"E se c'è un cielo, lui è là, e mi dormirà accanto in modo che io possa dormire…".

L'amante di Lady Chatterley

D.H. Laurence

Tempo

Al piano terra c'erano le cucine e le dispense.

Non c'era servitù vera e propria, solo poche persone che andavano e venivano dal villaggio, per comodità e perché così nessuno si sarebbe intrufolato nella stanza di madame, quando Donna Lari fosse stata impegnata in altre faccende.

Donna Lari aveva stabilito che Vossignoria fosse eccessivo. Mademoiselle le pareva terribilmente grazioso ma decisamente inappropriato al carattere intemperante della nuova padrona.

Madame, madame…

Dunque Oscar sarebbe stata madame e basta.

Le stanze erano alte, spaziose, le porte anche, di forma rettangolare, con cornici in arenaria.

Alcune erano ad arco, anche quella che conduceva nella grande sala della caccia.

Il portico di fuori girava attorno alla casa, così come la loggia al piano superiore, tagliata dentro il corpo dell'edificio e ancora più su, l'ultima fila di finestre ben protette dalla furia del vento che aveva preso a soffiare impetuoso da quando s'era entrati nel mese di dicembre.

Da lontano s'udivano i nitriti dei cavalli ricoverati nelle scuderie.

Gli animali venivano lasciati uscire nelle ore più calde della giornata e pascolare dove l'erba era più fina, alta, ancora verde.

In fondo ai roseti, il sentiero era protetto da due lunghe fila di piccoli cipressi, ben tenuti e curati, dove gli occhi erano ancora attirati dalle tonalità intense e diverse dei fiori che continuavano a fiorire, caparbi, nonostante il freddo più intenso e umido.

Le corolle s'agitavano all'odore salmastro del mare, petali variopinti vorticavano nell'aria, attraversata dai voli radenti dei gabbiani a sfidare le residue correnti calde.

Oscar alzò lo sguardo osservando la casa.

Poi riprese la via della spiaggia che aveva imparato a conoscere. Camminava piano, era molto presto. Non aveva chiuso occhio o forse sì, che ad un certo punto s'era ritrovata nel letto e nemmeno sapeva com'era riuscita a tirarsi su da terra o da chissà dove fosse finita.

Prese a rammentare la sera precedente.

André se n'era andato.

S'era ritrovata da sola.

Di nuovo.

La rabbia non la sorreggeva più. S'era sentita perduta, lì, a terra, braccia e gambe aperte, distesa sul pavimento tiepido e duro, odoroso di legno trattato con morbida cera.

Avrebbe voluto uscire e correre ed abbracciarlo e chiedergli scusa.

Sapeva sarebbe stato inutile.

Al di là delle parole crudeli che le erano scivolate dalla bocca, André avrebbe preteso delle spiegazioni.

Nulla poteva giustificare il comportamento, la chiusura netta, la recisione della simbiosi. Nulla…

Neppure ciò che aveva dentro. Neppure la peggiore delle punizioni avrebbe potuto dare ragione e senso a ciò che aveva fatto.

Eppure era accaduto…

Era fuggita da lui tante volte. E lui le era sempre rimasto accanto.

Sempre…

Avrebbe potuto essere l'ultima volta. Non lo avrebbe biasimato se lui non avesse avuto la forza di restarle accanto.

Lo stai allontanando da te…

Di nuovo.

Non vuoi farlo soffrire…

Meschina e…

Puoi mai essere così meschina d'ammettere ch'è solo per questo!?

O non è forse per non vedere te stessa soffrire?

E' solo te stessa che vuoi proteggere…

S'era stretta a sé.

S'era abbracciata. Era rimasta ferma, occhi chiusi, a calmare il respiro.

Poi s'era costretta a rialzarsi ed era uscita nel loggiato che dava sulla stanza e s'era sdraiata sullo sdraio ch'era ancora lì, immobile, nonostante facesse troppo freddo per prendere aria.

Non sarebbe riuscita a stare nel letto che appariva talmente vuoto e freddo.

Non ci sarebbe stato nessuno lì, accanto.

Eppure l'aveva voluto lei.

La brezza del mare la raggiunse, ammansendo i pensieri che vagavano lievi. Aveva smesso di piovere, l'aria era carica dell'odore intenso della pioggia che risaliva dalla terra, dalla sabbia mescolata al sentore resinoso dei tronchi dei cipressi.

Parigi era lontana.

I colpi dei cannoni, gli spari…

Le grida…

La gente ch'era morta.

I bambini trascinati via dalle madri…

I soldati dietro a sparargli alle spalle.

Le cariche a cavallo…

I bastoni, i badili, le pietre lanciate dai tetti…

Tutto fermo, immobile, silenzioso.

La campagna umida, quasi liquida, accoglieva le sequenze rapide e sfumate, mentre da lontano appariva in sogno la reggia sfarzosa, simbolo d'oppressione e spietata ostentazione d'una ricchezza indegna e soffocante.

Tutto passato eppure tutto capace d'opprimere l'anima come un macigno.

E poi dopo, sulla nave…

Era troppo…

Tutti hanno i propri demoni dentro la testa.

Essi stanno lì, pronti ad uscire.

Non aveva più risorse.

Voleva aiutarla, non sapeva più come.

Se solo s'avvicinava, lei…

Pareva un animale ferito che deve difendersi.

Non poteva lasciarla sola a combattere quella battaglia. Ci era passato troppe volte.

Quella volta…

Aveva rischiato di perderla. Il rimprovero freddo che lui s'era arruolato…

E lui testardo aveva deciso che non avrebbe seguito i suoi ordini. Mai!

Adesso era diverso. Doveva essere diverso.

Oscar aveva compreso di amarlo. Ne era certo.

Il ricordo dell'assenza e della solitudine s'era imposto crudele. Lei, distante, lontana…

No…

Doveva essere diverso.

Aveva atteso qualche ora, perché non poteva stare lontano, non poteva restarsene lì, da solo.

Voleva stare accanto a lei.

S'era alzato, una mano tra i capelli, via…

Aveva bussato, di nuovo. Era notte fonda.

Vuoi vederla…

Vuoi parlarle. Adesso ti basterà vederla e sperare che si sia calmata.

S'era addormentata alla fine.

Silenzio…

Era entrato…

Dove…

Dove diavolo sei?

Pochi passi…

Dove sei?

Oscar…

Avrebbe voluto gridare che poi s'accorse delle tende che ondeggiavano all'aria lieve che scivolava dalla finestra aperta.

Pochi passi…

Gli occhi s'erano adattati al buio.

Sei…

Il profilo lieve, la testa reclinata, il corpo chiuso, istintivamente a proteggersi dal freddo.

L'aria intensamente carica d'odore salmastro, pieno, tagliente quasi, da lontano il cupo boato delle onde in tempesta.

Perché?

S'era inginocchiato ad osservare il viso. Dormiva…

Aveva scostato i capelli…

L'aveva accarezzata così tante volte negli ultimi mesi che non pensava sarebbe stato possibile non poterlo più fare, non poter più adagiare le dita sulla pelle, sulle guance e poi avvicinarsi, accostarsi alla bocca ed assaggiare il tiepido schiudersi delle labbra, l'intenso tocco della lingua che accetta d'esser accarezzata, mentre gli occhi si chiudono e la vista del tatto s'amplia sino ad incidere la schiena d'un brivido di piacere…

Perché?

Poteva immaginarlo, André.

Se fosse riuscito a farlo accettare anche a lei, forse sarebbero riusciti a lasciarsi alle spalle il buio infernale.

Aveva sentito la gola chiudersi.

Era da una vita che lottava per starle accanto. E ogni volta doveva adattarsi a ciò che era lei, a ciò che lei diveniva.

Alle volte era bastato un sorriso.

Alle volte era stato necessario tacere. Alle volte insistere e provocarla…

Tutto passato. Ora era diverso, doveva essere diverso.

André le aveva appoggiato una coperta addosso per evitare che prendesse freddo.

Poi s'era cercato una sedia per restare accanto a lei.

Non voleva lasciarla.

Non avrebbe mai potuto.

Cosa ti è accaduto…

Che ti ha fatto quel demonio…

Non so se sarà un bene ricordare.

Ma so che non avrai pace finchè non saprai che cosa è accaduto davvero…

Era rimasto lì, poi s'era fatto davvero freddo così l'aveva sollevata e riportata dentro ed adagiata sul letto e s'era disteso lì, accanto a lei, ad osservare il profilo addormentato.

In silenzio aveva vegliato il sonno di lei.

Gli era parso che quel sonno si fosse acquietato inspiegabilmente e aveva creduto d'esser lui, con la silenziosa presenza, ad acquietarlo.

Fino all'alba era rimasto lì, forse s'era anche addormentato ad un certo punto, ma solo per poco.

Ci aveva sperato in fondo che lei si sarebbe svegliata e avrebbe ceduto ed accettato la presenza.

No, Oscar non s'era svegliata e così, era quasi l'alba, Andrè s'era alzato e se n'era andato, il buio intorno, i passi un poco incerti, il cuore in gola, che un qualsiasi rumore non l'avesse svegliata.

Tempo…

Aveva intuito lo scorrere del tempo anche nel silenzio greve della notte, intercalato dallo sgocciolio dell'acqua giù per i tetti, fino a terra, da lontano il mugghiare scuro del mare ed il vento che non cessava di spazzare i campi fradici e spugnosi.

Tempo…

Possibile che lei sentisse dentro di sé avversione al punto da volerlo allontanare, impedirgli di aiutarla, come lui aveva sempre fatto in tutta la loro vita?

S'incamminò di nuovo verso sud, lungo la rena bagnata e pesante.

Il mare aveva rovesciato sulla spiaggia tronchi, alghe, rami…

Un groviglio di materiali morti su cui gareggiavano gabbiani ed altri uccelli in cerca d'insetti.

Il tempo scioglieva il lento ed inesorabile scorrere dentro di sé.

Che quel tempo si faceva consistente ed intenso al punto che un fremito di felicità, il primo, vero ed intenso tremito, incommensurabile e puro, ebbe il sopravvento sul grigiore dei pensieri.

Nonostante tutto provò, seppure per quell'istante solitario, quasi ne avesse timore, una gratitudine profonda per la vita che portava dentro di sé.

Una vita nuova, diversa dalla propria, così da dare senso alla propria, un senso diverso e distinto da sé e che non fosse dettato da altri che non il destino stesso.

Ebbe paura, davvero, d'affidarsi all'effimera felicità, di lasciarsi prendere da un futuro troppo incerto e forse profondamente doloroso.

Ebbe paura che l'effimera felicità sarebbe scivolata via come la sabbia in cui affondavano i piedi, quella che aveva stretto tra le dita rimaste inesorabilmente vuote.

La realtà richiamò i sensi.

Si sedette ad osservare il mare che s'era placato. Induceva un abbraccio calmo ed al tempo stesso colmo di nostalgia, mentre giorno dopo giorno si ritrovava sempre più spesso ad appoggiare le mani sulla pancia, accarezzando il ventre.

Tempo…

Continuava a scorrere, inesorabile ed intenso.

Tempo…

Esso regalava calma ed al tempo stesso curiosità, che lei non faceva altro che sfuggire agli incontri, attardandosi nel loggiato prima di scendere, per evitare d'incontrarlo, anche se, impercettibilmente sapeva che lui era lì, con lo sguardo su di lei.

Intuì, Oscar, dunque, ch'era sempre stato così.

Adesso sapeva che nel passato era sempre stato così. Era così che André la guardava, da lontano.

Solo che adesso lei li ascoltava gli occhi che indugiavano su di lei.

Tempo…

Esso ammansiva i sensi e comunicava certezze ed acquietava la smania di non sapere…

Voleva comprenderlo da sola.

Lo voleva disperatamente, prima di condividere il proprio destino con André.

Tempo…

Uscì raramente dalla sua stanza e André andò a visitarla il tempo necessario per accertarsi che stesse bene.

Limbo impenetrabile.

Solo Donna Lari aveva il permesso d'occuparsi di lei.

E Martin continuava a condividere l'apprendimento di lettere e simboli.

Tempo…

Si ripromise di parlare, quando avrebbe avuto certezze, in un senso o nell'altro. Non poteva chiedere altro tempo.

André non meritava il suo silenzio.

Tempo…

Distesa nel letto, sollevò la camicia, appoggiò la mano sulla pancia, passò, ripassò il palmo sulla pelle, sui muscoli che non erano più scavati come quando era giunta nella nuova terra, come dovevano esser stati da tutta una vita, che lei non s'era mai toccata la pancia, non ne aveva mai avuto motivo.

Chiuse gli occhi.

Per un istante smarrì l'orientamento e si convinse che dentro di sé non potesse che crescere il figlio di André, per ogni volta che l'aveva amato, intensamente, inesorabilmente.

Per ogni volta che s'erano sfiorati, sfidati, ad occhi chiusi, respirando piano il suadente crescendo dell'amplesso, lieve e poi intenso e poi talmente impetuoso che la voragine inghiottiva il respiro, annientava la coscienza, disperdeva i pensieri, annullava la loro follia, mescolando gli umori, risucchiati dal ventre, ingoiati dalla sete d'amare.

Avrebbe potuto essere un maschio…

Oppure una femmina, una bambina.

Si sforzò d'immaginare l'aspetto.

Accarezzò sé stessa come volesse accarezzare quel figlio che, in pochi giorni, era penetrato nell'anima, oltre che nella carne.

Ne aveva certezza adesso. Così, il futuro cresceva dentro di lei e la costringeva a ripensare al passato, a tutto ciò che aveva vissuto nella sua vita, a ciò che la sua vita era stata, fino ad allora.

Essa era nulla a confronto di ciò che stava divenendo. Il passato veniva travolto da una creatura non ancora nata, così piccola eppure già così sorprendentemente presente e viva.

I pensieri si persero dietro all'afflato pungente che la vita che sarebbe nata avrebbe potuto regalare un futuro, uno qualsiasi, anche a lei.

Non per sé stessa.

Ora la sua vita non avrebbe avuto più importanza.

Sperava ch'essa, quella nuova vita, avrebbe avuto la forza di venire al mondo.

Qualunque accidente fosse accaduto su quella nave…

Qualsiasi direzione avrebbe preso la sua vita.

Così avrebbe attraversato la nuova era, quella che suo figlio avrebbe attraversato con la propria esistenza, nella quale si sarebbe riversata anche la sua stessa vita e quella di Andrè.

§§§

Voci gioiose in giardino…

Quella mattina s'era attardata a dormire. Sonno ancestrale mescolato all'insofferenza delle prime settimane della sua nuova condizione.

S'affacciò dalla loggia.

Il cortile che dava verso le scuderie pullulava dell'andirivieni della mattina piena ed intensa di lavoro. Contadini, stallieri, barrocciai, donne e bambini…

Un nugolo variegato di età e capigliature bionde e more e vestiti candidi e ginocchia sbucciate.

Intravide Martin nel mezzo che si rincorreva con due mocciosi più piccoli e altri marmocchi intorno…

Si giravano in tondo per prendersi.

André ne aveva preso uno sulle spalle, piccolo, camminava appena forse e lui l'aiutava a rincorrere gli altri.

Il cuore contratto alla visione fulgida d'istanti bianchi, limpidi…

Il cuore contratto indusse lacrime calde, inghiottite, ricacciate giù, mentre poco dopo sentì bussare alla porta. Il consenso ad entrare, Oscar dovette ficcare lo sguardo alla distesa azzurrata, che André era entrato nella stanza e le chiedeva come stava e lei aveva a mala pena la forza d'annuire.

André spiegò che i due bambini erano i figli di Valentino.

Gregorio, il più piccolo e Ivonne, Ivi come aveva deciso di chiamarla Martin che aveva inanellato una serie di gesti con le dita e la sequenza era piaciuta agli altri, che così Ivonne era diventata Ivi. C'erano anche altri bambini…

La giornata era luminosa e calda e tutt'e due avevano avuto il permesso di scorazzare nel cortile, assieme ai figli di alcuni condatini ch'erano arrivati alla tenuta per aiutare ad arare i campi. Donna Lari si sarebbe occupata dei mocciosi mentre i genitori sarebbero stati fuori.

"Mi hanno chiesto di poterli lasciare qui, che nei campi si sarebbero stancati…".

"Hai fatto bene…".

"Come stai?".

Silenzio…

"Meglio…sono solo…".

Silenzio…

André fece un passo. Osservava il corpo magro contro la luce chiara del mattino. Esile, lieve…

Gli pareva che lei sarebbe scomparsa da un momento all'altro, che faticava a riconoscere la voce, il timbro, il piglio…

Era divenuta così fragile…

"Sono solo stanca…ma sto meglio…".

S'abbracciò tirando giù le maniche della camicia ch'erano state arrotolate per lavarsi.

Le cicatrici bianche erano ancora lì, a rammentare l'orrore.

La bestia nel cuore non dava tregua dunque.

Cosa diventeremo Oscar?

Dimmelo ti prego…

Tu hai sempre avuto tutte le risposte, dentro di te. Anche per le domande che io non ti ho mai fatto. Adesso voglio sapere cosa diventeremo…

Che ne sarà di noi, amore mio?

Un respiro fondo.

André sapeva che non era la cosa giusta, né il momento giusto ma le responsabilità aumentavano. S'era reso conto che tanta gente aveva iniziato a dipendere dalle sorti di quella tenuta, dalla terra meglio lavorata, dalle viti ripiegate accuratamente perché l'anno successivo avrebbero reso frutti migliori.

In tanti s'erano sistemati poco fuori dai muri di confine dei terreni, così lui quei muretti li aveva a poco a poco fatti abbattere. Era stata mantenuta solo una fila bassissima di pietre, per delimitare le proprietà. Chiunque sarebbe potuto entrare ed uscire liberamente.

Il cuore s'era contratto nell'osservare il volto stupefatto di quelli che avevano intravisto la possibilità d'esser liberi di muoversi, talmente liberi di farlo che alla fine non s'erano più mossi ed erano rimasti lì, a far la guardia agli ulivi, ad adattare la propria esistenza al susseguirsi del sole e della pioggia, del vento e della burrasca.

"Abbiamo ricevuto…un invito…" – prese a spiegare lui che non era convinto della faccenda, ma all'invito era seguita la precisazione che al ricevimento sarebbero stati presenti altri nobili e altri proprietari di terre e che sarebbe stato un bene accostarsi a quelli, che così i commerci e la sorte delle proprie terre ne avrebbero ricavato giovamento.

Rifuggiva quelle dannate logiche ma adesso tutto era nelle sue mani e…

"Un invito?" – Oscar si voltò rimanendo nel cono d'ombra della loggia. Le mani sulla pancia, la camicia fuori dai calzoni non disegnava più un fisico esile.

"Sì…Madame de La Tour…".

"Madame!?" – chiosò Oscar un poco sorpresa ed istintivamente risentita, rammentando la fugace descrizione fattale da Donna Lari – "La pittrice…abita qui vicino?".

"Sì…siamo stati invitati ad un ricevimento a Livorno…ci sarà altra gente che abita da queste parti e altri che abitano in città. Alcuni sono nobili, altri no. Sono proprietari di terre…come…".

"Come te…".

"Come noi!" – precisò lui – "Sarebbe una buona occasione per conoscere chi abita qui intorno…tutti hanno colture simili alle nostre e non sarebbe scorretto comprendere come le gestiscono…".

Ad André parve che lei si fosse lasciata andare ad un sorriso.

Lo ricambiò: "Lo so…non sei mai stata un'amante dei ricevimenti. So che non ti sono mai interessati i raduni di dame che condividono pettegolezzi e dicerie. E lo so che dobbiamo mantenere una vita riservata…".

Pareva che nemmeno lui fosse convinto della questione ma le responsabilità aumentavano.

Non si trattava più solo della loro esistenza.

"Credi che questo ricevimento sarà così?".

La domanda rivelava una punta ironica, che la questione del pullulare di dame s'infrangeva contro la sottile gelosia annidata in fondo all'anima.

Lasciarlo andare da solo…

Era gelosa ma no adesso non era il momento.

"Temo di sì…ma sarebbe piacevole…tu…".

"No…".

"Oscar…so che dobbiamo essere prudenti…ma madame…pare sinceramente interessata ad appoggiare le mie idee…".

Si stupì questa volta Oscar, davvero.

La gelosia, che neppure riusciva a definire tale, s'innalzò di più.

"Le tue idee?".

"Il Granduca ha stabilito molte leggi giuste per migliorare la vita della gente…ma come tu ben sai…non sempre tutti si trovano d'accordo con idee liberali…".

"Quindi…anche qui…".

"Si, anche qui ci sono nobili e proprietari che non vogliono leggi più eque…mentre Madame de La Tour m'è sembrata più accondiscendente…è per questo che vorrei accettare e se tu venissi con me…".

"No!".

"Oscar, credo che potremmo fidarci…ormai sono trascorsi due mesi da quando siamo arrivati…".

Un tremito, Oscar fu costretta a voltarsi di nuovo. Rammentò i consigli del medico.

Occorreva starsene tranquilli, evitare fatiche, viaggi e preferire passeggiate e riposo, anche forzato se necessario.

Non era certo a malincuore che rinunciava alla proposta che aveva ricevuto André.

Non aveva mai amato ricevimenti e feste…

Adesso meno di prima.

Certo lasciarlo andare da solo…

"Mi spiace…ma preferisco restare qui. Non me la sento di viaggiare. Te l'ho detto…sono…stanca…".

"Posso far venire il dottore…a casa. In effetti non è più tornato da quando ti ha visitato i primi giorni in cui siamo arrivati…".

"Non sarà necessario. Sto bene…ma non intendo andare ad un ricevimento di quel genere…".

"Allora…allora non andrò nemmeno io!".

"No…non voglio impedirti di fare nuove conoscenze. Mi rendo conto che sarebbe importante…pare che a Livorno risiedano molti inglesi…mi sono sempre sembrati più aperti dei governanti francesi. E persino degli austriaci…sarebbe un bene conoscerli…".

"Non voglio lasciarti sola…".

"Martin starà con me…non sarà il caso di portarlo…".

"Non tornerò che tra tre giorni…".

Pareva fosse lui adesso a tentar di recuperare una scusa per non andare.

Un respiro fondo…

Nel ventre si rimescolava la rabbia ed il terrore che non sarebbe stata più capace d'uscire dall'angolo in cui s'era cacciata da sola. Bruciava l'aver messo quella dannata distanza tra sé stessa e lui e adesso.

Non sarebbe stata credibile se si fosse gettata tra le sue braccia, come una donnicciola gelosa e spaventata.

Dio…

Che dannazione si portava dentro l'anima…

La bestia feroce la metteva persino contro sé stessa.

Quel dannato senso dell'onore che s'elevava a stupido orgoglio.

"Fa' buon viaggio!".

L'augurio uscì tagliente come la più affilata delle lame.

André strinse i pugni…

Un altro rifiuto…

Altro tempo che prendeva a frapporsi tra loro. Non era più solo lo spazio a dividerli.

Adesso ci si metteva pure il tempo…

Il vociare dei mocciosi prese ad innalzarsi…

"Si…in fondo hai ragione tu. Come sempre! In fondo sono io che ho raccomandato a tutti di tenere riservato il tuo arrivo…avrei dovuto esser più accorto nel farti questa proposta. E' meglio essere prudenti ma sai…la libertà…".

Un respiro fondo…

Difficile spiegare a qualcuno che tutto sommato era sempre stato libero, quale fosse davvero il gusto della libertà!

"Scusami…vado a dire ai bambini di fare silenzio…così potrai riposare…".

Il ventre contratto, il petto prese a bruciare. Fu costretta a distendersi sulla sedia, che ancora qualche istante e sarebbe caduta a terra.

Così, si permise solo d'affacciarsi quella mattina, quella che s'apriva sul nuovo viaggio di André.

Il chiarore del sole tiepido solcava il manto verde del cortile, mentre gli arbusti di rose combattevano contro il freddo che, come padre assennato e discreto, avrebbe presto addormentato gemme e boccioli.

Intuì che Andrè avrebbe viaggiato con Donna Artemisia de la Tour.

Doveva esserci lei dentro la carrozza ch'era entrata nella tenuta.

Lei e forse un'altra giovane che s'era affacciata sorridendo all'inchino di André che ringraziava per l'invito.

Si permise di guardarlo, mentre lui si voltava, prima di salire.

Sorrise, ch'era sempre stato così tra loro.

Quasi lei fosse stata ancora affacciata alla finestra della caserma, in Rue de la Chaussé d'Antin e lui fosse giù, nel cortile a chiacchierare con i compagni.

Un cenno del capo, impercettibile…

La gola si chiuse e le cicatrici presero a bruciare di nuovo.

Non era più in quella caserma, in compenso la bestia stava lì, nel cuore, a combattere contro l'angelo che sperava l'avrebbe salvata.

§§§

"Che ne pensate Lady Hannency?" – la dama s'era avvicinata all'anziana donna, seduta sulla poltroncina di velluto verdognolo.

C'era voluto un po' ma alla fine tutti gli ospiti del ricevimento erano giunti a destinazione e la serata stava procedendo con discreta allegria. C'erano alcune facce conosciute, altre meno.

La Marchesa de Leon Bianco s'era riservata il posto accanto all'anziana lady inglese, discreta ma profonda conoscitrice dell'etichetta, tanto che la nobildonna toscana aveva affidato alla blasonata anglosassone l'istruzione delle figlie perché fossero pronte a fare il loro ingresso in società.

L'anziana non aveva risposto, mentre le dita s'erano impercettibilmente strette al velluto dei braccioli.

"Visto!? Alla fine Donna Artemisia ha ottenuto d'essere accompagnata da quell'uomo. Il nuovo proprietario di Alcantia…non è nobile…però è un discreto partito…" – aveva proseguito la dama.

"Tacete!" – la rimproverò l'altra mentre fissava il gruppetto di ospiti.

Donna Artemisia de La Tour e sua sorella Ambrose…

Poi c'erano il consorte della Marchesa Servi e…

Altri illustri rappresentanti della nobiltà fiorentina.

Lady Hannency rimase a fissare il nuovo arrivato.

"Milady c'è qualcosa che non va?" – chiese la Marchesa Servi avvicinandosi – "Mi sembrate pensierosa…".

Altre dame si accodarono. La lady inglese era nota per la sagacia delle sue intuizioni.

"Avete detto che quell'uomo non è nobile?" – chiese l'anziana in tono severo.

Le altre si guardarono e si stupirono non riuscendo ad intuire dove volesse andare a parare la donna.

"Ce lo ha confidato Donna Artemisia. Noi ci siamo rimesse alla sua affermazione. D'altra parte è stato lui stesso a confidarlo a lei. E poi, non v'è ragione perché un nobile non dovrebbe ammettere d'esserlo. Se ha detto che non lo è, dev'essere senz'altro vero…".

"Certo…" – Lady Hannency allungò il collo, poi tacque nuovamente.

La faccia, sobriamente truccata, pareva esser stata cesellata da un sapiente ebanista che aveva inciso sul volto rughe taglienti, espressione dura, intensa, severa.

Donna Artemisia si avvicinò alle altre. Lo sguardo prese a scorrere attraverso la stanza riccamente addobbata, ampia, illuminata da svariati candelabri misti a braceri ch'emanavano il tepore necessario ad impedire agli ospiti di gelare.

Faceva freddo fuori…

L'inverno era alle porte.

Un inchino di ringraziamento alla donna inglese che aveva permesso finalmente d'avere per sé, anche se per poche ore, il nuovo ospite.

"Donna Artemisia…" – accennò la donna inglese verso l'altra.

"Milady…" – un cenno della testa.

"Donna Artemisia…" – ripetè Lady Hannency – "Vi consiglierei d'esser prudente con quell'uomo!".

"Come prego?" – l'altra sgranò lo sguardo. Intuì a chi si riferisse, andando a cercare la figura di André ch'era intento a scambiare opinioni sulla qualità dei raccolti e sulla possibilità di cederne una parte ai commercianti inglesi.

Anche le altre dame, incuriosite, presero a borbottare, che lo sguardo dell'anziana s'era fatto scuro.

"Che intendete dire?" – chiese Artemisia un poco risentita anche se incuriosita.

Doveva ammetterlo…

Durante il viaggio s'erano scambiati molte opinioni, lei ed André. Tutte sistematicamente e rigorosamente incentrate sulla terra, i raccolti, la bellezza dei luoghi, il prestigio ed il fascino di atmosfere che risalivano al Rinascimento…

Non una parola era sgorgata sul passato dell'altro.

Solo un accenno fugace al fatto che l'amico stava migliorando, anche se il viaggio era stato davvero faticoso. Erano trascorsi ormai più di due mesi.

Donna Artemisia si rese conto che sapeva poco o nulla di Monsieur Grandier ed assolutamente nulla dell'altra persona ch'era giunta alla tenuta. Non era da lei.

Quando una faccenda la interessava non s'era mai tirata indietro e, in un modo o nell'altro, era sempre riuscita ad ottenere le informazioni indispensabili a far sì che la questione fosse chiara, a favore o meno non era molto importante.

Con quell'uomo non c'era sorprendentemente riuscita.

S'era ritrovata spesso senza parole, a guardarlo, di sbieco, per non far la figura della pettegola, mentre l'altro osservava il paesaggio dal finestrino della carrozza, in silenzio, lo sguardo perduto alla campagna incolta e selvaggia, forse a riacciuffare segni e ricordi del passato, gli occhi velati da un misto di tristezza e nostalgia che lei non era riuscita a scalfire, né a comprendere.

Alla fine aveva accettato il silenzio. Joria s'era arresa e s'era lasciata cullare dal silenzio, quasi avesse voluto appropriarsene e divenirne la custode. Che solo così, aveva pensato, avrebbe fatto breccia nel cuore dell'altro.

Solo attraverso il silenzio. Senza chiedere nulla…

Quando l'altro fosse stato pronto…

Lei sarebbe stata lì, ad accogliere lo strano dolore che pareva racchiudere nel cuore.

L'amico stava meglio…

Quindi forse, la ragione di quel dolore oscuro non risiedeva lì.

Così Donna Artemisia decise d'affidarsi all'intuito ed all'esperienza di Lady Hannency.

Questo perché…

L'altra prese a spiegare che ci teneva a non passare per pazza. Educava le dame più giovani a riconoscere i particolari nella gestualità del prossimo, affinchè esse fossero capaci d'intrattenersi presso i consessi più raffinati ed aristocratici.

"Ho conosciuto molte corti…" – esordì Lady Shirley Hannency – "Ho appreso i protocolli dell'etichetta della corte austriaca e di quella inglese…persino di quella russa…".

Artemisia stava col fiato sospeso.

"Devo ammettere che la corte russa vanta un'etichetta ferrea…solo in un altro luogo ho conosciuto regole così rigide ed integrali…".

"Milady…ma che intendete dire?" – chiese la Marchesa de Lion Bianco davvero incuriosita.

"Osservate quell'uomo…dice di non essere nobile…ma i suoi gesti…l'attenzione che dimostra a quelli che lo circondano…la raffinata eleganza nel modo di parlare…sembra abbia davvero frequentato una corte…".

Le altre ammutolirono.

"La più insigne e rigida che io abbia mai conosciuto…le donne sono frivole e svenevoli al pari della severità con cui si svolgono la vita e l'etichetta di corte…".

"Milady…ma di cosa state parlando?".

L'altra tirò un respiro fondo…

"Sto dicendo che quell'uomo ha detto di non essere nobile ma si comporta esattamente come un nobile. I suoi modi…solo alla corte di Francia…alla corte di Sua Maestà la Regina Maria Antonietta e Re Luigi XVI ho avuto l'onore d'osservare un simile cerimoniale di gesti e rispettosi sistemi d'interagire con gli altri ospiti…".

Artemisia prese ad ossevare André, da lontano.

Lo sguardo sgranato, il dubbio che l'altra avesse davvero ragione.

Non era una nobiltà esibita, spocchiosa…

L'altro si muoveva con sobrietà e circospezione.

Pareva interessato e partecipe alle affermazioni degli altri ma il contegno era davvero esemplare.

"Volete dire…" – Artemisia si voltò di nuovo verso Lady Hannency.

"Quell'uomo deve aver frequentato la corte di Francia e dato che a corte non sono ammessi coloro che non sono nobili…".

L'anziana s'interruppe.

"A meno che non si sia al seguito d'uno di loro!".

Il sassolino l'aveva gettato nello stagno.

Un sorriso di compiacimento…

"Tenetelo bene a mente Donna Artemisia. Siete una donna giovane e bella. Avete perduto il marito da tanti anni…ma…ebbene se v'interessa un uomo cercate di sapere tutto su di lui ma non rivelategli nulla di voi…".

Donna Artemisia de La Tour si morse il labbro. Fino a quel momento s'era comportata esattamente all'opposto.

Sbuffò Lady Hannency alla vista dell'altra ch'era un poco sbiancata, segno che l'anziana aveva colto nel segno.

"Suvvia!" – gorgheggiò quella mutando tono per smorzare la tensione – "Che avete capito mia giovane Artemisia?!".

L'altra le piantò addosso uno sguardo sgranato, contrariato ma assolutamente vago. Non capiva adesso…

"Intendevo dire che agli uomini bisogna lasciar credere di sapere tutto, altrimenti come farebbero a fare gli uomini?!" – incise ironica l'anziana – "E noi donne dobbiamo far finta di non sapere nulla! Altrimenti come farebbero gli uomini a venirci sempre a levare dagli impicci?! Lo sapete anche voi che i lorsignori che salvano le dame sull'orlo del baratro sono i soggetti preferiti delle trame romanzate!? Mie care!?".

L'arzilla vecchiatta sfoderò un ghigno degno di Lucifero sul punto di spalancare le porte dell'Inferno.

Joria rimase di sasso come pure le comari.

Qualcuna abbassò gli occhi…

Che diavolo c'entrava adesso la questione dei romanzi con le maniere dello straniero ch'era giunto in terra toscana?!

"Dunque?! Non penserete che stia parlando a sproposito?! Vi s'è asciugata la bocca?! Non siete voi forse che disquisite con tanta sagacia dei modi spicci dei nobiluomini di cui vi sperticate a lodare le gesta!? E da quel che ho appreso qualcuna si è presa pure la libertà d'interpretare canovacci degni d'un teatro ambulante!".

Un'altra fece per ficcare il naso in un fazzolettino profumato così che il sentore calmasse i nervi.

Chi prese a lisciare la stoffa di seta del vestito.

La Baronessa Rini saltò su…

"Madame…ma che cosa c'è di male?! In fondo ciò dimostra che siamo capaci di trascorrere il tempo disquisendo d'argomenti letterari…e questo non è sbagliato! Siamo nobili ma non ignoranti! Non vedo dunque il nesso tra le questioni!? Ci ha sorpreso il fatto che abbiate intuito che i modi di quell'uomo paiono nobili anche se lui dice di non esserlo…".

La vecchia soffiò come un gatto a cui avevano pestato la coda. Non vedere i nessi era la specialità delle compagne di ricevimento.

"Contente voi! Sperticarsi in invenzioni letterarie che nulla hanno a che vedere con la realtà! Dunque così non sarete mai capaci di distinguere un nobile vero da uno falso e men che meno un uomo che non lo è ma che vanta modi distinti…non metterete mai in esercizio l'intelletto…starete sempre lì a perdervi dietro costruzioni fantasiose e senza senso! Se avete in animo di trascorrere le ore in tal modo…di certo un modo degno della compagnia delle peggiori osterie dei bassifondi di Londra!".

La compagnia davverò si zittì.

"Resto convinta dunque che a far piangere siate capaci tutte…ma a far ridere davvero…".

La lady inglese affondò.

"Seguendo il vostro ragionamento…parrebbe che monsieur laggiù sarebbe oltremodo adatto come soggetto d'una tragica epopea d'amore! Chi di voi non si farebbe volentieri salvare da un uomo che dice di non esser nobile, e forse sarà anche vero, ma che dimostra più nobiltà di tutte noi messe assieme!? L'avreste mai riconosciuto!?".

Joria prese a balbettare, che s'era sentita messa in causa. Non era poi un mistero che lei fosse una di quelle che avrebbe voluto volentieri esser salvata da un uomo come quello!

"Milady…io non voglio…essere…".

"Lo so, lo so! Voi siete forte! Non sia mai che qualcuno abbia l'ardire di tirarvi fuori da un guaio, che voi ci riuscite benissimo da sola a cavarvi dagli impicci. Ma credetemi…state attenta! Se volete lasciargli credere di sapere tutto su di voi fate pure! Però cercate di sapere il più possibile su di lui…ve lo consiglio…quell'uomo non racconta tutta la verità!".

Donna Artemisia de La Tour inghiottì amaro. Non sapeva come avrebbe fatto a seguire il solido consiglio.

"Bene!" – gorgheggiò soddisfatta l'aziana lady alzandosi un poco tremante e lasciando le altre di spettegolare sulla succulenta intuizione - "Gradite un tramezzino…mie care mesdames?! Il caviale viene da Saint Petersburg!".

Artemisia era donna che non amava i pettegolezzi.

E raramente, proprio per questa ragione, era rimasta senza parole.

Davvero lei, Donna Artemisia de La Tour aveva dato l'impressione di voler essere salvata da un prode cavaliere e quel cavaliere poteva essere Monsieur André Grandier?

Joria rimase lì, il cuore in subbuglio, per la prima volta senza parole.

Osservava, adesso, il giardino interno del palazzo, una corte ampia, aiuole basse ricamavano vialetti e sentieri tappezzati di muschi ed erbe aromatiche.

Era notte fonda, da lontano l'odore intenso del mare…

L'intravide Andrè ch'era uscito e aveva preso a camminare per un vialetto andando a sedersi s'una panchina di pietra serena, giù nell'angolo che degradava verso l'inferriata che separava il giardino da una specie di orto coltivato con ortaggi e alberi da frutto.

Attese, qualche minuto. Attese beandosi d'osservare l'altro che s'era seduto e aveva puntato lo sguardo verso l'alto. Non indossava la lente.

Osservava il cielo ma pareva guardasse oltre esso, oltre la coltre fredda, tempestata di stelle pungenti che vibravano alla brezza notturna.

Attese Artemisia.

Poi scese giù…

Si bloccò sul limitare delle pietre del cortile e lasciavano posto all'erba del giardino.

Si sfilò le ciabattine e prese a camminare sull'erba fredda e bassa…

I piedi solleticati dalla frescura. Solo la veste, leggera e morbida scivolava a terra e produceva un fruscio sobrio, appena percepito.

Andrè s'accorse della presenza dell'altra…

Si alzò.

"State comodo monsieur…v'ho visto dalla finestra e devo dire che avete avuto un'eccellente intuizione a scendere in giardino. E' così calmo a quest'ora e l'aria è così…".

"Fredda! Donna Artemisia…" – l'altro aveva guardato la donna che camminava a passettini leggeri sull'erba, le spalle scoperte che la veste copriva a mala pena il busto ed il seno, le braccia libere ondeggiavano lievi, le mani trattenevano la stoffa della sottana perché non s'impigliasse nell'erba, i capelli anch'essi non acconciati erano legati da un nastro e ricadevano sulle spalle impedendo alla poveretta di congelare davvero.

Tutto sommato la visione comunicava leggerezza e lievità.

L'altra pareva intirizzita ma entusiasta di poter condividere quel momento così intenso e silenzioso.

Lanciò un'occhiataccia all'altro, come a rimproverarlo Joria proprio non volete chiamarmi!

"Vi prendere un malanno!" – sentenziò André nel veder l'altra avvicinarsi e rabbrividire.

Fece per sbottonarsi la giacca…

Donna Artemisia gli bloccò la mano.

"Non crederete mica sia venuta qua fuori così conciata per vedere s'eravate abbastanza cavaliere da coprirmi con la vostra giacca?!" – contestò ridendo.

"Ma…perdonate…".

Rise di nuovo l'altra…

"Ho smesso da un pezzo di farmi salvare dagli uomini!" – esclamò divertita andandosi a sedere sulla panca e facendo segno anche all'altro di riaccomodarsi.

"E' una serata splendida!" – proseguì la donna.

"Non siate sciocca!" – la rimproverò André continuando a sbottonarsi la giacca che si sfilò porgendola all'altra – "Facciamo che non sarò così cavaliere d'appoggiarvela sulle spalle allora! Ma prendetela lo stesso. Non mi va d'avervi sulla coscienza!".

Sorrise Andrè che l'altra starnutì e finì per cedere ed accondiscendere d'esser davvero sciocca.

Accettò la giacca che si passò sulle spalle. Il tepore s'impose sulla pelle delle spalle, nuda, e lei si strinse addosso l'indumento potendo finalmente sollevare lo sguardo ed osservare il cielo.

"Davvero una serata splendida…non piove e le stelle sembrano caderci addosso!" – sentenziò divertita che però…

André ebbe un sussulto.

Le stelle sarebbero cadute addosso…

Le rammentava le corone di perle infuocate della notte di luglio. Non erano trascorsi che pochi mesi e pareva esser trascorsa un'eternità.

"Vi siete pentito d'aver accettato l'invito?" – proseguì Donna Artemisia.

"No, affatto. Vi sono grato…anzi…ne ho rimediato un altro…".

"Come?" – Joria sgranò lo sguardo e si voltò. Ora gli occhi indagavano l'ospite che invece continuava ad osservare il cielo.

"Oh…nulla d'eclatante!" – proseguì André, che l'altra invece voleva decisamente volgere il discorso a proprio favore, comprendere, conoscere, indagare…

"Una dama s'è messa forse a farvi la corte!?" – chiese inserendo una nota di compiacimento.

André sorrise: "No…nessuna dama…".

Per un istante tra sé e sé rimase sorpreso della domanda, gli parve davvero d'esser stato catapultato all'indietro, nel passato. Deglutì a fatica…

Alla reggia non aveva avuto modo di ricevere corteggiamenti espliciti dalle dame, ovviamente.

Ma le ragazze delle cucine, di sotto, e le giovani che servivano le dame di compagnia della regina e…

Si passò una mano tra i capelli. Non ne aveva mai davvero guardata nessuna.

C'era sempre e solo stata lei…

Solo lei…

"Mi hanno proposto di andare giù al porto a visitare alcuni magazzini. Se il raccolto delle olive sarà buono potremo conferirlo ad un commerciante inglese che lo pagherà bene. In effetti mi sarebbe utile. La gente che ha lavorato alla tenuta l'ha fatto con passione, se riuscirò a garantire loro un guadagno decente…sarebbe interessante…davvero…".

Lo sguardo s'era abbassato, André aveva guardato l'altra che aveva annuito come sapesse già dove gl'intenti e gl'ideali dell'altro l'avrebbero condotto.

"Interessante!" – replicò Artemisia – "Non avevo mai sentito parlare nessuno in questi termini!".

André si voltò a fissarla.

"Di solito i tenutari del posto si limitano ad intascare i profitti e ad elargire quel ch'è imposto dalle leggi ai loro contadini. Quindi la questione sarebbe stata liquidata con ben altri appellativi, nel senso – non fraintendetemi – che chiunque si sarebbe limitato a fare ciò che dice la legge e vi avrebbe dato del matto…ma il fatto che voi consideriate importante ottenere un profitto maggiore per poterlo dividere con i vostri lavoranti…ecco…questo rende voi davvero interessante!".

"Mi sembra doveroso…" – tentò di spiegare André.

Era stato servo per tutta la vita, forse sbagliava a ragionare così ma…

Non avrebbe mai potuto trattare altri alla stregua di servi. O per lo meno l'avrebbe fatto alla stessa maniera in cui era stato trattato lui, che, tutto sommato, aveva avuto una vita privilegiata.

"Comunque ho compreso di chi si tratta!" – cinquettò Artemisia – "Se volete v'accompagnerò volentieri…così potremo fare una passeggiata…domani il tempo promette bene…".

Non v'erano scuse d'accampare. André si ritrovò a non averne.

E nemmeno a volerne cercare. Visitare una città nuova, che poi era una specie di protettorato britannico, in tutta libertà, gl'interessava. Lo sguardo pareva aprirsi verso orizzonti differenti che adesso stava vivendo per sé e la vita aveva preso a pulsare tra le dita.

Faticava ad accettare la visione di sé libero…

Non riusciva a crederci, gli pareva che tutto gli sarebbe scivolato tra le dita.

La libertà intimoriva, che la voce della libertà era talmente suadente ed ampia da mozzare il respiro e mettere lo stomaco sottosopra.

Solo, avrebbe voluto…

Avrebbe voluto che lei fosse stata lì.

Lei era viva…

Oscar…

"Rientriamo madame…s'è fatto davvero freddo" – l'invitò André e l'altra divertita fece finta di porgere la mano per esser aiutata ad alzarsi ma poi la ritirò vista l'incertezza del gentiluomo che si trovava di fronte che, come aveva sentenziato Lady Hannency, si mostrava davvero all'altezza della più rigorosa ed altolocata etichetta ma non degnava la dama presente di alcuna attenzione che non fosse appunto dettata dal rigido scorrere di regole altrettanto rigide.

Lui non era nobile, lei si, dunque…

Alla porta…

Donna Artemisia fece per restituire la giacca.

"Tenetela…" – si schernì André – "Me la restituirete domani…".

"Oh…quand'è così…merçi…monsieur…non vi smentite davvero!".

André fece una faccia strana, che non capiva, ma era stanco e le ore della notte avevano preso ad ammansire i sensi e a risvegliare i ricordi.

Si ritrovò mezzo stramazzato sul letto, addormentato in un istante.

Nemmeno sentì che la porta s'era riaperta e che qualcuno era entrato.

Raggomitolato, Donna Artemisia s'accorse che non s'era nemmeno tirato la coperta addosso. Così lo fece lei, accertandosi che l'altro dormisse davvero.

Poi s'accomodò in una poltroncina lì accanto, avendo cura di non far rumore e di scostare le pesanti tende giusto per far entrare il chiarore lunare necessario a rivelare il profilo del viso, che poi era mezzo coperto dai capelli.

Si sedette, chiudendosi il collo della giacca ricevuta in prestito e d'improvviso, nel silenzio, potè finalmente ascoltare il respiro lieve dell'altro, assieme all'odore della pelle rimasta impressa sulla stoffa.

Chiuse gli occhi Donna Artemisia.

Che di solito per catturare le ombre e la luce gli occhi non erano necessari e s'affidava all'istinto.

Intuì che quella giacca aveva sfiorato un'altra pelle, un'altra esistenza, forse quella di una donna, forse...

Era tardi!

Dannazione!

Scostò la coperta di colpo e prese a cercare la brocca con l'acqua per lavarsi.
L'attendevano al porto e doveva spicciarsi, anche se aver accettato di scendere giù assieme alla sua ospite, una donna…

Chissà quanto avrebbe dovuto attendere…

Un tuffo al cuore che lo sguardo individuò la propria giacca, appoggiata allo schienale della sedia. Per un istante dovette riallacciare le fila degli eventi.

Lui e Donna Joria s'erano lasciati sulla porta, aveva detto alla donna di tenersi la giacca e allora…

Un tocco sommesso interruppe i pensieri.

Nemmeno il tempo di rispondere che l'altra, Joria, aprì ed entrò di sbieco, per non dare ad intendere d'esser effettivamente invadente, e non fosse mai che l'altro non fosse ancora presentabile.

Madame Artemisia invece era vestita di tutto punto. Stavolta pareva…

"Joria?" – balbettò André che prese ad infilarsi la camicia nei calzoni – "Siete già…".

"Pronta! Certamente!" – gorgheggiò la dama illuminandosi che finalmente l'ospite aveva ceduto ad usare il soprannome. Era solo una questione di tempo dunque.

L'altro era evidentemente intimorito dalle donne che si permettevano da subito un'eccessiva confidenza.

Per un certo verso le parve che l'altro non avesse davvero mai avuto a che fare con una donna.

Il gioco valeva il rischio…

Donna Artemisia sorrise avanzando piano nella stanza, gli occhi non riuscirono a staccarsi dall'uomo mezzo vestito che aveva di fronte.

Con buona pace dell'etichetta e delle convenzioni e…

Madame era diversa…

La giacca di velluto scuro, un sobrio vestito da passeggiata, stavolta copriva le spalle ed il collo, metteva in risalto la capigliatura, intrecciata in un concio morbido, addobbata da un unico nastro rosso ch'esaltava i riflessi castano chiaro.

Ciocche di capelli erano state sapientemente lasciate libere sulla fronte e sugli zigomi.

Calzoni dello stesso colore s'intravedevano da sotto il mantello scuro, tenuto fermo al collo da una sobria spilla di rubini.

Le mani erano già infilate nei guanti scuri.

Ai piedi robusti stivaletti da cavallerizza.

Madame pareva davvero un'altra, un'altra ancora dalla seca precedente.

"Ho pensato che v'avrebbe fatto piacere fare colazione assieme e poi andremo giù al porto. Saremo soli…quella dormigliona di mia sorella…ho provato a svegliarla ma s'è girata dall'altra parte. Per ora che torneremo sarà appena presentabile…immagino che terminata la visita avrete fretta di tornare…ma temo che per oggi…".

Pareva gli leggesse nella testa.

André si ritrovò lì, gli occhi dell'altra addosso, che l'altra s'era avvicinata, s'era tolta i guanti e aveva preso ad armeggiare con la fusciacca attorno al collo.

"Permettete?" – chiese mentre le dita s'appropriavano delicatamente dei risvolti di stoffa ed attorcigliavano il nodo.

"Non…è…necessario…" – balbettò l'altro preso alla sprovvista, che il corpo s'irrigidì per finire per mettersi quasi sull'attenti.

"Mi fa piacere non preoccupatevi. Se volete proprio saperlo questa era una piccola consuetudine che mi permettevo con mio marito. Lui era un vero disastro nell'aggiustarsi la sciarpa e lo lasciava fare a me. All'inizio mi pareva una cosa sciocca…poi aveva iniziato a piacermi…e poi…quando…un giorno ho capito che non avrei potuto più farlo…d'improvviso non avrei più potuto aggiustargli la sciarpa…".

Le dita procedettero spedite, senza indugiare segno che il desiderio era tutto lì, racchiuso nel semplice gesto, senza altri fini.

Appena terminato le dita si distolsero ma le braccia non s'abbassarono.

"Mi dispiace…" – replicò André abbassando lo sguardo.

Erano così vicini adesso…

La mano della donna si stese e le dita sfiorarono la guancia appena velata dalla barba.

Un sussulto…

André si ritrovò davvero spiazzato.

Erano mesi che non riceveva un gesto gentile, la richiesta d'essere sfiorato, accarezzato, solo perch'era lui, solo per desiderio.

Si ritrasse.

Il contatto eruppe potente e suadente rammentandogli le sue dita leggere che avevano mille volte esplorato il viso, il collo, soffermandosi là dove lei aveva imparato a farlo.

Gli mancava dannazione…

"Quando terminavo d'aggiustargli la sciarpa, lo accarezzavo sempre, sul viso, e lui mi sorrideva…perdonate…è ingiusto da parte mia…ma…".

Non v'erano spiegazioni a quel gesto o almeno non dovevano esserci.

Madame s'era permessa di compierlo e neanche s'immaginava che diavolo fosse riuscita a risvegliare dentro la mente dell'altro, dentro le viscere assopite dal senso di colpa, dalla forzata immobilità che gli aveva impedito ed imposto di non toccarla più, di non sfiorarla più.

Il desiderio prese a crescere allora, inconscio e potente.

Doveva tornare, doveva vederla…

Doveva…

Il nome sussurrato tra le labbra mentre osservava la distesa azzurra, intensa e mobile, nel via vai del porto, pezzi di cielo nascosti dal velame steso ad asciugare, toni variopinti di casse di pesce e frutta e sacchi di grano e rotoli di stoffe…

Greggi e stie di pollame…

Un nuovo affondo che la mente corse a Saint Petersburg prima e a Marsiglia dopo.

In fondo tutte le città di mare s'assomigliavano. Tutte vive ed intensamente affacendate nel turbinio degli scambi, di merci e di gente, chi cercava un posto dove restare e chi preferiva esser cittadino del mondo piuttosto che d'una sola patria.

Rammentò il corpo di lei magro, racchiuso in quell'abbraccio liberatorio, che finalmente l'aveva ritrovata e l'aveva stretta a sé, nel vicolo, lo sguardo atterrito.

Anche allora aveva avuto paura d'averla persa. Ma s'era trattato di altro.

In qualche maniera André aveva percepito il corpo di lei ricambiare l'abbraccio. S'era lasciata stringere che il timore era dettato solo dal dubbio che altri avrebbero potuto correre rischi per via del suo cedimento.

Era accaduto così in effetti.

Ma adesso…

Adesso era diverso. Dio, l'amava, l'amava così tanto che nulla di quello che gli vorticava intorno pareva avere senso senza di lei.

Non riusciva davvero a godere di quello spettacolo. Mancava un tassello, mancava…

Lei…

"Monsieur! Welcome!".

Un respiro fondo…

Oscar l'aveva imparato un poco d'inglese, lui no. S'era fermato al latino…

"Welcome! Sir Wogher…" – intervenne Donna Artemisia, porgendo la mano. L'altro fece un inchino…

"Bienvenue!" – proseguì l'inglese.

André comprese: "Vi sono grato dell'invito…monsieur…".

"Uh! Di nulla giovanotto!" – l'appellativo era ovvio che l'altro era un arzillo vecchietto dall'imprecisata età, mustacchi degni d'un federmaresciallo prussiano ed abbigliamento sobrio ma elegantissimo delle migliori sartorie di Napoli.

Un miscuglio raffinato di stili, cacciati dentro l'ometto alto quasi la metà d'Andrè.

L'ospite fece strada.

"Perdonate monsieur…il giro non sarà lungo…".

"Non preoccupatevi…".

"Vedete…dovrò recarmi alla gendarmeria…questa notte…sono state assaltate due navi…giù a Piombino…il carico razziato e m'hanno pure sgozzato due mozzi! Animali!".

L'accenno all'evento scosse i nervi. Il ricordo dello scontro al lango di Ajaccio…

"A Piombino…".

I tre entrarono nel magazzino.

"Madame…prego…se volete attenderci nel giardinetto…non è una visita che penso incontrerà il vostro gradimento…" – si scusò l'ometto.

"Sciocchezze!" – si schernì l'altra.

Gli occhi presero a spaziare dentro il magazzino e davvero ad André parve che l'altra si fosse estraniata dalla compagnia e avesse preso a scrutare angoli e pertugi alla ricerca della cromatura della luce diffusa nel buio della costruzione.

La vide immergere la mano, dopo essersi tolta il guanto, in un canestro colmo di olive verdi.

Le aveva lasciate cadere giù, piano, nel cesto e gli occhi avevano raccolto il fremere intenso del verde chiaro ed acerbo della buccia dei frutti.

Per qualche istante si ritrovò diviso.

Ascoltava l'ometto decantare prezzi e velocità di consegna del carico - a parte l'accidente dei predoni che avevano mandato all'aria le migliori intenzioni – e lo sguardo seguiva Artemisia intenta a raccogliere scorci e bagliori.

L'altra studiava la luce, ecco che diavolo stava facendo.

La luce che dà forma alle cose…

Tu sei luce ed io sono ombra…

Si diede del pazzo che non avrebbe dovuto…

Distogliere…

La mente…

I sensi…

Oscar…

"Dicevate che vi hanno portato via un carico?" – chiese André per comprendere e distogliersi dall'altra.

Di rivolte e disordini ne aveva incrociati a sufficienza in Francia e non gli era parso che quel luogo fosse presa di simili scorrerie. Le leggi erano ben gestite e ferree e la presenza di predoni sorprendeva.

"Si purtroppo. Già s'era già saputo che questa gente s'aggirava per mare…e…per terra…".

André ebbe un tuffo al cuore: "Per terra?".

Le ruge del viso dell'altro si contrassero in una smorfia di disappunto: "Già è difficile combattere contro la palude, la malaria, le zanzare e adesso ci si metteno pure quelli che se ne vanno per le campagne a razziare case e stalle…pare siano stati avvistati più a sud…è gente senza scrupoli…".

Lo sguardo s'incupì che si rammentò che lei usciva spesso da sola e s'incamminava per la spiaggia, solo quella dannata macchiaccia nera di Sadira al seguito. Certo s'era sempre saputa difendere. Ma…

Gli pareva fosse divenuta così fragile, come non volesse più correre alcun rischio, come avesse paura davvero di finire in mille pezzi.

S'impose di star calmo.

Forse non tutti gli accidenti venivano per nuocere.

Certo non avrebbe potuto impedirle di stare all'aria, che tutto sommato aveva faticato ad ammatterlo ma davvero gli pareva che lei stesse meglio. Le passeggiate avevano rinforzato i muscoli e riacceso il colorito e…

Bene! – si disse – Non potrai impedirmi di passeggiare con te! Al diavolo la tenuta! Ci penseranno Cristiano e Valentino. Io verrò con te…sarà un compromesso ragionevole…

Lo sguardo adesso spaziava dall'alto dei camminamenti che circondavano le mura di Livourne.

Donna Artemisia osservava l'orizzonte, perduta nella ricerca di note intense di mare, che da quelle avrebbe ricavato l'ispirazione per i suoi dipinti.

Era stata silenziosa per tutto il resto della passeggiata e questo aveva sorpreso André. Solo un'altra persona era sempre stata così…

"Perdonate…" – esordì la donna – "Il mio silenzio…stavo osservando il panorama e inoltre…stavo cercando le parole per…".

André si voltò a guardarla.

Per…- chiese senza parlare per indurre l'altra a farlo.

"Ecco stavo pensando al vostro…bambino…".

"A Martin?".

"Oui monsier…ecco…mi domandavo…".

Si sedettero sul muretto del camminamento. André s'era incuriosito adesso.

Era la prima volta che vedeva l'altra incerta, che pareva aver perduto il solito piglio deciso ed integerrimo.

"L'ho visto incuriosito all'opificio e mi domandavo se…ecco se voleste mandarlo da me ogni tanto…".

"Da voi?".

"Gl'insegnerei a dipingere…credo che gli piacerebbe…".

Andrè rimase sorpreso. Effettivamente aveva notato l'interesse di Martin per i colori e la grafite.

"Sempre se siete d'accordo…" – puntualizzò Joria.

S'incupì solo un istante.

"Madame…Martin…non parla…potrebbe essere difficile comprendersi…".

"Oh…non dovete temere per questo. Il dono della parola non è indispensabile quando si disegna o si dipinge. Anzi, alle volte è francamente d'impiccio, che se si vuole descrivere un gesto o un fatto o un volto…e se non si hanno le parole per farlo allora ci si sforza di trovare altri sistemi…".

La considerazione pareva sensata.

André rimase lì, incerto. Avrebbe dovuto chiedere al bambino ma soprattutto a lei…

Oscar s'era data da fare per insegnare a Martin simboli e segni necessari per comunicare e da quel che aveva detto era intenzionata a proseguire.

"Dovrò parlarne con lui e con…".

Si morse il labbro André.

"Con?" – saltò su l'altra che aveva finalmente trovato un pertugio – "Il vostro amico? Anche lui deve voler bene al bambino!".

Un'altra considerazione corretta. Come diavolo ci riusciva?

"Sì…sono molto uniti…stanno imparando assieme come parlare attraverso i simboli che attribuiscono alle lettere e poi alle parole…".

"Magnifico…il vostro amico è un insegnante allora!".

"Non proprio…".

"Sbagliate! Il fatto che provi ad aiutare il bambino ad avere più possibilità d'interloquire con gli altri ne fa un'insegnante. E' davvero encomiabile. Dovrò conoscere questo famigerato amico…avete detto ch'è nobile…".

Il discorso era virato dove non doveva virare.

"Si…ma ci siamo ripromessi entrambi di non abusare di questa condizione…".

L'altra si morse il labbro e decise di rischiare.

"Venite dalla Francia…avrete frequentato la corte…".

André era stanco…

Sì, avevano frequentato la corte tutti e due. E lei era fuggita, per dimenticare il groviglio d'insulse regole che avevano distrutto il sentimento d'amore appena accennato, che s'era bruciato come carta al contatto col fuoco.

Quella resa ancora bruciava, che però, alla fine, se non fosse stato per quella…

Si passò una mano sul viso André.

Voleva tornare, voleva vederla.

Voleva toccarla e stringela e…

Le dita fremevano…

Fulgido fremito che ingarbuglia i pensieri…

Eppure…

Nonostante fosse lontano, nonostante…

La voce dell'altra stranamente non l'infastidiva.

Era ovvio che la contessa fosse curiosa ma finora aveva dimostrato intelligenza, sensibilità e pacatezza, capaci d'indurre a fidarsi.

Non l'aveva più fatto con nessuno.

Oscar era distante e lui non aveva coraggio di rammentare il passato, di fronte a lei.

Era tutto troppo doloroso.

Ma farlo con qualcun altro…

Annuì quindi anche se a malincuore.

Avrebbe voluto raccontare di sé…

"Perdonate…non volevo essere invadente…" – s'affrettò a scusarsi Jora – "La vostra discrezione m'impone di fermarmi qui. Ma sappiate che ho intuito che il vostro animo è tormentato. Così se avrete necessità di un'amica con cui confidarvi…sarò lieta d'accogliere i vostri pensieri. Ho trascorso anch'io anni oscuri, dopo la morte di mio marito, anni in cui ho dubitato se sarei mai riuscita ad apprezzare di nuovo la luce del sole…".

"E come ci siete riuscita? Adesso…sembrate…stare…bene…" – lo chiese André senza pensare alle conseguenze d'una domanda così intima.

Un brivido corse lungo la schiena. Artemisia si stupì.

L'uomo pareva distaccato solo in apparenza. Invece era attento, aveva letto tra le pieghe della voce e dei gesti e doveva aver intuito la sofferenza che non si cancella, mai, non può essere messa da parte. Tuttavia la si può ammansire, accogliere e convertire in altro.

Donna Artemisia sollevò entrambe le mani distendendo le braccia. Allargò le dita. Erano lunghe, sottili, bianche e mobili. Le unghie curate ma non laccate. Un piccolo taglio correva lungo l'indice sinistro.

"Vedete? Quello me lo sono fatto l'altro pomeriggio mentre impastavo del pigmento che non era stato ben frantumato. Non l'avevo fatto preparare dal mio opificio…e questo è il risultato!" – spiego sorridendo della propria inesperienza.

André non comprendeva.

Le dita s'allargarono ancora un poco distendendosi.

"Mi hanno salvata queste mani, il desiderio di mettere sulla tela il mio dolore, la mia passione…".

"Siete un'artista!" – precisò André che prese a capire.

"Non lo so se sono un'artista ma mi piace pensare d'esserlo. Quando sono di fronte ad una tela…ad un pezzo di carta ingiallito…il tempo pare fermarsi e tutto si concentra nella ricerca delle ombre e della luce. Quando rimasi sola non avrei nemmeno più voluto tenere un pennello in mano. Poi…".

"Ho capito…siete una donna coraggiosa…".

"Non ho avuto il dono d'avere dei figli…se me lo consentirete sarà un piacere insegnare a Martin ciò che so…".

"Ne sarà felice…dovrò solo…".

"Parlare col vostro amico!" – trillò l'altra – "Ci tenete parecchio alla sua opinione!".

Annuì André che le parole davvero non sarebbero bastate per descrivere ciò che sentiva per lei.

Il silenzio s'incise sulla pelle dell'altra che per un istante si ritrovò ad esser gelosa d'un perfetto sconosciuto. Se l'amico doveva avere un tale ascendente…

Avrebbe dovuto conoscerlo, senz'altro. Una tale amicizia avrebbe rivelato altro anche dell'uomo che le stava accanto in quel momento.

"Che ne dite di un gelato?" – chiese Joria con sguardo ravvivato dai prossimi progetti.

André sorrise. Sì, se lo poteva anche concedere un gelato. Faceva buio in fretta e viaggiare di notte sarebbe stato pericoloso. Sarebbero ripartiti in giorno dopo.

Avrebbe dormito finalmente e quando l'avrebbe rivista…

Ripresero a camminare. Donna Artemisia de La Tour tirò un respiro fondo.

La strada era ancora lunga. Scalfire l'anima di quell'uomo non sarebbe stato facile.

Ma si sentiva stranamente serena, al sicuro, accanto all'altro, ch'era, anche lui, sorprendentemente più calmo e sereno dell'ultima volta ch'erano stati assieme a Firenze.

Non smaniava più per tornare a casa, com'era stato durante il viaggio precedente.

Almeno così gli appariva l'altro che aveva preso ad osservare il mare, in silenzio, perdendosi in chissà quali pensieri.

Quella notte dormì davvero André e si svegliò presto e si riassettò ancora più in fretta.

Che Donna Artemisia rimase sorpresa nel vederlo giù, nell'atrio della casa mentre s'intratteneva con Lady Hannency ringraziandola dell'ospitalità e proponendosi di ricambiare la cortesia non appena Alcantia fosse stata risistemata in maniera più decorosa e degna di tali ospiti.

Lady Shirley Hannency dal canto suo accettò fin da quel momento l'invito, ch'era donna curiosa e voleva davvero vedere come sarebbe andata a finire quella storia.

Fremeva André, era tornato di nuovo sulle spine ma non si permise d'essere scontroso ed insofferente con le due dame che quella mattina c'impiegarono il dovuto per prepararsi per il viaggio.

Anche questo particolare rimase impigliato nella rete di congetture di Lady Shirley Hannency che dovette convenire che la pazienza mostrata deponeva senz'altro per una persona che aveva avuto a che fare spesso con i crudeli tempi di preparazione delle dame.

Lo ripetè Lady Shirley Hannency a Donna Artemisia de La Tour augurandole buon viaggio. Quell'uomo pareva una brava persona ma nascondeva un passato ingombrante.

"Sarà mia cura informarvi di ciò che scoprirò!" – aveva sentenziato Donna Artemisia con una punta di soddisfazione, che lei se lo sarebbe riportato a casa quell'uomo mentre le altre sarebbero rimaste a bocca asciutta, senza pettegolezzi da spartirsi.

Credeva Donna Artemisia che André avrebbe accettato di cenare assieme a loro una volta giunti in prossimità della Tenuta Raisi…

Credeva Donna Artemisia che André non avrebbe disdegnato d'intrattenersi ancora…

Credeva…

"A presto!" – il saluto secco accompagnò il sobrio inchino.

Fu tutto ciò che l'uomo riservò alle due dame.

Tempo…

Ne era trascorso troppo…

Senza di lei, senza toccarla…

La voleva…

Voleva le dita addosso, il respiro sulla bocca…

Voleva appoggiare le labbra lì nell'incavo del collo, lì a scivolare piano sulla bocca, e poi insistere finchè non si fosse aperta e l'avesse accolto.

Voleva impazzire di nuovo, perduto dentro di lei…

Piano piano…

Tempo…

"Madame…sta riposando…" – Donna Lari l'aveva avvertito che André s'era tolto il mantello in fretta e aveva chiesto di lei e poi s'era permesso di prendere in braccio Martin che gli era saltato addosso e l'aveva abbracciato stretto.

"E sia! Devo vederla!" – stabilì l'altro deciso.

Non avrebbe lasciato scorrere un altro giorno senza parlarle, senza chiedere, senza pretendere che lei tornasse a stringere la propria vita tra le mani.

Avrebbe aperto le dita ad una ad una e…

Pochi passi su per la scala…

"Monsieur…madame…è tornata da poco…".

E' buio, dove diavolo sei stata fino a quest'ora?

"Devo parlarle anche di questo…".

Dove sei?

Bussò André e non attese d'ottenere risposta. Entrò…

Prese a cercarla con gli occhi…

Dove sei?

Respira…

Respira…

Non posso…

Non c'è aria…

Respira…

Era immersa fino al collo nell'acqua putrida, non poteva muoversi, di nuovo…

Respira…

"Oscar…devi respirare!".

Non rimase distante, anche se aveva scorto il sonno agitato dell'altra.

L'afferrò per le braccia, piano, le strinse piano, la sollevò piano, che gli occhi s'aprirono al tocco e la mente distorse la visione, il volto…

"Respira!" – le impose di nuovo André, alzando la voce.

"No! Lasciami!".

"Sono io…sono André! Non avere paura…non c'è nessun altro!".

"Lasciami!" – gridò lei, di nuovo.

"Sono io! Mi vedi?".

"Non urlare André! Lo so…lasciami! Ho detto di lasciarmi!".

"No…non voglio! Non posso…".

Di nuovo…

"Mi riconosci?".

"Si…che…perché? Me lo stai chiedendo?".

S'era tirata su, s'era ritratta, lo sguardo sgranato.

"Ti prego…voglio…vorrei…stare qui…lasciami stare…qui…".

Silenzio, il respiro corto…

Oscar annuì.

André rimase immobile, ogni movimento anche il più lieve l'avrebbe fatta arretrare.

"Sei già tornato?" – sussurrato piano.

"Si…non vedevo l'ora di vederti…come stai?".

Lo sguardo fino a quel momento fisso a lui si distolse.

"Meglio…hai…hai fatto un buon viaggio?".

"Si…ma non m'interessa parlare del viaggio. Volevo vederti…".

Le dite sulla guancia…

Non voleva solo toccarla, voleva che fosse lei a sfiorargli la pelle. Voleva le sue dita sulla propria faccia.

Imbrigliò la rabbia, la paura d'esser respinto. Afferrò la mano di Oscar, lei s'impose di lasciarsi prendere, le dita intrecciate alle dita, André si portò la mano di lei al viso, chiuse gli occhi, mentre la mano gli sfiorava la guancia.

"Mi sei mancata…mi manchi…".

S'impose…

"Anche tu…" – rispose lei, imponendosi di restare dove lui la voleva. Il tocco s'espanse nel ventre imbrogliando i sensi, confondendo la rabbia, innalzando il desiderio.

Silenzio, erano fermi, André stava zitto, a bearsi del contatto lieve.

Le dita di lei s'aprirono per scivolare oltre la guancia, infilandosi tra i capelli, scorrendo giù al collo teso, sfidando la stoffa del colletto della giacca.

Gli parve davvero che finalmente lei gli consentisse di stare lì e osò allora e la mano sinistra s'allungò ad afferrare la nuca ad attirarla piano a sé.

Oscar s'impose, un'altra volta, d'accettarlo…

I volti vicinissimi…

Un istante, lei lo guardò vicinissima, ammantandosi del corpo di lui, immobile, conscia di quel rispetto che lei gli aveva chiesto e che lui non voleva tradire. L'aveva già fatto una volta.

I pensieri si contrassero, che quella volta…

Oscar rammentò.

Non l'aveva nemmeno guardato. Gli aveva detto che avrebbe fatto lei, rifugiarsi in Normandia, per sfuggire alla vergogna di non esser stata capace d'accorgersi che lui l'amava, la colpa di André lei non l'aveva nemmeno considerata.

Non ce l'aveva con lui, era stata chiara. Nemmeno per un istante però s'era imposta d'immaginarsi lo strazio che aleggiava nel cuore di André.

Adesso…

Adesso lo sapeva invece. Sapeva che lui l'amava e non poteva continuare a tenerlo a distanza.

S'impose…

I volti vicinissimi…

La bocca sfiorò la bocca, esitando l'istante necessario a scorrere sulle labbra, ondeggiando piano, assaggiando piano…

"Davvero…lo vuoi?" – glielo chiese André improvvisamente come si fosse risvegliato da un incubo…

La risposta muta e le labbra s'appoggiarono, strisciando piano…

Le labbra si schiusero, i denti presero a mordere le labbra divenute di nuovo morbide, il taglio rimarginato.

Prese a succhiarle indugiando, mentre le braccia la chiudevano nell'abbraccio che però lui non s'accorse che il corpo era rigido, fermo, svuotato dell'impeto.

La smania dell'attesa, la frenesia, il tremito di poter affondare nel corpo di lei…

Piano, l'avrebbe fatto piano…

No, fu lei a spingersi contro di lui, con rabbia, con disperazione.

Se doveva accadere tanto valeva…

Fare in fretta…

Gli prese le mani, le strinse mentre la camicia scorreva su e le dita finalmente si riappropriavano della pelle.

Le dita scorsero su ai seni, saggiando un poco la consistenza morbida piena, così…

Dio, era tale la smania che non s'accorse subito che il respiro s'era impigliato nello scorrere delle dita…

Occhi chiusi, le lingue danzavano alla ricerca di sé e dell'altro…

D'impeto André l'abbracciò di nuovo, le braccia sotto la camicia, la prese l'attirò a sé…

La mente impazzita, il cuore allo spasimo, non sarebbe riuscito ad andare piano come s'era ripromesso, che lei pareva chiedergli di prenderla, lì adesso…

La sollevò per tenerla avanti a sé…

La bocca sulla bocca…

Il tintinnio sinistro dei ganci squarciò il respiro teso.

Le corde presero ad ondeggiare…

Lei le vide, su, in alto, non le aveva notate.

La bocca nella bocca, si spinse contro André.

L'avrebbe amato così da squarciare l'orrore che dilaniava la mente.

Si spinse contro di lui che si ritrasse allora, prendendo a togliersi la giacca che fu lei ad aiutarlo sfilando le maniche, correndo con le dita alle brache che prese a scalzare.

Le dita s'ammantarono del tepore dei muscoli asciutti e tesi, s'aprirono scorrendo sui lombi avide anch'esse d'accarezzarli…

Lo voleva, sperava di scivolare dentro di lui…

Amarlo e perdersi in lui.

Tutto vorticava, tutto aveva preso a correre in fretta…

Tempo…

Il futuro non può cambiare il passato, ch'esso non esiste più, eppure sta lì come macigno ad infierire su ciò in cui s'è divenuti…

Le mani l'afferrarono ai fianchi stringendoli stretti per tenerla ferma…

"Ti amo…" – netto, soffocato…

Un gancio e poi un secondo…

Scivolarono giù come teste di serpenti nascosti, tornando ad incidere la carne, mentre il sesso lambiva il sesso, piano, in attesa d'esser accolto…

Uno, due, tre, quattro, cinque…

"No…".

"Ti prego…" – senza respiro…

"No…aspetta…" – la voce chiedeva di fermarsi, le dita trattenevano il corpo su di sé

Sei, sette, otto, nove, dieci…

Dannate lame, cinque per ogni braccio che tagliavano e restavano lì…

Che adesso non poteva più muoversi.

La coscienza fluttuava…

Il dolore riemergeva…

Aggrapparsi ad esso che forse anche attraverso il dolore i sensi si sarebbero sollevati e avrebbero preso a bruciare…

"No…".

Una mano sulla bocca…

Il repiro annientato come le parole…

Rammentò i denti contro la pelle, il collo…

Affondi feroci, voraci, come volessero strapparle il respiro.

La mano calcata sulla bocca, stava soffocando…

L'altra mano affondata nella carne…

Bruciava penetrando con forza, squarciando la resistenza…

Respira…

Non riuscì ad imporsi di stare lì, mentre la bocca solcava la pelle…

Tentò di sottrarsi, ci provò…

Stille s'incisero sulle braccia, imponendo d'immobilizzarsi…

Non avrebbe avuto più un solo lembo di pelle intatto.

I sensi presero a vacillare, mentre la bocca si staccava e…

Respira…

Non posso…

Non poteva più muoversi…

Puntò le mani sulle spalle di André per…

"Lasciami…" – piangendo…

"No!".

"Non posso…".

Le prese la testa per tenerla lì, per accarezzare il viso con le labbra…

Intuì d'essere…

Intuì d'essere stata ricacciata giù a terra.

Intuì l'altro che la stringeva…

La percorreva…

Il respiro addosso…

L'odore della bocca…

Addosso…

Non riusciva…

Il peso insopportabile, opprimente…

Stille intense lacerarono i sensi.

La coscienza si perse…

Incisioni…

Dentro…

Lì, la bocca nell'acqua…

Sarebbe accaduto di nuovo…

Respira…

Non posso…

Misero rantolo d'agonia…

"No!".

La propria stessa voce, perduta, ingoiata dalla furia, frantumata, mentre la carne si frantumava…

L'ultimo suono…

Senza respiro…

"Perché? Ti voglio…" – senza respiro.

André strinse il corpo, il petto schiacciato contro di lei.

La sollevò un poco, un mezzo giro…

L'appoggiò quasi di forza al cassettone, le boccette ed i pochi oggetti tintinnarono.

La sinistra fece strage delle inutili cianfrusaglie. Tutto finì a terra, suoni secchi di vetro infranto e distrutto, il corpo di nuovo sollevato, senza rispetto, senza tregua.

Non riusciva neppure a parlare Andrè, non s'immaginava l'avrebbe voluta a tal punto da non voler più nemmeno ascoltare la sua voce che s'era spenta.

No, Oscar non era più lì, le gambe s'erano irrigidite, chiuse, il tronco fisso…

Ciò che vide…

Il suo sguardo…

La testa voltata di lato, non lo guardava più, non parlava più, non…

Il buio…

La mente s'era staccata disgiungendosi dal corpo, interrompendo la sequenza degli impulsi, sollevandosi e sgusciando via, in una terra remota e solitaria e fredda.

Non sentiva più nulla.

Non vedeva più nulla.

Buio…

Solo buio.

Dolore…

Solo dolore.

Il battito lontano…

L'anima si perdeva…

Il corpo non le apparteneva più.

Per impedirsi di comprendere, per non impazzire.

"Respira!" – glielo gridò, dovette farlo che lei pareva davvero non respirare più - "Oscar…respira!".

Le prese le braccia, le strinse, prese a scuoterla che lei non si muoveva più.

"Oscar…" – l'abbracciò allora tirando giù la camicia, coprendo la pelle…

Un sussurro…

"Amami…resta…qui…con me…amami…".

Non pareva nemmeno fosse lei a parlare, che non lo guardava, non respirava quasi, non…

"Non…" – la tenne stretta, più stretta che potè, senza farle male – "Non posso…non così…".

Tentò di tenersi le lacrime in corpo.

Pareva tutto perduto, tutto infranto contro una bestia inverosimilmente feroce e bastarda che s'accaniva contro di lei, che ci credeva Andrè che lei avrebbe voluto amarlo, lì, ma non era riuscita ad abbandonarsi a lui.

Si staccò, la testa bassa, prese a lisciare le pieghe della camicia stropicciata, per allungarla e tentare di coprire le gambe nude. La mano s'aprì sulla coscia di lei, la tenne lì appoggiata, senza chiudere le dita, accarezzando la pelle fredda.

"Perdonami…".

Di nuovo…

Come un tempo…

Oscar non riuscì a voltarsi. Puntò le mani al cassettone per rimettersi in piedi. Il movimento li fece riavvicinare di nuovo. André vicinissimo sollevò lo sguardo per vederla e vide gli occhi sgranati, persi. Oscar non era lì, era…

Le prese i polsi, li sollevò un poco e poi tirò su le maniche della camicia voltando il dorso delle braccia. I pollici scorsero sulle cicatrici…

Glielo chiese…

"Ti fanno ancora male?" – non si riferiva alle ferite, non a quelle che le dita percepivano.

"Un poco…" – rispose lei, piano, mentre sentiva le lacrime salire alla gola.

André tirò su le braccia, ancora, se le portò alla bocca e prese a scorrere con le labbra sulle cicatrici.

Una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci…

Dieci…

Ognuno di essi doveva rimarginarsi, ad uno ad uno.

Non sapeva come curare gli squarci nascosti, occulti nella carne umida di sale e lacrime…

Pensò che erano troppi, che non ci sarebbe riuscito.

Lasciò le braccia e si voltò per andare verso la porta.

Solo il tempo d'accennare alle lezioni di pittura al piccolo Martin.

Oscar rimase impassibile, non c'erano questioni, l'importante era che il piccolo non si stancasse e non finisse per trascurare le sue lezioni. Stava imparando a leggere e a scrivere…

"Solo…ti chiederei di fare attenzione…quando esci…in paese…pare ci sia gente poco raccomandabile in giro…hanno assaltato dei carichi più a sud. Se avrai necessità potrò accompagnarti io…ma non andare sola…".

Impassibile, il respiro venne meno…

Gli occhi si spalancarono, al buio, che s'era ritrovata a cadere giù in quel buco senza fondo…

Respira…

Respira…

Respira…

No…

André…

Respira…

"Va bene…".

I corpi di nuovo distanti, inesorabilmente le coscienze avevano preso a frantumarsi.

Avevano sperimentato l'assenza assoluta.

L'assenza scavata dentro l'amore no, quella aveva preso a manifestarsi in maniera davvero sorprendente.

§§§

Il freddo aleggiava dentro e fuori.

Era dicembre…

Era freddo.

Donna Lari le aveva appena suggerito di restare a casa.

Fuori era davvero freddo e poi le aveva sentite anche lei le voci sulla gentaglia poco raccomandabile.

Che lei aveva sorriso un poco sprezzante, come a dire so badare a me stessa, non preoccupatevi. Non sono un'incosciente.

Stupida…

Anche André chiese alla custode dove fosse finita e quella per poco non prese un vaso e lo rovesciò a terra dalla rabbia.

Era uscita madame, l'aveva vista incamminarsi per la spiaggia, intabarrata nel mantello, che tirava vento, la macchiaccia nera al seguito.

I pugni chiusi…

Stupida…

André sarebbe voluto andare con lei.

No, dopo l'altra notte, non non sapeva più come fare ad avvicinarsi, né sapeva se e come sarebbe mai più riuscito a farlo, davvero.

E poi…

Erano nati tre puledri, c'era d'accertarsi che tutto procedesse bene e poi si doveva accordare con i raccoglitori e poi sarebbe dovuto salire al porticciolo del paese, dove sarebbero approdate le feluche per caricare il raccolto.

Martin era a casa, assieme ai figli di Valentino…

Stupida…

Dannazione…

Arrogante…

Stupida…

Presto lo capirà…

Dannazione…

Devi dirglielo…

Che ne sarà di voi, del giuramento di fedeltà che vi siete scambiati mille e mille volte, per ogni volta che vi siete amati e vi siete perduti l'una nell'altro?

Che ne sarà di voi, del giuramento di rispetto che vi siamo promessi mille e mille volte, per ogni volta che vi siete affidati, affidando voi stessi e la stilla infinita di piacere chevci ha…

Inghiottito e divorato…

L'una nell'altro?

Hai tentato di ricordare da sola.

Non ci sei riuscita…

Dannazione…

Devi dirglielo oppure…

Seduta sulla sabbia, al riparo, dietro una duna, lo sguardo verso il cielo, a veder scorrere le nuvole che si rincorrevano grigie e piene, che tra poco sarebbe piovuto.

Il muso di Sadira era appoggiato al fianco e ogni tanto la mano si permetteva d'affondare nel pelo fitto scuro e caldo, una specie di pelliccia folta ch'emanava calore.

Ecco cosa mancava più di ogni altra tensione.

Le dita che sfioravano la pelle, intarsiando volute ora lievi ora intense.

L'assenza del corpo su di sé, del respiro impresso sulla pelle attraverso le labbra…

Lo voleva su di sé.

Voleva le dita, addosso, voleva l'abbraccio, il calore del petto a schiacciarla e tenerla lì e…

Il contatto intenso delle dita s'impose ed ebbe la meglio.

Non puoi continuare a mentirgli.

E' giusto che lui sappia, anche se soffrirà…

Dovrai dirgli la verità, tutta…

Non ti perdonerà mai d'avergli…

Taciuto…

La verità.

Così forse riuscirai ad amarlo di nuovo…

Così forse sarai capace di giurargli di nuovo che l'ami…

Per un istante il coraggio infuso dalla nuova consapevolezza di parlare e liberarsi finalmente del peso del proprio silenzio si scontrò col timore sordo d'aver atteso troppo.

Una fitta soffocata percorse la mente, che l'indecisione e la paura di renderlo partecipe della situazione così dolorosa l'avrebbero ferito.

Forse ancor più della situazione stessa.

André aveva sempre messo lei al di sopra di tutto, persino di sé stesso.

Lei no, lei non era come lui.

Comprenderà…

Glielo spiegherai perché…

Non puoi stare senza di lui.

Lontana…

Hai bisogno di lui…

Non puoi salvarti da sola.

Si chiuse nel mantello che una folata di vento s'ingarbugliò ad una nuvola di sabbia. Il naso lucido della cagnona si sollevò ad annusare l'aria.

Il boato delle onde sormontava il silenzio sommesso e continuo che impediva di raccogliere altri suoni.

Sadira si rizzò in piedi.

"Che c'è?" – all'erta, prese ad ascoltare anche lei che adesso dal rimbombo di sottofondo aveva preso a staccarsi netto un richiamo, una sorta di caos disarmonico.

In piedi, Oscar salì sulla cima della duna, si fronte a sé la distesa del mare grigio, onde bianche che gonfiavano e s'infrangevano contro la rena.

Fissò l'orizzonte a destra, fino a tentare di scorgere il paese…

Nulla…

A sinistra, il promontorio fisso, statico che pure ogni tanto scompariva avvolto dalla coltre umida che sorgeva dal mare.

La cagna prese ad abbaiare in maniera forsennata, fiondandosi giù per la duna.

"Aspetta!".

Si mosse anche lei, più incerta…

L'aria ribolliva dell'acquosa umidità salmastra, provocando sbalzi di calore sulla pelle fredda ed al tempo stesso fradicia.

"Aspetta!" – tentò di richiamare il cane.

"Monsieur…è tanto che non c'incontriamo! Come state?".

André si voltò, trovandosi di fronte il Dottor Mantini che gli veniva incontro, passo spedito seppur appoggiato al bastone da passeggio, occhietti vispi che si capiva ch'era contento d'averlo incontrato.

"Dottore…è passato molto tempo…" – l'immagine dell'altro per un istante ghermì il respiro.

Sequenze diaboliche presero a susseguirsi nella mente prima che davanti allo sguardo.

"Bene…io sto bene…vi ringrazio…".

Vorticava tuttintorno l'incedere della vita del porticciolo, André s'era ritrovato lì ad accertarsi che il carico sarebbe partito per Livorno come convenuto.

L'aria sapeva di tempesta e le facce, che pure aveva imparato a conoscere, parevano tese, all'erta, non solo per via del mare in burrasca. L'atmosfera era insolita.

Sulla piazzetta s'annodavano crocchi di pescatori che poi si sfilavano, carichi di nasse e cassette ed aghi da rammendo.

L'attenzione verso il medico si distrasse un istante quando intravide un gruppo di uomini a cavallo che avanzavano a riunirsi poco distanti. L'abbigliamento deponeva per gente altolocata, borghesi forse, commercianti.

Erano armati di fucili e pistole, parlottavano mentre il vento sferzava i volti tesi.

"E dite…dite come sta madame?".

André si trattenne per comprendere a chi si riferisse il medico.

"Madame?".

"La vostra amica…".

Comprese allora che l'altro stava parlando di lei, che l'appellativo stonava in riferimento a lei ch'era sempre stata chiamata…

Mademoiselle, colonnello, comandante…

Ma madame…

Poi rammentò che Donna Lari s'era risolta a chiamarla così Oscar e si sorprese che anche il medico fosse, alla fine, arrivato allo stesso termine.

"Si…certo…sta…meglio…".

L'attenzione si divise.

André parlava con l'altro e pure stava lì a tentare di comprendere che si dicessero gli uomini in gruppo. Alcuni erano scesi da cavallo e stavano lì ad aggiustarsi le pistole alla cinta.

Prese a ricomporre i frammenti via via raccolti nelle settimane precedenti.

Le navi assaltate, i carichi di merce razziata…

I mozzi sgozzati…

Nella testa presero a vorticare i rombi delle cannonate tra Le Comte Vert e la nave dell'olandese volante…

Che fosse…

"Dopo ch'è venuta a trovarmi…non l'ho più rivista…saranno ormai…" – cincischiava il dottore.

Le immagini si persero che André rimase lì catturato, inghiottito dalle parole del medico.

"Cosa…lei è…venuta da voi?".

"Ma sì…saranno davvero tre settimane. M'aveva detto che sarebbe tornata e io m'ero raccomandato che dovevamo rivederci…ecco perché quando v'ho visto mi sono permesso di chiedervi come stava…".

"Monsieur…" – Valentino s'era avvicinato – "E' necessario…".

André sollevò la mano in segno che attendesse. Lo sguardo sgranato al medico.

"Perché è venuta da voi? Non me l'ha detto…" – la voce contratta, il dubbio che ci fosse altro oltre a ciò che già si sapeva.

Il figlio del custode pestava: "Perdonate…è importante!".

André non riuscì a dargli retta. Fissava Mantini e quello fissava lui.

"Monsieur…davvero non v'ha detto nulla?".

Avrebbe voluto afferrare l'altro per la giacchetta. Si trattenne.

"Che doveva dirmi? Perché è venuta da voi? Sta male?".

Il tono contratto indusse nell'anziano medico un sobbalzo.

Dannazione…

La rabbia aveva preso a salire, di nuovo, che poi non era rabbia ma paura…

"Padrone! Vi prego!".

"Che cosa c'è?" – ringhiò contro il giovane che s'era dovuto mettere in mezzo tra lui ed il medico.

"Sono stati avvistati…stanno venendo da sud…pare siano degli sbandati…predoni di terra…".

Il sangue si gela…

In mezzo ai due fuochi.

"Quegli uomini stanno organizzando una battuta…vogliono cacciarli via prima che quelli prendano di mira una casa o un magazzino…me l'avete detto voi quello che è accaduto a Piombino…".

"Si…ho capito…ma…".

"Vorrei andare con loro se me lo permettete…questa mattina ho detto a mia madre di non lasciare uscire i bambini da casa…non dovrebbero esserci problemi alla tenuta…ma io vorrei comunque andare…me lo permettete?".

André rimase lì, impietrito.

Il tempo prese a correre, a frantumarsi in mille direzioni. Era difficile tenergli testa, precorrere gli eventi, soprattutto quando li si ignorava o al più non se ne conosceva che brandelli.

La mente gli diceva che doveva mettersi al seguito del gruppo.

Il cuore gli diceva…

Scelse…

"Che cosa vi siete detti?" – chiese facendosi contro il medico.

L'altro fece una faccia strana come a dire ma non vi siete parlati?

No, non era accaduto, che l'insormontabile muro aveva finito per lasciare fuori non solo ogni scarno aspetto delle nuove esistenze ma anche quella ch'era stata fino al giorno del loro arrivo la principale preoccupazione, l'oscuro morbo ch'era stato la ragione del loro viaggio.

André l'aveva vista sempre meno, ci aveva parlato poco e poi…

La richiesta di restare distanti…

All'improvviso quella richiesta prendeva a colmarsi di un senso, di una logica…

I frammenti del tempo si riannodavano, intessendo un quadro distorto ed ancora incomprensibile.

L'immagine c'era però, tutto stava nel mettersi dalla giusta angolazione per scorgerla.

"Abbiamo parlato…e…ma…sta seguendo i miei consigli? Sta riposando? E…deve mangiare…sì…deve assolutamente stare attenta e riguardarsi. Gliel'avevo detto che avremmo dovuto vederci di nuovo…presto! Non…ve l'ha…spiegato?".

L'uomo borbottava e poi guardava l'altro che si capiva che l'altro non sapeva niente, vista l'aria stravolta.

Solo un istante…

Solo per un istante André s'immaginò che stessero discutendo dello stesso argomento.

Poi no, non era così!

"Ma…vi riferite…sta male? Lei…".

"Monsieur…no…ecco…".

Si rammentò il dottore della richiesta di silenzio. Il patto lo vincolava, anche se adesso era evidente che l'altra s'era tenuta tutto per sé e allora il pover'uomo si ritrovava incastrato tra la promessa fatta ed il desiderio di evitare fraintendimenti. Ma da che mondo e mondo una donna sa bene a chi deve rivelare o meno d'aspettare un figlio. Anche s'era un medico di paese le regole erano le stesse.

E se quella non l'aveva fatto…

Davvero André questa volta afferrò l'ometto per la giacca, che Valentino Simon fece una faccia allarmata e si mise in mezzo, che il dottore aveva fatto nascere lui ed i suoi figli e mezzo paese e l'altro mezzo l'aveva fatto venire al mondo la buona moglie dell'ometto.

Che gli capitava adesso al suo padrone di fare il matto e prendersela con lui? E perché?

"Che diavolo vi siete detti? Parlate!" – gridò André.

"Non posso!" – affondò l'altro, facendosi serio tutto d'un colpo, opponendo a quel punto un netto rifiuto, che non aveva senso girarci tanto attorno – "Mi è stato chiesto di tacere…credevo che madame vi avesse messo al corrente di ciò che ci siamo detti ma a quanto vedo…avrà avuto le sue ragioni. Non spetta a me parlare di certe…questioni!".

L'ometto sapeva il fatto suo.

Il braccio di Valentino Simon si frappose tra il dottore e André che lui si staccò incredulo di non aver possibilità di sapere che stava accadendo, che adesso davvero aveva compreso fosse altro.

"Sentite monsieur…è inutile…fareste bene a parlare con lei…".

"Monsiuer…devo andare…" – l'incalzò Valentino – "Se volete venire con noi…".

"Adesso…io…".

Andrè si ritrovò tra due fuochi.

La mente vorticava, i sensi s'innalzavano…

Accusava un'ancestrale stanchezza, che non era possibile che lei gli avesse tenuto nascosto…

"Monsieur!" – riprese il medico – "Abbiamo parlato della sua salute…le ho dato alcuni consigli…ma per il resto…ecco dovreste davvero parlarne con lei…ho promesso di…".

"Cosa? Cosa avete promesso? Perché avrebbe dovuto farvi promettere di non dire…" – l'incalzò André – "Nulla?".

L'altro chinò la testa: "Mi spiace…credo spetti a lei riferire ciò che ha saputo durante la visita…pensavo l'avesse già fatto ma a quanto pare…".

André tentò di squadrare l'uomo per estorcere altre parole.

L'altro si chiuse in un silenzioso mutismo.

I cavalieri s'erano rimessi in sella.

"Padrone!" – Valentino Simon s'era tirato il mantello sulle spalle – "Io vado!".

"Sentite monsieur…" – Mantini tentò di correre in aiuto, spigolando una lacera concessione – "Facciamo così…verrò questo pomeriggio alla tenuta…se volete…parlerò con lei e…".

Si tirò su il bavero del mantello, due dita al tricorno in cenno di saluto…

"Aspettate!" – André era senza parole.

Valentino lo prese per la giacca: "Venite! Più siamo e più sarà difficile per quelli fare i loro comodi!".

Sulla duna adesso si distigueva netto lo scalpitare di cavalli.

Cinque, sei, forse sette…

Il rimbombo soffocato sulla rena avanzava, parevano diavoli che sbuffavano lava e sangue…

Si ritrasse indietro, non le pareva d'aver mai visto nulla di simile da che era arrivata, da che aveva preso a camminare, quasi tutti i giorni, sulla spiaggia.

Il crescendo avanzava…

Lo sguardo corse poco più avanti…

Dannazione, non aveva più toccato una spada, una pistola…

Aveva solo un coltello con sé, che serviva per sfalciare l'erba più fitta, quando si ritrovava intestardita a penetrare dentro la boscaglia, per vedere come fossero lì le foreste di ginestre e pini selvatici e felci.

Il gruppo s'avvicinava compatto.

Era meglio evitare d'incrociarlo.

No…

Che diavolo…

La vista s'acuì, il cane pareva impazzito, anche se aveva avuto sempre a che fare con i cavalli.

La bestia prese a correre giù dalla duna, a rincorrere un animale ch'era distanziato dal gruppo inseguitore.

Un cavallo, assieme al suo disgraziato cavaliere, incalzavano verso di lei, seguito dal gruppo più folto da cui partì un colpo, uno sparo contro il cavaliere solitario.

Un grido inconfondibile…

Dannazione…

"Che diavolo ci fa una…".

Prese a scendere giù dalla duna, anche lei, i piedi affondarono nella rena grossa.

Lo scenario si dipanava serrato ma chiaro.

Il cane intuì e si mise dietro al cavallo che ancora più imbizzarrito imboccò la direzione corretta.

Le sarebbe arrivato contro…

Sperava di fermarlo…

Rischiava di vedersi travolgere dall'animale terrorizzato.

La tonalità azzurro scuro del vestito s'impose agli occhi che individuarono…

"Fermati!" – gridò contro il cavaliere…

Che poi, s'accorse, un guizzo…

Quella era poco più d'una bambina.

"Lasciatemi passare!".

La voce terrorizzata, l'altra credette d'esser finita in trappola, non capiva più nulla.

"Ma che ci fate…".

Il cavallo schiumava dal manto e per poco non avrebbe fatto cadere il cavaliere di sella.

"Toglietevi!" – tentò di replicare quella, che lei afferrò le redini tirandole, imbrigliando la foga dell'animale.

Tre carezze frettolose per calmarlo, poche parole mentre quello roteava su sé stesso per sfuggire alla presa.

S'issò su, dietro la giovane…

"Chi siete?" – chiese e l'altra lì a dimenarsi stremata.

Oscar la tenne per un braccio, il cavallo spronato a risalire la duna per poi ridiscendere e lasciare la spiaggia che lì sarebbero stati raggiunti troppo facilmente. Era meglio nascondersi in mezzo alla boscaglia e poi prendere una strada qualsiasi per tornare indietro.

Perse il senso della ragione, perse di vista Sadira…

Non la sentì neppure più abbaiare mentre si ficcava dentro agli arbusti, l'altra aggrappata al collo del cavallo.

"Chi siete?" – ripetè di nuovo.

"Sono…mi…chiamo…Scarlett…sono…" – balbettava quella, senza respiro – "Abito…vicino…ero uscita…a cavallo…me l'ha regalato mio padre…".

Gli arbusti graffiarono il manto scuro dell'animale, tentò di scansarli col braccio, ritrovandosi la pelle graffiata.

"E quelli?".

Lo scambio concitato procedeva di pari passo con la corsa forsennata.

La direzione pareva certa ma la boscaglia fitta impediva di scorgere il cielo…

Un altro colpo di pistola, quelli non mollavano.

"Non lo so…li ho visti arrivare da lontano sulla spiaggia…mi sono spaventata…hanno preso a venirmi dietro…non lo so chi sono…ho paura!".

Anch'io ho paura!

Se lo disse, senza mezzi termini mentre controllava la direzione, che stavano risalendo dalla spiaggia e l'unica via portava a ovest mentre le sterpaglie s'infittivano e rocce incidevano il terreno sbucando in mezzo agli alberi, basse e scure.

La corsa parve durare un'eternità.

Il corpo irrigidito dalla fatica e…

Dio, fa che non accada nulla!

Dio…

Richiama i tuoi demoni!

L'intuito prese a sondare il tempo della fuga, per comprendere s'era stata in grado di mettere una distanza sufficiente.

Si ritrovò la via era sbarrata, la vegetazione folta e spessa, arbusti d'ogni genere che sbarravano il passo, il cavallo stremato…

"Scendi!" – l'ordine alla mocciosa…

Un istante, solo uno, per osservare il viso stravolto della giovane, poco più che una bambina, ben vestita, pelle chiara quasi di porcellana, capelli castani chiari, occhi nocciola, la bocca rossa, il viso spaventato…

"Dobbiamo salire…ci nasconderemo…primo o poi incroceremo qualcuno…".

"Salire…" – ripetè l'altra senza respiro quasi accasciandosi a terra.

Un gesto secco, il coltello incise i lacci del mantello che cadde a terra, così come la mantellina azzurrognola che copriva le spalle dell'altra. Tutto cacciato dentro alle sterpaglie…

Dio…

Richiama i tuoi demoni…

Presero a salire, inerpicandosi per il sentieraccio appena accennato, le dita aggrappate alle rocce. Non era erta la salita ma la via era corrosa da pietre acuminate e sterpaglie spinose…

Il vento scompligliava i capelli, mentre la mano era stretta a quella dell'altra che faticava a starle dietro.

Adesso aveva davvero perso l'orientamento, la mente incisa dall'ennesimo colpo di pistola che rieccheggiò alle spalle.

"Mutter…will ich meine mutter!" – piagnucolava la bambina.

"Stammi dietro!" – l'incalzò lei – "Dobbiamo nasconderci!".

"Mon papa…me l'aveva detto di non scendere in spiaggia…".

Dio…

André glielo aveva detto di stare attenta. Ecco perché…

Stupida…

"Mi aveva detto di stare attenta…" – tentò di spiegare la mocciosa.

"Va bene…conosci questo posto?" – il respiro spezzato, il petto in fiamme…

"Gli ho disubbidito…" – proseguiva quella in un mare di lacrime senza comprendere il senso delle richieste.

"Lassù…cercheremo di capire dove siamo…non…".

L'orientamente disfatto dalla fuga…

"Speriamo che non ci abbiano visto salire fin qua!".

Un altro colpo di pistola…

Quelli non s'erano accontentati del cavallo che lei aveva spinto via.

Pareva fossero lì, ad un pollice di distanza…

Se le avessero prese…

Dio…

Le cicatrici presero a digrignare come cani rabbiosi, sulla pelle.

I piedi si bloccarono, gli occhi sgranati alla buca poco sotto…

"Che…".

Una specie di cavità, ficcata in mezzo alla boscaglia, appena visibile squarciava il terreno.

"Che diavolo è questa?".

La mano della bambina stretta nella propria e l'altra mano sul ventre che le pareva divenuto di pietra.

La salita si perdeva nella boscaglia fitta…

Oltre non si poteva andare e nemmeno si poteva tornare indietro.

La mocciosa era senza fiato, s'accasciò a terra guardando la cavità.

Oscar provò ad avanzare, il piede intuì che il terreno prendeva a degradare, friabile ed insidioso.

"Questa non l'ho mai vista…monsieur…" – pigolò la bambina.

"Questa? Che intendi dire? Che cos'è?".

La bambina tirò un respiro fondo, pareva conoscere quelle voragini.

"Sono pozzi…grotte…buche…mio padre mi ha detto che ce ne sono diverse su per la montagna…alcune sono conosciute, altre…questa non so come si chiama…non…".

Oscar afferrò la mano dell'altra: "Ci gireremo intorno…vedi di stare attenta a dove metti i piedi!".

"Monsieur…non riesco…".

Un altro sparo…

Le voci s'avvicinavano da sotto…

"Vieni!" – la tirò su da terra, a forza…

"Mademoiselle e voi…monsieur!" – le grida presero ad infierire, da dietro le avevano quasi raggiunte – "Perché farci fare tutta questa fatica?! Vi tratteremo bene!".

Dannati…

Oscar si sentì perduta.

Il feroce sarcasmo incise la carne. Lo conosceva il tono delle parole…

Fu costretta a chiudere gli occhi che…

Ma belle dame…sono tornato…

Ma belle dame…

251