Ritorno al passato

"Devi liberarlo!".

La voce di André risuonò greve nel buio della stanza.

Oscar era entrata per chiedergli come stava.

Erano tornati a casa portandosi dietro un uomo ferito.

Una ferita accidentale…

Oscar aveva deciso comunque di curare quell'uomo, non rivelando a nessuno la sua reale identità.

Voleva comprendere che razza di ladro fosse e che cosa lo legasse al Duca d'Orleans.

E soprattutto in che maniera André fosse coinvolto con quella gente.

Aveva relegato, come al solito, i sentimenti verso di lui, in un angolo remoto del cuore, per privilegiare, come al solito, l'aspetto più pratico della questione.

Aveva conosciuto finalmente il nome di quel ladro.

Bernard Chatelet, un giornalista di Parigi, impegnato ad impersonare una sorta di novello Robin Hood che rubava ai ricchie per donare ai poveri.

Quell'uomo aveva trovato ospitalità a Palace Royale e questo non poteva significare altro che lui conosceva il Duca d'Orleans.

E André…

Cosa sapeva di tutta quella storia?

Perché le chiedeva di liberare Bernard?

Quell'uomo l'aveva ferito…

André era di fronte a lei, adesso, e lei lo osservava, tentando di cogliere la sua sofferenza e anche di non lasciarsi sopraffare dalla rabbia, per la richiesta, quasi un ordine, rovesciata addosso d'intinto, non appena lei era entrata.

Nonostante André stesse rischiando di perdere la vista dall'occhio sinistro, perché era stato avventato ad uscire…

Nonostante un tradimento di cui Oscar non riusciva ancora a definire i contorni netti.

Aveva saputo che Maileen era tornata a Parigi e aveva rivisto André…

Forse quella giovane non se n'era mai andata dalla Francia…

Forse tutto ciò che André aveva raccontato era falso...

Chi era realmente André?

La richiesta inevitabilmente provocò un risentimento ancora maggiore, mescolato al senso di colpa perché, alla fine di tutto, André era stato ferito per sostituirsi lei e proteggerla…

Oscar tentò di controllare la propria rabbia.

Non sapeva fino a quando sarebbe riuscita a non cedere ad essa e forse a quella che non poteva che chiamarsi gelosia…

Non c'era altro nome per ciò che sentiva…

Un sentimento che aveva sempre disprezzato e che ora la portava a disprezzare se stessa, immersa ed avvolta in un groviglio di sensazioni che disorientavano.

Non accettava l'idea che la persona che amava le avesse tenuto nascosto una parte della propria vita.

Era difficile per lei non essere al centro di tutto, anche dei pensieri, anche delle ore trascorse lontane.

Ma soprattutto, non accettava d'essere debole…

Non era mai accaduto.

Temeva avrebbe perso il controllo di sé e avrebbe ceduto ad André…

L'osservò, vide la sofferenza, le spalle un pò curve, il viso seminascosto nell'ombra.

Lo conosceva, le sarebbe bastato chiudere gli occhi per vederlo, adesso.

Le sarebbe bastato avvicinarsi solo un poco e sfiorarlo e tutto sarebbe stato perduto.

Sentiva le dita fremere, la testa pulsare, le braccia tendersi, nervose…

Assurdo combattimento…

Deglutì a fatica.

Stava combattendo contro se stessa.

Ed il respiro pareva cedere ad ogni istante, si chiedeva come avrebbe fatto a continuare a vivere…

Così…

Senza toccare André, abbracciarlo, cedere….

Non voleva cedere se stessa a lui…

Perché lui le aveva mentito…

E poi…

André le stava chiedendo di liberare quell'uomo.

Perché?

Oscar non s'avvicinò.

"Prima dimmi come stai?" – chiese severa.

"L'occhio mi fa male…e anche la testa. Oscar ti prego…tu non sai che cosa rappresenta quell'uomo per tanta gente che a Parigi muore di fame…non ha fatto nulla di male…dovresti…".

André percepiva il corpo di lei e la mente e i pensieri distanti…

Un respiro fondo…

Una mano sbattuta con rabbia contro il legno della porta.

Un colpo deciso che risuonò nella stanza…

André ascoltò la rabbia…

Che non sapeva se sarebbe mai riuscito a contenere…

Ch'essa risiedeva altrove e forse poco o nulla c'entrava con la richiesta…

"Perché dovrei liberarlo!? Per lasciarlo continuare nelle sue razzie nelle case dei nobili!? E poi guarda cosa ti ha fatto! Ti ha ferito all'occhio…" – ripose lei in tono sprezzante – "E tu continui a difenderlo!?".

"Maledizione Oscar…" – imprecò André alzandosi e andando verso di lei – "I nobili di cui tu ti preoccupi tanto non moriranno di fame per qualche smeraldo in meno. E' sbagliato lo so. Ma nessuno ha mai fatto nulla per la gente che il Cavaliere Nero ha tentato di aiutare. Possibile sia così difficile da comprendere?".

Domanda retorica, André lo sapeva.

Continuò…

"So che non è così e che hai compreso benissimo ciò che intendo! Adesso sei arrabbiata con me, perché non ti ho detto ciò che sapevo…e vuoi sfogare la tua rabbia consegnando quell'uomo alle autorità…".

Oscar sollevò lo sguardo furente su di lui.

Come aveva ragione André quando parlava così.

Sapeva tutto di lei, prima ancora che lei stessa ci arrivasse.

E se quella conclusione lei la negava a se stessa era solo perchè l'orgoglio impediva di cedere alla logicità delle cose, all'inevitabilità dello scorrere della storia.

Ma adesso Oscar non stava combattendo contro quella realtà terribile di fame e miseria che pure lei stessa conosceva.

E non stava neppure combattendo contro l'idea che André stesse difendendo quell'uomo, nonostante ciò che lui gli aveva fatto.

Oscar stava combattendo contro ciò che André aveva fatto a lei, a loro.

André le aveva taciuto quella conoscenza e tutto quanto c'era dietro…

Tutto…

Lui aveva saputo della congiura per uccidere i sovrani…

E non le aveva detto niente.

Lui sapeva chi era quel ladro che rubava nelle case dei nobili…

E non le aveva detto niente.

E poi…

Oscar lo guardò e se l'immaginò.

Strinse i pugni lei, questa volta, al pensiero delle parole di Bernard.

Maileen de Berintou … la sua donna…

André accanto a quella giovane, com'era accaduto prima di perdersi.

E poi dopo…

Anche dopo, dopo che si erano ritrovati.

Nel mezzo era accaduto che loro erano diventati altro…

Loro due e basta…

Oscar pensò che non era mai stato così.

Era troppo…

André allungò una mano, per afferrare la sua, ma lei si ritrasse, scivolando di lato.

Un movimento impercettibile e terribile…

"Oscar ti prego non farmi questo…" – mormorò lui ritrovandosi solo, la supplica per insinuarsi nel silenzio di lei, la peggiore delle situazioni in cui sarebbe potuto finire.

Il silenzio in cui Oscar scivolava tutte le volte che si ritrovava avvolta dai dubbi, incapace di dare un nome agli eventi, ai gesti delle persone…

In questo caso loro…

"Voglio sapere tutto!" – riprese lei in tono greve – "Da quando sai della storia di quest'uomo e…che cosa ti lega a lui e…".

Non riuscì a terminare quella frase.

André si portò una mano alla testa.

In mezzo alla stanza per un istante si fermò quasi incapace di muovere un passo.

Barcollò, tentando di raggiungere la parete…

Se non fosse stato per lei che lo sorresse, sarebbe caduto a terra.

Oscar lo strinse a sé, accompagnandolo giù, mentre lui s'aggrappava a lei, stringendo le braccia, incapace di staccarsi, incapace di fingere…

Un lamento sordo…

"Che ti succede? André…che cos'hai?" – gridò adagiandosi su di lui.

"Mi fa male l'occhio…".

André si portò una mano a viso, mentre l'altra rimase sul braccio di Oscar, stretta a lei che non potè fare altro che abbracciarlo e stringerlo a sé mentre il cuore pareva essersi fermato.

Supplicò ed implorò che non fosse…

Perdere la vista dall'occhio ferito…

Questo concluse il dottore quando venne a visitare André, mentre nanny scoppiava in lacrime e Oscar pareva scivolare all'Inferno e usciva come una furia dalla stanza per entrare in quella dove si trovava quell'uomo, Bernard Chatelet, la spada sguainata nell'atto di colpirlo…

Fare a lui ciò che lui aveva fatto ad André…

La spada a mezz'aria, la voce di André la raggiunse alle spalle…

"Fermati…" – la voce calma e per nulla intimorita dalla furia di lei.

Lei sarebbe stata incapace di ferire un uomo…

Non così…

Lei, il respiro corto, lacrime che salivano agli occhi.

Ancora, ancora, ancora André stava difendendo quell'uomo…

Oscar non riusciva a comprendere.

Possibile che tutto fosse dipeso dalla loro condizione sociale?

Possibile che fosse perché lei era nobile e questo le impediva di comprendere perché André insisteva tanto nel chiederle di lasciare andare Bernard, anche se lo aveva ferito, anche se adesso André aveva perso la vista, anche se quella conoscenza aveva finito per incrinare ciò che c'era tra loro!?

André s'avvicinò, poggiandole una mano sulla spalla.

Era calda, Oscar venne attraversata da una sorta di corrente dolce e potente, la stessa a cui lei si era lasciata andare, non tanto tempo prima, e che adesso appariva una sorta di tortura inevitabile, affilata come una lama che avrebbe finito per insinuarsi nei suoi sensi e nelle sue giornate e nelle sue notti, facendole perdere il senso della ragione e del rispetto di sé e dei suoi principi e…

Il suo demone sarebbe tornato nelle pieghe del respiro, nel vuoto d'un letto freddo, nell'orgoglio ferito che rialzava il capo e come bestia mai domata avrebbe ripreso le redini della sua vita.

"Mi resta sempre l'occhio destro…posso ancora vedere le persone…" – disse piano André – "E posso vedere te…".

Oscar non si voltò.

Forzò se stessa a non farlo anche se dentro di se combatteva una battaglia feroce contro se stessa e i propri principi.

Se avesse consegnato quell'uomo alle autorità, probabilmente anche André ci sarebbe andato di mezzo.

E lei non avrebbe mai permesso che ciò accadesse.

Il banale ragionamento, il freddo calcolo, contribuì a mascherare e mitigare il senso d'impotenza, l'incapacità di Oscar di comprendere il gesto di André che non cercava e non avrebbe mai cercato vendetta, a prescindere dal fatto che la sorte del Cavaliere Nero e quella di André Grandier si erano, in un modo assurdo, legate indissolubilmente.

Un sospiro mentre la brezza leggera della sera scorse sul viso, scontrandosi in un insano brivico contro la pelle accaldata e viva.

Oscar ascoltò se stessa chiusa nell'immobilità del momento sorprendente.

Ascoltò André dentro di sé…

Era così diverso da come aveva immaginato.

Lui aveva la sua vita, diversa dalla loro, intensa e sentita, presente nella realtà e non solo rivolta a lei e a loro e al loro piccolo mondo.

Lui aveva conosciuto quella gente, ribelli e chissà chi altro, e non le aveva detto nulla, per paura, per proteggerla o forse perché lei non avrebbe mai compreso quel mondo.

Ma loro…

Allora chi erano loro?

In fondo sapeva che André aveva ragione.

Quel ladro aveva solo tentato di aiutare della povera gente.

Chi era lei per biasimarlo, dato che lei stessa si era sempre detta disgustata delle disumane condizioni in cui erano costretti a vivere gli abitanti di Parigi!?

"E va bene…farò come mi chiedi…".

Oscar strinse la balaustra del piccolo terrazzo sul quale era uscita per calmare il respiro, per calmare il cuore che pareva non avere più pace.

Lo faccio solo per te...perchè non voglio che tu ci vada di mezzo...ma...

Si costrinse a non parlare più, a non chiedere altro.

L'avrebbe fatto in un altro momento.

Le pareva quasi d'essere stata catapultata sopra un nuovo palcoscenico a recitare un nuovo ruolo nel quale si sentiva impacciata ed inutile.

Le pareva di non conoscere più né le battute, né il senso della storia che stava volgendo al termine.

Lei non era più la dea Minerva e André non era più il cacciatore senza nome.

In quella realtà non c'erano palcoscenici luccicanti e balli sfarzosi e giardini impeccabili e ruoli da recitare alla perfezione per non sfigurare di fronte alla blasonata e falsa elite di corte.

In quella realtà la gente stentava a sopravvivere e moriva di fame e lei non poteva farci nulla.

L'unico gesto che potè concedersi Oscar François de Jarjayes fu liberare Bernard Chatelet.

L'uomo lasciò la residenza dei Jaryaies per tornare alla sua vita di giornalista.

La sua carriera di ladro era terminata e probabilmente anche il suo legame con il Duca d'Orleans.

Bernard rivelò ad Oscar che lui e i suoi seguaci avevano solo approfittato dell'appoggio che il duca offriva a giovani e studiosi all'interno di Palace Royal dove nessun corpo di polizia poteva entrare.

Ma null'altro li legava al duca e la mentalità di quest'ultimo, in fatto di diritti e di libertà, non era certo più aperta di quella degli stessi nobili che Bernard osteggiava.

Il duca voleva arrivare a regnare sulla Francia.

Bernard e i suoi avevano altre idee…

Ciò che rimase di tutta quella storia…

Ciò che rimase addosso ad Oscar…

Nelle mani, incapaci di aprirsi di nuovo…

Nella testa incapace di fidarsi di nuovo…

E nei muscoli che si tendevano sotto la eco dei ricordi e dei baci e delle labbra, scivolate su di lei, e delle carezze leggere e dello sguardo intenso profondo severo nell'istante in cui ogni senso svaniva trascinato via…

Ciò che Oscar sentì dentro di sé, implacabile, ed assoluto, fu che non avrebbe più potuto fidarsi di André.

E nemmeno di se stessa.

Se stessa, ormai non più capace di distinguere la realtà dalla finzione, la propria vita vera da quella perenne recita senza senso, senza consistenza, nella quale le pareva d'essere vissuta da sempre.

§§§

Nei giorni che seguirono Oscar dovette scontrarsi con la realtà nella quale da sempre aveva vissuto e che iniziò davvero ad apparire inevitabilmente diversa, inevitabilmente soffocante.

Le parole di André confermarono ciò che, in fondo, lei già sapeva e conosceva e che aveva suo malgrado tentato di allontanare da sé.

Le parole di quel giornalista confermarono l'esistenza di un'umanità dolente e distante.

Abbandonata a se stessa…

Lontana eppure incombente…

Mentre il palcoscenico della Reggia di Versailles immenso e dorato si manteneva fedele ad un copione immutabile, nel quale tutti gli attori si muovevano immersi nel proprio ruolo, incapaci di volgere lo sguardo a quanto accadeva al di fuori di esso.

Attori che difendevano e avrebbero difeso la loro parte assieme all'effimero momento di notorietà personale, con le unghie e con i denti.

Marionette nelle mani d'un invisibile e potente burattinaio, capaci d'impersonare qualsiasi ruolo, pur di stare su quel palcoscenico.

Una di queste marionette era lei.

Lo sguardo di Oscar iniziò ad osservare i luoghi di sempre, attraversati da una luce nuova, diversa, capace di rivelare il volto distorto e crudele in ogni più lussuoso angolo della reggia.

Ogni alito di ricchezza acquistava l'odore fetido dell'arroganza.

Ogni sfoggio di potere emanava il sentore di un'esistenza priva di vita e destinata a dissolversi.

Improvvisamente nulla parve più avere un senso e quasi maledisse se stessa perché forse i suoi occhi avevano giù visto tutto sotto quella luce ma lei era stata capace di ricacciare dentro di sé il proprio disgusto, la propria insofferenza…

Non riusciva più a fidarsi di se stessa…

Le pareva impossibile continuare a farlo ed allo stesso tempo continuare la stessa vita di sempre e compiere gli stessi gesti ed osservare con il consueto distacco gli angoli più lussuosi della reggia.

I viali puliti ed ordinati…

Le fontane e le aiuole colme d'ordinate ghirlande di fiori…

Le stanze affrescate, i cambi di vestiti ad ogni ora e per ogni occasione…

Gli ufficiali, i nobili, i sovrani…

Il Conte di Fersen…

Quando Oscar seppe del suo ritorno a Versailles si ritrovò ancora più confusa e disorientata.

Sensazioni impossibili d'accettare.

Nel bene e nel male, il conte aveva rappresentato la chiave per comprendere ciò ch'era diventata.

Nel momento stesso in cui la sua mente aveva accarezzato la sensazione di quel sentimento nuovo verso il conte, in quello stesso istante, più estremo ed assoluto e dirompente si era rivelato un altro sentimento…

Un sentimento che lei aveva faticato a contenere e comprendere ed accettare e che di fatto l'aveva portata a riconoscere André, a vederlo e sentirlo dentro di sé come parte di se.

Solo accanto ad André la propria vita aveva avuto un senso…

Ed implacabile, di nuovo, dentro se stessa, Oscar sentì che non avrebbe più potuto fidarsi.

Di André…

No…

Di se stessa…

In un istante tornarono alla mente i giorni frenetici seguiti alla partenza da Parigi.

Fersen l'aveva portata via, come sua promessa sposa, per salvarla dall'accusa di tradimento e per imparare ad amarla, come lui stesso aveva detto.

E nella mente del conte a quel pensiero dolce ma triste si era accostato quello severamente intenso e travolgente del proprio amore verso la regina.

Un amore che ardeva, viveva, gridava, destinato a non vedere mai luce.

L'amore per Oscar avrebbe dovuto sostituire l'amore per Maria Antonietta.

Rammentò d'aver ascoltato in quei giorni dentro di sé il grido acuto e profondo, provenire dal passato, talmente travolgente da impedirle di proseguire il viaggio e costringerla a tornare indietro e cercare di placare quella sete e quel desiderio che avevano un solo nome ed un solo volto.

E adesso quel nome e quel volto lei non li riconosceva più.

Nessuno sapeva ciò che era accaduto.

Nessuno, tranne lei e André.

Nessuno lo aveva intuito.

Nemmeno Fersen.

Quando Oscar lo vide si percepì quasi trasparente, come se il conte fosse stato capace di leggerle dentro ed entrare in lei e carpire le sue emozioni e lasciarla senza difese, come si sentiva sempre da quando aveva compreso e riconosciuto di amare André.

E come si sentiva sempre quando immaginava che qualcuno avrebbe potuto intuire ciò che ora legava lei e André.

Perché André c'era sempre.

Era dentro di lei.

E dovunque fosse andata e qualsiasi cosa avesse fatto e con chiunque avesse parlato André sarebbe stato con lei.

André, di fatto, la lasciava sempre senza difese.

Terribilmente attratta dal pensiero folle di amarlo ed essere nelle sue mani e nel suo destino e ritrovare se stessa in lui…

Ed al tempo stesso incapace di cedere alla stessa sensazione di perdersi in un destino che a quel punto non le era più dato di conoscere…

Lui aveva dei segreti e glieli aveva tenuti nascosti.

E questo era stato un modo molto elegante di mentirle…

Lui le aveva mentito.

Oscar s'era sentita vulnerabile…

E questo per lei era stato inaccettabile.

Il Conte di Fersen si presentò una sera alla residenza dei Jaryaies.

Oscar l'accolse.

"Fersen…siete…" - esordì con voce imbarazzata – "Sei…tornato…".

L'altro le venne incontro e sorrise, chiedendole come stava, altrettanto sospeso, che dunque non era facile nemmeno per lui rivedere l'altra, soprattutto dopo ciò che era accaduto.

Il ricordo di una stanza vuota e le poche righe in un biglietto erano tutto ciò che gli era stato concesso come spiegazione alla scomparsa di Oscar.

Ritrovarla lì, in quel momento, pareva sorprendente e strano al tempo stesso.

Anche André si stupì, mentre un poco distante rimase ad osservarla, mentre lei si era messa a conversare con l'altro di fronte al camino acceso.

Non poté fare altro che prestare attenzione alle parole del conte e soprattutto all'incedere del tono calmo dell'altro che tanto in passato l'avevano irritato.

André sentì il sangue affluire alla testa e ribollire…

Che fosse rabbia o paura…

Che fosse gelosia…

Lui in fondo aveva concesso al conte di portare via Oscar, la prima volta.

Aveva pensato che quello sarebbe stato l'unico modo di salvarla.

Era stato idiota e vigliacco.

L'aveva tradita, in fondo, già quella volta, usando lei per convincere se stesso che lui non avrebbe mai potuto combattere fino in fondo per lei e…

Adesso non avrebbe più concesso nulla a quell'uomo.

Perchè per quanto il Conte di Fersen avesse subito una sorte altrettanto sfortunata in amore, André non avrebbe più consentito a quell'uomo di tornare ad insinuarsi tra loro e a reclamare un ruolo nella vita di Oscar.

Non lo avrebbe più consentito…

La rabbia salì ancora, impetuosa, André si costrinse a tacere mentre ascoltava i discorsi del conte e poteva solo intuire dal silenzio, ciò che doveva passare per la mente di Oscar.

Si rese conto che il conte la osservava, mantenendo lo sguardo su di lei.

E Oscar…

Quanto avrebbe voluto André che lei avesse detto tutto a Fersen.

E avesse rivelato all'altro chi era lei, chi era diventata…

Chi erano adesso l'uno per l'altra…

Nessuna spiegazione, nessun racconto…

Una sola parola…

Tutto…

André si disse che non era gelosia…

Solo chi è felice può permettersi di essere geloso…

No…

André aveva paura…

Nella testa e nelle mani chiuse, la rabbia di Oscar per il proprio silenzio e per quella specie di esistenza parallela che lui aveva vissuto, lontano da lei.

Nel cuore il pensiero che lei avrebbe potuto cedere a quella rabbia ed il suo orgoglio l'avrebbe condotta lontano da lui.

No…

André aveva paura…

Ed in quel momento non potè fare altro che chiudere gli occhi e raccogliere nella mente ogni istante rubato ai respiri di lei su di sé, alle sue mani strette sulla schiena, a quel brivido che correva attraversando il corpo leggero e teso, mentre perdeva ogni tensione e s'abbandonava a lui…

Luce splendente inghiottita dall'ombra…

S'impose di credere ad essi, che in essi lui aveva percepito tutto di lei…

Abbandono e coraggio strappati al tempo…

E alla fine pensò che nulla gli sarebbe importato se il conte non avesse saputo di loro.

Oscar era libera…

André non avrebbe mai imposto la propria presenza per difenderla e soprattutto per difendere se stesso dall'intrusione dell'altro.

Non era quello…

André avrebbe voluto solo che lei lo ricordasse a se stessa…

Chi era e chi erano diventati loro due, l'uno per l'altra.

Tutto…

E avrebbe voluto che la rabbia e lo smisurato orgoglio, che spesso prendevano il sopravvento su di lei, non avessero finito per trasciarsi via il destino di entrambi.

E mentre ascoltava le parole del conte che raccontavano ciò che quello aveva provato nel suo viaggio di ritorno in Francia e poi nel momento in cui aveva rivisto la regina e…

La commozione provata al pensiero che nulla sarebbe mai cambiato tra loro…

Ma che adesso per lui era tutto più chiaro…

Ciò che provava per lei.

Per lei…

Oscar…

André pensò che il cuore si sarebbe fermato.

Fersen non stava parlando della regina…

No, il conte si riferiva ad Oscar, alla sua Oscar, e il conte le stava dicendo che se avesse saputo che donna era…

Lui l'avrebbe amata e forse l'amava da sempre e forse non era ancora troppo tardi e…

Andrè non riuscì a restare fermo…

Ebbe a mala pena il tempo di compiere un passo, nel buio del corridoio, nel silenzio di quella sera scura, mentre il cuore batteva veloce ed alla fine degli interminabili istanti di silenzio, ascoltò la voce di Oscar, severa e tagliente…

Parole diplomatiche e logiche, com'era nella sua indole e nell'innata freddezza che animava i ragionamenti.

"Hans…ho già fatto la mia scelta…" – disse Oscar piano – "Il mio posto è qui, non avrei potuto fare diversamente. E forse lo stesso vale per te…".

Lo schianto leggero del legno arso nel camino.

La luce del fuoco ondeggiò un poco scivolando sul viso e sulle pareti.

"Oscar se solo tu…" – riprese il conte alzandosi e afferrando il polso di lei e correndo ai suoi occhi.

Oscar sollevò lo sguardo verso Fersen.

"No…".

Nella testa e nel cuore e nell'esistenza sopraffatta dal peso di un amore che lei non sapeva più dove sarebbe naufragato, non ci sarebbe stato posto per nessun altro.

No…

Lei stava dicendo no al Conte di Fersen.

Anche se quel suono uscì debole dalla bocca.

André a quel punto non potè mantenersi distante.

Non avrebbe consentito al conte d'avvicinarsi oltre.

Entrò, silenziosamente, ed il gesto ebbe il potere di spiazzare Fersen, dato che l'etichetta non avrebbe mai consentito ad un servitore di comparire ed interrompere, come André stava facendo, una conversazione tra nobili.

Fersen lasciò la mano di Oscar mentre poteva osservare gli occhi di lei correre a quelli di André.

Uno sguardo intenso seppure impercettibile.

Uno sguardo già scorto tante volte nel passato.

Uno sguardo d'intesa seppure velato da una sorta di contrasto.

Quasi che Oscar non avesse approvato il gesto di André.

In esso il legame che Fersen aveva intuito e temuto…

Tutto scorse davanti agli occhi.

Era stato a causa di quel legame che Oscar se n'era andata.

Era stato a causa di quel legame che Oscar l'aveva sempre respinto, forse quando nemmeno lei l'aveva intuito.

Quel legame scorreva lì adesso, anche se Fersen intuì, nello scambio, il preludio ad una sorta di strisciante combattimento.

"André…".

La voce di Oscar uscì tesa ma debole.

Lei corse al suo sguardo e solo nel tono del nome, André intuì la contrarietà al proprio gesto.

Fersen si mantenne silenzioso, mentre Oscar si alzò andando verso l'altro.

Non disse una parola.

Solo un impercettibile cenno del capo, gli occhi freddi, lo sguardo tagliente…

Oscar gli stava chiedendo di andarsene.

No…

Lei stava dicendo no ad André.

No…

Non ti permetterò di tornare nella mia vita.

Non ti permetterò di decidere ciò che soltanto io ho il diritto di decidere.

André ammise di meritarselo.

Aveva tradito Oscar e ora lei lo stava ripagando con la stessa moneta.

Certo André sapeva bene che lei non avrebbe usato gli stessi sistemi ma lesse in volto che lei voleva ferirlo, quello sì, e fargli comprendere che tacere, tra due persone che si amano, equivale a tradire ciò che esse sono.

Implacabile...

Oscar tornò ad essere quella di un tempo.

André, seppure nel bagliore fioco del camino, potè scorgere gli occhi di lei, sottili e scuri, come oceano attraversato da una tempesta, e poi la pelle intravista nell'incavo della camicia intuendo il suo calore impercettible e poi il suo respiro, anch'esso quasi assente, imbrigliato e teso.

André intuì che Oscar non si fidava più…

Di lui...

No, di se stessa.

Lei avrebbe detto a Fersen ciò che era diventata…

L'avrebbe fatto senza rivelare nulla di ciò che lei e André erano diventati.

Ed al tempo stesso stava dicendo ad André ciò ch'era diventata lei.

E André avrebbe dovuto accettarlo e farsi da parte, concedendole di lasciarlo fuori dalla propria vita.

Proprio come lui aveva fatto con lei.

"Scusatemi…" – sibilò André in tono sommesso, lasciando la stanza.

Decise di andarsene via da quella casa, in quella notte fredda, mentre l'assenza di lei gli scivolava addosso e gli rimaneva addosso e non lo lasciava e non l'avrebbe lasciato mai.

Come nel passato e come sarebbe stato sempre.

Di nuovo una battaglia sotterranea tornò ad insinuarsi.

Solo che adesso quella battaglia attraversava mente e muscoli, capace di colpire inesorabile lasciando senza fiato ed incerti.

Quella battaglia ora era colma della loro carne dentro la carne, del respiro respirato dell'altro, del sonno cullato attraverso carezze lievi, sorriso d'estasi da cogliere nello sguardo velato…

André si chiese se adesso avrebbe dovuto rinunciare a tutto…

E come avrebbe fatto.

Il sipario dunque calava definitvamente sulla splendente rappresentazione.

Sugli dei dell'Olimpo e sui cacciatori senza nome.

Sul palcoscenico dorato della Reggia di Versailles e sugli amori effimeri di un tempo perduto.

§§§

Il sipario si alzò s'una nuova rappresentazione.

Un palcoscenico tanto maestoso, rozzo, putrido e lercio quanto avrebbe potuto essere la vorticosa e pestilenziale Parigi.

Infimo, oscuro e nero come la squallida locanda, fredda e silenziosa, scavata nelle viscere della città.

Un bicchiere ormai vuoto…

Il solito rifugio, solitario e dimenticato persino dagli ubriachi della città.

André era seduto da ore a fissare il vetro trasparente mentre il sentore dolciastro si perdeva nell'alito freddo.

Era tutto così freddo quella notte.

La testa abbassata fin quasi a toccare il bordo del bicchiere, altrettanto freddo e liscio.

Vicino, così vicino…

Che così quel maledetto bicchiere sarebbe veramente scomparso dalla svista che da qualche giorno gli pareva non essere più la stessa.

Non vedeva più bene dall'unico occhio che gli era rimasto.

Non vedeva più bene e paradossalmente tutti gli altri sensi parevano aver acquistato la capacità di catturare ogni suono, odore, respiro, silenzio.

Vicino, così vicino, poteva percepire il sentore dolce del vino.

Quello lo percepiva…

E nella testa e nelle labbra il ricordo di una strana canzone che sorprendentemente aveva a che fare con una ragazza di nome Mylene e di una storia che non era stata solo una fugace notte d'amore.

Chissà se quelle note raccontavano di un amore realmente esistito?

Veramente strana la canzone tornata alla mente proprio in quel momento, mentre si chiedeva se davvero tra sé ed Oscar tutto si fosse dissolto e disperso, anche se lui non sarebbe mai stato capace di scacciare dalla testa il respiro di lei e le sue labbra ed tremito silenzioso colto nel fondo della reciproca vertigine…

La mente affondò nei ricordi, nelle sensazioni.

Le aveva colte, forse rubate a quel punto.

Forse davvero non gli sarebbe spettato nulla di quella vita…

Forse davvero tutto era stato solo un'assurda e sconvolgente rappresentazione e adesso lui tornava ad essere un attendente, un servo, un cacciatore senza nome, indegno dell'amore di una dea…

Si chiese cosa si sarebbero detti Oscar e Fersen, Minerva e Apollo, nella loro conversazione fredda e distante, ma forse più rassicurante e sincera di tutto ciò che invece lui non aveva detto e non aveva raccontato di sé.

A lei, con lei, dentro di lei…

E lei, lei, avrebbe mai concesso uno spiraglio di sé a quell'uomo, nonostante tutto?

In fondo lui era il nobile…il dio…

Lui era stato prescelto per accostarsi ad una dea e aveva questo potere.

Oscar gli avrebbe concesso quest'opportunità?

Forse si…

André l'aveva allontanata da sé, l'aveva tradita e a quel punto lei era libera di colmare altrove i suoi dubbi e le sue incertezze.

Aveva criticato Fersen per essersi servito di Oscar…

In fondo, anche lui alla fine s'era comportato allo stesso modo.

Forse anche peggio.

Ma ciò che si definiva peggio era la Storia inevitabile che avanzava e nessuno avrebbe potuto farci nulla e nessuno di loro avrebbe potuto opporsi o credere che tutto sarebbe rimasto come un tempo.

André aveva conosciuto quella Storia e con essa il cambiamento che avanzava.

Aveva provato a tenere Oscar fuori da essa e così lei si era sentita tradita…

"Un grande combattimento è il desiderio di ogni uomo!".

Una voce decisa ed inaspettata rieccheggiò alle spalle di André, sulle ultime strofe della strana canzone canticchiata in solitudine.

André si voltò e si trovò di fronte un soldato in uniforme appena entrato nella bettola.

"Alain…".

André lo riconobbe, l'aveva gia visto.

Era uno dei giovani che si erano presentati all'ultimo reclutamento e a quanto pare era stato accettato ed era entrato a far parte della Compagnia B dei Soldati della Guardia Metropolitana, presso il distaccamento di Parigi.

"Mi ricordo di te…" – il dito indice puntato addosso, la voce scanzonata e garrula – "Sei André…che ci fai da solo a bere in questo posto dimenticato da tutti?".

André sorrise.

Fuori faceva freddo…

"Dai…vieni con me!" - propose Alain ridendo ed invitando Andrè ad uscire – "Conosco un posto che fa al caso nostro…".

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