50. Bad Blood
Band-aids don't fix bullet holes
You say sorry just for show
If you live like that
You live with ghosts
If you love like that
BLOOD RUNS!
Come facesse lo SHIELD a tornare sulla stessa lunghezza d'onda, dopo una sola notte, era un mistero per tutti quanti, specialmente per Lydia che, però, non osava fare domande al riguardo.
Mentre li osservava, dallo schermo televisivo all'interno del loro spogliatoio, scendere le scalinate e approdare insieme al centro del ring, non poté fare a meno di chiedersi se bastasse veramente solo un po' di riposo a sedare un incendio che sembrava divampare violento un giorno sì e l'altro pure.
Quanto tempo sarebbe passato, prima che uno dei tre sarebbe esploso definitivamente e avrebbe causato la distruzione dello SHIELD?
Lydia non ci voleva nemmeno pensare. Alla sola idea, un brivido decisamente poco piacevole le scosse le spalle: come avrebbe fatto, senza la sua nuova famiglia al proprio fianco?
Scosse il capo: non era un'opzione da prendere in considerazione.
Lo SHIELD non si sarebbe sciolto.
Mai.
E il discorso di Roman Reigns, che per primo aveva preso la parola, sembrava volerlo pienamente confermare: non c'era un anello debole nello SHIELD. Loro erano fratelli e avrebbero continuato a proteggersi e a dominare sulla WWE per sempre.
Lydia pregò con tutta se stessa che non fossero solo frasi di circostanza per salvare la faccia di fronte al pubblico e non far capire ai nemici quanto fragili fossero i rapporti tra di loro.
Che nel wrestling non esistessero famiglie e parentele era chiaro a tutti. Cio che era meglio per il business veniva prima di qualsiasi linea di sangue ed era quello uno dei motivi per i quali gli avversari designati per lo SHIELD, quella sera, erano niente di meno che i cugini di Roman Reigns: i gemelli Usos. E fu proprio il samoano a schierarsi contro di loro, affiancato da Seth Rollins. Dean Ambrose si accomodò pacificamente al commento. Il match proseguì abbastanza a lungo, senza particolari inflessioni o colpi di scena, fino all'intervento quasi aspettato del cane pazzo dello SHIELD, che comportò la squalifica dei suoi compagni. Per niente scossi o arrabbiati, Seth e Roman rincararono la dose, cominciando a colpire i gemelli fino all'arrivo di CM Punk, che rimise le fazioni in completo equilibrio. Lo SHIELD stava per battere in ritirata – non era il caso di sprecare il loro tempo ancora con quel pallone gonfiato di Punk -, quando Vickie Guerrero era uscita e aveva annunciato che il Main Event della puntata avrebbe visto protagonisti proprio Seth, Roman e Dean contro i gemelli Usos e CM Punk.
La serata proseguì in modo tranquillo: lo SHIELD trascorse quasi tutto il tempo all'interno dello spogliatoio, in compagnia di Lydia, e le cose, almeno all'apparenza, sembravano essere tornate quelle di sempre.
Solo un occhio attento e particolarmente psicologico avrebbe potuto intravedere la sottile tensione e la ben celata falsità dietro alcuni comportanti e altri sorrisi.
Lydia e Seth si sforzavano di andare d'accordo, cercando di dimenticare le incomprensioni della serata precedente. Nessuno dei due aveva più aperto l'argomento – e di certo non sarebbe stato saggio farlo in quel momento, con Jon davanti.
I tre membri dello SHIELD discutevano tranquillamente delle tattiche per sconfiggere i propri avversari, eppure, ogni tanto, quando si trovavano in disaccordo su qualcosa, tacevano per qualche secondo, si osservavano guardinghi e poi cambiavano argomento, scambiandosi battute e pacche sulle spalle.
Per quel che riguardava Lydia e Jon... neanche loro avevano più aperto l'argomento che li aveva fatti allontanare. Jon continuava a tacere sull'identità della misteriosa donna che, comunque, continuava a tartassarlo di chiamate che lui prontamente ignorava; Lydia non aveva più posto alcuna domanda, decidendo di soprassedere del tutto sull'accaduto e di andare avanti.
Ma era una situazione insostenibile per tutti quanti. Si avvertiva nell'aria odore di pericoloso cambiamento.
Il telefono squillò per l'ennesima volta e Jon neanche lo guardò. Staccò una mano dal volante, premette pigramente il tasto laterale e tolse la suoneria.
Lydia aveva fissato lo schermo solo di sottecchi, per poter scorgere quel nome brillare prepotente.
Ambra. Sempre lei.
Ormai, la cosa non la stupiva neanche più.
Schiuse le labbra e fece per chiedere qualcosa – non sapeva più bene nemmeno lei che cosa -, ma poi decise di lasciar perdere e tacque semplicemente, tornando ad osservare il panorama di Las Vegas correre veloce fuori dal finestrino.
Stavano tornando a casa per un po' di ferie di inizio anno. La festa di Capodanno della WWE era stata grandiosa e Lydia doveva ammettere di essersi divertita e che, per una sera, non aveva pensato né ad Ambra, né al litigio con Jon, né alle sue divergenze di opinioni con Colby; si era limitata a vivere il momento e lo stesso sembravano aver fatto tutti. Ma non si può abitare in un mondo di illusioni fatate a lungo e, ben presto, la realtà aveva colpito tutti loro, costringendoli a tornare ad affrontare malumori e pesanti silenzi, come quello che permeava tra Lydia e Jon sin da quando avevano lasciato gli altri due membri dello SHIELD all'aeroporto e avevano cominciato il viaggio di ritorno verso casa.
La musica sussurrava in sottofondo, una melodia rockeggiante che Lydia non conosceva, ma che faceva tamburellare le dita di Jon a ritmo.
«Non mi hai più raccontato com'è andata quella sera con le gemelle.» se ne uscì lui all'improvviso.
Lydia si voltò a guardarlo, un sopracciglio sollevato.
Se persino Jon, amante del silenzio, non riusciva più a sopportare l'atmosfera tesa tra di loro ed era disposto a sentirla chiacchierare di una sua serata con Brie e Nikki Bella, la situazione doveva essere più grave del previsto.
«Uhmmm... tutto bene.» rimase vaga, umettandosi le labbra e tornando a guardare fuori.
«Sì?» insistette Jon, cercando di tenere viva la conversazione.
«Mh-mh.» rispose lei, poco collaborativa.
Non aveva trascorso la serata in compagnia delle gemelle, bensì a confrontarsi e poi a discutere con Seth Rollins. Non aveva grandi cose da raccontare, dunque.
«E ti sei divertita?»
«Certo».
Jon le lanciò un'occhiata di sottecchi, corrugando appena la fronte, sospettoso. «Mi sembrava di aver capito che sarebbe stato un pigiama party».
«Sì, infatti.» rispose Lydia, cercando di mantenere un tono neutrale.
«E questo, di solito, non implica dormire tutte insieme?»
Lydia scrollò le spalle, fingendo indifferenza. «Di solito».
«E allora, perché sei tornata in camera?»
Lydia sentì un tuffo al cuore.
Jon sospettava qualcosa.
Le vennero in mente le parole di Seth della sera precedente: "Non mentire. Non sei brava a farlo e mi stupisco del fatto che Jon ancora non abbia capito che gli nascondi qualcosa".
Non era lei ad essere brava, era lui a non prestare abbastanza attenzione. Forse, era preso da altro.
Da Ambra.
Lo schermo del telefono di Jon si illuminò nuovamente e, sebbene non ci fosse più la suoneria, Lydia fissò il nome che, ancora, sfavillava con prepotenza.
«Ti è dispiaciuto? Preferivi stare da solo?» tergiversò, ribaltando la domanda a suo vantaggio.
Jon si voltò a guardarla, questa volta apertamente, e lei si limitò a ricambiare l'occhiata. Si fissarono per qualche istante, poi lui tornò a guardare la strada. «Non ho detto questo».
Rimasero in silenzio. Ormai mancava poco all'appartamento di Jon.
«Avevano bevuto un po' troppo e sono crollate entrambe, per questo non sono rimasta.» mentì abilmente Lydia dopo un po'.
Non voleva dar adito a strane congetture. Non aveva fatto nulla di male, se non bere un paio di birre e litigare con Rollins, non c'era alcun bisogno che lui sapesse.
«Non capisco come tu possa andare d'accordo con le gemelle... non avete praticamente nulla in comune.» osservò Jon, quasi volesse tornare ad una conversazione normale e casuale.
Lydia si strinse nelle spalle. «Sono state gentili con me fin dal primo istante. E poi, non è vero che non abbiamo molto in comune: ci piace il wrestling, amiamo lo shopping e ci troviamo in sintonia su un sacco di argomenti».
«Sarà.» concluse Jon, continuando a pensare che, specialmente Nikki Bella, fosse un po' troppo superficiale e materialista per essere davvero amica di una ragazza acqua e sapone come Lydia Russo.
Svoltando l'angolo che li avrebbe condotti dritti sotto il palazzo di Jonathan, Lydia notò subito che c'era qualcosa che decisamente non andava.
«Merda.» sentì Jon imprecare sottovoce, mentre scalava le marce e rallentava, ben prima di entrare nel parcheggio di fronte alla sua palazzina. «Non ci posso credere».
Lydia si girò a guardarlo, perplessa, poi seguì la direzione dei suoi occhi severi: stavano fissando una ragazza.
Ambra.
Non sapeva come facesse a saperlo, ma era lei, non aveva alcun dubbio al riguardo.
Le dita di Jon si strinsero attorno al volante, facendogli sbiancare le nocche e tremare le spalle.
In quegli attimi di teso silenzio, Lydia la osservò, cercando di carpire quante più informazioni possibili sulla donna del mistero. Non sembrava averli notati, perché se ne stava in piedi, ferma, di fronte alla piccola via d'accesso del condominio. Continuava a fissare il telefono e, di tanto in tanto, si lanciava occhiate furtive tutt'intorno. Aveva corti capelli biondi, un caschetto sfilacciato che le incorniciava il viso e le sfiorava appena le spalle, coperti per la maggior parte da un cappello di lana marrone. Avvolta in un cappottino beige e in una sciarpone bordeaux, Lydia non riusciva a capire molto della sua fisicità, ma doveva essere molto alta e piuttosto longilinea, pur senza indossare alcun tacco che le desse slancio. I jeans chiari a sigaretta, infatti, erano infilati in un paio di morbidi anfibi, dello stesso colore della sciarpa.
«Aspettami qui».
Due semplici parole, che ferirono il silenzio come un coltello affilato farebbe con la tenera carne. Prima che Lydia avesse anche solo il tempo di reagire, Jon si era già slacciato la cintura, era uscito dalla macchina e si era violentemente chiuso la portiera alle spalle. Atterrita e con il cuore in gola, lo seguì con lo sguardo andare a passo di carica verso la ragazza che lo stava aspettando e che, quando sollevò il capo e incontrò la figura dell'uomo che avanzava verso di lei, si accese in un'espressione sorpresa, prima di andargli incontro a sua volta.
«Che cazzo ci fai qui?!»
Il grido di Jon, rabbioso e violento, lo sentì chiaramente, anche se era ancora chiusa in macchina con tutti i finestrini alzati.
Ambra, per niente intimorita, lo fronteggiò con coraggio: non era alta quanto lui, ma poco ci mancava. «Prima di tutto, abbassa i toni e calmati. Non mi sembra il caso di fare una scenata in mezzo alla strada».
«IO NON MI CALMO NEMMENO PER UN CAZZO! CHE COSA CI FAI QUI?» ringhiò, sovrastandola e costringendola a fare un passo indietro, ma non per paura, semplicemente per non venire schiacciata dalla sua imponenza.
«Non rispondi più alle mie chiamate ed io ho bisogno di parlarti!»
«Non me ne frega un cazzo di quello che hai da dirmi! Non voglio parlare con te, VATTENE.» la apostrofò Jon, allungando una mano ed indicando la strada.
Testarda, la ragazza scosse il capo e incrociò le braccia al petto, facendo un passo indietro solo per ristabilire le dovute distanze. «Non mi muovo da qui fin quando non mi avrai ascoltata».
«Risparmia il fiato, non me ne frega un cazzo. Vattene!» abbaiò, afferrandola per il colletto del cappotto e spingendola via.
Ambra barcollò all'indietro, ma non cadde. «No».
«Ambra...»
Lydia avrebbe voluto fare come aveva detto lui. Avrebbe voluto seguire il suo ordine, rimanere in macchina, aspettare che sbrigasse la faccenda a modo suo... ma non le piaceva il modo in cui si stava comportando né come aveva sgraziatamente spinto la ragazza. Non sapeva chi fosse e la curiosità la stava divorando come la notte divora il giorno al tramonto, ma non poteva permettergli di trattarla così né di fare qualche cazzata di cui, molto probabilmente, si sarebbe pentito. Così, si slacciò in fretta la cintura ed uscì dalla macchina, chiudendo la portiera e correndo verso la coppia.
«Saliamo su. Parliamone con calma.» stava dicendo Ambra, cercando di essere ragionevole.
«Vattene, ho detto. Vattene o giuro che non rispondo di me.» controbatté Jon, serio e minaccioso.
Nessuno dei due sembrava averla notata.
«No, vaffanculo!» sbottò Ambra, avvicinandoglisi di nuovo e spingendogli le mani contro il petto; Jon si lasciò spostare e fece un mezzo passo indietro, ma una scintilla iraconda gli accese lo sguardo. «Sono tua sorella, cazzo, e mamma ha bisogno di entrambi!»
Lydia rimase pietrificata. Le parole di Ambra le rimbombarono nelle orecchie, un tuono imperioso che squarciò la sua anima in due, facendole provare insieme una sensazione di disagio e di sollievo.
Sua... sorella.
Ma certo! Ambra era sua sorella!
Dean Ambrose.
Ambrose... Ambra.
Come aveva fatto a non pensarci prima?
Il cuore le si sciolse in sensazioni incongruenti tra di loro e il tempo sembrò fermarsi in un mondo bianco e nero, in cui l'unico rumore era quello potente del vento e quello assordante del suo sangue che le pulsava nelle orecchie.
«Cosa...?» sussurrò, ma era stato un suono talmente flebile che nessuno dei due fratelli Good la sentì. Forse, non lo aveva nemmeno detto davvero.
«Non me ne frega un cazzo.» mormorò Jon, abbassando lo sguardo e chiudendo le mani in due pugni tremanti.
«Jon...» Ambra fece un passo verso di lui e sollevò una mano per posargliela sul braccio. «Ti prego-»
«Non mi toccare.» sibilò, allontandosi bruscamente e scostando il braccio da sotto la sua presa delicata. «Non me ne frega un cazzo, né di te né tanto meno di tua madre».
«Come puoi-»
«Vattene».
«Jon!»
«VATTENE».
«ASCOLTAMI!»
«VA' VIA!»
«MAMMA STA MORENDO!»
L'urlo disperato di Ambra squarciò l'atmosfera, che crollò attorno a loro come un castello di vetri che va in frantumi, seppur non producendo alcun suono.
Lydia spalancò gli occhi, Jon sollevò il viso di scatto e osservò la sorella come se fosse impazzita. «Che cosa?» mormorò piano, sbattendo le palpebre.
Anche se voleva non sentire, quello l'aveva sentito.
Cazzo se lo aveva sentito.
Barcollò all'indietro, quasi senza rendersene conto, e si scontrò con Lydia alle sue spalle. Si voltò lentamente, quasi sorpreso della presenza della ragazza, ora così vicina a lui. La fissò, ma era come se non la vedesse, come se non la riconoscesse. Ambra anche spostò lo sguardo su di lei, le guance arrossate, il fiato corto, gli occhi azzurri – dello stesso azzurro intenso di quelli di Jon – velati da lacrime coraggiosamente trattenute.
«Jon...» sussurrò.
«Lydia».
Rimase fermo ad osservarla e, lentamente, i suoi occhi tornarono coscienti. Si fissarono, poi Jon distolse lo sguardo e un'espressione ferita gli attraversò il volto. Senza dire una parola, diede le spalle ad entrambe le ragazze e guadagnò l'entrata del suo palazzo a grandi falcate.
Lydia e Ambra si guardarono, poi entrambe seguirono i passi di Jon.
La teiera sul fuoco produsse un fischio assordante. Lydia si affrettò ai fornelli e spense la fiamma, afferrando la presina e togliendo l'acqua bollente dalla piastra. Aprì la credenza in alto, sulla sinistra, e afferrò tre tazze, non facenti parte di un servizio – non erano proprio le cose di Jon – e le posizionò sull'isola al centro della cucina. Mise una bustine di tè al limone e allo zenzero in ognuna delle tazze e poi versò l'acqua. Preparò un vassoio con qualche biscottino, che lei stessa aveva comprato per il periodo natalizio appena trascorso, la zuccheriera e tre cucchiaini. Aspettò qualche minuto che l'infuso impregnasse l'acqua, poi tolse le bustine, le gettò nella pattumiera e aggiunse le tazze sul vassoio. Con un profondo respiro, lo afferrò e tornò in salotto.
«Il pianoforte della mamma. Pensavo lo avessi gettato».
Jon era seduto sul divano, le mani intrecciate davanti alla bocca, serrata in una linea dura che gli increspava la guancia con un nervo teso. Ambra era in piedi, vicino al pianoforte, e lo stava carezzando con uno sguardo nostalgico, che subito rivolse a Lydia non appena la vide entrare nella stanza. Le rivolse un sorriso di circostanza, che la rossa ricambiò, prima di posizionare il vassoio sul tavolino basso di fronte al divano.
«Ho preparato un po' di tè caldo, non avevamo molti biscotti in casa.» si giustificò quasi, per rompere il ghiaccio.
Ambra si strinse nelle spalle e raggiunse il tavolino, chinandosi ed afferrando una delle tazze. «Non preoccuparti, va benissimo così, ti ringrazio».
Lydia fece un semplice cenno col capo e si sedette accanto a Jon, prendendo una tazza a sua volta e scaldandosi le mani fredde contro la ceramica bollente.
«Sei di casa.» notò Ambra, scostando una sedia dal tavolo tondo e accomodandosi, le gambe elegantemente accavallate.
Lydia arrossì, sentendosi quasi a disagio: aveva fatto lei gli onori di casa, nonostante si trovassero nell'appartamento di Jon. In effetti, era una cosa strana, ma lui sembrava ancora troppo scosso e per lei era stato quasi spontaneo farlo. Non seppe bene cosa rispondere, così rimase in silenzio e abbassò lo sguardo sul proprio riflesso nel tè.
«Da quanto state insieme?»
«Da un mesetto, credo...» rispose Lydia, prendendo un sorso di tè.
Era così strano, essere lì, a casa di Dean Ambrose, con sua sorella, a fare quel tipo di conversazione.
La risata cristallina di Ambra la colse di sorpresa. Sollevò il viso per guardarla e notò quanto somigliasse a Jon, in quel momento, con i suoi denti bianchissimi e quelle deliziose fossette sulle guance arrossate dal freddo. Senza più cappotto, sciarpa e cappello, Lydia potè notare quanto bella fosse, proprio come il fratello: aveva lineamenti marcati, ma non per questo meno femminili, e un fisico slanciato e longilineo.
«Credi?» ridacchiò ancora, divertita. «Non sei sicura da quanto tempo state in-»
«Basta con le stronzate, Ambra.» la interruppe Jon, parlando per la prima volta da che erano entrati in casa. I suoi occhi gelidi andarono a fissarsi sul volto della sorella, che smise immediatamente di ridere, assumendo un'espressione quasi colpevole.
«Perdonami, non volevo essere indiscreta».
«Non me ne frega un cazzo di quello che vuoi tu».
«Jon...» cercò di ammorbidirlo Lydia, ma con ben scarsi risultati.
«Vai dritta al sodo e poi levati dai coglioni, la tua presenza mi infastidisce».
Ambra lo fissò, rimanendo incredibilmente impassibile nei confronti di tanta durezza.
Lydia non sapeva praticamente nulla, del loro rapporto, anzi, a dirla tutta, non era nemmeno mai stata certa che Jon avesse effettivamente una sorella. Non le aveva mai parlato della sua famiglia, solo sporadiche memorie su sua madre, quando le circostanze sembravano quasi obbligarlo a raccontare un po' di sé. Per il resto, non lo aveva mai sentito nominare Ambra in tutto il periodo che si erano frequentati. La cosa la feriva, ovvio, ma da quei pochi scambi e dal modo in cui la stava trattando, Lydia comprese che non dovessero proprio essere nel migliore dei rapporti.
Ambra bevve un sorso di tè caldo, lo zenzero le bruciò la gola, regalandole una strana sensazione di sollievo, quasi fosse stato in grado di scioglierle il nodo che le aveva occluso la trachea. Poi, con lentezza, poggiò la tazza sul piattino e fissò il fratello. «Mamma è all'ospedale.» esordì, assumendo tratti seri e quasi di rimprovero.
Jon scrollò le spalle. «Non è un problema mio».
Ambra contrasse la mascella. «Dovrebbe. E' pur sempre tua madre».
«No.» rispose duramente lui. «E' tua madre. Ha smesso di essere la mia quando a quindici anni mi ha sbattuto fuori di casa, dopo che non era stata nemmeno in grado di tenersi te!»
«Quella è un'altra storia e sai che non è colpa sua se-»
«Non è colpa sua?!» ringhiò Jon, scattando in piedi e facendo trasalire tanto Lydia quanto Ambra. «Valle a raccontare a qualcun altro le tue stronzate, sorellina, con me non attacca».
«Lei ci ha provato, Jonathan...» la giustificò la ragazza, stringendo le mani in due pugni.
«Sì, come no.» sbuffò Jon, con un sorriso sarcastico. «Ha provato a fare cosa? Quando i servizi sociali sono venuti in casa era ubriacata di alcool, di sesso e puzzava di fumo. Pensi che non me lo ricordi, solo perché avevo dieci anni?» sputò schifato, picchiettandosi la tempia con un dito. «Nah, sorellina. E' tutto qui dentro. Ho provato a dimenticarlo, ho provato davvero di tutto... ma tutte le botte in testa che ho preso non sono servite per cancellare quello schifo dalla mia mente».
«Io e mamma abbiamo sempre odiato quello che facevi».
«Ma per favore!» sbottò Jon, alzando le braccia al cielo. «Tu non c'eri, avevi trovato una famiglia migliore. E a Jocelyn non è mai fregato un cazzo di dove fossi e di quello che facessi».
«Questo non è vero».
«Ah no? E allora perché mi avrebbe sbattuto fuori di casa, senza soldi, senza un posto dove andare? Se non fosse stato per quella buon anima di Thatcher, che mi ha permesso di rimanere a dormire negli spogliatoi della Heartland Wrestling Association e mi ha dato un lavoro nella sua federazione, prima di iniziare ad allenarmi, a quest'ora sarei bello che morto».
«Tu eri diventato ingestibile!» sbottò Ambra, balzando in piedi come una molla. «Non facevi altro che parlare di quello stupido sport-spettacolo, di spendere i tuoi soldi in dvd, giornaletti e corsi che neanche potevi frequentare! Avevi smesso di andare a scuola e la compagnia che frequentavi non era di certo una delle migliori!»
«Non osare.» sibilò Jon, puntandole un minaccioso dito contro. «Quello stupido sport-spettacolo era tutto ciò che avevo. Tutto ciò su cui potevo contare. Papà in galera, mia sorella portata via perché quella zoccola di mia madre non era stata in grado di dimostrare alle autorità che sapeva prendersi cura di una bambina di sei anni. Cos'altro mi era rimasto?»
Lydia fissò la scena, senza sapere cosa dire. Era una spettatrice quasi casuale di quella storia e non si permise di fiatare nemmeno per un istante. Guardò Jon e, se non fosse stato lui, era convinta che chiunque altro, al suo posto, avrebbe avuto gli occhi lucidi.
«Era una situazione difficile e lo capisco.» tentò Ambra, giungendo le mani davanti alla bocca.
«No, non capisci. Non hai mai capito e mai capirai».
«Ma non è una scusa valida. Invece di aiutare mamma, l'hai abbandonata!»
«IO AVREI ABBANDONATO LEI?!» tuonò Jon, il viso improvvisamente paonazzo. «Tu non sai un cazzo di come sono andate veramente le cose! Tu non c'eri! Non tornavi a casa tutti i giorni da scuola per trovare tua madre fatta sul divano, con una bottiglia di rhum in una mano ed un uomo diverso ogni volta, che le stava facendo cose che un bambino di dieci anni non dovrebbe vedere!»
Ambra sembrò quasi sorpresa da quelle parole e si umettò le labbra, a disagio. «Non era un buon motivo per mettersi a rubare, a compiere atti di vandalismo pubblico e a fare uso di cose che stai recriminando lei di aver usato.» si riprese, cercando di dar credito alle sue parole.
«E invece quelli erano tutti buoni motivi per cacciare un figlio di casa, non è vero?» rispose Jon, il suo tono tanto sarcastico quanto velenoso. «Spero per te che non avrai mai figli, Ambra. Con questa mentalità, saresti una pessima madre, ma se hai preso da Jocelyn-»
«Se avessi un figlio scapestrato come te...!» iniziò con veemenza, ma poi non concluse la frase e si limitò a tacere, rimettendosi a sedere.
«Se avessi un figlio come me, cosa, Ambra? Finisci la frase.» la provocò Jon, incrociando le braccia al petto.
Ambra scosse il capo. «Non sono venuta qui per litigare.» sospirò infine.
«Infatti non ho ancora capito perché cazzo sei qui, in casa mia».
«Te l'ho già detto».
«Ed io ti ho già risposto che non mi interessa. Ora puoi andare.» Jon le indicò la porta di casa.
«Mamma è molto malata... lei ha-» tentò ancora Ambra, cercando di assumere un tono dolce e ragionevole.
«Ancora?» sbuffò Jon infastidito. «Non mi interessa».
«Ha una leucemia cronica.» concluse Ambra, non lasciandosi scoraggiare dall'indifferenza pungente del fratello. Jon rimase in silenzio e non rispose e la ragazza lo prese come un invito a continuare. «Sta seguendo le terapie e facendo la chemio, ma i dottori non sono positivi. Non lo dicono a lei, ma a me... sanno che non vivrà ancora a lungo. La sto aiutando come posso, con le mie entrate, per permetterle le cure necessarie, ma con il mio lavoro da commessa, io-»
«Quindi, è questo che vuoi da me.» frecciò Jon, gelido.
«Cosa?» sussurrò Ambra, abbassando lo sguardo.
«Sei venuta qui per chiedermi i soldi. Quei soldi che mi sono guadagnato con il sudore e il sangue, letteralmente. Soldi sui quali avete sputato, quando avete ostacolato il mio sogno di praticare quello stupido sport-spettacolo».
«Non è così!» protestò Ambra, seppur debolmente.
Jon proruppe in una risata sgradevole. «Ah no? E allora perché?»
«Mamma vorrebbe vederti...»
Il cuore di Jon mancò un colpo e, sebbene dall'esterno la sua espressione di pietra non fosse mutata neanche un po', Lydia capì che quella frase doveva aver fatto breccia nelle sue mura, perché il suo sguardo scintillante perse un po' del suo ardore. Si sedette lentamente. «Non mi interessa.» ripeté, con quella frase che ormai stava pronunciando come un automa da un'ora a quella parte.
«Jon, non le rimane molto tempo.» rincarò la dose Ambra, poggiando la tazza sul tavolo alle sue spalle e alzandosi, per avvicinarglisi.
Jon la fissò duramente dal basso. «Non mi interessa.» ripeté.
«Non è vero e lo sai bene anche tu.» gli si sedette accanto e gli poggiò una mano su di una coscia e, questa volta, Jon non protestò né si scostò. «Metti da parte il tuo odio e la tua rabbia, Jonathan. Non servono più, non arrivati a questo punto».
«Non voglio vederla.» sussurrò lui di rimando, lo sguardo basso, la gola arida.
«Lei ha bisogno di te».
«Non ne hai mai avuto, in tutta la sua vita. Per quel che mi riguarda, mia madre è morta quindici anni fa.» rispose Jon con severità, tornando ad assumere la sua indifferenza.
«Ma Jon...!»
«Adesso, vattene.» tagliò corto lui, scostandosi dal suo tocco e alzandosi in piedi.
«Te ne pentirai, Jon. Non lasciare che le cose tra di voi finiscano così. Va' a trovarla, prima che sia troppo tardi. Risolvi le cose con lei, è pur sempre tua madre.» cercò ancora di farlo ragionare Ambra, alzandosi a sua volta e seguendolo, perché ora si era allontanato.
«No.» rispose lui, fermo sulle sue convinzioni.
«Jon, per favore.» mormorò Ambra, poggiandosi con la fronte alla sua schiena ampia.
«Vattene, Ambra».
Lydia fissò la scena, sentendosi impotente.
Cosa avrebbe potuto fare? Cosa avrebbe potuto dire?
Si sentì a disagio e decisamente di troppo.
I due fratelli rimasero in silenzio, fermi nelle loro posizioni come se fossero congelati nel tempo. Lydia deglutì, poggiò la tazza del tè che non aveva nemmeno sorseggiato sul vassoio e si alzò. Lo prese e lo portò in cucina, lasciandoli da soli. Non sentì cosa si dissero dopo (se mai ci fosse stato altro da aggiungere alla loro conversazione), ma l'ultima cosa che riuscì a carpire furono le parole taglienti di Ambra.
«Per quel che mi riguarda, non ho più un fratello».
Il secondo dopo, il rumore della porta di casa che veniva sbattuta fece quasi tremare le mura.
Lydia non uscì subito dalla cucina. Rimase silente, in ascolto, ma se Jon si stesse muovendo o stesse facendo qualcosa, non avrebbe saputo dirlo, perché non sentì assolutamente alcun rumore. Lavò le tazze e le ripose sullo scolapiatti, poi mise a posto anche la zuccheriera e il vassoio. Quando tornò in salotto, questo era completamente vuoto, ma sapeva bene dove trovare Jon. Osservò la tazza di Ambra, ancora abbandonata sul tavolo, il bordo sporco del rossetto violaceo che stava indossando. Sospirò e la prese, lavando anche quella prima di raggiungere Jon, che se ne stava affacciato dal balcone della sua camera, una sigaretta penzoloni dalle sue labbra.
«Jon?»
«Cosa?» rispose lui, immediatamente sgarbato, senza neanche voltarsi a guardarla.
Lydia non si lasciò toccare, anche se quel tono le aveva stretto lo stomaco. «Va tutto bene?»
«A meraviglia!» rispose sarcastico, sorridendo sprezzante e buttando il fumo verso il cielo plumbeo.
Lydia deglutì. «Dovresti dar retta a tua sorella».
«Come, prego?» Jon si voltò lentamente verso di lei, scrutandola dall'alto.
«Dovresti andare da tua madre e dovresti far pace con lei, prima che sia troppo tardi».
«Non sapevo fossi diventata la mia coscienza.» sputò con una smorfia, prendendo un altro tiro dalla sigaretta, che si consumò velocemente.
Lydia si morse il labbro inferiore. «Sto solo dicendo che Ambra ha ragione, te ne pentirai se non vai da lei».
«Ambra.» ripetè e, ancora, una smorfia schifata gli attraversò lo sguardo e gli corrucciò le labbra. «Fino ad un'ora fa non sapevi nemmeno della sua esistenza ed ora sei la sua migliore amica?»
Una fitta di dolore le trafisse il cuore. «Non sono la sua migliore amica.» disse, la voce fievole. «Ma sono la tua ragazza e mi preoccupo per te».
«Non ce n'è bisogno, Sunshine. Non andrò da mia madre, mia madre è morta. E così mia sorella.» tagliò corto, voltandosi e prendendo l'ultima boccata di fumo dalla sigaretta, la cui carta vergata si era ormai consumata fino alla linea aranciata.
«Tua madre è viva!» protestò Lydia, con un ardore che sorprese lei per prima. «E' viva e puoi ancora rimediare ai tuoi errori nei suoi confronti! Puoi permettere a lei di andarsene, sapendo di aver rimediato a tutte le stronzate che ha compiuto in passato!»
Jon si voltò di scatto a guardarla, l'espressione sul suo viso ora sconvolta, gli occhi cerulei sgranati. Lydia aveva le guance rosse, gli occhi lucidi e i pugni chiusi.
«Non lasciarla andare via così! Tu devi perdonarla, Jon, tu dev-»
«STA' ZITTA!»
Il ringhio di Jon la fece trasalire, costringendola ad ingoiare tutte le successiva parole che le sarebbero volute uscire dalla bocca. Comunque, non avrebbe potuto pronunciarle neanche se avesse voluto perché, il secondo dopo, Jon era su di lei, una mano che, incontrollabile e furiosa, era andata a stringersi attorno al suo collo, spingendola bruscamente contro la finestra alle sue spalle. Il vetro vibrò pericolosamente, ma non si ruppe. La sensazione sgradevole della lastra fredda e dura contro la pelle e di quella mano calda e grande, che era abituata sentire su di sé in modi decisamente diversi, la stordirono, rendola incapace di una qualsiasi reazioni. Si limitò a fissarlo da quella che era ora una ridicola distanza, i grandi occhi verde-marrone spalancati.
«Sta' zitta.» ripeté Jon, questa volta in un sussurro bollente che andò a sfiorarle le guance gelide, facendola rabbrividire. «Tu non sai niente di me, Lydia. Niente. Non parlare di cose che non conosci. Non ficcare il naso in faccende che non ti riguardano. Non ti voglio sentir parlare di mia madre o di mia sorella mai più. Mai più, Lydia: sono stato chiaro?»
Lydia non rispose, la mano premuta sul collo le rendeva difficile persino inghiottire, ma non era per la pressione, piuttosto per il nodo che le si era formato, un magone che presto sarebbe esploso in un pianto devastante.
Jon non sopportò il suo silenzio e la scosse. «Sono stato chiaro?!»
«Lasciami andare.» fu l'unica cosa che Lydia rispose, un debole sussurro.
Jon sembrò sorpreso dalle sue parole e sbatté le palpebre. «Come?»
«Lasciami.» ripeté, lo sguardo improvvisamente vuoto.
Jon deglutì e fece un passo indietro, lasciando scivolare via la mano dal collo sottile di Lydia, che già si era arrossato. Sembrò rendersi conto solo in quel momento di ciò che aveva fatto. La ragazza lo fissò ancora, impassibile, e lui fece un altro passo indietro, sfregandosi una mano sul viso stanco.
«Lydia, io...»
Lei non lo lasciò neanche finire. Si voltò e sparì all'interno della casa. Qualche secondo dopo, la porta di casa Good venne sbattuta violentamente per la seconda volta.
«Merda».
Lydia se ne era andata.
NdA;
Un pochino in ritardo, ma ecco il nuovo capitolo! Spero vivamente vi sia piaciuto, fatemi sapere con un commento, sapete che sono sempre super graditi
Intanto, approfitto per ringraziare di cuore tutti coloro che stanno leggendo ed un grazie speciale a chi mi ha lasciato una recensione!
Ci leggiamo al prossimo capitolo, All The Things You Hide From Me, venerdi' 23 Dicembre!
