Bicêtre
L'inverno scuro e rigido era amante sapiente di Paris, avvolta ed incapace di liberarsi dall' abbraccio silenzioso e gelido e tetro.
Eppure, inevitabilmente, l'aria, soprattutto verso il tramonto, tingeva d'un alone limpido gli ultimi fiocchi di neve mescolati ai raggi lontani e rosati, e odorava intensamente e nitidamente del calore tiepido e buono del sole che scaccia le tenebre, inebriandosi di profumi rinnovati e lievi e pungenti e freschi.
Qualche stradello era ancora immerso nei cumuli di neve lurida…
Gliel'aveva promesso e così era stato.
André stava tornando alla Bicêtre per vedere Diane.
Partendo di buon mattino dalla caserma di Rue de la Chausée d'Antin, la strada avrebbe occupato tutta la giornata.
La Parigi diurna si stava risvegliando, ancora insonnolita e languida sotto la luce di marzo, ricacciando quella che aveva animato le ore fredde e morbose della notte dietro porte e finestre, mentre stoffe spiegazzate e lustrini di poco valore sgusciavano nell'ombra e risate stanche accompagnavano gli ultimi aneliti di cui si erano riempite le alcove dell'amore e del sesso…
I passi spediti conducevano a Palais Royal, fungido esempio dei più disparati e beceri costumi che si potessero incontrare.
Il Duca D'Orleans aveva trasformato la residenza in una sorta di corte dei miracoli e a tutte le ore del giorno e della notte si potevano incontrare giornalisti in cerca di notizie da mandare in stampa, foss'anche il ritrovamento di qualche cadavere sgozzato nelle lunghe ore della notte.
Oppure prostitute intente ad adocchiare il cliente più ricco e magari sedurlo per ottenere i favori non solo di una notte…
E bari che sfuggivano al dovere di pagare i debiti di gioco.
Una folla dolente e malata eppure costantemente impegnata ad intrattenersi sotto i colonnati che precedevano i giardini del palazzo…
A riempirne gli spazi, in modo invisibile, respirando piano, soffocando proposte indecenti accompagnate da silenziosi consensi che sfociavano in respiri intensi, amplessi quasi consumati lì, seduta stante, in barba ad ogni regola del vivere civile che imponeva almento di ritirarsi in qualche bettola o in qualche casa di piacere…
C'era chi non poteva permettersi neppure quelle.
Ed ancora più giù, oltre le colonne, prendevano a spuntare una miriade di bancarelle e venditori ambulanti che iniziavano ad esporre nella nuova giornata la stessa mercanzia del giorno precedente, merce per lo più dozzinale ma che poteva dar da vivere a chi ci bazzicava intorno.
I primi carri si spostavano lungo le vie bagnate provocando rumori ancora più invadenti a spezzare la quiete del primo mattino.
L'aria pungeva correndo lungo i riflessi delle guglie di Saint Eustache, mentre i rintocchi delle ore mattutine si susseguivano dai campanili di Saint Jaques fino a Les Saint Innocens.
Allora lo sguardo puntava a Les Halles che prendeva ad animarsi, dapprima attraverso le consuete voci bisbigliate e quasi caute, come di animali che scrutano il territorio e saggiano l'aria per constatare non vi siano pericoli, e poi, una volta che l'orizzonte fosse stato davvero sgombro da gendarmi o vagabondi pronti ad assaltare la merce fresca che arrivava dalle porte della città, ecco che quasi come per un gioco di prestigio i banchi iniziavano a riempirsi di frutta, carne, pesce, fiori, tessuti, libri e chincaglierie varie e piano piano alla folla di colori uniformi, grigi e bluastri, dei grembiuli dei venditori, si univano le tempere più allegre e colorate delle vesti delle cameriere, delle contadine, e di tutti coloro che al mercato ci arrivavano per fare acquisti…
Il vociare s'innalzava di pari passo al calore del sole che sorgeva…
André intravide poco distanti le torri di Notre Dame, possenti e fisse.
Le osservò cercando di sforzarsi di imprimerle nella mente, come se la loro struttura squadrata e unica avesse avuto il pregio di reggere il colpo e l'incertezza di tradire una persona di cui aveva pur sempre colto i contorni suadenti e puliti di un'innocenza perduta.
Nei passi che procedevano la mente tornò al rientro in Francia.
Parigi aveva accolto i suoi naufraghi…
Non tutti…
Non appena aveva messo piede al porto di Saint Nazaire, Joaquin Desillian aveva bellamente salutato i compagni di ventura e si era imbarcato sulla prima nave diretta nel paese natale, decisamente più caldo.
"Se puede mover el tiempo! Ricordatelo!" – erano state le ultime raccomandazioni dello spagnolo…
E l'altra…
La piccola Mimose non era tornata. Non erano riusciti a riportarla a casa…
E André si era chiesto come fosse mai stata la vita di quella piccola in una città così caotica ed infingarda come Parigi, suadente e calda, eppure tagliente come il vetro per chi non ha mezzi o forza sufficiente a viverci.
Aveva richiamato alla memoria un barlume dell'esistenza di quell'essere che aveva incrociato la sua vita e quella di Oscar per pochi mesi, silenziosamente ed altrettanto silenziosamente l'aveva lasciata.
Anch'essa un'innocenza perduta…
Faceva ancora freddo…
Della piccola Mimose non era rimasto nulla in quella città.
Quel pensiero covava e bruciava dentro e soffocava la gola.
Perché lui non poteva accettarlo.
Il pensiero che quell'essere si fosse disperso…
Di lei non era rimasto nulla, se non il doloroso ricordo, chiuso nel cuore.
E quel pensiero ne richiamava un altro, forse ancora più egoista ma inevitabile perché penetrato da tempo nella testa e poi soffocato e poi di nuovo riemerso, impossibile da ammaestrare e ricacciare nel fondo dell'esistenza.
André non poteva accettare che anche della sua vita non sarebbe rimasto, alla fine di tutto, assolutamente nulla.
Non in quella città però, e nemmeno in quella nuova era che pareva timidamente affacciarsi nelle parole rudi dei volti nuovi che chiamavano a raccolta la folla…
La nuova stagione pareva animarsi anche negli sguardi dei parigini, nei loro occhi attenti e silenziosi e lucidi, mentre si radunavano ad ascoltare coloro che, con i loro discorsi ed i buoni propositi verso un futuro migliore, animavano le piazze, improvvisando arringhe al coraggio, alla perseveranza ed all'uguaglianza, primi vessilli di quella nuova era.
La carestia, la mancanza di pane, l'indolenza dei governanti scivolavano silenziosi, come serpenti insidiosi, attraverso le parole spese da coloro che si professavano vicini ai delegati nominati nelle varie regioni della Francia, pronti a convogliare su Parigi per dare battaglia e spendersi per sé stessi e per il proprio popolo.
E quelle parole, apparentemente dissolte poi al freddo rigido della sera ed alla mancanza di ogni risorsa per una vita degna di essere chiamata tale, restavano lì, come pietre a rimescolarsi al sangue, alimentando la rabbia che forse sola aveva il potere di scaldare gli animi e le coscienze per prepararle alla lotta per la propria sopravvivenza.
Si affacciava non una primavera qualsiasi, non una nuova stagione qualunque, ma la stagione più attesa da decenni ormai, quella che avrebbe visto l'apertura degli Stati Generali nel prossimo mese di maggio, che pareva ancora lontano, quasi esso non dovesse arrivare mai, come quando si attende di poter tornare a vedere, dopo giorni e giorni di buio, ma la luce, per quanto annunciata, stenta ad avere il coraggio di farsi strada tra le tenebre.
No, non era in tutto questo che lu avrebbe voluto esistere...
Ma nella vita di lei.
André voleva essere nella vita di lei, di Oscar, ora più che mai, ora che la luce dell'unico occhio rimasto si spegneva ogni giorno di più, ora che nulla pareva avere più importanza se non essere in lei, come ultimo anelito della sua vita.
Era un pazzo…
Se lo diceva da solo…
C'erano stati tanti cambiamenti da quando erano tornati a Parigi…
Ce n'erano stati tanti ed in realtà non ce n'era stato nessuno.
No, forse ce n'era stato uno ancora peggiore.
Faceva ancora freddo…
La via era leggermente in salita e la fatica rianimava i muscoli e riaccendeva i ricordi che pulsavano nelle viscere e nelle mani e si scioglievano nel rammentare l'aroma di lei, di Oscar, il suo odore, impercettibile eppure così intenso dal far male, adesso che ne conosceva quella sorta di vibrazione appena accennata, adesso che si chiedeva fino a che punto lei si sarebbe spinta se non fosse accaduto che tutto ciò per cui avevano lottato e resistito era scivolato via dalle mani…
Dalle loro mani…
Quell'aroma era tornato a chiudersi dentro di lei, protetto nella sua impenetrabile corazza.
Lei era tornata ad essere quella di sempre.
No…
Era accaduto ancora di peggio.
Oscar era stata gentile con lui…
Non pareva l'avesse ritenuto davvero responsabile del tempo perduto mentre proprio in quel tempo si consumava la fine di Mimose.
Era questo a spaventarlo…
Oscar non era arrabbiata.
Quel ceffone faceva parte del copione…
Se l'erano date di santa ragione per molto meno nel passato.
No, non era stato per quello…
Lei non gli aveva e non l'avrebbe mai rimproverato di nulla.
Perché aveva compreso che quella scelta André l'aveva compiuta sull'onda di un amore assoluto, capace di insinuarsi nella mente e di stravolgerla al punto da impedire di cedere all'istinto di salvare una bambina piuttosto che salvare lei.
Lui non aveva avuto scelta.
Era quell'amore, davvero immenso e spietato, a farle paura.
Ecco cosa doveva essere accaduto…
Dio…
Nel viaggio di ritorno a Parigi non era più riuscito a scambiare una mezza parola con Oscar.
Lei s'era inoltrata nel percorso a ritroso di quell'esperienza, per comprendere se e dove e quando avesse commesso l'errore fatale ch'era costato la vita alla piccola Mimose.
E per tutta la traversata, durata diverse settimane, André era rimasto accanto a Diane, in ascolto del suo assordante mutismo, quello in cui la giovane s'era chiusa, anche lei, dopo le poche taglienti parole pronunciate a casa dell'ambasciatore, quando aveva rivelato che Mimose non era con lei e che…
Diane aveva tentato di uccidere Oscar.
Quale fosse il motivo, nessuna delle due adesso pareva avere voglia o forza di spiegarlo.
Diane s'era chiusa nel suo silenzio, raggomitolandosi a volte accanto a lui, senza disturbare, senza chiedere nulla…
Nel sonno riemergeva un'unica parole, forse un unico volto.
Dorian Vassiliev.
E quando André era riuscito a catturare l'attenzione di Diane, parlandole con dolcezza e ricordandole i bei tempi trascorsi a Parigi, le passeggiate notturne di rientro dalla casa dei Duchi De Livrier, il sapore dolce della cioccolata calda…
Diane aveva sorriso e le dita erano corse alla bocca di lui, toccando lievi le labbra, forse nel ricordo vivo ma lontano del loro bacio nel passage…
E André s'era sentito di nuovo dannato e infido, tanto quanto lo era stato quel demone, nel dubbio di aver contribuito a disorientare una mente semplice ed innocente per avere per sé un barlume di folle quotidianità.
Anche a Parigi Diane aveva continuato a mantenersi in silenzio, limitandosi di tanto in tanto ad osservare il sole, fuori dalla finestrella, oppure a lisciarsi il vestito, indugiando con le mani sul ventre, chiudendo gli occhi e prendendo ad ondeggiare come se esso fosse realmente e di nuovo colmato dalla presenza dell'essere fantastico e diabolico che si era preso la sua anima.
Un giorno, Alain, rientrando a casa non l'aveva più trovata e così s'era messo a cercarla come un forsennato per tutto il foborgo…
E tutti gli dicevano di averla vista Diane…
Chi dirigersi verso la Senna, chi poco più giù a Pont Royal…
E tutti raccontavano che lei aveva chiesto se per caso avessero visto un giovane che doveva trovare…
Un bellissimo giovane, il suo fidanzato, che la stava aspettando e lei doveva tornare da lui, ma suo fratello non la lasciava partire.
Diane diceva a tutti che amava quel giovane e che lei era stata sua e che lui l'avrebbe cercata.
Persino i gendarmi un giorno s'erano presentati a casa di Alain per accertare se davvero Diane non fosse tenuta prigioniera da chissà chi, contro la sua volontà.
Le mascelle si serrarono all'immagine di Diane.
Quella volta, l'ennesima, in cui André le aveva parlato e lei s'era voltata verso di lui, lo sguardo un po' stupito come se all'improvviso si fosse ricordata di lui e di ciò che avevano vissuto insieme e di quella sorta di lieve complicità che si era insinuata tra loro, lei gli aveva gettato le braccia al collo e e l'aveva ringraziato perché almeno lui non la rimproverava e le credeva…
Il viso pallido si animava solo quando lei poteva rivedere André, unica persona ad essersi stranamente e miracolosamente salvata da quella sorta di annebbiamento che avvolgeva i pensieri e i ricordi.
Nemmeno Diane poteva saperlo che quella quiete era semplicemente il frutto della sapiente insinuazione del demonio che indica la via e indica di chi fidarsi e di chi può divenire indiretto artefice della volontà altrui…
Alain aveva pensato e sperato di intravedere un ripensamento, un bagliore dell'antica incolpevole innocenza, ma poi tutto era precipitato perché Diane si richiudeva nel suo mondo, accarezzando il vestito, ravvivandosi i capelli, e volgendo lo sguardo verso la porta come se avesse dovuto imboccarla di corsa per uscire fuori, di nuovo, perché le era sembrato di aver sentito la voce di Dorian.
Il verdetto era stato spietato.
Diane non sarebbe potuta restare a vivere a Parigi, libera…
Nella mente pareva non esserci più una volontà certa, sincera, consapevole, e lei poteva diventare un intralcio, un pericolo.
La sua imprevedibile e lucida ricerca, per quanto la giovane non avesse mai dato adito a comportamenti strani se non andarsene in giro per le strade ad importunare i passanti chiedendo loro insistentemente di portarla da Dorian Vassiliev, poteva condurla chissà dove…
E Alain non poteva lasciarla nella sua casa, da sola, sotto la custodia dell'anziana madre malata, né tanto meno restare a sorvegliarla per tutto il giorno.
E davvero nessun convento, per quanto ben chiuso e protetto avrebbe potuto accogliere una giovane nelle cui parole non c'era alcuna traccia di vocazione, e men che meno nessuna cognizione di ciò che fosse bene e di ciò che non lo fosse, per lo meno secondo i rigidi dettami delle religiose.
Tutt'altro…
Non c'erano molte soluzioni…
Il consiglio era stato di portarla in un luogo di cura.
Alain era inorridito quando la voce che gli era giunta alla coscienza aveva assunto il suono terribile di Bicétre.
Un edificio enorme - un ospedale negli intenti dei fondatori - fatto costruire ad una lega verso sud – ovest dal centro di Parigi, sopra una collinetta, con lo scopo di procurare aria buona per guarire i malati dalle svariate sindromi, conosciute o meno, che imperversavano nei quartieri più poveri, anche se non mancavo ospiti illustri come giocatori d'azzardo finiti in rovina o cadetti che dovevano essere fatti sparire prima che il patrimonio della famiglia rischiasse di essere disperso in mille rivoli ereditari…
In realtà una sorta d'inferno a cielo aperto…
Una tomba per coloro che non avevano cure di sorta a disposizione, una prigione per i delinquenti incalliti.
Il luogo per eccellenza dove rinchiudere coloro che la società civile e benpensante non poteva più tenere presso di sé.
Alain non aveva avuto scelta.
Sì, forse ce ne sarebbe potuta essere una…
Un'altra…
Ma davvero Alain non se l'era sentito di chiedere un tale favore all'amico André.
L'unica richiesta era stata quella di chiedere ad André di accompagnarlo assieme a Diane alla Bicêtre.
La sua presenza sarebbe stata indispensabile perché Diane si fidava di lui, ma proprio questa incolpevole fiducia sottraeva ad André quel poco di risolutezza che lui aveva cercato di raccogliere dentro di sé quando l'amico gli aveva fatto quella richiesta.
André non sarebbe mai voluto voluto arrivare a tanto…
Non ne aveva parlato spesso con Alain, perché ogni volta che si accennava a quell'argomento, l'amico si chiudeva in un doloroso mutismo, come se non parlarne fosse equivalso a negare il problema.
André si era convinto quando Alain gli aveva raccontato dell'ennesima fuga di Diane.
Quella notte l'avevano cercata per tutto il quartiere e solo per un caso fortunato Alain l'aveva ritrovata, mentre l'altra se ne stava tremante come una foglia, illuminata dalla luce altrettanto tremula di un lampioncino, accanto ad un vecchio mezzo ubriaco che le alitava addosso e non ci avrebbe mezzo che un attimo a portarsela dentro qualche vicolo…
Per poco Alain non l'avrebbe ammazzato quello che, interrotto sul più bello, aveva preso a strillare dicendo che era stata la giovane a strisciarsi addosso a lui e che lui l'avrebbe denunciata ai gendarmi e che lui era stato solo gentile…
Sarebbe bastata una lieve disattenzione, perderla di vista un istante, e chi aveva tanto faticato per toglierla di mezzo prima della loro incursione in terra russa, forse, all'ennesimo tentativo, ci sarebbe riuscito.
Perché Vincent Sabin era ancora in circolazione.
Nessuno era stato in grado di accusarlo dell'aggressione a Diane e non era certo il caso di mettere a confronto l'energumeno con lei.
C'era anche il rischio che i ricordi offuscati la facessero passare per bugiarda e Diane non venisse creduta.
Era stato per colpire Oscar che Vincent Sabin si era approfittato di Diane…
E lui era libero. Libero di colpire ancora.
Così non si poteva andare avanti.
André ripensò alle parole di Alain…
Meglio rinchiusa alla Bicètre che vederla finire chissà dove con il rischio di essere gettata nella Senna per nascondere l'esito di qualche bieco misfatto!
Che strano gioco orchestra l'amore nel cuore delle persone…
Fosse anche l'amore di un fratello per una sorella.
Pur di proteggere qualcuno che si ama, alla fine di tutto si è anche disposti a perdere quella persona, ad allontanarla da sé stessi perché essa possa essere al sicuro e continuare a vivere, anche se magari privata della sua stessa libertà…
Nessuno ci appartiene davvero, nessuno può esserci mai appartenuto.
E c'era qualcuno che forse non apparteneva nemmeno a sé stesso.
Grida stridule ed invadenti fecero sobbalzare André.
In alcune straducole prima di gettare acqua sporca dalla finestra si usava avvertire i malcapitati passanti che avevano così il tempo di affrettare il passo e scansare chissà quale sudiciume gli sarebbe finito addosso.
Così fece André, prendendo quasi a correre, quasi alla cieca, non vedendo quasi nulla davanti a sé perché il freddo gli annebbiava la vista e forse era sempre il freddo così tagliente da far lacrimare gli occhi.
Quando s'era presentato a Rue de Richelieu, il giorno convenuto, non aveva fatto a tempo a salire su, quasi all'ultimo piano del palazzo, che aveva sentito passi veloci correre giù per le scale e s'era ritrovato addosso gli occhi lucenti e folli di Diane che l'aspettava perché suo fratello le aveva detto che sarebbero usciti assieme.
"Andiamo fuori oggi!" – aveva esclamato la giovane – "Alain mi ha detto che ci avresti accompagnato. Sono davvero felice…chissà forse in tre riusciremo a scovarlo quel mascalzone di Dorian!".
André non aveva risposto ma lo sguardo si era incupito e stranito al tempo stesso.
"Dorian?" – aveva chiesto titubante.
"Ma si!" – aveva puntualizzato Diane – "Secondo me lui è già a Parigi ma non ha avuto abbastanza tempo per cercarmi…e poi quel bellimbusto del mio fidanzato sa che Alain è molto severo con me e se c'è mio fratello che mi gira intorno non so se avrà il coraggio di avvicinarsi! Vedrai sarò io a trovarlo!".
Diane aveva riso piano, come una bambina che l'aveva combinata grossa e che sapeva che prima o poi sarebbe stata scoperta.
Un'evoluzione disarmante e distruttiva quella della sua indole…
André aveva intravisto Alain poco dietro la sorella e per un istante aveva davvero pensato di cedere e tirarsi indietro e tirare Alain per un braccio e dirgli in faccia che lui era un folle, che tutti e due lo erano, e che non potevano fare una cosa simile a Diane…
Tradirla così.
Il viso di Alain era stanco.
Lo sguardo rassegnato ed impaurito…
Diane aveva dimenticato tutto.
Tutto quello che le era accaduto in Russia.
Aveva dimenticato la morte di Mimose.
Aveva dimenticato che – come era emerso da un racconto soffocato e terribile di Oscar – Dorian l'aveva lasciata in balia del fratello, Georgiy Damien Stevenov, e questi l'aveva presa con sé e molto probabilmente aveva abusato di lei…
E lei nemmeno quello ricordava più.
Forse non voleva ricordare.
Forse era stato davvero troppo ciò che era accaduto e la mente di Diane, per salvarsi, aveva preferito cancellare quei ricordi, quel dolore atroce, accogliendo solo il tempo in cui aveva conosciuto il giovane russo, a Parigi.
Il tempo in cui si era innamorata di lui…
L'unico tempo pulito e lucente…
Andrè e Alain erano rimasti in silenzio per tutto il tragitto.
Tutto ciò che si poteva dire era stato detto e ridetto e sviscerato e…
"Ne sei davvero sicuro?" – erano state le ultime parole che André aveva rivolto ad Alain prima di arrivare alla Bicétre.
E lui non aveva risposto…
Lo prendo come un sì…- avrebbe chiosato Romanov…
"Ci siamo" – aveva detto Alain a bassa voce di fronte al portone dell'edificio.
La salita non era stata troppo faticosa e il panorama che si poteva ammirare dalla collinetta su cui si ergeva Bicêtre rivelava agli occhi una sorta di macchia indolente, a tratti grigia, a tratti azzurrata, tinteggiata dall'ardesia dei tetti e dai camini ancora fumanti, come se un pittore avesse con rabbia gettato via il frutto di una mescola malriuscita, eppure capace di attirare l'attenzione ed abbagliare nella sua disordinata armonia.
"Qui? Dove siamo?" – aveva chiesto Diane con voce piatta come se la cosa non la riguardasse.
"Adesso ti porterò in un posto dove ci saranno persone che si prenderanno cura di te…".
Alain aveva tentato di attirare a sé lo sguardo di Diane, sperando in un guizzo di ribellione che non fosse dettato semplicemente dalla pazzia ma da una ritrovata coscienza.
L'aveva sempre sperato.
E l'istante dopo lui moriva un poco di più perché nulla cambiava.
"Ti verremo a trovare…" – aveva continuato allora Alain e nella voce un moto di rabbia quasi, come se davvero la colpa di quello strazio fosse di Diane che non comprendeva cosa stesse accadendo attorno a lei, che era finita in quella voragine di follia incapace d'esser abbastanza salda da non cedere alle lusinghe di un demonio.
"Mi verrete a trovare?" – aveva ripetuto lei con tono leggermente allarmato – "Ma torniamo a casa assieme…".
"No".
"Come no?".
"No Diane. Tu dovrai restare qui…fino a quando non starai meglio…".
"Alain…" – la voce di Diane aveva iniziato a farsi severa ed il respiro a cedere al dubbio – "Io non voglio restare qui. Io devo tornare a casa con te…e con André".
Così imponeva il disegno e la voce racchiusa nella mente…
Diane aveva puntato gli occhi su André e l'aveva supplicato, quasi senza respirare, rendendo tutto dannatamente più difficile perché se almeno avesse urlato e pianto o pregato…
Se almeno avesse provato a ribellarsri.
Invece no!
Lo sguardo raccontava altro.
Lui allora aveva provato a mediare…
"Diane…tuo fratello ti vuole bene e non vuole che ti accada nulla…sarai al sicuro qui…".
Lei aveva sorriso tornando ad avvicinarsi ad André ed appoggiando l'indice sulle labbra.
"Anche tu mi vuoi bene?" – aveva chiesto, gli occhi un poco lucidi.
La mano si era aperta ed il palmo morbido e caldo aveva accarezzato la guancia di André.
In quell'istante André si era sorpreso di ritrovare in quel contatto il silenzioso scorrere del proprio sangue, come se quel palmo avesse racchiuso una parte di sé, un odore conosciuto che pure lui non aveva mai ascoltato o scorto nella pelle di Diane.
Aveva imparato a scorgere l'essenza degli altri, attraverso l'odore e non più solo attraverso la vista…
André era rimasto perplesso…
Il sentore non pareva appartenere a Diane…
"Ma come farà lui a trovarmi?" - aveva obiettato la giovane.
Alain era sbottato.
Nel cuore la rabbia di non sapere più a cosa cedere e in cosa pregare…
"Devi smetterla con questa storia. E' solo per colpa di quell'uomo che sei ridotta così…e se davvero me lo trovassi davanti io gli taglierei la gola!".
L'aveva afferrata per le braccia e nella testa l'eco di avvenimenti e giorni terribili che avevano scosso la sua esistenza…
La morte di Laure, il viaggio a Saint Petersbourg, il ritrovamento di Diane che non era più lei ormai, ma una ragazzetta priva di volontà, morbosamente attaccata al ricordo di un uomo che di fatto l'aveva sedotta e poi violentata e lei ancora stava lì a chiedersi come avrebbero fatto a ritrovarsi.
Alain aveva abbassato la guardia e adesso nulla era più come prima.
Non riusciva più a rimanere calmo di fronte a quella sorta di follia annebbiata che colmava la mente di Diane.
L'aveva afferrata e aveva preso a scuoterla…
"Alain…" – era intervenuto André – "Così non otterrai niente…".
E allora era stato André ad afferrarle le mani, tentando di correre ai suoi occhi.
"Ti fidi di me?" – le aveva chiesto interrogandola severo ma dolce – "Ti fidi? Sai che io non ti farei mai del male…sai che sono sempre stato sincero con te e che ti voglio bene…".
Diane l'aveva guardato a sua volta e le lacrime erano scese rigandole il volto mentre la gola s'era chiusa e lei aveva annuito.
"Allora sappi che io mi fido di Alain. So che lui vuole solo proteggerti. Qui…".
André aveva proseguito a fatica.
"Non sarà per sempre…qui potrai stare tranquilla ed aspettare…io verrò a trovarti…".
"Lo farai?".
"Se mi prometti che non tenterai di fuggire e che seguirai i consigli dei medici…".
"Ci sono dei dottori qui?"
"Diane...è necessario che per un pò di tempo tu resti qui dentro. Vedrai verrò a trovarti…verrò tutte le volte che potrò".
Diane aveva tirato un respiro fondo. Lo sguardo invece di rasserenarsi s'era tinto dell'oscuro raggio del tramonto, l'ultimo prima che tutto fosse avvolto dalla notte.
"E poi mi porterai via con te?".
Diane s'era avvicinata e s'era appoggiata ad André e l'aveva guardato fisso e lui s'era sentito il sangue gelarsi nelle vene.
"Io…" – André aveva esitato e poi, sconfitto aveva annuito.
Nella testa pulsava quel sentore conosciuto ed al tempo stesso oscuro…
Alain alla fine s'era spazientito.
Quel continuo tergiversare non faceva per lui e la sua risolutezza aveva preso il sopravvento. Aveva afferrato Diane per un braccio e lei, docilmente, s'era lasciata portare dentro, gli occhi fissi su André.
Il silenzio pareva una lama ancora più tagliente d'un qualsiasi grido di ribellione
Il tempo di apporre qualche firma…
E ridurre quei momenti a termini davvero minimi ed indispensabili.
L'unica richiesta di Diane era stata quella di non subire alcun genere di visita.
Non era consuetudine che un paziente finisse a Bicêtre senza che anche all'occhio meno esperto si rivelasse un qualche accidente, una qualche sofferenza che piegava i muscoli, il corpo…
Ma davvero Diane pareva sana e almeno in quello era stata accontentata.
Si sarebbe provveduto con calma quando lei si fosse abituata.
Gli occhi sgranati erano rimasti su André.
Lui se lo ricordava bene.
E la docilità della giovane l'aveva attratto, inspiegabilmente, e non aveva potuto fare altro che prenderle il viso tra le mani e…
"Appena potrò verrò!" – le aveva detto guardandola negli occhi.
"Lo so…" – gli aveva sussurrato lei adagiando un bacio lieve sulla guancia.
Ancora stupore che si era piantato nel cuore.
Pareva che Diane lo sapesse già, come fosse lei, dal profondo della sua silenziosa follia a guidare i passi di coloro che le stavano attorno.
"Dannato demonio!" – erano state le uniche parole sibilate da Alain – "Avrei dovuto ucciderlo quando ero in Russia…e invece chissà dov'è finito quel bastardo…".
André l'aveva spinto via Alain e l'altro aveva preso a tremare in preda al dubbio di aver fatto la scelta sbagliata.
Aveva sempre promesso a sé stesso che avrebbe protetto la sorella e adesso la stava lasciando lì, in quel posto infernale, semplicemente perché non ce n'era un altro in grado di tenerla lontana dai guai, come Bicêtre, che non era una prigione ma che di fatto era come lo fosse stata.
"Verrò io a trovarla! L'ho promesso a Diane…" – aveva tentato di confortarlo André.
E l'altro non aveva lesinato la sua solita spocchia verso un aiuto disinteressato…
"Non è un tuo problema!".
"Sì, invece. Dian era ingenua…è una ragazza innocente…lo era e lo sarà sempre nonostante quello che le è accaduto. Non spetta a noi giudicarla…vedrai…cercheremo di trovare un'altra soluzione…".
Alain aveva preso a camminare più veloce, come per allontanarsi di lì più in fretta possibile.
Un sasso calciato via con forza…
Il silenzio sceso nella gola mentre le mani tremavano dalla rabbia.
Se n'era rimasto zitto per tutto il tragitto di ritorno.
Solo allo scorgere del colonnato di Saint Sulpice Alain se n'era uscito dal suo mutismo…
"Davvero te la sentiresti di venire a trovare Diane?" – aveva chiesto a bassa voce, quasi scusandosi.
"Lo farò credimi…sappiamo bene che razza di posto sia la Bicêtre. Voglio accertarmi che lei stia bene. So che per te sarebbe troppo doloroso…vorrà dire che faremo come quando lavorava dai Livrer. Quando non potrò andare io lo farai tu…".
L'accenno alla residenza dei Livrer aveva dato la stura al fiume di chiarimenti che Alain non aveva ancora avuto nè il tempo, nè il coraggio di affrontare.
Più che altro di accettare visto che la sostanza dei fatti era chiara a tutti.
Diane aggredita a casa Livrer…
Oscar che s'era offerta di aiutarla, nel dubbio che l'intervento di Alain sarebbe costato alla giovane il posto di lavoro e i soldi della paga…
"Dannati soldi! Sempre quei dannati soldi. Se avessi avuto una paga più decente probabilmente Diane non si sarebbe assillata con questa storia dei soldi e sarebbe stata lei per prima ad andarsene da quella casa…".
"Alain…temo che non sarebbe servito" – aveva replicato André severo.
"Cosa? Che vuoi dire?".
"Quella gente voleva…voleva Oscar".
Alain era tornato allo sguardo dell'altro, impietrito in mezzo alla strada, come a chiedergli se la versione rivelata dall'ambasciatore fosse stata davvero così folle…
I risvolti li conosceva anche lui…
"Tichinov voleva lei. La voleva perché probabilmente voleva avere un figlio da lei…Dorian Vassiliev e Stevenov erano tutti e due suoi figli. Nati da donne diverse ma lui era il padre…io credo sia stato Tichinov ad uccidere tutte quelle giovani ad Avignone. Le faceva attirare dal figlio e poi lui…".
Era ciò che era accaduto anche a Diane, ma lei la vita l'aveva ancora, anche se nessuno avrebbe potuto chiamare vita quella specie di groviglio di pensieri distorti che adesso orchestravano le sue decisioni.
"Oscar avrebbe dovuto attentare alla vita della zarina e in quanto francese, secondo i piani di Tichinov, questo avrebbe dovuto indurre Caterina II ad armare un esercito contro la Francia. Nell'intento del padre, il comando delle truppe doveva essere affidato a Stevenov, suo figlio. E poi…nessuno avrebbe potuto torcere un capello all'attentarice dell'imperatrice se si fosse saputo che lei aspettava un figlio di un religioso…in Russia è come in Francia…i religiosi non si toccano, e nemmeno le donne che quei dannati mettono incinta. Se fosse accaduto ad Oscar nessuno avrebbe potuto disporre della sua vita, in quanto madre di un bambino figlio di un prelato…ma una volta che il bambino fosse nato…".
Uno scenario diabolico e terribile…
"Diane e Mimose sono state prese semplicemente per far desistere Oscar dal fuggire. Quella gente sapeva che lei non avrebbe mai lasciato sole Diane e Mimose e così sono riusciti a portarle tutte e tre in Russia…".
"Dio…e Mimose…".
"E quella bambina non ce l'ha fatta. Ed è solo colpa mia!" – aveva concluso André andando con lo sguardo alla facciata di Saint Sulpice, mentre dentro alle viscere riemergeva quel contatto sottile ed incandescente che Oscar gli aveva concesso e che…
"Non dire idiozie. Non sei stato tu ad ucciderla…".
Alain aveva interrotto il fluire dei pensieri.
"No…ma invece che cercare lei ho deciso di salvare Oscar. E lei questo non me lo perdonerà mai!".
"Non ci credo. Il comandante non può essere così pazza da incolpare te!".
"Non l'ha fatto o detto apertamente. Sì…forse hai ragione…forse non incolperà mai me. Ma di fatto incolpa sé stessa…e di questo senso di colpa lei non potrà mai liberarsi…e io non posso fare niente per aiutarla…".
"La ami ancora?".
Alain gliel'aveva chiesto come se fosse stato naturale ormai, come fosse stato sempre così…
Da sempre.
André aveva sorriso silenziosamente.
Una domanda retorica…
"Non c'è un ancora con lei, Alain. Non c'è da quando o prima o dopo…non c'è nessun tempo con lei. La amo e basta…e…".
"Tornerà nei Soldati della Guardia?" - aveva chiesto Alain voltandosi indietro per osservare solo con gli occhi la salita che s'erano lasciati alle spalle.
La domanda aveva avuto il potere di stupire André.
Il tono era sincero e aveva perso quella nota di sarcasmo che sempre accompagnava i riferimenti al comandante.
E André era stato altrettanto sincero, tornando ai giorni immediatamente successivi al loro rientro a casa Jarjayes…
"Non so più nulla di lei…da quando siamo tornati a casa…".
Le parole si erano fermate come arginate da una sorta d'inspiegabile muro.
Il volto di sua nonna stravolto mentre li vedeva entrare lui ed Oscar e la donna aveva pensato davvero fossero entrati due fantasmi.
No…
Non erano due fantasmi…
Oscar era ripartita per Versailles pressoché immediatamente.
Il resoconto puntuale di quanto accaduto era stato preteso da diversi ministri informati dalle lettere giunte dall'ambasciatore che rassicurava la Francia sui rapporti diplomatici con l'imperatrice russa.
De Rougeror non s'era spinto oltre, lasciando a bocca asciutta i funzionari, allarmati dalla vicenda.
E la Regina Maria Antonietta aveva preteso che l'amica restasse sua ospite alla reggia fino a quando non si fosse ripresa…
"Non lo so se tornerà…" - aveva continuato André.
"Non vuole più tornare?".
"Suo padre ha deciso che deve sposarsi".
"Che? Sposarsi? Il comandante…".
"Già e a questo punto penso che il Generale Jarjayes non abbia poi tutti i torti. Con quello che è accaduto non credo che un padre che ama la propria figlia non vorrebbe vederla davvero lontano da queste maledette strade…in fondo anche tu hai deciso di chiudere Diane alla Bicêtre perché fosse al sicuro".
"Non dire idiozie André. Il comandante in queste strade c'è voluta venire. Se avesse avuto intenzione di sposarsi credo che non sarebbe finita a comandare i Soldati della Guardia…ci sarà un motivo se l'ha fatto…".
André aveva ricordato il colloquio stringato con il Generale Jarjayes.
L'uomo l'aveva lodato per la sua caparbietà e l'aveva ringraziato perché l'intuito e la risolutezza avevano consentito alla figlia di tornare a casa.
E poi glielo aveva chiesto il generale ad André se avesse saputo di qualche accidente che fosse accaduto alla figlia…
Il significato più che chiaro.
André aveva stretto i pugni e quasi aveva perso l'equilibrio.
Di nuovo era salita dentro di lui l'onda beffarda di quella notte, il corpo di lei adagiato al proprio, le forme non solo intuite adesso ma quasi ricamate sulla propria pelle, imprese quasi a fuoco…
Non sarebbe mai riuscito a dimenticarle.
"Non credo…almeno io non ho motivo di dubitare il contrario…" – si era limitato a rispondere.
Le parole soffocate e lo sguardo sollevato del generale…
André aveva intuito che quel sollievo avesse altra natura che non l'edificante senso di protezione che un padre poteva rivolgere alla figlia.
"Dio sia ringraziato" – aveva mormorato Jarjayes e poi, quasi a voce alta, quasi dimenticandosi che André era lì – "Così non tutto sarà perduto…".
André non aveva fiatato.
Il senso di quell'affermazione era chiaro.
Il padre non aveva perso la speranza che la figlia si decidesse una volta per tutte a lasciare quella vita divenuta ormai troppo pericolosa e che finalmente seguisse il consiglio di sposarsi e di mettersi al sicuro, al riparo dagli incerti esiti che si animavano all'orizzonte di quella nuova stagione.
Oscar doveva sposarsi, uscire dal girone infernale in cui il suo stesso padre l'aveva cacciata sotto il ricatto di un malsano senso dell'onore che aveva pesato come un macigno per tutta l'esistenza.
Oscar era…salva…
André si era maledetto allora, perché anche lui aveva pregato fosse così, ma non certo per vederla finire come una specie di trofeo nelle mani del marito che il Generale Jarjayes avrebbe scelto per lei.
Quel giorno di ritorno da Bicêtre, il vento freddo del nord aveva ripreso a sferzare la città e sorprendente qualche sparuto fiocco di neve aveva preso a scendere imbizzarrito, balzando ora in alto ora di nuovo in basso per finire sui mantelli polverosi e freddi…
"Maledetto inverno! Pare proprio non ne voglia sapere di andarsene…" – aveva sibilato Alain tirando l'ennesimo calcio all'ennesimo sasso.
"Io torno in caserma…" – aveva concluso André con voce triste.
"Non torni a casa?".
"No…prefersco di no".
"Io invece tornerò da mia madre. Devo riferirle di Diane ma ci vedremo presto…".
Nei passi ovattati sul manto sottile e secco di neve che continuava a scendere e ad attaccarsi caparbia a terra André aveva ascoltato il lento fluire degli eventi ed il suo cuore che batteva e la mente che cedeva all'impeto della carne e della pelle e del loro calore, dietro di sé…
Languido e salato, nell'odore di un amplesso solo immaginato…
Parole quasi infuocate l'avevano allora sorprendentemente risvegliato da quell'incontro di sensi.
Come sorprendente sapeva essere Paris a quei tempi.
Aveva notato di essere poco lontano da Palais Royal e di essersi ritrovato nel bel mezzo di un comizio improvvisato.
Una folla rumoreggiava in ascolto di un uomo…
"E' il momento di porre fine a questa pesante discriminazione! Non ci saranno più disuguaglianze…tra il primo ed il secondo ed il Terzo Stato. Un giorno noi vivremo nell'uguaglianza…tutti gli uomini nascono uguali!".
Parole forti ed eloquio intenso ed uno scrosciare di applausi s'erano sciolti in un moto esultante…
"Bernard…".
André l'aveva riconosciuto mentre parlava alla folla…
Tutti gli uomini nascono uguali…
Dio…l'aveva pensato da sempre anche lui e nella realtà l'aveva sperato che non fosse necessario essere nobili per sposare una donna nobile e che non fosse necessario possedere ricchezze e titoli e castelli e carrozze per ascoltare l'incedere di quella donna nella propria vita…
"Bernard!".
André l'aveva chiamato più forte, quasi correndogli dietro mentre l'altro si allontanava con alcuni compagni, al termine del comizio.
I due non si rivedevano dai tempi in cui Bernard si era cimentato nel ruolo di difensore dei poveri, tentando di rubare nelle case dei nobili per restituire poi una parte del maltolto a chi aveva bisogno di cure e di cibo.
Parentesi dolente che aveva portato Oscar sulle tracce dell'uomo, mentre André, fingendosi il Cavaliere Nero, aveva provato l'ebrezza della carriera di ladro, per attirare il vero cavaliere in un tranello.
Ottima idea dall'esito devastante…
André ne aveva riportato conseguenze terribili che avevano segnato il resto della sua vita.
Anzi, probabilmente quelle conseguenze si sarebbero presto trasformate nella fine della sua vita, chiusa nell'oblio della cecità che avrebbe colpito anche l'unico occhio rimasto.
André non ne aveva mai fatto parola con nessuno.
Ciò che aveva fatto l'aveva fatto per Oscar.
Poco gli era importato correre dei rischi, com'era prevedibile.
Non riteneva Bernard responsabile. Non più di quanto non lo fosse stato lui stesso ad arrischiarsi in quella specie di avventura finita davvero male.
Gli intenti di Bernard erano stati nobili.
Su questo aveva puntato André per convincere Oscar a lasciarlo anadare, quando alla fine erano riusciti a catturarlo.
E lei l'aveva ascoltato…
Si era chiesto spesso perché…
Sempre per quei dannati sensi di colpa?
Sempre per lavarsi la coscienza del fatto di aver barattato la sua sete di giustizia con la vista del suo più fedele servitore?
Ora Oscar sapeva la verità…
Sapeva perché André si era offerto di aiutarla.
Non c'era bisogno di sapere altro.
André si era stupito di incontrare Bernard…
Ma ancora di più era rimasto stupito quando l'uomo l'aveva accompagnato a casa sua e lì aveva avuto modo d'incontare un'altra persona già conosciuta in passato.
"Rosalie?".
André s'era stupito nel riconoscere la giovane che era stata ospite per diversi anni a casa Jarjayes, accolta da Oscar, dopo essere rimasta orfana.
L'eco di tempi lontani, tutto sommato sereni e leggeri, si era animata nello sguardo di André, quando Rosalie gli aveva chiesto di Oscar e lui le aveva confermato che lei stava bene e che adesso era al comando dei Soldati della Guardia…
Rosalie si era commossa al pensiero di Oscar, al pensiero che quel tempo passato non c'era più e che adesso tutto era cambiato, lontano, ma non dissolto, solo rinchiuso nel cuore…
"Non preoccuparti. Ti assicuro che niente e nessuno è cambiato…" – aveva proseguito André.
In cuor suo si era detto che davvero era così.
In fondo nulla era cambiato…
Ma davvero l'eco di un ricordo più vicino e nitido aveva sospinto la mente, richiamandolo all'idea che…
"Giusto. Niente e nessuno è ancora cambiato!" – aveva proseguito Bernard – "Ma presto cambierà tutto!"
"Cosa?".
André era sussultato a quelle parole.
Ovviamente Bernard si riferiva ad altro…
Ma la strana assonanza con i propri pensieri aveva lasciato André come stranito.
Rosalie si era scusata perché doveva andare al lavoro e gli aveva chiesto di salutare Oscar.
"Lo farò…dobbiamo tornare ad incontrarci…un giorno…" – le aveva risposto André sovrappensiero.
E di nuovo il dubbio d'addentrarsi in un futuro impossibile.
Bernard gli aveva allora spiegato che adesso era accanto a Robespierre e che anche Rosalie li aiutava.
I delegati delle regioni francesi vincitori delle competizioni elettorali stavano piano piano confluendo verso Parigi, riunendosi alle volte in gruppi per parlare delle proposte che sarebbero state avanzate agli Stati Generali…
Molti di loro erano nobili che si erano fatti eleggere tra le file del popolo e questo la diceva lunga sui reali motivi che spingevano queste persone ad affrontare la sfida del nuovo corso polirico che avrebbe toccato la Francia e con essa la monarchia francese.
"Sembrate felici…" – aveva concluso André con aria sofferente – "Davvero…".
"Andrè, perché non ti unisci a noi? Sono convinto che nemmeno tu sia dalla parte dei privilegi dei nobili…".
Una richiesta appassionata…
"Davvero buono questo caffè…" – aveva risposto lui come non avesse ascoltato il senso del discorso di Bernard – "Fatto con amore…".
Una vita semplice, una casa povera, due persone che osservavano il futuro, che ci lavoravano dentro quasi, per costruire una nuova vita per sé e per altri…
Non aveva detto altro.
Non aveva senso per lui parlare o esprimersi su altro.
"Perché sei venuto a sentire il mio discorso?" – gli aveva chiesto allora Bernard per sollecitarlo quasi a guardarsi dentro e per fargli comprendere la sua stessa contraddizione.
"Avevo del tempo libero…" – aveva risposto laconicamente André mentre osservava la neve fuori scendere a grandi falde e ragionando sul fatto che Alain aveva proprio ragione.
Quel dannato inverno non voleva proprio andarsene…
Era ancora inverno e faceva freddo.
Dentro e fuori…
Il mio destino è un altro Bernard…- si era poi detto André – Il mio destino è un altro…
"Gli Stati Generali apriranno finalmente le porte di questo paese a grandi cambiamenti…" – aveva proseguito Bernard – "Vedrai…riusciremo a salvare la Francia…".
"Sì…".
I passi procedettero spediti.
André affondò ancora di più nel mantello, per ripararsi da un'insidiosa folata di vento, e nel suo cuore sperò ed implorò che quella fosse una delle ultime dell'inverno.
Persino del gelo era veramente esausto…
La visione di Notre Dame gli aveva riportato alla mente il giorno della Messa solenne in onore del Principe Jurovsky.
Di nuovo l'immagine di lei, di Oscar…
Non ci aveva più parlato e questo davvero lo dilaniava…
Lui doveva sapere perché e nel fondo del cuore si dava del vigliacco per non averla più cercata, per non aver più trovato il modo di averla di fronte e chiedere perché…
Dio, perché sei venuta quella notte?
Quanto vorrei che…
Vorrei che tu…
Andrè non sapeva che senso dare a quel gesto…
Non sapere equivaleva ad avere il dubbio che fosse davvero così come lui sperava…
Non sapere poteva riempirsi di ogni gradazione della speranza…
Come pure del nulla che si celava dietro di essa.
Ecco perché André doveva parlare ad Oscar.
Non poteva lasciare che la loro vita scorresse via così, tra le dita, come la sabbia del mare…
Doveva saperlo perché lei era venuta nella sua stanza, quella sera, a Saint Petersbourg…
Le parole di Alain…
Tornerà il nostro comandante?
Lo voleva sapere anche lui se Oscar sarebbe tornata.
Doveva saperlo o sarebbe davvero impazzito…
Ma non c'era nulla da fare.
Ovunque guardasse, André non poteva fare a meno di pensare che anche la vita di Oscar avrebbe potuto rischiare di concludersi in qualche vicolo fetido e scuro di quella maledetta città.
Perché allora non cedere all'idea che davvero lei lasciasse quella vita infernale e tornasse ad essere semplicemente la Contessa Jarjayes e magari sposasse il Maggiore Girodel che sembrava sinceramente innamorato di lei…
Era raro che un nobile chiedesse la mano di una donna per quel motivo, e non per altre questioni che fossero un patrimonio da salvare o figli da mettere al mondo per proseguire il casato e tenere riuniti i titoli nobiliari che gli sposi portavano in dote.
Forse era così allora che André avrebbe potuto continuare ad amare Oscar.
Facendo in modo che lei uscisse dalla sua vita, quella vita che giorno dopo giorno diventava sempre più cruda e pericolosa ed infida.
Doveva saperlo se lei avrebbe ceduto a quella proposta e se davvero lui doveva lasciarla andare, combattuto tra il bene di lei ed il bene per lei…
André chiuse gli occhi.
Proprio non voleva arrivare neppure ad immaginare cosa sarebbe potuto accadere se lei, nobile, al contrario, fosse stata costretta a combattere contro la gente del popolo e rischiare così di essere presa di mira, come appunto già era accaduto, e solo perché lei apparteneva all'aristocrazia e per giunta era una donna…
Che avrebbe fatto lei se si fosse trovata di fronte ad una simile scelta?
Per quanto André volesse scacciare quel pensiero dalla testa, quel pensiero era lì, fisso, granitico, micidiale.
Lui era certo che lei non avrebbe mai ceduto all'arroganza della classe sociale a cui apparteneva. Già l'aveva fatto intendere, in passato, di non essere d'accordo con l'indolenza dei governanti francesi, ma di fatto, se avesse seguito questo pensiero…
Lei si sarebbe trovata a scegliere di schierarsi contro la propria famiglia, contro la classe nobile a cui apparteneva.
E allora sarebbe stata la fine.
Lei non doveva trovarsi in mezzo.
"Come stai?".
Andrè si sedette accanto a Diane.
Non cercò di attirare più di tanto la sua attenzione.
Voleva solo starle accanto e farle comprendere che quella scelta non era di abbandono.
L'altra continuò ad osservare fuori dalla finestra, come se nemmeno l'avesse sentito entrare.
Lui si decise a prenderle la mano.
André la percepì fredda e forse più magra dell'ultima volta in cui l'aveva stretta.
Alla fin Diane si voltò e lui s'accorse che lei era cambiata e che stava appassendo come una piccola rosa che forse aveva scelto il tempo sbagliato per sbocciare…
Troppo sole, poca acqua e poi il vento della tempesta avevano lasciato segni profondi sul viso e gli occhi di un tempo lucenti e curiosi e chiari erano come spenti, lontani, immersi in una coltre di rassegnazione.
Pareva che Diane stesse iniziando a comprendere cosa accadeva intorno a lei e André si chiese se fosse stato un bene e se fosse stato davvero meglio che lei rinsavisse e aprisse gli occhi per ritrovarsi in quel posto dimenticato da Dio.
Figure evanescenti camminavano intorno, strascinando i piedi da sole o accompagnate, gli sguardi erano spenti e fissi, e ogni tanto un grido di disperazione, un lamento di rabbia per quella prigionia infinita si levava da qualche angolo di quello strano giardino, ricolmo di piante malcoltivate che ne avevano invaso gli angoli…
Un mondo racchiuso dentro mura spesse ed alte ed impossibili da scavalcare.
L'oppressione vagava tetra, impressa nelle mani nodose e scarne degli ospiti, nelle vesti un tempo bianche poi divenute sudicie, pregne di odori indescrivibili che si mescolavano a quello dell'acqua fetida delle pozzanghere e a quello di escrementi raccolti alla meno peggio…
I corpi racchiudevano anime abbandonate a sé stesse senza che nessuno si prendesse davvero cura di loro, perchè l'unica ragione di quel posto era celare la loro esistenza al mondo.
André si guardò intorno.
Strinse la mano di Diane più forte, quasi stesse per alzarsi e portarla via con sé e al diavolo la sua pazzia.
Lei si riebbe.
Fu allora che André scorse una luce nuova nello sguardo, lucida e pulita…
Lei si avvicinò al viso e le labbra accarezzarono la guancia.
Scivolarono sulle labbra di lui…
E di nuovo a lui parve di assaggiare altre labbra sconosciute ma al tempo stesso già presenti nella memoria.
Si scostò ed afferrò le mani di Diane.
Una nuova scossa lieve…
Lei gli sorrise…
"Come sta mademoiselle?" – chiese come se nulla fosse.
André ebbe un tremito. Dal profondo della coscienza riemerse il contatto fugace ed intenso, le labbra di lei che scivolavano sulla cicatrice, imprimendo il calore della lingua, mescolato all'odore della pelle tiepida e vicina. Rimase a fissare gli occhi di Diane e quasi si diede del pazzo leggendo in essi altri occhi, altro sguardo…
"Diane…perché?" – ebbe solo la forza di chiedere.
Non riusciva a comprendere…
"Non hai risposto alla mia domanda…mademoiselle sta bene? Sono stata davvero insensata a scagliarmi contro di lei…siamo state così vicine…e lei ha sempre pensato al mio bene…sì…".
Oscar non aveva raccontato che pochi particolari dei mesi trascorsi a Saint Petersbourg…
Diane forse poteva saperne qualcosa di più.
"Che cosa è accaduto?" – chiese André.
Diane sorrise a sua volta piano stringendogli la mano.
"Lei aveva paura, come ne avevo io quando ancora non conoscevo me stessa…" – riprese.
Le parole erano sibilline…
L'accenno non si riferiva alla paura di perdere qualcuno…
"Diane…".
"L'ho sentita…sì…io l'ho sentita…".
André era lì, quasi estasiato e stranito da quella sorta di viaggio a ritroso, dentro una terra sconosciuta che non era fatta di lande desolate e ghiacciate.
O magari forse lo era, ma esse erano racchiuse dentro una persona…
"Stai parlando di lei, di Oscar?".
Diane chiuse gli occhi e prese ad ondeggiare…
"Poiché van dicendo: abbiamo lingua gagliarda, sappiam parlare, chi è il nostro padrone? Chi è?
Chi è il vostro padrone? E tu André…cosa saresti disposto a fare per…".
Il senso di smarrimento si acuì ancora di più.
Sentirsi responsabile per una persona e non poter far nulla per aiutarla…
André la conosceva molto bene quella sensazione.
Ci era passato talmente tante volte nella sua vita che non le contava più…
Osservò di nuovo la mano di Diane…
Non era più bianca e lieve come un tempo, ma adesso le dita parevano muoversi come in preda ad una frenesia sconosciuta e lei le strisciava dentro la mano di lui, come per insinuarsi in lui…
"Portami via da qui" – mormorò lei all'orecchio di André.
Un sussurro, una richiesta disperata…
Lui tirò un respiro più fondo.
"Vedrai che tutto andrà per il meglio" – si limitò a chiosare André, laconicamente…
Diane gli puntò addosso uno sguardo severo. Gli occhi s'illuminarono e per un istante davvero André pensò che lei lo avesse riconosciuto e avesse riconosciuto sé stessa e ciò che erano stati.
Gli si fece più vicino ancora e gli mise di nuovo una mano sulla guancia.
André ascoltò, di nuovo, il lento incedere della pelle asciutta e morbida.
Istintivamente, senza nemmeno sapere perché s'immerse nell'odore del palmo, com'era accaduto il giorno in cui aveva lasciato Diane lì, nell'inferno di Bicêtre.
Lo riconobbe, nella mente…
Non c'era Diane lì, con lui.
Non era Diane quella accanto a lui…
"Tu mi vuoi bene?".
André si trovò spiazzato dalla domanda ma comprese che non aveva senso indagarla con la logica o la ragionevolezza. L'eloqio era tornato ad essere farneticante…
Si limitò a dirle la verità.
Certo che le voleva bene.
All'inizio, davvero aveva pensato che fosse come volerne ad un bambino indifeso, ad una creatura che è incappata in un gioco più grande di sé e ne è rimasta avviluppata fino a soffocare.
Perdendo la ragione ed il senso di sé.
Ma gli pareva davvero che non fosse Diane quella che si trovava lì adesso…
"Certo…".
No…
André uscì da Bicêtre e prese quasi a correre giù per la discesa che lo ricondusse nei meandri della periferia di Parigi.
Non aveva più fiato e gli pareva d'essere arrivato in fondo ad ogni grado di sopportazione…
Doveva parlare con Oscar.
Vederla per lo meno, sentire di lei e del suo essere anche se non sapeva nemmeno se fosse ancora a Versailles…
Il suo viaggio fu vano…
Madame Glacè accolse il nipote con entusiasmo e lui si lasciò viziare, cullandosi ai profumi della cucina ed alle pietanze che la donna gli preparò apposta per lui.
Ma si mantenne saldo mentre cenava insieme a lei e sentiva che sua nonna era sulle spine.
La donna non aveva fatto alcun accenno ad Oscar e lei pareva non essere lì.
André voleva solo vederla…
Solo quello.
La casa era desolatamente vuota.
Il Generale Jarjayes era con le sue truppe, impegnato in chissà quale esercitazione. Madame Jarjayes era come sempre al seguito della regina…
"Nonna…Oscar…".
Nanny sulle prime non rispose.
"Te l'ho detto…mademoiselle non è stata bene…adesso è a Versailles…".
Nanny si voltò, lo sguardo tristemente calato su quello del nipote, nell'intento di consolarsi alla sua vista, dato che quella casa ormai era sempre più spesso deserta da quando André si era arruolato e Oscar passava gran parte del tempo a Parigi.
Lo sguardo di nanny s'illuminò all'improvviso.
"Ma forse qualcosa cambierà presto!" – trillò forzatamente.
"Che intendi dire?".
Fuori aveva iniziato a piovere a dirotto e nanny si era interotta per correre a chiudere alcune finestre.
"Nonna…cosa volevi dire?" – chiese di nuovo André seguendola nell'altra stanza.
"Mademoiselle è al cospetto della regina adesso. Sua Maestà ha chiesto di vederla per accertarsi che stesse bene…".
"Nonna!".
André si parò davanti all'anziana…
Lo sguardo interrogativo e teso al tempo stesso.
Che voleva dire sua nonna con quello strano discorso sospeso?
"Io spero che la mia bambina accetterà la proposta di matrimonio del Maggiore Girodel…" – balbettò nanny, la voce tesa ed implacabile, ma solo perché non aveva senso girarci tanto attorno a quella notizia e tanto valeva esporla in tutta la sua subdola crudeltà.
Da un lato nanny era felice, dall'altro non sapeva come avrebbe reagito suo nipote.
Nanny aveva fatto finta di non vedere, in tutti quegli anni, cosa accadeva al cuore di André, ma dubitava che quel cuore fosse così distante da quello della figlia del suo padrone.
E nanny aveva tremato all'idea che prima o poi tra loro si sarebbe consumato il distacco, uno strappo inevitabile per l'anziana donna che pure non concepiva che un servo potesse anche solo avvicinarsi con il pensiero ad un qualsiasi sentimento per una donna nobile che non fosse di mera devozione familiare.
Non era difficile immaginare che la vita di André, silenziosa e solitaria, fosse stata dedicata ad Oscar e non solo per quella sorta di devozione.
"No…" – balbettò André scostandosi – "Lei non può…".
"André!" – intervenne nanny decisa – "Non voglio neppure sentirti fiatare su questo argomento. E' bene che mademoiselle segua le richieste di suo padre. E' sempre stato così…tu ora sei un soldato e le vicende di questa famiglia non devono più interessarti…".
André indietreggiò colpito da quel feroce rimprovero.
Sua nonna la pensava così e…
Non riuscì più a proseguire. Si scusò con lei e uscì dalla cucina.
Non aveva senso discutere di quell'argomento men che meno con sua nonna di cui André conosceva l'innata abnegazione verso la famiglia del generale.
Non aveva senso e André s'immerse di nuovo in lei, rifugiandosi nel fugace contatto che lei gli aveva concesso.
Oscar non era solo "la figlia del padrone".
Un discorso inaccettabile e doloroso che il nipote non voleva costringere la nonna ad affrontare.
Ma in qualche modo quella rabba andava sfogata, andava incanalata da qualche parte, dal momento che essa non si acquietava, ma pulsava nelle vene e gonfiva il respiro e colmava la gola di un furioso grido soffocato…
I passi veloci e sicuri nel buio dei corridoi conosciuti non lo condussero nella sua stanza.
Decise di salire lo scalone e si diresse di sopra.
Lo sguardo piantato davanti alla porta della sua stanza…
Non bussò e l'aprì, chiudendosi l'anta alle spalle e ritrovandosi al buio, al freddo, mentre tutt'intorno si schiariva l'alone dell'unica candela accesa sulla mensola del camino spento, a vincere la notte posando la poca luce sul fortepiano nella piccola anticamera.
L'altra stanza era ancora più buia, le tende del baldacchino tirate, le coperte ripiegate con cura, anch'esse ordinatamente e dannatamente fredde…
Il respiro mordeva e così i muscoli contratti al pensiero di quella stanza vuota.
E peggio ancora al pensiero che quella stanza forse sarebbe rimasta vuota per sempre.
Si gettò sul letto.
Saint Antoine mordeva…
Il corpo di lei, accanto a sé, abbandonato e teso…
Se si fosse voltato e avesse aperto gli occhi…
E poi Saint Petersbourg.
L'abbraccio ch'era corso lungo la schiena, le dita sottili che si erano appropriate delle labbra, mentre le accarezzavano…
L'aveva sentita tremare, di paura, di vergogna, di desiderio…
Dove sei?
Gli parve di percepire tra le lenzuola, seppure fresche di bucato, l'odore di lei, il sentore raccolto ed unico della sua pelle, lambita dallo sguardo, accarezzata appena nel fugace incontro di Saint Petersbourg e subito dispersa nell'oblio della rassegnazione e del dubbio e della paura.
Si distese e si spinse un po' più su e chiuse gli occhi André.
Tentò di riportare alla memoria qualche ricordo, sbiadito eppure pungente…
Le tue mani…
La mente corse a lei, come sempre ed alle sue mani, e adesso André rammentava il corpo esile e leggero di lei, trascinato via, la sera di un anno prima, da lui stesso, come fosse stato un fuscello, come lui avesse voluto piegarla a sé per annientare la sua arroganza, la sua cecità di fronte ad un amore senza scampo…
Le tue mani…
Le dita si chiusero, chiudendo quasi le mani di lei ed afferrando la coperta e trascinandola via come se lei fosse stata lì, lì sotto, nascosta nell'alore freddo della solitudine mai sconfitta.
Le tempie battevano, il respiro correva, i muscoli s'irrigidivano e la sensazione di una battaglia perduta per sempre s'insinuò livida nelle lacrime che scesero silenziose e furiose, mentre il sangue si animava e di nuovo il corpo di lei s'imprimeva nel suo, sollevando la carne e scivolando sulla maledizione della sua vita.
Le tue mani…
S'immaginò di nuovo lambito dall'accenno lieve e un poco tiepido delle mani di lei, dalla pelle, dai seni morbidi e dolci, sfiorati appena e desti in una reazione di pudore e desiderio…
Le tue mani addosso…
S'immaginò le mani di lei insicure ed impazienti nel toccarlo e nell'insinuarsi nella carne, nell'incavo del collo e poi sui muscoli del ventre, ansiosi di scorrere, divenendo poi avide, mentre il respiro di lei si confondeva con il proprio.
S'immaginò d'ascoltare lei, Oscar, raggiungerlo, nell'ombra della sua mente, nella disperazione di una richiesta senza scampo, nell'abbraccio unico che si era permesso di dare e concedersi adesso che, solo, lentamente, scivolava su sé stesso, cercando lei, cercando il suo respiro su di sé e cogliendo quel lieve balzo che animava ed inturgidiva i muscoli.
Nel groviglio dei pensieri s'immaginò lei, l'aroma sciolto nel respiro veloce, l'umida consistenza del velluto puro e limpido della gola, il cereo pallore del viso, l'incanto acuto delle labbra appena sfiorate e poi morse…
E la gola si schiuse nel respiro fondo e roco e le dita sfiorarono quel corpo agognato ed immaginato e con esso il proprio ed il silenzio si aprì per lasciar scorrere un grido di passione e di dolore, una richiesta di aiuto, un amplesso soffocato che si nutrì delle mani di lei che a poco a poco si sciolsero sopra di lui, solo nel ricordo, eppure richiamanto e vivo ed intensamente strappato all'oblio…
Le tue mani…
Consistenza pallida ed insistente e calma e odorosa di buono e di sé stesso dentro la sua vita…
Sussurro imbastito di occhi scuri ed impetuosi e poi di nuovo aperti e chiari…
Fremito assoluto che toglie respiro e coscienza, senza placare il desiderio, senza poterlo annientare…
Non c'era lei…
Non c'erano le sue mani.
C'erano solo freddi tessuti di lieve profumo…
C'erano solo muscoli tesi e condotti allo spasmo mentre il calore si scioglieva e sgorgava salato e pungente mescolato alle lacrime della follia e dell'abbandono…
Tremore leggero…
Oblio dei sensi…
Le tue mani…
Nel salottino privato della Regina Maria Antonietta fervevano i preparativi per la cena della sovrana.
Un incontro riservato a pochi ospiti…
L'accenno alla presenza di altre persone fece sussultare Oscar, quando le venne comunicato che Maria Antonietta avrebbe tardato solo fino all'arrivo di un altro ospite.
Pensava sarebbe stata sola con la regina…
I pochi ospiti erano dunque lei e chi altri?
Oscar se l'immaginò e quasi i sensi cedettero all'impulso di andarsene lì, in piena notte, adducendo…
Cosa?
Cosa poteva addurre di così importante da declinare il gentile invito di Maria Antonietta, la Regina di Francia?
Non c'era nulla che in quel momento richiedesse la sua presenza.
Non c'era nessuno che l'attendeva.
Oscar fremeva nella piccola stanza che le era stato consentito di occupare, lassù, all'ultimo piano della reggia.
Locali piccoli e confortevoli, arredati in maniera sfarzosa seppure raccolta, di solito utilizzati dai dignitari di corte o dai maggiordomi personali del re e della regina, durante le soste dagli impegni che costantemente li vedevano al fianco dei sovrani.
L'assurdo viaggio era stato scandagliato dai ministri del re così come imponeva la ragion di Stato.
I dettagli, quelli dolorosi ed intimi, erano rimasti al sicuro, segretamente custoditi tra le dita che adesso si agitavano nervosamente, al pensiero di ciò che era accaduto…
Di ciò che lei aveva scelto di concedere di sé stessa e nemmeno perché sapeva l'avesse fatto.
Le parole riemersero sulle labbra…
Ti amo…
Ecco perché.
Ma, dannazione, quell'amore aveva il sentore del corpo di André, della sua pelle, di quella cicatrice sconosciuta e lambita appena…
Il ventre si contrasse ed una debole scossa la costrinse ad alzarsi mentre il seguito di quell'abbraccio l'avvolgeva di nuovo e Oscar fu costretta a chiudere gli occhi e ad avvicinarsi alla finestra, ascoltando il tiepido scorrere dell'aria tra le fessure, annusando i contorni di quel bacio che l'aveva presa ed in essa lei era affondata…
Senza respiro s'era ritrovata in lui.
Quell'amore era così fulgido ed oscuro al tempo stesso.
Fatto di memorie e di ricordi e di tempo mai vissuto e di quello perduto…
Il tempo di soccorrere lei era forse costato la vita della piccola Mimose.
Oscar non ne aveva certezza e quando anche ne avesse avuta sapeva che quell'evento sarebbe rimasto per sempre inciso sulla carne, proprio come la cicatrice sulla spalla di André.
Di nuovo lei era stata la causa, indiretta ed involontaria, di una vita spezzata.
Nonostante tutto, rivederlo, rivedere André si mostrava unico pensiero ormai, il solo a destare i sensi, insistente e tanto pungente, quanto calmo…
Incomprensibile per lei che non aveva mai ceduto a simili declinazioni del sentire e del desiderare e del volere.
Quell'intenso fuoco si era fatto strada a poco a poco nel corso dei mesi, da quando aveva lasciato la Guardia Reale, da quando il corpo di André era rimasto impresso sul suo, come un marchio che non si era più staccato dalla pelle, nonostante i suoi immensi sforzi di tenere quella sensazione lontana da sé.
Non c'era stato nulla fare e adesso lei si sentiva vile e si sentiva terribilmente manchevole per aver ceduto ai propri sensi ed aver concesso sé stessa a quell'abbraccio…
Il tempo preteso per sé era valso a perdere un'altra vita…
Oscar si alzò iniziando a torturare la stoffa della giacca.
Non aveva più indossato l'uniforme da quando era tornata a Parigi…
Era di questo che avrebbe voluto parlare con la regina.
Era per questo che aveva accettato di andare a Versailles.
E adesso era venuto fuori che un'altra persona avrebbe dovuto raggiungerli, così aveva annunciato il messo della regina.
Oscar cedette e si vestì in fretta e furia e sgusciò fuori dalla stanza prima del tempo.
Non era da lei attendere gli eventi…
Aveva deciso di tornare a dare retta al suo instinto…
Ed in effetti il suo istinto le fu di grande aiuto perché nello scendere velocemente la scaletta di legno che portava al piano sottostante da cui poi si accedeva alle camere delle dame di compagnia e poi ancora più sotto al piano nobile dove si trovavano gli appartamenti del re e della regina, s'imbatte in un personaggio conosciuto ed affabile che dopo averla riconosciuta le sorrise, felice di ritrovarla a Versailles dopo tanto tempo.
"Comandante Jarjayes!" – esclamò l'uomo che saliva le scale in fretta e furia.
"Monsieur La Rochefoucauld!".
Oscar si fermò all'istante.
Quello che aveva di fronte era un dignitario di corte molto vicino a Re Luigi XVI, ma era anche un medico.
La sua presenza a corte, per quanto ad Oscar facesse piacere rivedere l'uomo, non era un buon segno.
"Mademoiselle…" – l'uomo fece un inchino e poi sollevò lo sguardo verso di lei.
"Monsieur…è da tanto tempo che non ci vediamo…".
Oscar era dubbiosa. La presenza dell'altro poteva avere una sola ragione…
"Mademoiselle…mi fa piacere vedere che state bene. Quando a Versailles si era sparsa la voce che di voi non si avevano più notizie ho davvero pensato che vi fosse accaduto qualcosa di grave…ma vedo che…oh…".
"Monsier La Rochefoucault…è successo qualcosa?".
L'uomo abbassò lo sguardo.
"Stavo venendo appunto ad avvertirvi…Sua Altezza il Delfino si è sentito poco bene e la regina ha deciso di restare con lui. Non potrà partecipare alla cena con voi e quindi mi ha pregato si scusarla ma…".
Oscar sentì il sangue gelarsi nelle vene.
Di nuovo la sensazione d'impotenza e di buio e di vuoto che si apriva davanti a lei e pareva inghottirla lasciandola senza respiro, senza forze, senza alcun pensiero.
Il destino di un altro bambino era di nuovo nelle mani di Atropo…
"Come sta il principe?".
La Rochefoucault scosse la testa senza dire altro. Il verdetto era chiaro…
"Io ho compiuto diversi studi sulle malattie dei bambini…ho persino tentato di evitare che si ammalassero iniziando a somministrare loro dei medicinali che li aiutassero a combatterle…ma quella del povero Delfino…persino io sono impotente…".
L'uomo si portò una mano al viso…
"Avrei voluto tanto aiutarlo…la nostra regina è davvero in pena per lui ed è uno strazio vedere una madre che piange per il proprio figlio…".
Oscar deglutì a fatica.
Tutta la rabbia che l'aveva spinta ad uscire dalla stanza per affrontare Sua Maestà la Regina Maria Antonietta e chiederle fermamente di non insistere più nella richiesta della donna di indurla a lasciare l'uniforme e di permettere al Maggiore Girodel – Oscar l'aveva compreso che era lui l'ospite che stavano attendendo – di frequentarla e di accettare la proposta di matrimonio dell'uomo, si smorzò di colpo per tramutarsi in una sorta di terrore cupo per quella sentenza di morte annunciata che si piantò lì, sul cuore.
Oscar vacillò un poco e l'unico pensiero dirompente fu di nuovo quello…
Rivedere André.
Sentì di volersi aggrappare a lui, non come una donna si aggrappa ad un uomo per nutrirsi della sua forza o del suo coraggio, non come una persona che si sente in colpa e si aggrappa a colui che si è sentito tradito per consolarlo e sollevarlo dal senso di tradimento…
Oscar voleva Andrè.
Perché…
Il respiro si sollevò lieve, poi sempre più intenso.
"Sua Maestà ritiene che possiate comunque cenare con…" – proseguì La Rochefoucault.
"Con il Maggiore Girodel?" – lo prevenne lei.
L'uomo si stupì dell'intuizione.
Per quel che gli constava la presenza del Maggiore Girodel era stata celata, su richiesta della regina, a tutti i servitori e lui era il solo, assieme ovviamente alla sovrana, a conoscere della presenza dell'ufficiale.
"Sì certo" – si affrettò a confermare il dignitario – "Ma voi ne eravate al corrente?".
L'uomo estrasse un fazzoletto e iniziò ad asciugarsi la fronte. Temeva che le disposizioni della regina fossero state disattese da qualche membro della servitù e questo non era affatto un bene per un uomo che vantava fedeltà assoluta ai voleri dei sovrani, anche quelli più bizzarri e senza apparente senso logico.
"Non temete monsieur…l'ho immaginato…".
"Ma allora…a voi non dispiacerà…".
L'uomo tentò di proseguire, ma si avvide che Oscar aveva ripreso a scendere le scale.
"Oh…mademoiselle…il maggiore è atteso a momenti…".
La Rochefoucault stava intuendo il dissenso sempre più evidente che la sua ospite non si preoccupava di nascondere e questo la diceva lunga sull'insofferenza di Oscar per quella specie di "incontro" combinato, così simile a quello che aveva preceduto il suo viaggio in Russia.
Questa volta gli eventi non sarebbero precipitati e lei non si sarebbe ritrovata di fronte alle insistenze di Girodel che pure non detestava ma che non avrebbe saputo come respingere.
"Vorrei vedere Sua Maestà solo pochi istanti!" – disse Oscar e nella voce il tono di un ordine e non di un semplice desiderio.
"Ma…vi ho detto che Sua Maestà…".
"Monsieur La Rochefoucault non temete. Non disturberò la regina…desidero solo riferirle di una questione in privato…".
Ogni più integerrima e severa regola del cerimoniale venne fatta a pezzi negli istanti che seguirono. Oscar si diresse decisa verso le stanze del Delfino e dopo aver semplicemente bussato entrò, senza attendere risposta…
Se fossero stati altri a compiere quel gesto probabilmente sarebbero stati arrestati seduta stante.
Due guardie accorsero allo schiocco del chiavistello non previsto, ma la riconobbero e istintivamente si misero sull'attenti, nonostante Oscar non fosse in uniforme e neppure fosse ormai da tempo il loro superiore.
"Riposo… devo vedere Sua Maestà con urgenza…".
"Oscar…".
La voce di Maria Antonietta la raggiunse dall'altra stanza.
Oscar si trovò di fronte a sè la regina e s'inchinò scusandosi nuovamente per quella intrusione poco appropriata.
"Oh…Oscar… perdonatemi…ma Joseph non sta bene…".
"Volevo chiedere come sta il principe…" – rispose lei diretta.
Sollevò lo sguardo verso la sovrana.
Oscar sapeva da tempo della malattia del principe e adesso poteva leggere sul volto di Maria Antonietta tutta la disperazione e la distruzione di una fine imminente.
"Non dovete preoccuparvi maestà. Dovete pensare al delfino adesso e alla sua salute. Io pregherò per lui…".
"Oscar…sì…sono felice che abbiate preso questa iniziativa. Mi ero scordata che voi avete un grande intuito…".
Il lamento del bambino raggiunse la stanza dove si trovavano le due donne.
"Oscar…vi prego…vorreste salutare Joseph? A lui farebbe piacere vedervi. Ha chiesto spesso di voi…".
Oscan annuì.
Ma nonostante si fosse sempre dimostrata forte, al limite dell'insensibilità, ora le gambe cominciavano a cedere perché ciò che si manifestava di fronte era la visione della fine, insinuata nel viso cereo del piccolo Joseph, nei suoi occhi azzurri tristi eppure vivi, nel gesto di quella stretta sincera per quanto debole che lui le riservò quando lei allungò la mano e strinse a sua volta quella del bambino.
"Sono felice di vedervi…".
Gli occhi del delfino s'illuminarono.
"Principe…l'onore è mio…".
Oscar s'immerse nello sguardo pieno e sofferente di Joseph…
Erano così simili gli sguardi dei bambini che attraversano la soffarenza. Per loro essa non ha un nome, non ha una dimensione, ma permea ogni parte di sè e si riflette nello sguardo ed è mitigata solo dal desiderio di vivere…
La mano del bambino strinse ancora di più la sua.
Era piccola e magra, proprio come quella di Mimose…
"Mi racconterete dove siete stata?" – chiese il bambino seppure faticava a respirare.
"Ve lo prometto…appena starete meglio verrò a trovarvi e faremo una bella passeggiata a cavallo…".
"Sì…sapete che poco tempo fa mio padre mi ha permesso di cavalcare…e non un pony!".
"Siete davvero bravo…".
Oscar sentì che non sarebbe riuscita a proseguire oltre. Sforzarsi di parlare di un futuro che non era certo, anzi che forse non ci sarebbe mai stato, andava oltre le sue capacità. Davvero non avrebbe mai pensato di dover vivere un momento simile…
André…
Per vent'anni ho vissuto con te e ho provato dell'affetto per te, solo per te…
Io ti amo Oscar…
Credo di averti sempre amato.
E lei era riuscita in un solo istante a portargli via tutto.
Il suo amore vissuto in silenzio nel passato e poi il futuro, per quanto incerto…
Lasciarlo libero era equivalso a togliergli tutto e soprattutto a lasciarlo senza un appiglio, senza quella parte di sé che era lei.
Perché adesso anche Oscar sapeva che André era una parte di sé stessa…
Ed iniziava a comprendere che senza quella parte, di lei non sarebbe rimasto poco più di nulla e la vita non avrebbe più continuato a scorrere, interrompendosi, nonostante la vita stessa.
Essere parte di qualcuno…
"Allora vi rivedrò?" – chiese il Principe Joseph con un filo di voce.
"Certo…".
Ecco cosa aveva fatto Oscar.
Aveva tolto tutto ad André e davvero in quel momento si chiese come aveva fatto lui a sopravvivere per tutti quegli anni e come aveva fatto a sopravvivere dopo che lei lo aveva respinto e lo aveva allontanato da sé.
Forse ciò che sarebbe accaduto a lei quando avesse compreso di amarlo e che neppure amarlo sarebbe bastato…
Un amore troppo oscuro…
"Oscar, vi ringrazio…vi prego restate ancora…restate se desiderate…" – mormorò la regina asciugandosi le lacrime.
"No"- rispose seccamente Oscar – "Non lo desidero…".
Maria Antonietta sollevò lo sguardo spiazzata da quella risposta un po' rude, anche se la donna sapeva bene che Oscar non si sarebbe piegata al volere di nessuno, né per pietà, né perché in quel volere ci fosse il suo bene, il suo futuro, la sua incolumità.
"Oscar…io non ho dimenticato il nostro colloquio al Trianon".
La voce di Maria Antonietta si fece più dura, insolitamente severa.
Oscar intuì che la regina aveva paura, paura di perdere il figlio, paura di perdere le persone a lei più care…
"Nemmeno io Vostra Maestà. Ed era per questo che volevo vedervi. Io resterò sempre al vostro fianco e lo farò perché desidero farlo. Non desidero intraprendere altro tipo di vita e non desidero sposare nessuno men che meno il Maggiore Girodel…".
La franchezza di Oscar parve quasi mandare in frantumi la già fragile fisionomia della regina.
La donna indietreggiò e il suo respiro rallentò come per radunare le forze e controbattere quel discorso così diretto e senza possibilità alcuna di essere contestato.
"Ma con tutto quello che è accaduto?" – chiese Maria Antonietta in tono più dolce, insinuando che ciò che lei chiedeva era solo sottrarre l'amica ad un destino incerto…
"Ciò che è accaduto mi ha consentito di comprendere meglio cosa sia la mia vita e quali siano i miei intenti. Uno di questi è servirvi al meglio…anche nelle strade di Parigi, anche comandando soldati che all'apparenza possono sembrare rudi e senza disciplina. Forse lo sono davvero ma non credo che potrei mai sottrarmi a questa sfida…a questa vita…e sposandomi accadrebbe di certo. Apprezzo il vostro desiderio di sapermi al sicuro…ma non così…".
Maria Antoniettà tentò d'incalzarla.
"Il Maggiore Girodel vi stima molto…".
Parole di circostanza per confermare che quella richiesta di matrimonio, dettata da un sentimento di affetto reale e non solo calcolato o indotto da ragioni di stato, era un bene davvero prezioso e da non sottovalutare.
L'esistenza della regina in questo era stata molto meno fortunata di quella di colei che aveva di fronte…
Oscar sarebbe stata scelta per amore…
"La stessa cosa vale per me. Ed è per questo che temo di non poter accettare la sua proposta. Il maggiore è di certo uomo comprensivo ed intelligente…ma credo che sappia che la stima non è sentimento adeguato e, almeno nel mio caso, sufficiente per fondare un matrimonio…" – replicò lei in tono altrettanto dolce ma fermo.
La voce s'incrinò leggermente.
La regina si voltò.
Non aveva più armi contro l'amica. Non l'avrebbe mai costretta…
Oscar proseguì.
"Resterò nella Guardia Metropolitana…lo faccio anche per il Principe Joseph…".
Oscar sorrise debolmente a quell'accenno.
"Cosa?" – chiese la regina senza comprendere il motivo di quel riferimento.
"Il principe ha imparato a conoscermi come un ufficiale…mi sono intrattenuta spesso con lui raccontandogli le difficoltà di questo lavoro ma anche le enormi soddisfazioni che si possono raggiungere quando la disciplina e l'ubbidienza dei soldati si ottengono non con la paura ma con il rispetto…se adesso lasciassi l'uniforme…se adesso mi mostrassi debole di fronte ad un pericolo reale come quello che sta invadendo le strade di Parigi…".
Lo sguardo corse al buio oltre i vetri freddi della finestra.
I giardini erano immersi nell'oscurità, la pioggia scendeva ora più silenziosa appena accennata nel ticchettio amplificato dei rivoli insinuati nelle grondaie e dei pertugi…
Il sentore d'un pensiero fisso di essere parte di qualcuno, finalmente, perché lei aveva intuito chi fosse lei per André…
"Apparirei poco credibile agli occhi del principe e rischierei di fargli credere che lottare non serve a nulla. E lui invece deve combattere…".
La voce s'incrinò, la gola si chiuse…
Era un discorso inutile quello e Oscar lo sapeva bene, ma anche a quello lei tentò di aggrapparsi per sperare che Joseph si potesse salvare e che lei potesse infondergli il coraggio di non arrendersi, anche se il verdetto di morte era già stato emesso.
"Promettetemi che tornerete a trovarlo…" – mormorò la regina in tono rassegnato ma comprensivo.
"Certo…lo farò senz'altro…".
La porta si aprì e Monsieur Françoise La Rochefoucault annunciò che il Maggiore Girodel era arrivato.
Oscar s'inchinò davanti alla regina.
"Saluterò il maggiore e poi tornerò a casa. Domani devo recarmi a Parigi…".
Poche parole, un commiato veloce e Oscar uscì dalla stanza, non concedendo alla regina nemmeno il tempo di replicare.
"Siate prudente amica mia…" – mormorò tra se e se Maria Antonietta.
Lo sguardo del maggiore Girodel incrociò quello di Oscar, poco dopo, mentre lei a grandi passi imboccava lo scalone della Regina, quello che l'avrebbe ricondotta al piano terra…
L'uomo intuì dalla sola velocità dell'altra che Oscar non sarebbe rimasta quella sera e che lui non avrebbe potuto parlarle.
Decise di soprassedere ai convenevoli di quell'incontro che, negli intenti dei due organizzatori, avrebbe dovuto essere del tutto fortuito o comunque non architettato, seppure in maniera alquanto rudimentale…
"Oscar…".
Lei ricambiò il saluto con un sorriso severo proseguendo nell'incedere quasi militaresco per portarsi a debita distanza dall'altro.
"Oscar…aspetta!".
Girodel si voltò nell'istante in cui lei gli passò oltre.
L'afferrò per un braccio per trattenerla e Oscar allora si fermò.
Il respiro più fondo diede a Girodel il senso d'insofferenza per quel gesto…
"Perdonami…stai andando via? Avrei voluto parlarti…la regina mi aveva fatto sapere che saresti stata a cena con lei questa sera e io mi sono permesso di venire…sono stato in pena per te…".
L'uomo scese i pochi gradini che li separavano. Ora la distanza era di nuovo annullata…
"Purtroppo il Principe Joseph non si è sentito bene e Sua Maestà ha deciso di restare con lui. Per cui la mia presenza a corte è del tutto inutile…non immaginavo che saresti venuto…".
Tanto valeva usare lo stesso espediente utilizzato contro di lei…
"Ma potresti restare ugualmente…".
"E' meglio di no. Ho chiarito alcune questioni con Sua Maestà e domani vorrei recarmi a Parigi…".
"Cosa?".
Girodel ebbe un sussulto a quelle parole…
Paris…
Di nuovo Parigi, di nuovo quella dannata città, di nuovo quella maledetta vita che pareva avere un ascendente assurdo sulla donna che lui amava.
"Vuoi dire che tornerai al tuo incarico?" – chiese con tono rassegnato e un poco risentito.
Si pentì subito dell'irruenza della domanda.
Non era imponendo le scelte di altri che lui avrebbe conquistato quella donna…
E Oscar non si lasciò sfuggire di aver intuito il senso d'insofferenza che rivelava quella domanda e quindi pensò bene di confermare all'uomo, una volta per tutte, caso mai fosse stato ancora necessario, il suo pensiero.
"Certamente. Volevo solo comunicarlo a Sua Maestà. Ma non c'è stato il tempo per affrontare altre questioni…la salute del Delfino al momento è ciò che più mi preoccupa e temo che non sarei davvero di compagnia questa sera. Preferisco tornare a casa…".
"Sta diluviando!" – esclamò Girodel mentre restava impietrito sulla scala ed osservava Oscar discendere velocemente i gradini e accennare un consenso di gratitudine al commesso che le porgeva il mantello…
"A presto!" – fu il saluto di lei disperso nel silenzio muto del corridoio…
"Non ti lascerò commettere l'ennesimo errore…non mi hai lasciato parlare…non mi hai lasciato spiegare perché non devi tornare tra quei soldati…" – si disse tra sé e sé Girodel, mentre tirava un respiro più fondo e sprimacciava il mantello grondante di pioggia.
Monsieur La Rochefoucault comparve sulla cima della scala.
Scese piano andando incontro all'ufficiale che se ne stava sconsolato pochi gradini più sotto.
"Maggiore…mi spiace…mademoiselle non ha ritenuto di restare…credo avesse intuito che questa cena avrebbe avuto altro scopo…".
Girodel sorrise compiaciuto.
"E' tipico di lei…ho sempre apprezzato quella sorta d'intuito verso eventi che possono pregiudicare la sua esistenza. Già…ma non immaginavo proprio che io le sarei apparso come uno di quegli eventi! In questo caso la sua perspicacia mi è stata del tutto deleteria…avrei preferito senza dubbio avere a che fare con una persona meno testarda e…".
"L'amate davvero…" – sentenziò La Rochefoucault in tono quasi rassegnato, come a contemplare una sorta di sentimento senza speranza che però ci si ostina a coltivare.
"Anche per questo. L'ammiro anche per questo…non posso farci niente. Se fosse stata un'altra donna ad opporre un rifiuto così deciso non mi sarei spinto fino al punto di umiliarmi in questo modo. Ma con lei è diverso…mi pare di assistere ad un evento quasi inevitabile in cui io posso solo sperare che accada qualcosa, qualsiasi cosa. Comunque domani andrò a Parigi. Le parlerò e spero di riuscire a convincerla…".
"Vi riferite all'attentato del Louvre?" – chiese La Rochefoucault.
Girodel sospirò.
"Non pensavo davvero che avremmo scoperto che uno dei soldati della Guardia Metropolitana fosse il pazzo che ha ucciso tutte quelle persone. In molti hanno detto di aver visto un soldato che indossava quell'uniforme aggirarsi nel posto dove poi c'è stata l'esplosione".
"Sua Maestà ha ricevuto notizia che il vero obiettivo dell'attentatore fosse il principe russo e questo per portare scompiglio nelle relazioni diplomatiche tra i due paesi…".
"Dal momento che non sappiamo di preciso chi sia quell'uomo, ciò potrà giocare a mio favore. Non posso permettere che quello si azzardi a creare altri problemi… sono sicuro che questa volta riuscirò a convincerla…".
"E come?".
"E' abbastanza semplice…basterà indurla a credere che il vero obiettivo fosse lei…o comunque che quell'uomo volesse colpire anche lei. Mademoiselle non potrebbe mai permettersi il rischio di esporre sé stessa e soprattutto i soldati che pattugliano le strade ad un nuovo attentato…e nemmeno gente innocente che sarebbe costretta a pagare per la sua assurda idea di mantenere l'uniforme e la carica che ricopre. Questo dovete concedermelo Monsieur La Rochefoucault…una mezza verità…".
L'altro sospirò affranto.
"Siete sicuro che in questo modo quella donna si convincerà a lasciare l'uniforme? Nemmeno la regina pare esserci riuscita…".
"Sì…è tutto piuttosto complicato quando si tratta di mademoiselle…ma io non dispero. Se non posso convincerla per il suo bene potrei davvero farlo per quello dei suoi soldati. E poi non posso dimenticare quell'immagine terribile di Place Dauphine. Uno di loro le puntava un coltello alla gola e un altro quello che aveva la pistola contro di lei e che poi ha sparato, è stato il suo attendente per anni…".
"So per certo che il Generale Jarjayes ha escluso che quell'uomo…André…avrebbe mai potuto far del male alla figlia…" – obiettò La Rochefoucault.
"E io invece non voglio escludere proprio nulla. Jarjayes dice di conoscerlo…".
Lo sguardo di Girodel si fece serio, quasi torvo, e le parole uscirono sprezzanti, come se in esse fosse condensata un'antica gelosia, un rancore covato per anni, e mitigato solo dalla circostanza che André dopo tutto era sempre stato solo un servo e mai, secondo le regole che distinguevano le classi sociali, avrebbe potuto aspirare ad essere altro per Madamigella Oscar.
Ma Girodel aveva intuito nello sguardo di quell'uomo che lui si considerava altro…
Troppo, per il ruolo che ricopriva.
Impossibile da accettare.
Ed il Maggiore Girodel non ci aveva messo molto a convogliare contro André tutta la frustrazione che si era accumulata negli anni in cui a lui era toccato restare accanto ad Oscar, in silenzio, accettando di viverle vicino senza poter mirare ad altro, e poi nel vedere la donna che amava sfuggirgli da sotto gli occhi, per ritrovarla lontano da sé, seppure con quel servo sempre alle sue spalle, sempre accanto.
Un'insidia annebbiata che però si era fatta via via più chiara e lampante e reale e che Girodel aveva deciso di non accettare più.
"Io non mi fido di quell'uomo…le puntava una pistola addosso e questo è per me intollerabile. So che quegli uomini sono stati riammessi tra i ranghi dei Soldati della Guardia. Bene…questa sarà la scusa per mettere in guardia il loro comandante…non credo che Oscar vorrà restare e rischiare di subire un altro attentato in cui potrebbero restare uccisi altri suoi uomini…e poi…".
Il discorso sospeso acquistò il sapore sinistro di una sorta di minaccia incombente.
"Chi potrebbe affermare con certezza che se accadesse di nuovo…quell'uomo non potrebbe restare coinvolto? In ogni senso!".
L'accenno di Girodel fece tremare il respiro a La Rochefoucault.
"Voi…".
"Monsieur…il nostro colloquio come ben potete comprendere deve restare assolutamente riservato. Non lascerò nulla d'intentato per proteggere mademoiselle…anche da sé stessa se necessario. No… io credo che questa volta Oscar dovrà cedere…".
Ne era convinta Oscar che in un modo o nell'altro il Maggiore Girodel avrebbe voluto che lei cedesse e lascisse l'uniforme e si ritirasse a condurre una vita di serenità e di riposo.
Ne era convinta come lo era del fatto che se lei avesse ceduto, quella che adesso odorava del sentore intenso e profumato della vita vera, si sarebbe definitivamente spenta, per sempre.
Tutto sarebbe scivolato via tra le dita umide, bagnate di pioggia, mentre lei avanzava piano, sotto quel primo temporale di primavera, l'ennesimo diluvio tornato a scendere sulla campagna e a battere le strade fangose che da Versailles conducevano a Palazzo Jarjayes.
Quasi lei avesse timore di correre e attraversare troppo in fretta la pienezza di sé che ora percepiva, densa, ritmata, colma, fulgida…
L'alone della lanterna cieca le consentì a mala pena di intravedere il ciglio erboso della strada e ad un certo punto fu persino costretta a scendere perché il cavallo si rifiutava di procedere, gli zoccoli affondati nel fango ed il timore per il frastuono dei tuoni.
Nella concentrazione di mantenere salda la via di ritorno Oscar s'immerse di nuovo in quel pensiero, imponente e silenzioso…
Ti amo…- si ripetè, una volta, due volte, assaggiando il suono e la consistenza immensa, seppure racchiusa in termini semplici e neppure difficili, di quelle parole.
La gola si chiuse di nuovo mentre il vento sferzava il sentiero.
Un amore oscuro il suo…
Tutto appariva incerto perché quell'amore pareva davvero dannato.
Ti amo… – ripetè ancora ed in quelle parole un miscuglio di gioia e di dolore, mutevoli ad ogni ora, espansi e poi ritratti, pulsanti come qualcosa di distinto da sé, come un flusso, una corrente impossibile da arginare.
Facevano male quelle parole che recavano con sé il senso di colpa dettato dall'istinto di essersi sottratta per così tanto tempo a quel sentimento.
Si sentiva colma di lui e negli occhi adesso apparivano le immagini di lui, i suoi gesti, il suo sguardo.
Allora davvero anche lei lo aveva osservato e lo aveva impresso dentro la mente, senza accorgersene, senza pensare di averlo fatto.
Forse era stato da quando lui era stato ferito, nello scontro con il Cavaliere Nero…
Sì, doveva essere stato da allora, perché lei ricordava di essersi soffermata ad osservarlo il suo André, magari da lontano, solo per accertarsi come stava.
Allora forse era accaduto che lei avesse raccolto quegli aromi, spunti che la richiamavano a lui…
Nelle orecchie la sua voce, quel timbro caldo, cauto, severo ma sereno…
Nella gola il suo respiro…
Il corpo nel corpo come l'aveva sentito, non più tardi di poche settimane prima…
Si ritrovò grondante sulla soglia di casa, entrando piano, per non svegliare nessuno, perché non aveva bisogno dei rimproveri di nanny e perché voleva restare sola…
Era troppo prepotente quel pensiero che la incalzava e la stordiva quasi…
Le tue mani…
Oscar avrebbe voluto averle addosso, le mani di André, in quel momento mentre entrava piano nella stanza e richiudeva la porta dentro di sé e immobile ascoltava lo sgocciolare dell'acqua dal mantello e immobile ascoltava il cuore battere e le dita schiudersi per ritrovare il calore ed il senso di sé e di loro…
Si diresse verso il camino ed accese il fuoco ammaestrando i piccoli legni che covavano caldi sotto la cenere che nanny era solita lasciare, quel tanto che bastava a ravvivare le fiamme.
Nel riverbero della luce il cuore si acquietò un poco e così decise di spogliarsi e di asciugarsi…
Lo sguardo verso il letto attraversò l'oscurità della stanza…
Si sedette piano, togliendosi gli stivali, le calze, i calzoni…
Tutto fradicio mentre la pelle si ammansiva al tocco tiepido delle coperte.
Oscar chiuse gli occhi e si tirò più su, scivolando al centro del letto ed ascoltando il sentore di sé, di sé stessa dentro di lui.
Lo percepì chiaro e limpido come la luce del giorno, come il raggio caldo del sole…
Spalancò gli occhi allora e si avvide delle lenzuola un poco disfatte.
Nanny non avrebbe mai permesso che qualcuno lasciasse il suo letto in quelle condizioni…
Lo sentì nella pelle l'odore di lui, l'aroma di lui, prima ancora di avere contezza di ciò che poteva essere accaduto.
Le dita s'impressero sulla coperta fredda e scivolarono leggere alla ricerca del corpo di lui, impresso lì, seppure impercettibile e lontano…
Oscar si rivestì in fretta ed altrettanto in fretta scese le scale.
André era stato nella sua stanza, lei l'aveva sentito, l'aveva colto in quel sentore di lui, impresso dentro di sé…
Corse nella stanza di André…
Non bussò neppure. Ci entrò aprendo piano la porta ed altrettanto piano richiudendola…
La stanza era vuota, André non c'era ed il suo letto era rifatto, come se lui non ci fosse mai stato in quella stanza.
Allora corse verso la camera di nanny…
Incrociò la vecchia governante che si era svegliata e si aggirava adesso con volto assonnato per il corridoio.
"Bambina, ma sei già tornata?".
"Nanny…André è stato qui? Dov'è adesso?" – chiese all'istante.
"Oh…bambina…ma tu dovevi essere a Versailles…".
"Non adesso…André è stato qui vero? Io…".
"Sì…ma se ne già andato. E' venuto a farmi visita ma poi ha deciso di tornare a Parigi…".
"E' stato qui…lui è stato qui…perché?".
Domanda scontata ed inutile…
Oscar non avrebbe mai potuto ascoltare dalle labbra di nanny la risposta che lei stessa avrebbe desiderato ascoltare.
Quasi le parve che la donna l'avesse intuita quella risposta e per un istante le balzò il cuore in gola…
Nemmeno lei aveva tutte le risposte, figuriamoci nanny.
"E' venuto a farmi visita te l'ho detto. Certo mi ha chiesto di te ma io gli ho detto che eri a Versailles…".
Nanny si fermò, come se quel discorso per lei fosse terminato lì. Oscar intuì che non lo era e piantò addosso alla vecchia governante uno sguardo severo, come ad incitarla a proseguire…
"Gli ho detto quello che sarebbe accaduto a Versailles…".
"Cosa…cosa gli avresti detto?" – ripetè lei con un filo di voce.
"Che dovevi incontrarti con la regina e che io speravo, come del resto tutti lo sperano, che Sua Maestà avrebbe avuto la compiacenza di assecondare il desiderio di tuo padre e quindi di convincerti a prendere finalmente marito…".
"Non può essere…tu non puoi…".
Lo sguardo perso come se tutto si stesse perdendo.
"Se non ho accettato quella proposta fino ad ora è perché non desidero accettarla, non desidero sposarmi. E né mio padre, né Sua Maestà potranno farmi cambiare idea!" – sbottò Oscar.
"Ma bambina è per il tuo bene…per quanto tempo ancora riuscirai a sostenere l'incarico che ti è stato assegnato? Per quanto ancora vorrai nasconderti dentro quell'orribile uniforme? E con tutti i pericoli che hai già corso…".
"Nanny…l'uniforme non c'entra nulla…io…".
"Oh…suvvia…non essere sciocca…tuo padre per quanto mi riguarda e per quanto io non lo abbia mai nascosto ha commesso tanti errori nella sua vita con te, ma finalmente ha preso l'unica decisione giusta…".
Oscar rimase impietrita dalle parole di nanny...
Ma non poteva incolpare la donna per le vedute così "ristrette" della vita…
"Domani andrò a Parigi molto presto!" – fu l'unica affermazione che riuscì ad esporre ed in essa l'intento di contrastare i desideri di nanny, il volere di suo padre, e riaffermare che lei non avrebbe mai ceduto…
"Oh…mademoiselle!" – la rimproverò nanny – "Oserete disobbedire a vostro padre?".
"Ebbene si…nanny…non penso di avere altra scelta. Nessuno può costringermi…almeno non più…".
Oscar si voltò di scatto e se ne tornò in camera, lasciando l'altra in preda ai tormenti di avvenimenti che stavano capovolgendo tutti i suoi valori, i suoi rituali, le sue credenze…
Tutto incomprensibile…
Oscar si gettò sul letto.
Non voleva che quel sentore le scivolasse via dalle mani, dalla pelle, dal cuore…
L'avrebbe conservato lì, sotto di sé, allentando l'istinto di fuggire e godendo di esso…
E con esso avrebbe provato anche solo con la mente ad imprimersi di nuovo in lui, scacciando il ricordo di quel bacio feroce e depurando la mente di ogni timore, e liberando le proprie mani alla ricerca di sé, di lui, mentre altre lacrime scivolavano silenziose a confondersi con quelle che avevano già inumidito e riempito di sé quel luogo.
200
