Sempre…
Padre!
Immobile, il corpo rigido ed acerbo, i muscoli asciutti e magri, la posa tesa…
Perché? Perché no!?
Gliel'aveva chiesto la figlia al padre. E quello aveva negato. No, il permesso non l'avrebbe concesso.
Non ti sei presentato a Versailles all'ultimo ricevimento! Mi sono dovuto scusare con Sua Maestà e il Generale Bouillè. Avevano espresso il desiderio di conoscerti…
Padre, questo adesso non c'entra! Non…non volevo venire a Versailles! Non volevo conoscerli!
L'ingenua arroganza d'una adolescente. L'istinto di proteggersi dall'arena d'una rappresentazione di cui non si sentiva parte.
Certo il padre l'aveva educata come un maschio, fin da piccola ma ciò non significava che lei avrebbe accettato quel ruolo, per di più quello del maschio che accondiscende a mettere in mostra sé stesso in nome del casato a cui appartiene.
Sinora aveva sempre recitato durante le prove mai davanti ad un pubblico.
Si sentiva una specie di marionetta…
Nulla di vero, nulla di certo.
Così, non sarebbe salita su quel palcoscenico, no…
Di fronte ad un pubblico che l'avrebbe fatta a pezzi e si sarebbe preso la sua faccia, i suoi capelli, i suoi gesti, la sua voce…
Non voleva…
Non sapeva perché.
Non voleva e basta.
Una voluta di fumo s'era frapposta tra il viso severo del padre e quello bianco e teso della figlia.
Ci vanno tutti! André, ci va anche lui! E ci vanno Nicolas, sua sorella Ginevra e poi…
Una mano sbattuta sul tavolo in segno d'insofferenza, il generale aveva squadrato la figlia.
E chi sarebbero queste persone?
Oscar non comprendeva, le pareva che il padre l'avesse saputo chi erano quelli.
André…
Nicolas…Ginevra sono i figli di Madame Tourel…madame…aiuta la nonna di André nelle faccende di casa…
Ti sei dato la risposta da solo! André è il nipote della nostra governante e gli altri due i figli di una domestica! Non ti degni di mettere piede a Versailles e pretendi d'andare ad una festa di campagna assieme a dei domestici!?
La domanda era retorica.
Era la risposta che meno Oscar si sarebbe aspettata.
Ma…
No! La conversazione si chiude qui! Ora esci, devo riprendere il mio lavoro. E se non ti spiace non tornare più ad interrompermi con simili richieste!
Le dita inconsciamente si strinsero alla coperta.
Il tuffo chiuse le tempie, il cuore sobbalzò, gli occhi si sgranarono al chiarore del giorno.
Le capitava spesso di sognare, verso l'alba, e tutte le volte si svegliava incerta, nel dubbio d'essere ancora incatenata alla realtà del sogno oppure che il sogno l'avesse seguita, nube evanescente ma netta ad incidere la coscienza, a ricacciarla dentro istanti perduti, relegati ad angoli che si sarebbe detto chiusi da tempo.
Oscar si chiese perché proprio quell'evento. Perché in quel momento…
Chiuse gli occhi di nuovo per richiamarne alla mente i brandelli conosciuti.
Avevi tredici anni…
Forse quattordici…
Ti allenavi, nel giardino, come sempre.
Affondi, parate, montanti…
I rintocchi delle lame sottili ed affilate si susseguivano, intervallandosi ad istanti di silenzio.
André studiava te e tu insegnavi a lui.
E poi di nuovo addosso…
Era più facile per te vincere.
Da quando avevi cinque anni tuo padre ti aveva iniziato alla scherma.
Lui no, André aveva meno esperienza e poi non poteva allenarsi tutti i giorni, così quasi sempre eri tu ad avere la meglio.
Quel giorno…
La sua spada era roteata via…
Un grido, rabbioso disappunto, fiato disperso, il corpo nervosamente battuto.
André era arrabbiato, aveva pensato che ce l'avrebbe fatta.
T'eri messa a ridere, però…
Però c'era che anche tu avevi il fiato corto, t'aveva dato del filo da torcere.
Migliorava, avrebbe anche potuto competere con te e rendere gli allenamenti molto più efficaci per entrambi.
Gli avevi teso la mano, gli avevi sorriso e lui s'era messo a ridere…
Poi…
Poi s'era avviato verso casa, le stanze della servitù. Nemmeno il tempo di voltarti…
Un istante…
Le mocciose gli erano corse incontro, le figlie delle domestiche e degli stallieri e…
Le più grandi, Ginevra, Salorin, Marine, avevano la stessa età di André e poi i fratelli…
Alcune non le avevi mai viste, forse erano del villaggio.
Tutti l'avevano accolto, risate e pacche sulla spalla.
André era il vincitore per tutti loro. Le sue gesta riscattavano dall'ombra tutti i mocciosi che si limitavano a servire e basta.
D'improvviso…
Un tuffo, la visione t'aveva abbagliato.
D'improvviso t'eri accorta che c'era altro oltre te e lui, altre persone, non adulte, che lui conosceva.
Avevi intuito complicità nel gruppo.
Tu non ne facevi parte, non dovevi, non potevi.
Non era solo questo.
Tutti intorno a lui, André era circondato da altri. Altri che non erano te.
D'improvviso, la sensazione che lui fosse lontano da te, che ti stesse sfuggendo.
Non era per ciò che faceva lui ma per ciò che tu non potevi fare ed essere per lui.
André era tuo.
Non ti apparteneva ma era tuo, lui, il suo tempo, la sua voce, i suoi sguardi, le sue risa…
Tutto di lui era tuo.
André…
Non te n'eri resa conto quando era con te ma quando si allontanava…
E quelle mocciose non dovevano permettersi…
E non era solo quello…
Eri nobile ma non avevi mai posseduto nulla.
Volevi lui…
A quella stupida festa avresti voluto esserci per stare lì, con lui, ed averlo accanto.
E far sapere a tutti che lui era tuo.
E che tu…
E che anche tu…
Le coperte scostate, il corpo accarezzato dal tepore del mattino.
Era da qualche giorno che per muoversi s'era dovuta adeguare a posture meno rapide, volute più ampie, il peso doveva fissarsi e ruotare in modo diverso.
Si ritrovò seduta, i piedi a terra.
Si era dimenticata di quei momenti, si era dimenticata di sé e lui, soli, quando ancora i passi correvano gli uni accanto agli altri e si fermavano assieme e poi riprendevano di nuovo.
Forse s'era dimenticata tutto perché…
Era accaduto ciò per cui tuo padre t'aveva addestrato per quattordici anni.
Quel giorno di primavera, i ciliegi in fiore, le giornate più calde…
Il generale non era atteso a casa ma la carrozza era giunta in tarda mattinata.
Tuo padre t'aveva fatto chiamare.
Te l'aveva spiegato spesso che cosa rappresentavi per lui e per la famiglia Jarjayes e perché ti aveva educato ed istruito come un maschio.
Ma fino ad allora il futuro era rimasto relegato ad un angolo della mente. Forse saresti diventata un soldato, un ufficiale…
T'avrebbero affidato un piccolo plotone, soldati scelti…
No…
Eri entrata nella stanza, sulla poltroncina avevi intravisto quell'uniforme bianca…
La stoffa chiara, candida, la fusciacca rossa, le mostrine dorate.
Era bella nel suo insieme, semplice ma d'improvviso il respiro ti s'era stretto in gola, t'era parso di soffocare.
Non sapevi perché.
Forse perché tutto aveva preso a correre in fretta.
Avevi corso sempre senza mai guardarti indietro, assieme a lui.
Ora nella tua vita ci sarebbe stato un prima e un dopo e tutto sarebbe cambiato.
Il re ha stabilito che potrai aspirare a diventare il nuovo Comandante delle Guardie Reali. Proteggerai la Delfina Maria Antonietta…sarà un onore per la nostra famiglia! Dovrai solo partecipare ad un combattimento, un duello con Victor Clement de Girodel. Sono sicuro che ne uscirai vincitore. Per quattordini anni ti ho allenato per questo!
Tuo padre ti aveva mostrato quell'uniforme…te l'aveva esibita come sunto e meta di tutta la tua vita.
Il tuo corpo chiuso lì dentro. Era da una vita che avrebbe dovuto essere così. Tutto finiva ed iniziava lì…
Oscar si voltò, una mano sulla pancia, prese ad accarezzarla…
Stizzita si alzò, non era necessario intestardirsi a ricordare. Tutto finiva ed iniziava lì…
Perché adesso? Perché quel sogno?
Rammentò la propria risposta.
Non ho nessuna intenzione di proteggere una donna…
Assurda, senza senso per te che per quello eri nata, marionetta da plasmare ad immagine e somiglianza del padre. Il sesso non era importante, ciò che sentivi di essere dentro di sé non contava. Femmina o maschio…
Di te si cancellava tutto. Non saresti stata né l'una né l'altro.
Tuo padre t'aveva replicato che non potevi rifiutarti.
Gli avevi opposto un altro rifiuto fatto della consistenza acida del silenzio.
Un manrovescio, eri indietreggiata…
Un altro…
Padre…
Sbattuta fuori, cacciata indietro per ricacciarti in gola la ribellione.
Non eri nemmeno riuscita a sollevare gli occhi su André, eri fuggita…
Ti eri domandata chi eri e chi saresti stata…
E lui André, chi sarebbe stato per te? Sarebbe stato sempre tuo?
Perché?
Se lo chiese.
Sforzò la memoria mentre annuiva alla correttezza degli accenti.
"Maestra…".
Oscar sorrise, Joseph esibì orgoglioso la declinazione di etre…
"Je suis, tu es…".
Tutti i mocciosi s'unirono alla recita, un coro un poco stonato ma tutto sommato accettabile.
Non andrò nemmeno io!
In silenzio avevi ascoltato la decisione di André, anche se la sua faccia raccontava altro.
Non volevi tenerlo lì con te, non era questo che volevi.
Avresti voluto che gli altri avessero saputo di te e di lui, avresti voluto che gli altri vi avessero guardato, ammettendo che tu eri la persona più importante per André, più di tutti loro messi assieme.
No! Per me puoi anche andarci!
Gliel'avevi sputato in faccia. Non l'avevi voluta la sua rassegnazione, la sua pietà per te ch'eri nobile, incastrata in quella dannata condizione. Ed eri una femmina educata come un maschio, che però, come femmina non avresti potuto decidere nulla e, come maschio, saresti stata erede di tuo padre, dunque, di nuovo non avresti potuto decidere nulla.
Chi eri davvero?
Non lo sapevi e quel ch'era peggio non avresti mai avuto la possibilità di comprenderlo da sola.
Allora non puoi proprio venire?
André aveva fatto una faccia strana, si capiva ch'era deluso ma anche combattuto, visto che in fondo al corridoio erano assiepati gli amici che l'aspettavano.
Li avevi visti, il gruppetto di marmocchi e quelle dannate mocciose che gli facevano il filo.
Nemmeno gli avevi risposto…
Avevi fatto spallucce e te n'eri andata.
Fa come ti pare!
S'avvicinò a correggere la postura dei mocciosi sui cavallini. Gli animali avevano imparato a conoscere i cavalieri e trotterellavano docili quando li montavano i più piccoli e invece più spediti quando era Scarlett ad esercitarsi.
Quella sera t'era bastato scendere al piano terra, sgusciare dentro le cucine, inforcare la porta sul retro e sellarti un cavallo.
Non ci avevi pensato nemmeno per un istante allo stupido duello che avresti dovuto affrontare il giorno dopo.
T'eri addentrata nel villaggio, venti case in croce, la chiesetta al centro della piazzetta circondata da edifici dal tetto di paglia scura, pozzi, orti ed il via vai della gente che si radunava.
Lì, nemmeno per disobbedire al padre, ma per vedere André, André che in quel posto era una altra persona, altro da ciò che era con te. Andrè, assieme a quei mocciosi, non era più solo un attendente, ma uno di loro, uguale a loro e con loro stava lì a ridere e a scherzare e…
Ti eri piantata davanti al gruppetto.
Le bambine vestite a festa, colori intensi sui grembiuli, nastri bianchi a raccogliere i capelli, riccioli ricamati sulla fronte…
Che schifo!
Già, però nanny te l'aveva spiegato che schifo era una brutta parola e magari, se proprio non ti piaceva qualcosa, potevi dire non mi piace e poi spiegare il perché!
No, quelle facevano proprio schifo!
Vieni via!
Gliel'avevi detto così, come s'apostrofa un attendente, un servo, incoerente e cattiva, che prima gli avevi concesso di andare alla festa e poi te l'eri andata a riprenderlo.
Non volevi certo considerarlo un servo, no, no davvero, solo che non te l'aveva insegnato nessuno come si parla ad un amico, a quattordici anni.
Oscar annuì con sé stessa, gli occhi fissi al mare scuro, eppure calmo…
Avevi quattordici anni.
Adesso lo ricordi…
Quelli s'erano impietriti.
Li avevi squadrati, tutti, mascherando abilmente il fatto che avresti voluto essere come loro, lì, a ridere e scherzare. Così avevi deciso di essere diversa e ch'era giusto che quelli lo sapessero ch'eri diversa e che potevi riprenderti ciò che ti appareneva in ogni momento.
André aveva fatto per avviarsi...
Non andare…
Una bimbetta aveva mandato giù la paura e cavato fuori dalle labbra una flebile obiezione. Aveva preso la mano di André e l'aveva tirato indietro e poi aveva guardato te e tu l'avevi fulminata con gli occhi e poi eri tornata a quelli di André.
Muta…
Vieni via!
Come ti permetti?!
Uno dei mocciosi più grandi, forse un fratello, era sceso dal muretto. Aveva intuito che tu volevi rimarcare d'essere diversa, avevi forse guardato storto la sorella.
Non era nemmeno quello. L'arroganza dei nobili infastidiva. Che tu fossi la figlia d'un generale lì, in quel momento, non importava a nessuno.
Andrè, pacato e rassegnato come sempre, t'avrebbe obbedito se quell'altro non si fosse messo in mezzo.
Che ti fai comandare da una femmina!? - aveva sputato il giovane incenerendo la rassegnazione di André.
No, ma…
Allora tu resti qui! Che se ne vada quella! Che tanto qui c'è venuta per sbaglio! Non è posto per la figlia d'un nobile questo!
Che hai detto?
Non ti pareva vero d'esser provocata…
Non aspettavi altro…
I pugni chiusi sollevati sulla difensiva…
André ti s'era messo davanti, per placare gli animi.
Spostati!
Gliel'avevi ordinato, di nuovo, e poi l'avevi scansato e…
L'avevi sentito su di te, il pugno dell'altro. Il primo t'aveva preso sulla spalla e tu avevi risposto ricambiando il montante…
Oscar…
La voce di André alle spalle che cercava di fermarti.
No, gli occhi furiosi concentrati a scovare l'apertura dell'altro, l'istante in cui la guardia sarebbe stata inefficace, nelle orecchie il disprezzo…
Stupida! Sei una femmina! Chi credi di poter comandare?!
Il ragazzo era agile e t'aveva scansato e tu lì, infuriata perché quelli ti stavano portando via l'unico bene che avessi mai conosciuto nella vita.
Una mano alla fronte, Oscar scostò i capelli scompigliati dal vento…
Il trambusto non era passato inosservato…
Un altro scambio di ceffoni e spinte e…
T'eri sentita afferrare all'improvviso per la giacca, una forza troppo possente per esser quella di André che non sarebbe riuscito a sottrarti all'azione dell'altro.
Eri stata trascinata indietro, gli occhi fissi all'avversario che a sua volta si era ritrovato abbracciato da dietro e trattenuto e sbattuto via…
Perdonate…padrone…non accadrà mai più…
La voce tremante d'un domestico…
L'avevi guardato l'avversario e solo dopo aver ripreso a respirare t'eri accorta d'essere tenuta ferma per un braccio da tuo padre, mentre l'altro era stato scansato da parte.
Il capannello muto…
Tuo padre doveva averti seguito e…
I due padri s'erano fissati, uno furioso, l'altro disperato.
Il generale aveva annuito e t'aveva portato via.
André vi aveva seguito.
Non una parola, s'era rifugiato in camera…
Non t'importava cosa pensasse. Lui era lì adesso, lui era di nuovo tuo.
Le parole dell'avversario però t'erano rimbombate nella testa…
Eri una femmina e facevi a pugni come un maschio…
Eri una femmina…
Il senno di poi offusca i ricordi.
Eri una femmina ma eri solita portare a compimento le tue decisioni, fino in fondo.
Non volevi diventare un burattino, ci tenevi a dimostrare al mondo intero che non era per paura che non volevi quell'incarico.
Il tuo onore era la tua fede. Così t'aveva insegnato tuo padre.
Quello che non coincideva era il contenuto di quell'onore.
L'onore, i maschi sanno bene come difenderlo.
I maschi possono molto più delle femmine…
Possono avere tutto.
Il piede destro affondò nella rena morbida. Una folata di vento scompigliò i capelli, era pomeriggio, il passo malfermo, l'equilibrio cedette, fu costretta a mettere una mano avanti per non cadere.
Il tuo onore.
Possedevi quello, per quanto chissà che senso distorto dovevi aver attribuito all'onore se non ch'esso andava difeso, ad ogni costo.
Siccome eri una femmina, l'unico modo per difendere il tuo onore era stato sfidare l'avversario che ti era stato scelto.
L'unico modo per sapere chi essere, era stato di scegliere chi essere. Avevi compreso che i maschi potevano scegliere e potevano avere tutto.
L'avevi atteso, Victor Girodel, l'avevi messo al corrente della tua decisione, non avresti accettato l'incarico di Comandante delle Guardie Reali.
Eri una femmina, non volevi diventare un burattino che avrebbe tutelato l'incolumità di una donna.
Dio, chi volevi essere allora?
I maschi potevano avere tutto. Forse avresti avuto André, l'amico di sempre.
Non sapevi perché ma senza di lui tu non avresti saputo chi essere…
Forse solo una femmina, che non può ambire a possedere nulla…
Un maschio invece…
I palmi presero a bruciare un poco, le sensazioni dei ricordi vorticarono nella gola e nella pancia.
Victor Girodel aveva convenuto ch'era stata una saggia decisione la tua e che la saggezza faceva onore alla tua bellezza.
Eri bella dunque…
Che stupido complimento!
Dannazione, anche lui ti vedeva solo come una femmina, una femmina debole.
Avevi ribattuto che non era per paura che non volevi accettare quell'incarico e che per questo ti saresti battuta lì, l'avresti sfidato lì, sulla via per Versailles, lontano dal palcoscenico prescelto dai burattinai.
Aveva riso alla tua richiesta, Girodel t'aveva schernito, ch'era convinto che t'avrebbe battuto facilmente e poi non se lo sarebbe perdonato se t'avesse ferito il tuo bel viso…
No, dannazione.
Saresti stata tu a decidere chi essere e lui non aveva capito che tu non volevi batterti con lui di fronte ad un pubblico perché sarebbe stato lui a perdere e sarebbe stato disonorevole perdere un duello contro una donna. Perché tu eri una femmina…
Gliel'havevi fatto notare.
Affermazione dirompente…
Eri una femmina certo, ma lo saresti stata a modo tuo, a modo tuo, non nel modo che avrebbero deciso gli altri. Ossia come sarebbe vissuto un maschio…
Oscar sentì la gola bruciare…
I pensieri annebbiati, ripiegati nel passato, si dilatarono alle domande del presente.
L'antica gelosia verso André, quella del possesso, quella dell'attaccamento all'altro in quanto parte di sé, senza alcuna contaminazione d'affetto o declinazione d'attrazione tra i sessi, s'era affacciata di nuovo alla mente, per andare a cozzare, come una nave sbattuta dalla tempesta che finisce contro gli scogli, contro la mancata risposta alla richiesta di sposarlo.
Dunque lei era sempre stata gelosa di lui ma adesso che avrebbe potuto averlo per sé lo rifiutava.
Perché?
Perché non gli hai detto di si, subito…
André ti ha chiesto di diventare sua moglie. E' da una vita ch'evidentemente lo pensa, lo desidera, lo spera. E tu, anche tu lo ami, lo vuoi…
Dio, lo vorresti anche adesso, qui…
Dunque è davvero la paura di morire che ti ha impedito di accoglierlo…
Gli occhi presero a scrutare il golfo, da lontano la sagoma netta e bianca dell'Elba, l'isola così vicina…
Alla fine Victor Girodel, seppur agile e determinato s'era ritrovato sconfitto.
Tu eri una donna che non volevi essere una donna che avrebbe dovuto proteggere una donna.
Ma t'eri servita delle conoscenze d'un uomo per muoverti ed ottenere ciò che volevi. Dunque, la conclusione era stata che se avessi voluto vivere il più liberamente possibile, da uomo avresti potuto farlo.
Un uomo avrebbe avuto molto più potere che una donna.
E, per assurdo che fosse, avresti avuto André.
Assurdo…
Il ceffone era volato sul volto.
Il generale t'aveva risparmiato di rimproverarti all'insensata richiesta di prender parte ad una festicciola di paese. Forse solo per non innervosirti in vista della prova.
Quel giorno invece la mancanza era stata gravissima, non t'eri presentata a Versailles, avevi disatteso un ordine del Re che, forse per la prima volta nell'intera vita di sovrano divino, aveva atteso invano d'assistere ad uno spettacolo che non ci sarebbe mai stato.
Una mocciosa di quattordici anni aveva sfidato Re Luigi XV.
C'era però che il tuo duello l'avevi ottenuto, strappando il lembo di stoffa dall'uniforme del bellimbusto Victor Girodel e poi facendo volar via la spada dalle mani.
Tu eri soddisfatta, tuo padre no!
E quella volta no, non te l'aveva fatta passar liscia!
Si chiama tradimento ciò che hai fatto!
Tradimento!
Non avevi acconsentito ad essere un burattino, maschio o femmina che fosse. E questo era un tradimento. Tradivi te stessa che nemmeno sapevi chi eri e soprattutto…
Chi essere…
Essere una femmina…
Essere un maschio…
Poi…
Pioveva quella notte. Tuo padre era tornato a casa, aveva fatto chiamare André.
Di nuovo era stato semplice scalare il davanzale, camminare sul cornicione, avvicinarsi alla finestra che dava sulla stanza ed ascoltare, la pioggia che scrosciava addosso, la supplica del padre che implorava lui, l'amico di sempre, di convincerti ad accettare quell'uniforme, perché era accaduto che Victor Girodel si fosse recato da Sua Maestà e gli avesse confermato che tu saresti stata la persona più adatta a diventare comandante.
Dio, il tuo destino si compiva. Non avevi deciso nulla e tutto si compiva ugualmente.
Da sola non ce l'avresti fatta…
Non era per mancanza di coraggio…
Pareva che la pioggia avrebbe inondato il mondo.
Ti eri chiesta come André t'avrebbe convinto.
Perché avrebbe dovuto farlo lui? Convincerti ad essere altro da ciò che eri e che nemmeno sapevi d'essere!?
Eri furiosa…
Non sapevi chi essere…
"Madame…".
Donna Lari s'affacciò alla stanza, Oscar era intenta a correggere dettati e scarabocchi.
"Dovreste venire…di là…".
L'altra l'interrogò con gli occhi.
"Vedete, monsieur è tornato ma…".
"Che è accaduto?".
Donna Lari alzò le spalle e gli occhi al soffitto.
"Ho già preso a sberle mio figlio e a suo padre ho imposto di sparire dalla mia vista prima che decida di pigliare il manico d'una scopa!".
"Ma che è accaduto?".
Oscar si alzò, i fogli caddero a terra, la custode era notoriamente persona serena e discretamente forte. Stavolta pareva proprio infuriata.
"Ecco…sapete…la festa che si farà…è per onorare l'arrivo della nuova stagione…quella bella!".
"Siamo a gennaio, non è presto!?".
Un respiro fondo, Donna Lari aveva il brutto vizio di spiegare un accidente partendo da un altro accidente parecchio lontano.
"Oh sì! Ma tutto il tempo che s'è passato a dissodare i campi, ararli, ripulirli e poi seminarli…e star dietro ai puledri che sono nati la scorsa estate…per tutto questo c'è da festeggiare sapete, prima di riprendere a faticare, tra nemmeno un mese e mezzo. E il vino poi!?".
"Il vino?!".
"Sissignora, il vino! Alla festa ci sarà quello nuovo, appena tolto dalle botti. E quei due che fanno? Anzi, quei tre!?".
I passi condussero di sotto, nella saletta.
I due custodi stavano lì, cariatidi bastonate almeno a parole.
Il padrone stava lì, lo sguardo un poco vacuo, labbra serrate, seduto sulla seggiola in bilico, le gambe incrociate appoggiate al tavolo.
Stava prendendo cattive abitudini, era questo che la custode stava lì a sottolineare, pugni chiusi ai fianchi e sguardo feroce ai due accompagnatori che l'avevano permesso.
"Insomma…quei due e il padrone sono andati ad assaggiarlo il vino nuovo…".
Oscar comprese. Il respiro s'innalzò un poco, avanzò qualche passo, gli occhi si posarono sull'altro ch'era comunque abbastanza lucido da riconoscerla.
"Madame!" – l'apostrofò con un sorrisetto André, volteggiando la destra in aria.
Oscar intuì, era accaduto ancora, la rabbia la si deve sfogare…
"Che – hai – fatto!?" – glielo chiese piano, che non le interessava la risposta.
André rimase lì col sorrisetto sulla faccia.
"Nulla di che! Mi pareva giusto onorare il sacrosanto lavoro dei bravi contadini! Direi che si tratta d'un vino molto diverso dai nostri ma…quando potrai assaggiarlo ne resterai entuasiata anche tu! Quando potrai!".
Il vino aveva davvero sciolto la lingua ed annullato la paura. O forse non era il vino ma la disperazione che quella è anche più potente del primo.
Non s'era fatto vedere per tutta la giornata André.
Starle lontano era l'unico modo di amarla, ormai Oscar l'aveva compreso, che troppo vicini sarebbe mancato il respiro.
Un'occhiataccia ai custodi e quelli si avviarono verso l'uscita seguiti da Donna Lari che borbottava miserie e minacce.
"Perché?" – chiese Oscar mettendosi davanti all'altro.
André non rispose, un respiro fondo.
"Assaggiare del vino non significa finire per non reggersi in piedi!" – proseguì lei – "La differenza la conosci bene!".
"Certo! Ci mancherebbe! Io so tutto!" – chiosò ironico André tentando d'alzarsi – "La sai tu la differenza e la so anch'io! Noi sappiamo sempre tutto! L'unico accidente che non so è perché…perché tu…non lo sai nemmeno tu che non me lo vuoi dire perchè…".
La frase sospesa, le mani puntate ai braccioli, fece per alzarsi, non senza fatica.
"Ti accompagno…".
"No…posso cavarmela…".
"Era necessario!?" – replicò lei mentre gli passava una mano dietro la schiena e lui per nulla infastidito si lasciava abbracciare.
Il corpo caldo si mise ritto, un piede pestato piano a terra per saggiare le forze…
Un passo…
"E' meglio che ti sposti, se finisco a terra non voglio che ci finisca anche tu!".
"Avresti dovuto pensarci prima allora! Se mi va di aiutarti lo faccio! Spetta a te esser capace di restare in piedi per non trascinarmi giù. E se cadi tu lo sai che prima o poi cado anch'io!".
"Sei sempre la solita! Non t'arrendi mai vero!".
Non s'arrendeva Oscar, i pensieri vorticavano…
Chissà da chi aveva imparato!
Escamotage per parlarti. Ci avresti scommesso che la proposta d'una passeggiata a cavallo assieme il giorno dopo sarebbe stato per quello.
Ti conosceva così bene lui, che quasi tu stessa ne eri incosciamente spaventata. T'eri sempre tenuta tutto dentro il cuore e pareva che André quel cuore ce l'avesse da sempre nelle sue mani.
Solo che invece di parlare…
Alter ego silenzioso…
André se n'era rimasto zitto, seduto accanto a te.
Non aveva esordito, non aveva preso a girare attorno alla questione, un filo d'erba in bocca ad intononare una melodia stonata. Non aveva parlato, non aveva nulla da dirti.
Smettila! Non sopporto quel suono!
Eri fuori di te e lui niente, zitto! La sua calma aveva preso ad irritarti che lo conoscevi abbastanza bene anche tu. Anziché parlare t'avrebbe dato ragione, ammettendo che avresti fatto bene a rifiutare quell'uniforme e poi…
E poi …
Avevi fretta di lasciarti provocare, avevi fretta che lui si fosse deciso a metter in scena la sua pantomima, il suo trucchetto da amico fedele, ecco che c'era!
E così alla fine eri stata costretta ad attaccare per prima. D'altronte, il dubbio che fosse proprio lui a lasciartelo fare da sempre…
Tra di voi usava così, il sottile filo che vi legava non era mai abbastanza teso e così capitava ogni tanto ch'esso subisse uno scossone, un tirone più intenso, tanto per saggiarne la resistenza.
No, non devo dirti niente! – lo sguardo sorpreso…
Dannazione! Ti conosco André! Avanti, parla, tanto lo so che prima mi dai ragione e poi dici che ho torto! E' così che mi convincerai!
Argomento implicito…
Contestazione logica…
L'ottica del servo che avrebbe dovuto eseguire l'ordine del padrone e fare di tutto per convincere lei ad indossare quell'uniforme, a diventare Capitano della Guardia Reale.
Il generale Jarjayes s'era affidato al suo servo, lui…
Amico, fratello, amante, divenire costante ed inesorabile nella tua vita…
Reason d'Etre…
Lui che t'era stato sempre più vicino di tutti, lui che, solo, avrebbe saputo come entrare dentro di te.
Simbiosi silenziosa ed unica…
Il trucchetto rivelato…
Se non vuoi indossare quell'uniforme, non farlo. Non sarò certo io a convincerti…
Ecco il trucchetto…
Avevi avuto ragione allora! Prima lui avrebbe ammesso che tu avevi ragione e poi t'avrebbe fatto cambiare idea.
"Che stai facendo?" – chiese André di fronte alla porta.
"Ti accompagno…".
"E' la tua camera…" – obiettò stizzito.
"Si…non riuscirei a fare le scale fino alla tua, puoi fermarti qui…".
André si divincolò dall'abbraccio: "Non se ne parla…non è necessario…me ne andrò nella mia stanza…".
Oscar lo fissò, un'espressione di compatimento sulla faccia. André la colse ed un moto di rabbia spinse i pugni a chiudersi e lui a voltare i tacchi per avviarsi verso la scala.
L'altra si fece dietro.
Gliel'avevi sputato in faccia che non ci saresti più caduta nel suo trucchetto!
No, una spinta…
André non te l'avrebbe permesso d'insultare la sua intelligenza e soprattutto la sua volontà!
Non aveva fatto cenno all'argomento perché non aveva niente da dirti! Dannazione perché?
Senza di lui tu saresti stata una femmina. E le femmine non possono nulla…
Bada! Non provocarmi!
T'aveva redarguito così e tu no, tu l'avresti provocato invece l'amico di sempre, perché era lui che alla fine ti avrebbe indicato la strada, qualsiasi sarebbe stata la tua decisione.
I pugni alzati, sulla difensiva e pronti ad attaccare…
E lui pure…
André non aveva mai avuto paura di prenderti a sberle, non gli sarebbe importato un accidente di niente di sfregiare il tuo bel visino.
Così aveva fatto…
Tre pugni…
Il primo t'aveva preso, il secondo…
Il terzo l'avevi schivato e glie'avevi restituito, colpo su colpo, uno sull'altro.
I passi procedevano lenti, Oscar s'era abbracciata di nuovo a lui.
Nonostante l'acool in corpo i riflessi furono drasticamente pronti.
La destra s'aggrappò al corrimano nello stesso istante in cui il piede inciampava e l'equilibrio cedeva.
La sinistra si slacciò dall'abbraccio e Oscar si ritrovò libera dalla presa, mentre André crollava in ginocchio sullo scalino.
Era riuscito a staccarsi per non trascinarla con sé. Non se lo sarebbe mai perdonato, nemmeno d'infliggerle un banale strattone, che lei avrebbe istintivamente tentato di trattenerlo perché non fosse lui ad avere la peggio.
"André!".
"Va tutto bene!" – ghignò lui con un sorrisetto – "Il vino era davvero buono! Forse ho esagerato…".
"Stai bene?" – domanda idiota.
Così disperatamente ubriaco, folle e stralunato e perso Andrè non l'aveva mai visto. No, nemmeno quella volta…
Non pareva arrabbiato…
Disperato si, non la tipica ebbra dissolutezza indotta dalla disperazione di non aver diritto a stringere nulla tra le dita, nessun amore, né adesso né mai. Non quella ma quell'altra, ben peggiore, d'averlo assaggiato e stretto tra le dita l'amore e no, non aver più possibilità di farlo.
Il senso di colpa ghermiva i sensi, allora, lo sapeva ch'era stata lei ad indurre la rassegnata ebrezza ma era lei che doveva comprendere perché avesse così paura d'affidare la propria vita e forse anche la propria morte all'uomo che amava più di sé stessa.
André non rispose.
Un respiro…
Si tirò su, barcollando, la chiosa incise i sensi.
"Sai, ci ho pensato…forse ho compreso perché non hai risposto alla mia domanda…".
"André, non è il momento adesso…ti ho già detto…".
"No, lasciami finire e non fraintendermi…".
Eravate a terra, tutti e due, sfiniti, che quando vi prendevate a pugni facevate sul serio, non eravate né maschio, né femmina, eravate Oscar e André.
Tu severa ed intransigente, ferrea ed inafferrabile, e lui…
T'eri ritrovata a prendere il respiro che quando facevate a pungi succedeva sempre così, smettevi di respirare, e alla fine dello scontro eri senza respiro…
Oscar si mise in piedi, le braccia lungo i fianchi, lo sguardo basso alla figura un poco piegata dell'altro.
Un respiro fondo e André affondò la considerazione, ultima ancora di salvezza, incapace d'ammettere che lei avesse ancora dei dubbi e che non gli avesse detto di sì che per una sola ragione. La più nobile forse anche se faceva dannatamente male.
"Non avrei dovuto chiederti di sposarmi sapendo che un giorno non potrò più vedere…vedere te!".
"Cosa…che stai dicendo? Non è…".
"Lo ammetto! Crederei d'essere accettato solo per pietà! E' questo allora che anche tu hai creduto?! Che t'abbia chiesto di sposarti solo per pietà?! E se un giorno…se un giorno davvero tu dovessi morire…penseresti che ti ho sposato solo per pietà!?".
"No!".
"Non lo so…ma adesso comincio a comprenderlo…".
"Non è così André. Non ho mai dubitato che tu ami me e che vuoi sposarmi perché mi ami! Sei ubriaco…".
"E tu?" – insistette lui.
"Io…io cosa?" – dubbiosa.
Ubriaca non lo era, dunque…
La voce s'abbassò.
"Tu mi amerai lo stesso? Mi amerai anche se un giorno non potrò più vederti? O proverai pietà per me!? Allora lo capirei se tu non volessi sposarmi. Lo capirei, perché so che mi ami e non mi sposeresti mai per pietà! Non potresti mai sposare un uomo solo per pietà!".
"Dici cose senza senso!".
"Però…mi amerai lo stesso?" – chiese lui di nuovo, una nenia straziata, la voce un poco impastata.
Aveva chiuso gli occhi per riprendere l'equilibrio.
Voleva quella dannata risposta come un bambino che vuole esser preso in braccio ed è troppo stanco per attendere ancora un istante.
"Sempre!" – rispose lei – "Ti amerò sempre come sempre ti ho amato…".
Sempre…
Il tempo dell'anima, non del corpo, che quello appassisce e si piega e cede all'ira funesta del tempo che scorre.
Sempre…
Un tempo senza tempo, inafferrabile più del tempo stesso.
Sempre…
Non prima, non adesso, non dopo…
Non ieri, non domani, non stanotte, né questo pomeriggio…
Il tempo più evanescente e potente ed assoluto che si possa immaginare.
Un tempo che racchiude tutto, svuotato del tempo che scorre, colmo del passato e del futuro.
Sempre non esiste eppure è ovunque…
"Sempre…" – ripetè André tra sé e sé.
Oscar…
La tua Oscar sarà sempre un passo avanti a te! – se lo disse, muto, mentre assaggiava quel tempo.
Sempre…
Potrà rendere la tua vita un Inferno ma lei ti amerà sempre…
La porta s'aprì piano. André si staccò dall'abbraccio, davvero stavolta…
Oscar sperò che…
Sì, tirò un respiro di sollievo quando lo vide crollare sul letto a pancia in sù.
Così sarebbe stato più semplice…
Un piede al bordo del letto per tenersi in equilibrio e le mani che sfilavano uno stivale.
"Lascia stare…" – biascicò André – "Mi arrangio!".
Che però stava immobile e chissà come avrebbe preso sonno…
E lei, incurante del rimprovero stizzito continuò la svestizione.
Altra chiosa sbiascicata al secondo stivale sfilato e riposto in un angolo.
C'era che Oscar intuiva la progressiva perdita di agilità e quindi gesti che prima sarebbero stati veloci e morbidi ora divenivano un poco più meditati e faticosi.
"Che ti sei messa in testa?!" – contestò André che però aveva già gli occhi chiusi e il viso un poco reclinato e la bocca schiusa per respirare meglio. I fumiciattoli della sbronza stavano abbandonando i muscoli.
"Niente di quello che potresti immaginare!" – lo schernì lei mentre gli girava attorno – "Starai più comodo…".
Si sedette sul letto alla fine.
La destra s'allungò alla fibbia della cintura per aprirla.
La sinistra di di lui corse sorprendentemente veloce sopra la mano di lei, stringendola, anche se gli occhi proprio non ne volevano sapere d'aprirsi. Che razza di vino doveva aver tracannato poi!
"Che fai!?" – smozzicò. Acida contestazione che supponeva ben più articolato evolversi della situazione.
Un respiro fondo…
A terra, distesi, l'odore dell'erba nelle narici, il sentore lieve e metallico del sangue dentro la bocca, gli occhi mezzi chiusi che la luce feriva un poco.
A terra, la mano sinistra di André aveva raggiunto la tua, l'aveva afferrata…
Avevi sentito la tua mano stretta nella sua.
E' la prima volta che ci prendiamo a pugni così! – aveva concluso.
Andrè non aveva ceduto. T'aveva semplicemente accolto, tu, la tua rabbia, la tua incapacità di decidere. Le aveva fatte proprie ma non avrebbe detto nulla per convincerti.
André avrebbe disobbedito a tuo padre pur di non importi d'essere ciò che non volevi.
Allora lui lo sapeva già chi avresti desiderato essere…
Allora gliel'avevi detto che l'avevi sentito parlare con tuo padre e che ti saresti aspettata d'essere convinta e no, André ti aveva detto che non l'avrebbe fatto, non avrebbe detto nulla per importi una scelta. Come se lui l'avesse saputo da sempre cosa avrebbe significato quella scelta te.
Sì, lui lo sapeva già chi avresti voluto essere.
T'eri alzata allora, in fretta, eri risalita a cavallo…
Avevi udito le sue parole che ti avevano raggiunto da lontano.
Te l'avrebbe detto una sola volta e poi non l'avrebbe più fatto per tutto il resto della vita.
Non era troppo tardi…
Quello era il momento, l'ultimo, per tornare ad essere una donna.
Tornare ad essere una donna…
Così lui t'aveva sempre visto e così ti aveva amato per tutta la sua vita…
Sempre…
Ecco ciò che eri stata, ecco ciò che eri…
"Ti aiuto a svestirti e poi me ne vado, stai tranquillo!" – lo redarguì lei piccata forzando le dita a scansarsi e prendendo a sfilare la fibbia dei pantaloni.
"No…ecco…" – sfarfugliò lui, ch'era ubriaco si, ma non perdeva occasione di provocarla – "Lo dicevo perché stasera non sarei…insomma…forse resteresti delusa…".
"Dannazione!" – digrignò Oscar che certe provocazioni mai e poi mai le avrebbe mandate giù, anche se erano stati amanti, anche se si erano amati, anche se si amavano e sì, lì, anche lì, anche se André era ubriaco e insolente da prenderlo a schiaffi, l'avrebbe baciato lo stesso, a costo di fargli sanguinare un labbro.
"E chi ti dice che io ne abbia voglia!?" – s'intestardì a replicare lei che proprio non le riusciva di non scivolare giù nella voragine della provocazione – "Così conciato…è possibile che rimarrei delusa sì!".
"Vai al diavolo!" – sbottò lui, lo sguardo sgranato tentò d'acciuffare il filo della provocazione divenuta tagliente come un rasoio ben affilato.
Ma il vino era buono davvero e bello tosto e ghermiva i sensi…
Fece per sollevarsi André, per ribattere viso a viso, occhi negli occhi, e Oscar non ci mise che un istante, quando lui si ritrovò seduto, a slacciare la cintura e poi sbottonare la giacca e sfilarla, prima un braccio e poi un altro, e poi ricacciarlo giù di nuovo con una lieve spinta.
"Merçi!" – stuzzicò ironica.
"Oscar!" – prese a dimenarsi lui.
"Avanti! Fà il bravo! Poi ti lascerò in pace e potrai scivolare tra le braccia di Morfeo!".
"Preferirei le tue!".
"Non ne dubito ma lo sai che gli uomini li preferisco sobri! Quindi…sarai tu ad accontentarti per questa sera…".
"Gli uomini!?" – biascicò lui offeso d'esser finito in un non meglio identificato gruppo – "Stupida!".
L'altra non rispose, le dita sfilarono un poco i laccetti che chiudevano la camicia, aprì i lembi della stoffa.
Un respiro fondo, rimase lì ad osservare il petto liscio ed abbronzato, i muscoli pieni e torniti.
La mano s'aprì per appoggiarsi sopra ad assaggiare il respiro un poco affaticato e lento, il cuore che batteva veloce invece.
Attese, André era ridisceso nel limbo che prelude al sonno.
Fu costretta ad alzarsi per avvicinarsi al viso.
La destra scostò la frangia, scompigliando un poco i capelli.
Gli accarezzò la guancia, ruvida, l'indice passò sulle labbra.
Si chinò per baciarlo sulla fronte, che piegarsi chissà perché non le riusciva più agilmente.
"Stupido!" – ripetè piano tirandogli su la coperta ed allontanando la candela dalla vista.
Il chiarore ondeggiò, le narici si colmarono del sentore di cera bollente e stoppino bruciacchiato, maltrattato dall'aria, pungente ed intenso.
Il respiro pesante di André…
"Davvero stupido!" – ripetè più forte.
Si concesse di stare lì a vegliare il sonno del vinto, mentre ammetteva con sé stessa ch'era lei, di nuovo, ad essere perdente, perché adesso l'amava davvero, con tutta sé stessa, ed ogni istante che passava lontano da lui era un istante perduto per sempre.
L'amava così tanto che l'idea di non poter restare lì, stendersi e lasciarsi abbracciare e addormentarsi tra le sue braccia, fece male al cuore che intuì contrarsi davvero come fosse stato afferrato tra le mani d'una creatura selvatica che l'avrebbe stritolato e distrutto.
Faceva male da morire immaginare che ogni giorno poteva essere l'ultimo.
Si alzò, portandosi via la candela per far luce, constatando che, ancora qualche settimana, e probabilmente non sarebbe più riuscita a scendere dagli scalini, perché i gradini non li avrebbe più visti.
L'odore del legno e della malta usata per rinfrescare le pareti colpirono i sensi.
Lui ha sempre saputo tutto di te…
Ti ha amato così intensamente e tu no…
Non sarai mai capace d'amarlo così, così intensamente al punto che il cuore fa male quando pensi a lui e ti chiedi che accadrebbe se un giorno dovessi infliggergli il torto di lasciarlo prima del tempo.
Da sola non potrai farcela ad amarlo così come ti ama lui.
Da sola…
Si sedette nella propria stanza, quasi al buio, ad osservare il letto immerso nell'ombra.
Ancora constatazioni suadenti e micidiali. Ammise ch'era abbastanza ampio, ammise che André adesso avrebbe potuto essere lì, in quel letto, magari addormentato, non aveva importanza.
Lì…
Lei si sarebbe tolta i dannati vestiti…
Prese a svestirsi infatti, l'abito dalla diversa fattura, cordelle intrecciate ed una fusciacca sulle spalle, non impensieriva più. Ci mise poco di più che con i bottoni, le dita erano diventate agili.
Tutto a terra, un pezzo alla volta, la sottana, la sottogonna…
Tutto…
Si mise davanti allo specchio, l'immagine era a mala pena rischiarata dall'alone della candela.
Il seno più pieno, le mani sulla pancia tonda, morbida culla d'una vita che non era più solo immaginata o intuita.
La pancia era diversa…
Perché non gli hai detto subito di si?
§§§
31 gennaio 1790, quarantuno miglia a sud di Livourne…
"Non potete stare sola! Ci resto io con voi!".
I pugni ai fianchi Donna Lari s'era tolta la cuffietta ricamata dalla testa non appena aveva appreso che madame non sarebbe andata alla festa.
L'abito buono indossato in fretta, aveva compreso che madame avrebbe affrontato il resto della giornata in casa, sola, così s'era infuriata ed impensierita al punto che s'era decisa a cavarsi lo scialle dalle spalle e a piantarsi in mezzo alla stanza, gli occhi al cielo a chiedersi che diavolo gli fosse preso ai due padroni per comportarsi come due mocciosi in perenne conflitto.
"Non è necessario…preferisco così…mi stancherei troppo…".
La scusa era uscita tiepida, Oscar si rese conto che la prima a non esser convinta era proprio lei, figuriamoci la povera custode che adesso era tirata per la sottana dai mocciosi che l'attendevano per partire assieme alla volta del paese.
"No!" – s'impuntò Donna Lari – "E il padrone? Che dice il padrone?".
Oscar sorrise. Il padrone aveva accettato l'ennesimo silenzio.
Nei giorni precedenti s'era limitato ad accertarsi dello stato di salute, se gli studi dei mocciosi procedevano bene, e a sua volta aveva portato notizie sui preparativi della festa.
Fasci di legna asciutta erano stati posizionati lungo la strada e lungo la spiaggia.
Il tempo per fortuna era stato clemente così, una volta accesi, i falò avrebbero condotto verso il centro del paese, regalando il chiarore duplicato dalla rena bagnata e dalle onde che s'infrangevano poco lontane.
Ci sarebbe stato il vino nuovo, le patate raccolte, l'olio, le arance e le rose del sud e poi la musica e i balli.
I fuochi d'artificio…
Ci sarebbero stati il governatore, i parroci delle pievi vicine forse il luogotenente e chissà…
"Ci sarà anche lei?" – gliel'aveva chiesto Oscar e André aveva annuito.
Joria sarebbe partita per Roma subito dopo. Ambrose si sarebbe sposata entro poche settimane. Alla festa dunque avrebbe partecipato anche la contessa, probabilmente assieme alle amiche più strette.
Lo sguardo s'era voltato.
Oscar non aveva più paura adesso. Oscar non era più gelosa della gelosia celata dietro l'incertezza e l'insicurezza generate dal dubbio.
Dubbi non ne aveva più e a guardarsi indietro le era venuto un poco da ridere che dubbi non avrebbe mai dovuti averne in fondo. Ma la gelosia è così, non chiede il permesso, non discute con la logica, non soccombe di fronte alla ragione.
Sennò non sarebbe gelosia!
Dovette ammetterlo. Ora si ritrovava immersa in un'altra gelosia, meno intensa ma più vibrante, quasi da togliere il fiato.
Sapeva che André era suo e non si capacitava di come non fosse più capace di dividerlo con nessuno.
Ecco, le pareva davvero d'esser tornata la mocciosa d'un tempo, quattordici anni di rabbia e sprezzo delle regole, la visione di sé avanti a tutto ed al centro del mondo e tutto, ossia lui, lì…
Lei corpo celeste e lui satellite legato indissolubilmente.
C'era che a quel punto s'era data davvero della pazza ed insensata, che non aveva più quattordici anni da un pezzo.
Andrè non aveva insistito. Aveva accettato la sua richiesta di tempo. Almeno a parole perché lo sguardo no, quello raccontava l'angoscia, la rabbia ammansita e lo sgurado che sfuggiva allo sguardo dell'altra. Era difficile guardarsi senza scambiarsi uno sguardo d'amore, adesso più di prima.
Avrebbe potuto essere ugualmente tutto perfetto, così, anche senza la necessità di accogliersi e dichiararsi di fronte a Dio ed agli uomini. Ma André l'attendeva da una vita e anche se non avrebbe mutato intento proprio adesso, di certo attendere ancora doveva apparirgli una tortura senza precedenti.
S'affacciò alla finestra, vide partire i carretti, i bambini vestiti a festa, tutti a sbracciarsi per salutarla e lei lì, gli occhi al lembo di mare, mentre intuiva la presenza discreta di alcuni domestici che evidentemente erano stati istruiti a restare nei paraggi per tenerla d'occhio.
Sorrise anche se si sentiva stanca.
Di sé stessa, dovette ammetterlo.
Non aveva alcun senso il proprio comportamento. Inconciliabile ammettere d'amare André e non avergli detto che si, che si, anche lei avrebbe voluto sposarlo.
Prese a camminare allora, verso il dannato lembo di mare, mentre la rabbia saliva di pari passo al rifiuto di sé e della propria incoerenza e dell'incapacità di amarlo come lui meritava.
Sentiva ch'era lì il nodo, nella gola, nel passato, nell'incapacità d'accettare il fatto di non essersi mai accorta del suo amore per sé.
Allora era inevitabile ammetter che da sola non sarebbe mai riuscita ad amarlo come meritava…
Non da sola.
No, c'era che non era più sola adesso.
Nel crepuscolo…
Nel chiarore pallido del sole sfuocato e scisso dalla coltre nebbiosa che s'alzava dal mare…
Nel vento che sbatteva incurante il viso ed il corpo, disegnando la figura del ventre…
Nel profumo salmastro del mare d'inverno che colmò il respiro così a fondo che quasi le lacrime salirono agli occhi…
Respira…
Respira…
Respira…
Sì, adesso riesci a respirare…
Adesso respiriamo assieme…
Non sei più sola…
Chiuse gli occhi.
Il volo, frullo d'ali d'un primo volo, impacciato e senza respiro…
L'ascoltò…
La rosa…
Annusò…
Sfiorò i petali.
Aprì gli occhi, di colpo.
Cercò nell'orizzonte latteo ed azzurrato la eco dell'impercettibile frullo d'ali.
Ascoltò di nuovo la lieve risata, lontana, risalire dalla profondità del mare…
Lo sguardo chiuso di nuovo. Rimase in attesa.
E fu come essere sfiorata da un petalo di rosa.
Attese, ancora…
Attesa che mai avrebbe pensato di vivere…
Attese…
Attese ancora e ancora e ancora…
Battito d'ali impercettibile la fece trasalire incredula…
Non era più sola.
Un'altra carezza, poco più decisa, si sciolse dal ventre e salì, attraversandola, e colpì il cuore che perse il ritmo innalzandosi e contraendosi.
Immobile, tentò di catturare lo stupore e poi la sensazione che si espandeva…
Aveva ascoltato l'altra vita, che non era lei, ma era in lei…
Non era più sola.
Aveva cercato una risposta.
Era stato necessario scovare il tempo ed il luogo.
Adesso, in quel momento, lì, dentro di sé.
L'aveva attesa. Ora avrebbe solo dovuto ascoltarla.
§§§
"E che nome porterebbe il marchingegno!?".
"Ghigliottina!".
"Ghi – gliot - tina!" – replicarono in coro i presenti, scandendo le sillabe…
"Pare in onore dell'uomo che ne ha presentato un prototipo!" – ammise Sir Joseph Hornett che, fresco di notizie, aveva avuto l'onere e l'onore di riferire le novità d'Oltralpe.
"E di grazia è già stata impiegata?" – chiese curioso uno dei presenti.
Il nome poteva non dir nulla a nessuno, l'inventore nemmeno, ma il funzionamento...
Rise Sir Hornett: "Che si sappia no! Almeno non con esseri umani vivi! In realtà il suo inventore pretende cifre esorbitanti per realizzarla …".
"Ma perché spender soldi per inventare un marchingegno che ammazza la gente quando ci sono già tanti sistemi più che efficaci!?".
La disquisizione aveva preso ad accalorarsi.
"Per via del fatto che gli uomini son tutti uguali signori!" – replicò Hornett con una punta d'orgoglio – "Ed essere uguali nella morte non vi sembra inequivocabile ed altissimo segno di civiltà!?".
Il gruppetto mormorò apprezzamenti misti a disprezzo.
"Molti ritengono che supplizi come lo squartamento o la ruota siano esageratamente dispendiosi e provochino eccessive sofferenze…" – continuò a spiegare l'inglese.
André era rimasto in disparte, decise d'intervenire, la spiegazione gli costava, gli costava sempre parlare di gente che finiva alla forca, che spesso quella gente altro non aveva fatto che infastidire qualche notabile che pretendeva la propria sommaria giustizia.
In tal modo almeno avrebbe fatto comprendere al resto della comitiva il senso delle parole dell'inglese.
"L'esecuzione capitale resta un marchio persino in capo a tutti i discendenti del condannato. Dunque…nella disgraziata ipotesi d'essere giustiziati tutti alla stessa maniera…che si sia nobili o plebei…cavalieri o mendicanti…Sir Hornett ha correttamente spiegato il motivo che sta spingendo l'Assemblea Nazionale a valutare d'adottare un simile congegno. Gli uomini sono uguali…nella morte come nella vita…".
L'amarezza del ragionamento frustava la coscienza.
Immaginare che uomini decidessero della vita di altri uomini in nome del popolo…
Andava da sé che divenire uguali almeno nel momento della condanna a morte avrebbe rappresentato un passo avanti nel cammino verso l'uguaglianza delle persone.
"Se poi si considera…" – saltò su Hornett – "Che persino Sua Maestà avrebbe dato qualche consiglio per rendere il marchingegno ancora più efficace…".
"Che…" – i presenti sgranarono gli occhi – "Che intendete dire sir?".
Il governatore prese a sudare freddo tracannando un altro bicchiere di vino, piuttosto costernato dell'affermazione alquanto sorprendente.
"Quello che ho detto…pare che proprio Sua Maestà Luigi XVI che di forgiatura di metalli se ne intende avrebbe suggerito una lama obliqua piuttosto che dritta! Come vedete signori il meccanismo ha suscitato il plauso di tutti! Non c'è miglior modo di metter d'accordo i litiganti che quello di decidere come si deppa passare a miglior vita! Tutti con la testa mozzata e nessuno avrà più da lametarsi!".
Rise Hornett: "E tutti la perderanno alla stessa maniera!".
Il brivido scorse davvero stavolta tra i presenti.
Qualcuno si fece il segno della croce, altri abbassarono gli occhi…
Sbuffò il Barone Tomaso Asor Rini che s'era messo ad ascoltare gli sproloqui.
Non nutriva simpatia per chiunque volesse render gli uomini uguali in vita, figuriamoci di fronte ad Atropo!
"Una lama obliqua!" – obiettò gorgheggiando tale Riniero Sesti, macellaio di professione – "Oibò! E' l'è certo che una lama obliqua la taglia meglio d'una ritta! Ch'è non l'è necessario esser re per azzeccarci in stà questione!".
I bicchieri s'innalzarono, il brindisi venne offerto ai macellai e agli arguti sovrani.
Risate, piedi pestati a terra…
André era sulle spine. La conversazione era inevitabilmente incentrata sulle vicende francesi.
Tentò di sottrarsi al baccano. Si voltò verso la piazza.
Via vai di sottane dai colori sgargianti, grida, canti, marcette, torce appese alle mura delle case, ghirlande d'alloro e rametti resinosi di pino…
Carri stracolmi di forme, pani, otri, arance, cedri…
Rose…
Chissà da dove venivano…
Si animava la festa del paese, nel crepuscolo freddo dell'inverno.
Il vento soffiava appena, profumato e lieve giusto il necessario per evitare che la polvere pirica dei fuochi finisse sulle case e non sul mare nero, tra le onde.
Tutto raddoppiato laggiù, sul pelo dell'acqua…
Affondavano i piedi nella rena scura, le mani a tener su la dannata sottana che impicciava i passi, i piedi fradici e gli occhi puntati al sentiero luminoso intravisto in lontananza.
André era là, da qualche parte…
Doveva vederlo e…
Dio, l'avrebbe guardato come si guarda un sogno, come si guarda il futuro, come si guarda la vita.
"E dite…monsieur…voi venite dalla Francia vero?".
Inevitabile…
Annuì André. Le parole faticarono ad uscire, come la mente faticava a ridiscendere là, nel passato.
Avrebbe voluto essere altrove, accanto a lei, magari ad ascoltare in silenzio lo stesso sciacquio delle onde.
Vibrazioni mute…
Movimenti del cuore e dell'anima.
Musica silenziosa, quella delle dita intrecciate e strette.
"E dite…è vero che adesso in Francia si può diventare chi si vuole!?" – la domanda aveva il sapore della provocazione.
In certi luoghi la separazione dei ceti era ammessa, accettata, quasi venerata come fosse una regola della natura, al pari del sorgere del sole, dell'acqua che scende verso il basso, del vento che soffia sempre nella stessa direzione. Impossibile immaginare diversamente…
"Che idiozie!" – saltò su il Barone Rini prevenendo la risposta di André, un'occhiataccia al damerino francese con cui però, qualche giorno prima, s'era finalmente sottoscritto il patto d'acquisto delle terre, anche se gli era costato a Rini andare fino in fondo e cederle davvero le terre, visto che il damerino francese gli aveva bellamente puntato un fucile in faccia per difendere chissà chi!
La moglie del nobilotto, la Baronessa Rini, glielo aveva detto al marito di starci attento ai nuovi arrivati, che pure tra le dame erano circolate voci sulla loro origine non propriamente realista ma di certo avversa alle sacrosante regole su rango e proprietà che da secoli imperavano sulle terre del Granducato, che poi neppure il Granduca s'era reso così indisponente d'averle mutate in radice, le sacrosante regole, semmai le aveva addolcite un poco e di certo l'aveva fatto per il proprio tornaconto mica per rivoluzionare i ranghi sociali!
E allora il marito, il Barone Rini, gliel'aveva ricacciato in gola l'avvertimento alla moglie, che se quella non avesse passato le giornate a spendere e spandere un capitale in vestiti e gioielli, con l'unico intento di non sfigurare dinnanzi alle altolocate amiche, e poi non fosse stata lì, tutto il santo giorno, a rimestare tra carte intinte d'inchiostro ed improbabili svenevoli raccontini, forse non sarebbe stato necessario cedere terre e case per ripianare i debiti.
Di certo gli era risultato strano al Barone Rini che il damerino francese, che, a quanto detto dalla moglie che l'aveva saputo da Donna Artemisia de La Tour, non era neppure nobile, avesse avuto una tale disponibilità di denaro e terre.
E poi c'era quell'altra, quella donna che s'era ritrovato tra i piedi, e dalla bocca di quella se n'erano uscite tutte quelle scempiaggini sulla libertà ed il rispetto…
Tutto degno di coscienze imbarbarite alla ribellione, forse proprio quelle che imperversavano in Francia e che avrebbero voluto giustiziare la gente tagliando la testa a tutti, nobili e plebei!
Rini sbuffò.
André annuì di nuovo decidendo d'esser franco fino in fondo a costo d'indisporre qualche partecipante alla conversazione.
"Non ne so molto…da quello che ho potuto comprendere pare che i gradi militari non saranno più riservati solo ai ranghi nobiliari. Anche si si viene dal popolo si potrà ambire ai gradi di comando…immagino per merito vista l'impossibilità di acquistare il titolo…".
"E' una pazzia!" – replicò Rini e gli altri dubbiosi a chiedersi se davvero lo fosse oppure no - "Da quando un popolano potrebbe diventare tenente o caporale…o addirittura comandante un plotone?! Non s'è mai visto! Solo chi appartiene a famiglie nobili può vantare cultura e preparazione e dedizione necessarie a ricoprire questi ruoli…solo chi è nobile ne ha diritto!".
"Sicuramente una famiglia nobile può permettersi di educare un figlio per intraprendere la carriera militare…ma non vedo cosa c'entri nascere in una famiglia nobile con l'esser in grado di comandare dei soldati! Chiunque, che sia nobile o meno, può diventare comandante d'un plotone se ne ha le capacità!" – la replica uscì secca.
La piega del discorso era chiara e il barone non si smentiva ad onorare il rango a cui apparteneva..
Che André ammise che sarebbe stato inutile discutere con chi non avrebbe mai ammesso che la nascita in una classe sociale piuttosto che in un'altra era solo questione di fortuna.
E che non esisteva alcuna predestinazione a nascere nobili piuttosto che plebei. L'etichetta te l'attaccavano addosso dopo ch'eri nato. Chiunque allora avrebbe potuto con la giusta istruzione diventare un buon comandante.
Nobile o plebeo che fosse…
Uomo o donna…
Si trattenne André dall'elargire sacrosante spiegazioni ma la replica bastò a tagliare l'aria.
Chi prese a tossicchiare, chi a tentar d'adocchiare un'altra bottiglia di vino…
Hornett fu più lesto ad alzare il bicchiere per brindare alla terra di Toscana che per fortuna l'aveva accolto a braccia aperte, visto che la madrepatria al momento non lo vedeva di buon occhio.
"Si…" - ammise l'inglese – "Siete fortunati! Il vostro Grancuca ha abolito la tortura, la confisca dei beni, la lesa maestà e la pena di morte! Nessun altro sovrano s'è mai spinto a tanto! E' probabile che molti prenderanno a rifugiarsi qui, qui in Etruria! Almeno qui non s'inventano nuovi sistemi per tagliar la testa alle persone! Qui lo spirito che guida i governanti pare di gran lunga più illuminato!".
Il tono era euforico ma severo.
Si provava a riflettere s'un argomento profondamente oscuro, tanto quanto lo è la natura umana che prova a ribellarsi anelando ad un fine giusto ma poi si ritrova a perdere di vista l'essenziale e allora rischia di precipitare in un'oscurità ancora più plumbea.
André sentì freddo, all'improvviso.
S'immaginò che se fossero stati in Francia…
"Adesso sono i francesi che hanno preso a suscitare il terrore di mezza Europa!" – ghignò Hornett, che André quasi pensò che l'altro gli avesse letto nel pensiero.
Non avrebbe voluto ascoltarlo ma la chiosa sulla patria natia l'incuriosì e l'inglese ci mise poco a spiegare che dall'Inghilterra gli erano giunte voci sul crescente allarme che le gesta dei ribelli parigini stavano suscitando non solo nell'isola così vicina alla Francia ma anche nel resto delle corti europee e persino nella Francia stessa, in quella parte del popolo amava il suo re e amava la statica suddivisione in classi e…
Non ci sarebbe stato da stupirsi se un popolo che pestava per darsi un governo più democratico, tentando di scrollarsi di dosso il giogo della monarchia – anche se non era certo come sarebbe accaduto – avrebbe inevitabilmente finito per suscitare lo sdegno delle teste coronate di mezza Europa, in pericolo di subire la stessa sorte, come pure delle famiglie nobili che ancora governavano indisturbate nelle campagne, in procinto d'opporsi agl'ideali della Rivoluzione, che già qualcuno aveva preso ad identificare peggio del demonio.
Dunque i fronti di lotta parevano moltiplicarsi anziché diminuire…
"Le monarchie si fanno la guerra tra loro solo se hanno il tornaconto di nuove terre da conquistare! Di certo non per rovesciare le famiglie che stanno al potere e consentire così che il governo d'un paese finisca nelle mani di un'assemblea composta da nobili, preti e plebei! Oh…in quel caso la guerra la faranno proprio a quell'assemblea!" – concluse Hornett sprezzante, che però lo sguardo prese a brillare – "E lo stesso vale per tutti coloro che non accetteranno mai che un prete venga allontanato perché non è stato insignito da quell'assemblea! In quel caso, allora, saranno i cristiani a muover guerra a quell'assemblea! Ah certo…i cristiani sanno esser peggiori persino di qualsiasi popolo d'infedeli! E cosi francesi finiranno per combattersi tra di loro!".
La chiosa davvero fece sobbalzare i presenti.
Il Barone Rini annuì alla cinica considerazione dell'inglese, gabbato dalla chiosa ironica, quasi che il nobilotto si sentisse anche lui minacciato, proprio come le altezzose e granitiche monarchie europee, e quindi autorizzato a difendere, con ogni modo e mezzo, il primato della nobiltà sull'avanzata della plebaglia e dell'anarchia che avrebbe portato con sé la ribellione.
Sir Joseph Hornett, che neppure per sbaglio avrebbe mai voluto ritrovarsi d'accordo con il Barone Tomaso Asor Rini, che già trovava profondamente ed incommensurabilmente antipatico, già prima che quello si rivelasse persino un fanatico maschilista e per di più capace di approfittare d'una donna che si fosse ritrovata in sua balia, si risolse a sollevare il bicchiere un'altra volta e a concludere il discorso con il proprio impeccabile e tagliente pensiero: "Per il momento me ne resterò qui, anche se non nego di provare simpatia per i rivoluzionari francesi! Che vogliano cacciare il proprio re o allontanare i loro preti! Brindo alla loro vittoria!" – concluse l'inglese col chiaro intento di far infuriare il bigotto barone.
L'affondo fece davvero andar di storto il sorso trangugiato, il nobilucolo prese a tossire, che a quanto pare si stava davvero ritrovando accerchiato da più o meno ferventi ribelli.
Fu costretto ad ammettere che anche l'inglese era pazzo e ch'era il caso di prendere le distanze, in tutti i sensi.
Lo fece in effetti, pestando minacce all'indirizzo di chiunque avesse osato sposare idee di ribellione.
"La legge che proibiva ai plebei d'assumere cariche militari era stata studiata per impedire che ai gradi di ufficiale fossero designare da persone di basso rango…" – chiosò Hornett con disprezzo guardando André – "Fosse stato per quella, mio padre non sarebbe mai diventato Capitano di Vascello e io Capitano in seconda…la nostra famiglia è nobile a metà!".
Sollevò il bicchiere…
Stavolta il brindisi virò verso un argomento che avrebbe messo tutti d'accordo.
L'arrivo della bella stagione…
"Sir…sappiate questo…" – André tirò un respiro fondo – "Il semplice fatto di essere governati con saggezza non basta a rendere un popolo libero…la vera libertà non può discendere da nessuno ma ciascun popolo e così ciascuna persona deve poter godere di essa. Ognuno di noi dovrebbe poter essere libero in quanto essere umano e non perché qualcuno decide che dobbiamo o possiamo esserlo…spero che lo comprendiate…".
Sollevò il bicchiere Hornett annuendo, stupito ma anche un poco rammaricato d'esser talmente d'accordo con l'altro, da ritrovarsi stizzito con sé stesso d'averlo come avversario nella conquista d'una donna.
Forse la differenza non stava dunque negl'ideali per cui lottare ma nel modo in cui farlo.
Hornett aveva potuto scegliere, André no.
Dunque André aveva conosciuto il tempo in cui non possedeva la libertà e forse solo chi conosce la sua mancanza può esser capace di lottare per essa in qualsiasi frangente.
E se questo valeva per la libertà, forse, poteva valere anche per l'amore di una donna.
Ora poteva essere così e basta. Doveva essere così.
André voleva essere libero. L'aveva annusata la libertà ed era inebriante come la più dolce delle inquietudini. Non era facile essere liberi però, che la libertà impone poi di dover scegliere…
Hornett si voltò verso l'angolo opposto della piazza.
Sollevò di nuovo il bicchiere senza fiatare, sibilando un altro brindisi.
"E alle belle donne!".
Si passò la manica della giacca sulla bocca, lo sguardo aveva visto giusto.
Le dame avevano reso a radunarsi accanto ai braceri, così da evitare d'aver freddo e potersi levare di dosso i pesanti mantelli, per esibire abiti raffinati e sobri, adatti alla festa e spiccare tra le donne di paese che a loro volta le osservavano estasiate e pettegole ma pur sempre compiaciute che nobildonne di rango avessero accettato di partecipare ai festeggiamenti.
Chissà forse lo facevano per mettersi in mostra…
Chissà…
Un respiro fondo.
La riconobbe…
Hornett ripensò all'ultima conversazione con colei che aveva conosciuto in circostanze piuttosto movimentate. Entrambi si erano adeguatamente disprezzati, in silenzio, seppure l'essersi ritrovati alleati nella strana battaglia per conquistare l'attenzione e l'affetto dei rispettivi amanti, aveva smussato gli angoli più taglienti.
Almeno per quel che lo riguardava aveva preso a pensarci spesso a quella donna.
Abbastanza spesso…
"La vostra amica non è venuta…sta bene?" – chiese Hornett tornando ad André.
Si guardarono con l'altro, che l'inglese s'era espresso chiaramente sul fatto di volersi stabilire per qualche tempo in quella regione. Dunque c'era d'aspettarsi che non avrebbe desistito facilmente dall'altra battaglia che pareva tenerlo impegnato e vigile.
André si percepì inquieto, non era più geloso, anzi, a pensarci…
Non ne aveva più motivo. Aveva diviso Oscar col resto del mondo, la sua famiglia, il suo incarico, la devozione alla delfina poi diventata regina.
E poi con Fersen, Girodel…
Persino con Alain…
Sì, s'immaginò che persino Alain avesse avuto l'ardire di sfiorarla seppure, adesso ne era certo, con la mente, un bacio sulle labbra, nulla più.
Oscar era sua, sfuggente e libera…
Avrebbe voluto André gridarlo al mondo intero. Avrebbe voluto ricacciare l'inglese nella sua illusione, ma, in fin dei conti, lui stesso era vissuto nell'illusione per tutta la vita, ci mancava che si fosse messo a biasimare qualcuno che s'era intestardito a continuare a farlo.
Però non riusciva a mandar giù la capacità dell'altro d'esser sempre un passo avanti a sé.
La carezza che s'era permesso su di lei…
"Sta bene…era solo stanca…" – tagliò corto.
Voltò lo sguardo André.
Intravide anche lui il gruppetto di dame che s'avviavano il più distante possibile dall'angolo del pesce secco e della carne salata.
Martin era con loro, lo vide avvicinarsi a Joria e quella s'era voltata e l'aveva abbracciato e l'aveva presentato alle amiche. Il soffione di Tarassaco anche lui era davvero bello quella sera, gli occhi azzurri e brillanti spiccavano sulla pelle bianca del viso leggermente sporcata da qualche lentiggine ch'era spuntata sul naso.
Adesso quel fiore così singolare ondeggiava lieve alla luce del sole, durante le passeggiate, di giorno, sulla rena del mare oppure più su, sulle colline odorose di pini marittimi.
Era suo figlio quello, André non potè non rammentarlo a sé stesso. Il primo figlio che Oscar gli aveva consentito d'accogliere nella vita. Per quanti errori avesse commesso Oscar, c'era che lei sarebbe stata sempre un passo avanti, avvolta nella delicata e leggiadra femminilità che pareva sbocciare come rosa in primavera.
Non poteva farci niente André.
L'amava a tal punto…
"E' delizioso!" – gorgheggiarono le amiche in coro mentre si mangiavano con gli occhi il soffione di Tarassaco.
"E' delizioso e molto intelligente e davvero bravo!" – caricò Joria suscitando il rossore sulle guance del moccioso – "Ha già imparato l'anatomia dei volti…ne ha disegnati di bellissimi…uno in particolare…vero Martin!?".
Annuì il moccioso, sfidando il mutismo attraverso un sorriso di denti caduti e fessurette da cui soffiavano aria e contentezza.
Il volto…
Sempre quello…
Joria non ci aveva messo che pochi istanti a confrontare il disegnetto ritrovato nell'albergo di Firenze e consegnatole dal commesso il giorno successivo al breve viaggio intrapreso assieme al nuovo padrone di Alcantia con quelli che Martin aveva schizzato durante le lezioni.
Sempre lo stesso volto. Joria sapeva che quel volto era Ganimede.
Sicchè, si disse, era giunto il momento di parlare con Orlando!
Il passo virò deciso verso il gruppetto di compiaciuti avventori che discutevano di politica, monarchie, olive, pirati, balzelli…
La contessa venne seguita dalle compagne, fin quanto necessario, fino a che Joria si ritrovò di fronte Orlando.
Senza girarci attorno…
"Dovrei parlarti…".
Le altre compresero e il cerchio s'allargò e i due stranamente si ritrovarono soli, anche se soli, in mezzo ad una piazza nel bel mezzo d'una festa di paese, sarebbe parso alquanto difficile.
André rimase silenzioso.
"Come stai? Non ci siamo più visti…" – attaccò lei.
"Ho avuto parecchie faccende da sbrigare…perdonami…".
"Non importa…i registri sono dove li hai lasciati…i documenti necessari sono stati messi in ordine…".
"Joria…".
"Quando avrai tempo…".
"No…non potrò più venire…".
"Perché?".
"Non è opportuno…manderò qualcuno a prendere i registri e sbrigherò la loro compilazione in altro modo…".
Il viso prese ad incupirsi. Joria finse di non comprendere, il cuore aveva compreso perfettamente.
"Ma perché? Hai forse avuto noie con qualche mio dipendente?".
"No! Sai che non è così! Semplicemente penso non sia il caso di continuare a venire nella tua casa. Partirai presto per Roma assieme ad Ambrose…e dopo…sono davvero costernato…ammetto d'essermi comportato in maniera scorretta con te…non volevo illuderti e forse l'ho fatto…".
"Non ho mai pensato che tu mi abbia illuso e quando anche fosse stato così, sono una donna adulta…non oserei mai pretendere alcun tipo di…di riparazione…perdonami…mi è difficile parlare in questo modo con te…".
Fu André ad irrigidirsi allora, che d'improvviso rammentò i teatrini farseschi tra le nobildonne di Versailles che pur di farsi sposare arrivavano a compromettersi apertamente persino attraverso un misero fazzolettino lasciato sapientemente cadere sul pavimento lucido nella Sala degli Specchi e raccolto dal malcapitato cicisbeo che poi le avrebbe rincorse nelle segrete stanze per restituirlo e ritrovarsi così con una promessa di fidanzamento sulle spalle.
Per non parlare delle rose colte a cui il gentiluomo avesse staccato le spine perchè quelle non si pungessero…
Gesti quasi mai fini a sé stessi, sapientemente architettati per tessere unioni e far convergere patrimoni.
André s'era spinto ben oltre, Joria a quanto pare non aveva equivocato ma non avrebbe preteso d'esser sposata per quel bacio rubato nel viaggio a Roma.
"O forse si…" – sussurrò piano la contessa, sollevando gli occhi che André davvero venne colto dal dubbio che l'altra avesse mutato volto ed intenti.
Nessuno avrebbe mai potuto parlare apertamente d'una sorta di compromissione dell'onore, ma Joria era sola in fondo. Chiunque avrebbe potuto immaginare che la povera contessa fosse stata circuita e presa in giro…
No, Joria sfoderò un sorriso sincero: "Sono una pittrice…studio i volti prima di metterli sulla carta o sulla tela…ho imparato a riconoscere quando un uomo mente o è sincero o quando un uomo è disperato…tu hai mentito allora ma lo hai fatto per disperazione!".
"Non avrei dovuto comunque…e poi…".
"D'accordo…ma la tua disperazione!? Io la vedo ancora André! La vedo sul tuo volto. Adesso sei qui, solo…dov'è quella donna!?".
La domanda punse. Jora era giunta da sola all'inevitabile conclusione. Aveva pregio d'esser persona diretta e di mettere le persone direttamente di fronte alla questione.
Non s'era sentita ingannata dunque ma illusa si. Solo che colui che aveva illuso non era stato André ma l'altra, quella donna, che aveva illuso lui…
"Joria non è il caso…".
"Lei non ti merita!" – la voce innalzò il tono.
André si stupì che l'altra si fosse fatta così decisa. Intuì che anche lui doveva esserlo a costo di ferire.
"Joria…io l'amo!" – tagliò corto per evitare di dare spiegazioni.
L'altra non si lasciò intimidire né prendere alla sprovvista: "Oh si!" – ammise decisa senza contraddirlo – "Credi che non l'abbia compreso!? Credi che non sappia ch'è da lì che nasce la tua disperazione?! Dal tuo amore per lei?! Ma lei!? Lei ti ama? La tua disperazione è la stessa che ho visto ed assaggiato quella notte a Roma quando mi hai baciato…non te l'ho chiesto io ma tu hai voluto farlo! Ed io ne sono stata felice ed onorata! Anche se so che è stato per disperazione…questo l'ho compreso! Eppure…".
"E' stato un errore! Non avrei dovuto…la responsabilità è mia!".
"E' stata una benedizione! Anch'io avevo il cuore ricoperto di ghiaccio! Anch'io ho perso la persona che più ho amato al mondo. Ma quando mio marito era vivo non avevo tutta questa disperazione nel cuore…ci amavamo…la disperazione è arrivata dopo, quando lui è morto! Se allora la donna che dici di amare è viva e tu sei così disperato…allora vuol dire che è lei che non ti ama! E allora non ti merita! Questo mi sta dicendo il tuo viso! Io sì invece! Io…".
"No! Basta! Non è come pensi! Io ho sbagliato, ti ho illuso, non avrei mai dovuto avvicinarmi a te e lasciarti vedere…".
"La tua disperazione!".
"E sia! E' la mia disperazione! Non ho mai avuto paura di soffrire e non ne ho neppure adesso. Lei non c'entra…".
"André…".
"No! E' meglio chiudere questa conversazione! Sei una donna davvero esemplare…non meriti di provare questa stessa disperazione…credimi…io l'amo…l'amo davvero e so che anche lei mi ama…".
L'altra parve non ascoltarlo o non volle, gli prese la mano: "Vieni con noi! Con me e Ambrose, a Roma! Vieni via da questo posto! Per qualche mese…potremo stare soli e parlare…potrai capire se davvero non starai così male lontano da quella donna…e se non sarà così…".
"No…non verrò! E comunque…".
Joria sentì il sangue divenire acqua.
"E comunque non servirebbe allontanarmi da lei. E' accaduto ancora…altre volte ci siamo separati…ci siamo divisi ed allontanati…io stesso ho tentato di farlo…sarebbe inutile…l'amerò sempre…come lei ha sempre amato me…".
"Sempre…" – balbettò Joria sprofondando nel tempo che non c'è.
Intuì l'altro fare un passo indietro, la presa si svincolò docilmente ma ferma.
Un sobrio inchino…
"Aspetta!".
Il sangue prese a correre veloce, le tempie a pulsare, le mani si chiusero a stringere il merletto della sottana. Le labbra strette, neppure s'avvide la Contessa de la Tour che le amiche s'erano avvicinate di nuovo e l'interrogavano con gli occhi e lei lì, muta, incapace di trovare un'altra spiegazione al rifiuto ricevuto che non fosse una disperazione così grande da non consentire al cuore di cedere d'un respiro.
Un amore più grande no, non poteva essere. Se un amore porta con sé una tale disperazione allora non è amore…
"Allora…" – chiese una di quelle.
Joria rimase zitta, non c'era nulla da dire, non riusciva neppure a piangere. Aveva deciso di assume l'aspetto e l'atteggiamento della donna nobile fiera e risoluta a non utilizzare alcuna regola del galateo che le avrebbe consentito d'invocare l'illusione, la sapiente seduzione dello straniero capace d'infangare l'onore della contessa vedova e come tale di consentirle, a lei - donna disonorata -, di pretendere la riparazione immediata.
No, lei voleva amare ed essere amata per ciò che era.
Orlando era diverso, Orlando non meritava d'essere obbligato a sposarsi per riparare ad un torto.
Lei non l'avrebbe mai fatto.
Bruciava davvero il senso dell'onore…
Giungevano poco più in là sentori di lavanda e gelsomino, sapientemente estratti dai fiori e riversati entro saponi, boccette di vetro trasparenti, tessuti ricamati.
Le dame si presero a braccetto la loro amica, lo sguardo spento, la gola chiusa…
Il gruppetto si fermò proprio lì, probabilmente rinfrancato da profumi più gradevoli che spiccavano ancora più intensamente nella serata un poco nebbiosa e fredda.
La rena a poco a poco s'assottigliò inghiottita dalla pavimentazione del porticciolo, pietre più o meno liscie, geometricamente posizionate a spina di pesce, lucide di nebbia salata che saliva dal mare.
I passi si fecero tesi, gli occhi si sgranarono alla vista delle persone che si avviavano verso la piazza, ondeggiando, scindendosi e poi ricomponendosi in crocchi rumorosi e allegri. Luci brillanti rischiaravano le pareti colorate delle casupole.
Non conosceva nessuno.
Le facce si voltarono, si sentì osservata, gli occhi sgranati al pari dei suoi, lei che c'era finita sempre di corsa in quel luogo ed altrettanto in fretta se ne andava, incapace d'accettare gli sguardi, le domande, i dubbi…
Erano mesi che viveva nell'incertezza, figuriamoci se sarebbe stata capace di soddisfare le curiosità di altri quando non era in grado di dare risposte neppure a sé stessa.
Una l'aveva però…
La prima volta che aveva ascoltato suo figlio.
Non un vagheggio dell'anima, un'idea, un'immagine immaginata.
No…
L'aveva sentito muoversi, non aveva recuperato nella mente alcun paragone, per questo s'era ritrovata a piangere come una mocciosa mentre aveva alzato gli occhi al cielo scuro dove non aveva visto nulla, nemmeno una stella, ma adesso non era più importante.
Non era più necessario cercare stelle o altri riferimenti.
Doveva dirlo ad André.
Qualsiasi cosa fosse accaduta…
Non sarebbe più stata sola nella vita.
Non sarebbe accaduto mai più.
Nemmeno lui, nemmeno André sarebbe stato più solo.
"Madame…".
La voce pareva conosciuta. Si voltò Oscar, si ritrovò uno sguardo altrettanto conosciuto, anche se incrociato molti mesi prima, quando la morte pareva aver voluto prendersi gioco della vita, la sua, ch'era rimasta inchiodata al buio, incapace di procedere.
Ma poi la vita, un'altra vita, aveva deciso anche per lei ed assieme s'erano prese gioco della morte, ingaggiando una nuova sfida.
La sua vita alla fine aveva continuato a scorrere.
"Padre…".
"Si…vi rammentate di me? Sono Padre Erasmo, ci siamo conosciuti qualche mese fa…".
Annuì Oscar, così come fece l'altro, gli occhi su di lei mentre quello constatava che si la vita procedeva. Il mantello s'era aperto un poco.
"State…bene…".
Il tono dell'uomo cedette allo stupore…
Un respiro…
"Si…adesso si…".
"Me ne rallegro! Dunque m'avevate chiesto di pregare per voi! Dunque l'è servito! Mi pare che siate ben felice! Siete qui addirittura, alla festa!".
"Si…".
"E siete…se posso…" – tossicchiò l'altro – "Permettermi…".
Non voleva insistere ma evidentemente il mestiere gl'imponeva di comprendere se quella che aveva davanti fosse o meno una pecora smarrita, che magari un gregge dove sistemarla lui si sarebbe dato la briga di trovarlo.
Oscar annuì: "Si…aspetto un figlio…spero…non vorrei fosse…" – abbozzò poco convinta che delle dicerie di popolo non le era mai importato un granchè ma di certo non era mai accaduto di ritrovarsi lei ad esser pietra dello scandalo.
E poi…
Per la prima volta un luogo, seppure lontano dalla terra dov'era nata, acquistava una fisionomia precisa e chiara, quello della casa, la propria casa. Probabilmente in Francia non sarebbe tornata mai più, ma lì si.
Lì avrebbe avuto desiderio di tornare, nel caso in cui, un giorno o l'altro, fosse dovuta fuggire di nuovo.
Non era per le case o il mare o il paesaggio o le persone. Era tutto e niente…
Lì, per la prima volta André aveva conosciuto il rispetto che meritano tutti gli uomini liberi.
Quel posto dunque meritava rispetto.
Poi c'era che il buon religioso s'era già trovato una volta sotto la richiesta di celebrare un matrimonio col nome degli sposi rivelato quasi in confessione.
La sposa adesso ce l'aveva lì, davanti agli occhi, ma quella non s'era maritata nel frattempo e c'era che adesso quella aspettava pure un figlio…
Dunque un bell'inghippo!
Comunque il filo del discorso non tornava.
"Inopportuno!" – la definizione uscì strozzata, non ne era riuscita a scovare altre.
"Che dite! Ci mancherebbe!" – gorgheggiò l'altro risoluto – "Per quel che riguarda gli altri non lo so! Non so se la questione sia importante o sia un problema o sia inopportuno! E quando non so qualcosa, la qualcosa non mi riguarda!".
Il religioso ci aveva girato attorno ma la valutazione aveva pregio di suscitare un sorriso.
"E per quanto riguarda me…m'avete chiesto di pregare per voi e l'ho fatto e…ognuno riceve la propria sorte e con essa i propri doni. C'è chi c'ha la sapienza, chi l'arte…chi ha tutto e chi ha altro! Un bambino che viene al mondo l'è sempre un dono di Dio! Oh certo…che essendo un prete…a me mi pare che sia così! V'è stato concesso di ricevere questa sorte…l'importante è che state in salute…sapete…monsieur m'ha spesso informato della vostra salute…e…l'era venuto a chiedermi se…".
"Si…lo so…" – lo prevenne lei, ch'era ovvio che tutte e due parlavano della richesta di André al religioso.
"E poi però è ritornato scusandosi e dicendo che sarebbe stato necessario altro tempo. Ancora tempo…dunque m'ero domandato se non l'era occorso qualcosa di spiacevole!?".
"No…".
La sposa stava lì, pecora un poco smarrita ma non perduta, solamente incerta, lo sguardo indagatore del religioso addosso.
Quello tirò un respiro fondo cercando le parole che forse tutto stava nell'indicare la direzione giusta.
Ci girò attorno ancora…
"Sapete…quando il padrone della casa decide di partire per un viaggio lascia i custodi a guardia dei suoi averi…ed essi devono stare attenti e vegliare…quando tornerà…non lo sanno quando…ma sanno che dovranno essere pronti ad accoglierlo in qualunque momento…".
Ascoltava Oscar, il paragone un poco forzato…
Anche lei aveva atteso…
Cosa o chi…
Il tuo padrone…
L'hai atteso per così tanti anni…
Anche se non sapevi neppure chi fosse né quando era partito.
Eppure hai atteso che lui tornasse e tu sei stata in grado di riconoscerlo…
Ti ha chiesto di entrare nella tua vita e di camminare assieme…
"Attendere e saper riconoscere il proprio padrone che ritorna…è questo il dovere di ogni buon cristiano…con Nostro Signore certo…" – ridacchiò Padre Erasmo lisciandosi la faccia sbarbata ed asciutta – "Ma si può ben dire che anche nella vita sia così…certo…spetta a voi sapere se il tempo dell'attesa s'è compiuto…mi pare che siate serena adesso…".
Il tempo s'era compiuto.
Si chiudeva un capitolo e se ne apriva un altro.
Spetta a te decidere…
Spetta a te muovere quel tempo…
"E…".
Il vento aveva mutato direzione. Invece che odore di carne arrosto e patate e castagne bollite, prese a sfilare il sentore dolce dei fiori di arancio e di rose canine, quelle delicate che basta un soffio di vento a far sfiorire.
"Allora monsieur si sposerà! Molto presto!" – sorrise Oscar prendendo ad indietreggiare per dirigersi al centro del paese.
"Oh…davvero!?" – replicò l'altro colto di sorpresa.
Oscar non disse altro, non poteva, non in quel momento. Aveva fretta…
"Padre…avete per caso visto…".
"Monsieur?".
Annuì di nuovo.
I piedi continuarono ad indietreggiare, le mani a stringere la sottana per veder dove camminare sicura. Gli occhi seguivano con la mente le stradine che l'avevano condotta dal Dottor Mantini ma tutto appariva diverso, alterato dai banchetti illuminati, i cesti di gelso colmi di pigne, i grappoli d'uva appassita che profumavano di miele, i rami di corbezzoli rossi, tenuti da parte per la festa.
Disorientavano i rumori, il vociare che quasi non si riusciva a sentire il mare, lei s'era sempre orientata con quello.
"Là…sulla piazza…se seguite questi begli odori di fiori e passate vicino alle comari che han portato i profumi…io l'ho visto ch'era là, dall'altra parte…".
"Grazie! A presto!".
"Madame…ma con…".
Quella era già sparita…
Con chi si sposa monsieur?
Madame…con chi si sposa…con voi?
Con chi si sposa Orlando?
Con Rosalinda!
E chi è Rosalinda?
Oh, belles mesdames, ma non la vedete arrivare?
Anche se d'aspetto un tempo si sarebbe chiamata Ganimede!
Chiamatela pure come vi piace…
"Padrone!".
Si voltò André richiamato dalla voce conosciuta di un domestico, uno di quelli ch'era stato comandato di stare a casa e tenere d'occhio madame che non stesse male o non avesse altre necessità.
Quello si voltò allarmato. Chiese spiegazioni sulla presenza lì, dell'altro e l'altro tirò un respiro fondo prima di mandar giù saliva, la gola secca, senza fiato.
"Non la troviamo più!".
Non c'era nemmeno necessità di chiedere a chi diavolo si riferisse l'altro…
"Cosa…".
André muto rimase lì…
"Padrone…l'abbiamo vista andare verso la spiaggia…era buio…le sono andato dietro con una lanterna cieca per illuminare la strada…non l'ho trovata più da nessuna parte!".
"Gesù!" – gracchiò Donna Lari poco più in là all'ennesima rivelazione.
Sì, come vi piace prendete a chiamarla Rosalinda o Ganimede…
Dall'aspetto non si capirebbe s'ella s'atteggia alla prima od al suo sosia…
Nessuna delle due riuscì a credere d'essersi ritrovate lì, faccia a faccia, senza averlo fatto apposta, senza che nessuno le avesse guidate se non la comune forza celeste che attira i satelliti e li tiene legati all'astro maggiore.
Si squadrarono, il respiro mozzato, la Contessa Artemisia de la Tour e la Contessa Oscar François de Jarjayes, anche se quest'ultima aveva rinunciato al proprio titolo, anche se nessuno lo sapeva e l'avrebbe mai saputo.
Stavolta le amiche non indietreggiarono, compresero chi avevano di fronte, un poco perché Joria aveva raccontato loro chi fosse il personaggio ch'era venuto ad abitare ad Alcantia assieme al nuovo padrone, un poco perché il viso di Oscar era assolutamente sconosciuto a tutti e non era mai stato notato da quelle parti prima d'allora. Era dunque facile desumere che quella fosse la misteriosa straniera che venuta ad abitare ad Alcantia dato che ormai si sapeva ch'era una donna.
Era una donna quella, davvero.
Portamento, corporatura esile e longilinea, lineamenti e sguardo tagliente ed asciutto fornirono i tasselli mancanti.
La curiosità era all'apice.
Per alcuni istanti il gruppetto rimase immobile, sguardo truce all'indirizzo dell'altra, corpi fissi e respiri trattenuti.
D'improvviso, anche s'era ancora inverno, anche se faceva freddo, due dame fecero scattare i ventagli che s'aprirono con suono secco, nascondendo i visi delle nobildonne che presero a ridacchiare, scambiandosi commenti sussurrati.
C'era che, ancora una volta, il confronto portava inevitabilmente la sconfitta della contessa francese, quantomeno esteriore. Il vento della battigia aveva adeguatamente scompigliato i capelli, arruffati e scomposti ad incorniciare il viso un poco rosato per la fatica del percorso. La sottana dell'abito, fradicia fin poco sotto il ginocchio, dato che per ben due volte la risacca del mare aveva ingannato l'appoggio minando l'equilibrio della camminata.
Poco male…
Ad Oscar del proprio aspetto non era mai importato molto, men che meno in quel caso, ma doveva ammettere ch'era divenuta gelosa, che mai una donna del genere, una contessa come Donna Artemisia de La Tour, aveva messo gli occhi su André.
Letteralmente…
C'era poco da girarci attorno.
D'improvviso, per la seconda volta, si ritrovò a pensare al proprio aspetto trasandato con cui s'era presentata in quel luogo.
Deglutì rabbia.
L'uso del ventaglio poi le era abbastanza noto. A Versailles aveva finito con l'imparare il segreto linguaggio del frivolo oggetto che serviva quasi a tutto fuorchè a farsi aria. Le dame potevano sparlare, le labbra sapientemente nascoste dietro le tele di pizzo o di piume, senza che nessuno potesse intuire le parole. Si lanciavano taciti inviti o cattiverie sui presenti.
In quel caso la pietra dello scandalo doveva esser lei.
Joria sentì il sangue ribollire di rabbia ritrovandosi di fronte Ganimede, ch'era Rosalinda invece.
Intuì la fisionomia del corpo, differente dall'ultimo incontro alla tenuta.
Sentì il sangue raffreddarsi d'improvviso, non comprese subito perché.
Istintivamente fece un passo verso l'altra, le altre la seguirono.
Oscar fu costretta ad indietreggiare sebbene altrettanto istintivamente squadrò l'avversaria.
"Contessa de La Tour…" – sibilò per prima mentre gli occhi passavano in rassegna le due compagne più vicine.
Fu sorprendente per quelle ritrovarsi affatto sconosciute.
"E voi dovete essere la Marchesa de Lion Bianco…" – sciorinò di seguito fissando la prima.
Silenzio, quella chiuse il ventaglio, sgranando lo sguardo.
"E voi la Marchesa Servi…" – proseguì.
Un respiro fondo, il ricordo bruciava ma Oscar non ebbe dubbi sulla terza donna.
"Baronessa Rini…ho già conosciuto vostro marito…ammetto che non è stato un incontro piacevole…".
La mascella contratta, le tre si guardarono atterrite che nessuno le aveva presentate all'altra ma l'altra era stata capace d'indovinare nomi e titoli.
"Sciocche!" – le redarguì prontamente Joria – "Dev'essersi fatta descrivere i vostri volti e raccontare i vostri nomi da Martin! Il bambino è molto bravo a disegnare…lui deve avervi visto quando siete venute a casa mia…".
"Ma tu non ce l'hai mai presentato…noi l'abbiamo visto oggi, per la prima volta…".
"M'era stato chiesto di fare così, da suo padre. Il bambino non doveva essere disturbato, allora forse Martin ha sbirciato e ha riconosciuto i vostri volti. E' un bambino molto sveglio e intelligente, ve l'ho già detto!".
"Lo siete anche voi, a quanto pare Madame de La Tour!" – chiosò Oscar ammettendo che l'altra non s'era lasciata sorprendere dalle capacità d'osservazione della donna che s'era ritrovata di fronte – "Spero per questo non vogliate prendervela col piccolo Martin. E' accaduto casualmente…lui mi ha raccontato spesso cosa accadeva nella vostra casa e mi ha descritto le vostre ospiti ma né io né lui ci siamo scambiati informazioni se non per curiosità…".
"Contessa!" – precisò Joria a rimarcare le differenze.
Una smorfia…
Oscar sorrise annuendo alla precisazione dell'altra, senza però rimarcare a sua volta il proprio titolo. Non ci teneva e non era importante e poi…
Quel titolo ormai apparteneva al passato.
Ammise, dentro di sé che la Contessa de la Tour era comunque persona intelligente. Forse per rispetto ad André aveva stabilito di tenere per sé il vero nome di Ganimede, evitando di presentarla alle amiche. Oppure chissà, forse davvero la contessa si sentiva superiore, ritenendo superflua ogni reciproca presentazione.
"E no…non dovete preoccuparvi!" - precisò Joria con sufficienza – "Martin è un bambino delizioso e sarà sempre il benvenuto nella mia casa. Ho intuito che deve aver sofferto molto nella sua breve esistenza e non sarò certo io ad aggravare le sue pene!".
Un respiro fondo…
Le fragranze inondavano il cortiletto spoglio, roseti morti abbarbicati sui muri attendevano speranzosi il tepore della primavera.
"Che volete?" – proseguì Joria severa – "Che siete venuta…a fare?".
Il tono era aspro. La contessa si ritrovava di fronte la ragione e la causa, in carne ed ossa, a causa della quale era stata rifiutata da Orlando. Non aveva alcun dubbio ormai.
André era stato chiaro.
La ragione era una donna arruffata ed accaldata…
Bella sì, ma d'una bellezza grezza, asciutta, quasi militaresca.
Era inverno. Sovrappensiero o forse inconsciamente distratta dal linguaggio segreto dei ventagli, Oscar scostò il mantello…
Il profilo si scoprì, le braccia sollevate a lisciarsi i capelli, spingendoli indietro, tentando di ammansire i ricci scompigliati dal vento salmastro.
Non c'era stato verso di rammentarsi di tenerli legati.
L'altra, la Contessa Artemia de la Tour, era una pittrice.
Un sussulto, quella dovette indietreggiare, perché la visione d'insieme rifulgeva d'una luce assolutamente intensa e diversa. Una luce che non derivava da una bellezza solo esteriore…
La forma della bocca, rossa per il freddo, sottile, un poco imbronciata, il naso dritto, la pelle rosata del viso, l'azzurro tagliente dello sguardo, eppure caldo come acciaio forgiato nella fucina di Efeso…
Era un'altra bellezza quella che colpì gli occhi come freccia che taglia il cielo, bagliore che prelude al temporale.
Indietreggiò Joria e comprese perché il sangue s'era raffreddato pochi istanti prima.
"Voi…".
Gli sguardi s'incrociarono.
"Non ho nulla contro di voi madame…o meglio non nutro alcun sentimento nei vostri confronti…." – esordì Oscar.
L'altra si contrasse. L'indifferenza era forse peggio dell'ostilità, perché la prima significava che non c'erano questioni tra le due donne, non c'era semplicemente alcun contenzioso.
No, per Joria non era così.
"Dovrei…" – s'azzardò a continuare Oscar facendo un passo a destra per oltrepassare l'altra.
"No!" – gridò stizzita Joria.
Silenzio…
Oscar rimase impassibile.
"Andatevene!" – all'indirizzo delle amiche – "Lasciateci sole!".
L'ordine venne eseguito da tutte, compreso il piccolo Martin che schizzò via come una lepre e chissà perché nella testa gli venne in mente di cercare una persona, proprio quella, che qualche giorno prima li avevi visti parlare, lui e la contessa.
E al moccioso era parso che andassero d'accordo. Erano belli…
"Contessa…non ho motivo di restare a conversare con voi…" – ripetè Oscar decisa – "Non ora comunque…ma ritengo d'affermare…nemmeno in seguito!".
La chiosa voleva essere leggera, quasi sarcastica.
"Invece io no! Io devo…voi…voi…" – lo sguardo sgranato s'abbassò al ventre.
Oscar annuì: "Se volete sapere se aspetto un figlio, la risposta è si, non è mia intenzione nasconderlo e non vedo perché non dovrei soddisfare la vostra curiosità. Ve lo concedo…".
Il tono era fermo ma di sufficienza…
Le comari profumiere, poco più in là, s'erano scostate ammutolite, i banchetti lasciati liberi rifulgevano di sentori estivi aspri e freschi e di sentori invernali morbidi e dolciastri.
"Non spetta a voi stabilire se concedermi o meno di conoscere ciò che voglio sapere!" – replicò l'altra arrogante ed invasata.
Lo sguardo si corrugò un poco, Oscar intuì la rabbia crescente.
Comprese ciò che aveva temuto, la presenza di Donna Artemisia de La Tour nella vita di André non era stato evento casuale.
"Di chi è?!" – chiese a bruciapelo Joria.
Oscar s'ammutolì, lo sguardo si sgranò davvero. Un respiro fondo…
"Prego?" – finse di non comprendere.
"Avete compreso!".
"Non penso vi spetti saperlo…non vi è ragione e quando anche ci fosse…".
"Non avete capito allora!" – digrignò l'altra – "A me non interessa sapere di chi è il figlio che portate in grembo per farmi gli affari vostri! Non m'importa nulla di voi! A me interssa sapere se è suo? E' di André!?".
"Cosa…".
Oscar davvero rimase senza parole, non comprendeva il senso della richiesta. Negò di nuovo, i capelli arruffati si scostarono tornando a scivolare sulle spalle, fin quasi alla metà del petto. D'istinto si portò una mano alla pancia…
Joria indietreggiò per squadrarla meglio.
"Non capite il senso della mia domanda vero?! Ve lo spiego se proprio non ci arrivate!" – sibilò la contessa.
Silenzio…
Oscar stava lì, la rabbia ribolliva dentro perché l'intromissione aveva già oltrepassato il limite del consentito. Ma non voleva cedere ad essa, non in quel momento, che aveva fretta e perché non le era mai accaduto di ritrovarsi avversaria d'una donna.
Attese…
"Siete spregevole!" – esordì l'altra, la voce tremava, il petto sussultava che forse la donna non era abituata a subire tali crisi di nervi.
Zitta…
"Sì, lo siete! Se questo figlio non è suo…se questo figlio non è di André…allora è chiaro che lo state tenendo legato a voi per riparare ad una vostra mancanza o ad un torto che avete subito…non m'interessa! André dovrebbe venirvi in soccorso per mondare il vostro onore?!".
Zitta…
Occhi negli occhi, Oscar rimase zitta.
"E se questo figlio fosse suo…allora siete ancora più spregevole…perché non vi siete nemmeno accorta della sua disperazione…del suo amore per voi…lo state usando in ogni caso…lo state tenendo legato a voi impedendogli d'essere felice! Siete…".
Indietreggiò Joria, la sinistra s'appoggiò al banchetto dietro le spalle.
Le dita incontrarono la lama affilata d'un taglierino usato per sbucciare piccoli frutti arancioni ancora pressochè sconosciuti in tutto il paese, dal sapore aspro e dolce al tempo stesso. Ve n'erano alcuni spicchi succosi sparsi per la tovaglietta che avevano sprigionato un aroma intensamente acerbo e delicato, affatto amaro.
"Madame!" – l'interruppe Oscar, un passo verso l'altra, occhi fiammeggianti e sguardo sorprendentemente sereno, quasi beffardo…
Un sorriso diabolico inarcò le labbra che fino a quel momento erano rimaste chiuse, tirate in un'espressione di disappunto e compatimento.
Un altro passo…
Oscar si ritrovò sull'altra: "Vi dirò chi siete voi invece…Contessa de La Tour…".
Lo sguardo nocciola si sgranò, Joria si sentì quasi sollevata di peso, letteralmente avvolta e travolta dagli occhi dell'altra che parevano averla studiata a lungo e a fondo chissà quando e chissà dove, visto che le reciproche esistenze s'erano incrociate raramente.
Sorprendente l'esordio dell'avversaria.
Da un'avversaria ci si sarebbe atteso fuoco e rabbia, astio e pungenti battute…
No…
"Siete persona raffinata…davvero…e colta…ma la vostra cultura non si nutre solo del sapere letterario o scientifico o del linguaggio dell'arte…".
Joria prese a respirare a fatica…
Quando…
Quando era accaduto d'esser stata così puntualmente studiata?
Si ritrovò scoperta, Joria, come mai le era accaduto quando erano stati gli occhi di una donna a confrontarsi con i propri. No…
Quell'altra pareva proprio…
"La vostra sapienza si manifesta nella capacità di studiare gli altri…e voi avete studiato André. L'avete fatto a lungo e sapientemente, nascosta dall'ombra del vostro passato di dolore che avete usato per avvicinarvi a lui. Avete intuito il suo dolore…avete immaginato di unire queste condizioni…".
"Come vi permettete!?".
"Tutto del vostro aspetto me lo dice…la veste raffinata ma sobria…la giacca stretta ma non tanto così da immaginare il busto libero dal fastidioso corsetto. Così potete respirare e ridere e muovervi con più disinvoltura…e poi l'acconciatura raccolta, sapientemente scomposta, elegante ma non sfarzosa…semplici margherite al posto delle rose che tutti dicono esser le vostre preferite! L'ovale del viso…le ciocche che lo incorniciano lo rendono ancora più sensuale…".
"Cosa…".
Indietreggiò ancora Joria, le pareva d'avere di fronte un amante che vagheggia le virtù della donna amata. Disorientava l'elenco sorprendente dei vezzi che una donna mette in atto per corteggiare l'uomo da conquistare. L'uomo ne resta invaghito.
Non era una donna quella che parlava…
Era Ganimede allora…
"Tutto ciò che è André!" – rimarcò Oscar decisa.
Un altro passo…
"Che dite?".
"André non è uomo che deve essere colto di sorpresa…o adulato! Magari vezzeggiato si…attraverso uno sguardo disinteressato, non incombente. Avrete saputo che non è nobile ma che della nobiltà conosce le raffinate lusinghe…voi siete nobile ma non avete usato il vostro rango per conquistarlo. Gli avete fatto creder d'esser avversaria dei nobili e di tenere agli ideali di benevolenza e magnanimità che ogni buon padrone dovrebbe esercitare verso i servi… ".
Davvero l'altra si sentì scoperta e messa a nudo. Le lacrime presero a salire, la gola a chiudersi…
"I vostri occhi color della terra scura, della terra più fertile e morbida, come immagino debbano essere le vostre dita che solcano il petto d'un uomo…i vostri occhi esprimono una severa risolutezza…come le vostre dita l'esprimerebbero qualora avessero modo d'intrecciarsi a quelle dell'uomo che amate…".
La voce inebriava e scuoteva al tempo stesso. Oscar parlava e fissava l'altra ma non la guardava, le scavava dentro, giù, sin nel fondo dell'anima e del cuore, suscitando un tormento sottile, disorientando i sensi che si vedevano scoperti dallo sguardo e dalle parole degne d'un amante attento ed appassionato.
Avrebbe voluto fermarla…
Joria avrebbe voluto che l'altra la smettesse di rivelare chi era davvero la Contessa de La Tour proprio alla Contessa de La Tour ma non ci riusciva.
Le dita si chiusero sul taglierino, lo strinsero. Il corpo indietreggiò ancora…
Oscar avanzò…
"So chi siete contessa…" – concluse – "Vi conosco attraverso lo sguardo di André, attraverso le sue parole ed i suoi silenzi. Ammetto che siete una donna davvero distinta ed esemplare…non ho mai scorto alterigia o disprezzo nell'apprendere dei vostri gesti e della vostra generosità…siete sincera…se André si è accostato a voi immagino sia stato perché voi siete stata capace di suscitare la sua attenzione…".
Incredibile spiraglio…
Joria non riuscì a crederci.
L'avversaria stava offrendo il fianco, s'era scoperta forse nella foga di dar sfoggio delle proprie capacità intuitive.
Affondò Joria, seppur a parole…
"Ci siamo baciati!".
"Lo so…" – annuì severamente Oscar.
L'altra l'incalzò sprezzante: "Mi correggo! Lui mi ha baciato! Lui s'è avvicinato a me! Io non ho fatto altro che accogliere la sua disperazione! Non vi sembra terribile che un uomo sia stato così disperato da baciare una donna…una donna che immagino secondo voi lui non ama!? Che non siete voi dunque!?".
L'affondo andò a vuoto che l'avversaria non aspettava altro. Il colpo schivato, il montante aggredì e spiazzò e travolse…
"Immagino comprenderete che accogliere un uomo nella propria vita per disperazione sia lodevole…ma la disperazione è cattiva consigliera…offusca i sentimenti e conduce sul baratro…amare per disperazione non porta a nulla…solo ad altra disperazione…" – affondò Oscar a sua volta, decisa anche se s'accorse che anche a lei la gola si stava chiudendo.
Il sapore amaro delle lacrime pareva mescolarsi di nuovo a quello metallico del sangue…
Dio…
No…
Avrebbe voluto piangere…
Stava parlando di sé stessa o di André?
"Io…" – balbettò Joria colpita.
Mandò giù Oscar e proseguì: "Ammetto di conoscere quale sia il sapore amaro d'un amore non ricambiato…André me l'ha insegnato, perché così è vissuto…per tutta la sua vita…ma una volta conosciuto quello…e una volta assaggiato l'altro…quell'altro…il senso dell'amore…quello intenso e severo e fulgido di due anime che si amano reciprocamente fino a non sapere più dove inizia una e dove finisce l'altra…ammetterete che amare per disperazione diviene atto di ben poco valore, persino odioso, se non fosse che c'è di mezzo la disperazione e della disperazione bisogna avere rispetto e pietà in quanto tale ma non certo metterla a fondamento dell'amore. Nessuno vorrebbe essere amato per disperazione e nemmeno amare per disperazione…nemmeno voi Contessa de La Tour…nemmeno voi…".
Non aveva più senso girarci attorno…
L'altra sussultò…
"Si dice che monsieur, l'inglese, abbia dichiarato che voi siete la sua fidanzata!" – digrignò Joria furiosa mentre le lacrime salivano agli occhi.
Il tentativo era davvero disperato, infangare una reputazione per costringere la persona a nascondersi perché il fango non si riversasse su chi le stava intorno.
"Si dice!" – chiosò Oscar – "Non ho mai dato peso ai pettegolezzi! Non su di me almeno…".
"Invece dovreste! Se lo lasciaste libero…André…voi avreste comunque già trovato un altro uomo che vi apprezza! Sir Hornett è un gentiluomo e sono convinta che saprebbe onorare la vostra persona…si dovrebbe lasciar le cose come stanno…sarebbe uno scandalo se si venisse a sapere che non è così! E sarebbe André a patirne le conseguenze!".
"Lodevole da parte vostra avere così a cuore la sorte di André!" – sibilò Oscar che cominciava ad accusare una severa stanchezza.
Il duello non era a mezzo di spade ma anche le parole andavano seguite e tenute a bada peggio delle lame perché anche le parole avevano potere di ferire peggio d'una lama.
E poi c'era che non s'era mai allenata in quel senso, non aveva mai dovuto difendersi da una tale schermaglia.
"Lo terrò a mente…la vostra dedizione mi sarà d'esempio e vedrò di non sfigurare!" – affondò ironica senza replicare direttamente al vaneggiamento isterico dell'altra.
Che l'ironia suscita quasi più rabbia d'un attacco diretto.
Si sentì stanca, davvero…
L'altra colse l'esitazione, istintivamente sollevò la sinistra che chiudeva il taglierino.
Mai abbassare la guardia…
Oscar intuì il riverbero della piccola lama, la mano sinistra s'appoggiò alla pancia e la destra s'alzò a sua volta a chiudere velocemente il polso dell'avversaria, che rimase lì a mezz'aria.
Lo strinse, forte, più che potè.
La rabbia trattenuta si riversò nella stretta, usuale per lei, assolutamente inconsueta per la contessa che gridò, un gemito acuto, mentre le dita s'aprivano e il taglierino cadeva a terra.
Oscar non mollò la presa.
Si sentì afferrare il polso a sua volta, stretto forte a sua volta, al punto che anche lei fu costretta a lasciare la presa che forse chi l'aveva afferrata voleva solo quello.
"Lasciala!" – l'ordine…
La voce conosciuta di Sir Joseph Hornett…
Indietreggiò Oscar, libera…
L'inglese strinse, fu lui a farlo a sua volta, il polso della contessa.
Lo strinse per tirarla a sé, che quella non fece resistenza, colpita nell'orgoglio e disarmata e nuda di fronte all'altra.
L'afferrò tirandola indietro.
Il misero tavolinetto di fragranze alle spalle ondeggiò, le boccette tintinnarono.
Le amiche della contessa sgranarono occhi e bocca inorridite dalla selvaggia foga del nobiluomo inglese di cui sapevano forse il nome ma della cui pessima reputazione erano certe, così come si è certi del sole che tramonta e poi risorge.
Fecero per avvicinarsi…
"Fuori dai piedi!" – digrignò quello…
Un'occhiataccia alle pettegole presenti, comprese le comari, che avevano preso a sussurrare e borbottare, e quelle s'impetrirono sobbalzando all'indietro per voltarsi ed allontanarsi.
Lo sguardo severo tornò su di lei e Oscar ricambiò l'inglese, altrettanto tagliente.
"Monsieur…l'abbiamo vista!".
Scarlett s'era avvicinata attirando l'attenzione, Martin s'era aggrappato alla giacca.
"La dea Minerva…monsieur…è venuta…è là!".
Il respiro s'era innalzato, faticava a mantenersi calmo, mentre lo sforzo d'aver camminato per quasi un'ora, come unico riferimento i falò lontani e quasi irraggiungibili, aveva minato le forze.
Indietreggiò, s'appoggiò al muro…
Un passo, implose il corpo che s'insaccò fino ad esser raccolto e trattenuto e stretto…
"Oscar!".
Non riuscì ad aprire gli occhi ma riconobbe l'abbraccio, il respiro affondò e prese a calmarsi.
"André…".
"Che è successo…stai male?".
Prese a respirare piano, tremava…
Mandò giù sale e rabbia…
"Non è affatto facile…" – sussurrò lei ad occhi chiusi…
"Che stai dicendo?" – chiese lui che se l'era ritrovata lì, al paese, dopo che per qualche istante aveva temuto il peggio, per l'ennesima volta, quando i domestici s'erano presentati trafelati a dire che avevano perso di vista la padrona e poi i mocciosi gli avevano detto che lei era lì, proprio lì, dov'era arrivata a piedi passando dalla spiaggia.
Ennesima follia…
La musica dolce aveva appena preso a risuonare nell'aria, cadenzata e solida a richiamare la struggente malinconia della stagione che finisce davvero, quella buia e fredda per lasciar posto alla nuova era, al nuovo tempo che ravviva il cuore.
Alle note s'univano le fragranze di erba e menta, rosmarino e salvia, miele e rose, magnolie e olio…
"Non è affatto facile amarti sai?!" – ammise lei tentando di rimettersi dritta.
"Ma…" – che lui non capiva, avrebbe dovuto essere arrabbiato, ma lei stava lì, respirava piano, tra le braccia, gli pareva sarebbe caduta a terra.
Oscar si mise in piedi, si staccò dal muro, si liberò dall'abbraccio. Una mano sulla spalla e spinse André indietro, un'altra spinta per averlo lontano da sé.
Lo sguardo severo addosso, lui che ci capiva sempre meno…
Erano distanti adesso. Lei si fermò davanti a lui.
Lo guardò.
Davanti a lei c'era solo André, anche se tutt'intorno ondeggiava la folla che non s'era accorta di nulla e gioiva e viveva…
Non era accaduto per caso che lei fosse nata.
Non era accaduto per caso che la sua vita fosse scorsa in quel tempo, in quella storia.
Non era accaduto per caso che lei avesse conosciuto André.
Non era accaduto per caso che lui fosse divenuto il padrone del suo cuore.
E che lei fosse divenuta la padrona del cuore dell'altro.
Inconfessabile gelosia d'una mocciosa di quattordici anni…
Tutto riemerse, come se tutto davvero si fosse già compiuto, in un altro tempo, attraverso altre parole…
"Sempre…" – esordì piano lei.
"Che…".
"Ti amerò sempre!" – proseguì scostandosi, un passo.
L'osservò.
"Si…lo so…ma che…".
"E tu?".
"Io?".
"Si! Tu mi amerai? Sempre!?".
Sempre, un tempo che non c'è, che c'era e ci sarà e che nello stesso istante in cui non c'è più c'è di nuovo.
"Sempre!" – ripetè lui d'istinto, lo sguardo sgranato, incapace di comprendere.
Oscar s'avvicinò, gli prese la destra, se la posò sulla pancia.
"Perdonami per averti fatto attendere…non era mia intenzione mancarti di rispetto…".
"Ma che intendi?".
"Si! Volevo dirti questo…".
"Si?!" – ripetè André che proprio non ci pensava – "Si…si? Sì?!".
"Si! Vuoi ancora sposarmi André?".
"Ancora…" – ripetè lui – "Si!".
"Si" - assieme.
"Sì!" – di nuovo, che lui si fece vicinissimo, piegandosi un poco sul corpo di lei ritto e teso.
"Si…" – mormorò di nuovo e lei annuì appoggiandosi con la fronte alla spalla.
Non osava abbracciarlo, non ne aveva il diritto.
Lo fece lui, stringendola a sé, piano, che adesso aveva capito, ritrovandosi lo sguardo velato dalle lacrime, mentre cacciava la testa lì, nell'incavo del collo, sulla spalla di lei.
"E tu non sai quant'è difficile amare te!" – sussurrò accarezzando la testa, beandosi del sentore salato dell'aria di mare che impregnava capelli e vestiti.
"L'ho sentito…" – sibilò piano Oscar prendendogli di nuovo la mano, premendola sulla pancia.
"Cosa?".
Un tuffo…
"Lo sentirai anche tu…presto…".
Brillava lo sguardo…
"Sempre…" – sussurrò piano.
"Sempre!" – ripetè lei.
Verrò con te Oscar…
Come ho sempre fatto e come farò sempre…
Brucia nelle vene…
Tu bruci dentro di me…
Non c'è fuoco o vento o polvere o fatica che potrebbero tenermi lontano da te…
Come potrei non esserci Oscar?
La tua luce non mi ha impedito di starti accanto e nemmeno il buio mi fermerà…
Io ci sarò sempre…
Io sarò sempre con te…
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