Ludovico Einaudi, Oltremare
Erano passate ventiquattro ore da quando Leonardo aveva cercato di parlare.
Dopo quell'episodio, che aveva reso tutti vibranti di trepidante attesa e poi nuovamente tutti stanchi e scoraggiati per l'esito del risveglio, non era successo più nulla.
Leonardo era semplicemente tornato a dormire.
Come se il suo sonno non fosse durato abbastanza da stremare i nervi scossi della sua famiglia, il mutante in blu si era limitato a continuare a tenere gli occhi chiusi su tutto ciò che succedeva intorno.
I suoi fratelli avevano saltato per l'ennesima volta la formazione, suo padre aveva trascorso un'altra notte al suo fianco.
La colazione questa mattina non aveva lo zuccherino gusto della speranza che li aveva allietati il giorno precedente. Si respirava nella tana il timore che, forse, i loro peggiori incubi si fossero avverati, e che il loro fratello fosse ormai perduto per sempre.
Donatello leggeva il suo sconforto nel fondo, sporco di caffè, della tazza ancora calda che teneva in mano. La tazza che gli aveva regalato Leonardo. Accanto a lui, seduto al tavolo, Michelangelo rigirava il cucchiaio in una ciotola di latte e cereali che molto probabilmente non si sarebbe dovuto preparare. Raffaello aveva del tutto evitato anche il tentativo di fare colazione, preferendo come al solito riversare sul fantoccio da allenamento tutta la sua frustrazione.
Il viola ha sospirato. Ci aveva sperato. Ci aveva sperato davvero, contro ogni logica, che una grave febbre emorragica e due mesi di coma non avessero fatto pagare il loro scotto al corpo del fratello. Alla sua mente. Che ne sarebbe stato di loro, adesso? Doveva iniziare a pianificare un'assistenza a lungo, lunghissimo termine? Leo fino a che punto si sarebbe ripreso? Avrebbero avuto a che fare con una lieve disabilità, o avrebbero dovuto per gli anni a venire assistere un povero invalido a malapena cosciente?
E se non fosse stato mai più capace di badare a sé stesso? Avrebbe avuto bisogno di cure costanti per il resto della vita. E lui, il vero lui, il suo forte e fiero fratello, avrebbe voluto vivere così?
Quando la vita smette di essere un evento meraviglioso, venuto ai fragili esseri nati dall'infinitesimale materia stellare, per diventare un insopportabile fardello al quale sarebbe più logico, decoroso, pietoso porre fine?
Non gli piaceva il corso che stavano prendendo i suoi pensieri. Si è alzato, ed ha messo la tazza nel lavello. Ha aperto l'acqua. In fondo, Leo si era appena svegliato. Era presto, per pensare al peggio.
Ma l'aveva scambiato per Raph…
Era solo una confusione temporanea? Sì, diamine, doveva esserlo. Non vi era un minimo di fortuna, per loro, a questo mondo?
Ha insaponato la tazza, l'ha sciacquata, l'ha riposta nello scolapiatti sul lavello.
Si è voltato, a guardare Michelangelo, che non sembrava aver intenzione di finire i suoi cereali.
Gli occhi azzurri erano persi a fissare la tazza o il tavolo o nessuna delle due cose.
"Starà bene, Mikey."
Ha dovuto dirlo. Per suo fratello e per sé stesso. Suonava stupido, banale e ridondante, ma ha dovuto dirlo.
Michelangelo ha girato la testa piano, l'ha messo a fuoco. Nelle lucidi iridi color del cielo, il bagliore di una scheggia di tristezza. Poi ha sorriso, caldo.
"Sì, starà bene."Ha annuito sicuro, ma ha allontanato la ciotola con i cereali.
Donatello si è riseduto al tavolo, davanti al fratello minore. Ha capito subito che quello che Mikey aveva detto era tutto a suo beneficio. Si erano, per così dire, ricambiati il favore. Adesso, occhi negli occhi, in un secondo si sono detti molto di più. Il genio ed il casinista, l'alfa e l'omega, colui che si fa guidare dalla ragione e quello che vibra di puro istinto vitale, erano talmente vicini nell'animo come solo due fratelli possono esserlo.
Ogni remora caduta.
"Gli staremo vicino, Donnie."
Il viola ha annuito, triste.
"Tutta la vita. Starò con lui se… Io starò con lui. Giorno e notte, sempre. Lo farò e non mi peserà."
"Lo so, Mikey."
"Lui l'avrebbe fatto per noi."
"Certo."
"Anche se non mi riconosce, Donnie. È Leo, è sempre Leo."
"Certo, è Leo…"
Donatello ha sentito pizzicare gli angoli degli occhi. Li ha abbassati a guardare i cereali che nel latte iniziavano a farsi poltiglia.
Confusione temporanea. Solo confusione temporanea. Il cervello si sta svegliando. Ci vuole tempo. Solo un po' di tempo.
Per qualche minuto, i due fratelli sono rimasti così. Dopo tutte queste settimane. Dopo l'alternarsi costante di paura e speranze. Dal di fuori entravano in cucina i grugniti rabbiosi di Raph, i colpi sordi delle nocche contro il tessuto del manichino.
Donatello era stanco. Si sentiva come se il suo animo fosse stato tirato a guisa di una corda talmente sottile che ormai viveva col terrore che potrebbe rompersi. Ha stirato le dita.
Potrebbe rompersi.
Mikey ha lavato le lenzuola? Devo ricordarmi di ricalcolare la concentrazione proteica in base all'ultima analisi del sangue. Sono rimaste solo tre siringhe. Il cerotto nella piaga dietro il polpaccio l'ho poi cambiato? Non ho ancora controllato se quel segnale poteva essere effettivamente Kraang. Ne dovrò parlare con Raph. Su che sito era quell'articolo sulla gestione familiare della disabilità?
Raffaello è entrato in cucina. Ha aperto il frigo, preso l'acqua fredda ed iniziato a bere direttamente dalla bottiglia.
Donatello non gli ha detto nulla. Niente lezioni sull'igiene né sulla congestione, oggi. L'ha solo guardato, ma un secondo di troppo.
"Allora?" Raffaello ha chiesto sgarbato sbattendo la bottiglia sul tavolo.
Il viola ha distolto lo sguardo. Suo fratello voleva lo scontro, ne aveva bisogno. Caricato dall'esercizio fisico, e con la sua stessa ansia nel cuore, Raffaello sarebbe stato meglio, se lui gli avesse dato anche il minimo appoggio per sfogarsi. Ma lui era troppo stanco, per darglielo. Potrebbe rompersi.
La tartaruga mascherata in rosso ha allora guardato Michelangelo. Ha dovuto usare tutto il proprio autocontrollo per non prendersela anche con lui, per il solo motivo di starsene lì, con quell'aria stupida, a continuare a non guardarlo negli occhi. Aveva voglia di gridargli in faccia tutta la sua rabbia. Ma non poteva, non con il clima che c'era tra di loro. Una volta, Michelangelo sarebbe stato il suo bersaglio ideale, avrebbe potuto assorbire il suo malumore senza problemi, anzi avrebbe saputo trasformare la rabbia in fastidio e poi il fastidio si sarebbe addirittura spesso sciolto in una risata.
Ma oggi no. Non più. Pazienza, doveva avere pazienza. Come gli aveva detto suo padre. Era riuscito a resistere, nonostante tutto. Non poteva rovinare ancora una volta ogni cosa. Non poteva perdere per sempre Mikey. Sperando di non averlo già definitivamente perso.
Raffaello si è asciugato l'acqua intorno alla bocca col dorso della mano.
In quel momento sono stati raggiunti in cucina anche da Splinter.
Donatello ha osservato il maturo mutante. Suo padre era stanco. Aveva sempre pensato a lui come a un essere forte e invincibile. Adesso, forse per la prima volta, lo vedeva con altri occhi. Suo padre non era più giovane. Si avvicinava all'età in cui le forze sarebbero iniziate a declinare.
Aveva sempre calcolato la loro età in termini umani. Loro erano adolescenti, il suo sensei un uomo maturo ma ancora nel pieno delle forze. Ma loro non erano umani. Quanto vive un ratto? Quanto una tartaruga? Dopo l'ennesima notte accanto a quel lettino, suo padre era visibilmente spossato. Donatello ha scacciato l'ennesimo brutto pensiero.
Michelangelo si è alzato rumorosamente in piedi, strisciando lo sgabello.
"Posso… posso vederlo, Sensei?"
Hamato Yoshi si è versato dell'acqua in un bicchiere. Ha annuito.
"Sì, Michelangelo. Anzi, io andrò a riposare qualche ora, resta tu con Leonardo." Si è poi rivolto agli altri ragazzi. "Nel frattempo, voi due potete allenarvi un po'. Donatello, guida tu la sessione, solo kata di base e gli esercizi col tonfa che ti ho mostrato nei giorni scorsi."
"Sensei, pensavo che anche oggi potessimo saltare la formazione."
"No, Donatello. Come hai detto tu, per Leonardo ci vorrà tempo. E voi non potete perdere altre sessioni. I vostri nemici sono sempre là fuori, con Leonardo al vostro fianco o senza."
"Hai, Sensei."
"E, Donatello?"
"Sì?"
"Se faceste poco rumore ve ne sarei molto grato."
"Hai, Sensei."
…
I suoni dal dojo si sentivano appena, lì in laboratorio. Lievi colpi bassi, legno contro legno, quasi le percussioni esotiche di una danza lontana. Michelangelo, seduto accanto al lettino di Leonardo, si augurava che Raffaello ci andasse piano, poiché il rosso era molto abile pure con i tonfa, armi che utilizzava bene quasi quanto i suoi sai. Se li era portati anche nell'assalto alla TCRI. Poi si chiedeva come Sensei riuscisse a dormire con quel rumore, nonostante la notte in bianco. Ed infine, rifletteva sul fatto che da quando avevano ripreso gli allenamenti Splinter non lo avesse mai fatto combattere contro Raph.
Ha sospirato. Suo padre la sapeva lunga, eh.
E lui poi aveva ancora quella sua stupida paura da combattere.
È un problema che dovrai risolvere, se vuoi continuare ad essere un ninja.
Sì, ma come? Forse si poteva fare come per i veleni, abituarsi a… a quello spaventoso liquido rosso un poco alla volta. Ne avrebbe avuto bisogno un po', per iniziare a prenderci confidenza piano piano… Ma dove trovarlo? Solo l'idea di tenere in mano una delle loro sacche di riserva, che Donnie teneva ben nascoste in un vecchio frigorifero, lo atterriva. E quelle potevano salvar loro la vita, non era roba da giocarci. Allora dove trovarne solo qualche goccia?
Si è guardato le mani, ed ha deglutito.
Sì, sono proprio un codardo.
"Non sono neanche lontanamente coraggioso come te, fratellone."
Ha alzato lo sguardo a Leonardo, ed ha sussultato.
"Leo! Ma sei sveglio!"
Il blu aveva la testa girata verso di lui, gli occhi completamente aperti. Lo stava guardando.
"Che bello rivederti, amico!" Michelangelo, ricordandosi della reazione di prima, ha resistito alla voglia di abbracciarlo, ma gli ha stretto forte la mano. Un sorriso di gioia correva sul volto lentigginoso, e lacrime invadenti hanno cercato di fare capolino.
Leonardo ha sbattuto un paio di volte gli occhi.
"Lo so che non mi riconosci, ma sono contento che sei sveglio, Leo, mi sei mancato tantissimo, fratellone, vorrei che ti alzassi subito da lì, ma Donnie mi ha detto che ci vuole tempo, ma io, io sono felice, ecco, sono davvero felice che ti sei svegliato, e non mi importa niente, quando starai meglio ci faremo la più grande mangiata di pizza della storia, ragazzi, una mangiata che ce la ricorderemo-"
"Mhmm…"
"-per anni pizze di tutti i gusti anche la tua preferita acciughe peperoni e fagioli di gelatina va beh è la mia preferita ed io-"
"M…i…"
"- beh io credo penso che insomma Leo io sono qui con te ed anche se non mi riconosci non mi importa starò con te e poi-"
"M… Mik…y..."
Leonardo gli ha sorriso.
Michelangelo si è chiesto se si potesse morire di felicità, perché in tal caso si sentiva fortemente a rischio.
Si è alzato in piedi, piano, quasi temendo che se si fosse mosso troppo velocemente l'incanto si sarebbe rotto. Il cuore gli batteva dentro il guscio come un tamburo.
L'aveva chiamato per nome. L'aveva chiamato per nome!
Doveva dirlo agli altri. No, doveva restare con Leo. No, doveva dirlo agli altri!
È indietreggiato lentamente.
"Leo, torno subito, non ti muovere…"
Ho detto non ti muovere? Oddio…
Lo sguardo blu l'ha seguito allontanarsi, e Michelangelo ha creduto di scorgervi un pizzico di delusione o stupore, ma doveva abbandonarlo solo per pochi secondi…
Si è girato, è schizzato fuori, ha battuto il record di velocità sulla distanza laboratorio-dojo, si è fiondato dentro; i due fratelli si sono voltati subito verso di lui, con i tonfa stretti in pugno e le posizioni congelate.
"Èsveglioemihariconosciutoèsveglioemihariconosciuto!" Ha aperto e chiuso freneticamente i pugni ed è corso nuovamente fuori.
Ha decelerato prima di rientrare nuovamente in laboratorio, per non correre il rischio di spaventare Leo; si è avvicinato alla sedia piano, si è seduto. Leonardo lo guardava ancora.
Michelangelo ha sentito le voci concitate di Donnie e Raph fuori dal laboratorio, mentre ha preso nuovamente la mano del fratello nella sua. Non poteva dire che il blu avesse proprio lo sguardo sveglio che lo contraddistingueva, ma era senza ombra di dubbio ben vigile. E gli stringeva la mano.
Adagio, dietro di lui, ha sentito avvicinarsi Raffaello. Michelangelo ha sorriso. Ne era sicuro. Anche Raph doveva sapere. Anche lui doveva vedere se Leo lo riconosceva.
L'arancione si è girato un attimo a guardare il rosso, che stava entrando anche lui passo a passo. La scena sarebbe potuta sembrare buffa. In un'altra occasione. Adesso Michelangelo non la trovava buffa, aveva il batticuore e basta. Si è rigirato verso Leonardo. Questi adesso stava seguendo Raffaello, che è arrivato al fianco del lettino. Ha portato gli occhi blu a Michelangelo, poi nuovamente a Raffaello.
"Ciao, Leo." La voce della tartaruga in rosso tremava.
Leonardo ha fatto un piccolo segno con gli occhi.
"Leo sai… sai chi sono?"
Qualche secondo di silenzio, poi il blu ha preso un respiro ed ha emesso qualche suono roco prima di articolare parola.
"Rhhh… Ra… Raph…"
Raffaello ha rilasciato il fiato che aveva trattenuto; si è arrischiato ad allungare la sua mano, piano, per sfiorare con una carezza quella del fratello in blu, stretta ancora a quella di Michelangelo.
Una terza figura si è avvicinata al lettino.
Gli occhi oltremare si sono alzati di nuovo.
Anche Raffaello e Michelangelo hanno guardato Donatello. Ma il viola per un po'non ha parlato. Ha deglutito, ha ricambiato i loro sguardi, ha guardato Leo, e poi nuovamente a turno gli altri fratelli, in attesa. Infine, si è fatto forza, a chiedere nuovamente:
"M… mi riconosci? Come mi chiamo?"
Il braccio ancora fasciato tremava poggiato sul lettino.
Leonardo ha sorriso ancora.
"D… Don…nie."
Il braccio fasciato ha portato la mano alla bocca a soffocare un singhiozzo.
