Gerardine continuava ad asciugarle la fronte, mentre il dottore e la levatrice si affaccendavano attorno ad Oscar. La marchesa era sempre più colpita dalla nipote, non un gemito usciva dalla labbra contratte in una dolorosa smorfia: lei non era stata così coraggiosa. Vide le pupille della ragazza dilatarsi all'arrivo di una nuova contrazione ed istintivamente le afferrò la mano, chinandosi verso di lei.
- Sei bravissima – le disse con un sorriso – Vedrai che finirà tutto molto presto.
- Non lasciatemi sola, zia – Oscar strinse la mano della donna fino quasi a farle male – Promettetemi di non lasciarmi sola.
- Sarò al tuo fianco fino alla fine – annuì Gerardine.
- Parlatemi ancora. Ho bisogno di distrarmi – alzò leggermente il busto, serrando la mascella.
- Le contrazioni sono sempre più lunghe – disse la levatrice, china fra le sue gambe – Vuol dire che ci stiamo avvicinando. Fatevi forza.
- Zia! – c'era urgenza nella sua voce.
La marchesa ingoiò, pensando freneticamente ad un argomento che potesse distrarla.
- Come avete deciso di chiamarlo? – provò, sperando di coinvolgerla.
- Non abbiamo parlato di questo, pensavamo ci fosse ancora tempo – Oscar si lasciò andare contro i cuscini che la tenevano leggermente sollevata – Rosalie… non è un nome che avete scelto voi, vero?
- No – ammise la marchesa continuando a sorridere – Avevo scelto un altro nome, nel caso di una femmina.
- Come l'avreste chiamata? – Oscar si girò verso di lei, continuando a stringerle la mano.
- Con il nome della mia più cara amica. Un nome che Antoine non mi avrebbe mai permesso di usare per i nostri figli… Annette – sussurrò infine – Se fosse stata una femmina volevo chiamarla Annette.
- La madre di André? – la ragazza sorrise a sua volta – Lasciatemi indovinare: se fosse stato un maschietto l'avreste chiamato Armand, giusto?
- Molto perspicace, mia cara – Gerardine emise una lieve risata – Sono solo una sciocca sentimentale, lo so: ma cos'altro mi rimane, se non i bei ricordi?
- Annette è un nome che sarebbe stato bene alla nostra Rosalie – commentò Oscar prima di voltarsi a guardare il dottore – Ditemi la verità: è troppo presto, vero?
- Madame, non siete giunta al termine dei nove mesi come di consueto – disse Fabrice tastandole il polso – Ma pratico la medicina da troppo tempo per azzardarmi a dare un parere. Ho visto bambini nati a termine morire senza una spiegazione; ma ho anche visto bambini nati prematuri crescere e irrobustirsi, come mai mi sarebbe stato dato di credere. Ho una mia teoria, in proposito: ci sono bambini più attaccati alla vita di altri, dipende da loro.
- Allora andrà tutto bene – annuì convinta la marchesa – Se ha preso la tua tenacia e caparbietà, nulla potrà nuocergli.
- Anche Andrè sa essere molto cocciuto e caparbio – sorrise Oscar, prima di gemere al sopraggiungere di un'altra contrazione.
La levatrice fece un segno al dottore, che da parte sua tastava il ventre con aria preoccupata. Nella stanza si respirava un aria pesante e nessuno osò parlare fino a che lo spasmo non parve finire. Anche allora, fu Oscar a rompere il silenzio.
- Zia, posso chiedervi un favore? – due occhi color zaffiro si fissarono negli occhi neri della marchesa.
- Qualsiasi cosa, bambina mia – Gerardine chiuse gli occhi, si sentiva impotente.
- André…
- Ho già mandato qualcuno a chiamarlo, arriverà a momenti – la donna si girò verso la porta, come se il ragazzo dovesse entrare in quell'istante.
- Non fatelo entrare – biascicò Oscar – Promettete che non saprà che…
- Che stai soffrendo per permettergli di diventare padre? – Du Martine parve contrariato – Se gli uomini sapessero il prezzo che pagano le proprie spose per dargli un erede…
- Io non voglio che lui sappia – la ragazza assunse un espressione decisa – Giuratelo, zia!
- Te lo giuro – la marchesa si alzò, udendo delle voci concitate giungere dal corridoio – Dovrà passare sul mio corpo per entrare qui. Tu segui le istruzioni della signora Brunet e io sarò di ritorno in un baleno.
- Grazie – mormorò Oscar sfinita.

Erano ormai passate sei ore dall'inizio del travaglio, Marguerite e Gerardine non avevano più lasciato la stanza, cercando di rendersi utili ed incoraggiando Oscar. Du Martine e la signora Brunet continuavano ad avvicendarsi intorno al letto, appartandosi di quando in quando per parlare fra di loro. La donna anziana si chinò fra le gambe della partoriente e poi alzò gli occhi verso di lei, guardandola intensamente.
- Ci siamo quasi, dalla prossima contrazione deve cominciare a spingere – prese delle pezzuole pulite e fece un gesto al dottore – Fra poco sarà tutto finito.
- Sono ore che non ripetete altro! – Oscar, ormai, era sfinita e cominciava a perdere il controllo – Perché ci vuole tanto?
- E' normale, visto che è il vostro primo parto – le rispose Fabrice, mettendole una mano appena sopra il ventre – Ora vi aiuteremo noi, vi garantisco che nascerà a momenti.
Oscar serrò la mascella e chiuse gli occhi, mentre sua madre e sua zia la sorreggevano. Du Martine spinse con decisione e la ragazza avvertì qualcosa cedere in mezzo alle gambe. Nonostante si fosse ripromessa di essere forte e coraggiosa, le uscì un urlo mentre spalancava le palpebre. Avvertì distintamente il piccolo uscire e si lasciò andare all'indietro, sorretta dalle sue parenti.
- Ecco! – disse la levatrice, afferrando il piccolo per i piedi e dandogli uno schiaffetto sul sederino.
Il piccolo cominciò a piangere, mentre le tre donne sedute sul letto tiravano un sospiro di sollievo all'unisono. Gerardine guardò sua cognata e le sorrise: sentiva che il peggio era passato.
- E' una femmina – annunciò il dottore sorridendo – Ora la puliremo e ve la daremo. Permettetemi solo di controllare che stia bene.
- Una femmina – mormorò Oscar – E' sana, vero?
- Da come urla direi di sì – le sussurrò sua madre all'orecchio – Anche tu urlavi a squarciagola appena nata: ho sempre saputo che saresti stata la più forte delle mie figlie.
Le tre donne emisero una risatina, finché Oscar non contrasse di nuovo la mascella. Sembrava ancora sofferente. La signora Brunet alzò di nuovo la camicia da notte e corrugò la fronte.
- Dottore, venga, presto!

1783, cinque anni dopo
I giardini di palazzo Jarjayes erano di nuovo in fiore, Gerardine li ammirava seduta su una panca di pietra. Era raro, ormai, che si recasse a far visita al fratello: molti impegni la tenevano a Parigi. Eppure sapeva che era giusto così, non poteva impedire che Auguste si perdesse quei momenti così importanti della vita.
Si sorprese di come la sua vita fosse cambiata nel volgere di pochi anni. Era una donna diversa, meno amareggiata dalla vita e, nonostante l'odio profondo che ancora albergava in lei, aveva deciso di rinunciare alla propria vendetta per proteggere qualcosa di prezioso.
Sentiva la voce del fratello che spiegava come fosse importante essere fedeli alla corona. Le sarebbe bastato voltare il capo leggermente per includere lui nella propria visuale, ma cercava di estraniarsi quando sentiva quelle stupide chiacchiere. Sapeva che la cosa più importante era essere fedeli a se stessi e lei cercava ogni giorno di esserlo.
- Zia! – una voce cristallina la desto dai suoi pensieri.
Si girò verso una bambina dai capelli neri e gli occhi di un azzurro che ricordava il cielo di primavera. Era difficile dire a chi somigliasse di più: se a Oscar o ad André. Sembrava un misto fra i due, ma la caparbietà e la tenacia erano decisamente della madre. Sorrise guardando uno dei due motivi che le avevano fatto vedere il mondo sotto un'altra luce.
- Vorrei che venisse più spesso a trovarmi – Auguste era sopraggiunto con uno sguardo triste.
- Cerco di venire almeno una volta al mese – gli ricordò la sorella minore – Potresti venire tu da noi a Parigi.
- Troppi impegni – scosse la testa l'uomo – E poi sto invecchiando.
- Tu non sei vecchio, nonno – sostenne la bambina con decisione.
- Grazie, Annette, sei molto gentile – sorrise l'uomo che ormai era nonno.
Delle grida provenienti dalle scuderie fecero girare tutti e tre. Sembrava che un uragano si fosse abbattuto sulla tenuta: Auguste guardava la scena con gli occhi sgranati, mentre Gerardine rideva e la piccola Annette guardava ora l'uno ora l'altra.
- Ma cosa diavolo… - chiese il Generale guardando sua sorella.
Un bambino correva trafelato verso di loro, continuando ad emettere urla miste a risa di bambino.
- Nonno! Nonno! – si strinse forte alle gambe dell'uomo anziano – Avrò un cavallo mio appena sarò in grado di cavalcarlo!
- Lo voglio anch'io! – cominciò a piagnucolare Annette.
- Annette, Armand, che modi sono! – Andrè andava verso i figli con sguardo severe – Sapete che dovete comportarvi bene quando veniamo a fare visita al nonno!
- Sì, papà – risposerò i due guardando per terra.
- Decisamente sono figli di Oscar – Gerardine emise una risata cristallina.

Continua…