…e vita
1790, primavera, quarantuno miglia a sud di Livourne…
Monsieur Ismael el Bakar entrò nella stanza.
S'era già disfatto della daga che portava alla cinta, s'era levato il cappellaccio dalla testa.
Chiese un catino d'acqua.
Così si usava nella sua terra.
Lavarsi le mani e il viso, mondare la pelle da ciò che scorreva attorno, nell'aria, lerciume o pensieri oscuri che fossero.
Posò la mano sulla pancia, in silenzio, attese. Le dita aperte e grandi parevano fatte di nulla.
Guardò Oscar, in viso. Nell'esigua tregua le chiese la mano, lei gliela porse e l'energumento, silenzioso come la notte, c'impresse sopra alcune lettere.
Dunque era servito insegnare a Martin, che poi aveva insegnato a lui.
"Stamattina…si…da quando sono tornata…" – rispose lei.
André non comprendeva.
A fatica Oscar spiegò anche a lui: "E' da quando sono tornata che non lo sento…muoversi…".
Altri segni…
André s'accostò e chiese d'esser lui a ricevere le richieste, le avrebbe comprese e rivolte a lei.
Ismael chiese se in quei mesi lei o tutt'e due avessero parlato al bambino, se l'avessero visto attraverso la pelle della pancia, se ne avessero compreso la posizione.
"Sì…credo che lì ci sia la testa…" – André indicò il fianco destro, a metà della pancia.
Ismael annuì.
Spiegò che il birbante era cresciuto e ch'era forse stato poco lesto a voltarsi quando aveva ancora tempo e spazio per farlo. Tutto poi s'era rimpiocciolito attorno e il bambino s'era ritrovato lì, e lì sarebbe rimasto se…
Chiese dell'olio. Chiese a Donna Lari di ungere la pancia. André disse che l'avrebbe fatto lui…
I cani ripresero a mordere la schiena…
L'energumeno si alzò, Donna Lari si fece il segno della croce che un uomo del genere vicino ad una donna che doveva avere un bambino, lei, non ce l'aveva mai visto.
In silenzio il musulmano appoggiò il palmo della mano sinistra, di taglio, nella parte bassa della pancia prendendo lentamente a spingere verso l'alto. La destra si posizionò lì dove doveva essere la testa del bambino.
Morbide carezze, seppure intense, presero a dirigere il corpicino, dentro il ventre.
André intuì il senso dei gesti, un poco circolari…
Si doveva far ruotare il corpo, spingendo il bambino a sistemarsi nella posizione corretta.
Deglutì, si fece sopra di lei…
I cani mordevano…
La schiena s'inarcò…
Il dottore ripetè secco che lei non avrebbe dovuto assecondare il dolore, né fare sforzi per ammansirlo, perché essi sarebbero divenuti spinte capaci di mettere in pericolo il bambino.
Non era facile…
Gridò allora di nuovo, per ingoiare la stretta, per incanalare verso l'alto ciò che non poteva stravolgere i tessuti della pancia.
Strinse la mano ma André la lasciò puntando allo sguardo del musulmano. Un cenno tacito, che adesso lui aveva compreso cosa doveva fare.
L'aveva ascoltato tante volte il bambino, l'aveva guidato ad appoggiarsi al proprio palmo appoggiato alla pancia.
Un cenno, chiese di sostituire la propria mano a quella di Ismael.
L'appoggiò lì, la spinta dal basso fece intuire nel palmo la consistenza della testa. Gli pareva d'avere il figlio tra le mani, l'unico ostacolo la pelle della pancia.
Erano così vicini, solo il lieve tessuto li separava eppure in quel momento erano lontanissimi, perché lo spazio non si sarebbe potuto piegare alle esigenze del tempo né a quelle del cuore.
Annuì Ismael el Bakar. La sua mano spingeva piano verso l'alto e quella di André stava sulla testa del piccolo. Annuì Ismael el Bakar e André prese a muoversi, anche lui, verso il basso, movimenti semicircolari, per indurre quella specie di capriola che il bambino avrebbe dovuto svolgere naturalmente. Se poi avesse avuto l'ardire e la volontà di nascere almeno avrebbe affrontato il parto nella giusta posizione.
Donna Lari fu costretta a sedersi. Il marito aveva bussato, non ricevendo risposta, era entrato e aveva cercato la moglie che aveva ritrovato lì, accasciata sulla sedia, pallida e sudata che quasi sarebbe svenuta lì. S'era avvicinato le aveva preso la mano chiedendo che accadeva, chiedendo perdono per l'avventatezza.
L'altra gli fu riconoscente, gli strinse la mano…
Anche il piccolo Martin alla fine riuscì a sgusciare dentro e s'avvicinò e nessuno osò mandarlo fuori.
Ismael lo vide e gli chiese la mano disegnando sopra una parola.
Annuì Martin, scivolò giù dal letto andando dalla custode, disegnando la stessa richiesta sul palmo dell'altra.
"Una preghiera?" – chiese Donna Lari per esser sicura d'aver capito bene – "Vuole che diciamo una preghiera? Una preghiera come!? Io mica le so le preghiere degl'infedeli!".
Martin negò, fece spallucce, riprese la mano di Donna Lari, spiegò…
"Nostra Signora…" – ripetè la custode stupita – "Quindi vuole che diciamo una preghiera…le nostre preghiere!?".
Annuì Martin e chiese alla donna di uscire e di seguirlo e di andare a raccogliere qualche fiore da portare a Nostra Signora.
Le preghiere sono sempre le stesse, che conta ciò che si chiede e come lo si chiede…
Forse era soltanto una scusa.
Donna Lari non avrebbe retto allo scenario.
Un rivolo di sangue spuntò dal labbro morso dalla rabbia e dallo spasmo…
I cani…
Oscar li vide indietreggiare, poi tentare d'azzannare di nuovo…
Ogni parte di sé acquisiva dimensione e spessore attraverso lo spasmo inciso fin nel profondo.
Nelle narici il sentore disgustoso del sangue e dell'acqua, non quella salmastra, ma quella fangosa e veloce della Senna…
La mente tornava sempre lì.
I cani…
Percepì il corpo frantumarsi e disgregarsi e finire in mille pezzi…
Dispersa, il colpo al cuore ed alle reni…
Dispersa…
L'ultimo morso…
§§§
Riconobbe lo sciacquio lento del fiume, calmo, piatto, placido.
Gli occhi cercarono la luce. Stava là, sotto uno dei ponti. Da sotto non riusciva a capire.
Il respiro lento e fondo…
Le pareva davvero d'aver lottato contro un branco di randagi.
Uscì fuori, gli occhi scorsero le luci opache riflesse nella corrente.
I cani erano scomparsi…
Pont au Change…
Le Concergierie…
Mura piatte e grige, sporche del lerciume di Parigi.
Le mani d'istinto si congiunsero per appoggiarsi sulla pancia.
Gli occhi sgranati…
Un sussulto…
"Che cosa è successo?" – lo chiese, un sussurro.
"Ti sei svegliata…" – André si mosse, accarezzò il viso, scostò i capelli – "Lo sai che così facendo sarai tu ad uccidermi…definitivamente!".
"Che cosa è successo?!" – lo chiese di nuovo.
"Devi prometterlo stavolta!" – l'incalzò André – "Devi promettermi che non andrai più in quel posto!".
"André…ti prego…" – morse lei.
"Va tutto bene…".
"Il bambino…".
"E' ancora lì…sembra si sia voltato…ma poi sei svenuta…".
Silenzio…
Le mani aperte sulla pancia. Il respiro sospeso. Nessun movimento…
"Perché…".
"Non devi preoccuparti…io…l'ho sentito…mentre eri svenuta…forse è stato lo spasmo…sono stato a lungo lì, con le mani sulla pancia. Si è mosso…io almeno l'ho sentito, più di una volta…".
Deglutì Oscar. Pregò Oscar. Pianse Oscar…
Si maledisse Oscar…
Un colpetto, più fondo, intenso…
Oscar si contrasse, le labbra chiuse strette a soffiare via la disperazione.
Un altro colpetto…
Gridò allora per sfogare la tensione…
André si fece su di lei…
"Ismael ha detto che il bambino non ha più molto spazio per muoversi e così non si è voltato…forse è stato un bene che sia accaduto adesso…altrimenti poi sarebbe stato troppo tardi per aiutarlo…".
"Voleva nascere…".
"O forse solo voltarsi…" – sorrise André – "Ma stava bene com'era…".
Silenzio, le dita s'inanellarono, nel buio, il chiarore d'una candela ondeggiava agli spifferi.
"Devi prometterlo!" – sibilò lui, di nuovo, baciando piano la guancia. La lingua intuì il sapore salato delle lacrime…
Silenzio…
Oscar negò, la testa si mosse appena, le lacrime ripresero a scendere.
Sussultò André…
"Cosa…".
"No…" – rispose lei, un filo di voce – "Non posso prometterti nulla…lo sai che così è stato e così sarà sempre…".
"Sei…testarda…".
"Sono così…non farò nulla che potrà nuocere al bambino ma non posso prometterti di non tornare in quel posto e non posso prometterti di non fare nulla per quella gente…".
Edera e glicini s'erano infittiti di foglioline nuove, verde chiaro, irrobustendo il groviglio che s'inerpicava su per le pareti dell'edificio che parevano adesso avvolte da una spessa coperta, così da attutire la pioggia che scendeva piano, compatta, di fuori, innalzando il sentore della terra, gonfiando il cuore di sale e lacrime.
L'abbracciò affondando il viso nella coltre tiepida, nella pelle umida e fredda.
La tenne stretta immaginandosi che lei sarebbe fuggita sempre, dall'ipocrisia d'una vita uguale a quella di tutti.
"Dovrò chiuderti in camera…" – si permise d'abbozzare André tanto per sdrammatizzare e veder se riusciva a dissuaderla.
"Certo…ma sai che prima o poi riuscirò ad uscire…".
"Si…in effetti Wallace è ancora troppo giovane per farti la guardia!".
Rise piano Oscar, la pancia tirava un poco, provò a sistemarsi, era stanca, lo spirito intatto, il corpo percosso da sottili spinte che ondeggiavano nel ventre riverberandosi come onde su per la colonna vertebrale per poi tornare giù e dissolversi.
Quanto sarebbe durato…
"Riposa adesso…" – sussurrò André.
"Anche tu…non è necessario che resti…devo…devo alzarmi…".
"Ti aiuto…".
"No…".
"Resto…".
"No!" – s'intestardì.
"Perché?".
"Sono stanca…e…e…voglio stare sola…".
Silenzio…
"André…hai sentito?".
"Io resto!".
"No, tu devi andartene…sono stanca…ma non so quando riuscirò a dormire. E tu domani hai i tuoi impegni…".
"Al diavolo!".
"No…il diavolo non c'entra…fammi tu una promessa…quando potrai…".
"So quello che intendi…".
"André…quello non era un semplice accampamento! C'erano case di legno marcio, rivoli di letame, pozzanghere nere…le vie più lerce di Parigi a confronto erano ordinate e linde…".
"Lo so…non posso entrare in quel posto…quelle persone…".
"Non dirmi che pensi davvero che quella gente voglia vivere a quella maniera!?".
"No di certo…ma so che non vogliono nessuno attorno…".
"Nessuno vuole loro e loro non vogliono nessuno! E' semplice…non ti dice nulla tutto questo!?".
André sorrise debolmente, alzandosi per accontentarla: "Questo dice tutto…non sarà semplice…".
"C'è mai stato qualcosa di semplice nella nostra vita!?".
"Riposa…" – un ordine.
Oscar annuì, chiuse gli occhi, attese che André uscisse. Scostò la coperta e si mise seduta, la testa girava. I piedi toccarono terra, la testa arrovellata a comprendere il motivo dell'avversione suscitata dalla sortita allo strano assembramento della Rinsacca.
Non riuscì a comprenderlo.
La coscienza morse…
Non avrebbe potuto fare molto. Il rischio adesso s'era innalzato.
C'è però che le fila del destino trovano sempre modo d'annodarsi e congiungersi, anche se all'apparenza sembrano lontane e libere e distanti.
Gli effetti della sorprendente visita giunsero di lì a qualche giorno, altrettanto sorprendenti ed insapettati.
Gli occhi chiusi, il vento soffiava piano, sul viso, le mani sulla pancia, appoggiate, lei appoggiata al tronco dell'albero, fuori all'aperto, all'ombra di un salice possente e grandioso. I rami lambivano il terreno, germogli spessi e verdi ondeggiavano sulla coltre di fogliame secco che copriva il terreno rossiccio.
La stagione nuova s'apriva alla vista, all'olfatto…
Si susseguivano lezioni e addestramento. I mocciosi pestavano per una gita a cavallo…
Sir Joseph Hornett s'era offerto di portarli tutti alla spiaggia, i più piccoli assieme sui pony, i più grandi ciascuno col proprio destriero.
L'immobilità iniziava davvero a pesare…
Gli occhi s'aprirono mentre l'istinto dettava l'arrivo della comare di casa, Donna Lari, le mani strette al grembiule, il viso contratto.
"Non si può fare!" – esordì quella senza nemmeno spiegare cosa.
Ormai aveva imparato a conoscerla.
Nemmeno lo chiese Oscar, quel che non si poteva fare. L'altra era fedele, non c'era stato verso in quei mesi di cavarle dalla testa l'istinto di considerarsi serva. Forse l'unico passo era stato che da serva era diventata nume tutelare e per questo sempre pronta ad allontanare dalla padrona qualsiasi accidente.
"Lasciatelo decidere a me…cosa non si può fare!" – azzardò l'altra, intuendo la presenza di alcune persone dietro la donna, lontane, in attesa di potersi avvicinare.
"Chi sono?" – lo chiese allungando lo sguardo.
"Eh no!" – sibilò Donna Lari – "Io non ci voglio entrare in questa faccenda! Sono troppi! Troppi! E voi lo dovete capire che quando il bambino arriverà…".
"Chi sono?" – tagliò corto Oscar fissando gli stranieri.
Donna Lari si scansò e gli ospiti si fecero avanti.
Una donna e due mocciosi, poco più che adolescenti che la prima spingeva invitandoli a presentarsi. Quando furono abbastanza vicini appoggiò le mani sulla testa dei due e spinse giù…
"Allora? Che s'era detto di dire?" – esordì la donna.
Muti, i due avevano le labbra serrate.
"Coraggio!" – le dita della donna strinsero i capelli, tirando quel poco che sarebbe bastato a sollecitare ciò ch'era stato convenuto.
"Chiediamo perdono…" – bofonchiarono i due mocciosi all'unisono.
Oscar si mise seduta, le mani ad aggiustare la stoffa del vestito spiegazzata dal vento.
"Chi siete?" – lo chiese di nuovo, non comprendeva.
"Siamo venuti a chiedere perdono per quello che è accaduto…giù…alla Rinsacca…" – spiegò la donna tirando per i capelli i due malcapitati. Quelli rialzarono la testa, muti…
"Venite da là!?" – la sospresa ebbe pregio di contrarre il respiro ed il cuore. Ma ormai le accadeva spesso, il muscolo impazzito persino quando dormiva.
Era il bambino sosteneva in Dottor Mantini.
Non è mica facile tenere un figlio in grembo per nove mesi dopo tutto quello che aveva passato.
"Questi due…sono stati loro…però…per favore…vorreste…vorreste…" – esitò la donna che pareva avere fretta di superare l'incidente.
Da quelle parti non era certo che tutto sarebbe stato dimenticato in fretta.
Da quelle parti non si usava accettare scuse senza offrire altro in cambio del disonore infangato.
Ma chissà come, quella doveva aver saputo che lì, ad Alcantia, non sarebbe stato necessario far altro che scusarsi.
"V'ho già detto di no!" – s'intromise Donna Lari troncando la richiesta dell'altra – "Il perdono si può fare…il resto no!".
"Donna Lari! – il tono s'innalzò.
Oscar fissò la comare invitandola a tacere. Puntò un piede e terra e poi un altro, issandosi su e la custode lì pronta a porgerle la mano per aiutarla a mettersi in piedi.
"Padrona…altri due mocciosi…non si può…" – balbettò Donna Lari intueno d'essersi spinta troppo oltre ma d'altra parte lei si riteneva custode mica solo d'una casa bensì anche dei nuovi padroni e soprattutto…
"Altri due…" – chiese Oscar – "Che significa?".
L'ospite fece un passo: "So che insegnate ai bambini a leggere e scrivere…fatelo anche con loro…".
Dunque anche così i fili del destino giungevano a congiungersi ed era davvero bravo il destino a tratteggiare un disegno limpido e chiaro.
"Voi vorreste…che io insegnassi a leggere e scrivere a questi giovani? Venite dalla Rinsacca? Io…lo farei…".
La custode si piantò davanti alla padrona, mani ai fianchi, muso duro…
No!
La padrona parve non curarsi del tacito dissenso che soffiava tra i denti della comare.
Un'unica obiezione, logica e sincera: "La Rinsacca…è molto lontana da qui…non so come potrebbero trattenersi il tempo necessario senza rischiare di ritrovarsi per strada al buio al ritorno…".
"Teneteli con voi allora!" – gridò quasi la donna, che l'altra, Donna Lari si voltò e quasi avrebbe sollevato un braccio per schiafferggiarla.
Come si permetteva quella…
Con che coraggio e…
In quel momento poi!
No, quella proseguì, d'un fiato, quasi fosse stata invasata, quasi avesse intuito che quella strada sarebbe stata la salvezza dei figli: "Teneteli qui! Non possiamo pagarvi ma loro lavoreranno…per mangiare e per imparare…".
Oscar era in piedi, ritta, il peso del bambino diveniva ogni giorno più intenso.
C'erano già tanti mocciosi…
Aggiungere anche quelli…
Tutto pareva diventare intensamente fulgido ed intesamente faticoso.
"Va bene…ma perché? In questo paese…i governanti stanno imponendo ai bambini d'istruirsi…perché volete che sia io ad insegnare loro!? Perché non mandarli in una scuola…".
"Non possiamo…noi…" – la donna balbettò incapace di spiegare.
Si morse il labbro Oscar, perché avrebbe voluto chiedere chi fossero quelle persone e perché non avessero accettato di scendere a patti con il luogo e le regole della terra in cui vivevano.
Si disse che non avrebbe dovuto.
Ammise che non avrebbe dovuto farlo più.
Aveva imparato a non chiedere spiegazioni sulle scelte delle persone, perché anche lei aveva scelto e la strada scelta era stata illogica, dura, faticosa e davvero a volte era stato impossibile ammettere d'aver fatto in coscienza una scelta che l'aveva portata così lontano dalla sua terra e dalle regole che avevano imperato nella vita.
Ed era stata riconoscente a chi dunque non l'aveva giudicata.
"Signora…".
"Non è necessario altro…" – ammise Oscar – "Possono restare…".
Il mugolio di contentezza da parte dell'ospite sormontò quello d'impotenza della custode.
Due donne si fronteggiavano adesso, di fronte ad una terza che non aveva nessuna intenzione di finire in mezzo alla contesa.
La donna spinse in avanti in due ragazzini. Uno stava a testa bassa, lo sguardo severo, pareva non avesse nessuna intenzione di restare lì. Tempo un giorno e forse sarebbe fuggito.
"Come vi chiamate?!" – chiese.
Si morse il labbro quello più restio…
"Avanti!" – l'incitò la donna – "Io sono la madre di questo qui!".
Le dita strinsero più forte la testa del moccioso più piccolo.
A denti stretti….
"Lu…mi chiamo Lu…".
Lo sguardo accarezzò il nome, Oscar scorse all'altro moccioso.
"E io…Rapha…".
"Bene…Lu e Rapha…sono io allora che debbo ringraziare voi!" – ammise Oscar che i due sgranarono gli occhi incapaci di comprendere.
"Si…certo…ammetto che avete avuto una buona mira…" – chiosò sollevando il braccio, lasciando scorgere la fasciatura – "E di certo non è bene continuare ad accogliere le persone con le pietre…".
Quelli davvero non comprendevano…
"Sappiate che nonostante tutto ho beneficiato di quanto è accaduto…".
Increduli, davvero avrebbero voluto sapere.
Oscar sorrise: "Ho evitato un discreto guaio per via del vostro gesto…anche se sarà meglio non compiere simili schiocchezze in futuro…" – concluse – "Potete restare tutti qui, per questa notte. Si sta facendo buio…così avrete tempo per salutarvi. Intanto…se voi due volete fare un giro per vedere le scuderie…".
L'accenno sortì l'effetto di scuotere il moccioso più ombroso, come un cavallino sulle sue che s'accorge che può fidarsi della mano che si tende. Il senso oscuro del discorso rimase tale.
S'incrociarono gli sguardi e Oscar annuì.
"Domani vi accompagneremo alla Rinsacca…" – rivolta poi alla donna che sussultò, incredula della benevolenza – "E' abbastanza lontana. Non è bene tornare soli. E poi i due ragazzi potranno prendere con sé qualche vestito…".
I due schizzarono via come lepri inseguite dai cani.
L'olfatto era ottimo come anche la vista perché i due non c'impiegarono che un istante ad intuire dove fossero le scuderie.
La madre rimase lì, sotto l'occhio vigile della comare di casa, le braccia abbandonate ai fianchi.
Lo sguardo puntava ai mocciosi. Dunque si sarebbe separata da loro…
L'intuì Oscar, lo comprese adesso che avrebbe significato separarsi da un figlio.
"Abbiamo ospiti Donna Lari…vediamo di accoglierli come si deve…".
La straniera sgranò lo sguardo.
"Non è necessario…".
"Non preoccupatevi…anch'io ho compiuto un lungo viaggio e ho incontrato e conosciuto tante persone. Di alcune mi sono fidata…di altre…per quello che mi riguarda vi siete fidata di me…posso chiedervi di continuare a farlo!?".
Sorrise Oscar, la comare no, che non erano tre bocche in più da sfamare che la preoccupavano.
Oh no…
Era altro…
Altro che aveva assunto dimensione e spessore nei mesi ch'erano trascorsi e che non avrebbe smesso d'accrescersi nei mesi a venire.
Il respiro verso il futuro era ampio ma a Donna Lari pareva che la padrona non avesse altro per la testa che vivere ogni istante come fosse l'ultimo.
La smania di non lasciar scorrere neppure un istante senza ch'esso fosse riempito d'una decisione, d'un pensiero, d'un silenzio che precedevano i primi o scavavano nell'ultimo.
Ogni volto era studiato, ogni gesto espresso con pacata e ferma chiarezza…
Così non potè far altro che farsi il segno della croce, Donna Lari quando seppe che in realtà l'idea d'ospitare i tre fuggitivi della Rinsacca per la notte altro non era stata presa che per mettere in atto il successivo colpo di testa, esemplare anche per una come la padrona che pure aveva abituato la custode a discreti spaventi, da quando lei e il padrone aveva messo piede in terra italiana.
Insomma era accaduto che il padrone non c'era.
André se n'era salito – di malavoglia - su fino a Firenze, su invito dei Conti Rudolf, per assistere ad una delle tante cerimonie d'insediamento dei governanti locali, dopo che Pietro Leopoldo se n'era dovuto salire ancora più su e tornare in Austria – di malavoglia – per diventare imperatore al posto del defunto Giuseppe II.
Il nuovo Granduca Ferdinando III non sarebbe arrivato nell'immediato e dunque sarebbe stato bene approfittare del vuoto temporale per tessere alleanze con chi in quel momento teneva davvero nelle proprie mani le redini dello staterello.
Giusto che l'inglesi mordevano il freno a Livorno perché Austria e Granduca si decidessero a prendere posizione contro il sempre più crescente potere dell'Assemblea Nazionale di Francia, che minacciava di fatto le monarchie assolute di mezza Europa, era bene dimostrare che dei francesi ci si sarebbe potuti fidare.
André ci aveva messo parecchio per decidere. Sulle prime nemmeno l'aveva voluto prendere in considerazione un simile invito. Il parto era vicino e poi…
Restava, di fondo, sempre presente, anche se per il momento acquietato, il tarlo che pungolava la coscienza, lì, a rimarcare che sarebbe stato bene essere discreti, non mettersi in mostra.
Solo perché adesso erano lontani dalla Francia non significava essere al sicuro.
Dunque il padrone non c'era e lei la padrona aveva deciso di riportare gli stranieri al loro assembramento di casacce, accompagnandoli per consentire loro di raccattare qualche vestito.
Ci sarebbe tornata non a mani vuote però ma portandosi appresso legna, farina, coperte, sacchi di sementi…
Una decisione assurda nelle sue condizioni e Donna Lari davvero aveva pensato che madame fosse impazzita.
"Non scenderò neppure dalla carrozza!" – esordì Oscar assolutamente calma – "Ve l'assicuro…".
"Tsè!" – l'altra sprezzante al limite dell'oltraggio – "Come l'altra volta! Non sono mica ingenua come quello sprovveduto del mio marito. Quello v'ha creduto e avete visto quello ch'è accaduto!".
"Donna Lari mi meraviglio di voi…" – Oscar osservò la comare severa e puntigliosa – "Si, ammetto d'aver corso un rischio ma…convenite con me che se non fosse accaduto forse non avrei mai saputo che mio figlio s'era – diciamo – messo comodo e non s'era voltato…come dice Messer Mantini…nel modo giusto per nascere!?".
Labbra serrate in segno d'offesa, Donna Lari aveva tirato un accidente e poi uno stretto, se lo dite voi!
Gli occhi osservarono il paesaggio ancora più splendente e pieno della volta precedente.
Era sola, di nuovo. André non gliel'avrebbe mai perdonato ma…
Aveva ricevuto aiuto da perfetti sconosciuti nel viaggio verso quella terra dove ancora non lo sapeva se sarebbe vissuta. Voleva vedere suo figlio in faccia o sua figlia…
Ma sapeva d'avere un debito che poteva saldare solo così, verso perfetti sconosciuti che pure l'ultima volta l'avevano accolta a sassate.
Di fatto la nuova visita non prese a muoversi meglio della precedente.
I due carri s'erano fermati più indietro per permettere alla carrozza d'avvicinarsi.
Cristiano Simon non c'era, in compenso c'erano Donna Lari e tre domestici e due stallieri, oltre alla donna e ai due figli.
Quella, venne accolta pure lei come una specie di reietta, perché aveva avuto l'arroganza di abbandonare la piccola comunità e tradire la sua gente, abbassandosi a chiedere aiuto ad una perfetta estranea.
Nell'abbondanza come nella povertà vigono spesso le stesse regole. Si tenta di proteggere la ricchezza o l'orgoglio. Il risultato è sempre lo stesso.
Stavolta le persone uscirono piazzandosi a raggera, compatte, severe…
Si fece il segno della croce Donna Lari di nuovo, mentre vide la porticina della carrozza aprirsi e la padrona scendere seppure con qualche difficoltà. Aveva promesso di non farlo, ma ormai la custode aveva compreso che la padrona di promesse ne aveva mantenute poche nella sua vita. Di certo non lì…
Ma era necessario scendere…
Di fronte, una piccola rappresentanza della comunità, severamente ripiegata su sé stessa, fieramente caparbia a voler tutelare il proprio dannato isolamento.
L'aveva chiesto Oscar alla fine agli ospiti la sera precedente, seppure senza fare troppe domande.
L'aveva compreso.
Non erano stregoni, non erano appestati…
Erano gente ch'era risalita dalla terra dallo stato di Sua Santità, cacciati fuori, non graditi, vai a sapere perché…
Il grappolo di disgraziati era rimasto incastrato in quelle terre e lì aveva deciso di mettere radici, per quanto fosse possibile mettere radici in una palude di fango e zanzare.
Gente dignitosa ma scontrosa…
Otto, nove famiglie, i mocciosi accuditi da tutte le madri, i padri in giro a cercar lavori.
Una gerarchia c'era perché tra quelli che s'eramo messi in semicerchio a fronteggiare gli arditi invasori c'era un uomo, poco più vecchio degli altri, vestito alla bene e meglio, rughe profonde sul viso asciugato dal sole e dalla salsedine. In mano teneva un bastone, lisciato dall'uso, torto il giusto per essere impugnato come un'arma.
Le fila del destino trovano modo d'annodarsi, anche se sono all'apparenza lontane e libere.
S'intrecciano attraverso sentieri oscuri e nascosti…
Il tempo scorre sempre in un'unica direzione, folle sarebbe immaginare riavvolgerlo per poter cambiare il destino.
Ma i ricordi, i gesti, quelli possono riemergere, come bolle dal fondo dell'oceano, e risalire ed esplodere ricongiungendosi al proprio elemento.
"Che volete?" – il tono malconciliante…
"Nulla…ho riportato queste persone…attenderò che i due ragazzi raccolgano qualche abito…staranno da noi…solo per qualche tempo…".
"Non serve!".
"Quando avranno imparato a leggere e scrivere, se vorranno, potranno tornare…".
"Non possiamo pagarvi!".
Le obiezioni erano sempre le stesse.
"Non ho chiesto d'essere pagata. Lavoreranno…saremo noi a pagare loro…per ora…".
"Non la vogliamo questa roba! Portatela indietro e tornate da dove siete venuta!".
La contestazione uscì ferrea…
"Accettatela…a noi non serve…".
"Non possiamo darvi nulla in cambio! E poi non vogliamo ciò ch'è rifiutato da altri!".
Trattativa serrata, logica ed ineccepibile…
Non doveva passare per gesto caritatevole. Anche l'orgoglio andava preservato…
Oscar fece un passo.
Come sempre, come aveva deciso di vivere lei.
Un passo in avanti verso l'altro, le mani giunte a proteggere la pancia.
L'incedere fermo…
L'altro picchiò il bastone a terra, lo sollevò diretto, contro di lei, nessuna compassione per lo stato dell'altra. L'orgoglio era duro da scalfire.
S'accorse che la punta del bastone era tonda…
La vide, contro di sé…
Il guizzo…
La vampa rimerse dal passato.
Onda di calore che incendiò i sensi implosi e ricacciati giù nella fetida cella di Palais Meinsinkov…
Rammentò…
Stai lontana…
Lo spasmo acuto e terribile aveva chiuso il petto.
S'era ritratta, barcollando, era caduta in ginocchio…
Dovete essere voi a rammentare quale possa essere stato l'accidente che vi ha causato questo…
Le parole di Mantini…
I muscoli avevano ceduto, dilatati dal colpo inferto lì, al petto, secco, diretto, spietato, a frantumare le ossa già compromesse dal freddo, incapaci di muoversi flaudamente.
Rimase lì, gli occhi al bastone puntato addosso, contro di lei.
I sensi raccolsero il suono distorto, rimbombato allora dal torace ed ampliatosi fino a raggiungere ogni parte di sé, a ferire e piegare ogni residuo tentativo di opporsi.
Stai lontana!
La voce roca, il timbro conosciuto di Arian Tichinov piombato addosso…
Era stato allora ch'era stata colpita…
La frustata aveva spezzato il respiro.
Il guizzo del bastone…
Era stato da allora…
Si riebbe Oscar…
Un istante…
Fece un passo, un altro, gli occhi fissi all'uomo avanti a sé.
La gola fu sul bastone. Intuì il riverbero del colpo, riemerso solo nella mente.
La mano destra si sollevò per scansare il legno.
Non fu necessario perché l'uomo l'abbassò spontaneamente, chiedendole in silenzio se non fosse pazza e cosa voleva ottenere con quell'assurda prova di forza.
"Accettate ciò che ho portato…" – esordì di nuovo lei – "Mettiamola così…mio marito mi ha accennato ad un bosco che vorrebbe ripulire…dovrebbe servire a proteggere i cavalli durante le tempeste…ma molti alberi sono secchi e rischiano di cadere al primo accenno di vento. Travolgerebbero le povere bestie…se verrete sarete ben accetti… potrete tenere tutto ciò che si ricaverà…".
Sorprendeva la dimestichezza nel trattare affari che fino ad allora le erano stati estranei.
Della casa e degli accidenti della casa se n'erano sempre occupati suo padre, i domestici.
Ora era libera, non doveva più recitare la parte della nobile contessa che concede per benevolenza ai meno fortunati d'essere trattati con rispetto. No…
Lei chiedeva d'essere accettata, così…
La punta del bastone toccò terra, il vecchio si arrendeva, la caparbietà dell'altra rasentava la follia.
I compari abbassarono anch'essi i bastoni.
"Vi lascio ciò che ho portato…" – proseguì lei severa e secca, voltandosi –"E quanto potrete…venite alla tenuta…".
"Aspettate!".
Oscar sussultò attendendo.
"Perché lo fate?" – chiese l'altro rugginoso.
Silenzio…
Un respiro…
Sarebbe stato lungo ed inutile spieralo…
"Perché non dovrei farlo!?" – sentenziò lei di filato.
Quelli si guardarono di sbieco.
"Perché no…" – precisò Oscar risalendo a fatica sulla carrozza.
Ordinò ai domestici d'attendere che i ragazzetti fossero pronti.
Un respiro fondo, che il respiro era divenuto faticoso.
Lo sguardo scivolò ad una donna, anch'essa anziana che s'era avvicinata lentamente alla carrozza.
Si guardarono entrambe perfette sconosciute l'una all'altra, d'origine tanto diverse quanto lontane.
Sorrise quella…
"Abbiate cura di voi…" – sussurrò in uno stentato linguaggio, strascicato perché le mancavano la metà dei denti.
Annuì Oscar…
Il vento prese a salire su sulla collina dove chiese di fermare la carrozza.
Oscar scese di nuovo, avanti a sé la distesa azzurra del mare, blu cupo in fondo, più chiaro, quasi verde, verso la costa.
Rispose infine…
A sé stessa…
Perché non posso cambiare il passato…non posso rimediare agli errori che ho commeso…a ciò che non ho voluto vedere e sentire. Il tempo non può andare a ritroso…il tempo consuma le ore e i giorni. E' inesorabile, spietato…ma è possibile combattere in nome di quegli errori…anche così…anche accanto a persone sconosciute…di cui non si sa nulla…nemmeno se sono briganti o santi. Stare dalla parte del più debole…sempre…e quando quelli diventeranno forti…se ci sarà qualcuno più debole di loro…allora occorrerà stare dalla parte di quello…
Dunque una rivoluzione diversa da quella che si combatteva in Francia.
La sua Rivoluzione…
Ebbe tempo di tornare André.
Non di raccontare quel che aveva visto e sentito in quel di Firenze.
Pareva divenuto come il vento André e quasi divenne tempesta quando apprese ciò che aveva fatto lei, la padrona, lei che non aveva mai dato retta a nessuno, se non forse a suo padre, e che adesso non avrebbe dato retta a nessuno, nemmeno a suo marito.
Parve divenuta cielo e stelle, Madame Grandier, così finalmente s'era trovato un degno appellativo alla donna che a poco a poco aveva preso a diventare famosa, nel luogo in cui viveva e anche oltre.
Nonostante quella attendesse un figlio, aveva preso a girare per le straducole, ad osservare case sbilenche e soprattutto chi ci abitava dentro.
Qualcuno disse ch'era mandata dal Granduca che voleva davvero aiutare la gente del Granducato, così come aveva iniziato il precedente regnante. Qualcuno diceva che no, non era possibile che un austriaco si fosse fidato così tanto d'una donna, per di più francese, e che quindi quella doveva aver deciso tutto da sola.
Lo tenne per sé Oscar ciò che aveva intuito dopo la visita alla Rinsacca.
Non voleva alimentare false speranze, non voleva credere che tutto avesse preso a degenerare e a marcire dentro di lei, là, laggiù, nella fredda Saint Petersburg, che nemmeno lo ricordava più davvero quello ch'era veramente accaduto.
Vissero freneticamente tutti e due il tempo che scorreva, istante dopo istante, calati ciascuno nel proprio ruolo, tutto nuovo, esaltante, intenso mentre intorno la terra rifioriva di grano e fiori di lino, viti e ulivi, gramigna e menta, calpestata da zoccoli di puledri e piedi di mocciosi che, liberi dallo studio, gareggiavano nel cortile con spade di legno e bambole di pezza.
Vissero baciandosi piano, di nascosto, passeggiando lentamente, al tramonto, i passi a sollevare la polvere degli stradelli attorno alla tenuta.
Passi lenti, respiri profondi ad annusare il mare, distinguere l'odore dell'acqua salmastra da quella delle paludi, fangosa e malata.
Vissero osservandosi.
André, quando rientrava alla sera, la trovava addormentata in mezzo a fogli di scarabocchi e grafie composte e chiare, sequenze di numeri sbilenchi e conteggi perfetti.
Una classe variegata per età ed origini. Tutto mescolato, confuso, amalgamato alla perfezione, così che ognuno potesse imparare da lei e dagli altri e lei potesse imparare da sé stessa e dagli altri.
Con rammarico André impose di non accettare più studenti.
Ammise che di quel passo avrebbero fatto concorrenza alle scuole che il Granduca aveva stabilito d'aprire nello staterello.
Con stupore André si rassegnò a non poter far nulla, quando alla porta, continuarono a presentarsi altri mocciosi accompagnati dai genitori a chieder d'esser presi dalla signora che insegnava a tutti, che quelli si fidavano più delle voci che correvano nelle vallate, su per le colline, giù negli alvei dove scorrevano i fiumiciattoli e oltre le paludi e persino giù, di là dal golfo, piuttosto che dei messaggeri del Granduca.
Tutto mescolato e confuso e pieno…
Tutto…
Tutto s'intensificò, innalzandosi, quel pomeriggio di maggio, mentre passeggiava sulla rena, un passo incerto, il cane che morse il ventre, dapprima come una stilettata e poi come l'avesse azzannata intensamente, ovunque.
Martin s'impietrì che non lo sapeva come nascevano i bambini ma solo che quel bambino o quella bambina stavano lì, dentro la pancia di maman, e maman adesso s'era dovuta abbassare fino a toccare la rena con le mani e le dite erano affondate a stringersi sulla sabbia grossa e bagnata.
Non riuscì ad ingoiare il grido questa volta mentre l'onda la raggiunse, infradiciando il vestito, scavando sotto i piedi nudi, risucchiando il corpo che faticò a restare lì, ancorato alla terra.
"Vai a chiamare…" – sibilò – "…qualcuno…".
La voce rimase impigliata nella gola.
Stavolta accadeva davvero, gli occhi chiusi, le labbra morse a trattenere un grido di nuovo mentre i cani erano divenuti ancora più feroci, azzannavano la pancia, le gambe, il torace, su, fin nella testa…
Schizzò via Martin…
Oscar rimase lì, l'odore del mare intenso a spezzare il respiro, il pensiero alle uniche nascite a cui avesse assistito nella sua vita, quelle dei figli di Sua Maestà la Regina Maria Antonietta.
Anzi, alla fine se n'era andata, nelle orecchie le grida della regina che faticava a partorire, circondata dal respiro pesante e sudicio dei cortigiani.
Non aveva accettato di violare con lo sguardo la dolorosa sequenza della nascita d'un figlio d'un re che, per consuetudine, avrebbe dovuto consumarsi sotto gli occhi della corte, così che tutti fossero testimoni che il nascituro sarebbe davvero uscito dal ventre della regina e fosse quindi il vero figlio del re.
Pensò che suo figlio fosse già una creatura del tutto speciale, capace davvero, prima ancora d'esser nata, di stupirla e di coglierla impreparata.
Nei mesi precedenti, da sola, nel letto, di notte, le mani sulla pancia, aveva ascoltato i movimenti sempre più pieni ed intensi del bambino.
André accanto a sé dormiva, gli prendeva la mano e se la metteva sulla pancia, così che il bambino avrebbe ascoltato il calore e la presenza.
Pensò alle vie, davvero sorprendenti, che l'avevano condotta lì, a quel giorno, bivio che cambia per sempre la vita di un essere umano.
Non avrebbe mai immaginato sarebbe vissuta fino a quel momento, sospeso nel tempo e nello spazio.
Lì, all'aria aperta, il sole caldo sulla schiena, la veste fredda e fradicia…
Lì, alla luce che feriva un poco gli occhi…
Lì, con le tempie che battevano, il respiro troncato dalla vertigine che pareva risucchiare il corpo senza più dimensione o coraggio.
Pensò che suo figlio o sua figlia sarebbero davvero nati lì, al sole brillante, sotto il cielo azzurro infinitamente fondo, tinto di nuvolaglia rosata, sparsa e lieve.
"Respira…" – sibilò piano – "Respira…se non respiri non vivi…".
Adesso poteva respirare.
Inspirò, ci provò ma i cani morsero di nuovo azzannando la schiena e i lombi e il respiro si spezzò lì…
Il petto si chiuse, mentre l'odore intenso dell'acqua sormontò lo spasmo.
"Dannazione!".
Non l'immaginava sarebbe stato così…
Nella mente il lamento di Maria Antonietta che dava alla luce la primogenita Marie Therese e poi il povero Louis Joseph e poi Louis Charles.
Sarebbe nato lì, sulla rena, il suo bambino, se…
L'energica presa del custode Cristiano Simon la rinfrancò un poco, mentre Donna Lari s'inginocchiò davanti, infradiciandosi anche lei, ficcando gli occhi negli occhi.
La comare stavolta non aveva una faccia severa o tesa o preoccupata. Sorrideva…
Che diavolo avrà avuto da sorridere?
Forse si prendeva la rivincita la buonaLari che alla padrona adesso sarebbe toccato davvero d'essere una donna, fino in fondo, fin nel più doloroso e squassante momento.
Sì, i cani morsero, di nuovo, mentre il corpo si rialzava e riprendeva la strada verso casa.
Morsero ancora, che per poco non riuscì neppure a salire le scale.
Attorno il via vai delle servette, nelle orecchie gli ordini secchi di Donna Lari che imponeva di far presto e chiamare chi di dovere.
Tempo che parve eterno mentre dovette mordersi il labbro per non urlare ma no, stavolta la custode sentenziò che avrebbe potuto gridare quanto voleva e che non avrebbe più avuto necessità di tenersi tutto in gola.
"Dannazione! Fa male!" – imprecò davvero mentre il corpo pareva attraversato da una forza misteriosa che piegava le ossa e torceva i muscoli.
"Dev'essere così!" – sentenziò la comare sorniona che adesso tutto stava procedendo come doveva e se la padrona stava male poco importava perché così doveva essere.
Una tregua, esigua, effimera…
Il tempo di levarsi di dosso il vestito fradicio e ritrovarsi a letto ma no, anche lì, la pace svanì in fretta e le che ci avessero messo le spine tra le lenzuola ma non pungevano quelle, bensì scavavano nelle giunture come tarli e i morsi s'allargavano frantumando i sensi, spezzando il nesso tra coscienza e corpo.
La mano stretta nella mano e gli occhi fissi a lui, André, ch'era stato raggiunto da Valentino e tutt'e due s'erano precipitati a casa e André davvero era rimasto di sasso perché adesso aveva davanti a sé lei, Oscar, piegata e scossa…
E davvero stava accadendo d'assistere all'evento in cui suo figlio o sua figlia avrebbero visto la luce.
Nemmeno un anno prima erano stati sul punto di perdere tutto, sé stessi e la vita.
Nemmeno un anno prima neppure sapevano se sarebbero vissuti.
Poi il tempo aveva preso a scorrere e non si sapeva se fosse stato un bene ch'esso fosse scorso più in fretta oppure sarebbe stato meglio si fosse arrestato, così che nessuno sarebbe finito sul bordo del precipizio.
Avevano trascorso mesi e mesi a temere per il futuro.
Ora lei era lì, labbra strette, respiro spezzato, corpo attraversato dalla scossa e poi dalla successiva.
Il tempo aveva preso a scorrere veloce…
Solo il tempo di domandarsi se lei sarebbe vissuta, davvero…
E se lui sarebbe stato un buon padre e no, davvero anche lui, s'accorse, lì, in quel momento che avrebbe voluto avere più tempo, ma no, il tempo era scorso, ed ora non erano più solo in due a decidere.
Un altro essere, assumeva la decisione, la prima, la più importante di tutta la sua vita. Venire al mondo. E così far comprendere a tutti e due che la volontà del terzo era diversa dalla loro, essa era altra, autonoma, indipendente.
André davvero avrebbe voluto conoscere il latore di questa volontà, sapere chi fosse lui o lei e chi avrebbe potuto essere lui per suo figlio o sua figlia.
Non solo un padre…
"Non mi hai detto nulla del viaggio…" – sibilò Oscar, a denti stretti, un argomento come un altro, che poi in quel momento poco c'entrava con quel che stava accadendo.
"Non adesso…" – chiosò André stupito della domanda.
"Invece no! Voglio saperlo!" – testarda ma conversare d'altro l'era parso sarebbe servito a riempire il tempo, quello vuoto e freddo seppur ristoratore che scorreva tra la voragine che s'apriva ed inghiottiva i muscoli e poi l'abbandonava ed il successivo salto, dapprima lontano e lent e poi sempre più vicino, capace di frantumare coscienza ed intelletto.
"Cosa vuoi sapere!?" – replicò lui un poco interdetto – "Sai come vanno queste cose! Ci siamo già passati!".
Pareva conversassero tra di loro e che fossero soli, a discutere di politica e di corti, non s'erano nemmeno avveduti che s'erano fatte attorno varie persone.
Una scossa, la carne morsa, il ventre contratto…
Donna Lari in attesa e così il Dottor Mantini che s'era precipitato, assieme alla moglie.
E tutti e tre non avevano battuto ciglio quando s'erano visti entrare anche lo straniero, l'ospite più sorprendente, Monsieur Ismael el Bakar che, non si sa come, qualcuno era riuscito ad avvertire e quello era arrivato davvero e davvero era entrato e adesso stava lì, gli occhi placidi ed indagatori addosso alla futura madre e nelle orecchie le grida ritmate indotte dallo spasmo e il rosario sgranato a voce bassa dalla custode.
Sbuffò Donna Lari, che nella stanza adesso c'era troppa gente, troppi uomini soprattutto. Non s'era mai visto che una donna stesse lì a partorire con tutti quelli attorno.
"Allora!?" – riprese lei testarda, mentre le dita stringevano il lenzuolo e davvero avrebbe voluto essere altrove.
Il dolore, quello inciso nei muscoli e nella carne, s'era esercitata a sopportarlo, in silenzio, sin da bambina.
Così le era stato insegnato dal padre.
E non era mai stata abituata a lagnarsi…
Tutto differente…
La sequenza di spasmi dolorosi e quasi interminabili misero a dura prova la resistenza e l'innata volontà di resistere in silenzio.
"Allora…c'erano parecchie famiglie aristocratiche…" – proseguì André dubbioso, ma se questo voleva lei…
"E…".
Il respiro troncato dalla voragine…
"E mi sono tenuto in disparte…sai ch'è sempre stato così!".
Si, in fondo alle feste ed ai ricevimenti alla reggia era sempre stato così.
Nessuno dei due s'era mai degnato di mettersi in mostra, vuoi per discrezione, vuoi per via delle mansioni. Lei era lì per sorvegliare la famiglia reale, non per fare conversazione.
Un ricevimento in un granducato non avrebbe poi fatto una grande differenza.
André era sempre stato abituato a stare al suo posto. Così com'era stato un tempo. In quel caso le ragioni erano ancora più evidenti.
"Non è stato propriamente entusiasmante…" – ammise André.
"Si…capisco…".
Il cane morse di nuovo, il respiro ingoiato…
"Immagino il mormorio di pettegolezzi e la curiosità! Ti avranno…" - gridò alla fine – "Osservato tutti!".
André intuì una sorta di serpeggiante gelosia. S'immaginò quando un tempo lei nemmeno sapeva dove lui fosse alla Reggia,quando non appresso a lei, oppure quando lui decideva di tornarsene a casa e lei restava…
André strinse la mano per tenerla lì che gli pareva davvero che il respiro sarebbe scivolato via.
"Dannazione!" - imprecò, gridò di nuovo, lei…
Davvero André pensò che la dannazione non fosse solo per quel dolore lacerante, quello che dilaniava i muscoli, bensì per la cecità in cui lei era vissuta.
"Devi resistere…" – tentò d'ammansirla, vicino al viso, scostò i capelli, la fronte umida…
Una smorfia, il respiro a metà: "Voglio solo che vada tutto bene! Voglio che il nostro bambino…o…o la nostra bambina….si…vengano al mondo! Non importa se adesso non so più nemmeno come farò ad andare avanti…".
Ennesima fitta, acuta, infinita, su dal ventre, attraversò i muscoli, si ritorse nel torace…
Un'altra imprecazione spezzò il silenzio.
"Maledizione! Che diavolo…".
Donna Lari sussultò così pure la moglie di Mantini.
Tutte e due ammisero ch'era normale per una donna sfogare lo spasmo delle doglie ma così…
"Tutte le donne che partoriscono attraversano questi momenti…" – sentenziò allora una delle due subito fulminata dall'occhiata livida della futura madre che no, la visione non l'avrebbe mai accettata. Il dolore è dolore…
"Adesso vorrei essere tutto tranne che una donna!" – digrignò sferzando le altre due – "Nemmeno sotto la fortezza…quelle dannate Guardie Svizzere…quando ci hanno sparato addosso…".
"Calmati!" – l'interruppe André che lei aveva preso davvero a parlar troppo. Non era bene soffermarsi sul passato, anche se lì si era tra persone fidate.
"E poi quel maledetto Bouillè! Gli è bruciato che io non abbia eseguito i suoi dannati ordini! Costringere i delegati a restare fuori dalla sala…e…".
Un grido di nuovo…
Un respiro…
Mantini prese ad agitarsi, la moglie ad avvicinarsi e a scambiare un'occhiata d'intesa con la comare…
In preda alla disperazione ed all'impossibilità di trovare un paragone adatto per descrivere ciò che stava vivendo, nell'ordine dalla bocca sgusciarono accenni farneticanti…
Il ventitré giugno…
E poi il quattordici luglio e poi…
"Sparare contro la gente di Parigi! Contro quelli che volevano prendersi la fortezza! Maledetto idiota! Tiranno aristocratico senza spina dorsale! Ha messo una taglia sulla mia testa!".
"Sssh!" – quasi fu costretto a metterle una mano sulla bocca André – "Oscar….basta!".
La riprese, mentre anche lui ripiombava nei giorni durissimi e cupi.
"Madame…dobbiamo far uscire tutti…è arrivato il momento!" – tagliò corto Donna Lari, che davvero il tempo prendeva a correre veloce e spietato.
Sì, il momento era davvero giunto, che anche l'energumeno, che fino a quel momento se n'era rimasto silenzioso in un angolo, si alzò e s'avvicinò.
"La taglia…l'olandese…che vadano tutti all'Inferno….lui e Bouillé…e poi Bouillé e quel dannato di d'Iversay…voleva prendersi le terre dei Jarjayes…che vadano tutti all'Inferno!".
"Madame!" – s'intestardì Donna Lari prendendo a sbuffare.
L'altra era la padrona, ma anche s'era lì, fuori di sé, la decisione di far uscire tutti spettava a lei.
No, lo strano meccanismo consentì di dare la stura al dolore, alla rabbia dei peggiori istanti, alla frustrazione dei mesi trascorsi nel tentativo di fuggire e salvarsi e tornare a vivere…
Sputò ancora dannati ricordi…
Tacque…
Uno spasmo…
Un grido…
"Vi prego!" – Donna Lari prese a torcersi le mani – "Date retta…".
Ismael el Bakar appoggiò la mano sulla spalla di André, le dita si chiusero un poco, il segnale ch'era il caso di uscire che lì, tutti lì, sarebbero stati solo d'intralcio.
Le dita si slacciarono, almeno così André tentò di fare e no, lei le strinse per tenerlo lì, che ce n'era anche per lui:
Lo sguardo s'assottigliò…
"E tu…" – un respiro, il corpo rattrappito e poi squarciato dalla nuova contrazione – "E tu…promettimelo André….mai più…".
Un sussurro, lo spasmo evaporava sudore contratto…
André si stupì…
"Non permetterti mai più di dirmi che…io…".
"No!" – s'infervorò lui – "Te l'ho detto non so quante volte ormai…sono stato un'idiota…non accadrà mai più, te lo prometto…adesso…devi…".
"Già…un'idiota!" – replicò lei, il respiro mozzato, tramutato il rantolo sgraziato – "Sei stato davvero…".
"Fuori tutti quanti!" – impose Donna Lari - "E' necessario che usciate tutti! Non m'interessa come si fa in Francia ma qui i bambini nascono da soli…e senza tanti occhi attorno!".
Fece per ripeterlo…
"Fuori…".
Prese aria, tentò di respirare Oscar, rammentò, quel dannato giorno di pioggia, a Versailles…
Le minuscole gocce rosate a macchiare il guanto bianco e fradico…
Uno spasmo…
Fu costretta a portarsi una mano alla bocca, il corpo implose risucchiato dal dannato sentore pesante e aspro e metallico che si fece strada, come allora, mentre la mente aveva già preso a correre e a chiedersi perché…
Perché adesso?
"Oscar!" – André tornò su di lei...
"Dovete uscire! Tutti!" – sentenziò Mantini mentre s'apprestava a tirar fuori dalla borsa strani ferri.
"Che volete fare?" – lo chiese André mentre il sangue si gelava.
"Se non avrà abbastanza forze per far nascere il bambino dovrò tirarlo fuori…".
"Come!?" – ruggì André – "Non intenderete…".
"No! Non è più possibile praticare il taglio…lo tireremo fuori con…".
André rimase lì, il viso allo strano ferro ricurvo.
"Che…cos'è…".
Non ebbe modo di rispondere Mantini che Ismael el Bakar si fece avanti e negò con la testa. Sottintendeva che non era necessario…
Afferrò la mano di André, c'impresse alcune lettere.
"Deve fare da sola!" – ripetè drastico André al medico – "Lui dice che Oscar può farcela…".
"Io devo far nascere questo bambino!" – contestò Mantini – "Se lei…".
"Ce la farà! Lei è forte!".
Mantini fu sopraffatto dalla fermezza degli altri due…
Un grido…
Ismael el Bakar s'avvicinò, le mise una mano sulla fronte e una sulla pancia. Prese a premere annuendo così da farsi intendere che ad ogni pressione dovesse corrispondere una spinta.
Pigiò lentamente ed intensamente…
"Respira!" – ordinò André.
Ismael annuì di nuovo…
Lei respirò e spinse di nuovo…
Un grido…
Debole traccia rosata…
André s'impietrì…
Dio, non portarmela via.
Non portarmeli via…
Ho ascoltato quella vita, l'ho quasi tenuta tra le mani…
Permettimi di conoscerla…
Permetti a lei di conoscerla…
Lo chiese, in silenzio, il cuore impazzito, mentre il grido spaccava la coscienza.
Lo chiese apoggiando la mano sulla pancia, per parlare anche all'altro che ancora non aveva mai visto e che pure aveva dentro il cuore, inciso nelle viscere.
Di nuovo, un'altra volta, stessa sequenza e poi di nuovo e di nuovo…
Tentò d'eseguire la richiesta, le parve di morire, la voce perforava i sensi, il corpo frantumato e disperso e il dubbio di quel dannato sentore che risaliva dalle viscere.
Come se lei fosse divisa a metà. Da una parte la nuova vita che nasceva e dall'altra lei, il marcio ch'era annidato dentro e che forse aveva stabilito d'esigere il conto, il proprio tributo di morte.
Il demone dunque era sempre stato lì.
L'aveva illusa, dentro mesi di silenzio, ritirato in un angolo, assopito ma non vinto.
Perché adesso?
"Respira!" – l'ordine di André.
L'eseguì e poi spinse così che intuì che tutto stava accadendo e che la pancia aveva preso a contrarsi…
Improvvisamente il musulmano sollevò la mano dalla pancia, rimanendo con l'altra sulla fronte.
Oscar lo guardò, senza più forze e lui annuì staccandosi, facendo un passo indietro, tornando con lo sguardo ad André.
L'altro non comprendeva, avrebbe voluto restare lì a cadenzare il respiro di lei sul proprio. Ismael gli mise una mano sulla spalla e strinse la presa, tacito consenso a condividere l'angoscia del futuro padre. Gli fece intendere che dovevano uscire.
André negò…
Ismael strinse di più, annuì e lo spinse indietro.
Allora l'altro ebbe solo il tempo di stringere la mano di Oscar, poi la lasciò e si voltò e per un istante gli parve davvero d'essere tornato sul ponte de Le Comte Vert, la nave sbattuta dalla tempesta e lui lì lì per essere buttato a mare da un'onda più intensa e l'energumeno, esattamente come allora, a tenerlo saldo ed attaccato al legno del vascello.
Fu davvero come essere su Le Comte Vert, sì, quando André si ritrovò fuori dalla stanza, la porta chiusa a modo ma in faccia, e, da dietro, il respiro di lei, intervallato al grido e poi di nuovo silenzio e poi di nuovo un grido più lungo.
Percepì la propria mano accarezzata da quella piccola e morbida di Martin, il figlio, il primo figlio che avevano ricevuto in dono dalla sorte, anche se non era nato da loro. Il bambino strinse la mano, André abbassò lo sguardo e strinse a sua volta le dita del moccioso e poi in un gesto istintivo lo tirò su, abbracciando e lasciandosi abbracciare.
Doveva tenere il cuore a bada, André, che il cuore gli sarebbe uscito dal petto.
Doveva darsi ad intendere che anche così, anche in altro modo, avrebbe potuto esser utile, confortando il moccioso, mentre in realtà forse era il moccioso con la sua innocente e avida speranza di vita, a confortare lui.
Martin alla fine si dimenò per scendere e André non lo trattenne. L'altro scivolò giù per andarsi ad accoccolare sulle ginocchia dell'energumeno che s'era seduto, schiena al muro, nel corridoio, un poco in penombra, la bocca mossa a sussurrare una strana nenia, lenta e ritmata.
Forse anche il bambino aveva necessità di calmarsi e così l'aveva cercata là dove l'aveva assaggiata, tra le braccia del musulmano.
In silenzio…
I pensieri si snodarono alla ricerca d'un appiglio temporale, d'un respiro, d'uno sguardo che avrebbe consentito di sperare.
Non era trascorso neppure un anno da quando erano giunti alla tenuta.
Non avevano davvero condiviso ancora nulla di quella vita, sospesi, in attesa degli eventi, incapaci di poterli dirigere attraverso gesti e parole ed intenti.
Eppure il tempo era trascorso.
André si sentì attraversato da un brivido. Non era passato neppure un anno da quando aveva appreso che lei era malata, così avevano detto i medici che l'avevano visitata.
Oscar era ancora viva ma lui si sentì all'improvviso derubato di quel tempo visssuto lievemente, in attesa, che il fato li aveva tenuti lì, sulla corda.
Pensi che sia un miracolo…
Qualsiasi cosa accadrà, questo è già più di quanto avresti potuto sperare.
Vorresti conoscere tuo figlio...
O tua figlia…
Se lo disse, in silenzio.
Solo che per ogni giorno di vita guadagnato, la speranza, anziché mantenersi stabile o al più imporsi sulla paura, s'era ingigantita in maniera esponenziale, finendo per inghiottire il passato, la lontanaza, il dolce e pungente tempo dell'assenza, quando ancora non si amavano, quando l'amore che lui provava era unico e solitario, neppure una pallida ombra dell'amore di entrambi, assieme, uniti.
La speranza aveva davvero inghiottitito tutto così che quel passato pareva non essere mai esistito.
La speranza s'era imposta, era stata capace di lusingare i sensi, illudere che tutto fosse finito, risolto, giunto alla conclusione e che loro fossero finalmente liberi d'amarsi e basta, e di vivere e basta.
In ogni fine c'è sempre un nuovo inizio,
André pregò allora d'essere ancora assieme a lei, al figlio che stava per nascere, in quella notte che segnava un nuovo inizio.
L'inizio di una vita che sarebbe stata inesorabilmente diversa da quella di quel giorno e da quella del giorno precedente.
Voleva tutto André.
Si contrasse André, deglutendo rabbia perché voleva essere felice, a tutti i costi, voleva amare lei e suo figlio, a tutti i costi, e non avrebbe accettato un solo istante senza di lei, un solo respiro che non avessero respirato assieme.
S'accorse che la sua vita – la vita intesa come sequenza di eventi e di amori e di affetti - era appesa ad un filo, di nuovo, come un tempo, quando era solo servo, uno fra i tanti, solo, forse, più vicino a lei di quelli che avevano servito nella sua casa.
E poi era stato attendente e poi soldato, di nuovo, uno tra i tanti, solo, forse, più vicino a lei di tutti quelli che lei stessa aveva comandato.
Uno fra i tanti, senza speranza, in balia del rango, della ricchezza, dei titoli, dei capricci dei superiori, delle decisioni d'un padre.
Non aveva potuto scegliere nulla…
Per assurdo, era stato più doloroso ma più semplice.
Adesso…
Tutto, voleva essere tutto e voleva tutto.
S'accorse che anche un solo istante diverso da come se l'era immaginato nel mesi precedenti, gli avrebbe spaccato il cuore e squassato il cervello.
Dio, non portarmeli via…
Lo disse piano, mentre fuori imbruniva, il sole moriva laggiù tuffandosi nel mare, e la notte avrebbe avvolto tutto, calma, calda, silenziosa, e allora il cuore sarebbe scoppiato a forza di battere nel petto, fino a quando non avesse potuto risentire di nuovo la voce di lei.
Tutto effimero, sfuggente, lieve…
Mentre lui avrebbe voluto averla, sotto le dita, sulla bocca, dentro, piano, mentre moriva d'amore, intensamente e senza respiro.
Avrebbe voluto respirarle addosso, dormire abbracciato a lei, svegliarsi di notte e sentirla lì, accanto, il respiro lieve, la testa reclinata, i capelli arruffati.
Negli ultimi tempi era accaduto spesso di svegliarsi nella notte, il cuore impazzito al rimbombo della pallottola che gli aveva squarciato il petto.
L'unico appiglio era stata lei, lì accanto, mentre dormiva.
Non l'aveva svegliata, non l'aveva nemmeno guardata.
Gli era bastato sapere ch'era lì, ago della bussola della propria vita, stella polare a cui rivolgersi per ritrovare la rotta.
Cedette alla rabbia.
Lei non avrebbe apprezzato la smania di perfezione, l'istinto alla salvezza e per di più alla salvezza perfetta. Non c'è nulla di perfetto al mondo, men che meno il tempo che scorre e si porta via con sé, istante dopo istante, ciò che si è e ciò che si sente e ciò che si desidera.
Tutto…
Strinse i pugni André.
Le orecchie perforate dal grido, l'ennesimo…
§§§
Guardò fuori dalla finestra. Era quasi buio ormai.
Riprese a camminare su e giù per la stanza, nelle orecchie il tintinnio sommesso delle porcellane, l'aroma del thè s'espandeva tiepido e profumato ed intenso.
"Se vuoi puoi andare…il tuo amico l'ha fatto…forse…".
"No…ho chiesto a Ismael di farmi sapere se andrà tutto bene…sarei solo d'intralcio…ma spero che…si…che andrà tutto bene…".
"Sei preoccupato?".
Sir Joseph Hornett sollevò lo sguardo andando a quello di Donna Artemisia de La Tour, seduta al divanetto, le dita lunghe e bianche ad armeggiare nervosamente con zucchero e latte.
Silenzio…
Joseph non parlò subito.
La mente era tornata un'altra volta all'istante in cui, giù al porticciolo, aveva sollevato lo sguardo e l'aveva vista l'altra, poco lontano. L'aveva lasciata nemmeno due mesi prima, sulla via per Roma, lei, al seguito della sorella minore Ambrose de la Tour, in viaggio per raggiungere il futuro sposo della sorella più piccola.
In quel momento, lui, Sir Joseph Hornett aveva ammesso che avrebbe amato per sempre Oscar François de Jarjayes. Un amore fatto d'ammirazione, silenzio, rispetto.
L'altra no, l'altra, la Contessa Artemisia de La Tour, lui avrebbe potuto amarla davvero, con tutto sé stesso. E così gliel'aveva detto, a modo suo, come fosse stato un saltimbanco sulla fune a tentare di mantenersi in equilibrio e non rischiare di cadere di sotto al minimo alito di vento.
Un respiro fondo…
Gliel'aveva detto e l'altra quasi lo aveva preso a schiaffi che non avrebbe mai potuto credere davvero in un simile capovolgimento di ruoli.
Un saltimbanco, ecco, come doveva essergli apparso, l'inglese.
Artemisia aveva proseguito il suo viaggio ma non aveva chiuso il cuore…
Artemisia era tornata e lui se l'era ritrovata lì, al porticciolo, a sibilare imbrobabili questioni sul fatto che Ambrose era stata fortunata, aveva trovato una famiglia accogliente, la madre dello sposo assolutamente deliziosa e lo sposo che stravedeva per la fanciulla.
E siccome Roma era apparsa fin troppo noiosa, dopo un paio di brevi passeggiate agli scavi imperiali ed uno alla Galleria Farnese…
Artemisia s'era dichiarata annoiata dalla città, la sorellina era più che felice…
Artemisia era tornata.
E dunque aveva ben pensato d'esser lei questa volta ad andare a scovarlo, ovunque fosse finito l'altro, che Sir Joseph Hornett non era partito e tutti e due si erano ritrovati a fissarsi e lui, Sir Joseph Hornett aveva dovuto trattenere una mezza risata, che il cuore davvero gli si era aperto come le nuvole si spalancano sull'azzurro dopo la tempesta.
"Sei sempre stato molto loquace e molto deciso su tutto!" – lo rimproverò Joria – "Sei libero di rispondere alla domanda come preferisci. Senza temere d'offendermi. In fondo fino a pochi mesi fa facevi la corte a quella donna…non mi stupirei se provassi affetto per lei. E hai ammesso che lei è stata onesta con te, che non ti ha illuso. Dunque non credo tu possa provare rancore per lei. Non saresti genere di uomo…un uomo che prova rancore per la donna che l'ha rifiutato…altrimenti penserei d'averti giudicato male…in realtà sei più sensibile di quello che dai a vedere…".
Discorso schietto e diretto.
Quando mai una donna avrebbe chiesto all'uomo che la corteggiava contezza dei sentimenti che l'avevano legato ad un precedente amore!?
Sir Joseph Hornett si disse ch'era davvero apprezzabile tale diretta capacità d'eloquio.
L'altra non girava attorno alla questione. Pungeva, a modo suo…
Segno di forza ma anche di debolezza al tempo stesso.
Joria avrebbe preferito ricevere una risposta sincera piuttosto che illudersi nuovamente s'un legame ch'era nato da poco.
Un respiro fondo.
"Ebbene non saresti gelosa!?" – chiese lui, lo smisurato ego a mescolarsi alla punta di curiosità che ancora aleggiava in fondo alle viscere.
In fondo anche la Contessa Artemisia de La Tour si era innamorata di un altro uomo e fino a pochi mesi prima avrebbe fatto di tutto per averlo per sé. Dunque anche lei forse non aveva dimenticato il damerino francese e quale miglior modo per esplorare i sentimenti di una donna che chiederle se sarebbe stata gelosa dell'affetto del proprio uomo verso un'altra?!
La domanda indiretta in effetti sortì l'effetto desiderato ossia indispettì l'altra.
Il nervosismo finì per riverberarsi sulle porcellane che maldestramente maneggiate cozzarono, il suono sgradevole e nervoso, colpì nel segno.
"Se reputi che io debba esserlo!" – chiosò Joria severa, rispondendo senza rispondere.
Rise Sir Joseph Hornett.
Donna Artemisia de La Tour era gelosa allora e questo lo divertiva ma al tempo stesso lo rendeva stupidamente orgoglioso.
Sir Hornett aveva rinunciato alla Contessa Oscar François de Jarjayes. Ci aveva rinunciato perché sarebbe stato impossibile conquistarla e perché l'altra non avrebbe mai amato altri che l'uomo che adesso era suo marito. Forse lo amava così tanto che nemmeno lei stessa se n'era mai resa conto.
Non aveva fatto mistero con la Contessa Artemisia de La Tour d'aver amato la Contessa Jarjayes e di aver poi abdicato all'intento di conquistarla.
E sarebbe stato ovvio per la Contessa de La Tour rifiutarlo a sua volta. Ma no…
Sorprendentemente anche la Contessa de La Tour aveva finito per rifugiarsi in quello spazio così strano, in quel tempo così effimero, che s'erano venuti a creare tra lei e Sir Joseph Hornett.
"Quindi…dovrò aspettarmi che amerai altre donne oltre me!?" – affondò Joria per stuzzicare l'altro. Ma poi no, forse davvero quella temeva che non sarebbe stata capace d'amare l'inglese come lui avrebbe desiderato dato che quello s'era vantato d'amarle tutte le donne e da bravo bellimbusto non aveva mai mancato di ribadirlo. Chissà che avrebbe pensato di lei che di uomini ne aveva amati solo due…
Joseph s'avvicinò, si sedette sul divano, la posa un poco grossolana: "Te l'ho detto che le amo tutte!".
Il battibecco prese fuoco…
"Io non l'accetterò!" – lo rimbeccò lei, che adesso aveva perduto la voglia di scherzare e di nascondersi.
La corte dell'inglese era stata sorprendentemente intensa ma discreta come poteva esserlo la corte d'un uomo che s'era detto invaghito d'un'altra donna solo pochi mesi prima e poi a quella aveva rinunciato anche se l'amore s'era tramutato in affetto o chissà che altro…
La corte dell'inglese aveva fatto breccia, forse perché il cuore dell'altra, indurito dall'assenza, dal lutto per la perdita del marito prima e di André dopo, s'era comunque ammorbidito.
Joria aveva sperimentato di nuovo la dolcezza della presenza e non era più stata capace di rinunciarvi.
"Strano!" – ridacchiò Sir Joseph Hornett, la risposta a punzecchiare e sottintendere chissà quale argomentazione.
"Joseph!" – saltò su Joria indispettita.
Come poteva un uomo farle la corte e poi andare a dire in giro che lui le donne le avrebbe amate tutte…
E lei non avrebbe dovuto batter ciglio accettando tale disonorevole prospettiva!?
Non si trattava di pittrici o regine…
Si stava parlando di lei.
"Intendo dire che sarebbe strano che fossi tu a non accettare di vedermi con altre donne!" – spiegò Joseph al secondo sorso di tè – "Ti reputo di larghe vedute…libera… insomma…io non t'impedirei di certo di vedere altri uomini!".
L'affondo fece quasi andar di storto la bevanda alla contessa: "Mi stai prendendo in giro? Che discorso sarebbe questo!? Io…libera…".
L'altro aveva voglia di giocare ma il discorso non era poi così campato per aria, secondo il sentire che l'inglese non aveva mai esitato ad esporre con chiunque avesse avuto a che fare. Le idee erano fortemente aperte, liberali, per assurdo talmente progredite da risultare stonate ed impossibili d'applicare in quella terra, in quella società, in quegli anni, e forse in quel secolo, e forse persino nei secoli a venire.
"Siamo stati noi uomini…" – prese a spiegare Joseph – "Noi…con il nostro smisurato senso del potere ad inventare tutte quelle manfrine sulla fedeltà coniugale e su fatto che una donna dovrebbe avere la decenza d'essere dedita ad un solo uomo…".
Joria sgranò gli occhi. Liberale andava bene, ma così…
"E' così da secoli!" – obiettò lei, confondendo costume e sentimento.
"Certo!" – convenne lui in tono aspro – "Da quando l'uomo ha inventato il concetto di proprietà e da quando s'è intestardito a pretendere certezza che le sue proprietà dovessero passare nelle mani dei suoi figli, quelli veri, non quelli di qualcun altro!".
"Stai dicendo un mucchio di sciocchezze! L'amore sarebbe dunque una specie di surrogato dell'interesse dell'uomo a lasciare alla propria progenie poteri e ricchezze personali!?".
"Hai colto nel segno mia cara!" – ironico e mellifluo.
Si sporse Sir Joseph Hornett, allacciando la vita dell'altra in una stretta morbida ma senza scampo.
"Ti odio!" – sibilò Joria incapace d'accettare tale visione, occhi negli occhi.
Lei era liberale così come lo era lui, ma nonfino a quel punto, non fino al punto di rinunciare ad avere un uomo solo per sé e ad essere lei, per quell'uomo, l'uncia donna.
"E io ti amo e non posso farci niente!" – sorrise l'altro seppure lo sguardo si fece dannatamente e spietatamente serio - "Sei divinamente incredibile e del tutto affascinante quando ti arrabbi! Mi piace discutere con te d'amore e di politica! Mi piace fare l'amore con te perché so che vuoi farlo perché sei libera e non perché costretta da chissà quale dannata regola sociale!".
Avvampò l'altra ch'era sempre stata liberale sì, anche lei, ma non così, non in maniera assoluta e spudorata e lì, sotto lo sguardo limpido e furbo dell'inglese le pareva d'essere dannatamente bigotta e fuori moda.
"Ti odierò a vita se oserai tradirmi!" – sentenziò Joria tentando di slacciarsi dalla presa dell'inglese.
"Sta bene!" – concluse l'altro sempre sopra le righe – "Anch'io comunque sarei propenso a lasciare i miei sigari e la piccola flotta che dovrei – dico dovrei – ereditare da mio padre al mio legittimo erede!".
Stupore…
Joria sgranò lo sguardo.
Non più giovane, vedova, il nome blasonato ma le sostanze d'una famiglia non ricca, il carattere schietto e diretto, incapace di tenere a freno la lingua…
Insomma un pessimo partito per qualsiasi uomo di buon senso.
"Tu vorresti…".
"Mia cara…lasciamo ai filosofi e ai poeti e ai narratori di fiabe le disquisizioni sull'amore coniugale e se sia stato l'uomo o la donna ad inventare tutte quelle dicerie sulla fedeltà. Io la scelgo! E prometto solennemente d'esserti fedele per tutto il resto della vita!".
"Sei un giullare!".
"Sì e in questa corte e in questa partita…tu sarai la mia regina! Scacco al re!".
§§§
Il buio riempì la vista.
Il respiro trattenuto, più che poté, in attesa d'ascoltare di nuovo la voce di lei.
Era devastante percepire in essa il dolore, le membra contratte, le giunture quasi immobilizzate ad ogni spasmo, come se il corpo non fosse più capace di gesti e movimenti sensati.
Il dolore in un atto unico, irripetibile, immensamente grande…
Come poteva esserci dolore, lì, nella vita che nasceva…
Si diede del pazzo.
Era colpa sua se lei…
Dannato, pazzo…
L'amavi…
Volevi amarla…
E adesso…
Adesso lei…
I pugni chiusi, André non s'accorse che Cristiano Simon aveva acceso alcune candele per rischiarare almeno un poco il corridoio.
Improvvisamente gli parve d'essere tornato indietro, ancora più indietro, laggiù, su Pont au Change, alla fine del turno di guardia, prima che lo smargiasso di Alain si fosse presentato per avviarsi alla Concergierie e prendere a combinare assurde geometrie di scambi di stanze.
Dal ponte stava osservando proprio la prigione. Era buio, le torce accese, appese ai muri scuri di mattoni neri, parevano fiammelle sospese nell'aria, riflesse nella corrente impetuosa della Senna, la pioggerellina ad infradiciare e sgretolare le ossa.
Il ricordo venne divorato dal grido, un altro…
Gli parve di non essere davvero mai stato là, allora, caparbio nell'aver cercato di restarle accanto, annegato nel rimorso d'aver osato troppo.
Le scelte hanno un prezzo e hanno delle conseguenze.
Aveva scelto lei…
S'erano scelti…
Non l'avrebbe mai immaginato di ritrovarsi lì, adesso…
Un grido…
André si voltò di scatto. Sarebbe entrato se i due custodi e l'energumeno che s'era rimesso in piedi non si fossero parati davanti. Ismael lo squadrò come a dire che là dentro non avrebbe combinato nulla di utile.
Respira…
Respira…
Respira…
Devi spingere adesso! Lo capisci!
Se l'impose…
Respira…
Come!?
Se ti sembra d'avere il corpo stretto in una morsa e non riesci neppure a cacciare dentro l'aria…
Respira…
Grida!
Dannazione…
La voce…
Acuta, disarmonica, sgraziata…
Il corpo contratto, trascinato giù, sprofondato, inchiodato…
Contorto, frantumato…
Sbriciolato piano…
Piano…
Il guizzo…
Grida…
Il corpo diviene strumento…
Il silenzio si spezza…
Burrasca di sangue e cuore…
Tutto s'eleva e si comprime e si torce e si stende e nasce e vive…
Silenzio…
Mormorii sussurrati…
Tutto ha un senso, non il senso del tutto però.
Tutto diviene e cambia sostanza…
Attimo a racchiudere il senso delle cose e delle domande e della vita vissuta e di quella che verrà.
Un'unica risposta…
La propria vita diviene altro, diviene di altri…
Altro da sé e lui…
La testa prese a ronzare. Improvvisamente il corpo parve ridiventare lieve, svuotato, nudo, quasi abbandonato a sé stesso, in balia della solitudine, privato dell'altro ch'era divenuto altro da sé e da lui.
La camicia appiccicata addosso, la pelle fradicia, la voce assente, le forze piegate…
Un sussurro…
Comprese…
I volti si fecero intorno, altri ordini, altre richieste…
Basta…
Sei troppo stanca…
Devi dirglielo che sei sfinita!
Un sussurro…
Dov'è il tuo bambino…
Altri ordini…
Basta!
Le dita raggiunsero, scivolando, la stoffa del grembiule della moglie di Mantini.
Strinse, tirò…
Un sussurro…
Dov'è il mio bambino?
L'altra la guardò…
"Un poco di pazienza…è un bambino…è…bello…un bel bambino…".
Un…
Bambino…
Un…
Bambino…
La parola risuonò nella testa, come tuono lontano che incombe sul silenzio agitato dal vento.
Un…
Bambino…
Lo strillo acuto…
Un poco sgraziato, intenso, morbido…
Altro da sé…
E' un bambino…
Tuo figlio…
La parola risuonò nella testa, come tuono che squarcia il silenzio frantumato dalla saetta.
"E' bello…come voi!" – gorgheggiò Donna Lari avvicinando il bambino al viso.
Un lampo…
Lo sguardo annebbiato scorse il viso paffuto…
Il respiro prese a sgretolarsi, le forze asciugate…
Sorrise…
Dio…
"Un bambino…mi assomiglia…" – un sussurro – "Che succederà adesso… André…".
Altri ordini…
Donna Lari scavò in mezzo alle lenzuola fradice per sostituirle con stoffa un poco più asciutta.
Altri ordini…
C'era da cavar fuori tutto quanto aveva a che fare con quella gravidanza.
Si doveva fare in fretta che dopo c'era altro da fare e la madre doveva esser pronta a conoscere suo figlio…
Basta…
La coscienza davvero sprofondò mentre le parve che tutte le poche luci fossero spazzate via da un'unica folata di vento.
Era stanca…
La mano sulla spalla strinse di nuovo.
L'energumeno fece segno che adesso era bene entrare.
Come diavolo facesse a saperlo e perché…
André mise mano alla maniglia…
Uno strilletto più acuto…
Morbido in fondo eppure capace d'impietrirlo.
Implose il corpo, come se la vita, la propria, non fosse più quella d'un istante prima.
La vita precedente non esisteva più. L'André d'un istante prima non esisteva più.
Qualunque fosse stato il destino che avrebbero affrontato, nulla sarebbe stato più come prima.
Un istante…
La faccia di Donna Lari gli si piantò addosso.
"Siete voi!" – trillò entusiata alla vista del padrone, quasi si fosse davvero dimenticata di lui.
La foga subito ingoiata alla vista dell'energumeno che no, proprio non ce la faceva ad accettare la presenza dell'altro, anche se doveva ammettere che le intuizioni erano state utili, la comare quasi saltò indietro quando l'altro avanzò d'un passo per entrare, il piglio d'un generale che deve controllare.
"Che fate!? Qui non si entra adesso! Siete stato bravo ma adesso ci si pensa noi a madame!".
Negò Ismael el Bakar che pareva aver fretta…
Avanzò…
André era impietrito, che non sapeva dove dirigere lo sguardo. Cercò Oscar…
Voleva vederla…
Per la prima volta nella sua vita si trovò di fronte ad una scelta che lo percorse e lo trafisse e lo lasciò incredulo di fronte a sé stesso.
Oscar…
Accarezzarla e baciarla e sentire la sua voce…
Lo sguardo spaziò attirato da altro…
C'era una sola direzione verso cui rivolgersi da quel momento, la stessa verso cui si sarebbe diretto per tutto il resto della vita.
Un passo…
Il moccioso s'infilò tra le gambe e le braccia delle persone riunite nella stanza. Lo sguardo sgranato a cercare quel bambino di cui tutti gli avevano parlato.
Ismael el Bakar prese la mano di Martin.
Pochi segni, quello annuì e passò le consegne al padre.
Un ordine soltanto…
André ripetè le parole, all'indirizzo dei presenti.
Acqua tiepida e un poco di sapone per lavare il bambino…
"Siete impazzito?!" – starnazzò Donna Lari – "Così piccolo si piglierà un accidente!".
Il musulmano non parlava, ma quando anche avesse potuto, non l'avrebbe fatto. Non sarebbe stato necessario, visto lo sguardo severo e possente che ghiacciò quello della comare testarda ma di certo non quanto lui.
"E un poco di olio…" – proseguì André.
L'altra sussultò…
Martin riportò la semplice consegna.
"Il bambino va lavato…non c'è nessun timore che prenda un malanno…anzi…e l'olio…serve per ammorbidire la pelle…" – ripetè André, gli occhi puntati al fagottino chiuso nelle braccia di Donna Lari e la moglie di Mantini e Mantini che ascoltavano e comprendevano.
Anche il medico aveva letto da qualche parte della questione dell'atmosfera corrotta…
Da cosa poi…
Mantini fece spallucce. A lui l'acqua non dispiaceva…
Non si usava da quelle parti lavare i mocciosi appena nati ma aveva osservato bene i gesti ed i silenzi dello straniero. Sobri, intensi, lenti ma sempre corretti.
Aveva intuito ci fosse chissà quale oscura esperienza che non si poteva acquisire così, su due piedi, solo per aver aiutato ad interpretare il linguaggio di una o due donne in procinto di partorire. Dunque senza profferire una parola lo straniero s'era guadagnato la fiducia.
Tanto valeva dargli retta.
"E ci vuole un poco di sale nell'acqua…" – spiegò piano André, lo sguardo sgranato al moccioso e Martin che annuiva che sì, nell'acqua andava sciolto un poco di sale.
"Sale?" – la voce spezzata della comare che s'era avvicinata – "E che siamo in cucina!?".
Sprezzante…
Lo sguardo incrociò quello dell'energumeno che no, non lasciò trasparire insofferenza, segno che di rimostranze simili ne aveva già avuto esperienza. L'ignoranza dei popoli occidentali era sacrosanta…
Fermo, Ismael el Bakar disegnò nella mano di Martin l'ordine e il bambino schizzò via a procurarsi il necessario, mentre Mantini prelevava acqua dal paiolo nel camino e s'accertava della temperatura e Donna Lari si faceva il segno della croce.
Un istante…
Ismael el Bakar annuì, l'ordine tacito di consegnare il fagotto al padre che sarebbe stato lui ad eseguire le consegne. La mano di André s'era posata sul piccolo da mesi ormai e il bambino l'avrebbe riconosciuta, d'istinto, la pelle della pancia non più frapposta tra i due, la voce ed il timbro sempre gli stessi.
Un istante, Donna Lari mostrò riluttanza…
Un istante e la donna allungò il fagotto…
André porse le mani e lo sguardo si sgranò alla vista del faccino che sbucava dal panno.
Il visino ancora un poco rosso per la fatica e bianco e sporco del resto della materia in cui era stato immerso fino a pochi istanti prima.
André raccolse il braccio, ascoltò il peso che pareva quello d'una piuma, scrutò la pelle, la forma del naso, gli occhi ancora chiusi, la bocca…
Dio, la bocca era la sua…
La bocca di Oscar…
Oscar…
Perduto…
Rimase lì, senza nemmeno respirare, senza accorgersi che la tinozza era stata riempita alla temperatura giusta, una manciatina di sale…
Perduto…
Lo sguardo si sollevò al musulmano e quello, che l'aveva fatto forse una o due volte da che si conoscevano, sorrise e fece un passo indietro.
Per ciò che c'era da fare sarebbe bastato André.
André, le mani un poco tremarono, mentre scostava la copertina e lo sguardo si sgranava alla vista del corpicino esile e rosato, le braccia chiuse al petto, le gambine incrociate, come se il bambino immaginasse di non esser ancora nato e d'esser ancora nella pancia di sua madre.
André, le mani sfiorarono la pelle dell'altro, tiepide, assieme all'aria fresca che parimenti si posò meno delicata delle dita del padre.
Un sussulto lieve del neonato subito acciuffato dalle dita che s'aprirono a coprire la pancia, il cordone annodato lì, ultimo legame con colei che aveva coltivato dentro di sé la nuova vita.
André, le mani s'immersero nel liquido tiepido tenendosi aperte come nido in cui era racchiuso il bambino che al contatto con l'acqua si contrasse e poi, una volta dentro, intuì il calore, intuì la consistenza dello stesso elemento in cui era vissuto sino a quando non gli era toccato di nascere.
Braccia e gambe allora s'aprirono un poco per adattarsi alla spinta del liquido e galleggiare, mentre la mano di André doveva solo sostenere la testa, ricoperta da una leggera peluria bionda.
S'aprirono allora gli occhi, piano, presero a fissare avanti a sé, forse intuendo una luce che aleggiava accanto.
Blu intenso, a tratti trasparente…
André rimase lì a fissare lo sguardo e quello istintivamente scivolò a quello di lui.
Gli parve davvero che l'altro lo stesse guardando.
S'intuirono allora, che già si conoscevano ma semplicemente non s'erano mai visti.
Non era stato necessario vedersi per conoscersi.
Le dita scorsero sulla pelle morbida, strofinando via il residuo del parto. Carezze lievi…
I polpastrelli si bearono della consistenza asciutta e longilinea delle gambine un poco magre e poi delle braccia tenere…
Le labbra del bambino erano un poco serrate, quasi imbronciate, rosa e morbide…
Le guance paffute, le manine chiuse.
Respiro silenzioso, a tratti quasi impercettibile, a riempire il corpo…
Scorreva la vita in quel bambino.
La sua e quella di Oscar.
Il piccolo si ritrovò a suo agio nell'acqua. Galleggiava…
Preso coraggio, intuì che la tinozza non era poi un mare senza fine e finalmente le gambe si stirarono e le dita dei piedi s'aprirono a raggera in una posa buffa.
Anche le braccia si distesero.
Il neonato stava lì a bearsi a sua volta del contatto con il padre e quello a sua volta era perduto e nemmeno si rammentava che stesse accadendo.
Uno sbadiglio…
Il corpo si tese, stirandosi ed inarcandosi…
Un mugolio leggero…
E' la sua voce dunque…
La tua la conosce già…
Diglielo chi sei…
"Sei tu…il mio bambino…mio figlio…" – sussurrò piano e quello l'ascoltò e gli occhi si diressero a cercare la voce.
Si contrasse André mentre il bambino lo fissava, un altro sbadiglio e poi uno starnuto…
Si guardarono e si riconobbero, che si conoscevano già.
André lo tirò fuori dall'acqua, un gesto lieve e lento.
Lo posò in un canovaccio avvolgendolo…
Ismael el Bakar lo fermò porgendogli l'oliera…
Una goccia nel palmo della mano e le dita di André presero a massaggiare le braccia e le gambe del bambino, su e giù, la pelle ammorbidita s'asciugava piano piano, distendendosi e prendendo a brillare d'un bianco rosato vivo e tiepido.
Il rito si concluse. Il fagotto venne richiuso e André si strinse addosso il bambino mentre quello lo fissava, chissà se lo vedeva davvero…
Negò Ismael el Bakar e anche il Dottor Mantini annuì, che ci sarebbe voluto un po' prima che il bambino fosse in grado di distinguere perfettamente i contorni.
Dunque tutto era di nuovo rimesso nelle mani del tempo.
"Il mio bambino…".
Lo disse piano André, contratto e stupido, al pensiero che davvero il bambino fosse una parte di sé, pur essendo altro da sé.
Lui apparteneva al bambino e quello apparteneva a lui.
Struggimento incredibile chiuse la gola…
Stupore immenso attraversò il cuore e la mente.
L'osservò di nuovo cercando d'imprimere avidamente ogni particolare del volto, del corpo, dell'espressione.
La mano si posò sul torace, percepì il battito veloce…
Gli parve allora che lui fosse esistito da sempre e, da sempre, lui fosse stato nella sua vita, nella loro vita, anche se nessuno dei due poteva saperlo.
Sovrapposizione di esistenze e pensieri capaci di frantumare il passato e l'assenza, capaci di colmare persino il passato d'una presenza che s'avvera nel presente.
Un istante…
André sollevò lo sguardo a cercarla…
Voleva vederla. Voleva che lei conoscesse suo figlio.
Oscar…
La scorse, da lontano, immobile, gli occhi chiusi, adagiata sul letto.
Il volto accaldato e pallido.
Un istante…
Si sentì tirare per la camicia.
Lo sguardo si posò su Martin che pretendeva di vedere anche lui.
S'inginocchiò André. Era necessario accontentare tutti…
Il soffione di Tarassaco si sporse ondeggiando, la chioma biondissima, quasi bianca, addomesticata con un fiocco blu.
Il soffione di Tarassaco sgranò lo sguardo e guardò il padre e poi tornò al moccioso e poi al padre e chiese con gli occhi se poteva toccarlo e il padre annuì e quello allungò la mano per sfiorare la guancia e poi si ritrasse impaurito che il neonato aveva sbadigliato di nuovo e aveva corrugato la fronte, l'espressione lì lì per imbronciarsi e prepararsi allo strillo, che pareva quasi quello d'una pecorella smarrita.
La voce non era ancora potente…
Martin allungò di nuovo la mano, le dita sfiorarono la guancia soffice e piena.
Martin sorrise. Lo voleva con tutto sé stesso divenire fratello di quel moccioso.
Solo non s'immaginava fosse così piccolo e immobile e silenzioso.
Rammentò la domanda fatta a maman…
Le aveva chiesto se un poco quel bambino che sarebbe nato sarebbe stato anche suo.
Maman aveva detto di sì, che avrebbe potuto essere suo, e che lui sarebbe stato di quel bambino, che lui ne sarebbe divenuto fratello.
Il piccolo spalancò gli occhi di nuovo, il visino impassibile…
Le gote si gonfiarono un poco mentre la bocca si stirava e si contraeva in un'espressione buffa…
Rise Martin senza voce…
Prese la mano di André e c'impresse alcune lettere.
I miti greci un poco li avevano studiati. Quelli che anche i bambini avrebbero potuto apprendere.
"Narciso…" – ripetè André stupito – "Lui sarebbe…".
Annuì Martin, incise di nuovo le stesse lettere e André guardò il bambino intuendo tratti puliti, morbidi, già definiti anche se ancora quelli d'un moccioso appena nato.
"Narciso…" – ripetè sorridendo.
Il soffione di Tarassaco di fronte a Narciso, piccolo, paffuto, rosa…
Narciso…
Narciso era già suo.
Narciso il fratello…
Narciso l'avrebbe seguito, l'avrebbe adorato…
Narciso era suo.
Si tuffò Martin sul bambino, un sussulto, André quasi cadde.
Non fece in tempo a redarguirlo che l'altro s'era già staccato, tirando il padre per la camicia che adesso era necessario andare da lei, da maman, perché anche lei doveva vedere Narciso.
Gli sguardi si rialzarono…
André vide Mantini accanto al letto. L'espressione tesa…
Un tuffo e la voragine s'aprì prima ancora d'accostarsi.
"Oscar…" – la chiamò piano André mentre s'avvicinava al letto assieme a Martin, il bambino stretto in braccio.
L'altra era lì, il respiro lievissimo. Pareva dormisse…
André guardò Mantini.
Ismael si fece avanti alle spalle. André appoggiò la mano sulla fronte. Era fredda e sudata…
"Che…ti…succede…".
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