Capitolo 37
Feng Hey Te
(Vento Nero)
Pianeta Terra, Fremont Colorado – Carcere di Massima Sicurezza dell'Alleanza, 6 anni prima.
… La notte gemeva in freddi sbuffi di gelo. Il vento graffiava il silenzio, strisciando i suoi artigli con grazia, sul morbido tappeto di neve appena formato. Una legione di cristalli di ghiaccio si distraeva in rivoli di frigido bianco, che correva impavido, lungo l'intero perimetro della struttura. Grossi fari abbaglianti conficcavano periodicamente i loro occhi curiosi nel buio. L'oscurità violentata da spietate lame di luce, che si tuffavano affamate giù dalle numerose torrette, come i ritmici rintocchi di un pendolo colossale. Sopra a ogni cosa regnava una calma indistinta, innaturale.
All'interno della struttura, calcestruzzo e acciaio si abbinavano elegantemente al lucido pavimento di piastrelle marmorizzate. Nell'ampia sala di controllo, una lineare scrivania di solido materiale plastico punteggiava di nero l'azzurro candore delle pareti. In fondo alla stanza, proprio sopra il tavolo, una dozzina di monitor, di generose dimensioni, mostravano contemporaneamente altrettante zone nevralgiche della struttura. Le immagini si alternavano a intervalli regolari, focalizzandosi sull'ingresso principale, i due ingressi laterali e la zona di transizione alle celle.
Sebbene fosse tutto tranquillo, silenzioso, ciò che strisciava dentro lo stomaco richiamava sgradevoli sensazioni di desolato squallore. Probabilmente, in buona parte dovuto all'asettica luce bianca, che ammantava ogni cosa, rendendo l'ambiente freddo e inospitale. D'altronde, da un carcere di massima sicurezza era sciocco aspettarsi qualcosa di diverso, non importa se questo fosse sotto l'egida dell'Alleanza.
Naturalmente, la struttura era stata progettata per essere inviolabile, inattaccabile e... a prova di evasione.
Ciascuna area era piantonata stabilmente da coppie di soldati armati di fucile. Altri soldati percorrevano avanti e indietro i lunghi corridoi interni, che ricamavano la struttura in lotti di detenzione, di una dozzina di celle ciascuno. Unico segno di vita, il ritmico tamburellare degli stivali che facevano cantare i duri pavimenti di vetroceramica e acciaio. In fondo al corridoio principale di ogni piano, sorgevano arcigne scale metalliche, che si arrampicavano freddamente fino al piano successivo.
L'aria della sala di controllo era densa di concentrazione. Due guardie di sicurezza, con le pistole riposte nelle fondine, monitoravano attentamente le telecamere di sorveglianza. Con scrupolosa diligenza, selezionavano una cella dopo l'altra per controllare attentamente le attività del suo occupante. Tutti i detenuti sembravano presi in ostaggio da un sonno profondo, quasi infantile. Tutti tranne uno.
Il più giovane dei due militari, occhi di cerbiatto, il viso pulito da bambino, stava scuotendo la testa, cercando invano di nascondere l'accenno di disagio nella voce. Sbuffava il suo sconcerto, senza distogliere lo sguardo dallo schermo davanti ai suoi occhi.
"Ah, quel tipo non dorme mai! Guarda i suoi occhi... sembrano l'essenza della follia!" Dicono che abbia macellato un krogan in un bar sulla Cittadella, usando un lama d'ordinanza, solo... solo perché lo stava fissando!"
Il compagno più anziano sospirò sommessamente, alzando gli occhi al soffitto, un po' irritato. Le sue parole piovvero con agghiacciante naturalezza e proprio per questo, all'improvviso la notte sembrava ancora più spettrale, funerea.
"Già! Se non fosse pazzo, non sarebbe qui!"
Diede una rapida occhiata in un altro monitor. Il suo tedio trasformato in impazienza fece vibrare un leggero barlume di eccitazione nella sua voce.
"Andiamo, Arty, datti una mossa! Le pollastrelle stanno arrivando. Scommetto una settimana di paga, che finalmente le porteremo a cena!"
Due snelle figure, infagottate in scialbi pastrani, percorrevano di buon passo il lungo corridoio di servizio, che conduceva a quello che era soprannominato da tutti "lo stanzino delle scope". Corti tacchetti echeggiavano l'intransigente melodia dei loro passi, il viso adombrato sotto oscuri cappelli. La mano che passò il codice di sblocco sulla porta, non sembrava affatto avvezza alla pratica delle pulizie, ma questo particolare dettaglio, non impedì alla serratura di arrendersi docilmente, con un verde bagliore di approvazione.
Le due donne entrarono. Immediatamente, la porta si richiuse dietro di loro. Il magazzino non aveva una seconda uscita, né telecamere di sorveglianza. Soltanto armadietti chiusi a chiave e ripiani, che traboccavano di prodotti per la pulizia. Lungo due delle pareti, file di mensole, stipate con ogni genere di approvvigionamento si sollevavano dal pavimento, fin quasi ad accarezzare il soffitto.
Silenzio. Le due donne si sfilarono cappelli e cappotti con invidiabile sincronismo. I lunghi capelli corvini di entrambe, legati in morbide code. Occhiali grandi, dallo stile impersonale, per cercare di minimizzare bellezze singolari, decisamente fuori dall'ordinario. I loro sguardi si incrociarono un istante, in brillanti bagliori di verde e di blu. Entrambe indossavano la divisa d'ordinanza di un'impresa di pulizie chiamata "Dusthunter," ma sembrava piuttosto improbabile che fossero venute per pulire.
La richiesta giunse repentina all'orecchio della più alta di loro, come un fastidioso schioccare delle dita.
{Rapporto...}
La donna attivò l'auricolare. I suoi occhi si chiusero un momento per il disappunto, le sopracciglia lievemente aggrottate. Continuò a mantenere il dito premuto all'orecchio, mentre l'aria usciva completamente dai suoi polmoni, che molto lentamente, si riempivano di nuovo. Bassi toni di malcelato sussiego, trovarono infine la via delle parole.
"Siamo dentro e... continuo a pensare che sia un errore."
Secondi trascorsero, sotto il peso di milioni di anni. Alla fine, l'inconfondibile rumore del fumo, che sembrava soffiato contro l'auricolare, divenne l'unico triste sollievo al laconico silenzio. Una voce impassibile, apparentemente estranea all'intero universo, iniziò a parlare subito dopo, con calma glaciale.
{Ne abbiamo già parlato, Miranda. Annullare NON è un'opzione.}
La donna più bassa lanciò a Miranda uno sguardo smeraldino, con un secco sbuffo di impellenza nella voce, intromettendosi senza preamboli nella comunicazione.
"Rendezvous in dodici punto venti"
Ignorando completamente gli occhi verde acqua, che indugiavano sulla sua schiena in pressante attesa, Miranda inarcò un sopracciglio piuttosto accigliato. La sua voce ostentava la solita fastidiosa sicurezza. Ciò nonostante, il tono sembrava genuinamente preoccupato e al tempo stesso, intriso di irritata devozione.
"Con tutto il dovuto rispetto, Signore. Quel ragazzo soffre di una forma non curabile di insanità mentale che suggerisce un potenziale di progressiva escalation. Il soggetto è paranoide e gravemente affetto da sadismo. Non è orientabile verso alcun tipo di inibizione, scrupolo o rimorso. Inoltre, è assolutamente privo di una qualsivoglia traccia di coscienza o compassione. La sua condizione è già di per se molto grave e con il tempo non potrà che peggiorare."
La voce maschile mantenne la sua serafica calma glaciale. L'uomo parlava lentamente, soppesando ogni parola, come se niente nell'intero creato potesse scalfire la sua determinazione.
{In tal caso, gli daremo uno scopo e se non bastasse... lo controlleremo.}
La donna bruna dagli occhi in tempesta, non era facile da impressionare. Non era abituata a farsi intimidire. Aveva solidi ideali, sogni, aspettative da soddisfare e una linea ben disegnata, che non credeva di volere oltrepassare. Nonostante le apparenze, un cuore caldo pulsava nel suo petto. Eppure, lei stessa lo sentiva da tempo intirizzito e freddo, imprigionato com'era sotto una coltre di ghiaccio troppo spessa da scavare. Inconsapevolmente, Miranda fece un passo avanti, mentre ribatteva calorosamente, ma la fiamma fu spenta, prima ancora di venire completamente accesa.
"Ma..."
La risposta, ringhiata all'orecchio, piovve come grandine sui boccioli di rosa. Spense la fiamma, soffocando in gola ogni altra parola.
{La nostra missione è troppo importante. Non possiamo permetterci di scendere a compromessi. Cerberus ha bisogno di tutto l'aiuto possibile! L'addestramento del nostro obiettivo è il migliore che possiamo sperare di ottenere. Inoltre, talvolta Agenti disposti a non avere scrupoli, sono l'unica strada percorribile, Miranda. Anch'io avrei preferito avere Anderson dalla nostra parte, ma come ben sai, il Capitano non sente ragioni! Quindi, Agente Lawson, a meno che, tu non abbia intenzione di dimetterti e cedere il comando a Rasa, porta a termine la tua missione, ora!}
… Il carrello delle attrezzature apparve sulla soglia spalancata. La ragazza alta salutò con un debole sorriso, mentre lo spingeva dentro. Abbassò timidamente lo sguardo subito dopo, scivolando attraverso la porta. Spalle flesse sotto il peso della propria insicurezza. Passi lenti e imbarazzati, che rendevano impacciato un portamento, che di solito era regale.
Occhi di cerbiatto ricambiarono il saluto, altrettanto timidi e trepidanti nell'attesa. Così ingenuamente fiduciosi. L'altra ragazza sembrava decisamente più a suo agio. Tirò fuori un thermos dal carrello, con disinvolta intraprendenza. Si muoveva affabilmente, un'espressione rassicurante a malapena abbozzata sul suo viso. Si lasciò sfuggire un sorriso sbarazzino e un sospiro stuzzicante, mentre mostrava il thermos con un ampio gesto della mano.
"Oh, Gesù, sto morendo di sonno! A voi ragazzi non dispiace se ci facciamo un caffettino, prima di cominciare?"
Improvvisamente regnò il silenzio.
-Ci siamo.- Il pensiero rimbalzava nella testa di Miranda, riportata in un baleno al suo splendore glaciale. Le sue dita viaggiavano veloci, volando dal factotum alla console dei terminali. Il piccolo virus informatico si avventò nel sistema, con rapace precisione, disabilitando, in men che non si dica, tutte le telecamere di servizio. Le registrazioni delle ultime due ore definitivamente cancellate.
I due soldati accasciati sul pavimento, erano immobili. Entrambi incoscienti, ma illesi. Il respiro regolare. Grazie al piccolo pulsante nascosto nel doppio fondo del thermos, Rasa aveva attivato, non vista, il generatore di infrasuoni celato al suo interno. Un simpatico gingillo, made in Cerberus, che quando calibrato su una particolare frequenza, era capace di provocare una momentanea inibizione del sistema simpatico, in grado di indurre una sincope temporanea in tutti i soggetti esposti, a meno di non indossare dei tappi speciali.
La tensione si era fatta palpabile. La voce secca di Miranda divenne un soffio di calma glaciale, impreziosito dalla solita lucida efficienza.
"Tempo." Volle sapere ancora una volta.
Rasa si affrettò a rispondere. Il sorriso arrogante velocemente dissolto nel cipiglio professionale nella voce.
"Otto punto quindici"
Senza altre parole, Rasa pose rapidamente il thermos vicino al microfono dell'interfono appena attivato. La frequenza, trasportata dagli altoparlanti, si diffuse rapida in ogni angolo della struttura, come le invisibili increspature di un'onda. I soldati iniziarono a cadere, uno dopo l'altro, come sassi inconsapevoli nel fango di uno stagno. Silenziosi e del tutto ignari delle ragioni dell'urgenza di quel sonno, si separavano con involontaria noncuranza dai propri fucili e dalla propria consapevolezza di se stessi.
... Il silenzio onirico venne bruscamente schiaffeggiato dal rumore dei tacchetti, che picchiavano rudemente il pavimento, diretti verso l'unico luogo della struttura risparmiato dai soporiferi effetti del dispositivo infrasonico. Ovviamente la porta della cella era bloccata. Sapevano che lo era. Miranda iniziò a bypassare la serratura con urgenza controllata, mentre Rasa scalpitava, pronta a disattivare il segnale a infrasuoni al suo comando. Avevano una finestra di 60 secondi prima che i soldati iniziassero a svegliarsi, nessun margine di errore. Giusto il tempo per convincere il loro obiettivo, che tutto ciò che voleva era indossare un paio di tappi speciali e andare con loro.
Miranda era proprio davanti alla porta, un sopracciglio liberamente sollevato, in un ulteriore sforzo di concentrazione.
"Apertura in tre... due... uno... stand-by!"
Rasa disattivò il generatore con un tempismo perfetto, iniziando immediatamente a controllare il tempo. La porta della cella si apri sulla penombra, con un rumoroso sibilo, seguito da un fastidioso stridore di metallo, che increspava il sangue nelle loro vene. Un uomo, che potevano assumere di altezza media, era seduto a gambe incrociate sulla branda contro la parete opposta alla porta. Era piuttosto giovane. Il suo torso nudo era scolpito da ogni muscolo che si accaniva contro quello successivo. Aveva braccia forti, che sembravano in grado di piegare l'acciaio. A entrambe le donne sembrò troppo giovane per essere rinchiuso in un posto come quello.
Nonostante l'insopportabile voglia di scattare in piedi e fiondarsi attraverso la porta a tutta velocità, il ragazzo non si mosse, fissando senza battere ciglio l'unica via di fuga.
I suoi occhi a mandorla, erano neri e freddi come le notti senza luna. Strisciavano guardinghi, accovacciati sopra un viso diafano e dai tratti decisamente orientali. Tutt'altro che bello, aveva zigomi pronunciati, che circondavano un grosso naso carnoso, adagiato sopra labbra affilate e scure di disprezzo. Una lunga cicatrice cremisi, correva verticalmente sulla guancia sinistra fino a lambire pericolosamente l'angolo dell'occhio e passare oltre, verso la tempia. Senza dubbio, il doloroso monito di una lama molto affilata.
Parlò all'improvviso, solo le labbra in movimento. Il tono secco e malvagio, lo rendeva piuttosto inquietante. Aveva un atteggiamento glaciale, che lo faceva sembrare più vecchio della sua età.
"Chi siete?"
Prima ancora di parlare, Miranda allungò una mano, porgendogli i tappi, con un lieve cenno del capo. Sapeva per esperienza, che più il momento è concitato e meno sono richieste spiegazioni. Restituì all'uomo un'occhiata fatta di ghiaccio puro, enfatizzanto ogni parola con cura. Le labbra in tensione, rendevano più determinato il suono della sua voce.
"La tua ultima occasione per uscire di qui"
Rasa incalzò con impazienza, ammiccando appena con lo sguardo. Una mano appoggiata alla vita, aggiunse.
"Trenta secondi. Devi decidere in fretta, Feng. Non avrai un'altra occasione."
Il ragazzo cinese si mosse per la prima volta. Annuì una volta, mentre la sua mano emergeva determinata dall'ombra, per accettare i tappi. Li posizionò con cura, sotto la pioggia arruffata di capelli neri, mentre si alzava in piedi, sibilando un sospiro minaccioso davanti agli occhi di Rasa.
"Devi chiamarmi Hey Te!" Ordinò.
Rasa corrugò la fronte in un'espressione indispettita, riattivando il generatore infrasonico con una misera manciata di secondi di vantaggio. Poi, rispose seccamente.
"Come ti pare, Black. Ma, adesso muovi il culo e cerca di non restare indietro!"
Il ragazzo non disse nulla, ma il riflesso diabolico che brillava nei suoi occhi, sollevò la pelle d'oca sulla schiena di Rasa.
L'espressione di Miranda era un'amalgama di freddezza, altezzosità e indifferenza, che sapientemente combinate in proporzione, davano come risultato la quintessenza del gelo. Gli occhi blu mare di lei, sembravano schiuma dell'oceano, schiaffeggiata con violenza contro la nera scogliera che si ergeva insidiosa dentro gli occhi di Feng Hey Ta. L'agente Lawson parlava con fermezza, più che professionalmente immobile. Le braccia incrociate e all'apparenza, nessuna emozione. Come sempre, imperscrutabile, imperturbabile e bellissima.
"L'Uomo Misterioso ti sta aspettando." Disse senza batter ciglio. "Non puoi incontrarlo di persona. Tuttavia, oltre quella porta, un sofisticato sistema di comunicazione olografica, vi consentirà di parlare faccia a faccia, quasi lo foste. Tutto ciò che devi fare è salire sulla piattaforma circolare e rimanere immobile. Ora vai, non gli piace aspettare."
Per tutta risposta, Feng rimase immobile, di fronte a Miranda. Non poteva fare a meno di sentirsi attratto dalla bellissima donna. Più la guardava e più gli sembrava perfetta. I suoi occhi così glaciali, esercitavano su di lui un fascino estremo. I suoi capelli scuri, il viso. L'incredibile eleganza del corpo scultoreo di Miranda, lo faceva vibrare dall'interno di un desiderio selvaggio, ben lontano dal poter essere controllato. In tutta la vita, il ragazzo non aveva mai visto niente di più bello. Ma più di tutto, era irrimediabilmente attratto dai suoi modi glaciali, eccitato nel profondo di ogni cellula dal gelido timbro della sua voce.
-Lei è ghiaccio puro!- Concluse con un brivido. L'abbozzo di un sorriso diabolico arricciò le labbra di Feng in modo quasi involontario. La sua voce nient'altro che vento nero, mentre si sporgeva in avanti, sibilando dolcemente nell'aria.
"Mi piace il tuo ghiaccio, Baby."
In un tripudio di freddezza, Miranda ringhiò il suo disappunto. La sua reazione travolse inaspettatamente Feng, lasciandolo basito, come trasformato in pietra. Le mani della donna si accesero di blu. Il corpo avvolto intensamente in un mantello dello stesso colore, che luccicava e brillava pericolosamente, riflettendo negli occhi del giovane assassino un bagliore dannatamente minaccioso.
"Falla finita! Te lo dirò una volta soltanto, Mr. Hey Te. Se vuoi continuare a vivere, stai lontano da me!"
Detto questo, girò rapidamente sui tacchi, mentre i suoi poteri biotici si spegnevano. Senza aggiungere altro, uscì a grandi passi dalla stanza, scomparendo alla vista.
Il fascio di luce viaggiava lentamente sul corpo immobile di Feng Hey Te, con un leggero brusio di elettronica. Ogni singolo atomo letto dallo scanner olografico con estrema precisione e trasformato in un punto luminoso. Infine, proiettato a grandezza naturale in un realistico alter ego fatto di pura luce, grazie a un dispositivo identico, situato a diverse centinaia di anni luce di distanza.
Ogni muscolo del suo corpo sembrava gonfiarsi, fin quasi a esplodere di tensione per l'attesa e ridursi dolorosamente subito dopo. Mentre la sua immagine si materializzava chissà dove, una miriade di fotoni si dipingevano nella luce colorata e danzavano davanti ai suoi occhi assumendo, a loro volta, sembianze umane.
L'uomo, elegantemente vestito, sedeva comodamente su una sedia di design, un bicchiere in una mano. Rivoli di fumo danzavano tra le sue dita, si sollevavano nell'aria e uscivano in delicati sbuffi dalla sua bocca. Alle sue spalle, oltre una vetrata, si intravvedeva una massiccia stella, scintillante di colori accesi. I suoi gialli, i rossi, gli arancioni, i suoi grigi, sembravano respirare nel suo ventre infernale, che si muoveva e pulsava come una cosa viva. Ogni riflesso trasformato in una miriade di sfumature di bellezza, che lasciavano senza fiato.
Il giovane assassino rimase immobile ad osservare l'immagine olografica, ora completamente formata davanti a lui, con deliziato stupore. Il suo sangue era elettrizzato, la sua attenzione calamitata da occhi a dir poco singolari, che lo fissavano con compiaciuto apprezzamento, o almeno così gli era sembrato. Occhi gelidi, intensamente azzurri, magnetici e spietati, illuminati da una luce diabolica, che penetrava in profondità. Capace di mettere a nudo anche i pensieri più nascosti, di liberare i desideri più segreti dall'oscurità.
Il ragazzo sentì un altro brivido scorrergli nelle vene, mentre si lasciava scrutare in profondità, da quello sguardo strano, capace di lasciarlo nudo, ma non di piegarlo. Non poteva dire con assoluta certezza se fossero occhi sintetici, naturali o... entrambi. Sapeva solo di esserne fatalmente attratto, come una farfalla notturna verso la luce, per quanto accecante possa sembrare.
A dirla tutta, si stava davvero godendo il momento. Sentiva l'eccitazione arrampicarsi piacevolmente attraverso le pieghe del suo stomaco. Come quando due predatori si fissano minacciosi l'un l'altro in un test di dominanza. Annusano la forza dell'avversario, cercano di spingerlo ad attraversare la linea in cui il coraggio è schiacciato dalla paura. Il momento preciso nel quale uno dei due predatori diventa inevitabilmente la preda.
Poteva sentire l'eccitazione della scarica di adrenalina, diffondersi piacevolmente nelle vene, procurandogli una cascata di brividi dietro la schiena. Gli era mancata quella sensazione. Fissò l'uomo seduto, osservandolo per un momento che sembrava congelato nel tempo, senza paura. Tuttavia, una cosa era la scarica di adrenalina, un'altra storia riguardava il suo istinto, che gridava di non abbassare la guardia.
Non un muscolo in movimento, solo il flusso del suo stesso sangue, che pulsava freneticamente nel collo, come prova riluttante della misura della sua eccitazione. Si rese conto di trovarsi di fronte a un bivio, dove il suo destino stava per essere compiuto. Aveva la sensazione che la sua sopravvivenza, ora più che mai, dipendesse da quanto a lungo poteva mantenere i nervi saldi. Si sentiva forte e letale. Un serpente nel buio, consapevole del suo veleno. Era un soldato molto ben addestrato. Pensava di poter affrontare qualsiasi minaccia, praticamente ogni situazione.
Essere disarmato non era il vero problema. Al suo arrivo aveva contato non meno di due dozzine di agenti armati e almeno un'altra dozzina di Mech di sicurezza. Per non parlare delle due bambole che l'avevano tirato fuori di prigione. Si era subito reso conto di quanto fossero toste. La sua favorita era biotica e quello era il vero problema. Poteva mandarlo al tappeto da lontano. Nella migliore delle ipotesi, sarebbe morto cercando di scappare. O peggio, catturato e riportato in un inferno dove non voleva tornare.
Non aveva molta scelta. Perciò, rimase fermo, il mento scolpito nell'acciaio. La sua pancia gli stava dicendo, che era il momento di compiere un grande sforzo di volontà. Si costrinse a rimanere impassibile, per cercare di impressionare quell'uomo. Erano trascorsi solo una manciata di secondi che al giovane, ancora immobile davanti al suo misterioso interlocutore, erano sembrati lunghi anni. Alla fine, l'uomo più anziano parlò, in eleganti sbuffi di fumo. La sua voce bassa e controllata ruppe la silenziosa tensione.
"Come avevo previsto, la nostra piccola operazione di recupero è stata un successo. Immagino che i tuoi ex colleghi dell'Alleanza si stiano ancora domandando dove diavolo sei finito." Annunciò con una leggera smorfia di soddisfazione. La sua mano fece danzare il brandy nel bicchiere, prima di assaporare con gusto un piccolo sorso, poi un'altro.
L'Uomo Misterioso mise da parte il bicchiere e alzò lo sguardo. Una nota di passione prese forza nella sua voce e si fece man mano più evidente quando continuò serio.
"Da molto tempo ti sto osservando. Da molto tempo desideravo incontrarti. I tuoi talenti sono davvero impressionanti. Sono un dono prezioso per tutta l'umanità, che non va sprecato in una cella di prigione. Sei il benvenuto qui. Ti propongo di restare."
Feng, ascoltava in silenzio, le braccia incrociate. I suoi occhi profondi come neri precipizi scrutavano l'ignoto interlocutore, attingendo alla sua stessa prudenza. Il suo istinto gli stava ancora dicendo che era meglio non abbassare la guardia. Tuttavia, la sensazione era ben nascosta, mentre la sua voce soffiava fredda e inquietante, come un vento nero.
"Non sono così sicuro di doverti ringraziare. Di certo sono qui per una ragione, ma non ho ancora deciso se mi piacerà. Voglio sapere, cosa vuoi da me, prima". Sentì la sua stessa voce sibilare in tono lapidario.
L'uomo misterioso non disse nulla. Invece, prese una voluttuosa boccata, facendo arrossire la sigaretta tra le dita. Impassibile. Il fumo si diffuse abbondantemente attorno alla sua persona. Egli illuminato da dietro nei colori della stella, mostrava una silhouette scura nella penombra, dall'aspetto vagamente diabolico.
"Ti sto dando uno scopo," ribatté con fermezza. Poi, si spostò sulla sedia, piegandosi un poco in avanti, ma senza distogliere lo sguardo da Feng. Dove prima era la sigaretta, prendeva forma un pugno chiuso, che sottolineava con crescente veemenza il suo ardore, lo faceva parlare.
"Hai combattuto su Entiyon come un eroe e in cambio sei stato congedato con disonore e sbattuto a languire in un carcere di massima sicurezza dall'Alleanza," disse accigliato, poi insistette con rinnovato calore.
"Immagino, che stessi combattendo per uno scopo. Fare in modo che all'umanità venga riconosciuto il peso che le compete nel quadro galattico, è il mio obiettivo personale." Affermò con convinzione. "Come di certo ti sarai accorto, l'Alleanza è imbrigliata nelle pastoie del Consiglio e non è disposta a fare i necessari sacrifici per il bene della nostra specie. Il compito di Cerberus è proteggere l'umanità contro chiunque e con qualsiasi mezzo, sempre e comunque. Affinché la nostra specie ottenga il giusto riconoscimento che le compete. E qui entri in gioco tu! Il mio progetto è cruciale e molto ambizioso, ecco perché ho bisogno delle tue abilità, non potrei desiderare uomo migliore!" Proclamò, annuendo la sua convinzione, prima di sorseggiare il brandy nel suo bicchiere, con una sorta di luce illeggibile che gli brillava negli occhi.
Il giovane soldato altamente addestrato che tutti ora chiamavano assassino, poteva annusare il pericolo irradiato dal suo compagno di conversazione. Si sentiva allo stesso tempo affascinato dalla sua smisurata ambizione e avvisato dall'assenza di limitazioni riguardo i suoi scopi. Una cosa era perfettamente chiara nelle sue viscere. Stava per fare una scelta a senso unico. Qualunque cosa avesse deciso, non sarebbe stato possibile tornare indietro. Era abituato a questa sensazione e... gli piaceva.
Le sue mascelle si serrarono, il mento sollevato in segno di sfida. "Adula il tuo nemico e lui offrirà la schiena al tuo pugnale," argomentò tempestivamente, con una calma misteriosa.
L'Uomo Misterioso non sembrava affatto sorpreso. Sorrise debolmente, mentre rispondeva con lo sguardo assertivo. "Vero."
Fece una pausa, aspirando una lunga boccata dalla sigaretta, prima di rassicurare, quasi amichevolmente. "Tuttavia, se noi due fossimo nemici, non saresti uscito da quella cella sulle tue gambe."
Infine, sbatté le palpebre all'utile strumento che stava in piedi di fronte a lui, prima di dirgli con un mezzo sorriso, quello che voleva sentire. "Considerati un prezioso alleato."
Nessuna emozione, né espressione o esitazione. Solo un bisbiglio gelido, senza distogliere lo sguardo da dentro gli scintillanti occhi blu dell'Uomo Misterioso. La scelta era stata fatta. L'assassino sorrise, poi tagliente come un rasoio sibilò lentamente. "In tal caso, adesso hai la mia attenzione."
L'Uomo Misterioso si appoggiò allo schienale della sedia, un lampo di soddisfazione che sfuggiva dai suoi occhi. Fece un cenno al suo nuovo agente, sollevando vagamente il suo bicchiere. Il tono trionfante tenuto a bada con un certo sforzo, mentre diceva. "Ottimo, faremo grandi cose insieme, signor Feng Hey Te!"
Bevve un sorso di brandy, prima di continuare con fervore. "Per prima cosa, hai bisogno di una nuova identità."
Stava impiegando tutto il suo talento per dirigere Feng esattamente dove voleva farlo andare. Gli rivolse un piccolo cenno di simpatia. "Ti chiamano Cat6, assassino e adesso anche fuggitivo. L'Alleanza ti sta cercando e non si fermeranno. Dovunque andrai, con quella faccia, ben presto attirerai l'attenzione di qualcuno. Un genere di attenzione che NON puoi permetterti di rischiare." Aggrottò le sopracciglia, per sottolineare freddamente la dura realtà.
"Ma, io posso renderti invisibile." La determinazione luccicava nello sguardo blu dell'Uomo Misterioso, mentre aggiungeva, "il tuo nome, il tuo aspetto, nessuno sarà più in grado di collegare nulla a te, o a questa organizzazione." Sbuffò e soffiò la sua convinzione attraverso il fumo. "Cambieremo il tuo aspetto grazie alla chirurgia plastica e Rasa ti creerà una nuova identità. Lei è la migliore in questo settore." concluse con sicurezza.
Feng era certo che il suo nuovo capo avesse ragione. A dire il vero, non gli era mai piaciuta molto la sua faccia. Soprattutto, odiava con assoluta passione la dannata cicatrice sulla sua guancia, che gli ricordava continuamente la sua più cocente sconfitta. Inoltre, non aveva alcuna intenzione di vivere come un fuggitivo se solo poteva evitarlo. In realtà, non ebbe bisogno di pensarci più di tanto, per giungere alla sua decisione finale.
Quindi, annuì con un cenno al suo nuovo capo. Rispondendo seccamente. "OK, ci sto. Ma ho delle richieste."
Stranamente, quello che apparve sul viso dell'Uomo Misterioso sembrava un vero sorriso. "Certo, puoi chiedere tutto quello che vuoi." Gli disse in modo forse un po' troppo gentile.
"Sono cinese e questo è ciò che voglio restare, ma voglio avere un bell'aspetto." Feng ammise con un sorriso storto.
"Gli occhi sono a posto, ma niente più cicatrici." Si strofinò una mano sul collo, poi emise un sospiro di amarezza. "Beh, il mio nome mi piaceva, ma... suppongo che tu abbia ragione. D'ora in poi sarò Leng... Kai Leng."
l'Uomo Misterioso restituì un breve cenno d'intesa, "avrai il miglior chirurgo plastico."
Quindi, tornò a concentrarsi sul suo piano, in tono professionale. "Una volta operativo, tu e Rasa andrete su Marte, sotto copertura. Vi infiltrerete tra il personale responsabile dell'inventario degli Archivi Prothean. C'è un antico manufatto che dovrai recuperare..."
L'immagine olografica svanì lentamente nell'aria, trasformando gli occhi torvi del killer in un fantasma sgargiante di colori evanescenti. L'Uomo Misterioso rimase solo, nel silenzio della stanza, a contemplare la stella morente oltre la vetrata. Il leader di Cerberus si accese tranquillamente un'altra sigaretta, aspirando una voluttuosa boccata. Fu immediatamente rapito dai battiti di eccitazione, che pulsavano allegramente nel suo collo. Brividi di irresistibile autocompiacimento si stavano diffondendo lungo la schiena.
Rimase assorto in misteriosi pensieri per una manciata di minuti, prima di attivare la comunicazione. "Dottore? Qui è l'Uomo Misterioso, mi ricevi?"
La risposta fu immediata. Dall'altra parte, una voce profonda, asciutta e indaffarata parlò senza preamboli.
{Ebbene, ordini?}
"Sì, tutto sta andando secondo i miei piani. Come avevo previsto, il mio nuovo agente sta arrivando per un intervento di chirurgia plastica, dottore. Preparati a cambiare il suo aspetto, considerando tutte le sue richieste. Naturalmente, confido nella tua grande abilità per il risultato finale." Rispose in tono professionale.
{Sono pronto}, fu la concisa risposta.
Un attimo prima di chiudere la chiamata, l'Uomo Misterioso corrugò la fronte, aggiungendo cupamente: "Ah, e... dottor Heart?..."
{Sì?}
"Impianta un chip di controllo nel suo cervello."
{Benissimo}
Pianeta Kahje, verso la fine del 2182, Tempo Terrestre.
La confortevole navetta-marina di Zymandis si infilò velocemente nella stretta e ben nascosta fessura d'accesso di una vasta caverna sottomarina, ancora inesplorata, situata a quattromila metri di profondità, nell'oceano Settentrionale del suo pianeta natale. L'unico altro occupante sedeva silenziosamente sul sedile posteriore. Le sue aspettative in fremente fibrillazione. Trovarsi lì, aveva richiesto molto tempo, infinite risorse e più di qualche grosso sacrificio, ma Jack Harper era stato irremovibile. Finalmente, la sua più grande aspettativa si stava realizzando e qualsiasi sacrificio sarebbe valso la pena.
Bagliori di blu metallico scintillavano nei suoi occhi, spandendosi in riflessi di cupidigia sopra al prezioso manufatto, che stringeva con bramosia tra le mani guantate. Erano trascorsi alcuni anni da quando Leng e Rasa lo avevano rubato per lui dagli Archivi di Marte. Harper sbuffò nella sua mente, lottando per gestire i suoi pensieri in modo positivo. 'Finalmente l'attesa è finita!'
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l'oggetto in questione non era Prothean. Tutte le analisi condotte negli anni confermavano che l'artefatto era stato forgiato in un metallo sconosciuto, da un'altrettanto sconosciuta razza aliena molto misteriosa. Presumibilmente molti milioni di anni prima della civiltà dei Prothean.
Aveva le dimensioni di un grosso medaglione, ma era di forma triangolare, perfettamente liscio e piacevolmente morbido al tatto. Così piacevolmente, che a volte, le dita di Jack sembravano irrimediabilmente attratte da esso. Egli non poteva fare a meno di carezzare delicatamente la superficie del medaglione, pensieroso. Finché, un piacevole formicolio cominciava a solleticargli la punta delle dita, aumentando la sua determinazione. Al centro dell'equilatero, una fessura tagliata direttamente nel metallo, formava una runa simile alla lettera H, ma disposta orizzontalmente. Sul retro del manufatto, un'iscrizione era rimasta incomprensibile per molto tempo. Poi, finalmente l'incredibile svolta. Erano coordinate galattiche!
L'Uomo Misterioso faticava a rimanere sulla sedia, tanto profonda era la sua eccitazione. Le coordinate conducevano a un sito, presumibilmente Prothean, che si trovava proprio all'interno di questa caverna nelle profondità di Kahje. Uno dei mondi dove le rovine Prothean erano più abbondanti. Un sacco di tempo e una quantità indefinita di crediti erano stati investiti, per ottenere quel manufatto e per essere in grado di comprendere il significato della sua iscrizione. Alla fine egli scoprì che i Prothean lo trovarono per primi ed erano riusciti a tradurre la scritta sul retro. L'Uomo Misterioso era convinto, che tutto ciò che si trovava in quella caverna doveva essere estremamente prezioso e gli stessi Prothean in passato, avessero goduto dei vantaggi tecnologici.
Il leader di Cerberus era giunto alla conclusione che i Prothean custodissero in quella caverna sottomarina qualche deposito di tecnologia aliena intatta, molto antica e assolutamente inestimabile, alla quale, egli supponeva, dovevano lo sviluppo della propria tecnologia. Grazie alle risorse che pensava di poter trovare, era sicuro che Cerberus, in primis e il genere umano di conseguenza, sarebbero progrediti di almeno mille anni rispetto a tutte le altre specie.
Stava arrivando il momento in cui la Terra si sarebbe finalmente assicurata il proprio ruolo di guida al governo della Via Lattea. L'Uomo Misterioso era disposto a fare tutto il necessario per farlo accadere. Quel pensiero era diventato una tortura, la tortura un'ossessione, che martellava incessantemente nella sua testa, come migliaia di voci tormentate che non smettevano mai di spronarlo, in un modo quasi doloroso. Le voci lo inducevano a sforzarsi implacabilmente. Solo un pensiero come un mantra nella testa, che bisbigliava, mormorava, urlava ad alta voce, 'Usalo! Questa è la chiave per salvare la tua specie. Usalo!'
"Il sottoscritto ti raccomanda di raggiungere subito la camera di equilibrio. Tempo di Arrivo Stimato, cinque minuti, Tempo Galattico Standard." Zymandis lo avvertì educatamente, mentre il suo corpo scintillava euforico in deliziose sfumature dall'indaco al cadmio. Impostò il pilota automatico, prima di muovere i tentacoli egli stesso verso la camera di equilibrio. L'Uomo Misterioso scattò in piedi come sull'orlo di un bisogno impellente. Ripose con cura l'artefatto nella tasca della sua cintura, prima di avviarsi a grandi passi dietro di lui.
Gli Hanar sono organismi marini, modellati dall'evoluzione per sostenere l'enorme pressione delle profondità oceaniche del loro pianeta natale senza bisogno di scafandri. I loro corpi gelatinosi, sono in grado di regolare la densità interna, fino alla consistenza dell'acqua. Possono respirare attraverso la pelle, come le meduse e grazie al naturale sistema di autoregolazione della pressione interna, sono in grado di scendere negli abissi del loro mondo con estrema facilità.
L'Uomo Misterioso, al contrario, era costretto ad indossare quella, che a prima vista, sembrava un'armatura pesante. Diede a Zymandis un cenno del capo, prima di infilarsi il casco e bloccare la chiusura. La tuta pressurizzata era stata progettata per consentire ai Drell di seguire gli Hanar nelle profondità marine, in caso di necessità. Tuttavia, questa in particolare era stata opportunamente modificata e adeguata alle necessità vitali della specie umana. Jack Harper si sentiva a suo agio nella tuta. Spostarsi sul terreno era quasi come camminare nello spazio con gli stivali magnetici. Dopo qualche minuto iniziò a prenderci la mano e a muoversi piuttosto velocemente.
Zymandis si spostava con grazia ed eleganza. Il suo corpo riluceva e splendeva in affascinanti sfumature di giallo, rosso e blu, che pulsavano e vibravano. Illuminando il buio fitto della caverna, esse incrementavano l'alone di mistero che la avvolgeva. L'Uomo misterioso accese il potente faro alloggiato nel suo casco, cercando di rallentare la respirazione e risparmiare ossigeno. Non si era mai sentito così eccitato in tutta la sua vita.
"Il sottoscritto spera che tu sia abbastanza a tuo agio nella tua tuta ambientale, buon amico." Disse Zymandis con voce educata. I delicati riflessi da menta a limone, sulla sua pelle, confermavano quanto fosse sincero il suo interesse a saperlo. Immediatamente dopo, il suo corpo gelatinoso iniziò a brillare per l'eccitazione, mentre aggiungeva, in un sussurro basso e tremante "Ecco. È proprio qui! "
Occhi umani si allargarono sotto il casco, nel tentativo di assorbire il tumulto di emozioni, che rimbalzavano incontrollabilmente in ogni battito del cuore. L'uomo emise un lungo respiro di pura avidità, sogghignando. "Onestamente, Zymandis? Mai stato meglio. Forza, muoviamoci! "
Zymandis si muoveva con la grazia e l'eleganza di un ballerino. Il suo corpo scintillava e brillava in affascinanti sfumature di colore. L'ambra, il cremisi e il blu cobalto pulsavano e fremevano sulla sua pelle come morbide carezze di luce colorata, nella fitta oscurità della caverna. Un'aura di mistero, sembrava dipinta tutt'intorno ai due esploratori mentre avanzavano in silenzio. La potente lampada sul casco dell'Uomo Misterioso accese il proprio occhio luminoso, mentre egli cercava freneticamente di rallentare la respirazione, per risparmiare ossigeno. Non si era mai sentito così eccitato in tutta la sua vita.
Si inoltrarono in un lungo budello di roccia, che terminava contro una ripida parete verticale, della quale non si riusciva a vedere il soffitto. Il fascio di luce illuminò una porta di solido metallo, al centro della quale trovarono una depressione a forma di triangolo, delle stesse dimensioni del manufatto. All'interno conteneva una runa in rilievo a forma di lettera H posizionata orizzontalmente nel centro del triangolo stesso. La voce di Zymandis risuonò nell'auricolare, "Il sottoscritto ritiene che l'oggetto in tuo possesso possa essere una chiave". l'Uomo Misterioso premette il pulsante sul casco per poter rispondere. "Già! Lo scopriremo presto!" La sua voce tremava di eccitazione, mentre estraeva il manufatto dalla tasca. Accingendosi a sistemare il medaglione nell'apposito alloggiamento della porta, emise un lungo respiro e sorrise debolmente. Nessuno dei due sembrava stupito quando si adattò perfettamente.
La pesante lamiera, rimasta immobile in quella posizione per migliaia di anni, all'improvviso stava cominciando a muoversi, ubbidiente. Suoni cupi, ovattati, vibrarono sotto i loro piedi, finché non fu completamente aperto. Una grande stanza immersa nell'oscurità rivelata.
Lame di luce tagliarono l'oscurità come burro. Le sfumature iridescenti dei gialli, dei rossi e dei blu si riflettevano come luci stroboscopiche sulle pareti. Le gambe dell'Uomo Misterioso si erano fatte pesanti, il cuore come una follia di tamburi in mezzo al petto. Ogni singola fibra del suo essere sembrava espandersi in un'eruzione di eccitazione. L'uomo sembrava sospeso, nel delirio della sua stessa ambizione, ebbro in una prematura esaltazione. La vista offuscata, mentre lottava con tutte le sue forze per non urlare. Anche Zymandis vibrava, in uno stato di evidente euforia. Il suo corpo riluceva di colorata eccitazione.
L'accordo era chiaro. Agli Hanar tutti i ritrovamenti Prothean, ogni artefatto un tempo appartenuto agli Illuminati. Ogni reliquia, ogni antico e inestimabile singolo ricordo, sarebbe diventato un oggetto di culto custodito in un grande e sontuoso Tempio sottomarino. Il Tempio doveva sorgere in un luogo segreto, molto lontano dal controllo della Cittadella, o dall'occhio rigoroso del Consiglio. In cambio, gli umani avrebbero ottenuto qualsiasi tecnologia non-Prothean si trovasse in quella grotta. Tuttavia, la felicità di Zymandis fu di molto breve durata.
La stanza era vuota, immersa in un'oscurità desolata. Nessuna traccia di tecnologia, né di preziose reliquie. Soltanto un Obelisco, due volte l'altezza di un uomo, silenziosamente addormentato nel centro della sala. Lo spot di luce, infine, inciampò su di esso, rivelando la sua forma piramidale. Sembrava fatto con lo stesso metallo del manufatto. Al centro di una delle sue facce, la medesima depressione triangolare già visibile nella porta. La mano dell'Uomo Misterioso tremava un poco, mentre posizionava la "chiave" al suo posto proprio nel mezzo di una piramide aliena sconosciuta, potenzialmente molto pericolosa, collocata in quel luogo chissà quando e chissà per quale altrettanto sconosciuta e misteriosa ragione.
La runa si adattò perfettamente. Una volta in posizione, si illuminò di luce verde smeraldo fluorescente. L'obelisco si accese di luce bianca, con un fremito di esitazione. Poi, il bianco si trasformò cautamente in un intenso verde cangiante. In pochi secondi, la piramide incominciò a pulsare a intervalli regolari, emettendo un'intensa vibrazione. "Un segnale di trasmissione!" Jack Harper esclamò, in un grido di sorpresa sconsolata.
Era davvero un segnale, uno di un tipo eccezionale. Tanto incomprensibile, quanto sconosciuto. Una volta attivato, non fu più possibile riuscire a spegnerlo.
Oltre i Sistemi Terminus, da qualche parte nel profondo Spazio Intergalattico, poche settimane più tardi.
In un buio glaciale, remoto e silenzioso, oltre lo spazio che definisce i confini della Via Lattea, un'enorme astronave, di un paio di chilometri di lunghezza, dorme. Si lascia trasportare in un'orbita millenaria attorno all'estremità più remota e irraggiungibile del braccio galattico, come un gigantesco insetto. Semplicemente aspetta. Inosservata.
Il segnale trasmesso dall'Obelisco nelle profondità oceaniche di Kahje sta percorrendo la distanza a una velocità impensabile. Spazio infinito, che richiederebbe migliaia di anni per essere percorso, quasi completamente annullato dalla sofisticata tecnologia dei Portali. Non appena il segnale ha incominciato a pulsare, la trasmissione è rimbalzata da un portale all'altro, attraverso la galassia. Il tempo di consegna ridotto a poche settimane.
Nello spazio intergalattico, buio e silenzioso, un enorme occhio bianco, all'improvviso prende vita al centro della bestia addormentata. Il risveglio è appena cominciato. La gigantesca astronave si accende, vibra minacciosamente, come se prendesse un alito di vita, poi si muove. Il suo viaggio di rientro verso il Portale più vicino è già iniziato.
Continua...
