"Che cosa ti va di fare oggi?", le chiese Castle, premuroso come sempre.
Erano rientrati in casa, perché il sole aveva iniziato a infastidirla e si era stancata di stare all'aperto. Non si sentiva ancora al sicuro, all'esterno. Non poteva controllare la situazione.
Nonostante la presenza di Castle avesse migliorato moltissimo la qualità della sua vita, c'erano ancora delle isole di paura.
Era felice di averlo lì. Aveva passato giorni terribili, di vuoto, ansia, disperazione, finché non si era guardata allo specchio una mattina e non aveva potuto far altro che ammetterlo.
Quello che le era successo era brutto, senza dubbio. Così enorme da non averne ancora capito la portata. Cercava di andare avanti. Di sopravvivere e basta.
Era impegnata a tentare di rimettersi in piedi, trascorrere delle giornate decenti – positive era ancora sperare troppo – dormire qualche ora filata. Focalizzava la sua attenzione sulle necessità di base. Per non dover pensare al resto.
Ma stare senza di lui era anche peggio.
Ecco cosa aveva scoperto.
C'erano parti della sua anima che non soffrivano solo per quello che era successo. Sentivano la mancanza di lui.Se l'era strappato via senza prevedere, senza capire, che ne avrebbe pagato le conseguenze. Non si era resa conto che le si era insinuato sotto pelle, e che tutto dentro di lei si ribellava alla sua assenza.

Non si era accorta, quel giorno, di essere stata colpita. Ricordava solo la sorpresa. E l'assenza di dolore. Sapeva che le avevano sparato, ma non sentiva niente. Aveva pensato che forse non l'avevano presa.
Le avevano spiegato solo più tardi che lo shock e l'adrenalina, indotti dal trauma, funzionavano come anestetici.
Aveva visto facce chinarsi su di lei, urlare il suo nome e poi più niente. Non il buio. Nulla.
Si era svegliata molte ore dopo, con accanto suo padre.
Il primo pensiero che si era formato limpido nella sua mente era che non voleva che lui la vedesse così. Che fosse testimone di quello che stava passando. Non c'era una parte del suo corpo che non le procurasse sofferenza. Gli antidolorifici non facevano effetto. Resisteva in silenzio, stringendo i denti.
Era così sopraffatta dai morsi lancinanti che le trafiggevano le carni, che era riuscita solo a comunicare a suo padre che non voleva, a nessun costo, che Rick entrasse da lei.
Si era resa conto solo dopo che l'aveva spaventato, con gli occhi da pazza che farneticava qualcosa che doveva essergli sembrato sconclusionato. Lui non sapeva nemmeno che ci fosse un Rick nella sua vita.

Si era calmata solo quando le aveva promesso che Rick non sarebbe entrato. Che non sarebbe entrato nessuno, a parte i medici. Gli aveva fatto giurare di informare le guardie di non farlo passare. Non sapeva perché si fosse comportata così, ma per lei , in quel momento, era stato vitale che lui non la vedesse in quelle condizioni.
Spezzata. Fragile. In preda ai dolori più forti che avesse mai sopportato nella sua vita.
Suo padre era uscito per qualche minuto, lei doveva essersi appisolata di nuovo. In quelle ore passava dall'incoscienza a brevi attimi di lucidità senza nemmeno capire la differenza.
Era tornato con un mazzo di rose rosse. Kate aveva capito subito da chi provenissero. E invece di esserne contenta si era arrabbiata. Gli aveva imposto di portarle fuori da lì. Via da lei.
Non riusciva nemmeno a tollerarne la presenza.
Con il passare dei giorni la sua rabbia, invece che diminuire, era aumentata. Doveva sentirsi grata di essere viva. Di poter tornare a essere quella di un tempo, con calma e pazienza. Invece era furibonda. Si addormentava piangendo di frustrazione. Maltrattava tutti. Lasciava Rick fuori dalla porta.
Non voleva accettare quello che le era successo. Non voleva essere una persona dipendente e bisognosa. Rifiutava la fisioterapia. Non mangiava. Fissava il muro vuoto di fronte a lei.
Le avevano offerto un supporto psicologico. Non aveva accettato.

Ricordava la notte in cui Castle era entrato di soppiatto nella sua stanza, eludendo la sorveglianza. Aveva aperto gli occhi e se l'era trovato accanto al letto. Aveva pensato che fosse una visione. Era bello. Sano.
All'inizio non aveva reagito, convinta di essere in una realtà onirica parallela, poi aveva capito di essere sveglia e di averlo davanti in carne e ossa.
Si era sentita smarrita ed era stata sopraffatta dal rimpianto. Si era irrigidita.
A che cosa era servito imporsi di prendere le distanze, di staccarsi da lui, se poi bastava la sua presenza a farle venire voglia di implorarlo di rimanere?
Era stata a un soffio del farlo.
Ma non se lo poteva permettere. La condanna era sua, non era giusto imporla ad altri.
Il loro rapporto era troppo recente perché potesse sopravvivere a una prova del genere.
Lui sarebbe stato gentile. Premuroso. Lo era sempre stato. Sarebbe rimasto con lei, l'avrebbe aiutata, sarebbe forse passato a trovarla tutti i giorni. Si sarebbe offerto di cucinare per lei. Le avrebbe portato tutto quello che desiderava, andando anche contro i divieti dei medici.
Ma non l'avrebbe fatto per amore. Loro non si amavano, si era detta, convinta dell'innegabilità delle sue riflessioni.
L'avrebbe fatto per dovere. E a lungo andare sarebbe stato meno presente. Era inevitabile che accadesse. La loro non era una relazione solida. Uscivano, si vedevano, stavano bene, imparavano a conoscersi. Come era giusto.
Quello che non era giusto era imporgli di affrontare la paura, l'angoscia, il timore di avere dei danni permanenti, i suoi sbalzi d'umore, la lunga degenza, l'ancora più lunga riabilitazione. La parte brutta e pesante della vita.
Non erano pronti a quello. Era troppo presto. Forse la loro sarebbe potuta diventare una relazione a tutti gli effetti, se solo ne avessero avuto il tempo.

Sarebbe stato troppo straziante appoggiarsi a lui e poi doverne fare a meno. Non gliene avrebbe fatto una colpa, chiaro. Erano quasi degli estranei. In una prova del genere può starti accanto chi è legato a te da sentimenti di affetto, almeno. Non qualcuno con cui vai a letto.
L'aveva mandato via perchè aveva deciso che ce l'avrebbe fatta da sola. Non aveva altra scelta. Chi rimane con te, alla fine del giorno? Solo una persona. Tu.
Non poteva prendere un essere umano, se pur pieno di buona volontà, e versargli addosso tutta quell'immondizia.
Era così che si era sentita. Un groviglio di foglie secche e sporcizia che affondava in un acquitrino.
Gli aveva detto che era finita, per togliergli il peso di doverlo fare lui, un giorno. Sopraffatto dal senso di colpa perché avrebbe voluto staccarsi da lei, ma sentendosi una persona meschina nel farlo. Gli avrebbe fatto pena. Sarebbe rimasto per compassione.
Non si era aspettata di ferirlo così tanto. Nella sua mente offuscata da giorni di dolore e paura si era convinta che non gli importasse fino a quel punto. Era certa che sarebbe stato sollevato.

Suo padre le aveva proposto di andare allo chalet. Lei voleva solo rintanarsi a casa propria, per sempre. Aveva insistito. Avevano insistito tutti. Magnificavano i benefici dell'aria di montagna, verdure fresche, cibi genuini, gote rosse. Non aveva avuto la forza di opporsi. Aveva preferito lasciarsi trascinare dalla corrente. Era stato meno faticoso accettare e lasciare che facessero di lei quelle che volevano.
Erano partiti un mattino cupo. La giornata era peggiorata avvicinandosi alla loro destinazione. Erano arrivati sotto un'acquazzone primaverile che aveva reso tutto più difficile. Lei si muoveva a stento, suo padre aveva riempito il bagagliaio di ciarpame inutile.
Aveva freddo. La casa non era stata riscaldata.
Allo chalet era stato peggio che in ospedale, dove aveva vissuto la rassicurante routine di giornate scandite da orari fissi, dove qualcuno le imponeva sempre di fare qualcosa. Alzarsi, mangiare, camminare, i prelievi, i farmaci, il vociare in corridoio. Era noioso, ma rassicurante.
Lì nella baita c'era solo silenzio. E il silenzio la obbligava a un ininterrotto dialogo con se stessa.
Suo padre le aveva provate tutte. A farla mangiare, a proporle di fare qualcosa che le piacesse, a intrattenerla, a farla parlare. Le aveva chiesto spesso, con tono apprensivo, come stesse. Lei si era irritata ogni volta di più. Si erano seduti muti intorno al tavolo. Avevano litigato. Per colpa sua, se ne vergognava ancora, ma non aveva avuto il controllo delle sue reazioni. Gli aveva detto che avrebbe preferito rimanere da sola. Era un suo diritto. Non aveva bisogno di guardiani. Lui si era rifiutato di andarsene.

Il pensiero di Castle era diventato prepotente, giorno dopo giorno. Aveva superato, in termini di presenza e costanza, la sua rabbia, l'angoscia per il futuro, tutta la sfilza di lamentele nei confronti della vita che si teneva strette come una sciarpa soffocante intorno al collo.
Aveva tentato di scacciarlo. Si era sforzata.
Invece di mugugnare cupa sulle sue disgrazie, si era ritrovata, suo malgrado, a ripercorrere la loro storia. Sorrideva. Ne voleva ancora.
Forse la sua mente si rifiutava di rimanere ancorata solo a eventi negativi e quindi cercava riparo e conforto nell'ultima cosa bella che le era successa. Si aggrappava a un'illusione, solo per non affrontare la sua condizione attuale. Era solo una scappatoia, dunque?
La prima volta si era trovata con il telefono in mano, pronta a compiere il gesto automatico che tante volte l'aveva messa in comunicazione con lui. Si era fermata per tempo. Suo padre l'aveva guardata incuriosito. Lei aveva seppellito il cellulare sotto a una montagna di cuscini.
Sapeva bene che se anche aveva cacciato il diavolo dalla porta, sarebbe rientrato dalla finestra. Ed era andata così. Aveva iniziato a sognarlo. Lunghi sogni vividi in cui era accanto a lei e la voleva proprio così, spezzata, con tutto il suo bagaglio di problemi. Stavano insieme come se fosse stata la cosa più naturale del mondo. Si svegliava felice, e poi scopriva la verità. Lui non c'era. Non ci sarebbe stato.
Si accartocciava sul divano, si tirava la coperta sulla testa, e piangeva cercando di non farsi sentire.

Suo padre un giorno l'aveva scovata nel suo momento di maggior sconforto, mentre si trastullava nell'autocommiserazione da mancanza di Castle e le aveva detto solo una parola. "Chiamalo".
Lei non aveva capito. Di chi stava parlando? Di uno psichiatra? L'aveva spaventato fino a quel punto?
"Rick. Chiamalo. State impazzendo in due".
E così suo padre sapeva molte più cose di lui di quanto pensasse. Le aveva raccontato che era passato in ospedale tutti i giorni. Di come fosse arrivato trafelato quando lei era sotto ai ferri, minacciando tutti e avesse passato la notte di attesa con lui. Di come l'avesse dovuto mandare a casa a forza. E di come arrivava pieno di speranza,tutti i giorni, solo per sentirsi dire che lei non voleva incontrarlo. Non si era mai perso d'animo. Aveva fissato la sua porta con una devozione che aveva lasciato tutti stupefatti. Era stato preoccupato, angosciato, lieto dei suoi progressi, frustrato perché lei si negava, e infine disperato quando aveva capito di averla persa.

Kate aveva ascoltato con stupore. Alla fine del lungo monologo si era sentita felice perché aveva scoperto che lui non aveva rinunciato a lei, come aveva temuto, ma anche in colpa per non aver capito niente. Aveva lasciato che le sue paure prendessero il sopravvento e aveva innalzato un muro per tenersi al sicuro dalla delusione.
Come avrebbe potuto farsi viva, dal nulla? Con che faccia tosta?
Se anche lui avesse voluto starle accanto per... qualcosa di simile all'affetto, a questo punto poteva essere andato avanti. Forse la odiava. Poteva non avere alcuna intenzione di tornare nella sua vita, tanto più se fosse sembrato che lo voleva lì per farsi aiutare a superare la sua tragedia. Non era così.
Lo voleva perché lo voleva. Punto. Per nessun altro motivo.

Se aveva pensato che le mancasse, non aveva avuto di idea di cosa avrebbe provato sentendo la sua voce. Amorevole, calda, affettuosa, disponibile, pronta a fare qualsiasi cosa per lei. Non aveva retto all'emozione. Aveva pianto al telefono. Ansia, sollievo, desiderio di abbracciarlo.
Quando le aveva promesso che sarebbe arrivato nel giro di poco, però, era stata invasa dall'euforia. Aveva dato fondo alle sue misere forze nell'attesa, controllando i rumori della strada, temendo che sarebbe successo qualcosa. Un imprevisto. Un ripensamento.
Invece se l'era trovato sano e salvo fuori dalla porta di casa, felice di vederla. Era più di quanto avesse sperato. O si fosse meritata.

Era un Castle diverso, quello che aveva ritrovato. Cauto. Riflessivo. Timoroso di sbagliare. Soffriva all'idea di vederlo così. Avrebbe voluto che si lasciasse andare. Che tornasse spontaneo. Che pensasse anche a se stesso, invece di darsi completamente a lei, per farla stare bene. Lei stava già bene. Lui era lì con lei. Di che cos'altro aveva bisogno?