Castle la precedette in cucina, per permetterle di prepararsi con calma e farsi una doccia.
Per lasciarle spazio. Darle la sua privacy. Concetti che non erano mai esistiti tra loro. Non in senso fisico, almeno. La loro era stata una sintonia immediata. Potevano aver avuto molti altri problemi di comunicazione, ma i loro corpi si erano sempre capiti alla perfezione senza bisogno di intermediari.
Non c'erano mai stati imbarazzi tra loro. Era stata la loro forza.

Aprì a caso alcuni sportelli realizzati con lo stesso legno chiaro presente nel resto della casa, per farsi un'idea di cosa ci fosse all'interno.
Gli scaffali traboccavano di cibo. Qualcuno doveva aver appena fatto rifornimento, oppure avevano temuto di dover sopravvivere a una minaccia atomica.
C'era l'imbarazzo della scelta.
Dalle condizioni del frigorifero di Kate, l'ultima volta che ci aveva dato un'occhiata, sospettò che la mano provvida e generosa che aveva riempito la dispensa, fosse quella di suo padre. Forse aveva pensato che non sarebbe stato gentile costringerlo ad andare a fare la spesa subito dopo il suo arrivo.
Lei usciva di casa? Non lo sapeva. Avrebbe dovuto informarsi. Le avrebbe fatto bene fare due passi nella civiltà.
Girò la manopola del fornello, accendendo la piastra elettrica. Guardò fuori dall'ampia vetrata che dava direttamente sul giardino. Era una bella giornata, calda al punto giusto. Gli venne un'idea.

"Rick. Puoi venire?". Udì la voce di Kate chiamarlo dal bagno.
Si era sentita male? Era caduta nella doccia? Era morta?
Perché non le aveva chiesto se aveva bisogno di una mano?
Si precipitò da lei, irrompendo nel piccolo locale come una furia, quasi abbattendo la porta.
La trovò in piedi, sana e salva e allibita.
"C'è un incendio in casa?", gli chiese stupefatta.
"Stai bene?". Le parole gli uscirono smozzicate per l'ansia.
"Che cosa può succedermi? Che gli scoiattoli mi facciano lo scalpo?".
Divertente. Ma lui aveva il cuore debole.
"C'è qualcosa che posso fare per te, cara?", cercò di darsi un tono per non mostrarle che si era spaventato al primo allarme. Era troppo nervoso. Doveva stare calmo.
Realizzò solo in quel momento che lei era seminuda. Aveva solo un asciugamano legato intorno al corpo che si reggeva grazie a un nodo che sembrava fatto apposta per essere sciolto.
Riusciva quasi a sentire la morbidezza del tessuto sotto le sue dita. Doveva solo muovere un braccio verso di lei e... Deglutì.
"I capelli".
"Che cosa?". Era stato distratto dalla curva della sua spalla, lasciata esposta, e dalle lunghe gambe che spuntavano sotto al telo, molto corto. Rick, contegno.
"Non riesco a lavarmi i capelli. Non posso alzare completamente il braccio". Gli ripeté lei con pazienza.
"Puoi aiutarmi?".
Poteva farcela. Doveva solo concentrarsi sulla sua testa. Sarebbe stato facile. Cominciò a sudare.
"Certo. Sono a tuo completo servizio".
Non sapeva nemmeno da che parte cominciare. Doveva entrare con lei nella doccia? Scacciò subito i pensieri peccaminosi. Era lì per darle una mano. Cancellò anche la parola mano. Non doveva pensare a nessuna parte del corpo.
"Nel lavandino". Precisò Kate.
"Sì, lo so. Ovvio".

Dovette ricorrere a tutto il suo sangue freddo per non far sparire quel ridicolo rettangolo di tessuto che aveva addosso. Soprattutto quando piegò la testa. Soprattutto quando lui dovette posizionarsi dietro di lei. Si concentrò per fare il miglior lavoro possibile. Controllò che l'acqua fosse della temperatura giusta. Fece attenzione che non le andasse lo shampoo negli occhi. Massaggiò piano il cuoio capelluto.
Sarebbe potuto andare avanti per ore.
Si fermò solo quando Kate si ribellò perché la posizione le stava spezzando la schiena. Castle prese un telo dall'armadio alle sue spalle e glielo avvolse intorno alla testa, in un turbante maldestro.
"Grazie".
"Vuoi che faccia dell'altro?", si propose premurosamente. Era divertente. E poteva toccarla.
"Vuoi asciugarmeli?". Non percepì la sfumatura sarcastica.
"Sì, certo. Volentieri".
"Rick! Non ci pettineremo i capelli a vicenda. Cominci a diventare inquietante", lo rimproverò alzando il tono della voce.
"Scusa. Scusa. Io... ". Meglio fare un'uscita onorevole."Vado a finire di preparare la colazione".
Fuggì in cucina.

"Non voglio mangiare all'aperto".
Kate era in piedi sulla soglia della portafinestra, imbacuccata come se fosse pieno inverno, e non aveva nessuna intenzione di uscire.
Castle aveva preso il tavolo della veranda e l'aveva trascinato fuori, posizionandolo vicino a un albero. Gli era sembrato molto bucolico. Molto adatto.
Aveva perfino raccolto delle minuscole margherite che aveva infilato in un grosso bicchiere pieno d'acqua, per rendere piacevole il loro primo pasto insieme, da soli.
Gli era sembrata una bella idea, mentre l'aspettava seduto godendosi il sole, la tavola imbandita con ogni genere di conforto.
Non le avrebbe permesso di bere solo una tazza di caffè, come era sua abitudine un tempo. Né di starsene chiusa in casa con quella temperatura.
Metodo Richard Castle. Prendere o lasciare.

"Esci", le ordinò senza muoversi.
"Non farò colazione sotto l'albero", gli gridò da dentro, facendo qualche passo indietro. Giocava pesante.
"Perché no?".
"Perché... dall'albero cade la resina. E ci sono le api".
"E gli scoiattoli cattivi, lo so. Forza, esci".
"No".
"Ti ci porto di peso. Lo sai che non minaccio invano".
"Perché devi essere così impossibile?".
"Fa parte del mio fascino. E mi hai chiamato tu".
Con un gemito di frustrazione Kate lasciò il suo riparo e fece qualche passo incerto sul prato. Sembrava non avesse mai calpestato dell'erba.
Castle le indicò il posto davanti a lui. Kate si sedette rigida, guardandosi attorno con sospetto.
"Togliti qualche strato di lana".
"Ti piacerebbe", lo rimbeccò subito.
"Sì. Molto". Fu gratificato dalla sua espressione sorpresa. Non si aspettava tanta franchezza.
"In questo caso però non c'entra. Esponi un po' di pelle al sole. Devi fare il pieno di vitamina D".
Lo guardò con aria scettica.
"Ti è di disturbo spiegarmi da quando ti interessi di vitamine?".
"Sono il tuo infermiere".
"Direi più aguzzino".
"Spogliati".
Sbuffò. Ma fece come le era stato ordinato. Si tolse il maglione pesante e rimase solo con la camicia. L'aveva fatta sedere nel posto più assolato, per farle prendere un po' di colore cosicché abbandonasse l'aria malaticcia.

Kate si sforzò di mangiare qualcosa di più del solito, dovette rendergliene merito. Forse era a causa del suo sguardo implacabile che la invitava a tornare a concentrarsi sul suo piatto, senza distrarsi. Sbocconcellò i pancake che aveva fatto per lei, sapendo che le piacevano.
Si mise in bocca svogliatamente qualche lampone della composizione di frutta che lui aveva creato per rendergliela più appetibile – le aveva disegnato una faccia che sorrideva. Lei aveva apprezzato.
Castle dimenticò quasi di mangiare lui stesso, così teso a controllare che lei si nutrisse in modo adeguato. Ingoiò qualcosa in fretta, senza nemmeno rendersi conto del sapore di quello che aveva tra i denti.
Sarebbe finita a sgridarlo perché digiunava, troppo preso dal suo ruolo di aguzzino.

Rimasero a lungo all'aperto, senza fare niente. Si era preoccupato, nel corso delle lunghe ore di veglia, di come intrattenerla durante i giorni seguenti, perché non si annoiasse. O, forse, temeva che lo mandasse via, pentita del suo gesto, se le avesse dato il tempo di rifletterci.
Non fu necessario. Castle sparecchiò il tavolo e portò tutto in cucina. Avrebbe messo in ordine dopo. Kate lo aiutò per quanto le fu possibile.
Spostarono le sedie imbottite in un posto più comodo, senza alberi intorno – sembrava la mettessero a disagio - e abbassarono lo schienale.
Chiusero gli occhi, alzando la testa per ricevere in pieno volto i raggi del sole, non ancora troppo caldi.
Castle scoprì di riuscire a rilassarsi. I suoni della natura, che per lui abitante della città erano sempre stati fonte di inquietudine, facevano da piacevole sottofondo al loro ozio.
Avrebbero potuto passare il resto della giornata così. Senza parlare, senza dover riempire il silenzio a tutti i costi.
A Castle sembrò che il suo cuore fosse tornato a battere a un ritmo normale. Era lì con lui. Stava bene. Era al sicuro. Non l'aveva mandato via. Non si era sbagliata a chiamarlo.
Fu sorpreso di sentire una mano intrecciarsi alla sua. Le braccia rimasero sospese in mezzo a loro. Castle sollevò le palpebre, per controllare la situazione, ma lei aveva ancora gli occhi chiusi ed era rimasta immobile.
Aveva voluto stabilire un contatto. Castle le accarezzò un polso. Gli sembrò il gesto più intimo che avessero condiviso da troppo tempo.
Forse stavano tornando loro. Un loro diverso, ma era pur sempre un inizio.

"Ha funzionato", mormorò Kate rompendo la quiete.
"Che cosa?".
"La bolla. Ho dormito. Solo qualche ora, ma di solito rimanevo sveglia tutta la notte".
Castle si girò a guardarla. Forse non aveva capito bene.
"Hai immaginato davvero la bolla e tutto il resto?". Era stupito. Questa non era la persona razionale che ricordava.
"Non c'era molto 'resto'. Sei stato un po' parco nelle tue spiegazioni. Però, sì. L'ho fatto".
"E?".
"E... niente. Grazie". Castle sospettò che ci fosse dell'altro che non voleva dirgli.
"Prego. Sono qui apposta". Le strinse la mano.
"A proposito di questo...".
Oh. Ecco il terreno minato. Castle non era pronto ai grandi discorsi. Lei non era mai stata una che amasse esprimersi, condividere, farlo partecipe. Attese.
"So che...". Nonostante la sua buona volontà, non riuscì a finire la frase.
Ci riprovò.
"Mi dispiace. Per tutto".
L'ultima volta che si era dispiaciuta non era finita bene, per lui.
"E grazie. Di... esserti precipitato in mio soccorso".
"Lo farò sempre. Se tu vorrai".
"Vorrò".
Il cuore di Castle esultò, ma preferì dissimulare.

"Grazie di avermi chiamato". Fu il suo turno di esprimere riconoscenza. Avrebbe potuto lasciarlo fuori dalla sua vita per sempre.
"Un giorno... ti dirò cosa è successo".
"Non c'è bisogno. Sono contento di essere qui. Con te. Connoi".
Kate annuì. "Anche io".
"Quindi... c'è? Un 'noi'?".
"C'è, Rick. Se anche tu...".
"Anche io".