Midgard

"E l'è ancora là! Ci segue…".

"Smettila di sporgerti! Non m'interessa se è ancora là! Non gl'ho chiesto io di seguirci e quindi è affar suo se decide di star là!".

"Ma un pochino di compagnia mica ci farebbe male! E che m'annoio qui! E te sei così nervosa da una settimana! Non ti si capisce! Dopo la festa…".

"Ambrose! Finiscila!".

Donna Artemisia de La Tour s'era rintanata dentro la berlina che procedeva in direzione sud, verso Roma, nell'angolo più buio, il finestrino sigillato e le tendine rigorosamente chiuse.

Come stabilito erano partite, lei e Ambrose, per il matrimonio della sorella più piccola, l'ultima, che la sorella più grande avrebbe accompagnato per tutto il viaggio e per il mese a seguire.

Gli sposi si sarebbero concessi una breve luna di miele sulle colline vicino a Roma, Donna Artemisia ne avrebbe approfittato per frequentare qualche buon salotto e poi andar per quadri e statue e opere d'arte per vie e palazzi dell'antica città.

Ambrose aveva quindici anni…

Due sorelle sarebbero venute al matrimonio risalendo da sud ma poi sarebbero rientrate presto nelle loro residenze.

Ambrose era ancora una bambina, era felice, ma aveva paura e Joria le aveva proposto di restare per qualche settimana anche dopo il matrimonio. L'aveva cresciuta lei in fin dei conti quella mocciosa, il divario d'anni era considerevole e quasi le pareva che l'altra fosse una figlia.

E poi Joria non voleva tornare subito a casa, quella casa che adesso sarebbe stata davvero vuota, per quanto i preparativi per allestire il piccolo atelier di pittura stavano procedendo costanti.

Ma sarebbero stati allievi quelli che avrebbero messo piede nelle stanze e nei giardini.

Non sorelle o nipoti o figli o mariti…

Nessun legame e allora di nuovo alla Contessa de La Tour era parso d'improvviso che tutti i pigmenti, le resine, gli olii, le tele, i chiaroscuri, le sfumature mai avrebbero potuto colmare il vuoto o sostituire degnamente un abbraccio caldo, uno sguardo complice, un respiro all'unisono, un profilo da osservare silenziosi al mattino appena svegli.

La rabbia aveva, giorno dopo giorno, lasciato il passo alla malinconia.

La bestia s'annidava…

Non erano sole in quel viaggio, Ambrose e Artemisia de La Tour.

Oltre ai domestici, agli stallieri che si occupavano dei cavalli da portare in dono al futuro sposo, alle cameriere necessarie ad assistere la sposina e madame durante il tragitto, s'erano uniti alla comitiva due personaggi. Uno, muto e severo, seguiva la strada con attenzione e destrezza e l'altro ogni tanto si permetteva di sonnecchiare sul cavallo, sigaro in bocca, cappellaccio calcato sugli occhi, un vero malfattore di primordine.

Sir Joseph Hornett l'aveva chiesto a Donna Joria se avrebbe potuto accompagnare lei e la sorella durante la discesa verso Roma.

No…

Non poteva…

Il diniego era avvenuto al termine d'una discussione tempestosa, in una notte di lacrime e rabbia.

E quello poi s'era accodato lo stesso, testardo, sorrisetto beffardo sulla faccia, però mantenendosi a debita distanza dal piccolo corteo ma abbastanza vicino da intuire quando il tragitto si fosse fatto impervio o pericoloso.

Le stazioni di posta non erano numerose.

Papa e Granduca andavano d'accordo per modo di dire, uniti sull'opportunità di tener sgombre le strade da briganti e predoni, ma non sull'idea che il primo avesse il potere assoluto sulla nomina dei propri rappresentanti.

Il Granduca, infatti, s'era preso la briga di riformarsi da sé ordini religiosi e istituti di carità, che però non era mai bene sottrarre potere ad un monarca, neppure se quello stava a San Pietro. Già avevano preso a farlo i dannati rivoluzionari francesi…

Ambrose sbuffò, quando Joria si metteva in testa un'idea non c'era verso di farle mutare ragionamento.

No, Joria non avrebbe potuto mutare atteggiamento e nemmeno avrebbe potuto spiegare all'altra perché non poteva farlo.

La sorella più piccola s'era perdutamente invaghita del futuro sposo che fin dal primo momento aveva trovato d'una bellezza e d'un fascino sorprendenti. Era stata fortunata quella mocciosa di Ambrose perché l'altro, il figlio di Tancredi d'Altavilla, medico romano votato alle cure della nobiltà più altolocata della città, s'era intestadito pure lui che Ambrose fosse la giovane più bella ed affascinante mai incontrata. E per fortuna l'altro moccioso di anni ne aveva solo diciannove.

Davvero due bambini che ancora dovevano crescere e che pure s'erano scritti diverse volte e s'erano incontrati in altre due occasioni e avevano spasimato d'amore per la lontananza imposta dall'età e dalle famiglie.

Alla fine, trascorso più di un anno, Messer Tancredi era stato magnanimo a non metter paletti di sorta al matrimonio tra i due e d'altra parte Ambrose avrebbe recato con sé il titolo di contessa, generosamente esteso alla bambina dal defunto marito di Joria in virtù d'un imprecisato cavillo.

La mocciosa nobile quindi portava in dote un titolo anche se poco denaro, il moccioso l'accoglieva in una sontuosa dimora meta dell'aristocrazia più in vista della città di Roma.

Tutto dunque sarebbe stato terribilmente perfetto.

Perché dunque Joria avrebbe dovuto spiegare ad Ambrose che l'amore non sempre porta con sé la felicità e che solo se si ha l'immensa fortuna d'esser ricambiati allora e solo allora il sentimento consente al cuore ed alla coscienza d'elevarsi a vette insondabili quasi idilliache!?

A lei non era accaduto.

Dalla sera della festa al villaggio…

"Lasciami!".

"No!".

"Sei un arrogante!".

"E sia! Questo arrogante ti sta dicendo che è finita!".

"Avevi detto che non dovevamo arrenderci! Tu per primo lo stai facendo?!".

Joria era rimasta lì, contro il muro sbrecciato, in ombra, lontano dal via vai della piazzatta dove s'era consumato l'ennesimo, primo e ultimo, vero scontro con quella che s'era rivelata l'avversaria più sfuggente e potente che lei avesse mai conosciuto.

Che poi, in verità, d'avversarie, la Contessa Artemisia de La Tour, non ne aveva poi conosciute molte perché anche lei s'era invaghita del marito, tanti anni prima, e l'aveva sposato perché l'amava e lui l'aveva ricambiata. Non aveva mai dovuto combattere per amore e forse era per questo che non era stata capace di far breccia nel cuore di André. Per questo non era stata all'altezza di quello scontro…

"No!" – Sir Joseph Hornett s'era fatto vicino, così vicino al viso.

"Io non posso crederci!? Mi sono illusa davvero…non sono stata capace di…".

"No!" – aveva digrignato l'altro con forza per impedirle di cedere alla vergogna – "Non pensare nemmeno per un istante che sia stata colpa tua! No, tu sei perfetta! Ma nemmeno la perfezione può dividere ciò che nemmeno il demonio può dividere! Forse solo Dio ci riuscirà un giorno a dividerli, quando deciderà di prendersi uno dei due o tutti e due…ma quelli…".

Hornett l'aveva squadrata e Joria era rimasta lì, spalle al muro, polsi stretti nelle mani dell'altro che li stringeva ma lei s'era accorta che lui li stringeva piano, quasi avesse paura di spezzarli.

Viso sul viso, occhi sgranati, gola chiusa, guance umide...

L'inglese aveva respirato piano, severo…

"Non meriti d'umiliarti a questo modo…Joria…sei troppo bella e…affascinante…e…".

"Ti arrendi allora?!" – gliel'aveva contestato in faccia, di nuovo, ch'era stato l'altro ad insistere e mettere in atto una strategia, impalpabile ma feroce, per tentare di conquistare ciascuno il proprio amante.

"Credo ci sia più dignità nell'arrendersi per tempo che sprecare forze ed intelletto verso un miraggio che svanirebbe comunque al calar del sole! Dunque si…mi arrendo…io non sono il demonio e nemmeno tu…e non siamo neppure Dio…non potremo mai dividerli…e credo sia giusto così…".

"Sei un vigliacco!" – la rabbia aveva rotto gli argini.

Joria s'era ritrovata incapace di trattenere le lacrime, il corpo asciutto e fiero piegato dalla resa che ancora la mente non accettava.

"Sfogati pure con me!" – l'aveva accolta l'altro stringendola ed abbracciandola – "Sono un vigliacco…va bene…allora lo siamo tutti e due. Io ti ho spinto a non desistere…ma adesso…sono io che ti prego di fermarti prima che sia tardi! Non meriti questo…so che non lo meriti…".

"Non sai niente di me!" – rabbiosa.

"Vorresti allora parlarmi di te?".

Sorprendente era stata la domanda.

Sulfurea la risposta: "No!".

Aveva sorriso Sir Joseph Hornett come non avesse dubbio ma non aveva desistito.

"Devo andare!" – aveva replicato Joria tentando di sottrarsi – "Non posso restare qui…non c'è più nulla che mi riguardi qui in questo momento…".

"Ti accompagno a casa!".

"Non se ne parla! Devo trovare Ambrose…non posso lasciarla sola…sono responsabile per lei fino al matrimonio. Se le capitasse qualcosa sarebbe la sua fine!".

"Non ne dubito, le conosco anch'io le regole disgraziate dell'alta società. Inghilterra o Italia…non c'è molta differenza! Vorrà dire che le tue amiche si prenderanno cura di lei e il mio fedele amico baderà che a quelle bisbetiche non capiti nulla! Ismael non me lo perdonerà mai…ma farà quel che gli chiederò!".

"No!".

Aveva sorriso di nuovo Sir Joseph Hornett, il dito al mento dell'altra, aveva sollevato il viso e poi scostato un ricciolo ribelle. Quella era rimasta lì, la bocca imbronciata come quella d'una bambina a cui avevano tolto il giocattolo più prezioso.

"Joria…questa sarà probabilmente una delle ultime feste di paese a cui Ambrose parteciperà. Non credo che quando sarà sposata potrà continuare a divertirsi in mezzo a gente semplice…lasciala restare…ma non posso certo starci io appresso a lei…ti pare!? Se vuoi restare…".

"No! Non so più…".

"Non sai più che vuoi?! – l'aveva prevenuta l'altro – "Hai messo tutta te stessa in un sogno e ora che quel sogno è svanito ti senti vuota?! Spenta…".

"Tu…come…fai…".

"Lo so e basta…o lo immagino…dunque…".

Sir Joseph Hornett l'aveva accompagnata a casa alla fine.

S'era chiuso la porta del salotto alle spalle e Joria sempre lì, muta, le mani nelle mani, nemmeno s'era tolta il mantello. Ci aveva pensato lui, ma lei non se n'era nemmeno accorta o meglio era talmente presa dall'imbastire una giustificazione alla propria disfatta che aveva dimenticato d'esser sola con un mezzo estraneo nella casa, che per di più, da quando l'aveva conosciuto, lei aveva fieramente detestato, intuendo una sorta di libertinaggine irriverente che serpeggiava da sotto il pizzetto curato e da quel dannato sorriso che pareva schernire l'interlocutore. Insopportabile…

Il fuoco rimestato a dovere, il tè caldo servito impeccabilmente.

"Madame…" – Sir Joseph Hornett l'aveva invitata a sedersi e lei aveva ceduto lasciandosi accudire. Non era mai accaduto. Ne era sempre andata fiera la Contessa Artemisia de La Tour di non esser donna che si faceva trarre in salvo da un uomo, nemmeno in amore.

Aveva ceduto un poco trasecolata, un respiro…

"Grazie!".

"Evviva!" – aveva riso quello – "Sono fortunato! In un sol colpo questa notte ho perduto la donna che avrei desiderato avere accanto da una vita ma ho guadagnato un ringraziamento dalla donna che più mi detesta!".

"Non vedo cosa ci sia da rallegrarsi…" – l'aveva apostrofato Joria, le mani rinfrancate dal tepore della bevanda ambrata – "Non mi pare tu abbia fatto un grande affare! E poi io non detesto nessuno! Te compreso!".

"Oh no, debbo contraddirti invece! Tu mi detesti…e uh! Lo si capisce subito! Vedi…era da tempo che m'ero sono messo a studiarti…".

Hornett s'era allungato un poco sul tavolo giusto per raccogliere lo sguardo di Joria che s'era sgranato.

Che voleva fare quel bellimbusto d'un marinaio inglese?

Prenderla in giro o cosa!?

Prima era parso così galante e sensibile e servizievole e subito dopo aveva attaccato con quella specie d'insensata ed invadente corte!?

Del tutto fuori luogo…

"Non fraintendermi!" – s'era corretto – "Visto il nostro accordo…conoscere quella donna…non mi sarebbe bastato solo parlare con lei. Per conoscere qualcuno si dovrebbe sapere chi quel qualcuno ha accanto…dovevo conoscerla attraverso l'uomo che lei aveva accanto ed al contempo dovevo conoscere lui e lui l'avrei potuto conoscere anche attraverso di te…".

"Mi pare assolutamente contorto!" – l'aveva fulminato l'altra che aveva ammesso d'essere stata usata allora e davvero l'altro si palesava come un essere viscido e disgustoso ed insopportabile.

Si era alzata Donna Artemisia de La Tour per aumentare la distanza che la separava dal bellimbusto. S'era immaginata così di comunicare che non ci sarebbe stato altro d'aggiungere d'aggiungere e che per quel che la riguardava il colloquio era terminato.

No…

Buon segno invece!

Davvero le era sembrato d'aver scorto la sorprendente visione sulla faccia dell'altro.

Irriverente, enigmatico…

E sì che a Joria pareva di conscerli un pochino gli uomini.

Dunque l'altro avrebbe preferito essere detestato…

"M'ero messo d'impegno a cercar di comprendere te…e…ammetto d'averti detestato…".

Sconfortante…

"Solo per poco però…".

Più il discorso era scivolato nell'ostentato disprezzo e più Joria anziché ritrarsi disgustata s'era ritrovata incuriosita. Irritata ma aperta ad accogliere la visione contorta delle cose espressa dal bellimbusto.

"Ma…".

"Sono uno che alle donne parla chiaro Joria! E non dirmi che la cosa non vale anche per te?!".

Un respiro…

Quel marinaio le azzeccava tutte, pareva esserci tagliato o forse era stata lei a non esser stata capace di tenere la guardia alta e s'era ritrovata scoperta per esser più visibile all'uomo che avrebbe voluto conquistare. Per assurdo quello non l'aveva accolta e invece s'era ritrovata ad attirare la curiosità dell'altro.

"Dicevo che non mi era mai accaduto di detestare una donna e di dovermi ricredere in così breve tempo…ammetto che hai tratto in inganno anche me!".

"Io non ho ingannato nessuno!".

S'era alzato l'altro e s'era avvicinato…

"Sei una persona dolce e decisa…".

Joria era sussultata…

Ci mancava che quella notte un altro si fosse messo ad elencare pregi…

"E testarda e combattiva…".

E difetti...

"Ma non preghi, non aduli…".

"M'è appena stato detto che l'avrei fatto!".

"Si…" – aveva ridacchiato Hornett – "Ammetto che dal punto di vista di quella donna il tuo approccio sia stato una sorta di adulazione…nulla più…".

Joria aveva davvero fulminato l'altro. Dunque in così poco conto l'altro aveva tenuto il tentativo d'adulare l'amante, il francese venuto da chissà dove, che addirittura la scherniva…

Addirittura a mezzo dell'immaginario dell'altra donna, l'avversaria, che allora Sir Hornett era arrivato a conoscere molto bene. Aveva ragione Sir Joseph Hornett quando diceva che per conoscere qualcuno sarebbe stato bene conoscere anche chi gli sta accanto.

Per conoscere meglio André Joria avrebbe dovuto conoscere prima quella donna.

Non l'aveva fatto, dapprima per ignoranza e poi per disprezzo.

"Quella donna…" – aveva sussurrato Joria.

"La conoscevo già…ti assicuro che non ha avuto una vita facile…nessuno dei due ha avuto un'esistenza senza sofferenza…non ne so molto...sono stati momenti terribili…".

"Che le è accaduto?".

Aveva negato Hornett: "Preferisco non parlarne…non sarebbe giusto nei loro confronti. Il mio capitano l'ha chiamata la bestia nel cuore…".

"La bestia…nel cuore…".

"Se cfinisce dentro al cuore…non sai quando può risvegliarsi e non sai di cosa potrebbe renderti capace di fare…fortunato è l'uomo che non deve confrontarsi con ciò di cui è davvero capace…".

"Se l'hai conosciuta così bene…se però non vuoi parlarmi di lei…significa che vuoi proteggerla…significa che tieni a lei…".

"Ci tengo si!".

Joria allungò un poco il collo. Ambrose, che la conosceva bene, spostò di scatto la chiusura del finestrino, anticipando i pensieri e forse la voce della sorella. Cacciò fuori la testa e il braccio destro…

"Siiirr!" – prese gridare attirando l'attenzione dell'inglese.

Ismael el Bakar fu costretto a tirargli un calcio nello stinco all'inglese perché l'altro s'era assopito ciondolando sul destriero.

Sir Hornett si ridestò sorpreso, un'occhiataccia all'amico che gl'indicava d'esser richiesto e l'inglese in pochi istanti fu accanto alla carrozza.

"Dite mademoiselle…" – due dita al cappello in segno di saluto.

"Sir…grazie…v'andrebbe una bevanda calda…tra qualche miglio c'è la stazione di sosta…ci fermeremo per la notte…".

Dalla carrozza s'elevò un rimprovero severo ma basso.

"Ambrose! E' assolutamente disdicevole!".

Rise Sir Hornett: "Ne convengo mademoiselle…vostra sorella ha ragione…mi limiterò a scortarvi perché v'assegnino una camera come si deve…".

"Siete gentile…al confine arriverà il mio fidanzato…quindi…dopo…".

Ambrose sgranò gli occhi, l'azzurro s'aprì limpido e monello come a dire…

Datevi da fare adesso che dopo credo che non avrete più necessità di starci appresso!

La mocciosa non era poi così ingenua come tutti credevano. S'era accorta del cambiamento della sorella maggiore subito dopo la festicciola di paese, aveva contato i giorni ch'erano seguiti, lei impaziente che trascorressero in fretta nei preparativi per le nozze e la sorella sempre più cupa, spesso seduta nello studiolo dov'erano i registri delle attività della tenuta.

Le tele insipiegabilmente erano rimaste bianche, al più sporcate da qualche annoiato tentativo di scorgere un colore bizzarro piuttosto che tetro.

I giorni erano trascorsi e André non era più ritornato.

Le coincidenze hanno solo necessità di rivelare le proprie ragioni, più o meno oscure.

Le coincidenze non esistono.

Un sorriso, un respiro fondo.

L'inglese dovette convenire che lui aveva già approntato una veloce revisione dei fatti accaduti, prima su Le Comte Vert e poi lì, in quello sperduto villaggetto, quarantuno miglia a sud di Livourne, ed aveva ammesso con sé stesso d'aver sbagliato completamente ad immaginarsi di corteggiare una come quella…

Però, nel darsi dell'idiota, s'era dovuto dare dell'idiota due volte, che non sai mai il destino dove ci porta a compiere i passi e quali sentieri riserva. Il destino apre le strade, che poi sta tutta lì la differenza tra lo stolto e l'umile…

Scegliere da sé il proprio destino.

E Sir Joseph Hornett l'aveva fatto, proprio la sera della festa, spietatamente veloce e diretto e sincero, perché sapeva avrebbe avuto poco tempo, così veloce che la figura dell'arrogante nessuno gliel'avrebbe levata di dosso.

La sincerità gli era costata cara.

"Sarò sincero…".

Joria aveva finito di sorseggiare il té, le mani erano calde, il pianto pareva relegato nello stomaco e non più nella gola. Risorgeva la fierezza, l'intransigenza, la commiserazione per la propria stupidità e quindi la rabbia e la stizza.

Aveva immaginato che l'altro l'avrebbe adulata con parole dolci e confortanti…

No…

Proprio non se lo sarebbe aspettato un simile discorso.

"Mi piacciono le donne…tutte!" – aveva esordito calmo e serafico Sir Joseph Hornett, che l'altra era inorridita, le parole riportavano a galla l'aria vagamente libertina che l'inglese pareva aver cucito addosso quasi come un secondo vestito.

Joria aveva provato a svincolarsi dal discorso e dalla presa della mano, ma no, Sir Hornett aveva insistito a tenerla lì, lei seduta sulla poltroncina e lui accovacciato davanti.

S'erano ritrovati lì, Joria non aveva rammentato neppure come.

"Lo dico a costo di ottenere il tuo disprezzo ma…le donne mi sono sempre piaciute…le ho sempre cercate, scelte, conquistate, lasciate…riprese…quando ne avevo voglia…sono stato preso a sberle, a calci, a padellate…non ne vado fiero, che per me siano state versate lacrime…tante…in tanti luoghi ma…".

Aveva tirato la mano Joria per liberarsi e Hornett l'aveva tenuta lì…

Dannato libertino…

"Non mi era ma accaduto d'ammetterlo con una donna e di sentirmi un idiota a doverlo ammettere perché se lei lo scoprisse da sé non mi guarderebbe più in faccia. Ed io non vorrei mai che accadesse. Non potrei più permettermelo! Così te lo dico prima…".

"Perché!? Che discorso sarebbe questo? Fino a poche ore fa spasimavi per quella donna e hai sperato con tutto te stesso di conquistarla! Lo hai detto anche a lei che sei un libertino!? E adesso lo dici a me?".

"E' questo il punto…a lei non l'ho detto chi sono…e non ho mai pensato di doverlo fare…con te sì…".

"Non capisco…".

"Devo dirti chi sono…e non lo faccio per lavarmi la coscienza ma per metterti in guardia…".

Sorprendente corteggiamento col fine non di conquistare ma di allontanare…

"Continuo a non capire dove vorresti arrivare!".

Uno strattone…

Joria s'era liberata e aveva tentato d'alzarsi dalla poltroncina e quello no, s'era messo in ginocchio, davanti, ostruendo il gesto.

"Mi piaci Joria…è questo il punto…".

Silenzio…

Joria davvero l'aveva guardato, un misto di sopresa e di compatimento aveva velato lo sguardo nocciola appena rinfrancato dal freddo e subito messo alla prova da una nuova rivelazione. Inaspettata certo ma terribilmente sospetta.

"Sei…siete…siete…" – aveva balbettato incapace d'articolare una becera parola di rifiuto.

"Un idiota sì, me lo dico da solo!".

"Ecco! Ci mancherebbe che vi credessi e quando anche vi credessi ci vorrebbe poco per me a pensar d'essere un ripiego! Quell'altra non vi ha degnato d'un respiro…ora dunque che siete voi a decidere di rinunciare…venite a dirmi che sarei io a piacervi?!".

L'unica difesa era stata ergere il muro del voi tra sé e l'altro

"Ecco…un momento…ci diamo del tu!" – aveva subito precisato Hornett affatto impensierito – "Ti prego…non allontanarti! Perché ti ho confessato tutto questo adesso? A costo sì, d'apparire sospetto!? Perché così ci risparmieremo entrambi un lungo ed inutile corteggiamento, che anche fra una settimana o un mese o un anno io non cambierò idea e che mi piaci te l'avrei detto comunque. Allora ho pensato che dirtelo subito, come sono fatto, ci avrebbe dato la possibilità di accapigliarci sulla questione che mi hai appena rinfacciato e poi io avrei avuto l'immediata possibilità di dimostrarti che non sei un ripiego…ma siccome ho fretta…e ho paura di perderti…ho solo pensato d'accelerare un pochino le cose…".

"Siete…".

"No Joria…ti prego…sono un idiota! E so che se fossi al tuo posto reagirei alla stessa maniera! Ma non era mai accaduto di confessare ad una donna chi sono davvero mettendomi a rischio di perderla!".

"E così invece intenderesti inteso conquistarla?!" – aveva sentenziato lei cinica – "E poi…di grazia…c'eravamo accordati per avvicinarci ad altri…chi ti dice che io possa in una qualunque maniera essere interessata a te?! Il tuo ego è così smisurato da pensare di dir quattro parole, così, su due piedi, e dunque conquistarmi…davvero un bell'egoista! Il mio pensiero e ciò che avrei voluto…non t'interessano per nulla!".

Affondo lucido e spietato.

La contessa non aveva fatto giri di parole…

"Non ho inteso fare nulla! Te lo ripeto! Sei una donna affascinante…ti sei rivelata capace di amare, combattere…so di non esserti nemmeno un poco simpatico…ma questo volevo dirti e questo ho detto! Sono un egoista e un insensibile…un figlio di puttana come si usa dire nei porti. Questa non era la serata adatta…".

"Non c'è una serata adatta! Ti sei descritto da solo!".

S'era ritornati al tu. Sir Joseph Hornett aveva tirato un respiro di solioevo. Era già un'immensa conquista.

Essersi rivelato e aver mantenuto il confidenziale tu era più di quanto si sarebbe mai potuto attendere e ora poteva dirsi soddisfatto. Più di così, la corda si sarebbe rotta.

S'era alzato a quel punto Sir Joseph Hornett…

"Bene!".

La gelosia s'era dunque fatta strada, innata. Una donna che sente lusingare un'avversaria da parte di un uomo, che pure non le interessa, si ritrova gelosa, punto e basta!

"Vattene!".

"Perdonami! Sono desolato…ho sbagliato ancora. Non volevo fare confronti, parlare di lei e poi non farlo per dare ad intendere d'un confronto che non c'è e non potrà mai esserci! Volevo parlare di te…non di lei…".

"Così non è stato! Vattene!".

"Si…di lei…aggiungo solo…e questo per sollevarti dal pensiero d'immaginarti tu incapace di conquistare un uomo, quell'uomo, che ciò che li unisce – quei due intendo – è un legame sorprendente…più il filo sembra labile ed all'apparenza sul punto di spezzarsi e più in un istante esso si ritrova rinsaldato e forte come fosse stato forgiato nella fucina d'un fabbro divino. E come vedi per quanto io abbia confessato che mi piaccono le donne… non sono poi così ferrato nel saperle conquistare. Non mi sono mai dovuto sforzare molto e così adesso…nemmeno io so come comportarmi con te. Mi è solo venuto in mente di dirti la verità. Chi sono veramente…".

Poi, era rimasta a bocca aperta Donna Artemisia de La Tour mentre era riuscita a mala pena a rispondere a Sir Joseph Hornett che le chiedeva il permesso d'accompagnare lei e la sorella a Roma, che no, non il permesso mai e poi mai gliel'avrebbe accordato e che mai e poi mai l'altro avrebbe dovuto azzardarsi a metter piede nella sua casa e a farsi rivedere.

Il suadente corteggiamento s'era rivelato un'aspra lezione per l'ego della contessa.

Mai, mai, mai in tutta la sua vita Donna Artemisia de La Tour era stata trattata a quel modo!

A conti fatti l'inglese l'aveva usata per avvicinarsi ad un'altra donna, facendo credere a lei d'esser dalla sua parte e che anche lei avrebbe avuto il suo tornaconto nel momento in cui l'uomo si fosse allontanato da quell'altra.

Non era accaduto…

Chissà se davvero Sir Joseph Hornett aveva cospirato per quel risultato oppure s'era fatto beffe di lei, Donna Artemisia de La Tour, fin dall'inizio!?

E poi, una volta che il piano era sfumato, era venuto a dirle in faccia che a lui piacevano le donne e che ci teneva a dirglielo perché anche lei gli piaceva…

Mai avrebbe voluto rivederlo.

Joria aveva visto l'altro alzarsi, concedere un inchino leggero, nemmeno s'era avvicinato a baciare la mano, segno che aveva intuito d'aver suscitato nella donna una qualche repulsione, che lei non era stata in fondo in fondo al centro del discorso.

Se n'era andato Sir Joseph Hornett e la contessa era rimasta lì, sola, ad osservare le lancette dell'orologio, in attesa che la sorella minore venisse debitamente riaccompagnata a casa.

Sola, insipiegabilmente vuota, svuotata e privata del suo incoffessabile sogno.

Eppure…

Misto all'affermazione categorica che non avrebbe più voluto rivedere il muso dell'altro, s'era affacciato subdolo il desiderio incombente di non voler più rifuggire nulla, nemmeno il muso dell'altro.

Non l'aveva raccontata questa vicenda ad Ambrose quando quella era rientrata, ch'erano quasi le due del mattino, accompagnata dalle amiche. La giovane era stanca morta e l'aveva abbracciata e l'aveva ringraziata, i fuochi d'artificio erano stati bellissimi ed era stato un peccato che sua sorella non avesse potuto ammirarli perché s'era sentita poco bene.

E Ambrose aveva ammesso che Sir Hornett stato era davvero un gentiluomo che sapeva bene come trattare le dame.

Oh, sì, aveva ammesso tra sé e sé Joria, le donne avrebbe saputo trattarle proprio bene!

Eppure, Sir Joseph Hornett se l'era ritrovato lì, nella sala adibita per la cena, nella locanda prescelta per la sosta notturna.

Solo qualche tavolo più in là, un sorrisetto un poco meno beffardo sulla faccia, che forse l'inglese si sarebbe aspettato una capitolazione pressochè immediata e non invece che Donna Joria l'avesse a mala pena salutato, una misera occhiata di sufficienza e compatimento.

Non si poteva cenare in camera…

Che locanda di quart'ordine!

Il vociare infastidiva…

Joria si risolse a lanciare occhiatacce al locandiere per invitare a far abbassare i toni, il locandiere fece spallucce, provò a dare due pestoni a terra per vedere se gli avventori si sarebbero convinti a fare meno baccano. Niente da fare…

Ambrose pensò allora di movimentare ancora di più la situazione.

Nemmeno il tempo di consentire a Joria d'afferrare l'altra per la gonna: "Io vado a chiamarlo!" – che la mocciosa s'era già fiondata al tavolo dell'inglese, in barba all'assonnata cameriera e al lacchè che s'era appisolato sulla sedia.

"Ambrose!" – le sibilò dietro Joria stizzita.

"Monsieur…siiir…signore…prego…".

Sir Joseph Hornett se ne stava seduto al tavolo, l'aria più mogia del solito, la testa un poco incassata nelle spalle, il boccale di birra vuoto. L'indice disegnava strani circoletti sul tavolo, immaginari o forse nell'unto che trasudava dal legno.

"Ci piacerebbe se vi uniste a noi…almeno per il dolce e il caffè!".

Sir Joseph Hornett aveva sollevato la testa: "Ci piacerebbe?" – aveva replicato poco convinto che l'invito venisse da entrambe le sorelle.

"Sì!" – annuì Ambrose stizzita che si stava perdendo troppo tempo in chiacchiere inutili.

Si ritrovarono seduti allo stesso tavolo.

Nello stesso istante in cui l'inglese e l'energumento lasciarono il loro posto per accomodarsi accanto alle due dame, il vociare prese a scemare di boria e d'intensità, riducendosi ad uno scocciato borbottio di sufficienza.

"Pare che da queste parti si tenti d'importunare le dame persino con quest'odioso baccano!" – esordì l'inglese sollevando il bicchierino di liquore ch'era stato servito con croccanti dolcetti ricoperti di miele.

Joria dovette convenire che l'appoggio di un uomo, seppur semplicemente un figurante di bell'aspetto e modi sobri e severi come quelli d'un mezzo nobile e mezzo marinaio, aveva più potere di convincimento delle occhiatacce d'insofferenza ch'era stata costretta a lanciare durante tutta la serata ai beceri vicini di tavolo, che pareva avessero fatto a gara a chi le sbraitava più forte, tutt'intorno.

Quelli s'erano acquietati solo quando il lord s'era accomodato…

No, Joria non avrebbe ceduto. Più il tempo passava, più si rafforzava in lei la convinzione di non aver necessità di essere salvata, né di voler essere salvata.

"Che ci raccontate dell'Inghilterra siiir?" – chiese Ambrose dopo aver mandato giù un sorsetto di liquore che però era troppo forte e le aveva fatto venire un leggero singhiozzo.

Hornett tirò un respiro forte, agguantò lo sguardo del locandiere che fece avvicinare…

"Signore avete per caso una scacchiera da queste parti?".

L'altro lo guardò di sbieco ammettendo che non era usuale gli venisse chiesta una scacchiera, ma sì, ce l'aveva…

"Bene mademoiselle…sapete giocare a scacchi?" – chiese Hornett dopo aver sistemato tutti i pezzi nelle postazioni adatte.

Negò Ambrose, labbra serrate a trattenere riso e singhiozzo con somma angoscia della sorella maggiore che vedeva svanire tutti gli sforzi di rendere l'altra una specie di lady inglese.

"Osservate i pezzi…vedete…quale dite sia quello più importante?" – proseguì l'inglese serafico ma serio.

"Non lo so…e tu Joria lo sai?".

L'altra stava tentando di mantenere la consegna del silenzio perché era stata offesa dai modi bruschi e rozzi dell'anglosassone e non voleva dargliela vinta, nemmeno per sbaglio. Però era piacevole esser stuzzicati dal lato colto dei fatti della vita quando anche si fosse trattato del gioco degli scacchi.

"Direi il re!" – affondò decisa alla fine correndo agli occhi neri e brillanti dell'avversario per vedere se quello dava atto della risposta sensata.

"Un tempo…madame!".

Joria si rabbuiò. Aveva risposto correttamente sì o no?

"Un tempo era il re, poi, mi pare dal secolo millecinquecento in avanti…il pezzo più importante è diventata la regina…".

"La regina!?".

"Certo…il re sembra la pedina più importante…vinto lui la partita è vinta…ma è la regina che ha più mobilità sulla scacchiera…difende il re e può attaccare ogni altra pedina…non è vincolata da schemi…e così è il mio paese! Sapete…prima i nostri avi han pensato bene di andare nelle Americhe a prendersi nuove terre e poi, proprio in America, i migliori alleati dell'Inghilterra contro quegli stessi coloni che volevano affrancarsi dal re inglese e dalle tasse del re inglese sono stati gl'Indiani che volevano difendere i loro territori dai coloni e volevano riprendersi le terre ch'erano state sottratte. Gl'inglesi e gl'Indiani uniti contro i coloni inglesi che avevano preso a chiamarsi Americani! Siamo un popolo senza schemi…quindi è difficile parlare dell'Inghilterra senza rischiare di dire una cosa oggi che poi domani è già sbagliata!".

"Voi inglesi vi siete alleati con dei selvaggi!?" – sottolineò Joria stupita seppure aveva sentito voci sulla questione.

"Non lo so fino a che punto fossero loro i selvaggi oppure noi, noi che dall'Europa abbiamo portato via loro terre e fiumi e forsete e montagne e laghi dove vivere! Se qualcuno l'avesse fatto con la terra in cui siete nate e cresciute, voi come vi sareste comportate!? Non avreste cercato di difendere il luogo dove vivete e dove da secoli vivono le vostre famiglie?".

"Lodevole da parte tua elencare i tuoi principi sotto forma di adesione alle libertà degli uomini…anche si trattassero di selvaggi!" – chiosò velenosa Joria tanto che fu Ambrose a sussultare per la battuta poco raffinata.

Che, in sostanza voleva dire…

Non m'incanti con i bei discorsi sulla libertà e i diritti e…

"Tutti gli uomini!" – precisò Honett, tono rugginoso e severo – "Genericamente esseri umani…e con questo intendo anche le donne!".

Veleno per veleno…

L'inglese si ritenne soddisfatto d'aver suscitato la reazione della contessa, una qualsiasi, anche di stizza andava bene purchè quella non se ne fosse rimasta chiusa nella sua solitaria Torre d'Avorio.

Non c'è niente di peggio al mondo d'una donna chiusa in una torre!

"Vediamo…" – affondò l'inglese, sorrisetto compiaciuto sulla faccia – "Visto che dici che ci tengo a dar sfoggio d'erudizione…che ne pensi di Sofonisba d'Anguissola?".

Joria sussultò. Di nuovo…

"Michelangelo in persona le chiese di disegnare un bimbo che piange. Direi decisamente più difficile d'uno che ride! E lei viaggiò fino in Spagna per dimostrare di poter competere con pittori molto più famosi di lei! Però era una donna…dunque non le poteva spettare l'appellativo di pittrice ma solo di dama di corte…".

La voce dell'inglese, il nome pronunciato, erano penetrati nella coscienza…

"E Plautilla Nelli e Propertia de Rossi!?" – l'elenco era proseguito. Nomi oscuri per i più, ma notissimi a Joria che pure non avrebbe mai immaginato che altri, e nello specifico un mezzo lord e mezzo marinaio inglese, li avessero conosciuti.

"Come fai…" – balbettò l'altra prendendo a ragionare e a chiedersi se la sequenza fosse stata semplicemente casuale. Pensò che davvero fosse stato un caso, in fondo conoscere alcuni nomi di note artiste del passato poteva essere abbastanza facile, tutto stava nel comprendere se quello avesse cercato un nome per far colpo oppure…

"Ciò che le accumunava era la negazione…non potevano esprimere liberamente la loro arte…" – proseguì Hornett – "Suor Plautilla…chiusa in convento…la sua Ultima Cena tutta con volti femminili perché lei non poteva avere a disposizione modelli maschili…e l'altra costretta ad intagliare gusci di noce o noccioli di pesca perché si riteneva che le sue mani non fossero abbastanza forti per stringere scalpello e mazzetta!".

Mandò giù Joria. Era tutto vero…

Non la verità dei testi a disposizione dei più ma particolari angusti, segreti.

"E Artemisia Gentileschi?" – rincarò Hornett intrecciando le dita su cui appoggiò il mento godendosi lo sguardo sempre più stupito della donna - "Di cui peraltro molto degnamente rechi lo stesso nome!?".

Colpita…

"Una giovane abusata che giorno dopo giorno diventa artefice del proprio destino. Giuditta cha ha appena decapitato Oloferne…la testa in un cesto…una donna che subisce la violenza d'un uomo e che riversa la sua rabbia impersonando colei che l'uomo decapita! Una donna che grida la sua rabbia e la sua libertà…donne che hanno l'anima d'un uomo…è stata in Inghilterra sapete?".

Tremava l'altra…

"Non temere Joria…non sono uno stregone!" – rise Hornett suscitando la risata di Ambrose – "E' proprio da Artemisia che sono risalito alle altre…e quando ti ho spiegato che a me piacciono tutte le donne…".

Gelo…

"Era questo che intendevo!".

Sir Hornett si ritrovò fulminato.

Non arretrò d'un pollice.

"E Clara Peeters…forse lei non la conosci…ma senz'altro avrai sentito parlare di Elisabeth Vigéè Le Brun…la pittrice di Sua Maesta Maria Antonietta. L'ho conosciuta a Napoli…pare sia stata costretta a lasciare la Francia!".

"Non ti capisco!" – replica stizzita che il discorso sulla piacevolezza delle donne in genere proprio all'altra non andava giù. E che quello avesse conoscenze così profonde sulle donne, no, nemmeno quello esaltava.

"Siete esemplari!" – rincarò Hornett alludendo ovviamente alle donne in genere – "Tante di voi non accettano la condizione in cui padri, mariti e fratelli le mettono fin dalla nascita…e nemmeno il loro rango. Le nostre riverite civiltà, che noi predichiamo tanto evolute a confronto di quelle che tu hai appena definito selvagge, hanno imposto da secoli alle donne veli, cinture, focolari, vestiti che dovevano coprirle da capo a piedi! E chi osava mescolare due erbe assieme…veniva bruciata come strega! Da quello che ho potuto apprendere le donne indiane hanno cura del focolare domestico ma sono tenute in massima considerazione dagli uomini e più diventan vecchie e più rappresentano simboli di saggezza e di forza per tutta la loro gente…".

"Quindi…".

L'altra mantenne lo sguardo sull'inglese, fiammeggiante.

"Quindi, se non fosse per noi uomini, tante di voi avrebbero avuto la fama che meritavano compiendo imprese esemplari, dedicandosi all'arte…ma no…se la regola dice che una mazzetta è troppo pesante per il polso d'una donna allora le si dice che scolpire il marmo è peccato e quella pur di farlo si tiene in bocca i noccioli di pesca e poi li intarsia di nascosto con un ago da ricamo!".

Silenzio…

"Nel mio paese una donna può diventare regina e governare da sola…in Francia no e nemmeno in Italia! In questo resto fedele all'insegnamento del mio paese…lascerei governare la mia vita dalla mia regina!".

Rise Sir Joseph Hornett mentre le altre due rimasero in silenzio.

Ambrose estasiata ed ammirata. Artemisia colpita dalla chiosa sugli scontri d'ideali e di civiltà.

"Perdonate mesdames…non volevo essere offensivo nei confronti dell'Italia…".

"No…" – concluse Joria – "Ammetto che hai ragione…".

"Però devo anche dire, ad onor del vero, che nel passato il suolo italiano è stato la culla di civiltà oltremodo progredite…".

Pareva un fiume in piena Sir Joseph Hornett e persino disposto a maltrattare il proprio di paese pur di venire incontro alle dame, ormai incuriosite, lì ad ascoltarlo.

"Certo! Mentre nella nostra terra straniera, pastori e guerrieri correvano dietro a montoni e capre…chi in gonnella e chi no…".

Ambrose stava lì, bocca dischiusa, rapita dalle storie dell'inglese che nulla non avevano di fantasioso o bizzarro ma poggiavano solidamente sulla realtà del passato.

"Qui da voi già s'ammazzava un tiranno!".

"Cosa…" – Joria sgranò lo sguardo, dovette sforzarsi di pensare un istante…

Silenzio…

Vociare sommesso…

Stoviglie scostate…

"Giulio Cesare!" – saltò su Ambrose battendo una mano sul tavolo come se fosse riuscita a dare la risposta esatta ad un esame di storia o a un gioco tra studenti.

"Bravissima mademoiselle! Colta e degna rappresentante del vostro paese!".

"Ma certo…" – prese a ruminare la mocciosa – "Il tiranno!".

"Sì…certo per molti era un grande condottiero…per altri era un uomo che a poco a poco aveva deciso d'accentrare su di sé tutto il potere…".

"E questo è male?" – chiese Joria presa dal ragionamento.

"A mio parere sì, a prescindere se il tiranno è sano di mente o no!" – sentenziò severamente Sir Joseph Hornett, imponendo al tempo stesso una volta per tutte il proprio pensiero.

Ambrose s'alzò di colpo, invasata, gli occhi sgranati contro l'inglese, la sedia cadde a terra…

"Nerone!" – gridò con tutto il fiato che aveva in gola puntando l'indice contro l'inglese.

"Ben detto mademoiselle!" – rincarò Hornett, battendo il pugno sul tavolo.

Tutt'e due presero a ridere come due matti e Joria lì, per un istante presa in contropiede, a cercar di capire come si fosse finiti a parlare di Nerone, passando da Sofonisba d'Anguissola e da una scacchiera…

Quella sorta di volo temporale affatto sconclusionato ma scandagliato attraverso i fatti della storia, quelli conosciuti ed importanti, quelli che lei stessa aveva studiato da giovane, assieme ai risvolti della vita quotidiana dei popoli che quei fatti li avevano vissuti sulla pelle, avevano finito per rivelare il lato colto del mezzo lord e mezzo marinaio.

Le risa furono contagiose.

Anche l'algida contessa si ritrovò a ridere, immaginando pastori in gonnella che correvan dietro a pecore di contro al tiranno che aveva raso al suolo mezza Roma.

Il moccolo di candela contro la saetta che squarcia il cielo!

§§§

"L'è bellino pure lui!".

"Ambrose! Rose…tesoro…smettila!".

Joria si sedette vinta dall'energica intromissione della sorella che in camicia da notte non ne voleva sapere di addormentarsi e camminava su e giù per la stanza, lisciando i boccoli dell'acconciatura e svolazzando come una farfallina su'un prato di margherite.

"E' tardi! Domani vorresti presentarti al tuo sposo con occhi cerchiati e stanchi? E che penserà? Che la sua sposa s'è ritirata tardissimo per parlare…".

"Di uomini in gonnella e tiranni!" – ridacchiò l'altra che pareva un'anguilla appena catturata, pronta a schizzar di nuovo fuori dal letto, per vedere se fosse riuscita a guadagnare qualche altro istante di liberà.

"Basta! Ora dormi!".

"T'ho detto ch'è bello pure Joseph! Siiir Joseph!".

"Rose! Per te sono tutti belli, ma questo non basta per accostarsi ad un uomo…".

"Anche lui era bello…".

"Non voglio parlarne!".

Joria prese a ripiegare i vestiti impolverati del viaggio e a parlare tra sé e sé per non dar corda alla sorella.

"Questi li devo far pulire…domani indosserai il vestito crema…non…".

Ambrose s'era messa in ginocchio sul letto, aveva preso la testa dell'altra tra le mani, aveva chiesto degli occhi: "Che l'è accaduto? Joria…sei così triste!" – diretta, sfacciata…

"Sono sempre stata triste, tesoro…".

"Non così! Prima non ti mancava nulla ed eri meno triste…".

"Sei intelligente anche se sei ancora una bambina! Vedi…forse perché non mi mancava nulla!".

"E adesso? Adesso che hai preso a desiderare qualcosa…l'è che sei più triste di prima?! E che significa? Che se non hai desideri allora sei felice e se invece vuoi qualcosa allora si diventa triste?!".

"Significa che non è possibile avere tutto nella vita…".

"Tutto? Lui era tutto?".

Joria si ritenne sconfitta, il nodo alla gola si strinse, stille d'amaro e salato implosero nella pancia, lacrime s'affacciarono…

Annuì…

"Gli vuoi bene?" – domandò Ambrose, schietta, diretta.

"Gli voglio bene ma non potrò stargli accanto…non è possibile…".

Nemmeno la necessità di chiedere perché, Ambrose filò dritto al punto: "Beh…c'è Sir Joseph Hornett…".

"Ambrose! Ma lo vuoi capire che non si può passare da un uomo all'altro così come se niente fosse! Se ami una persona…".

S'era tradita…

Si bloccò che la sorella aveva sgranato gli occhi.

"Tu l'ami?".

Annuì di nuovo Joria.

"Ma non puoi averlo…" – concluse Ambrose un poco delusa.

Fece spallucce Joria: "E' tardi Rose…devi davvero dormire…".

"L'è proprio un peccato…però…se lui non può…Sir Hornett potrebbe…allora non ci vorrebbe niente a pensare che anche di lui potresti innamorarti…".

A Joria venne quasi da ridere, la mocciosa viveva secondo schemi sentimentali ancora molto acerbi e semplici. Se non si poteva imboccare una strada tanto valeva cambiarla la strada e…

Non replicò nulla Joria limitandosi a tirar su la coperta sul naso dell'altra.

"Dopo vieni?" – chiese Ambrose sbadigliando – "Ho freddo…".

"Dammi qualche istante…dispongo per l'abbigliamento di domani e poi verrò a dormire anch'io!".

"Il vestito crema non lo voglio…già son bianca come il latte! Gli parrò una pernice d'inverno al mio Sandrino!" – mormorò la mocciosa – "Che ne pensi del vestito celeste? Quello sì che piacerebbe a Sandro…".

"Quello celeste? E' nell'altro baule…mi toccherà scendere giù dove sono stati portati i bagagli…Rose…vuoi proprio quello?".

Annuì Ambrose, uno sbadiglio…

"Voglio quello…".

Non era il caso d'indisporre la sposa la notte prima dell'incontro con il futuro sposo.

Joria si rassegnò a sbrigarsela da sola che i domestici s'erano già chiusi nelle stanzette a loro destinate. Le sarebbe bastato cavar fuori l'abito, il mattino dopo avrebbe disposto di recuperare un ferro caldo per stirare le pieghe.

Accostò la porta alle spalle. La stanza era piccola, colma di masserizie, i bauli in un angolo, l'uno colmo di biancheria, l'altro dei vestiti prescelti per il viaggio. Appoggiò il moccolo e prese a rimestare per cavar fuori il dannato vestitino azzurro, ch'era in fondo…

Chissà perché Ambrose s'era intestardita a volere quello.

La domanda non ebbe pregio d'ottenere risposta.

O meglio…

Chissà se la ragione fosse quella lì, proprio lì, alle spalle, mentre Joria si voltava e osservava il viso disteso, il sorriso un poco mesto di Sir Joseph Hornett, ch'era entrato e s'era chiuso la porta alle spalle.

"Sir…" – balbettò Joria sorpresa.

"Joseph!" – puntualizzò lui facendo un passo, seppur mantenendosi a debita distanza.

"Si…Joseph…che fai ancora…".

Un lampo attraversò la mente della contessa. Il vestito celeste non era stato scelto a caso dalla capricciosa sorella. Forse quel vestito doveva far da tramite all'incontro che pareva un agguato in piena regola, seppur sorprendentemente portato a compimento attraverso modi suadenti e cortesi.

"Volevo darti la buonanotte e congedarmi da te…come si deve…senza troppa gente attorno…" – rispose l'altro, gli occhi addosso a Joria, impertinenti, tentati di fissarla, ma no…

Abbassò gli occhi Hornett nel dubbio che l'altra avesse compreso.

Subito infatti Joria contestò il sotterfugio: "Non le avrai chiesto tu a mia sorella d'architettare tutto questo?! – contestò irritata.

La rabbia prendeva a salire…

"In un certo senso…" – annuì un poco mesto l'inglese.

La stoffa del vestito strapazzata e l'occhiata severa resero evidente il disappunto.

"Non sia mai! Avevo intuito l'intento di far colpo con tutta quella faccenda delle pittrici e degli uomini in gonnellino! Ma servirsi d'una ragazzina di quindici anni!?".

"Tua sorella avrà anche quindici anni ma è molto più perspicace di te!".

"Tu credi che io non lo sia?! Credi che non abbia capito il tuo gioco!? Dirmi che ti piacciono le donne…".

"Non sto giocando Joria…".

"Allora dirmelo per mettermi in guardia perché anch'io sarei entrata nelle tue grazie…".

Hornett fece un passo, l'altra indietreggiò. Era tornata nella torre d'avorio.

"Volevo solo salutarti…".

"Potevi farlo a cena!" – stizzita.

"Torno a Livourne…" – le parole uscirono piano. Sir Hornett aveva necessità di comprendere se l'altra ne avrebbe compreso appieno il significato. Ancora no, vista la stizza sostenuta del tono verbale.

"Domani…da quel che mi ha detto Ambrose…verrete accolte al confine dalla famiglia del suo fidanzato…" – proseguì per spiegare il proprio gesto.

"Si…".

"Dunque sarebbe inopportuno per me far parte del vostro seguito…".

Lo sguardo si sgranò e poi a poco a poco prese ad ammorbidirsi. Nessuna replica, le parole dell'inglese fluivano colme del reale significato.

"Per di più…sai…la mia gente ha avuto la brillante idea di farsi una chiesa tutta propria…e questo non è mai andato giù a Sua Santità…noi inglesi…non siamo proprio ben accetti nello Stato del Papa di Roma…".

"Che intendi…".

"Intendo augurarti buona fortuna Joria! Ti ho detto chi sono…ti ho spiegato che amo le donne…tutte…dalla regina d'una scacchiera all'intagliatrice d'un nocciolo di pesca. Amo l'intraprendenza, la stizza, la compassione, l'amorevole dedizione che mettono le donne quando un sogno balza loro in testa e anche se in segreto e disprezzate e messe all'indice, loro lo portano avanti e combattono per quello! Tutto ciò che ho visto in te Joria…anche se non intagli noccioli di pesca e non sei propriamente una donna che cura il focolare d'una casa. Avrei voluto esser io l'uomo che ha inciso una ferita così profonda nel tuo cuore…così poi avrei avuto la possibilità di farmi perdonare…".

Joria fu costretta ad indietreggiare, le parole colavano davvero adesso, come cera fusa.

Erano belle ma facevano male perché presupponevano la conclusione d'una storia che non aveva neppure avuto il tempo di nascere. Mettevano tristezza…

"Te ne vai…ma ci rivedremo…" – uno spiraglio.

Negò Sir Joseph Hornett.

"Perché no? Quando tornerò…" – s'intestardì Joria.

"Sarei onorato d'esserti amico ma non è questo che desidero e non potrei mentire a lungo né a me stesso né a te. Non sono uno che s'accontenta. Sono uno che prova ad imboccare una strada ma se non riesce a vedere nulla in essa allora la strada la cambia…".

Cambiare strada…

"A quanto pare l'hai cambiata la tua strada in nemmeno dieci giorni!".

La castellana chiusa nella torre d'avorio non s'arrendeva e rovesciava giù pece e olio bollente!

Hornett sorrise, dovette ammettere che chiunque avrebbe pensato lo stesso.

Alla fine non era riuscito a fare nessuna corte spietata a Madame Oscar François de Jarjayes perché lei era una donna che non meritava una corte spietata. Era una donna che se si fosse scoperta innamorata non avrebbe esitato a combattere per il proprio amore fino alla morte. Non aveva senso corteggiare una donna del genere. Lei aveva già fatto la sua scelta.

E da molto tempo…

Il proprio intervento ad altro non era servito che a rendere consapevole Madame Oscar François de Jarjayes della propria scelta.

Poi la stessa sorte era toccata a Donna Artemisia de La Tour.

Ora, che fossero state proprio le strade dei due pretendenti ad essersi incrociate…

"Alle volte ciò che noi pensiamo sia bene non è detto che il destino lo ammetta come tale e lo consenta. E' ammirevole lottare con tutte le proprie forze per un sogno ma lo è altrettanto avere l'intelligenza necessaria per comprendere che forse quello non è il sogno giusto…".

Joria indietreggiò. Joseph fece un passo verso di lei.

"Non osare!" – sibilò lei ch'evidentemente non era convinta.

"Non oserei mai! Il consenso di una donna innanzi tutto! E lei dev'essere la prima ad esserne certa! Se poi vorrà…".

"Non m'incanti Joseph! Prima rendi la tua presenza indispensabile e poi fuggi!?".

Lo sguardo scuro dell'altro s'illuminò, doveva farsi bastare le parole e cavare da quelle l'evoluzione d'un sentimento o la sua morte.

"Prima e dopo…" – sussurrò, un filo di voce a raccogliere un senso buono – "E…nel mezzo? E' forse accaduto altro in quella specie di terra di mezzo che non è un luogo e non è un'idea ma dove pure il cuore finisce per rifugiarsi suo malgrado e spesso senza nemmeno esserne consapevole?!".

Glielo chiese Sir Joseph Hornett ad Artemisia de La Tour mentre l'altra si stupiva d'essersi spinta così oltre.

"Non mi piacciono gli uomini che giocano con le parole di una donna!" – lo rimproverò severa.

"Nemmeno a me…ma le donne alle volte sanno essere talmente enigmatiche e io…io proprio non ci arrivo a comprenderle…le amo ma ammetto d'esser tardo in questo caso…soprattutto quando sono così coinvolto!".

Un altro passo, le braccia abbracciarono il corpo dell'altra che subito pensò a difendersi tentando di staccarsi.

Le mani si conficcarono negli avambracci…

Un altro passo ma nessuna parola, solo il respiro che s'era innalzato…

La stretta s'allentò, Joseph corse al ricciolo ribelle, sempre quello, che scostò con rispetto.

Il viso al viso…

Silenzio…

"Visto che le parole alle volte non servono?!" – sussurrò afferrando la testa, stringendola piano, tirandola a sé piano, avvicinando la bocca, accarezzando le labbra ostinatamente sigillate, mentre ascoltava l'ondeggiare del corpo che tentava di liberarsi e poi no, s'acquietava all'unisono con la bocca che s'apriva piano ed il respiro sussultava.

Si concesse il soffio d'un battito d'ali, la scintilla che attacca il legno arido e secco, il bagliore dell'ultimo sole morente.

Si concesse di stare lì e poi…

Si staccò l'inglese nello stesso istante in cui l'altra ricambiò il tocco.

Si fermò e rimase lì, vicinissimo, ad osservare gli occhi sgranati divenire fessure infuocate e livide e poi…

Si slacciò l'abbraccio.

Incredibile…

L'altra si ritrovò libera e fu in quell'istante che lo spazio ridivenne troppo grande e l'aria troppo fredda ed il tempo troppo impietoso da trascorrere soli.

Fu lei a fissarlo, fu lei a cacciare le mani dietro la nuca a tener ferma la testa, a premere perch'essa si piegasse un poco su di sé, che l'inglese era dannatamente alto e lei no era più piccola e anche se s'alzava sulle punte non ci arrivava a lambire la bocca.

Il consenso temuto, lei s'arrendeva e gli chiedeva di salvarla e così lui…

Anche lui chiedeva d'essere salvato da sé stesso, da ciò che era, dal mare divenuto troppo grande, dalle cabine che sapevano di sale divenute troppo piccole, dal vento salmastro divenuto troppo forte o troppo calmo.

Rimase lì il bacio, accarezzato, posseduto, lambito, furtivo, continuo, liscio…

Parlarono le bocche senza parole, in silenzio, ciascuno a combattere per guadagnare ancora un istante.

No, fu Sir Joseph Hornett a staccarsi, di nuovo, sorprendendo persino sé stesso, incredulo d'averlo fatto. Rimase lì a fissare Joria, incapace d'aprir bocca, incerto, che avrebbe voluto andare oltre, ma poi no, non l'avrebbe fatto, e non riusciva a comprenderlo.

Annuì...

"Perdonami…" – disse piano mentre scostava le braccia dell'altra dal collo e chiudeva le mani nelle mani e le riuniva avanti a sé e poi le abbandonava.

"Che…perché?" – chiese Joria incerta.

"Ero venuto a salutarti…".

"Perché?! Allora davvero sei un vigliacco!".

"Sì, lo sono davvero! Ho paura di non farmi bastare ciò che saresti disposta a concedermi…ho paura non sarebbe abbastanza per me. Hai amato un uomo…non lo dimentico e non voglio sminuire il tuo dolore…".

"Cosa vorresti allora?".

"Non questo! Non un fugace bacio d'addio perché pensi d'aver sofferto…perché pensi d'aver fallito e d'essere stata rifiutata e di non poter vivere da sola! Allora sarei io a diventare un ripiego!".

"Io non ti conosco…impareremo…".

"No! Non è così che funziona Joria! E' possibile certo che io col tempo imparerò a conoscere qual è il tuo fiore preferito e il tuo colore e cosa ti piaccia dipingere o mangiare o quale stagione dell'anno tu preferisca…ma non è questo che sei tu…e non è questo che voglio…e…permettimi…nemmeno tu vorresti solo questo!".

"E chi sarei allora io? E che cosa vorrei…".

"Tutto! Tu sei tutto!".

Tutto…

Rimbombava nella testa l'appellativo.

Una quantità senza peso, senza forma, senza spazio…

Una qualità senza colore, gusto, suono, odore…

Ciò che è e ciò che non è…

Tutto.

Joria fu costretta a sedersi, il corpo non la reggeva più mentre gli occhi scesero al pavimento e le dita si costrinsero a raccogliere il vestito azzurro ch'era caduto. Prese a lisciare le pieghe, i polpastrelli saggiavano i rilievi di filo dorato e gl'intarsi di velluto.

Era di nuovo sola, Sir Joseph Hornett aveva mantenuto la parola e se n'era andato.

Le aveva augurato la buonanotte…

Tutto…

Per un istante tutto parve confuso e l'istante dopo tutto chiaro.

La strada imboccata non era quella giusta ma poi s'era imbattuta in un altro sentiero che lambiva un altro sentiero ancora.

Pensò allora che sarebbe stato possibile metter piede su quella strada nuova per non rischiare di cadere nella voragine che s'era aperta nel cuore.

Solo un pensiero. Fulmine lontano a rischiarare la tempesta che si sfoga e muore sul mare…

La smania non si sarebbe acquietata finchè non avesse compreso appieno perché la strada che aveva imboccato era sbagliata.

S'era stata davvero lei a sbagliarsi o qualcuno le aveva sbarrato il cammino.

Voleva sapere. Non avrebbe mosso un passo finchè non avesse saputo…

Quando sarebbe tornata, chissà quando, avrebbe fatto visita a Lady Hannency che conosceva tutto delle monarchie d'Europa e delle aristocrazie che ci gravitavano intorno.

Una famiglia in particolare le interessava.

Una persona in particolare le interessava.

Si sarebbe portata dietro quel ritrattino, quello che per qualche tempo aveva pensato fosse Ganimede e che poi aveva compreso essere in realtà Rosalinda.

Si alzò, Joria, corse fuori dalla stanzetta, le dita strette al vestito celeste, le lacrime agli occhi e la bestia nel cuore…

§§§

Parigi, febbraio 1790…

"François!".

La voce era un poco debole ma la scelta se ne uscì decisa.

"Sei sicura?" – lo sguardo dell'uomo brillò al suono del nome presecelto.

"François Chatelet!" – ripetè poi quello scandendo le sillabe.

"Figlio di Monsieur Bernard Chatelet!" – proseguì Rosalie.

"Mi piace…sì…mi piace molto!" – annuì Monsieur Bernard Chatelet mentre accarezzava la guancia della moglie.

Rosalie chiuse gli occhi, era stanca.

"Un figlio…" – disse piano Bernard– "Mi hai fatto un grande dono…amore mio…".

Un respiro fondo…

L'altrà fissò il marito invocando una lieve correzione dell'assunto, che quello comprese. "Un dono…per entrambi…".

Non era necessario spiegare la ragione del quel nome. Entrambi la conoscevano bene.

"Ti lascio riposare adesso…".

Sorrise Rosalie mentre guardava il marito appropriarsi del fagotto di coperte che racchiudeva il bambino nato da poche ore.

"Dovresti avvertire Alain…" – suggerì lei – "E' passato spesso in questi giorni per sapere se tutto procedeva per il meglio…".

"Andrò appena posso…" – rispose l'altro, il tono basso, lo sguardo rapito al faccino che sbucava dalla coltre di lana.

Era freddo…

Parigi aveva ricevuto l'ennesimo colpo.

L'estate precedente, infuocata d'ideali, baionette, forche e solenni dichiarazioni, aveva lasciato posto a spasmodiche battaglie legali tra i delegati dell'Assemblea Nazionale, un inverno freddo, raffiche di vento gelide e pungenti, insinuate tra i vicoli zozzi e miserabili.

E mulini sempre più vuoti.

Strepiti quotidiani si sollevavano davanti alle panetterie, soldati in divisa comparivano all'improvviso e, come prima, caricavano i malcapitati che oltre a ritrovarsi senza nulla in pancia concludevano la giornata in cella di costrizione per vedere se almeno lì gli si fossero raffredati gl'intenti funesti.

Era cambiato poco e nulla dalla conquista della Bastiglia.

Così Bernard non aveva potuto far altro che appigliarsi a quella nuova realtà, un figlio, che diveniva un nuovo abitante di Parigi, dopo che la città s'era ripresa i tre più importanti del regno di Francia.

La voce di Bernard si spense, l'uomo era intento ad osservare i lineamenti del bambino, i suoni giungevano da lontano immerso com'era nell'espressione serena e soddisfatta del piccolo che, sazio, dormiva beatamente.

"Avrà avuto il suo bel daffare Alain!" – Rosalie si permise un sorriso, chiuse gli occhi, ripensò all'anno precedente – "Quando me lo sono visto comparire davanti casa ad inizio settembre…non credevo ai miei occhi!".

"Abbiamo sperato…" – sussurrò Bernard quasi stesse intonando una ninna nanna al bambino – "Che fosse finito tutto per il meglio…".

"Si sono ritrovati…Alain ci ha voluto rivelare solo questo…si sono ritrovati e sono partiti…ma dove erano diretti non ha voluto dircelo. Non sapremo mai! Sai…avrei voluto tenere il suo stemma…quello che lei s'è tolta…quel giorno…ma poi…poi ho preferito restituirlo a suo padre…".

"Non sarebbe stato prudente sapere altro…" – la redarguì Bernard – "Chi li cercava avrebbe potuto prendersela con chi li ha aiutati ed esigere di sapere che cosa è accaduto…e se parliamo anche loro saranno di nuovo in pericolo! Davvero vorrei sapere se sono vivi…vorrei che lo fossero…".

"Lei…".

Rosalie avrebbe voluto correre il rischio.

"Abbiamo un figlio adesso! Dobbiamo pensare anche a lui!" – sibilò Bernard rassegnato – "Lo sai vero che sta accadendo alle famiglie nobili? Hanno perso molti dei loro diritti…le terre e i beni vengono confiscati ogni giorno per finire nelle casse della Francia…per ripagare almeno in parte i torti che il popolo ha subito in secoli e secoli di privazioni ed umiliazioni! Molti nobilei hanno lasciato il paese, altre invece continuano a farsi la guerra tra loro, a combattersi per dichiararsi paladini della monarchia e stanare chi tra loro non è abbastanza realista! E chi non lo è abbastanza rischia di finire alla forca, tanto quanto quelli che alla forca ci vorrebbero spedire proprio i sostenitori del re!".

Pregi e difetti d'un mondo sospeso, terra di nessuno che tutti avrebbero voluto conquistare.

Una terra fatta di privilegi piuttosto che di materie prime…

"Vedi?" obiettò tristemente Rosalie – "Tutto questo non ti sembra assurdo? Che benefici abbiamo ricevuto finora?! Parigi è sempre affamata e la gente muore come prima…non lo so…".

"Sembra che ti dispiaccia?!" – Bernard interrogò la moglie severo – "Sembra che tu non creda che le confische saranno utili o che l'Assemblea non sarà capace di stabilire regole giuste per una società più equa!"

"Non mi dispiace quando ad esser requisite sono le terre di nobili che hanno vissuto alle spalle della povera gente..ma sai anche tu che i Jarjayes non erano così!".

"Lei non era così! Solo lei!".

"Bernard! E' stata lei ad ospitarmi nella sua casa. Né suo padre né sua madre si sono opposti. Potevano mandarmi via ma non l'hanno fatto!".

Il tono s'era innalzato…

"Ascolta Rosalie…" – Bernard si sedette sul letto, s'appoggiò il fagotto nell'avambraccio, scostò la copertina, il neonato sbadigliò e fece un paio di bollicine sbruffando un mezzo starnuto.

Sorrise Bernard, gli pareva assurdo parlare di diritti e di nobili e di poveracci in quella situazione.

"I Jarjayes potevano anche essere diversi ma erano nobili come lo sono gli Orleans, i Polignac, i Germain…".

"Non puoi metterli tutti sullo stesso piano!".

"Non metto sullo stesso piano le persone! Io ci metto il sistema! Finchè esisterà una regola che dice che un uomo vale più di un altro o meno di un altro uomo solo perché il primo è nato in un castello o in un palazzo piuttosto che in un vicolo di Parigi, allora per me i nobili saranno tutti i uguali perché questa regola l'hanno stabilita loro e questa regola è un insulto per ogni essere che si dica umano. E i Jarjayes non fanno eccezione! Non sono gente malvagia, non si sono approfittati del loro rango ma non ci hanno nemmeno mai rinunciato! Lei si, solo lei l'ha fatto! Quindi per me era lei ad essere diversa! Lei sola ha avuto il coraggio di abbandonare i privilegi che le derivavano dal suo cognome, solo lei ha ammesso che le persone sono uguali, spingendosi in quella terra che non appartiene più al passato anche se ancora non può dirsi nuova e mondata dalle miserie d'un tempo…".

"Perché parli al passato?" – l'interruppe Rosalie, lo sguardo sgranato come se l'altro sapesse qualcosa.

L'eloquio era inesorabilmente scivolato nel dubbio sulla sorte di chi se n'era andato, di chi non aveva lasciato alcuna traccia dietro di sé, quasi non fosse mai esistito.

"Perché dici che era diversa!? Lei è diversa! Lei è viva!".

"Lo spero…".

Rosalie prese a contorcerci per mettersi seduta. Era stanca ma voleva sapere…

"Sei andato a casa sua? Hai cercato qualcuno che potesse darci qualche informazione in più!? Alain ti ha fatto sapere…".

"Calmati! Non so nulla! Sua madre ha seguito la regina come dama di compagnia…mentre suo padre…da quello che so ha mantenuto la sua carica di generale…in fondo è comprensibile…Jarjayes era e restarà sempre uno dei più ferventi sudditi di Luigi XVI…per il momento sono ancora una delle famiglie più in vista e più vicine alla monarchia! Nonostante ciò che è accaduto alla Bastiglia!".

Silenzio…

Lo sgocciolio dell'acqua lavava i pensieri…

"Ecco perché non posso espormi più di tanto con i Jarjayes! Quella famiglia appoggerà sempre i sovrani…".

"E' grazie alla famiglia reale se lei si è salvata Bernard! Tu dici che lei è diversa da tutti i nobili…ma dovresti essere riconoscente alla regina…".

L'altro serrò il respiro, no, essere riconoscente alla regina, quello non sarebbe mai accaduto.

"E' vero…i sovrani non hanno condannato il gesto del Comandante dei Soldati della Guardia! Ma se fosse stato per avere dalla loro parte quella famiglia!? La regina ha necessità d'avere più appoggi possibili. Il Generale Jarjayes infatti non si è mai allontanato…".

"Non la troveranno!" – recriminò Rosalie, la voce asciutta ma spezzata. L'affondo non c'entrava nulla però sferzava il pensiero di rinnegare il passato, l'affetto ricevuto dalla famiglia Jarjayes ed il fulgido incontro con la regina che ora era l'ombra di sé stessa.

Il marito, il Giornalista Bernard Chatelet, scostò una ciocca di capelli dal viso della moglie. Le sorrise rincuorandola.

Omise Bernard Chatelet di raccontare alla moglie che c'era ancora, dopo tanto tempo, chi chiedeva informazioni sull'ex Comandante dei Soldati della Guardia. Parole buttate là, accenni vaghi, sprezzanti o semplicemente curiosi. I

I muri avevano orecchie…

Magari si chiedeva di sapere solo per comprendere chi fosse stato ad aiutare quella donna, chi avesse simpatizzato per lei. Anche quelli sarebbero passati per realisti…

Per assurdo che fosse, tutto faceva intendere che lei fosse ancora viva, che non aveva senso cercare qualcuno che s'ammetteva fosse morto.

Da qualche tempo pareva che davvero la curiosità si fosse spenta. Il giornalista lungi dal sentirsi rinfrancato, s'era messo in testa ch'era perché davvero non fosse più necessario saper nulla di lei, perché lei…

Bernard si costrinse a tornare alla realtà che di congetture e ragionamenti già si viveva quotidianamente alle Tuileries dove Re e Assemblea Nazionale, dopo che anche questa s'era risolta a trasferirsi a Parigi, si dividevano degnamente gli spazi e le redini del potere.

"Alain mi ha detto che i turni di guardia sono abbastanza pesanti…i soldati devono tenere a bada tutta la gente che vorrebbe entrare a tutti i costi alle Tuileries...già ci sono le tricoteurs che fanno la fila tutti i giorni per assistere alle sedute…" – sorrise piano Bernard, il dito tornò a scorrere alla guancia paffuta del neonato.

Il quadretto sereno cozzava con la durezza dei discorsi - "Adesso che il re vive a Parigi pare che tutti si mettano in fila per vederlo…e rendergli omaggio! La popolarità di Luigi XVI non mai stata così alta!".

Il tono di voce s'abbassò, il piccolo aveva sbadigliato…

Non voleva che si svegliasse.

"Già…e il re quando può… parla con tutti…" – proseguì Rosalie malinconica – "L'altro giorno m'ero permessa di portare dei fiori a Sua Maestà la Regina che però era indisposta. Forse aveva preso freddo…così mi avevano detto…quel palazzo sta cadendo a pezzi…è pieno di spifferi…".

Bernard sgranò gli occhi fissando Rosalie con aria di rimprovero.

L'altra non gliel'aveva raccontata quella storia, forse perché lui non aveva mai nascosto la propria avversione verso i sovrani, in special modo proprio la regina che tutti, lui compreso, additavano come la rovina della Francia.

Che fosse una donna di buon cuore non aveva dubbio ma era stato proprio quel buon cuore ad aver messo in ginocchio un intero paese, la generosità mal riposta nelle avide mani d'arrivisti che avevano finito per erodere le già esigue risorse della Francia fin nelle radici.

"Sei stata alle Tuileries?" – contestò – "Nel tuo stato?".

"Speravo di vedere Alain…m'avevano detto che non c'era…gli avevano concesso un giorno di licenza…".

"Anche lui avrà parecchio da fare…aveva perso la madre e la sorella e in un istante si è ritrovato con una nuova famiglia!".

"E per fortuna ch'è andata così!" – a Rosalie brillavano gli occhi – "Una giovane assolutamente fuori dal comune! Molto forte, combattiva…s'è subito data da fare per cercarsi un lavoro…e così anche il fratello…che tipo! Capelli rossi e occhi azzurri come il cielo. Sono così gl'irlandesi!".

"E perché non sei tornata indietro?" – chiese Bernard – "Lo sai che attorno al palazzo gira gente d'ogni genere…poteva essere pericoloso…e poi ci sono buche…e ghiaccio…".

Buche e ghiaccio c'entravano relativamente…

"Smettila Bernard! Avevo trovato delle bellissime rose al mercato…erano già aperte…le avrebbero buttate e così ho immaginato che avrebbero fatto piacere a Sua Maestà! Alla regina sono sempre piaciute le rose…".

"Rosalie! Stai parlando come se fosse tutto come un tempo! La regina non vive più a Versailles!".

"E' una donna gentile…è spaventata…io…".

Lo sguardo del giornalista si rabbuiò. La moglie era troppo sensibile.

Per quanto la popolarità di Luigi XVI avesse subito un'impennata da quando quello era stato portato di peso a Parigi, quella della regina era definitivamente crollata.

Si andava verso tempi oscuri. Non era bene mostrar simpatia per una donna che aveva dilapidato un'enorme fortuna in banchetti, vestiti, gioielli.

Persino portare fiori alla sovrana avrebbe potuto rappresentare una sorta di consenso alla persona di Maria Antonietta. Non sarebbe stato possibile spiegare la cosa solo con la sensibilità d'una popolana verso una regina.

"Non cambierai mai!" – la redarguì.

"Lo so…" – si giustificò Rosalie risentita – "Tu non vedi le persone ma…come hai detto…il sistema! Io invece vedo le persone…vedo una famiglia…".

"Hanno affamato un intero popolo! Non ci pensi a tutte quelle persone! Tu sei stata una di loro!".

"E sia! Ho visto un uomo ch'è sempre stato di animo onesto e schivo…credo che nemmeno si sia reso conto di ciò che gli accadeva intorno!".

"E questo lo chiami essere un buon re!? Regnare in modo sbagliato o permettere ad altri di governare in modo sbagliato per me è lo stesso!".

La mascella serrata, Rosalie scostò lo sguardo. Bernard comprese d'aver esagerato ma il pericolo era davvero incombente e voleva che la moglie se ne rendesse conto. No, l'altra pareva ancora lontana dall'immaginarsi il tetro futuro.

"Ho lasciato i fiori ad una dama di compagnia…una delle poche che sono ancora lì…Madame Jarjayes non l'ho vista però…".

Le parole si persero inghiottite dalla visione terrea.

Un respiro fondo fu l'unico rimprovero che Bernard si permise di riservare alla moglie.

Rosalie era una giovane di buon cuore, non era possibile impedire alla pietà di stare rinchiusa entro un recinto, altrimenti non si sarebbe chiamata pietà.

"Ovviamente…ci ho messo un po' ad uscire…camminavo piano…ero già arrivata in fondo alle scale quando mi sono sentita chiamare. Mi sono voltata…era Monsieur Le Roi…m'ha raggiunto e m'ha ringraziato da dietro la cancellata. Mi ha sorriso augurandomi ogni bene per il mio bambino…mi si è stretto il cuore…non penso che ricordasse quando tanti anni fa sono stata a Versailles… o forse…quando la sua famiglia è venuta a stare al palazzo, a Parigi, io mi sono offerta di aiutarli con i vestiti…forse di quello s'è ricordato…o forse è stato per via del figlio che ha perduto…".

Lo sguardo si perse andando alla finestra.

Fuori nevicava fitto.

Rosalie aveva sempre visto le persone e non il sistema come invece diceva di fare Bernard.

Rosalie non poteva condannare persone gentili.

Guardò Bernard…

"Stringi tra le braccia tuo figlio…che cosa faresti se un giorno gli accadesse qualcosa di terribile!?" – chiese sperando di convincerlo ad ammorbidire il giudizio.

Il respiro si perse, le lacrime rimasero impigliate nella gola.

La visione della famiglia reale, odiata e disprezzata per l'ostentata ricchezza e ridotta a poco più che ad una famigliola in ostaggio d'un popolo ignorante che voleva tutto, salvare il re ed al tempo stesso disfarsi della monarchia, stringeva il cuore.

"E tu cosa faresti se un giorno non fossi più in grado di dar da mangiare a tuo figlio e sapessi che da qualche parte nel tuo paese c'è gente che getta pane e carne e frutta e tutto ciò che non gli serve? Saresti della stessa opinione!?".

S'era in una terra di mezzo…

La ragione stava a metà…

Ad esser buonisti si rischiava di passare per monarchici e di quei tempi non era proprio il caso di manifestarsi compassionevoli verso il re e soprattutto verso la regina.

L'austriaca…

"Sai…si pensa ad un'altra forma di governo…" – riprese Bernard.

"Cosa…e…quale?".

"Una res publica!".

"Una…che…res…cosa significa?".

Bernard tornò ad osservare il figlio, l'indice accarezzò la guancia paffuta e calda.

Quello dormiva profondamente e si lasciò vezzeggiare. Pareva una bambola.

Anche per lui adesso Bernard avrebbe dovuto combattere.

"Repubblica…il governo del popolo!".

Rosalie si stupì. Per sua fortuna, i pochi anni di studio che la permanenza dai Jarjayes le aveva concesso erano rimasti impressi. Forse il significato complesso del termine non era del tutto chiaro, ma quello più immediato e limpido s'espanse nel ventre e nella testa come un'onda che s'infrange contro le rocce facendo tremare il terreno.

"E il re?" – chiese, il respiro in gola.

"Credo che per il re non ci sarà nessun ruolo…o il sovrano accetterà di sottomettersi alla Costituzione…oppure…".

"Forse…" – accennò lei – "Potrebbe essere esiliato?!".

"Non lo so…i sovrani non stanno passando un bel momento!" – concluse Bernard intuendo dove voleva andare a parare l'altra – "La regina ha perduto anche il fratello. L'Imperatore Giuseppe è morto una settimana fa in Austria…qualcuno dice che Maria Antonietta contasse sul suo appoggio per fuggire dalla Francia…se non addirittura spingere perché i sovrani stranieri si fossero alleati in una coalizione contro l'Assemblea…contro la Rivoluzione…".

"Non è certo!" – obiettò Rosalie che ostinatamente provava a difendere la figura della sovrana, che in fondo lei l'aveva conosciuta e l'aveva trovata gentile e bellissima.

E così era inimmaginabile il pensiero che quella donna si fossa macchiata degli orribili crimini di cui veniva accusata.

Ma forse il crimine più grave era semplicemente quello d'essere regina.

Forse sarebbe bastato non essere più regina…

No, era impossibile. I sovrani s'erano dimostrati sorprendentemente e pervicacemente decisi a difendere il loro status, i loro poteri, l'intangibilità della monarchia.

Rosalie fu costretta a chiudere gli occhi.

Nessuno avrebbe fatto un passo indietro…

Chi avesse perduto quella battaglia non ne sarebbe uscito solo sconfitto, non avrebbe perduto solo il suo status ed i suoi poteri.

La giovane corse agli occhi del marito, tese le braccia per riavere a sé il fagottino e stringersi a quello, aggrapparsi alla nuova vita di fronte alla visione di morte che s'affacciava, per ora solo alla mente.

Un respiro fondo…

"Sembra che il nuovo imperatore sarà un altro fratello della regina…Pietro Leopoldo…" – spiegò Bernard, più a sé stesso che all'altra, che Rosalie non aveva idea di chi fossero tali persone – "Adesso è Granduca in Toscana…".

L'altra non rispose, immersa nel viso del neonato.

"E laggiù ci finirà il nipote della regina, il figlio di Pietro Leopoldo…Ferdinando…quindi forse…non è detto che i sovrani si ritroveranno senza appoggi…".

Silenzio…

"Ma finora nessuna testa coronata ha risposto ai loro appelli pubblici o segreti…pare che nessuno voglia mettersi dalla loro parte e quindi contro la Rivoluzione…Giuseppe e Maria Antonietta non hanno mai avuto grande stima reciproca e credo che così sarà anche col nuovo imperatore…".

Rosalie non parlava più.

Bernard comprese che quelle parole non interessavano la moglie o forse, molto più semplicemente, una povera cittadina di Parigi che aveva appena partorito un figlio e che lavorava al mercato, moglie d'un giornalista conosciuto per essere uno dei collaboratori di Monsieur Robespierre, non avrebbe saputo che farsene di quelle notizie, né avrebbe potuto far nulla per cambiare le cose.

"Devi dire ad Alain di passare…forse è meglio che venga quì…" – esordì Rosalie dopo essere rimasta in silenzio ad assaggiare il respiro lieve del neonato – "Potrò dargli alcuni consigli per il suo matrimonio…".

"Sì! Forse farò così! Quel bellimbusto! Avrei detto che sarebbe rimasto scapolo per il resto della sua vita…".

"Anch'io l'avevo pensato…" – sorrise Rosalie – "Tu che sei tanto bravo…non t'eri accorto di nulla…".

Bernard si ritrovò spiazzato…

"Di che avrei dovuto accorgermi?".

L'altra rise piano: "Gli uomini! Ecco…il mio riverito marito e stimato giornalista non ha buon spirito d'osservazione per certi accidenti della vita!".

"Rosalie! Ma di che stai parlando!?".

Era sorpreso Bernard di non aver compreso…

"Credo che Alain…credo che lui si fosse innamorato di...lei…".

"Di…" – occhi sgranati, Bernard s'irrigidì, negando con la testa.

"Puoi non credermi…" – annuì Rosalie, sorrisetto complice – "Ma ti assicuro ch'è così…m'ero accorta di come la guardava…non certo come un soldato guarda il proprio comandante…".

"Vuoi dire che…".

Fu Rosalie a correre con gli occhi fuori dalla finestra.

I fiocchi larghi ed asciutti e copiosi impedivano di vedere fuori: "Alain è tornato a Parigi. Questo mi dice che l'ha lasciata andare. Non sarebbe mai accaduto se non avesse stabilito di rinunciare a lei perché lei potesse seguire il suo destino…questo mi fa sperare che lei adesso sia al sicuro…".

"Non avevo capito…".

"Certo…come vedi Bernard…non ci sono solo i sistemi come dici tu a regolare il destino delle persone…c'è il cuore…".

"La ragione e…".

"E i sentimenti!".

"Vado a cercare Alain, gli darò la bella notizia…e quando ti sarai ripresa festeggeremo…e prepareremo le sue nozze! Sarà una bella primavera!".

"Mi raccomando digli che il nome…".

"Credo che lo capirà da solo e non s'offenderà!" – sorrise Bernard infilandosi il mantello e scomparendo dall'uscio di casa.

Era freddo a Parigi quell'inverno…

Era terribilmente freddo.

§§§

"Maman…ho freddo!".

"Adesso vedremo di farci portare altra legna Loius Charles…".

Maria Antonietta si alzò stancamente dalla poltrocina piazzata davanti al fuoco che languiva nel camino. Avvolta in uno scialle ruvido e spesso, uno dei pochi che aveva recuperato dai vestiti che le era stato consentito di portare da Versailles, la regina tentò di richiamare l'attenzione di una delle dame di compagnia, le poche che avevano deciso di restare al suo fianco.

Una in particolare…

"Madame…Jarjayes…".

L'altra s'avvicinò, nemmeno la fece parlare, nemmeno le diede il tempo di chiedere.

"Ho già provveduto ad inviare una formale lettera di protesta all'incaricato dell'approvvigionamento della legna, maestà…".

La regina non fu stupita più di tanto.

Conosceva Marguerite da quando era giunta in Francia, lei Delfina promessa sposa del futuro re.

E Madame Jarjayes aveva visto appannato il proprio silenzioso ruolo solo quando la Contessa di Polignac aveva avuto la meglio su tutte le altre dame di compagnia, monopolizzando l'attenzione e le risorse di Maria Antonietta che aveva saputo sfruttare facendosi intestare castelli e terre e cavalli in cambio della compagnia alla regina a Versailles, costosa e necessariamente all'altezza degli obiettivi che l'esosa contessa s'era imposta di raggiungere.

Poi Madame Polignac s'era allontanata da Antonietta, preoccupata di non subire le conseguenze funeste d'una manifestazione di simpatia verso la sovrana.

La regina non aveva più il potere d'un tempo. La regina non serviva più…

Madame Jarjayes no, lei era rimasta lì, al fianco dell'altra, consapevole che l'altra aveva salvato la vita alla figlia, una figlia che aveva salutato tanti mesi prima e che non sapeva neppure se avrebbe mai più rivisto. Non sapeva neppure se fosse ancora viva. Il marito non aveva rivelato nulla.

Madame Jarjayes aveva sofferto in silenzio, giorno dopo giorno, incapace d'accettare le scelte del consorte, chiusa nell'impossibilità di avere voce sulla propria sorte e dunque sempre più distante dalle azioni e dai silenzi del marito.

S'erano allontanati lei ed Augustin…

Maria Antonietta annuì, grata delle premure dell'altra.

"Vogliamo ritirarci per pregare un poco?" – chiese la regina, la coroncina di pietre chiare penzolava dalle mani, unico bagliore a risaltare sull'abito rigorosamente nero, in segno di lutto per la morte del fratello Giuseppe.

Faceva freddo a Parigi quell'inverno.

Un inverno che pareva non sarebbe mai terminato.

"Preghiamo insieme madame…" – esordì Maria Antonietta – "Preghiamo per coloro che ci hanno lasciato e per quelli di cui non abbiamo più notizie…".

Marguerite Jarjayes corse agli occhi della sovrana. Nomi non se ne potevano pronunciare ma il pensiero ai cari di ciascuna famiglia, quello, nessuna assemblea, nessun pericolo, nessuna regola di prudenza avrebbero mai impedito d'afacciarsi nella mente e nel cuore delle due donne.

Annuì Marguerite Jarjayes, pensò alla figlia, quella figlia ch'era stata cresciuta in maniera diversa e che era diversa e che tale sarebbe stata anche in quel frangente.

Pregò che fosse viva e si disse grata che lei non fosse più lì, a Parigi, in quell'inverno duro e spietato che metteva ogni uomo e ogni donna di fronte a scelte assolutamente dolorose e definitive.

Se lei fosse stata lì, si sarebbe ritrovata dilaniata tra gl'ideali di giustizia che pure in tanti faticavano ad intravedere nell'ordinaria misera che stringeva il paese e la dedizione verso coloro che lei aveva servito per anni e - non aveva dubbi Madame Jarjayes - amato nonostante la pessima fama ch'esse avevano suscitato attorno a sé.

Dilaniata…

Così sarebbe vissuta Oscar François de Jarjayes in quella specie di terra di mezzo, colma dei ricordi del passato ed incerta sul futuro.

Non sapeva nemmeno s'era ancora viva…

§§§

Fuoco…

Fuoco rovente…

Una falena…

Sbatte sgraziata le pesanti ali polverose, spesse, grigie e marroni.

Sbatte contro il vetro…

Toc, toc, toc…

Si ostina a cercare il richiamo della luce della candela, non s'accorge ch'è solo il riflesso sul vetro.

Stupida…

Era così anche là sotto…

Le falene comparivano all'improvviso, prendevano a danzare attorno alle lanterne cieche tentando di raggiungerle, accecate dalla luce, inconsapevoli del calore che presto avrebbe incenerito le ali.

Lui allora si metteva lì, sguardo feroce…

Diceva ch'erano le anime dei morti che non si rassegnavano ad essere inghiottite dall'Inferno e allora ritornavano su dagl'Inferi, su, a cercare la luce, una luce qualsiasi, pur di non vagare per l'eternità nel buio.

Diceva che bisognava provvedere, lo diceva ridendo…

Sghignazzava, t'aveva sempre fatto paura.

Ti costringeva a guardare…

Toc, toc, toc…

Le dita a pinze, un guizzo e le catturava, stringendo salde le ali…

Era così che si doveva fare, la sfida era quella.

Poi pigliava un amo, c'infilzava il corpo grasso, ce lo ficcava dentro, quelle erano ancora vive, si dimenavano, si contorcevano…

Ma tanto lui diceva ch'erano già accecate, la luce l'avevano già trovata e non avevano necessità d'altro.

Bisognava rispedirle là da dov'erano venute, le dannate anime…

All'Inferno.

E diceva che a questo ci dovevano pensare i demoni…

Lui era un demone.

Toc, toc, toc…

Le ali impazzite spargevano l'ultima polvere…

Toc, toc, toc…

Le avvicinava al fuoco della candela.

Una fiamma bianca, odore acre di carne bruciata…

La falena bruciava…

Lui rideva…

No, tu ti ficcavi nell'angolo buio, giù nella sentina.

Dovevi fare piano che sennò lui se ne accorgeva e ti tirava fuori e t'obbligava a…

Un brivido, la smania di liberarsi dalle braccia che l'afferravano, orrendo ricordo impresso sulla pelle, impasto di sudore, urina, sabbia marcia, sperma…

Il sapore disgustoso nella bocca…

Un grido…

Nessuna voce…

Apri gli occhi.

Grida…

Non hai voce, nessuno può sentirti!

Sei solo, sei rimasto solo.

Oggi, Joseph e Scarlett se ne sono andati, sono tornati a casa. I loro genitori sono arrivati questo pomeriggio.

Non lo sapevi, nessuno lo sapeva. Anche maman e papà sono rimasti stupiti ma tutti parevano felici.

Joseph s'è messo a piangere e non voleva più scendere dalle braccia di sua madre.

Scarlett, anche lei era felice, ma era anche triste che un poco le dispiaceva d'andarsene.

Anche tu alla fine eri felice per loro e anche tu eri triste.

Sei rimasto solo.

I loro genitori hanno detto che dovranno abitare a Firenze, per qualche tempo.

Un giorno arriverà un nuovo Granduca e il padre di Joseph deve preparare tutto perché sia accolto con tutti gli onori.

Così hanno detto…

Chissà cosa sono questi onori?

Forse dei frutti da mangiare oppure dei vestiti adatti ad un granduca!?

Tu ci sei stato a Firenze con papà, eri arrivato da pochi giorni. Te la ricordi quella stanza piena di pietre e polveri e pestelli?

E' stato lì, a Firenze, che hai perso il tuo disegno, quello che avevi fatto per maman…

Era lei. Avevi provato a disegnarla perché un poco ti mancava.

Non l'hai più trovato.

Maman ha detto che tutti i tuoi disegni sono bellissimi.

Papà ti ha regalato una specie di cartellina che odora di cuoio, ti piace quell'odore, sa di libri e di lettere…

Ci hai messo i disegni e maman ti ha detto che un giorno sarebbero diventati i tuoi ricordi.

Anche madame, Joria, ha detto la stessa cosa. Mi ha chiesto di fare dei disegni di maman e che li avrebbe fatti vedere alle sue amiche perché sono bellissimi.

Anche madame se n'è andata, assieme ad Ambrose.

Se ne sono andati tutti…

Sei rimasto solo.

Chissà com'è fatto un granduca?

Sarà più alto o più basso di papà o di Sir Hornett?

Avrà la pelle scura come Ismael?

Anche loro se ne sono andati e tu sei rimasto solo.

Mi hanno detto che tutti ritorneranno.

Lo speri, hai paura di restare solo.

Maman ha detto che quando Scarlett e Joseph torneranno, continueremo tutti a studiare assieme e che i libri e i fogli e i loro compiti staranno lì, al posto che hanno occupato fino ad oggi nella sala dello studio.

Eri triste ma poi hai capito ch'era giusto così. I bambini hanno bisogno d'una mamma e d'un papà.

Anche tu sei stato felice di avere finalmenteun papà ed una mamma.

Papà e maman…

Maman è così bella…

Anche madame è bella ma maman lo è di più.

E poi adesso non piange più e cammina più piano…

Non è come prima ch'era sempre triste e…

Adesso ti abbraccia stretto, anche se t'ha chiesto d'esser un poco più prudente quando sei tu ad abbracciarla. Non puoi più saltarle al collo…

Le hai chiesto perché…

Ti ha detto che presto sarebbe arrivato un nuovo bambino nella nostra casa. O una bambina, ancora non si sa.

Davvero…

E chi lo porterà?

Gliel'hai chiesto e maman ha sorriso.

E possiamo scegliere?

Sì, hai preso la sua mano e dentro ci hai scritto che a te sarebbe piaciuto avere un bambino per casa, una bambina no…

Beh, di meno…

Con un maschio ci puoi giocare, te lo puoi portare ovunque…

Le bambine invece stanno lì, schizzinose, sempre a dirti di stare attento a non sporcarle, a non scompigliar loro i ricci, a non rompere le loro stupide bambole.

Beh, però Scarlett e Ambrose sono diverse.

Hanno i ricci ma corrono come due maschi…

Maman ha sorriso e papà s'è avvicinato.

Maman t'ha preso la mano e l'ha messa sulla sua pancia.

Lui, o lei, è già qui, qui dentro, ha detto!

Ti prende in giro!

L'hai guardata storto, ti prende in giro!

Come fa a starci un bambino dentro una pancia?

E chi ce l'ha messo?

No…

Non ci credi ma lei è così bella che alla fine ci devi credere…

Le hai chiesto se un poco potrà essere anche tuo…

Maman ha detto di sì, che sarà tuo, potrà essere un fratello per te oppure una sorella…

Toc, toc, toc…

Hai aperto la finestra, la falena è entrata, sbatte le ali impazzita e sgraziata.

Disegna strane ombre sulla parete, quell'anima non ne vuole sapere di ritornare giù, all'Inferno.

L'afferri, riesci a prenderla…

La osservi, si dimena, si contorce, è già accecata.

E' tua, puoi farci ciò che vuoi…

L'avvicini alla fiamma…

E' tua, è anche un poco tua, quindi puoi decidere per lei…

Torna all'Inferno…

Un gesto di stizza…

Tu non sei come lui…

Aprì la finestra Martin, di colpo, le dita s'aprirono lasciando libera la farfalla, disorientata, che sparì nella notte scura e profumata.

Tu non sei come lui…

Perché adesso ti pare di vedere acqua sul pavimento?

Ti sembra d'essere tornato giù, dentro la pancia della nave.

Maman…

Devi vederla, non puoi essere finito di nuovo là sotto.

Maman…

Devi fare piano…

Adesso lei dorme in un'altra stanza. Papà ha detto che nella vecchia camera ci vuole fare il suo studio così ora maman sta da un'altra parte. Ma poi non starà più nemmeno lì, la stanno dipingendo quella stanza laggiù, in fondo…

E' bella perché da lì si vede il mare.

Entri…

Fai piano…

Maman?

No, sta dormendo. E' buio, appoggi la candela…

Scosti la tenda leggera…

Papà dice ch'è per le zanzare che potrebbero far male al bambino.

Ma se quel bambino è dentro la pancia come fa una zanzara a fargli male?

Guardala…

Sta dormendo.

Fai piano, sali sul letto…

Ti stendi…

Guardi maman, anche lei è tua, anche se è più di papà, ma va bene così, lui è un bravo papà ed è giusto che lei sia soprattutto sua.

Però…

Appoggi la mano sulla pancia.

Ascolti…

Sì, adesso ti sembra di sentirlo, quel bambino di cui ti hanno detto papà e maman.

Vorresti dirgli qualcosa ma non puoi parlare.

Quando arriverà gl'insegnerai i tuoi segni, gl'insegnerai a parlare con le mani e chissà se lui ti parlerà?

Lui…

Sarà un bambino e sarà tuo.

Chissà perché maman ha detto che ci vorrà ancora qualche mese per sapere che faccia avrà e se sarà un bambino o una bambina.

Se lui è già qui!?

Lo dovrebbero già sapere.

Però sarà bello perché quel bambino sarà anche un po' tuo, sì, così t'ha detto maman…

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