il basso, senza fretta, sfregandolo coscienziosamente contro il capezzolo esposto dell'altro, poi lungo i suoi addominali appena accennati ed infine sulla maniglia dell'amore; dimenandosi quel tanto che bastava, raggiunse le sue clavicole e le ridisegnò con lievi baci, risalendo fino alla base del suo collo; accantonando l'imbarazzo, diede voce al piacere che provava e a quello che stava per pregustare, gemendo debolmente in coro con lui, e fu così che, alla fine, lo destò. Si rese immediatamente conto del suo passaggio allo stato di coscienza, il sospiro che questi aveva emesso troppo acuto e breve per non esser stato consapevole, così come si accorse, vista l'incoerenza con cui egli s'agitò, che era ancora piuttosto confuso, e decise di non dargli respiro, avventandosi sulle sue labbra e premendogli la coscia contro l'inguine; si eccitò profondamente quando lo avvertì rispondere, schiudendo la bocca e balzandogli addosso per dare definitivamente il via a quel rapporto, eppure, dentro di sé, comprese che, prima di tutto, desiderava fare qualcosa per lui, così raccolse le forze e lo spinse via.

Fortunatamente, l'Uomo Nero non oppose alcuna resistenza ai suoi gesti e tornò a stendersi su un fianco, braccia e gambe arretrate, forse perché ancora non del tutto in sé, forse, più probabilmente, poiché aveva compreso le sue intenzioni; qualunque fosse la ragione, Jack gliene fu grato, e, senza indugiare oltre, s'apprestò verso la propria meta.

Inizialmente, procedette con calma, separandosi pian piano dall'amato e ritracciando la linea della sua mandibola con la lingua; poi, affrettandosi, scivolò sulla sua giugulare, marchiandola con una catena di morsi sempre più distanti tra di loro; infine, incapace di aspettare oltre, saltò direttamente alla sua virilità, e la prese in bocca in un sol colpo. Un vago senso di nausea lo colse a quel movimento, ma egli non se ne curò, gioendo, anzi, nel sapere che l'altro era già eccitato al punto da aver già quasi raggiunto la piena erezione, ed iniziando ad oscillare il capo, su e giù, avanti e indietro, in quella danza sensuale che decine di volte aveva compiuto, ma che mai si stancava di ripetere, per soddisfare e, al contempo, soddisfarsi, per donare e ricevere.

Travolto dalla sua passione, Pitch rabbrividì, e lo afferrò per i capelli, tirando per imporgli un ritmo meno forsennato; realizzando d'aver corso sin troppo, il ragazzo rallentò un poco, in difficoltà nel contenere le proprie voglie, ma, in fondo, intenzionato a regalare al compagno un'esperienza il più possibile lunga e piacevole, e, per agevolarsi il compito, si stese a propria volta, poggiando il capo sulla sua coscia destra. Ostacolato dall'ovvio attrito, non poté più realmente contare sul movimento alternato della testa, e dovette ingegnarsi, facendo scivolare con tutta la maestria di cui era capace la lingua lungo e attorno al membro, succhiandolo a tratti più intensamente, a tratti più pigramente, serrando i denti e le labbra per dargli lievi morsi e schioccanti baci, e sfruttando le proprie dita sottili per stimolarlo ove, con la bocca, non poteva raggiungerlo: sui capezzoli, subito sotto lo stomaco, sul pube, sul fianco, sulle natiche... sulle sue natiche sode. E se non si fosse fermato lì? Se, per una volta, fosse andato oltre? In fondo, Pitch non s'era mai fatto grossi problemi a toccarlo ovunque, e quando lo corteggiava in quel punto lui godeva sempre così tanto... Non sarebbe forse dovuto valere anche il contrario? Non sarebbe forse stato giusto per entrambi, almeno in qualche occasione, fare cambio? Non v'era che da provare.

Fremendo per il timore e l'aspettativa, Frost si prese ancora una manciata di secondi per prepararsi, durante i quali non mancò di palpeggiare quei due glutei sodi che tanto ammirava, quindi raccolse il coraggio ed insinuò le falangi tra di essi; avvertendo l'amato irrigidirsi, si risolse a procedere con calma e cautela, tastandolo piano piano per non disturbarlo, e, alla fine, riuscì a trovare la sua apertura.

Quasi istantaneamente, una mano pesante come un badile calò sul suo capo, agguantandolo per le ciocche e tirandolo brutalmente verso l'alto, e una voce rabbiosa abbaiò: «Che diavolo ti è saltato in mente, eh, Frost!?».

Lacrimando per lo spavento ed il dolore, il giovane gemette: «Ahia...! Pitch... ti prego... mi fai male!».

A quel lamento, l'Uomo Nero reagì prontamente, mollando subito la presa e trattenendo Jack per le spalle per impedirgli di cadere; ancora un po' scosso, ma grato al compagno per averlo ascoltato, il ragazzo s'assestò meglio su palmi e ginocchia e sollevò il viso per parlargli, e tuttavia, non appena scorse il suo, impietrì: mai, da quando avevano iniziato a frequentarsi, lo aveva visto così deformato dalla rabbia.

Disorientato, fece per aprir bocca, ma nessun suono uscì da essa, troncato sul nascere dal ringhio minaccioso e gorgogliante che gli veniva soffiato contro; incapace di opporsi, si lasciò strattonare e gettare da un lato, ed ivi giacque, immobile: non poteva credere a ciò che aveva appena subito. Dopo mesi di relazione in cui lui, lo Spirito del Gelo, ignaro di cosa fossero amore e sesso, gli aveva dato tutto sé stesso, sia psicologicamente, sia fisicamente, in cui gli aveva concesso ogni vizio e s'era prestato a qualsiasi pratica, l'uomo lo rifiutava. Così, senza tante spiegazioni, inalberandosi solo perché lui aveva osato prendere l'iniziativa. Così, senza tante cerimonie, buttandolo via come fosse un sacco di immondizia. Era davvero questa la considerazione che aveva di lui? Era davvero così che, almeno nell'ambito dei rapporti sessuali, lo vedeva? Come uno sciocco incapace e non avente il diritto di condurre? Come un grazioso giocattolo, divertente finché obbediva ai suoi comandi e fastidioso nel momento in cui iniziava a funzionare in maniera non prevista? Come nulla più di una puttana? Conosceva bene quella parola, ormai, pronunciata sin troppe volte nei vicoli e nelle camere, ma mai, mai nella propria esistenza si sarebbe mai aspettato di accostarla alla propria persona. Avvertì una fitta al cuore a quella consapevolezza: si sentiva ferito ed umiliato, tanto più considerato colui da cui era giunta la delusione, ma, proprio in virtù di quest'ultimo fatto, confuso. Le cose stavano effettivamente così? Seriamente, nella sua risentita riflessione, aveva fatto centro? E allora come mai in passato, e persino quella notte stessa, Pitch l'aveva in verità lasciato libero di proporre ed agire, almeno sinché egli non aveva fatto scivolare le falangi in quel punto tanto privato? Qualcosa non quadrava.

Puntellandosi sul materasso, Frost si volse, e si trovò di fronte ad una scena a dir poco sconvolgente: l'uomo... rannicchiato. Le gambe piegate, le braccia strette attorno al torace, i tremiti che, saltuariamente, lo attraversavano, tutto, in lui, gridava come realmente egli si sentisse, e la sua spina dorsale ben dritta e le spalle aperte, nel loro goffo tentativo di dissimulare, non facevano altro che ribadirlo: l'Uomo Nero aveva paura.

Sussultando per lo stupore, il giovane si diede dello sciocco per aver potuto pensare, anche solo per una manciata di secondi, che il compagno volesse solo sfruttarlo, e si sentì male all'idea di non aver intuito i suoi reali sentimenti, e, tuttora, di non poterli comunque pienamente comprendere; rimanendo in silenzio, lo appropinquò, stendendosi alle sue spalle e stringendolo in un abbraccio, e, in segno di pace, gli diede un dolce bacio sulla nuca: se non poteva aiutarlo, voleva perlomeno dimostrargli d'esser disposto a stare sempre al suo fianco.

A quel gesto affettuoso, Pitch trasalì, arrivando addirittura a spostare il cuscino con la spalla e, successivamente, faticando non poco a rilassarsi in quella stretta gentile; intenzionato a metterlo il più possibile a proprio agio, Jack prese a coccolarlo, e, raccogliendo il coraggio, gli sussurrò: «Lo stavo solo facendo per te, Pitch. Io mi sento così bene quando tu mi tocchi in quel punto speciale, e godo così tanto, volevo solo ricambiare, ma, se non te la senti, non lo facciamo. Basta che tu sia felice e stia bene».

Si sentì così fiero del proprio discorso, così maturo per il modo in cui era riuscito ad elaborare i timori altrui ed anteporre la loro soluzione alla propria curiosità, che non avvertì il bisogno di altro, e si accoccolò contro il compagno, senza attendere una risposta; dopo pochi minuti, tuttavia, ed incredibilmente, questa arrivò, risuonando nella stanza in un secco: «Se lo vuoi fare, fallo».

Meravigliato, Frost ribatté: «Ma Pitch, non mi sembravi affatto entusiasta, avevi addirittura paura, non è il caso...».

«Mi hai sentito o no?» controbatté l'Uomo Nero, visibilmente alterato.

Determinato a non forzarlo, il giovane insistette: «Sì, ma...».

«Senti» lo interruppe l'Uomo Nero, stendendo di botto le gambe e voltandosi quel tanto che bastava per farsi udire bene; «Non sono qui per giocare a tira e molla. Ti ho dato una possibilità. Se ne vuoi approfittare, fallo, e subito. Se non vuoi, piantala di scocciare, e lasciami dormire in pace».

Non era difficile intuire che, dietro quell'aggressività, si celava ancora una paura non indifferente; tuttavia, miglior conferma di consenso non sarebbe mai potuta arrivare dal Re degli Incubi, e dunque Jack si risolse ad accettarla senza indugio.

Prendendo un profondo respiro, si avvicinò all'amato sino ad aderire alla sua schiena, ed iniziò a massaggiargli il petto e baciargli il collo: nonostante avesse ormai ricevuto il permesso di procedere, aveva intenzione di farlo con calma, lasciando all'altro tutto il tempo di cui poteva avere bisogno. Affatto impaziente, andò avanti a lungo, insistendo finché non lo avvertì sciogliersi un poco, e dunque azzardando, usando le labbra, i denti, la lingua, muovendo le mani sempre più in basso, sullo sterno, sullo stomaco, sul ventre, scendendo a propria volta, di una spanna, di due, di tre. Raggiunto il coccige, si fermò, supponendo che l'amato non fosse ancora pronto per un bacio così intimo, e, in effetti, non pronto egli stesso, e deviò lungo il suo fianco, ritracciando con la punta del naso la morbidissima giunzione tra addome e coscia; raggiunto l'inguine, si bloccò nuovamente, alitando piano sulla sua virilità semi eretta per stuzzicarlo un poco, quindi si chinò e la prese, per la seconda volta quella notte, in bocca.

Inizialmente, pur non trovandosi in una posizione particolarmente comoda, non ebbe molti problemi a stimolarlo, oscillando avanti e indietro il capo quasi ribaltato e usando la sinistra, unica mano libera, per stringergli e carezzargli le natiche; dopo appena un minuto, tuttavia, soffocato dalle lenzuola, dall'erezione ormai piena che stava corteggiando e dall'eccessivo afflusso di sangue al capo, dovette rinunciare, e risolversi a risistemarsi.

Non disposto ad interrompere il rapporto per farlo, si contorse meglio che poté per spostarsi senza perder la presa sull'organo del compagno, e più di una volta rischiò di capitombolare ridicolmente sul letto; alla fine, però, in un modo o nell'altro, riuscì a stendersi, rannicchiato sotto e di fronte a Pitch e nella posa perfetta per avere libero accesso ad ogni intimo angolo del suo corpo, e, gioendo di ciò, riprese la propria opera con ancor maggior zelo e vigore, sfruttando tutto ciò che, nell'anno in cui lo aveva conosciuto, aveva imparato per farlo godere.

Fu con estrema naturalezza che, pochi minuti dopo, s'inserì due falangi in bocca, facendole aderire al membro dell'altro per non negargli soddisfazione, e con qualche tremito che, una volta che le ebbe ben lubrificate, le fece scivolare sopra ed oltre l'osso pelvico per raggiungere la fessura tra i suoi glutei, e col cuore in gola che la tastò, in cerca della meta che pregava di saper gestire. Non impiegò molto a trovarla, l'anello di muscoli serrato sostanzialmente identico al suo, pur ancora inviolato, né ad approcciarla, massaggiandola delicatamente con la punta delle dita per farla schiudere, né a penetrarla, solo con l'indice, per iniziare, e a quel punto si bloccò, estasiato: ce l'aveva fatta. Oh, non gli interessava affatto esser riuscito a prendere il comando a tal punto, non gli importava avere l'amato alla propria mercé, neanche lo sfiorava il pensiero di averlo sottomesso: l'unica vera vittoria, per lui, era stata udire un ansito acuto in risposta al suo tocco; l'unica vera vittoria, per lui, era stata avere la conferma d'esser riuscito a donare al compagno un piacere nuovo, intimo, totalizzante, che lui mai si sarebbe dimenticato.

Eccitato come non mai, gemette a propria volta, e riprese a stimolarlo, muovendo contemporaneamente il cranio e la mano per amplificare i suoi brividi; incapace di trattenersi oltre, insinuò anche il medio nella sua apertura, e quasi venne quando l'avvertì schiudersi senza opporre resistenza, aprendogli la strada verso la bollente e sofficissima carne retrostante; ormai esaltato, aumentò il ritmo, ma, all'improvviso, un liquido caldo ed amaro gli invase il fondo della bocca e la gola, ed egli fu costretto a fermarsi.

Un po' tossendo, un po' deglutendo, scostò il capo dall'amato, giusto quel tanto che bastava per avere un attimo di tregua dal senso di nausea, ma tenendosi pronto a continuare; pochi istanti dopo, tuttavia, una mano forte e decisa gli strappò le dita fuori del rovente rifugio in cui le aveva lasciate, e, dopo averlo agguantato per la collottola, lo trascinò verso l'alto, e una voce gli intimò: «Ora silenzio, e resta immobile».

E, ignorando la propria erezione pulsante, Jack obbedì, rannicchiato contro il petto dell'Uomo Nero e succhiandosi silenziosamente le dita umide, poiché ciò che aveva fatto lo aveva soddisfatto più che a sufficienza, e poiché, a giudicare dagli ansiti che l'altro gli aveva donato, quella volta prometteva di non essere l'ultima.

Nel caso dubitiate che una neonata possa esser così beota da colorarsi con un pennarello indelebile... eccovi qui me medesima ventiquattro anni dopo averlo fatto. Suppongo che la consistenza della punta fosse affascinante.

Come sempre, mi auguro che il capitolo vi sia piaciuto, e vi ricordo che per me è sempre un piacere rispondere alle vostre eventuali domande, ascoltare le vostre supposizioni e, in generale, leggere una vostra opinione al riguardo. Domani sarò lieta di rispondere a tutte le recensioni ed i messaggi che mi avete gentilmente lasciato. Il prossimo capitolo verrà pubblicato entro mercoledì 9 dicembre. Vi auguro una buona serata!