Respiro…

Ricorderai d'avermi atteso tanto e avrai negli occhi un rapido sorriso

Marzo 1790, quarantuno miglia a sud di Livourne…

Un passo…

Manto di brina ghiacciata…

Campi arati e spogli, tonalità brillanti e morbide…

S'intravedevano, tra le zolle marroni, file precise di geometrico verde, intenso e giovane.

L'inverno non voleva cedere il passo alla primavera ma il sole brillava scintillante e tiepido ad asciugare rugiada e lacrime.

Il sentierino s'inerpicava, nastro spesso e chiaro a bordare la collinetta, fin sulla sommità, dove la carrozza era attesa alla chiesetta, mura grigie e rosse protette da un salice ancora spoglio e da quattro soldati dall'uniforme verde scuro, un poco scompigliati dal vento notturno.

Nel paesaggio ocra e bianco e giallo e senape spuntò la tinta azzurro chiaro del broccato ricamato di finissimi fiorellini bianchi. La stoffa ondeggiava sospinta dal litigioso venticello che portava con sé l'alito salmastro del mare.

Il broccato era giunto da Firenze accompagnato dal biglietto della Contessa Rudolf che si riprometteva di giungere in tempo, avendo fatto espressa richiesta d'essere avvertita quando l'insegnante dei propri figli avrebbe deciso di sposarsi.

Martin, Scarlett, Joseph, Ivi e Gregorio erano lì, appiccicati l'uno all'altra, fiato sospeso nell'esiguo spazio della chiesetta, in attesa dell'ordine di Padre Erasmo di porgere il cestino di fiori dov'erano stati riposti gli anelli donati da Madame Jarjayes.

Nella chiesa non c'entravano che poche altre persone, i Conti Rudolf, Donna Lari e suo figlio…

L'energumeno s'era messo seduto sotto il salice, ad osservare la chiesetta, custode dell'altare d'un re che non era il suo e che per lui aveva un altro nome, ma che in fondo, a pensarci bene, poteva anche essere lo stesso.

Sir Joseph Hornett era soddisfatto d'esser riuscito a tornare in tempo. S'era avvicinato alla carrozza quando quella s'era fermata e s'era riservato l'onore d'aprire la porticina e tendere la mano ed aiutare la sposa a scendere e quella era rimasta lì sorpresa.

"Come…stai?" – chiese, lo sguardo lieve all'ingresso della chiesetta.

"Adesso sto bene!" – annuì l'altro, lo sguardo, l'ultimo che si sarebbe concesso, alla figura ch'era scesa dalla carrozza.

Oscar aveva fissato Sir Joseph Hornett, che l'ultimo scontro s'era concluso senza parole, forse perché null'altro tra loro sarebbe stato possibile dire.

Un istante…

"Sono felice per te!" – sorrise l'inglese – "Era tempo di onorare le tue scelte…nulla di più bello posso augurarti perché so per certo che questo è ciò che di più bello avresti potuto scegliere…sarai felice…".

"E tu…adesso…".

Oscar avrebbe voluto chiedere e sapere, se non altro perché Sir Joseph Hornett, con drammatica praticità aveva scosso i sentimenti, li aveva messi alla prova e, alla fine, ne aveva rivelato la solidità. Nulla si poteva rinnegare del passato, nemmeno la burrascosa parte recitata dall'inglese.

I modi spicci non si smentirono.

"Non sarà un percorso facile…a te non l'ho mai detto che mi piacciono le donne…".

"Cosa…" – discorso sorprendente e buffo per un simile momento.

Lo squadrò incredula.

"Non te l'ho detto perché da quando ti ho incontrata nessun'altra donna m'interessava più…".

"Joseph…".

"Tutto mi ha condotto qui. Anche tu mi hai condotto verso il sentiero che ho imboccato…".

"Una nuova strada…".

"Spero di non essere solo in questo cammino…spero che la mia regina vorrà combattere al mio fianco…".

Il vento prese a scompigliare acconciatura e vestito, Donna Lari s'intromise nella strana conversazione, sostenendo che lì fuori nessuno si sarebbe preso la briga di sposare nessuno.

"Perdonate…" – mormorò Sir Joseph Hornett, affidando la mano della sposa a quella del testimone Cristiano Simon – "Ti auguro davvero di essere felice!".

Oscar annuì, lo stupore che sollevava cuore e respiro era rivolto altrove. Si avviò imboccando la piccola scalinata della chiesa.

Un passo…

Crepitare silenzioso d'un laghetto di candele…

Flebili fiammelle ritte…

Lieve mormorio, facce stupite, silenziose…

Un passo…

Un istante, per aggiustare il vestito, la stoffa ricade morbida sugli scalini della chiesetta.

Il vento respira aria salmastra e selvatica.

Il vento s'insinua attraverso rami di gemme e pinete resinose…

Un altro passo…

Perché t'innamorasti di Fersen?

Perché questa domanda? Proprio adesso?

Forse era giusto dare e avere le risposte, innanzi tutto a sé stessi.

Camminavano assieme, sulla riva del mare, nel tramonto, i piedi affondavano nella rena scura bagnata d'indaco e carminio.

Mancavano pochi giorni al matrimonio.

Lei doveva sapere. Solo non poteva sapere che alla sua domanda, lui avrebbe risposto con un'altra domanda.

Le dita chiuse nelle dita, le ombre lunghe vicine, alle spalle…

"Vorrei sapere…" – aveva esordito lei.

Silenzio, tacito invito a proseguire.

Nella calma della sera era sgorgata la richiesta.

"Hai definito la mia scelta di avvicinarmi a te un ripiego…".

"Ero arrabbiato…" – s'era schernito André bloccandosi, sprofondato nelle dannate parole. Davvero aveva sperato che le fossero sfuggite, ma forse gliele aveva sbattute in faccia così tante volte, e forse no, quelle parole sarebbe bastato pronunciarle anche una volta sola, e davvero parole del genere avrebbero ferito più d'una lama d'acciaio battuto e ribattuto, anche sfiorando la pelle una volta sola.

Oscar s'era fermata, una mano sulla pancia e l'altra al viso di lui, per scostare i capelli scomposti dal vento.

"Eri arrabbiato…lo capisco…ma la tua è stata una contestazione precisa. L'hai pensato…pensi davvero che io abbia accettato il tuo amore non avendo…un'alternativa!? Perch'ero stata rifiutata? Perché avevo deciso di lasciare l'uniforme e rinunciare al mio titolo…oppure…".

Feriva quella precisazione.

André s'era risolto ad appoggiare le dita sulla bocca di lei: No! Basta! Te l'ho detto!

Lui aveva negato. A lei non era bastato.

"Voglio che tu spieghi quelle parole…se le hai pensate, se me le hai dette, significa ch'esse hanno avuto pregio di annidarsi nel cuore o nella testa…non lo so…ma voglio sapere…".

André s'era arreso. Lei era testarda ma la gravità dell'affermazione meritava una spiegazione.

Parole ch'erano divenute macigni per sé e per lei. Non si poteva diventare marito e moglie con quelle sul cuore.

André aveva allargato la destra, l'aveva invitata a risalire la rena. Un tronco trascinato dalla corrente era diventato luogo per riposare e dispiegare ricordi che affondavano le proprie radici decine d'anni prima.

"Non so quando mi sono accorto di volerti bene…di amarti…" – aveva esordito.

Oscar aveva sorriso…

"In effetti anch'io ho imparato che l'amore non passa attraverso deduzioni logiche o ragionamenti o valutazioni di convenienza. E' come un seme piantato nel cuore…germoglia e nasce…e tu te ne accorgi quando è già accaduto. L'amore non si crea ma si scopre…".

"Ed io ho scoperto di amarti dunque…forse all'inizio era affetto, un bene prezioso che mai era venuto meno, né per via del tempo, né del rango che ci divideva…".

"Non ho mai fatto questioni di rango tra di noi…" – aveva precisato lei.

André s'era fermato, l'aveva guardata.

Oscar era stata costretta a ricambiare l'affondo muto, stupita, a domandargli in silenzio se davvero lei avesse in qualche modo tenuto distante le loro esistenze in forza dell'appartenenza a classi diverse.

"Forse non è stato intenzionale…" – André era stato costretto ad affondare e lei…

"No! Non è vero!".

"Non l'hai fatto con intenzione! Non te ne faccio una colpa ma io ero un servo e tu una contessa! Un comandante! Ti saresti mai accorta di me…prima…prima…".

"Prima?!" – lo sguardo sgranato, sulfureo.

"Prima d'innamorarti di Fersen?!" – la risposta era giunta come saetta improvvisa, lama che squarcia il buio, domanda in risposta alla domanda.

"Io…cosa c'entra? Io…".

"Perché ti sei innamorata di Fersen!?" – gliel'aveva chiesto André e lei aveva negato, non poteva saperlo, glielo aveva appena detto che l'amore non segue linee diritte, chiare, comprensibili.

"Non voglio che tu mi risponda, so che sarebbe impossibile. Ci s'innamora e basta! Però…" – una pausa, le parole scelte per rispondere alla domanda iniziale – "Ti ho amato da una vita, in silenzio, accettando di stare in disparte, nell'ombra. Non ti ho mai confessato un solo respiro che spendevo per te e quando ho intuito che provavi altro per un altro uomo, che non fosse solo amicizia, sono rimasto sconvolto. Ma ho continuato a tacere…e poi…dopo quella notte, quella del ballo, ho immaginato cosa sarebbe accaduto se il conte si fosse accorto di te, non come amica ma come donna…e se tu fossi diventata la sua amante…".

"Non è accaduto…".

"No, non è accaduto! Le ragioni possono essere state mille. Ma tu non hai accettato di stare a guardare. Non hai accettato di vivere negli stessi luoghi ove l'avresti rivisto…lui e la regina che lui amava…."

La sequenza dolorosa d'immagini e decisioni, silenzi e parole non dette, persino di quelle che una volta pronunciate avrebbero mutato per sempre la propria esistenza…

Tutto era riemerso…

"Ti sono stato accanto da una vita, in silenzio, senza dirti nulla, neppure quando mi ero accorto che provavi dell'affetto per Fersen. Sarei potuto fuggire, non l'ho fatto! Mentre tu non hai resistito neppure un giorno nella stessa condizione, hai lasciato la Guardia Reale, hai deciso di vivere come un uomo, hai deciso di non volere neppure più il mio aiuto…".

"Ti ho già spiegato perché…ero ferita…incapace di credere d'essermi ritrovata in balia d'un sentimento…".

André s'era voltato di scatto, il vento scompigliava i capelli, lui li aveva afferrati, raccolti, tirati indietro, la destra li aveva imprigionati stringendoli, dietro la schiena. Li aveva stretti forte, tirandoli un poco, quel tanto che sarebbe servito a farle sollevarle il viso, verso di sé. Un gesto secco, rude, quasi crudele, lo sguardo pareva tornato indietro a quello del giorno in cui s'era sentito tradito, in cui aveva creduto d'essere stato scelto per ripiego.

"Io ci sono stato per tutta la vita…in balia dei miei sentimenti per te! Non è che per questo sono stato più bravo di te ma…puoi immaginare ciò che ho provato quando poi…quando hai ammesso di amarmi. Quella notte! Avevi già preso la decisione di lasciare l'uniforme, la tua carica, il tuo titolo?! Quella notte…mentre andavamo a Parigi…l'avevi già deciso? Allora, una volta abbandonato tutto ciò che eri, solo allora hai ceduto…hai ammesso di amarmi! Capisci…".

Il senso era tutto lì.

"Avresti ammesso d'amarmi anche se fossi rimasta una contessa e avessi deciso di continuare a servire il re e la regina!?".

E soprattutto…

"Avresti scoperto di amarmi se Fersen si fosse accorto di te?".

Domande a cui non sarebbe stato possibile rispondere.

I dubbi adesso agitavano solo i ricordi che le bocche s'erano avvicinate, i respiri s'erano avvinghiati, nel silenzio, nella rena risucchiata dal mare…

"Non te ne faccio una colpa…" – aveva sussurrato André – "Lo so che non si decide di amare…si ama e basta. Ma dopo…dopo mesi…mesi trascorsi ad amarci nel dubbio che nessuno dei due avrebbe potuto vivere un lembo di futuro…quando credevo davvero che tu amassi me…".

Aveva stretto di più, s'era avvicinato di più…

"Ho scoperto che aspettavi un figlio e che di nuovo avevi preferito tacere. Ecco…è stato allora… ho pensato davvero che amarmi fosse stata una scelta inevitabile e che tu ti fossi rivolta a me perché non avevi avuto ciò che volevi. Avevi scelto d'amarmi per convenienza, per ripiego, per dispetto verso il mondo che avevi lasciato! Si, l'ho pensato…me ne vergogno ma l'ho pensato davvero! Mi spiace…non lo meritavi…".

Le parole s'erano perse nello sciabordio delle onde.

Gli occhi s'erano fissati addosso…

Le bocche s'erano sfiorate.

Era diventato difficile pretendere spiegazioni, accogliere confessioni, smorzare recriminazioni, così vicini…

Tutto si perdeva, tutto si mescolava…

L'aveva guardato, aveva compreso, le parole erano uscite asciutte…

"Ammetto d'aver avuto paura. Paura di perdere me stessa, il mio l'equilibrio, la freddezza d'animo. Ero stata cresciuta per difendere la famiglia reale non per innamorarmi di un uomo. Partecipavo a riunioni con alti ufficiali, colonnelli, generali, amici o meno di mio padre. Passavo in rassegna soldati, reclute. Te lo saresti immaginato se fossi diventata l'amante dell'uomo che la regina amava?! Invece…se fossi stata davvero un uomo forse…semplicemente avrei preso moglie e sarei ancora a Parigi adesso…come immagino stia facendo mio padre…" – un respiro – "Ero…sono…una donna…e per quanto io fossi stata educata alla stessa stregua di un uomo…non ero un uomo. Non lo sono! Per tutta la vita ho cercato di non vederli tutti gli occhi addosso a me... a cogliere il minimo errore. Ho cercato d'immaginare che la mia vita non fosse solo una specie di vanto d'avermi lì, esempio di virtù ed abnegazione per mio padre, esempio di finta liberalità che solo i sovrani avrebbero potuto esercitare. Ma lo sai anche tu che nei miei confronti non sarebbero stati ammessi dubbi, tentennamenti, momenti di debolezza. Ero un burattino! Così mai nessuno si sarebbe aspettato che sarei stata io la prima a tradire…a tagliare i fili che dirigevano i miei gesti, i miei pensieri. Attraverso l'amore ho osato ribellarmi e ho tradito…l'amore era una…debolezza…".

"Ho detto una sciocchezza…" – l'aveva interrotta lui, che sapeva bene d'aver detto una schiocchezza e non poteva immaginare critica peggiore nei confronti di lei ma le dannate parole le aveva dette e forse ci avrebbe fatto i conti per tutto il resto della vita.

No, lei l'aveva ripreso, come a liberarsi del peso che si portava addosso e che lui, con le sue sprezzanti parole, aveva solo avuto capacità di scoprire e liberare.

"Ho compreso che avrei potuto respirare solo accanto a te…ma non l'avrei mai compreso se prima non avessi attraversato il senso dell'amore, quello che ho creduto di provare nel momento in cui avevo inziato a pensare a Fersen. Tutto era iniziato ancor prima che lui tornasse dall'America, dunque lui non era neppure presente nella mia vita eppure…quando l'ho rivisto…lui aveva detto d'essere riuscito a dimenticare la regina. Allora ricordo che incoscientemente mi ero messa a cercarlo con lo sguardo. Attendevo di vederlo….per scoprire s'era vero. E se davvero io fossi capace di amare…e per immaginare se anch'io avrei potuto osare. Ma poi…in fondo..da un simile amore sarei stata al sicuro. Per assurdo che fosse avevo sperato che lui si sarebbe accorto di me e…e in fondo lo temevo. Che sarebbe accaduto? Ho compreso solo dopo che forse davvero quell'amore era stato una sorta di ribellione…contro me stessa prima di tutto…contro l'ordine che avevo sempre imposto alla mia vita…

"L'amore è disordine…" – aveva ammesso André – "Ma non è necessario trovare sempre una ragione logica se ci s'innamora. Sei davvero sicura di poter spiegare così ciò che hai provato per lui!? Ammettere d'amare una persona…non è facile…ma non c'è nulla di sbagliato…si ama e basta…".

"Non sarebbe stato sbagliato…ma se fosse accaduto sarebbe stata la fine di tutto. Ho scelto un uomo nei cui confronti non avrei dovuto espormi…un uomo che amava già un'altra donna. E' amore questo!?".

La domanda era uscita diretta…

André aveva negato…non lo so…

"No! Io…non credo. Volevo amare…ero stupita e spaventata d'esser capace di non pensarmi solo come un soldato…non avevo idea che il cuore e l'intelletto declinati verso un'altra persona avrebbero potuto far così male. Ad un certo punto ho sfidato me stessa. L'immobilità mi avrebbe annientato. E così ho dovuto comprendere…muovermi contro il tempo ch'era divenuto immobile. Ho stupidamente pensato che vestirmi con un abito femminile mi avrebbe consentito d'essere osservata da lui come una donna. Avrei mosso me stessa verso una direzione del tutto inesplorata. Stupida…sai che cosa ho visto nei suoi occhi? Quella notte…".

"Non importa Oscar…non devi…".

André s'era staccato. La visione feriva ancora, il ricordo pungeva…

Il drappo di seta lucente e bianco aleggiava nella mente, le ore della notte attanagliate dalla morsa del dubbio ch'esse avrebbero potuto essere le ultime in cui lui avrebbe avuto per sé la visione di lei, libera.

Forse libera lei non lo era già più, ma lui amava, l'amava da una vita e non era possibile descrivere lo strazio di non essere riconosciuti, intuiti, amati.

Però sì, quella avrebbe potuto essere una spiegazione. L'educazione intensiva all'abnegazione verso il proprio ruolo, il disinteresse con cui lei aveva forzatamente velato il cuore…

Per amare era necessario avere anche il tempo di farlo…

Sarebbe bastato un istante…

Lei si era voluta concedere quello.

"Ho visto me stessa…non come donna…".

André era rimasto zitto. Mai immagine più fulgida avrebbe potuto richiamare alla mente l'essenza di una donna, lieve, aggraziata, l'incedere morbido e femminile, così diverso da quello che la distintueva tutti i giorni.

Eppure no…

"Allora…allora…ho compreso che probabilmente Fersen avrebbe anche potuto amarmi…ma sarei stata un amante. Non mi aveva riconosciuto…o forse aveva intuito chi fossi…certo…la donna che lui aveva incontrato quello notte gli aveva rammentato me. Mi aveva descritto come il suo migliore amico…ero io. Pensaci André…avrei potuto essere tutto! Un amico e un'amante! Cosa c'è di meglio per una donna che essere amica e amante!?".

Sarcastica…

Che però aveva negato…

"Non volevo essere un'amica…e non volevo essere un amante…".

André s'era ritrovato lì e lei lì a guardarlo, come a chiedergli se davvero non avrebbe potuto finire a quel modo.

"E poi…se mi fossi rivelata a lui…".

"Non l'hai fatto…".

"Non l'ho fatto e alla fine lui ha capito chi ero e…e allora sarebbe anche potuto accadere. Sarebbe bastato che fossi rimasta lì un istante in più. In quell'istante ho deciso di andarmente…".

Era costato affondare la critica ma era ciò che aveva chiesto lei.

"E se lui si fosse accorto di te e se tu fossi rimasta lì, quell'istante in più?".

"Te l'ho già detto più di una volta! Puoi non credere a ciò che dico…il confine tra ciò che ho sentito e ciò che ho scelto è stato labile anche per me e per molto tempo…Fersen non mi avrebbe mai amato…lui amava un'altra donna e non credo sia possibile amare ancora, un'altra persona, allo stesso modo…".

"Ma se lui avesse compreso che donna eri…se anche lui avesse scoperto di amarti…".

"André!" – gli aveva preso la testa tra le mani, l'aveva stretta – "Se, se, se…non possiamo saperlo…io non posso e non voglio farlo perché non lo so che ne sarebbe stato della mia vita se Fersen avesse compreso di amarmi…ma…forse…".

S'era avvicinata, l'aveva baciato piano…

"Forse non sarebbe accaduto nulla…".

"Che intendi dire?".

"Mi sono allontanata dalla reggia, dal conte, dalla regina. L'ho fatto per non continuare a subire il tormento d'immaginarmi amante e nulla più. L'immagine di me, chiusa tra le sue braccia…sarei soffocata…e non sapevo perché. Perché l'amore avrebbe dovuto chiudermi la gola a quel modo?! Quell'immagine di me l'avevo davanti agli occhi, sulla pelle…ero furiosa…non sapevo s'era perché sarei stata amante…non sapevo s'ero stata io a non essermi esposta nel modo corretto…è amore questo!?"

Gliel'aveva chiesto di nuovo, aveva negato con la testa: "Non dirmi di nuovo che non lo sai perché no, non è amore, perché tu sai benissimo che cos'è l'amore! Adesso lo so! Era accaduto…negli ultimi tempi…declinavi d'accompagnarmi nei giri di perlustrazione ai giardini della reggia…".

Silenzio…

"Che…".

"Da vicino spesso tutto appare confuso…si è troppo coinvolti…lo sai anche tu!".

"Io…".

"Era per non guardare me mentre cercavo lui…stare troppo vicini…è difficile quando si ama…davvero…così hai preferito farlo da lontano…e così è stato per me…".

Anche tu ti sei allontanata per questo?

"Da lontano ho potuto comprendere…".

"Che…".

"Ssshh! Adesso sei tu che non mi lasci parlare!" – gli aveva messo le dita sulle labbra – "Ho provato ammirazione per Fersen. Il suo amore per la regina era senza futuro…non avrebbe mai potuto essere felice eppure lui ha continuato ad amarla ugualmente. Ho compreso che quello era un amore ineguagliabile…forse l'unico amore che avrei potuto scegliere per me stessa, l'unico che avrebbe potuto piantarsi nel mio cuore e che un giorno avrei voluto scoprire dentro di me. Si…l'amore nasce dentro di noi ma non siamo noi a piantarne il seme. Chi amiamo e chi ci ama lo sotterra lì, nel cuore, e lo nutre giorno dopo giorno…anche se non sappiamo sempre ed esattamente chi sia l'altra persona…".

Silenzio…

"Così…ho compreso ciò che avevo sentito per Fersen. Ammirazione…affetto…concetti puri ed assoluti che hanno affascinato al punto la mia mente da esser definiti amore…mi sarei lasciata amare solo così…solo in quel modo avrei voluto amare…".

Silenzio…

Strida di gabbiani avevano inciso l'aria, voli radenti spezzato il vento…

Si era stretta a lui per dirglielo…

"E così…non avrei mai immaginato potesse esistere un amore simile al mondo…un amore per me…un seme piantato nel mio cuore…".

Vento intenso…

"Da lontano…l'ho visto quell'amore. Era lì, dentro di me, mi era sempre stato accanto…l'amore che tu hai per me…".

"Tu hai piantato quel seme dentro di me…" – aveva detto piano André.

"E tu dentro di me! E' stato necessario più tempo perché anch'io…perché anch'io fossi capace di comprendere cosa sarebbe stato di me e di te. Dopo l'incidente all'occhio…io avevo iniziato a seguirti con lo sguardo e tu che fino ad allora eri stato bravo a nasconderti, non lo eri più! Ma…".

"Poi hai detto di amarmi! Me lo hai confessato ma allora sono stata io a non accettarlo a non crederti…a non credere a me stessa e a ciò che già avevo visto. Quando ti ho ritrovato a Parigi dopo aver lasciato la Guardia Reale…ero furiosa. Non volevo amare…e allora…la tua libertà ha salvato anche me. Te l'ho detto…nello stesso momento in cui ti ho visto ho sentito la gola aprirsi. Potevo respirare…era la prima volta che compivi un gesto per me ma contro il mio volere…non era stato un mio ordine a portati lì ma la tua volontà! Avevi detto di amarmi…hai scavato dentro di me, goccia dopo goccia, fino a che tutto s'è frantumato e…fino a che quel seme s'è imbevuto e s'è schiuso e io l'ho riconosciuto…".

"Allora…" – aveva ammesso tiepido – "Allora ho detto davvero una sciocchezza!".

Un sorriso lieve: "Ne hai dette tante ultimamente! Ma devo ammettere che le ho meritate tutte!".

"Va bene…sono stato un'idiota! Te l'ho già detto!".

"Non permetterti più di rovesciarmi addosso simili stupidaggini! Avrò anche perduto tempo prezioso nella mia vita…e sai che per me questa è già una condanna…ma…tu…non..sei…".

Irripetibile…

Andrè non l'aveva lasciata terminare. Non aveva ammesso che la sua bocca pronunciasse ancora una volta la dannata parola.

L'aveva baciata prendendo la bocca, mordendo piano le labbra, tenendola lì perché non parlasse e dimenticasse…

"Sono un'idiota…" – aveva sussurrato piano.

"Sì…" – ancora più piano.

"Va bene…".

Sottovoce…

"No, non va bene affatto!" – s'era intestardita lei.

"Cosa?!".

"Come la mettiamo con la storia dell'arrosto?!".

André era rimasto lì, un poco stranito, poi s'era ricordato…

Il tono s'era innalzato…

"Mi farò perdonare…" – aveva sorriso lui.

"Dovrai ammettere che so cucinare allora!" – gliel'aveva contestato piano.

"Mai!" – aveva replicato lui, labbra morse piano – "Quello non me lo sentirai mai dire!".

"Allora…".

"Te l'ho detto! Sei brava col fioretto…nulla da dire! Ma non sei perfetta! Se una volta un arrosto t'è riuscito bene non significa che saresti capace di rifarlo…".

"Insolente! E…".

André l'aveva guardata, i pensieri s'erano annodati alla stessa immagine, a ciò ch'era accaduto dopo quella cena, anzi, dopo essersi rovesciati addosso le ultime e becere recriminazioni.

"Potresti cominciare subito!" – aveva ripreso lei, baciandolo, solcando lo zigomo per scivolare poco sotto l'orecchio, a succhiare piano, a leccare il sentore della pelle accarezzata dal sale – "A farti perdonare!".

"Che…".

Silenzio…

André aveva scostato i capelli, la testa ferma tra le mani l'aveva fissata…

La brezza aveva sormontato battiti e parole….

Un sussurro, lo sguardo fisso, la bocca dischiusa…

"Amami! Adesso…" – sfrontata.

L'aveva guardata…

"Qui…" - aveva annuito e poi s'era alzata e s'era seduta sopra di lui, davanti, la pancia aveva premuto contro di lui. Le cosce s'erano strette ai fianchi, le mani s'erano aperte a scivolare tra la stoffa.

L'azzurro buio dello sguardo lambito dal suadente lampo…

"Amami così anche senza amarmi…" - un sussurro…

Le bocche s'erano sfidate a sottrarsi respiro e spazio, i corpi s'erano chiusi, stringendosi, beandosi del calore che svisceravano, soli, di contro al vento freddo che s'alzava dal mare.

Pochi istanti…

"Sei pazza…".

"Dimmelo ancora…lo voglio…".

"Sei pazza…non possiamo…".

S'erano sorrisi come due mocciosi…

La carne aveva preso ad incombere, a gremire i sensi, a vorticare portandosi dietro sangue e ragione.

Il desiderio aveva rovesciato la logica, i ragionamenti, le recriminazioni.

André s'era alzato e lei era scivolata giù piano indietro, come quella sera.

Lui l'aveva presa per mano e se l'era tirata dietro, pochi passi, mentre il buio era scivolato addosso, mantello scuro e lieve a proteggere gli amanti.

Giù, dentro la boscaglia fitta e bassa, negli anfratti disegnati dai rami contorti dei pini mughi, creature striscianti che annodano le esistenze sotto la sabbia, dimostrandosi solidi alleati a chiudersi muti sugli amanti silenziosi.

Un altro passo…

Oscar si morse il labbro, fu costretta ad abbassare gli occhi mentre sentì le guance divenire bollenti.

La stoffa fece resistenza all'avanzare della scarpina.

Le parve che la testa avrebbe preso a vorticare da un istante all'altro. Il suo testimone, muto, strinse il braccio per reggerla.

Lei sollevò lo sguardo, sorrise…

"Grazie…" – sussurrò a Cristiano Simon ch'era accanto a lei, nei pochi passi che dividevano l'ingresso della chiesetta addobbata a festa dall'altare ricamato di ulivi e rose.

Pietre grigie di contro a rose aperte e morbide.

L'altro accennò un sorriso. Era teso forse più di lei.

Un altro passo…

Una mattina presto s'era messa in testa di comprendere finalmente chi fosse a sistemare la sala della caccia, divenuta aula di scuola per i bambini a cui insegnava, sempre ripulita e pronta all'arrivo di insegnante e studenti.

Non era solo questione di cavar polvere e ravvivare il fuoco. Il gioiso trambusto lasciato il giorno prima veniva ricondotto ad uno straordinario ordine, delicato ed attento. Ogni libro al suo posto, ogni foglio accatastato correttamente. Legna sufficiente per la giornata…

Nessuno dei domestici s'era attribuito lavoro e merito. Quelli erano in pochi e si dovevano occupare dei cavalli e della cucina e del bucato.

Non era André che s'era schernito ammettendo molto onestamente che non ne avrebbe avuto il tempo.

Era entrata piano.

Un uomo era chino a raccattare cenere dal camino. Mancavano ancora due ore all'inizio delle lezioni. Nessuno si sarebbe aspettato di fare incontri di mattina presto.

"Signora…" – l'altro s'era alzato, sporco di fuliggine, sguardo severo, beffato d'esser stato scoperto.

Eppure Oscar l'aveva chiesto chi fosse a risistemare la sala della caccia e nessuno aveva fatto il nome di Cristiano Simon.

"Allora siete voi…perché non l'avete detto?".

Il custode era di poche parole. Oscar s'era avvicinata, aveva poggiato sul fortepiano alcuni spartiti che aveva studiato la sera prima. La mano s'era avvicinata al mappamondo di legno. Un colpetto e quello aveva compiuto alcuni giri. L'aveva fermato, bruscamente. Aveva fissato il custode.

"Non rientra nei vostri compiti…".

Le parole erano uscite nette, all'apparenza severe. Non avrebbe voluto dettare ordini. Quel tempo era finito.

Un respiro, la bocca serrata, Cristiano Simon aveva fatto per andarsene, raccattando gli arnesi per attizzare il fuoco.

"Intendevo…" – aveva proseguito lei sbarrando la strada – "Intendevo dire che non vorrei che quest'incombenza v'impedisse di svolgere i vostri compiti. Fate davvero molto per questa tenuta, anche più di ciò che un qualsiasi custode sarebbe tenuto a fare…".

Era stato di poche parole Cristiano Simon. Come lo era sempre…

"Anche voi…" – aveva sussurrato piano, la voce profonda e severa.

"Come…".

"Anche voi lo fate! – aveva ripetuto deciso – "Nessuno v'aveva imposto d'insegnare ai mocciosi di questa tenuta, né a quelli che vengono dalle casupole qua attorno. Non eravate tenuta a farlo ma l'avete fatto!".

"Mi è sembrato giusto. Credo sia dovere di chi ha avuto l'opportunità di apprendere spendere la propria conoscenza per insegnare ad altri… e poi sono bambini svegli…sarebbe un peccato che nella vita non imparassero almeno a leggere e a scrivere. Certo sarebbe interessante che potessero continuare a studiare…ma so che per voi è importante che un giorno prendano il vostro posto …".

"Non è solo questo…".

Nel silenzio le parole erano uscite pacate e nette, forse l'altro stava davvero compiendo uno sforzo assoluto, che Oscar lo aveva sempre visto taciturno e burbero.

"Gli state insegnando ad essere consapevoli…".

"Consapevoli…".

Il termine aveva sorpreso, cucito addosso a figli d'una povertà che non avrebbe avuto alcuna possibilità di mutare la propia sorte.

"I miei nipoti e tutti noi siamo gente di campagna…non abbiamo mai frequentato la scuola…la maggior parte non sa né leggere né scrivere. Mio figlio ce l'ho voluto mandare io da Padre Erasmo quand'era più piccolo e quello gli ha insegnato a leggere e a fare i conti. Che poi…a lavorare con i cavalli ci si dimentica tutto e quello infatti a poco a poco s'è scordato persino come si scrive il suo nome! Non ce l'ho con quelli che i figli li mandano nei campi fin da piccoli…spesso i bambini servono a raccattare spighe dopo il raccolto…a piantare germogli…c'è gli li spedisce giù nelle miniere perché quando sono piccoli s'infilano come topi nelle fessure per raccogliere il rame o il ferro. Poi però sono proprio i mocciosi che rimangono sotto le frane e non tornano più! Ecco…non ce l'ho con quella gente perché non lo scegliamo noi di mandare i figli a morire…".

La visione straziava, non era diversa che in Francia, anche se magari là i mocciosi li ritrovavi ai Giardini delle Tuileries o nelle bettole, comunque accumunati dalla stesso sorte oscura.

Oscar s'era dovuta appoggiare al forte piano, la mano aveva accarezzato la carta istoriata di note e righe. Il pensiero era volato via, solo per un istante.

Il corpo piccolo che ondeggiava appeso alla quercia nella straziante ed opaca luce del mattino.

Il corpo s'era impietrito, il pensiero lancinante…

Non si poteva salvare tutti…

"Viviamo del lavoro dei campi e della generosità dei padroni e dei governanti che regnano sul nostro paese. Non siamo liberi se è questo che volete sapere, signora….e quando si è ignoranti si è ancora più schiavi. Qualsiasi marrano che sappia mettere assieme lettere e numeri e leggi ci terrà in pugno e se proveremo ad alzare la testa…avete visto quel che v'è accaduto? Quell'uomo…quel Rini…faceva così prima che arrivasse il padrone…quel che voleva se lo prendeva! E voi…voi davvero avete rischiato…bisognerà stare attenti! E allora…".

Oscar era ritornata con gli occhi al custode. L'aveva osservato, ascoltato, s'era immaginata la paura coi cui l'ignoranza vela il volto e gli occhi degli uomini, rendendoli ciechi e sordi, larve che si dimenano a vuoto.

"Se voi gl'insegnerete a decidere per sé…" – aveva concluso Cristiano – A leggere le parole, i numeri, gli ordini del Granduca e tutte quelle leggi che dicono essere fatte per noi ma a noi poi non ve viene nulla…allora i miei nipoti e Martin e gli altri mocciosi…voi li fate diventare consapevoli…si dice così…loro saranno capaci di ribellarsi se necessario…".

Dio…

Era sussultata.

Di nuovo quella parola, così intensa e spessa e terribile al tempo stesso.

"Li considerate tutti uguali quei mocciosi, gl'insegnate a leggere e a scrivere…lo fate con tutti…non solo con quelli ricchi…ma anche con i poveracci come noi…".

"Voi non siete…" – avrebbe voluto fermarlo, l'altro s'era intestardino a chiamare le cose col loro nome.

"Questo noi siamo e questo rimarremo per il resto della nostra vita! Ma loro…Ivi, Gregorio, Martin e sì…anche Joseph e Scarlett e…".

L'aveva fissata severo…

"E sì…quando nascerà il vostro bambino…anche lui potrà esser capace di cambiare le cose, il mondo…".

"Cristiano…".

"Lo so…penserete che sono un illuso…che voglia nutrire la testa e il cuore di mocciosi di campagna col seme dell'illusione che un giorno anche loro potranno esistere come persone e non come bestie da lavoro. Ma ciò che fate voi per loro non è un'illusione…allora…fatelo…signora! E io farò tutto ciò che vorrete!".

L'aveva guardato il custode, Cristiano Simon, mani ruvide, tagliate, annerite dalla fatica e dalla fuliggine, sguardo severo, occhi intensamente spessi e lievi al tempo stesso.

Quella mattina, il passato, il proprio, era divenuto un poco chiaro e grazie ad esso anche il futuro si mostrava un poco più comprensibile e meno buio o ignoto.

Ogni pezzo della vita, ogni dolore, ogni fatica, ogni paura avevano preso via via ad acquistare un senso, seppur remoto ed impercettibile, eppure tale da conferire al presente stupore e gratitudine.

La vita ancora scorreva nelle vene…

Ancora di più Oscar aveva sentito l'istinto di vivere…

"Allora…potrei…chiedervi…".

L'altro s'era messo quasi sull'attenti. Non impettito, non arreso, ma consapevole d'aver fatto una promessa. Era rimasto lì, in attesa di ricevere ordini.

"Vorreste accompagnarmi…in chiesa…anche André ne sarebbe felice…".

Cristiano Simon era trasalito, il viso rugoso e segnato dal lavoro, dal sole, dalla salsedine, dall'ignoranza e dalla sofferenza si era contratto e poi s'era corrugato e poi s'era disteso mentre davvero, forse dopo tanto tempo, una richiesta aveva lasciato senza parole, capace di scalfire la naturale corazza che aveva messo su per difendersi dalla condizione negletta.

Anzi, per lui esser negletto era naturale, come si poteva nascere castano piuttosto che rosso o con la pelle chiara piuttosto che ambrata.

Era il destino a decidere, non v'era modo per ciascuno di mutare la propria condizione, quella ch'era assegnata fin dalla nascita.

Non era neppure rassegnazione, era così e basta.

"Signora…".

"Non vi chiederò di chiamarmi per nome come ha fatto André, so che sarebbe troppo e poi è bene che si sappia il meno possibile di me…ma…vorreste…".

"Sì, signora!" – aveva annuito l'altro – "Perdonate se v'ho dato l'impressione d'avervi giudicato…".

"Male!" – l'aveva interrotto Oscar sorridendo – "Mi avete giudicato male e avete visto bene! Mi sono meritata tutto il vostro disappunto! Sono arrivata in questa casa e non mi sono degnata di conoscervi mentre voi vi siete messi al nostro servizio…sono io che devo scusarmi!".

"No…perché…".

"Perché è così! Lo ammetto! Vedrò di farmi perdonare…".

"Signora…

"Fate molto per André! Non credo siate per lui solo un bravo custode. Vi ammira…e vi stima…".

"E così è per me! E' mio dovere ricambiare la generosità che mi è stata accordata, un tempo quella di vostro padre e adesso quella del nuovo padrone. Avevo paura del vostro arrivo. Jarjayes aveva spiegato d'aver ceduto la tenuta e le terre. Temevo che il nuovo padrone ci avrebbe cacciato via. E' sempre stato così…i padroni cambiano e i custodi e i lavoranti sono costretti ad andarsene oppure ad accettare condizioni di lavoro sempre peggiori…".

"E' andata così?" – gliel'aveva chiesto, lo voleva sapere.

"No…".

"Nemmeno per me…".

"Cosa?!".

Aveva sorriso Oscar, aveva guardato l'altro.

"Il nuovo padrone ha accolto anche me!" – aveva alla fine sussurrato fissando il fuoco che s'era ravvivato e sprigionava fiamme intense e calde.

"Il vostro padrone?".

"Il mio padrone…quello che s'è preso il mio cuore…quello che ci ha piantato il seme della nostra unione…non mi è stato facile comprenderlo…esserne consapevole come avete detto voi. Allora…se sto insegnando ai vostri nipoti ad essere consapevoli…anch'io posso dire di iniziare ad essere consapevole di chi sono davvero…sta accadendo qui, giorno dopo giorno, di comprendere cosa sia davvero la libertà e quanto poco ne sia stata consapevole nella mia vita passata. E cosa sia la vera nobiltà…quella che non si fregia di titoli e mostrine…".

"Signora…padrona…".

Aveva negato Oscar: "Vi concedo signora! Non sono la padrona di nulla e non voglio esserlo nemmeno se queste terre mi dovessero un giorno appartenere di nuovo. André è stato chiaro! Lavoreremo per questo…".

Un altro passo…

Oscar ammise che mai avrebbe potuto rinnegare nulla del suo passato, perché tutto del suo passato aveva avuto una ragione. Anche se quelle ragioni si erano dipanate a poco a poco nello scorrere della vita, anche se di alcune ancora non era del tutto certa se e dove l'avrebbero condotta.

Tutto per ora l'aveva portata lì, a lui e a sé stessa.

Un altro passo ancora…

Immobile, lo sguardo alla luce che filtrava dalla porticina della chiesa.

La gola secca, non ci poteva credere ma anche a lui tremavano un poco le gambe.

Sollevò lo sguardo. La vide…

Un sorriso lieve…

Non s'erano mai ascoltati così tesi e d'istinto la mente li ricondusse indietro, al buio, alla reciproca solitudine.

Non erano riusciti a restare immobili là, nascosti nella boscaglia odorosa di sabbia e ciottoli e alghe secche, muti, una mano sulla bocca di lei che s'era messa a ridere, mentre alcuni pescatori avevano avuto la brillante idea di gettare le reti proprio lì, poco distanti dal rifugio resinoso e profumato. Avevano atteso che quelli se ne andassero, e no, quelli erano rimasti lì, poco distanti, avevano acceso un piccolo falò aspettando di ritirare in secca le reti e s'erano messi a tracannare vino e a sciorinare storiacce di fantasmi e pesci giganteschi assolutamente inesistenti.

Una dannazione era sibilata tra i denti, mentre gli sguardi al buio s'erano accostati e le dita erano corse alla pelle, le vesti scostate quel tanto che sarebbe bastato alle labbra ad insinuare baci morbidi e leggeri, a torturare la mente, che l'incedere non avrebbe potuto essere immediato.

Aveva preso a far freddo, lui l'aveva guardata, lei, distesa sulla sabbia, i capelli sciolti aggrovigliati alle asciutte radici dei rosmarini, lei creatura leggiadra e beffarda che l'osservava, gli occhi socchiusi mentre scivolava nell'intenso fremere d'un orgasmo solo immaginato.

Aveva negato André, così non si sarebbe andati da nessuna parte.

Non aveva voluto responsabilità lui, che chi l'avrebbe sentita poi Donna Lari se la padrona si fosse presa un raffreddore o chissà quale altro accidente. La parte del moccioso che fa i capricci l'aveva già recitata e gli era pure venuta bene. Era necessario ritornare seri e agire con un poco di senno sulle spalle.

L'ultimo passo…

André guardò la sposa che avanzava.

Sorrise mentre il braccio di Cristiano abbandonava quello di lei e lei allungava la mano a prendere quella di André e gli sguardi s'univano.

Tutti e due allora rammentarono.

Quella sera erano tornati in fretta e furia alla tenuta. André era finito ad accendere il camino, quello grande, quello che aveva fatto costruire da poco e Oscar s'era ritrovata nella grande cantina, una delle quattro che occupavano la parte sotterranea dell'edificio principale della tenuta.

Ripulita e ridipinta, il pavimento e le pareti - queste fino alla metà - erano stati incastonati di pietre bianche e grigie, piatte e lucide, un corridoio nel pavimento di tonalità più rosata al centro dove confluiva l'infossatura che consentiva il deflusso dell'acqua.

La stanza aveva preso a scaldarsi, nel grande camino arrostivano pietre bianche e giallognole, rose dal fuoco. Arroventate a dovere erano state sistemate in un paiolo e poi erano finite dentro una vasca d'acqua che in breve s'era a sua volta scaldata impregnandosi della sequenza inodore ed invisibile dei minerali contenuti nelle pietre.

L'acqua era stata fatta defluire in un'altra vasca.

"Ma che posto è…".

"Madame…questa sarà d'ora in poi la vostra stanza per il bagno. Solo per voi! Un giorno quando avrò capito come fare, mi servirò dell'acqua della caldera ma per il momento non ho trovato altre soluzioni che quella del buon minatore dell'Aurvegne! Ricordi?".

"Si…".

Che vuoi per il caldo, vuoi per il ricordo del burro tiepido e profumato con cui s'erano saziati durante i pochi giorni trascorsi alle pietre…

Il viso era avvampato…

Le mani si strinsero, gli sguardi s'allacciarono, le labbra dischiuse…

Padre Erasmo stava lì, in attesa d'ottenere l'attenzione degli sposi.

André non poté far altro che fissare lei, i capelli raccolti in un morbido concio, le ciocche libere ad incorniciare le tempie e l'ovale del volto, qualche fiore di campo ad impreziosire l'acconciatura. Nessun diadema, nessun nastro…

Gli venne d'istinto, non potè non allungare la destra, le dita a scostare un riccio che s'era ribellato, sistemandolo dietro l'orecchio.

Si sorprese del proprio gesto. Si rammentò quando quella sera, lei sullo scalone di casa Jarjayes, e lui lì come un ebete a guardarla scendere, l'aveva aiutata a sistemare la stoffa del vestito, e avrebbe voluto fare altrettanto, scostare quel riccio, lasciar scivolare le dita sull'ovale del viso.

Ora poteva farlo…

"E se li tiriamo un poco su i capelli!? L'è che così sareste proprio bellina!" – aveva esordito Donna Lari nell'alba lattiginosa del giorno del matrimonio mentre accudiva la sposa nella vestizione e dopo aver spazzolato i capelli li aveva raccolti e tirati su.

S'era sorpresa Oscar nel vedersi riflessa allo specchio e le era venuto un poco da ridere.

Martin stava lì accanto a loro e aveva preso la mano di Donna Lari e ci aveva ricamato sopra alcune lettere.

La comare non aveva compreso: "E che tu vai troppo di fretta bambino mio!".

"Bellissima…" – aveva spiegato allora Oscar alla custode, arrossendo.

"Ah sì! Mi sa che il moccioso stavolta l'ha proprio ragione!".

Ecco…

Si era osservata allo specchio quella mattina, prima di uscire, il corpo fasciato dal broccato celeste serico e lieve, il taglio della cintura sotto il seno, minuscoli non ti scordar di me azzurro lino ad impreziosire il corpetto e minuscoli non ti scordar di me bianchi spruzzati sul vestito e sullo strascico.

I capelli morbidamente raccolti in alto, un'acconciatura fintamente scompigliata ad esaltare l'ovale del viso ed il collo lungo e sinuoso.

Ecco…

L'immagine di sé, simile all'unica volta in cui aveva avuto il coraggio e l'incoscienza di smettere i panni del soldato e vestire quelli di una donna. Era stato allora che aveva compreso d'ammirare il Conte di Fersen e che quell'ammirazione mai sarebbe divenuta amore.

Era stato allora che, il mattino seguente, uscendo dalla propria stanza, aveva intravisto André e l'aveva seguito e l'aveva visto finire nella sartoria, dov'era stato riposto il vestito che lei aveva indossato. Non aveva detto nulla, era rimasta lì ad osservare l'altro che cercava la stoffa, s'avvicinava e l'accarezzava.

Aveva provato un inspiegabile brivido come se lì, sotto le dita di lui, ci fosse stata davvero la sua pelle.

S'era ritratta, s'era immaginata che l'amico non avrebbe compreso una sconfitta che neppure lei avrebbe saputo come cavare dal cuore.

Lo sapeva adesso che l'amico aveva compreso tutto.

Uno di fronte all'altra…

Si guardarono. Sorrisero a farsi coraggio. Le mani si slacciarono.

Era bello André, più alto di lei, il viso sbarbato, i capelli liberi, un poco ribelli, allungati sulle spalle, la giacca scura raffinata ma semplice.

Sorrisero…

Tra poco sarebbero divenuti marito e moglie. Anche se ad immaginarsi ciò che era accaduto quella notte dovettero ammettere che lo erano già.

Ci s'era infilato lui per primo nella vasca, aveva solo atteso che l'acqua fosse tiepida al punto giusto e poi aveva accolto lei, un poco titubante. S'erano ritrovati così, nudi, seduti, lei appoggiata al petto di lui, le gambe distese, immersi, abbandonati all'abbraccio tiepido, le narici pizzicate dal sentore minerale del liquido scuro, gli occhi chiusi in ascolto del battito che si riverberava da un torace all'altro.

André l'aveva abbracciata da dietro. Il calore aveva smorzato gl'intenti e confuso i pensieri, il vapore aveva offuscato la vista, la pelle s'era impreziosita di minime gocce di sudore miste all'acqua, intarsi di muscoli e vene, lisciati piano, i polpastrelli avidi di riconoscere gl'incavi conosciuti, i sussulti leggeri del cuore, mentre s'adagiavano piano a dirigere i gesti.

Aveva abbandonato la testa sulla spalla di lui, spingendosi un poco contro di lui, vicinissimi, la schiena inarcata e poi tesa…

Il viso di lui era affondato nei capelli.

Incedere lento delle labbra l'aveva presa ad accarezzare, baciare, lambire, scorrere, mordere…

Piano…

Lì, sul collo, l'arteria aveva vibrato di respiro innalzato, impossibile far finta di nulla…

Incedere lento delle dita…

Piano…

Lì, sulle spalle, aperte, morbide, ad accarezzarle, lisciarle…

Percorso muto e silenzioso ch'era scivolato a vezzeggiare i seni più pieni, a mordere l'orecchio, a succhiare l'incedere oscuro del cuore.

Piano…

Lì, sulla pelle tesa del ventre…

Carezze tiepide e mobili ad accogliere il sesso…

Intensa…

Aveva ceduto silenziosa, modellata e persa nel respiro perduto.

Non aveva cercato nulla per sé, nulla che non fosse stata la lieve tensione del corpo, pizzicato come un'arpa, lusingato come un'amante, sfinito mentre s'abbandonava, implodendo, morendo, nel crepuscolo d'un sussulto rubato.

L'aveva abbracciata mentre lei era scivolata giù, dentro di sé, abbandonata a lui…

L'aveva amata anche così, regalandosi l'istante sospeso, ascoltando il corpo tendersi e tremare e lei avrebbe voluto voltarsi ed amarlo.

No, andava bene così…

Non adesso…

L'aveva amata anche così anche senza amarla.

L'aveva vezzeggiata ed accarezzata anche così, mentre l'aveva aiutata ad uscire dalla vasca e poi l'aveva invitata a sedersi lì, s'una pietra più piatta e larga delle altre e le aveva ordinato di scoprire le braccia.

"No…" – era stata la debole opposizione.

"Sì invece…".

"Perché…".

Le cicatrici ferivano ancora la vista ed il cuore.

"Voglio guardarle…e voglio accarezzarle e voglio chiederti perdono per non aver fatto in tempo…".

Lo sguardo s'era abbassato: "Il tempo non è mai stato dalla nostra parte o forse siamo noi a non esser bravi a saperlo ammaestrare…".

André aveva dischiuso il coperchio d'un vasetto, odore di menta e chissà quale altra erba…

"Questo unguento mi è stato dato Mantini…è un preparato che serve a distendere la pelle, ad aiutare le cicatrici a guarire un poco più in fretta…non farà male al bambino…".

"Il Dottor Mantini ti ha dato questo…".

"Si…a poco a poco diventeranno meno visibili ma quelle che hai qui…" – André aveva appoggiato una mano sul petto di lei, nel palmo era risuonato il battito fondo e calmo – "Per tutte quelle che hai qui…io non posso fare molto…".

Aveva sorriso Oscar, aveva imparato che non ci si salva da soli, ma nessun uomo, nemmeno André, avrebbe potuto salvarla se lei non lo avesse davvero voluto.

"Proverò…" - aveva detto piano – "Ogni volta tu cederai una parte di te a me…ogni volta…le tue parole si distenderanno su quelle cicatrici…".

"E' ciò che intendo fare…".

Ogni volta…

Avrebbe voluto baciarlo ma André aveva negato e le aveva fatto segno di voltarsi.

"La tua pelle è umida…ti massaggerò la schiena…".

"Ma…".

"E poi ti porterò a letto!".

"Oh…".

Aveva negato André: "E non è come pensi…non voglio che ti stanchi oltre…"

"Non sono stanca…".

"Bugiarda! Ormai ti conosco…".

Davanti alla porta, Oscar s'era voltata, gli aveva preso la mano, un sussurro all'orecchio.

Resta…

Aveva negato André di nuovo, che lei un poco c'era rimasta male.

"Domani dovrò alzarmi presto…ci sono da organizzare i nuovi turni per ripulire i terreni…voglio che siano pronti almeno per piantarci dell'erba…con tutti i puledri che abbiamo…al più ci faremo un pascolo…".

"Ma sentilo! Parli già ci fossi davvero nato in questa terra!".

"Madame…sono stato il vostro attendente per vent'anni! So parecchio su come organizzare una ronda e caricare un cannone…e…si…come si prende una fortezza! E persino come si accudiscono quattro o cinque cavalli! Ma non come si alleva una mandria intera! E come si comprano sementi e come si tagliano le viti e come si curano gli ulivi…".

"E come si combattono le Rivoluzioni!" – aveva precisato lei.

André aveva sorriso…

"Per quelle c'è tempo…una Rivoluzione non la si combatte da soli e nemmeno se si è morti…dovrò imparare a scegliere i miei collaboratori e a fidarmi di loro…sperando che loro si fideranno di me!".

Aveva accarezzato il volto, la barba aveva punto le dita.

"Spero che con tutti questi impegni non ti scorderai quello che ci aspetta la prossima settimana…e che farai in tempo…per allora…" – aveva concluso lei, maliziosa.

André l'aveva guardata facendo una faccia strana come a dire che non aveva idea a cosa lei si riferisse.

"Stupido!" – l'aveva apostrofato.

E lui s'era battuto la fronte col palmo: "Ah già si! Me l'ero proprio scordato!".

"Stupido due volte!" – l'aveva rimbeccato che lo voleva adesso, con tutta sé stessa, perché non aveva idea di come avrebbe fatto se André non fosse stato suo, sempre…

Le sarebbe bastato averlo lì, ad ascoltare il respiro mentre lui dormiva, sapendo che lui avrebbe fatto altrettanto.

No, André era stato irremovibile.

Non erano ancora marito e moglie. Sarebbe stato sconveniente!

Stupido!

Il rito fu breve, essenziale, come lo erano gli sposi e come imponeva la prudenza.

Non era giorno di festa, non era orario di messa.

In paese era bastato lasciar trapelare l'indispensabile, un evento importante che avrebbe riguardato il nuovo padrone di Alcantia. In pochi conoscevano il nome della sposa, rigorosamente sussurrato da Padre Erasmo, che tanto bastava fosse udito dagli sposi e dai testimoni.

Null'altro…

Si guardarono Oscar e André immaginandosi chi erano stati e chi sarebbero divenuti.

Se lo dissero, piano, sussurrando…

Sarò per te roccia e fuoco…

Pioggia e vento…

Neve e polvere.

Sarò per te erba fresca e spighe dorate…

Miele dolce e terra e sabbia.

Sarò per te disperazione e sete…

Sangue e rabbia…

Tempesta e nebbia…

Sarò per te un campo di fiori di lino…

Una brocca di buon vino…

Una stella caduta e un bacio perduto.

Sarò per te paura e lacrime…

Furore e carezze morbide…

Sarò per te chiaro di luna e ghiaccio tagliente…

Sole e notte…

Luce e buio.

Mille volte invocherai il mio nome e mille volte il mio pensiero correrà a te.

Ti amo, al di là del tempo e dei luoghi…

Prendi queste mani e fanne le tue mani.

Prendi questo cuore, che diventi il tuo e il nostro.

Prendi questo amore e la vita che lui ci concede.

Che diventi la tua vita e la mia e la nostra.

Ti abbraccio amore mio.

E il mio pensiero, il mio respiro, la mia coscienza sarai tu, che ora vivi dentro di me.

Mai più ti perderò.

Anche se il tempo e lo spazio ci divideranno e saranno nostri avversari.

Sei dentro di me, ovunque io andrò e dovunque io sarò.

Sempre ti ho amato…

Sempre ti amerò…

"Mi amerai anche se un giorno non potrò più vedere il tuo volto?" – gliel'aveva chiesto André - "Mi terrai accanto a te anche se un giorno il mio mondo sarà immerso nell'oscurità?".

"Sempre…sarò sempre accanto a te. Se vorrai e finché il destino lo vorrà sarò la tua luce e sarò io a chiederti di tenermi accanto a te, se mai un giorno accadrà".

Silenzio…

Un respiro…

Un'altra domanda, un'altra promessa…

"E tu…André…mi amerai anche quando…quando io non dovessi esserci più?".

Aveva pronunciato le parole senza timore. Era la prima volta che riusciva a farlo, un tempo indefinito che sarebbe potuto comunque avvenire.

"Ti amerò ogni giorno di più, oltre il tempo, oltre me e te…sempre….sarai sempre con me, anche quando non dovessi esserci più…".

Aveva risposto, senza paura.

Non volevano più avere paura. Avrebbero sfidato il destino e l'ostinata pervicacia di chi avrebbe voluto annientare il loro amore, essere umano, o malattia o rivoluzione che fossero stati.

Avrebbero combattuto insieme.

Sempre…

Portami con te finché avrò vita e non temere per la mia morte.

Sarà lieve e dolce morire se la mia vita sarà servita a renderti almeno un poco felice, almeno un poco meno solo.

Sarà la mia gioia e la mia consolazione.

Così che la mia esistenza cupa e severa avrà avuto un senso e non sarà trascorsa invano, piegata da un destino che non mi apparteneva e che non pensavo di poter cambiare.

Non temere amore mio.

Io sarò con te.

Oltre la vita che ci sarà concessa. Ed ancora oltre.

Oltre questo tempo e questa storia.

Il nostro amore abbraccerà il nostro destino e lo legherà indissolubilmente a sé oltre i sogni ed il tempo…

§§§

I sogni ed il tempo…

Nulla di più evanescente dei primi e di più reale del secondo, anche se nessuno di essi si può osservare, toccare, annusare, stringere tra le mani o riporre al sicuro.

Il tempo lo si può solo vivere e i sogni si possono solo raccontare.

Due mocciosetti alle prime armi…

Vent'anni di amicizia, silenziosa e netta, alle spalle.

Una vita imposta, un destino deciso da altri.

Poche scelte altrettanto silenziose e nette. Definitive…

Non avrebbero potuto avere tutto, non avrebbero potuto salvare tutti.

Non avrebbero potuto addomesticare il tempo.

Il tempo è bestia feroce, la più feroce di tutte.

Folle sarebbe stato chi avesse osato tentare di piegarlo a sé, al proprio volere.

Ma lusingarlo…

Allora il tempo prese ad aprirsi, svolgersi, lasciarsi vincere, conquistare.

Ora dopo ora, giorno dopo giorno, nella fatica di scelte che non si possono cambiare, nella consapevolezza del dono eterno di un solo altro istante vissuto insieme.

Inimmaginabile e sorprendente come fosse accaduto.

Così, quando entrambi avevano pensato l'altro impegnato altrove e chissà quando l'avrebbero rivisto alla sera…

Accadeva d'incrociarsi nel corridoio della casa o nel loggiato…

Forse per caso oppure nell'intenzione di cercarsi davvero.

Allora la sensazione prendeva a spalancarsi nella gola e nello stomaco.

Si sorprendevano, si sfioravano, controllavano che nessuno fosse attorno, i passi si univano, i corpi s'avvicinavano a nascondersi dietro una colonna, in un angolo, che anche se erano sposati, non era usuale che due sposi si fossero ritrovati lì, a baciarsi al passaggio della servitù o all'aria aperta.

Le dita si chiudevano a stringersi, le labbra si sussurravano respiri lievi, come se si fossero incontrati per la prima volta, stranieri l'uno verso l'altra, sconosciuti anche se si conoscevano da sempre.

Era il tempo ch'era diverso.

Ora potevano scegliere.

Non osarono mai dirsi che quel tempo sarebbe appartenuto a loro, solo a loro. Il tempo sa essere spietato, non si può fermare o riavvolgere, al più lo puoi imbrigliare, ammansire, acquietare, racchiudere in un luogo dove ci s'illude ch'esso non possa più scorrere.

Il tempo scorre, inevitabile...

Il tempo continuò a scorrere.

Là anche là, luogo solitario, liquido, limpido, scuro, tiepido, chiuso.

Là sotto, solo all'apparenza, il tempo si sarebbe mostrato immobile, al più ondeggiante come le radici che ondeggiavano lassù sulla volta spessa e brillante, rischiarata dai braceri, o fremente come le colonie di pipistrelli che tornavano sempre a far balzare il cuore in gola.

I corpi immersi nel calore liquido, liberi, leggeri…

L'acqua a sollevare il peso del cuore e quello dei ricordi.

Anime mondate, lavate, giorno dopo giorno, dal passato lontano che non sarebbe svanito, ma che forse avrebbe smussato i suoi angoli più appuntiti.

Abbracciati…

Persi…

"Ho fatto un sogno…" – occhi chiusi, distesa a faccia in su, le gambe ritratte, le mani sulla pancia, lo sussurrò piano.

"Lo ricordi?" – la mano sulla pancia di lei, nuda, carezze morbide, le dita s'intrecciavano.

"Si e no…era strano…".

"Tutti i sogni sono strani!".

"Ricordo poco…un'immagine…forse ero io…ma non so dove fossi…penso che quel sogno riguardasse me…stavo camminando…mi pareva d'essere in una sala…enorme…".

"Le Petit Écurie?".

"Forse…non lo so…ricordo che c'erano tantissime persone…grandi finestre…".

"Allora poteva essere quella o l'altra…erano enormi quelle scuderie…".

"Le persone…non le vedevo in realtà…sentivo le voci, le parole, ma non ricordo il significato. C'era tanta luce…e c'erano tanti bambini…altri bambini…".

"Non c'erano bambini nelle scuderie, al più i marmocchi di qualche ufficiale che voleva mostrare ai figli i propri destrieri…".

"Ero vestita in modo strano…un'uniforme bianca…".

"Un vestito più strano ancora della tua uniforme!?" – obiettò André ridendo - "Forse era davvero la tua uniforme…quando fosti nominata Comandante della Guardia…la tua uniforme era bianca…".

"No…no…aspetta…quella che indossavo a me pareva proprio un'uniforme ma diversa dalla mia e bianca…sì…tutta bianca…e poi…avevo la mia spada con me…ma era leggera…".

"Amore mio…tu con un'uniforme e una spada in mano…avrai sognato…ma quella dovevi essere tu…".

Si voltò Oscar, lo guardò, gli passò le mani tra i capelli scostandoli.

"Sì, forse ero io…e tu…tu dov'eri?".

Buffo fosse lei a chiedergli dove fosse stato lui, che quello era il suo sogno.

"Oh…beh…sarò stato senz'altro da qualche parte a sistemare staffe o briglie. Nel tuo sogno…ci sarò stato senz'altro…magari ti sei svegliata troppo presto e non hai fatto in tempo ad incontrarmi!" – biascicò André piccato.

La coltre scura accoglieva i pensieri e i ricordi.

Sogno mescolato alla realtà…

"Ti ho visto sì…come quando eri bambino…ma non sapevo fossi tu…" – riprese a raccontare Oscar, voltandosi su un fianco.

Un respiro fondo…

Il sogno s'ingarbugliava.

La questione nei sogni non sono le immagini ma ciò che le immagini suscitano, da dove sgorgano, se dal presente o dal passato. Volti, luoghi, tempi, momenti, vissuti in modo differente, come se non si fosse in sé, come se fosse qualcun altro a viverli.

I sogni riordinano ricordi oppure…

"E chi sarei stato?" – chiese lui tra il divertito e il serio.

"Non…non hai capito…eri tu ma non sapevo fossi tu…mi hai sorriso…".

"Allora ero proprio io!".

"André…è questo che è strano…non ero del tutto consapevole di chi fossi tu eppure mi pareva di conoscerti…da sempre…".

"Quindi c'eri tu e c'ero io…eravamo giovani tutti e due…chissà forse si tratta di un sogno che riguarda il tuo passato…".

"Non lo so André…non mi pareva di vivere nel mio passato. Non credo d'aver mai vissuto un simile momento…ecco perché ho pensato fosse un sogno strano…anche se sembrava reale…".

André si sollevò e l'abbracciò stringendosi a lei, sfregando il viso contro il viso.

Annusò il sentore della pelle umida…

"E' possibile che sia questo moccioso…o…mocciosa…chissà…ad indurre sogni strani…non devi preoccuparti. L'importante è che tu non stia male…".

"No…ero tranquilla…poi…quando ti ho visto…sono riuscita a…".

"A respirare?!".

Annuì Oscar, che lui adesso aveva preso ad indovinare anche i sogni.

"Bene! Ci sarò sempre allora…anche nei tuoi sogni!" – concluse lui divertito – "Tu cercami sempre se puoi, anche nei tuoi sogni e vedrai che io ci sarò, sempre…".

Esserci sempre…

Nel sogno e nella realtà…

§§§

1790, quarantuno miglia a sud di Livourne, aprile…

Il tempo continuò a scorrere.

Lì anche lì, coltre tiepida, silenziosa…

Lì, anche lì, solo all'apparenza, il tempo si mostrava immobile, il tempo del riposo in ascolto del battito del cuore e del respiro leggero…

"André?"

"Si…".

"Cosa stai facendo?".

Oscar aveva gli occhi chiusi, s'accorse che lui le stava accanto, lì, la mano sulla pancia.

Ormai da alcune settimane lei aveva preso a conversare con il bambino…

O bambina…

Aveva individuato i momenti in cui lui, o lei, s'impegnavano in strani contorcimenti o stiracchiamenti, ancora possibili visto che il tempo della nascita era prossimo ma non imminente e forse di spazio per muoversi ce n'era ancora.

E allora lei posava una mano sulla pancia, accarezzava la pelle ormai tesa e sottile e lì dove si posava la mano, in quel punto, poteva avvertire, poco dopo, un movimento quasi impercettibile, una specie di risposta morbida e lieve al calore del palmo.

"Allora!?" – aprì gli occhi e prese a guardare André che stava lì, appoggiato su un gomito, steso in senso inverso a lei, cosicchè il viso era rivolto alla pancia.

"Che stai facendo?".

L'interrogò con gli occhi che non è che poteva più voltarsi e chieder spiegazioni in un lampo.

Certo sì, lei gliel'aveva fatto sentire il bambino che si muoveva, la mano afferrata in fretta e appoggiata lì, ma erano per lo più attimi, visto che André stava fuori tutto il santo giorno e quando rientrava lei era già addormentata e allora l'istante sfuggiva.

Ora ch'erano marito e moglie per assurdo si vedevano e si parlavano meno di quando si fossero ritrovati di ronda alla sera a Parigi, che allora era necessario tener gli occhi aperti.

Così lei non se l'era proprio immaginato che lui avrebbe fatto da sé.

"Stavo…stavo giocando…".

"Stavi…giocando…" – ripetè Oscar, lo sguardo fisso all'altro a chiedergli se non la stesse prendendo in giro.

"Aspetta…ti faccio vedere…siediti…".

André si sedette e chiese a lei di sedersi davanti a sé, di schiena, appoggiata a lui. Le sollevò la camicia e appoggiò una mano sulla pancia.

E iniziò a scivolare piano con le dita.

Carezze morbide, proprio come quelle che si regalava lei. Attesero un po'…

Oscar sapeva che il bambino non si svegliava prestissimo ma no, tutti e due percepirono un movimento più intenso, un'onda, una mezza capriola, simile a quelli che ascoltava lei.

André spostò la mano e ripeté il gesto.

Una carezza seguita da un calcetto ben assestato che la lasciò quasi senza fiato.

"Ti sei fatta male?" – chiese André che subito tolse la mano e si sporse per guardarla.

Trattennero il fiato, tutti e due, per alcuni istanti.

"No…non preoccuparti…non immaginavo che il bambino fosse diventato così forte. E che tu ti divertissi con lui in questo modo!".

Rise l'altro: "Sai, una notte, mentre dormivi ho appoggiato la mia mano sulla tua pancia e finalmente ho sentito il bambino si muoveva. All'inizio sono rimasto stupito. Tu dormivi e lui si muoveva…e anche intensamente…ero quasi certo che prima o poi ti saresti svegliata. Così mi sono messo ad accarezzare la pancia e…mi è parso che lui avesse preso a seguire la mano che si spostava. E' stato incredibile. Sai che significa…è nostro…è mio figlio questo…il mio bambino…".

"Potrebbe essere la tua bambina…" – lo corresse lei, un mezzo sorriso di sfida.

"Oh sì…" – ammise l'altro per nulla preso alla sprovvista, che anzi forse ci doveva aver fantasticato su, in solitudine – "E allora sarebbe meraviglioso…sono certo che sarebbe bella come te…".

Un respiro…

"Lascia perdere la bellezza André… e se davvero fosse come me, in tutto e per tutto!? Se finisse per avere il mio carattere…so che quello è frutto dell'educazione ma sì…insomma…".

Si guardarono ammettendo che l'educazione è altro dall'indole. La prima non si eredita, la seconda è possibile avercela in dote, come risorsa o come condanna.

"Testarda come me! Intransigente! Non darebbe ascolto a nessuno…né a te, né a me…" – rincarò lei per vedere se un poco gli avesse messo paura all'altro, facendogli cambiare idea.

Non è che nemmeno a lei sarebbe dispiaciuto avere una bambina…

"Uno stuolo di giovanotti le farebbe la corte che neanche avrà quattordici anni!" – proseguì lui e lo sguardo un poco prendeva a rabbuiarsi. Sì, un poco di paura gli era scivolata addosso, anche se non sapeva se mettersi a ridere.

"Per non parlare del fatto che ciò che sto insegnando ai bambini lo insegnerei anche a lei!" – concluse Oscar tanto per rendere il quadro completo.

"Ma certo! Ci mancherebbe! Il francese, il latino, la storia…".

L'altra lo fissò, gli occhi fessure quasi incandescenti come a dire prosegui pure!

"Oh…quindi mia figlia saprà cavalcare, tirare di scherma, usare la pistola!?".

"Si! Se sarà necessario per difendersi sì! Tua figlia un giorno potrebbe esser capace di caricare una colubrina…allora credi che saremo capaci di fermarla dall'idea che, se necessario, ci si metterà anche lei a tirar giù una Bastiglia!? Non parlo solo delle fortezze fatte di pietra…".

Sorrise André che aveva compreso benissimo.

"Le insegneremmo a distinguere le vere rivoluzioni…allora…".

"Lo dovremo fare in ogni caso, anche se nascerà un maschio! Soprattutto con un bambino! Gli uomini hanno la sacrosanta tendenza a voler avere il controllo su tutto! Non vorrei mai che uno dei miei figli, maschio o femmina che fosse, diventasse persona che pensa di usare armi o cappi per aggiustare le ingiustizie del mondo…".

"Aggiustarle no…ma difendersi sì! E gl'insegneremo a non sentirsi uniti agli altri per via del sangue o della patria o della lingua…" – sibilò piano André – "No! Saranno uno con uno tra molti…tutti uguali…".

La mano tornò sulla pancia.

"Ci starà ascoltando!?" – sussurrò Oscar – "Che penserà di due genitori che stanno già decidendo come educare un figlio o una figlia?!".

"Penserà che stiamo pensando a lui, o a lei, e penserà dunque di non essere solo…credo che sia importante…" – ammise André soddisfatto – "E non hai pensato ai nostri caratteri…a rovescio?!".

La battuta scioninata, distendendosi sulla schiena…

Altra congettura, Oscar sgranò gli occhi, che non è che non ci avesse pensato ma…

"Un bambino…come me…" – balbettò incredula.

Le parve quasi di vederlo.

"Si…" – annuì André fissandola e sfoderando un sorrisetto per niente rassicurante.

"Ci pensi!? Un moccioso con la tua testardaggine!" – rincarò puntandole il dito contro in segno di sfida – "Temo che faticherei a tenerlo a bada! Non so proprio come farai…tu…col tuo carattere…e un bambino del tutto simile a te!".

"Allora potrebbe anche nascere una bambina con il tuo carattere! Sarebbe perfetta!" – lo ripagò lei, mimando uno scambio con l'indice verso l'altro.

Le dita s'intrecciarono e si strinsero…

Oscar fece per baciarlo ma André avrebbe dovuto avvicinarsi perché lei a voltarsi era un poco impacciata.

André si scansò scivolando fuori dal letto.

"Ce la fai a camminare?" – chiese mentre prendeva a vestirsi.

Imbronciata e sorpresa, Oscar rimase zitta per ripicca.

La pancia era cresciuta, lei ci prendeva confidenza e misure ma ogni giorno che passava si ritrovava a compiere un passo più lento, uno scalino in meno e questo infastidiva e spaventava. Non s'era mai immaginata immobile o comunque forzatamente imbrigliata nei movimenti, nei gesti…

Il fatto di non potergli correre dietro…

André sorrise, tornò indietro lui, la baciò lì, abbracciandola, allacciandosi alle labbra, stringendo piano il corpo che s'era ammorbidito ed appesantito.

Il bacio ferì gl'intenti…

Punse le vescere, il sangue parve incendiarsi…

Era difficile restare insensibili…

Nonostante la gravidanza.

"Raggiungimi…al pascolo…Cristiano verrà a prenderti…".

"Andrè…sai che i cavalli mi piacciono ma…".

"E chi ti dice che io voglia mostrarti dei cavalli!? E se ti ho incuriosito…buon per me…sono ancora capace di tenerti sulla corda!".

Rise il marrano sottraendosi all'occhiataccia dell'altra, che davvero ebbe solo la forza di mettersi seduta e tirar giù le gambe dal letto e se avesse potuto si sarebbe messa a piangere perché così, davvero, con quella pancia, le pareva non sarebbe più riuscita a far nulla nella vita, né a cavalcare, né a correre, né a gettarsi in uno stagno, né a…

§§§

"Sai…questo è stato il primo luogo che ho visitato…dopo le scuderie intendo, quando sono giunto alla tenuta. Tu eri ancora molto stanca per il viaggio. Sono rimasto con te qualche giorno…poi mi hanno parlato di questo luogo e…quando l'ho visto avrei solo voluto averti accanto…".

Non era lo stesso pascolo della volta precedente. Era un altro…

Un prato erboso verde brillante, onde lucenti si rincorrevano allargandosi e piegandosi alla brezza del mare. Si ritraevano e si stendevano e poi s'appiattivano. Nella calma ondeggiavano lievi, profumando l'aria di pollini e fiori di campo, innalzando il respiro.

Cristiano fece un cenno e riprese a scendere con la carrozza.

Oscar si ritrovò lì, sul limitare del sentiero, le mani sotto la pancia, il vestito e i capelli scompigliati dal vento.

Afferrò la mano di André che attendeva sospesa che lei gli s'affidasse.

Qualche passo in discesa e poi trenta, quaranta passi in salita, una salita dolce…

"Perché mi hai portato qui?" – glielo chiese e lui rimase zitto, tirandola un poco per aiutarla a salire.

Una curva coperta dall'erba alta non ancora tagliata, giacinti, narcisi, soffioni di Tarassaco e non ti scordar di me…

Il sentiero ridiscese e poi riprese a salire.

"André…non…posso…".

"Sì che puoi…" – un tiro più deciso, la prese a braccetto…

Lo sguardo a terra, impegnato a veder dove mettere i piedi, si sollevò per ritrovarsi immerso nel cielo azzurro che vibrava splendente sulla sommità della collinetta. Mozzava il respiro il paesaggio aperto e limpido e pieno, quasi infinito…

"Dove siamo…".

Lo sguardo s'aprì…

"Volevo farti vedere questo…anche questo…".

Il vento spirava annebbiando un poco la vista, colmando gli occhi di lacrime, feriti dalla luce, di contrasto ai toni scuri a cui era stato necessario abituarsi durante il lungo inverno.

Oscar prese a scorrere con lo sguardo, André le sistemò i capelli per consentirle di vedere meglio.

Il cielo si tuffava nel mare azzurro davanti a sé, da lontano la sagoma più scura e nebbiosa dell'Elba, sotto di loro il salto roccioso trattenuto in fondo dall'esile nastro di sabbia che s'inarcava quasi a tener fermo tutto il paesaggio che in alcuni punti, a strapiombo, pareva sarebbe caduto giù in mare.

"Ci siamo amati…a rovescio!" – sentenziò lui guardandola.

"Cosa…".

"Sì, da lontano…come hai detto tu…io dovevo stare lontano da te per amarti e non soffrire e tu solo da lontano hai potuto scorgere questo amore…ci siamo amati senza poter scegliere quando e dove farlo…troppo vicini…non saremmo riusciti…ad amarci…".

Oscar lo guardò, non capiva.

"Vorrei poterlo fare adesso…vorrei poter scegliere…" – disse lui piano.

"Vorresti…".

Le scostò di nuovo i capelli: "Vorrei amarti in ogni posto, in ogni luogo…vorrei poterlo fare in ogni tempo…anche adesso…non parlo del tempo che scorre, parlo del nostro tempo, quello solo nostro…quello che ci è stato concesso…".

"Accade già…".

André allargò la destra e le fece strada.

"Adesso è piuttosto impossibile scendere alla caldera…e poi…".

"E poi…".

"Ti piace il colore del cielo?"

Oscar annuì: "Che intendi?".

André le riprese la mano, la condusse verso un salice, i rami gonfi di gemme inspessivano il mantello. Da sotto s'intravedevano drappi bianchi…

Scostò i tendaggi, quello vivo fatto di rami e quello di stoffa, tessuto chiaro e rado.

Gli occhi si ritrovarono in una sorta di nido, racchiuso dalla tela mentre in alto s'intravedeva il cielo tra i rami. A terra, sull'erba, una stuoia e sopra ancora una coperta e cuscini e…

"Ma che ti è saltato in mente?".

"Lo volevo…sto impazzendo Oscar…".

"Che stai dicendo? Perché?".

André si voltò verso di lei.

"Giù! Siediti…devi riposarti…".

"Mi vuoi spiegare?" – s'intestardì lei, scostando la mano.

"Prima siediti…per favore…".

Uno sbuffo, che lei fu costretta ad appoggiarsi a lui e a sedersi e a stare lì. Ad alzarsi di nuovo ci avrebbe pensato dopo, come, proprio non lo sapeva se lui non fosse stato lì. Si sentì per un istante prigioniera, solo un poco. Sorprendente fu l'affondo del cuore, la vibrazione che s'espanse all'idea d'esser lì, sola, con lui.

"Stai impazzendo…perché?" – lo chiese di nuovo.

"Il tempo scorre Oscar…vorrei averti con me ogni istante…vorrei poter venire quassù con te…essere libero inebria…vorrei avere tutto…so che non è possibile…".

Rimase in silenzio…

"Siamo insieme adesso…".

"Sì…ogni giorno che passa vedo avvicinarsi un futuro che fino a pochi mesi fa non avrei mai nemmeno immaginato. Il futuro inebria, anche quello. Vorrei averlo già nelle mie mani, stringerlo, abbracciare te…sapere che staremo insieme…che non ci sarà mai nulla capace di separarci…".

"Non possiamo avere certezza di questo…ma io sto bene…sai…il dottore…".

André la guardò, lo sguardo si contrasse. Muto, attese…

"L'altro giorno sono stata dal Dottor Mantini…mi ha rivelato…".

Silenzio…

"I malati di tisi…non sono tutti uguali…alle volte persino il sangue non è una prova certa…".

"Che vuoi dire?!".

"In alcuni casi…ci sono persone che in poco più di sei mesi…muoiono…anche a me avevano detto questo…".

Lui la guardava, vedeva il passato, non si capacitava d'esserci ancora dentro, i giorni passavano…

"Ma io sono qui…lui è sorpreso quanto lo sono io e allora s'è messo a cercare di capire e ha cominciato a farmi domande…vuole sapere la vita che ho fatto…forse lì c'è la risposta…".

"Nel tuo passato…".

"Io non so che accadrà nel futuro…ma conosco il mio passato e ora sono qui…".

"Nel tuo passato…" – ripetè lui fissando il vuoto, la mente aveva preso a correre indietro a chissà quale visione od evento.

"Non troppo lontano però!" – sorrise lei – "E' possibile che tutto sia avvenuto…".

"Quand'eravamo a Parigi…o forse…".

"Parigi racchiude molti misteri…spesso mi capita d'esser là, in sogno. Per mesi non ho sognato nulla e adesso…Mantini dice che anche da quelli si può cavare fuori una verità…".

"Da un sogno…".

Oscar s'appoggiò all'albero fasciato da cuscini, gli occhi chiusi, le mani sempre sulla pancia.

"Sei stanca…".

"Un poco…ma non per essere venuta quì…sono stanca di attendere e di cercare risposte…non so per quanto tempo avrò la forza di farlo…".

"Vorrei essere nei tuoi sogni…come in quello che mi hai raccontato…".

Le mani si strinsero…

"Riposati…io starò qui…".

"Sì…perdonami…volevi farmi vedere questo posto ma adesso sono stanca…".

"Non pensarci…anzi…avrei dovuto comprendere…".

"No…sono felice invece…sapere che hai un desiderio e sapere che adesso puoi realizzarlo…".

"Tu non sei solo un desiderio…tu sei tutto…".

"Sì!" – rise Oscar – "Davvero tutto! Sono talmente tutto che senza di te non riuscirei nemmeno ad alzarmi!".

Scavare nel passato…

Non c'era verso però ch'esso sarebbe rimasto tale.

S'avvolse il passato al presente, a rivelare forse il futuro.

S'avvolsero i luoghi d'un tempo a quelli del presente, che in fondo ogni luogo è simile, soprattutto s'esso affonda le radici nella miseria. Parigi incombeva anche s'era lontano migliaia di miglia.

Mano nella mano presero a scendere. Il cielo piumato risplendeva asciutto e fondo, catturando lo sguardo, inebriando il respiro. Era difficile immaginare altro lassù che non fosse azzurro, come il cielo, come il mare, come i campi ammantati di fiori di lino che s'aprivano, quasi pronti per essere raccolti.

Scavare nel passato non era difficile.

Bastò poco.

Bastò allo sguardo scovare un filo di fumo, poco più giù, proprio come accadeva nei foborghi di Parigi, quand'erano di ronda, di sera o di giorno. Lo sguardo non aveva fatto altro per tutta la vita.

"Che cos'è?" – lo chiese.

Silenzio…

"André…" – la mano tirò un poco, che la mancata risposta feriva e la mente correva ad intuire la verità.

"Oscar…non devi preoccuparti…" – sibilò lui, irato con sé stesso per non aver calcolato a dovere la distanza necessaria ad evitare la scoperta.

"Quando lo dici…è proprio questo che invece mi preoccupa. Non dirmi che è un altro di quei dannati inferni?".

Si fermò André, lei non si smentiva mai: "Non puoi pensare ad altro adesso…devi stare tranquilla…".

A muso duro si piantò davanti a lui: "André…nemmeno io ho lasciato la Francia per diventare un'inetta…allora sì che potrei ammettere d'essere fuggita…".

"E' un campo…una specie di ammasso di case…simile all'altro…lì ci vivono diverse famiglie…si trova su terre a cui non possiamo accedere…".

"Sarebbe a dire che non si può andare là e capire se quella gente è trattata alla stessa stregua di bestie…anzi direi anche peggio se è come ciò ho visto quel giorno!?".

"No, adesso non si può!" – fu lui a rivoltarsi a muso duro – "Quella è gente che ci vive lì…non sono baracche…sono case…".

"Se non ci si può andare e non ci sei stato come lo sai?".

Silenzio…

"Ci sei stato? L'hai visto?".

"E se anche fosse? Ti ho detto che non si può cambiare tutto in un pomeriggio…se sapremo muoverci nel modo giusto…a poco a poco questi posti spariranno…so per certo che non sono ben accetti nemmeno dai governanti del luogo…e persino gli austriaci…".

"Va bene…" – sorprendente accondiscendenza, gli occhi di lei gli rimasero addosso però ed essi – oh lui l'avrebbe dovuto capire – raccontavano altro.

Gli parve sorprendente ad André che lei si fosse acquietata con una spiegazione così rapida. Nemmeno lui era soddisfatto di quel che accadeva ma non voleva che lei s'intestardisse a risolvere…

"Devi stare lontano da quel posto!" – s'affrettò, dimenticandosi…

Furba…

"E dove potrei andare adesso? Non penso molto lontano…" – la mano si strinse si nuovo, il passo lento ma fiero anche se un poco appesantito, Oscar tacque.

Non poteva permettersi di chiedere nulla né a sé stessa, nel suo stato, né a lui, che già tentava di mutare le cose.

Rammentò gli esuli armeni da cui era stata circondata sulla spiaggia e poi quella specie d'inferno in cui s'era imbattuta poco lontano dalla tenuta, nient'altro che il gesto di ripicca d'un nobilotto del posto che s'era intestardito a mostrare il proprio potere, a rimarcare la superiorità, a sfoggiare un inutile prova di forza.

André era sempre stato molto pragmatico ma anche molto cauto.

Seduta sulla poltroncina accanto al camino, nella sala della caccia, gli occhi al fuoco ravvivato da poco, Oscar attese.

Di lì a poco la porta s'aprì e il custode, Cristiano Simon, rimase di sasso, ch'era prestissimo, e non s'immaginava di trovar lì la padrona a quell'ora. La stanza era stata riordinata per quel che una donna che attendeva un figlio che sarebbe nato di lì a qualche settimana avrebbe potuto fare.

"Signora…".

Cristiano Simon era persona saggia. Aveva compreso che madame non si disturbava ad attendere un domestico se non per una necessità che sarebbe dovuta restare tra loro.

Lui era divenuto in breve tempo il miglior consigliere del padrone, un amico, come aveva sentenziato madame. Il più influente alla tenuta, dopo André.

Cercare lui, Cristiano Simon, significava evitare di conferire con il padrone.

"Venite avanti Cristiano…vi aspettavo…".

Cristiano Simon era persona scaltra. Sapeva che la padrona s'era sempre arraggiata da sola, al più se ne occupava sua moglie, Donna Lari.

Il fatto che la padrona fosse lì a quell'ora deponeva per un incontro non casuale.

"Dite…" – la fiducia era già stata conquistata. Come pure la dedizione. Per quest'ultima però c'era solo d'accertarsi se quella verso il padrone sarebbe stata più intensa di quella verso la padrona.

Albeggiava…

Oscar prese a guardare fuori dalla finestra. Era scivolata fuori dal letto, un bacio ad André che ancora dormiva, gli aveva sussurrato che aveva fame e che sarebbe andata a cercarsi un bicchiere di latte. Oscar sorrise tra sé e sé. Era bello sgusciare fuori dal letto, al mattino, assaggiare il rapido passaggio dal calore del corpo di suo marito, abbracciato a lei, scostargli il braccio, ascoltare la domanda mugugnata dove volesse andarsene a quell'ora, di contro al freddo della stanza, il camino spento, frullare d'ali fuori.

Il freddo inebriava, esso non era solitario ma solo preludio d'un nuovo abbraccio.

Sì, era ancora più bello immaginarsi che, sbrigata quella faccenda, all'insaputa di André – oh certo lui non avrebbe mai dovuto sapere nulla – sarebbe tornata in camera, avrebbe trovato il modo di ricacciarsi sotto le coperte e lui sarebbe stato lì, l'avrebbe baciato di nuovo oppure sarebbe rimasta lì a guardarlo. Avrebbe ritrovato il suo calore, il profumo del sonno e dell'abbandono, il profumo della pelle addormentata.

Quel calore tinteggiava i pensieri, soggiogava le dita, innalzava il respiro e le viscere…

Era suo André…

Struggente pensiero, quasi faceva male al cuore…

"Vorrei chiedervi un favore…vorrei fare una passeggiata…in carrozza…" – attaccò piano Oscar, decisa. Sapeva che André era previdente, non s'immaginava così previdente al punto d'aver già istruito il custode a non essere accondiscendente ad alcuna richiesta che la padrona avesse declinato.

"Mi dispiace signora…ma se vi riferite al luogo che intendete…".

Oscar si sorprese, solo un istante. Risoluta convenne che André aveva fatto il suo dovere e voleva tenerla lontana da quel posto.

Testarda: "Come si chiama?".

Silenzio…

"Come si chiama?".

"La Rinsacca…".

"Non ne ho mai sentito parlare…".

"E' una strada che porta all'interno…non sono terreni del padrone e chi ci vive non gradisce che qualcuno li attraversi…".

"Ho appreso che qui è la regola!".

Oscar fissò il paesaggio dalla finestra, immaginandosi che la previdenza di André nell'evitare che lei mettese piede in quel luogo avesse una ragione precisa.

"Se è come immagino…mi pare saggio che nessuno abbia il coraggio di mostrare apertamente di trattare le persone come delle bestie…".

Fu la volta di Cristiano Simon di sorprendersi. La padrona non aveva mai visto quel posto eppure pareva sapere già tutto. Era una donna così diversa da tutte quelle che conosceva.

"Il padrone…".

"André non lo saprà…ci arriveremo in carrozza…non potrei camminare a lungo nemmeno se lo volessi. Non scenderò. voglio solo vedere che posto è…".

"Veramente…".

La dedizione era esemplare. Ma verso il padrone.

Occorreva sfruttare quella…

"Mettiamola così…ho idea che mio marito intenda fare qualcosa…ebbene…come moglie lo appoggerò ma non voglio che si esponga. E' un uomo e da lui si pretende rispetto cieco delle regole e delle consuetudini del luogo. Prima fra tutte immagino quella di non calpestare il suolo che appartiene ad altri. Io invece sono solo una donna! Dirò che m'ero intestardita a visitare i luoghi e il paesaggio. Con me…in questo stato per giunta…forse si mostrerà più indulgenza…vedrò quel posto e poi…".

"Va bene…" – mugugnò l'altro avviandosi a ripulire il camino, nemmeno un cenno del capo.

Cristiano intuì che quella poteva anche avere ragione. Sostenere il marito nelle proprie scelte poteva anche essere una di queste. Pensò che non sarebbe accaduto niente.

Oscar fece per uscire, severa: "Sarà nel primo pomeriggio…non occorre che diciate nulla a nessuno…".

Nemmeno una risposta.

Lo prendo come un sì! – si disse mentre il ricordo la trascinava indietro, a Parigi.

§§§

Padre, sono tornata…

Una ceffone…

Idiota!

Appellativo ineccepibile per chi avesse messo in difficoltà la sovrana che, per evitare una severa punizione, peggio ancora il carcere, aveva stabilito d'allontanare dalla Reggia, per un periodo di punizione, il Colonnello della Guardia Reale che aveva prima sfidato a duello e poi ferito il Duca di Guemeé, reo d'aver ammazzato un bambino sparandogli alle spalle in mezzo alla strada.

S'era fatto giustizia da sé il nobile, nessuno avrebbe osato punirlo.

Ti eri fatta giustizia da te, la tua colpa aver sfidato lui, un nobile.

Inebria la libertà!

Persino André l'ha ammesso!

Allora, invece di startene a casa in ozio a scontare la tua punizione, ti eri permessa di andartene ad Arras.

Una sciocchezza, un gesto che avrebbe potuto mettere in difficoltà la sovrana. Che si sarebbe detto in giro se si fosse saputo che un ordine della regina era stato così bellamente ignorato?

Eri tornata a casa e così…

Tuo padre, così t'aveva accolto…

Idiota!

Non t'interessava.

In quel viaggio avevi visto altro…

La miseria, la rabbia, la disperazione, la disaffezione verso i sovrani…

Era accaduto tanto tempo prima.

Mai viaggio era stato più profetico…

La tua libertà soffocata da un ceffone. Ben poca cosa era allora la tua libertà di fronte alla tragedia che vedevi scorrere davanti agli occhi.

Adesso…

Osservò il paesaggio che scorreva dal finestrino della carrozza. Per un po' riconobbe quello che aveva visto il giorno prima quando era stata accompagnata sul promontorio da cui aveva ammirato il golfo. André era con lei.

Poi la strada mutò, prese a salire ancora e poi a ridiscendere. Ontani e querce e cipressi bordavano come scuri ricami i campi lavorati ricoperti da tenera lanugine verdognola, che ondeggiava lucida e brillante al sole della primavera. Non era umido lassù, nonostante si fosse in prossimità del mare.

Il mezzo si arrestò.

Aveva promesso a Cristiano Simon di non scendere. Ma la libertà inebria e spinge oltre la logica e la coscienza.

Lo sguardo allarmato del custode non la colse impreparata. Un tempo non l'avrebbe nemmeno degnato d'un occhiata. Quel tempo era finito. Era riconoscente all'uomo per la sua devozione.

Ma…

"Padrona…signora…" – l'incalzò quello mentre lei cercava l'appoggio più stabile per scendere dalla carrozza. L'altro non aveva potuto che affrettarsi ad aggiustare il predellino. Mica poteva tenerla prigioniera.

Un altro grazie…

La sottana raccolta solo per veder meglio dove poggiare i passi…

La campagna riverberava raggi lucidi e pieni e brillanti di contro all'ammasso grigio e contorto di casupole ch'erano cresciute una sull'altra come radici d'una foresta dimenticata dal mondo a chiudere ed occultare alla vista dei benpensanti il marcio ch'era neccessario celare al mondo, per non offenderlo quel mondo benpensante e pulito.

Lo sguardo scorse…

Casacce basse, chiuse e scure…

Odore di escrementi, lana bagnata, acqua marcia…

La mente colpita e scossa. Era soprattutto quell'ultimo sentore a ricacciare la mente nel passato.

Odore di acqua marcia, quella ch'emanava la Senna, nei punti dove essa s'arrestava, impedita nello scorrere, da qualche ramo impigliato in govene o reti. Lì l'acqua prendeva ad intorbidirsi, fino a prendere la consistenza limacciosa del fango.

Poco più in là la riva del fiume scivolava più lieve, sabbiosa.

Le donne ci andavano a lavare i panni, a sciacquarli.

Là l'odore dell'acqua marcia si mescolava a quello del sapone.

Non c'era poi molta differenza…

Vicoli chiusi e lerci, porte che s'aprivano al calare della sera, forme ammiccanti che promettevano sesso a buon prezzo. Si doveva pagar di più per godere d'un pezzo di sapone che mondasse la pelle della puttana dall'odore del precedente cliente.

Parigi insegna…

La Senna insegna…

"Padrona, avevate promesso…" – balbettò l'altro che comprese d'essere stato beffato.

"Solo due passi Cristiano…" – rispose quasi avesse preso a camminare in sogno, gli occhi fissi ad ingoiare il lerciume che s'apriva dalla strada, stracci a chiudere le porte e le aperture che dovevano definirsi finestre – "E poi avevamo stabilito che mi avresti chiamato signora…".

Di nuovo: "Perché…" – domanda senza risposta.

La libertà inebria. La libertà annienta perché una volta imboccata la strada è difficile ch'essa ti lasci libera e ti consenta di tornare alla comoda rassegnazione dell'ignoranza.

"Signora!" – Cristiano Simon s'impose, sbarrando il basso.

"Lasciami passare!" – lo sguardo si sgranò. Oscar non sapeva dove guardare perché ogni angolo suscitava pena, ribrezzo, incredulità.

Indicibile…

Prese a camminare nel sentiero che tagliava a metà lo strano abitato. La terra era asciutta, polverosa, battuta semplicemente perché il fango asciugatosi al sole era stato calpestato da quelli che c'erano passati sopra.

"Che senso ha tutto questo?" – chiese a voce alta più a sé stessa che all'altro.

Cristiano Simon non rispose o almeno non fece a tempo.

Fece a tempo però a mettersi davanti a lei, a chiuderla in una sorta di abbraccio che consentì ad entrambi di schivare la pietra lanciata da chissà dove, forse dietro una tenda scostata.

"Vattene!" – lo schianto del sasso s'accompagnò all'ordine secco, sprezzante.

"Signora, andiamo via!".

Incredula, Oscar tentò di staccarsi dalla presa di Cristiano.

Incredula voleva comprendere perché se nemmeno sapevano chi fosse lei, quelli lanciavano pietre contro di lei.

"Voglio…".

Non fece a tempo di nuovo. Stavolta la pietra fischiò a breve distanza impattando contro la massa di stoffa del vestito. Solo perch'era ancora freddo e solo perché gli strati erano spessi, il colpo causò solo un sussulto mentre la pietra rotolava a terra.

Non fece in tempo…

Un'altra pietra…

Dall'alto stavolta…

Colpì nel segno, finendole addosso, al braccio…

L'impatto la costrinse ad arretrare d'istinto, a stringersi il braccio. Le dita intuirono la breccia che s'era aperta nella stoffa.

Incredula…

"Andiamo via…il padrone…".

"Chi sono queste persone? Che senso ha tirare pietre a quelli che vengono fin qui?!" – lo chiese per tentare di capire – "Non portiamo spade…non abbiamo nemmeno detto perchè siamo qui!?".

"Questa è gente che vuole essere lasciata in pace!".

"E vive così!? Come se fossero bestie? Anzi peggio? Persino i cavalli della nostra scuderia hanno spazio e cibo e acqua e luce più di queste persone?!".

Un'altra pietra…

"Vattene!".

Un grido…

Il custode fece per scansarla…

L'afferrò per le braccia, troppo tardi…

§§§

Ore ventidue…

Parigi…

Rue de la Chausséè d'Antin…

Il drappello della ronda del pomeriggio è appena rientrato.

Ti prepari per seguire il nuovo gruppo che coprirà il turno fino alle sei di domani mattina.

Sai che è un azzardo, sei appena arrivata nei Soldati della Guardia.

Sei il nuovo comandante.

In qualche modo quei bellimbusti hanno scoperto che sei una donna.

Ti hanno già sfidata, un primo duello…

E' stato facile vincere il soldato Vincent Sabin.

Ma quelli non si accontenteranno. L'altro soldato…quell'altro…quell'Alain Soisson te l'ha detto chiaro che non prenderanno ordini da te.

In qualche modo quelli te la faranno pagare cara.

Dannazione…

L'aria è tiepida…

L'estate è alle porte. La gente cammina e con la coda dell'occhio ci osserva. Se potesse ci tirerebbe giù dai cavalli e…

Non resterebbe nulla di noi.

E' un azzardo uscire questa notte, ma tu devi farlo, devi dimostrare a te stessa che non hai paura, che nulla potrà piegare la tua volontà di essere ciò che hai scelto di essere. Hai scelto di essere un uomo, anche se non lo sei, hai scelto di muoverti e pensare ed agire come un uomo…

Non lo sei.

Lui è lì, poco lontano da te. Anche lui è in difficoltà. L'hanno picchiato…

Non ci hanno impiegato molto a sapere che lui ha servito nella tua casa fino a poco tempo fa.

Quel giorno…

Sei rimasta sulla porta, lui era là, dentro l'armeria, fucili a terra, casse rovesciate.

Lui era là a terra, picchiato a sangue per insegnargli a restare al suo posto. Anche se André non è nobile, ha servito i nobili per tutta la vita. Non è nobile e forse lo considerano peggio dei nobili…

Il bellimbusto di Alain aveva deciso di prenderlo sotto la sua protezione. A che servono i capi sennò.

Alain stava lì, chino su di lui. André ha implorato, nell'incoscienza, che tu non ti sposassi…

Quindi era questo che temeva.

Perderti, in un modo ancora peggiore di quanto non fosse, da che tu stessa l'avevi allontanato da lui.

Il bellimbusto ha capito, s'è alzato, ti ha consigliato d'occuparti di lui e che a quel punto era tutto chiaro. Tutto chiaro cosa!?

Che la libertà ferisce e devasta più della prigionia di un'idea?

Grida…

Devi restare al tuo posto!

Tuo padre ti disse chi eri…

Un nobile, Colonnello delle Guardie Reali. Non dovevi azzardarti a pensare ad altro che a proteggere la famiglia reale.

André aveva servito per anni una famiglia di nobili, non doveva azzardarsi a ritenersi uno del popolo…

Grida…

Dunque è così! Nessuno può modificare il proprio destino!

Quella gente allora…

E' per questo che ti ha cacciato via? Ha preso a pietre in faccia te e la tua dannata arroganza di voler cambiare le cose…

Fa male dannazione!

Grida!

Non posso…

Ore ventitré e trenta…

Cavalchi lungo la Senna…

La Velée e più giù, laggiù, Pont Neuf…

E' buio…

D'improvviso t'accorgi d'essere sola. I dannati soldati…

Dove diavolo sono finiti?

Ti saresti aspettata che fossero loro a tradirti…

No…

Cani…

Cani randagi ti accerchiano, da dove sono spuntati?

Ti sono addosso…

Non riesci a toglierli di dosso…

La stilettata si ficca nel ventre, si apre, squarcia la carne, sale su inerpicandosi lungo la schiena, stringe il petto, come edera soffoca il respiro…

Odore d'acqua marcia e sapone…

Fa male…

Respira…

No…

Le braccia incapaci d'alzarsi, le gambe come fossero ficcate in una morsa, quella che Monsier de Paris usava per far confessare i condannati…

Cani…

Ti azzannano…

Devi fuggire…

Stanno dentro di te, nella pancia…

Gli occhi si spalancarono all'ennesima fitta che morse le viscere, stringendo la pancia, risalendo su lungo la schiena fino a disperdersi nella testa e negli arti e nella gola…

Un grido soffocato, le labbra morse per non cedere alla vergogna della propria voce sgraziata e roca.

Sei un soldato…

Hai scelto d'essere un uomo come puoi…

"Che hai fatto?".

Il viso di André su di lei, la mano stretta nella mano…

"Oscar…" – la voce tentò di mantenersi calma ma il timbro era allarmato.

Impazziva…

La carne dilaniata, il respiro trafitto dall'ennesima scudisciata, interminabile, potente…

S'allargava e la stringeva, una morsa che tranciava il respiro…

"Che sta accadendo?" – fu lei a chiederlo, ad interrogarlo con gli occhi, ad implorarlo di darle sollievo in qualche modo.

"Perché sei andata laggiù?! Te l'avevo detto di non muoverti…Cristiano ti ha trascinata via…sei svenuta…".

"André…".

Lo guardò, provò a slacciarsi dalla stretta della mano di lui, André stinse più forte e lei subì lo smacco di non potersi muovere. Solo un istante…

"Lasciami!" – voleva toccarsi la pancia.

"Devi calmarti…ti sei stancata…il dottore dice che il bambino potrebbe nascere…".

La mano si staccò, si posò sulla pancia…

La percepì dura come una pietra.

Ci aveva pensato e ripensato fino alla disperazione a quando poteva essere accaduto d'essere rimasta incinta. Da quell'assurdo ed ignobile conteggio era chiaro che era…

"Troppo presto! E' troppo…presto…".

Il respiro spezzato, l'ennesima fitta…

La bocca serrata ad ingoiare la propria stupidità, l'ennesimo azzardo che sarebbe costato caro.

"Dio…sono stato un'idiota! Ti ho portato lassù…non dovevo…".

André si ficcò la testa tra le mani: "Dannazione!" – imprecò, avrebbe voluto gridare lui al posto suo, mentre l'osservava distesa, il corpo immobile eppure percorso da scosse invisibili e dolorose e piene che scorrevano a dilatarsi dalla pancia fin sulla punta delle dita. Il corpo immobile gridava, stringendo la tela del lenzuolo. Avrebbe voluto strapparla…

"E' colpa mia!" – un grido, soffocato…

"No…" - digrignò piano a denti stretti – "Che cosa è accaduto…perché…non…".

Balbettò ancora qualche parola, bruciava la pelle fradicia di sudore…

"Devi stare ferma…Mantini ha detto che forse il bambino non si è ancora girato…è per questo che non può nascere…" – spiegò André appoggiando a sua volta la mano sulla pancia.

Dunque…

Ecco che ti è accaduto…

Hai voluto mutare ancora il corso del destino…

Testarda!

Dovevi restare ciò che sei, non puoi cambiare il tuo destino…

Rimbombavano nella testa le parole che s'era sentita ripetere da una vita. Solo che adesso non era più solo lei a pagare il prezzo delle proprie azioni.

Mantini entrò assieme alla moglie. S'erano precipitati non appena avevano saputo.

Poche parole scambiate e quello, anche lui, solitamente calmo, aveva imprecato che lui l'aveva detto che la si doveva tenere ferma e calma, quella donna.

"Così…sarà tutto perduto…" – sentenziò toccando la pancia, intuendo la rigidità del corpo.

Donna Lari, viso rosso di pianto e gola chiusa, si ridestò attirata dal trambusto, di sotto, e filò giù per dir di fare silenzio, che quel baccano non avrebbe giovato a nessuno. Gli occhi si sgranarono alla vista dell'inglese, Sir Joseph Hornett, ch'era arrivato e chissà come aveva saputo quel che stava accadendo.

E quel ch'era ancora più sorprendente…

Martin teneva stretta la mano dell'energumeno che seguiva a poca distanza l'inglese.

Donna Lari fissò il moccioso, Martin aveva il viso rosso di pianto. Era stato lui a correre come un matto fino alla casa di Madame de La Tour, fin là dove ora sapeva trovarsi Sir Joseph Hornett e soprattutto Ismael el Bakar, l'amico fedele.

Nelle lunghe chiacchierate, negli scambi di vedute ed informazioni e parole e concetti Martin, attraverso quello strano linguaggio di segni e parole mute, aveva appreso qual'era stata la vita del musulmano prima di conoscere Sir Joseph Hornett.

In quella vita, un tempo, l'uomo, a dispetto della stazza e della forza, si era preso cura delle persone, assieme alla moglie, che gli aveva insegnato ad osservare il ventre delle donne e ad ascoltare se un bambino avrebbe avuto forza a sufficienza per prepararsi a nascere oppure no.

Era stato strano e sorprendente e ugualmente la nomea aveva suscitato sdegno e rifiuto, perché per quanto diversi, che si fosse gente d'una tribù dell'Africa o d'un paese del Granducato di Toscana, ai cerusici non era consentito assistere una donna che doveva avere un bambino.

Così quando maman aveva detto che dentro la sua pancia c'era un bambino e che presto tutti avrebbero potuto vederlo…

Adesso maman stava male e il bambino…

Nemmeno lui stava bene. L'aveva compreso Martin ch'era corso a perdifiato a cercare il dottore dei bambini, quelli che ancora non si possono vedere, ma che sono lì, dentro la pancia.

Donna Lari sfidò l'energumeno. Lo sguardo si fissò sull'altro. Non erano ammessi teatrini e lei non aveva voglia di perder tempo a star dietro agli ospiti.

"Per favore…" – esordì Hornett – "Potremmo essere d'aiuto!".

"Che state dicendo? Se nemmeno il Dottor Mantini può fare nulla…".

"Il mio amico forse sì…deve solo vederla…poi…".

"No!" – tagliò corto la custode.

Una mano sulla spalla…

La comare si voltò.

André era sceso, la sorpresa di ritrovarsi l'inglese e il compare subito inghiottita dalla necessità di richiamare la custode.

"Il dottore ha chiesto di tornare di sopra…deve parlarci…".

"Madame…".

André tacque. Non sentiva più nulla, non respirava quasi più. Nel tempo d'un pomeriggio era ripiombato nella voragine e quel ch'era peggio era che stavolta davvero era stato lui la causa di quel colpo di testa.

L'avevano avvertito ch'era dall'altra parte della tenuta a discutere con alcuni proprietari, proprio di quell'accidente, come far sì che quel dannato inferno mutasse aspetto, che almeno la gente che lì voleva viverci, avrebbe potuto viverci con un minimo di dignità. Era gente povera, risalita dal confine con lo stato del Pontefice, cacciata via perchè incapace d'osservare i precetti imposti dal padrone dello stato. Forse seguaci di un altro Dio…

Non il Dio dei Cristiani…

Che differenza faceva?

L'Inferno, quello, non era lo stesso per tutti?

Gli s'era gelato il sangue nelle vene…

Era tornato in fretta e furia, un'occhiata fugace al custode che se ne stava in un angolo, cappellaccio in mano, sguardo severo, che uno come lui, con la sua esperienza e la sua età s'era fatto fregare da una donna, francese, incinta…

E quel ch'era peggio era che il padrone l'aveva avvertito.

A sentirsi un idiota Cristiano Simon non c'era più abituato da un pezzo. Era vecchio…

I giovani al più possono permettersi di far la figura degli idioti, ma lui…

Donna Lari non l'aveva nemmeno rimproverato il marito, tanto s'era infuriata.

E quel ch'era peggio era che Donna Lari era infuriata persino con la padrona.

Che i bambini vengono prima di tutto, prima dei pezzenti e prima ancora della carità da fare ai pezzenti!

Parole infuocate che però erano rimaste sepolte dal gelo della sentenza del Dottor Mantini.

Il bambino voleva nascere ma non era ancora pronto…

Lo si capiva toccando la pancia…

C'era un'unica soluzione per salvare il piccolo.

"Un taglio…un taglio…cesareo…"- ripetè André come stesse vivendo un sogno, senza avere idea di cosa comportasse quella parola.

Mantini negò: "Vi posso dire che cos'è ma io…io non l'ho mai praticato…".

Si torceva le mani il povero dottore. Non parlava…

André gli si fece addosso: "Che cos'è?".

"E'…è…un taglio…".

Silenzio…

André quello l'aveva compreso. L'altro stava zitto…

"Dove?".

L'altro stava zitto.

"Dove?!" – gridò più forte prendendo il medico per le braccia, stringendo…

"Nella pancia…l'ho visto in un libro…".

"Un taglio nella pancia…" – lo ripetè André – "E servirebbe?".

"A fare uscire il bambino…".

"Un taglio nella pancia per tirare fuori il bambino…e…e lei?".

La libertà inebria…

Ma scegliere…

"Quello che lessi sul libro non era confortante…di solito si pratica su donne che sono già morte…".

"Cosa?" – André lasciò il medico indietreggiando, Donna Lari dovette cacciarsi una mano sulla bocca per non gridare.

André s'impietrì ma dove agire, in fretta…

"Lei è viva…volete dire che su di lei non si può fare? Dovrei aspettare che muoia?" – chiese, la voce incrinata, la gola chiusa. Il corpo implodeva…

"No…ma poi…potrebbe non sopravvivere…i tessuti vengono incisi in profondità…anche richiudendo strato dopo strato…non so…".

"Che soluzione sarebbe!?" – imprecò André, che quella non era una domanda, in essa la contestazione d'un rimedio che sarebbe stato peggio di quanto stava accadendo.

I tre a discutere…

"Fatelo nascere!" – sibilò piano, tentando di tirarsi su, mentre i cani parevano aver allentato la presa – "Non pensate a me…".

"Oscar…se anche provassimo quello che ha detto il dottore…" – André tornò verso di lei – "Non…".

In realtà non sapeva che dire. Voleva salvare lei, voleva salvare il bambino e non era certo ci fosse una strada per salvarli tutti e due.

La libertà inebria…

La libertà costringe a scegliere.

"André…perdonami…non avrei dovuto…".

"Non posso scegliere…".

"Non devi essere tu a scegliere…devo essere io a farlo…solo io…e io voglio…".

"Vi prego!" – Sir Hornett fece un passo – "Permettetemi…".

Gli occhi si alzarono sull'inglese ch'era entrato e aveva ascoltato e…

"Permettete al mio amico di comprendere come sta…come stai…" – lo sguardo si diresse a lei – "Conosco ciò che sa fare Ismael…ha perduto la moglie tanti anni fa…assieme a lei girava per i villaggi…aiutava sua moglie a far nascere i bambini. Certo…lui faceva da mediatore…tra quelli che non parlavano la stessa lingua…ma…mi ha raccontato ch'era accaduto di aiutare la moglie…assisterla…e così ha imparato…".

"Va bene!" – l'interruppe André – "Fatelo entrare…".

"Monsieur…" – balbettò Donna Lari – "E'…".

"Fatelo entrare!".

"No…".

Di nuovo Sir Joseph Hornett l'interruppe: "Aspettate…deve restare anche madame…se non ho compreso male…voi dottore e vostra moglie…Ismael mi ha chiesto di farvi restare…avrà necessità…".

"Io?" – chiese il dottore stranito, così come la moglie che si strinse al marito.

"Resto anch'io!" – sibilò André – "Voglio sapere che accade…".

"Anch'io!" – saltò su Donna Lari, pugni puntati ai fianchi e sguardo infuocato.

"Va bene…proverete a tradurre al dottore quello che chiede Ismael…".

Respira…

Respira…

Respira…

La moglie di Mantini le passò un panno sul viso per asciugare il sudore.

Negò con la testa…

"Non dovete spingere…non adesso…".

Oscar chiuse gli occhi, si sforzò d'intrappolare i muscoli che reagivano d'istinto all'inpossibilità di trattenere gli spasmi del dolore…

Respira…

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