Armand guardava incuriosito fuori dal finestrino, mentre sua sorella giocava con una bambola. Spalancò i grandi occhi verdi e si girò verso suo padre e sua zia, che sedeva composti in silenzio.
- Questa non è la strada per casa – disse convinto.
- No, non stiamo andando a Parigi – confermò il padre, sporgendosi per fargli una carezza – Andiamo alla reggia.
- Vedremo la regina? – strillò contenta Annette – Ti prego, papà, possiamo vedere la regina?
- Solo se farete i bravi – sentenziò Gerardine puntando loro un dito contro – Armand, niente capricci e niente grida e tu, Annette, non cominciare a piagnucolare. Una vera signora non lo farebbe mai.
- Io sono una vera signora – sentenziò la bambina facendosi seria.
- D'accordo, zia – annuì invece il maschietto con aria triste.

Scendendo dalla carrozza, Gerardine si guardò intorno, chiedendosi quanto fosse cambiata la vita all'interno di quelle mura. Sospirò, dicendosi che i nobili continuavano a tessere le loro trame e i valletti continuavano a correre su e giù per i corridoi: niente cambiava mai in quell'ambiente. Vide un gruppo di nobili passeggiare e discutere con aria seria, un circolo di uomini che parlava sotto voce e scuoteva la testa. Fra quel piccolo gruppo, la marchesa riconobbe qualcuno che non doveva trovarsi lì.
- André, torno subito – disse senza voltarsi a guardarlo – Ho visto un vecchio amico, penso sia il caso di andarlo a salutare.
- D'accordo, zia – rispose l'uomo, alzando le spalle.
A volte non riusciva proprio a capirla, nonostante vivessero sotto lo stesso tetto da cinque anni quella donna rimaneva spesso un mistero per lui. Si consolò pensando che era stata la volontà di Oscar che fosse la marchesa a prendersi cura dei bambini e che questi rimanessero a vivere a Parigi. Non avevano mai affrontato l'argomento, lui non aveva posto domande anche se in testa gliene frullavano molte.
Perché non palazzo Jarjayes? Perché non suo padre e sua madre, per prendersi cura dei piccoli? Perché così lontani dalla reggia? Eppure loro due avevano passato un'infanzia felice fra quelle mura, accuditi da Marron che si comportava come una nonna nei confronti di entrambi. Scosse la testa, dicendosi che le donne di quella famiglia erano impossibili da decifrare, prese i bambini per mano e si incamminò verso il corpo centrale della reggia.
Gerardine da parte sua affrettò il passo, non volendo lasciarsi sfuggire l'occasione di avere notizie di prima mano. Aveva ancora sul suo "libro paga" valletti e cameriere che le facevano pervenire notizie giornaliere, ma poteva esserle sfuggito qualcosa. Avvertiva sempre la necessità di essere informata su tutto, come quando annaspava alla ricerca di una posizione sociale che la mettesse al disopra di ogni possibile rovescio di fortuna. Arrivata a pochi passi dal capannello di uomini, si stampò un sorriso falso sulle labbra, meditando che avrebbe dovuto spingere Marianne fra le braccia di qualcuno più in alto di Bouille: nonostante la ragazza parlasse sempre con lei di quello che riusciva a tirare fuori dalle labbra dell'uomo che la manteneva, la marchesa era convinta che ci fosse ben altro che aleggiava nell'aria.
- Duca d'Orleans – chiamò con voce allegra – Non si saluta più i vecchi amici?
- Marchesa de Brennon – si voltò l'uomo, stupito di vederla a Versailles – Cosa la porta fra noi comuni mortali?
- Impegni improrogabili, mio caro – la donna si avvicinò ancora di più e gli si fece accanto – Allora, signori, di cosa si parla oggi?
Gli altri uomini presenti abbassarono gli occhi, indecisi se parlare o meno. Il duca non parve preoccuparsi della presenza della nuova arrivata: non era un mistero per nessuno che la marchesa fosse una donna dalla mente aperta e particolarmente portata per gli intrighi.
- Parlavamo del comportamento della regina – annunciò con tracotanza – Sapete, vero, che non risiede più alla reggia? Non riceve che per un'ora al giorno, solo se l'interessato ha preso preventivamente accordi in tal senso… E' inaudito che i nobili non possano presentare le loro richieste alla regina di Francia.
- Ne ho sentito parlare – annuì la donna, rimanendo sul vago – Dopo la nascita del Delfino si è ritirata al Petit Trianon e diserta la vita di corte. Avete ragione, signori, a lamentarvi della situazione. Perché non mi spiegate meglio la faccenda?
Gerardine si concentrò sulle lamentele di quei nobili, sperando di avere qualche informazione che potesse tornarle utile in seguito. Era così facile manipolare quella gente, troppo piena di sé per concepire che un'aristocratica non si interessasse di simili facezie.

I bambini guardavano estasiati i soldati durante il cambio della guardia, nel grande cortile davanti all'ingresso principale. André alzò gli occhi verso le finestre dell'edificio destinato agli ufficiale della guardia reale, sembravano passati secoli dall'ultima volta che vi era entrato. Dal suo ingresso nella guardia metropolitana come nuovo comandante, non aveva più messo piede a Versailles e la cosa non gli dispiaceva minimamente.
Nonostante con la sua adozione ed il matrimonio con Oscar fosse entrato di diritto nell'aristocrazia francese, conservava un pessimo ricordo della reggia. Ricordava gli sguardi civettuoli di tutte quelle grandi dame che non lo avevano degnato di un'occhiata quando era un semplice attendente: essere divenuto l'erede del conte de Jarjayes l'aveva reso, agli occhi di quelle donne, estremamente attraente e potenzialmente utile nella scalata sociale. Il fatto che fosse un uomo sposato non interessava minimamente, non era previsto che lui rifiutasse le loro avances, come se fosse un animale in calore pronto ad entrare nel letto della prima che glielo avesse paventato come fine gloriosa di una bella serata.
All'inizio si era divertito molto alle loro spalle, facendo finta di non capire e, magari, pronunciando frasi di elogio per la moglie. Non che quello che dicevano non fosse vero: ai suoi occhi nessuna valeva la metà di Oscar, anche cercando fra tutte le donne di Francia non avrebbe trovato nessuna alla sua altezza. Quel gioco, però, gli era venuto a noia molto presto: alla fine aveva cominciato a rispondere in modo scostante a tutte le civetterie di quelle vuote bambole senz'anima, guadagnandosi la reputazione di "uomo impossibile".
Sorrise, perso in quei ricordi. Era acqua passata, non faceva più parte di quel mondo e la cosa lo sollevava. Preferiva che i suoi figli restassero lontani dalle finte luci della nobiltà e che crescessero a Parigi, facendo una vita il più normale possibile vista la loro posizione. Gerardine incoraggiava i nipoti a giocare con gli altri bambini del quartiere, a prescindere dalla loro estrazione sociale, cosa che lui vedeva di buon occhio e suo suocero no. Troppe differenze fra loro per essere d'accordo sul tipo di educazione da impartire ad Armand e Annette, troppo divario fra il loro modo di vedere la realtà che li circondava.
Si girò verso il capannello di uomini che andavano disperdendosi e i suoi occhi si puntarono sulla marchesa e il duca d'Orleans, che erano rimasti a chiacchierare come due vecchi amici. Ricordava quell'uomo, altezzoso anche se cercava di apparire umile, lo considerava un rettile pronto a colpire e non capiva avessero in comune quei due. Tirò un sospiro di sollievo quando vide la zia salutare per ricongiungersi con loro: quell'amicizia non lo convinceva e non riusciva ad approvarla, ma non si sarebbe mai permesso di dirlo alla sua benefattrice.
- Scusatemi – disse Gerardine appena fu vicina – Una conversazione noiosa ma necessaria.
Non aggiunse altro, posando una mano sulla testa bruna di Armand che la guardò e le sorrise adorante. Una cosa era certa: al di là di quello che lui potesse pensare della marchesa, i suoi figli la adoravano. Quando rientrava la sera, non era raro trovarli addormentati sul divano, con le teste poggiate sulle sue ginocchia, e la zia sembrava ricambiare quel trasporto. Nonostante fosse sempre apparsa seria e compita, si intratteneva spesso a giocare con i bambini e, non di rado, il palazzo risuonava anche delle sue risate. Era più una nonna affettuosa che una parente di cui erano ospiti.
- Andrè, credo che tu ora abbia un impegno, no? – lo esortò tornando seria – Vai pure, mi occupo io delle due piccole pesti.
- Non siamo pesti – sentenziò Annette risentita – Io sono una signora.
La marchesa buttò indietro la testa e rise di gusto a quell'asserzione. Sembravano un'altra persona rispetto a quando lui era piccolo e la vedeva arrivare una volta al mese per poi chiudersi nello studio con il Generale.
- Allora io vado, voi due vedete di fare i bravi.
- Sì, papà – risposero di due in coro, per poi darsi di gomito.
Andrè scosse la testa e fece un'espressione esasperata. Per i loro quattro anni i gemelli erano fin troppo svegli e riuscivano a cacciarsi in una miriade di guai, non gli restò che sperare che Gerardine riuscisse a tenerli sotto controllo. Si voltò e si diresse verso il corpo di guardia, ansioso che quella giornata finisse.
Entrato nell'edificio si trovò di fronte Girodelle, che parlava con alcune guardie, rimbrottandole per chissà che "grave" mancanza: comandare la guardia metropolitana, formata da uomini appartenenti alle classi più umili, gli aveva aperto gli occhi su quanto in realtà fosse diversa la vera vita militare. Niente balli, niente permessi speciali per accorrere a chissà quale ricorrenza importante del casato: quando un soldato della guardia reale era di ronda, poteva imbattersi in qualche coppietta clandestina; un soldato della guardia metropolitana rischiava di incontrare qualche malfattore che non avrebbe esitato a tagliargli la gola. Mentre un soldato della guardia reale era lautamente ricompensato per i suoi servigi in quanto nobile, i soldati ai suoi ordini venivano pagati una miseria: spesso non riuscivano neanche a sfamare le proprie famiglie e passavano di nascosto il rancio della caserma ai figli e ai fratelli più piccoli*.
- Conte de Jarjayes – lo saluto Girodelle con un lieve inchino – E' molto che non vi si vede a corte.
- Essere il comandante delle guardie metropolitane mi tiene molto occupato – rispose André con noncuranza.
- Molte dame sentono la vostra mancanza – lo punzecchiò il primo.
- L'unica di cui mi preoccupo è dietro la porta del suo ufficio e mi sta aspettando. Con permesso, non è buona cosa far attendere una donna – lo oltrepassò senza degnarlo di una seconda occhiata.
Certe cose non cambiano mai, si disse André. Provava ancora un senso di stizza quando incontrava il sottoposto di sua moglie: era evidente che il conte Girodelle provasse qualcosa per Oscar, ma lei non riusciva a vederlo. Sapeva che la sua gelosia era infondata, sua moglie non badava certo a quel damerino. Come gli aveva detto una volta: non guarderei due volte un uomo che ho battuto facilmente in duello. Ergo il pretenzioso nobile non aveva speranza, visto il loro primo incontro.
Bussò deciso alla porta e sentì la voce di sua moglie invitarlo ad entrare. Rimase un momento fermo sulla soglia, incantato dalla chioma bionda rischiarata dal sole primaverile che entrava dalle finestre alle sue spalle. Erano due settimane che non si vedevano per via dei reciproci impegni e, come ogni volta che passavano qualche giorno lontani, si stupiva di come fosse bella. Un moto di orgoglio lo pervase, all'idea che quella eterea creatura fosse in realtà sua moglie.
Oscar alzò gli occhi chiari su di lui e sorrise. Rimise la penna all'interno del calamaio e tornò a chinarsi sui fogli per continuare a scrivere.
- Siete in anticipo – gli disse come giustificazione.
- Sei tu che sei in ritardo – la corresse Andrè, chiudendo la porta – I bambini sono rimasti incantati dai tuoi soldati, ho preferito lasciarli nel cortile ad assistere al cambio della guardia.
- Speriamo non combinino guai come al solito – rispose firmando l'ultimo foglio – Finito. Non mi resta che dare le ultime direttive a Girodelle e poi…
- Due settimane solo per noi in Normandia – disse raggiante l'uomo.

Continua…

* Vedi manga. Oscar scopre che alcuni dei suoi soldati sono malnutriti, perché la sorella di Alain porta via il cibo di nascosto dalla caserma per darlo alle famiglie dei suoi sottoposti.