13 Beckett

Si lasciò cadere sul letto, un po' smarrita.
Non appena la sua mente rilevò la temporanea assenza di attività con cui l'aveva fino a quel punto impegnata, lasciò automaticamente defluire il miscuglio di stanchezza, eccitazione e lieve apprensione che aveva seppellito sotto le mille cose da fare.
Il cuore accelerò lievemente i battiti, sprofondando nel petto, ma senza degenerare nel solito allarme. Fece qualche respiro profondo per indurre uno stato d'animo di maggiore tranquillità. Non aspirava alla calma totale, quella sarebbe stata impossibile da ottenere. Voleva solo sentirsi un po' meno agitata.
Si guardò intorno intenzionalmente, concentrandosi – per come le era stato detto di fare quando le capitava di rimanere intrappolata in riflessioni che la isolavano dal momento presente - su elementi concreti della realtà circostante a lei più vicina. Oggetti, suoni, rumori, colori, perfino odori. Continuò a respirare lentamente.

La stanza appariva desolatamente vuota, da quando aveva raccolto i suoi pochi averi e li aveva infilati nell'unica borsa che aveva deciso di portare con sé, in quello che Castle aveva continuato pomposamente a definire il "loro viaggio", nei numerosi messaggi che le aveva mandato da quando si erano salutati, la sera precedente.
A un certo punto doveva essersi reso conto che avere il suo numero di telefono contemplava l'audace possibilità di farsi vivo per primo. O forse si era solo sentito più sicuro che non ci sarebbero state ritorsioni da parte sua.
Probabilmente aveva temuto che senza l'ausilio della sua costante e ingombrante presenza lei avrebbe cambiato idea – non era difficile da immaginare -, quindi aveva optato per un costante lavaggio del cervello su quanto i prossimi giorni sarebbe stati magnifici e avventurosi.
Aveva usato descrizioni iperboliche che l'avevano fatta sia ridere che alzare gli occhi al cielo, sdraiata sul suo letto a chiacchierare con lui.
O magari si era preoccupato che sgattaiolasse fuori dal suo appartamento per scomparire nella notte, cosa che, a onor del vero, continuava ad attrarla irresistibilmente. Così come partire con Castle. Era nervosa ed eccitata allo stesso tempo, e questo le aveva impedito di chiudere occhio, non una novità per lei. Castle doveva essere stato vittima del medesimo cocktail di emozioni iperattive, a giudicare dall'ora in cui aveva smesso di inviarle messaggi.

Non era convinta che fosse la scelta migliore. Non era una sorpresa, si sentiva sempre divisa tra la spinta a tornare a immergersi in una vita piena e appagante e le solite remore, di cui era la prima a essersi stancata, pur non riuscendo a superarle del tutto. Forse stava iniziando a guarire. Non ne poteva più della voce bisbetica che, per proteggerla, avrebbe voluto tenerla sotto la classica campana di vetro.
Poteva essere un colpo di testa e lo era senz'altro, da un certo punto di vista. Ma era anche l'unica cosa che le avesse fatto provare un brivido di aspettativa dopo mesi di apatia. Si era risvegliata dal torpore ed era una sensazione di cui non intendeva privarsi.

Un sommesso e ritmico bussare alla porta, che riconobbe benissimo, la riscosse mentre alle prese con i soliti schieramenti interiori in eterna opposizione, facendola sussultare. Doveva smettere di essere tanto nervosa, si rimproverò. Non c'era proprio niente di cui avere timore.
"Non puoi suonare come tutti, Castle? Devi proprio mandarmi messaggi in codice attraverso la porta? E sei in anticipo, forse non te ne sei reso conto" lo apostrofò, aprendo senza nemmeno controllare chi fosse. Era un passo avanti.
"Lieto di vedere che questa volta non hai intenzione di lanciarmi dalle scale", esordì Castle entrando, senza aspettare di essere invitato a farlo. "E non era un messaggio in codice, solo un modo civile per annunciarmi, dal momento che in questo palazzo non c'è l'ombra di un portiere e l'ingresso è incustodito. Però potrebbe tornare utile per parlarci quando dormiremo in stanze comunicanti. Possiamo perfezionare un nostro codice personale segreto durante il viaggio".
Le era mancato quel genere di fantasie da spia in incognito, in effetti.
"Non dormiremo mai in stanze comunicanti", lo interruppe lapidaria.
"Le tue ansie immotivate legate alle nostre sistemazioni notturne sono sempre fonte di grande fascino per me".

Lo fissò gelida, ma intimamente divertita. "Ho già cambiato idea. Ti accompagno in aeroporto, forza, dammi le chiavi della macchina".
Scoppiò a ridere, ma capì che non era troppo sicuro che stesse scherzando. "È così che andrà? Mi minaccerai ogni cinque minuti, solo perché ti piace farlo più di quanto tu voglia ammetterlo?"
"Non è una minaccia, Castle, ma una clausola specifica del nostro patto, che tu stesso hai voluto suggellare con una stretta di mano, e che prevede che io possa cacciarti definitivamente qualora diventassi fastidioso, cosa che è appena avvenuta. Che cosa fai? Ti tiri indietro?", lo sfidò.
"D'accordo, hai ragione. Sono le regole e per questo non mi opporrò. Però sarò costretto a portare via con me le ciambelle appena sfornate. Il patto lo afferma chiaramente. Niente cibo per donne che maltrattano uomini innocenti". Fece il gesto di allontanarsi per raggiungere la porta da cui era appena entrato e solo allora notò che, come sempre, era arrivato provvisto di mercanzia.
"Non puoi credere che ti bastino offerte culinarie perché io accetti qualsiasi cosa da parte tua".
"Naturalmente no. Per quello basta e avanza il mio fascino naturale".
"Castle. La porta. Chiuditela alle spalle, uscendo". Non voleva mettersi a ridere davanti a lui, vanificando tutti i suoi sforzi di rimanere serissima. In realtà se la stava spassando e lui lo sapeva benissimo.

"Dai, Beckett, lo so che è solo una finta per non ammettere che non vedi l'ora di partire con me".
"Non vedo l'ora di ucciderti, così da tornare ad avere un po' di quiete, ma immagino di dover posticipare il piacere. Dov'è quella ciambella? Non ho fatto colazione".
Le sorrise vittorioso. "Lo avevo immaginato. E sono perfettamente d'accordo riguardo a quell'idea di ritardare il piacere..."
"Se dici ancora solo una parola ti giuro che ti caverò gli occhi con una forchetta".
Si ammutolì in modo troppo repentino per non essere sospetto, muovendosi nel suo appartamento come se avesse sempre vissuto lì. "Hai preparato i bagagli? Sono venuto prima perché è una splendida giornata e non c'era motivo di aspettare. Ma se non sei ancora pronta posso darti una mano".

Ci mancava solo questo. Già era entrato splendente come il sole, perfettamente riposato ed elegante come al solito, mentre lei sentiva a malapena di essere al mondo, con gli occhi gonfi e i neuroni in letargo, non avrebbe retto all'idea di vederlo rovistare tra le sue cose per aiutarla.
"Non ce n'è alcun bisogno. Non ho nessun bagaglio, visto che staremo via pochissimo", lo informò divorando quella che era, a tutti gli effetti, una delle ciambella più buone che avesse mai mangiato. Si leccò le dita per gustarla fino in fondo.
"Allora non dobbiamo fare altro che partire", annunciò gioviale chinandosi a prendere la sua borsa piena per metà che giaceva abbandonata sul pavimento e che lui sollevò senza nessuno sforzo.

Diede un'occhiata rapida al suo appartamento, sia per controllare che fosse tutto in ordine – non che ci volesse molto – e per cogliere eventuali oggetti dimenticati, sia per lanciare un muto appello di salvezza. Forse un principio di incendio avrebbe posto fine a quell'insensatezza che di colpo le appariva l'idea di partire con lui. Magari la casa si sarebbe risvegliata e l'avrebbe tenuta segregata come in un film horror, solo che lei, al contrario di altri protagonisti, sarebbe stata grata e consenziente. Purtroppo le mura rimasero ostinatamente inanimate, e quindi fu costretta a voltare i tacchi per andare incontro al suo destino e alle braccia di Castle, che si mossero istintivamente per sorreggerla quando gli finì addosso, voltandosi di colpo. Non si era accorta che fosse rimasto dietro di lei per tutto il tempo con in mano la sua borsa. Nessuno gli aveva insegnato a rispettato lo spazio vitale altrui?

"Ti sei messo a farmi gli agguati adesso?"
"No, aspettavo che ti accomiatassi spiritualmente dal tuo salotto, non sapevo fossi diventata animista".
Lo odiava. E lo odiava ancora di più perché la vicinanza accidentale le aveva annodato lo stomaco, più di quanto non fosse già stato da molte ore a questa parte.
"Forse dovremo stabilire la distanza minima dalla quale rapportarci", blaterò, facendo un passo indietro e togliendosi le sue mani dai fianchi, dove le aveva lasciate dopo il salvataggio in extremis. Era quel genere di cose davanti alle quali aveva sempre sbuffato guardando commedie romantiche di bassa qualità, il contatto fisico fortuito che degenera in altro. Si sarebbe cosparsa di filo spinato, piuttosto.

Era così frastornata che si lasciò condurre verso la vettura che aveva noleggiato senza consultarla, permettendogli addirittura di aprirle la portiera, prima di vederlo correre a posizionarsi al posto di guida. Per il momento gli concesse la vittoria – se avessero iniziato a discutere non avrebbero mai lasciato la città, cosa che invece, una volta abbandonata la sua tana e gli ultimi scrupoli, scoprì di desiderare moltissimo.

Non ci volle molto perché fosse costretta silenziosamente ad ammettere che aveva una guida fluida e molto pacata. Si era appoggiata allo schienale guardando la città, che non aveva mai imparato a conoscere per davvero, scorrerle davanti.
Forse era per via di tutta quell'eccitazione che l'arrivo di Castle si era portato dietro, o forse la verità era che non riposava bene da molto tempo, di fatto si era fatta prendere da una piacevole sonnolenza, nonostante fosse mattino inoltrato. Si riscosse solo quando rischiò di addormentarsi e lo trovò scorretto nei confronti del suo compagno di viaggio, relegato al mero ruolo di autista. Si sforzò di rimanere sveglia, sistemandosi sul sedile con la schiena più dritta.

"Per fortuna il nostro non è un appuntamento galante, o il fatto che la mia presenza abbia su di te un effetto tanto soporifero non deporrebbe a favore di un futuro luminoso per la nostra nascente relazione", commentò allegro, quando si accorse che era tornata tra loro, ricordando la loro uscita a cena. Non dimenticava mai le frasi che lei pronunciava? Aveva un apposito archivio mentale da cui estrarle quando se ne presentava l'occasione?
"È davvero una fortuna che non sia così. Che non ci sia nessuna nascente relazione in vista, intendo", disse sorridendogli ironica.
"Oppure potrei essere felice di scoprire di avere la capacità di rendere l'atmosfera tanto gradevole da farti rilassare dopo soli cinque minuti in mia compagnia. Oh, e non dimentichiamo i prodigi della mia guida disinvolta. Questa versione mi piace decisamente di più".
"Non c'è limite al tuo narcisismo, vero? Dimenticavo, fa parte del fascino di cui sei dotato in abbondanza".
"Lo prenderò come un complimento". Non aveva nessun dubbio a riguardo. Gli fece una smorfia e finse di concentrarsi sull'autostrada che avevano appena imboccato. Chissà quale sarebbe stata la loro prima destinazione. Non gli aveva chiesto ragguagli e non aveva nessuna intenzione di farlo. Voleva continuare a inebriarsi dell'esaltante sensazione di avere il cervello spento e non settato sulla consueta adrenalinica attività.

Il paesaggio mutò gradualmente, dalla grigia periferia si passò agli accoglienti colori della campagna, che le ravvivarono l'umore, facendola uscire dal torpore.
"Vuoi che ci fermiamo a fare una colazione come si deve?", le propose Castle dopo quello che era stato, a tutti gli effetti, un silenzio singolarmente lungo da parte sua.
"Fa parte del programma giornaliero?", si informò senza nessun motivo particolare.
"No. Ho solo pensato che sarebbe stato bello fermarsi da queste parti, respirare aria pulita, godersi il panorama, le bellezze della natura, gli alberi secolari, eccetera". Aveva assunto un tono da guida turistica provetta che la fece scoppiare a ridere.
"Accetto la colazione, per il resto dovrai allenarti di più per risultare convincente", lo prese in giro, mentre imboccava l'uscita.
L'aria era frizzante e la proposta di Castle l'aveva rivitalizzata. In effetti non le dispiaceva la prospettiva di fermarsi a mangiare qualcosa senza l'onnipresente sottofondo del traffico cittadino e l'andirivieni di gente indaffarata che correva da un'incombenza all'altra.

Si fermarono nel primo locale in cui si imbatterono, non appena presa la deviazione.
Non era certamente il massimo dell'ospitalità – Castle aveva insistito perché cercassero qualcosa di meglio, ma lei si era rifiutata, a quel punto era affamata -, ma apprezzava l'atmosfera rustica e informale, il soffitto di legno e le solide sedie che suggerivano l'idea di aver visto parecchie rivoluzioni. A rendere il tutto molto più attraente c'era una vasta esposizione di generi alimentari che avrebbero rimesso al mondo anche l'ultimo degli inappetenti – condizione in cui nessuno di loro due versava.
In sottofondo, con una sua sorpresa condivisa da Castle, in base all'occhiata che si scambiarono, la versione di un Notturno che mai si sarebbe aspettata di trovare a quell'ora del mattino in una caffetteria che dava su una statale trafficata. Le sembrò di entrare in un altro mondo.

Presero posto vicino alla vetrata, uno di fronte all'altro. Chiacchierarono con animo leggero, sbocconcellando i dolci che avevano scelto e sorseggiando quello che, secondo la loro opinione condivisa, era decisamente un caffè dal gusto terribile, come da peggior stereotipo.
Aveva dovuto trattenersi dal ridere forte, per non offendere l'anziana donna che si era occupata della loro ordinazione, quando aveva visto la faccia di Castle nel fare il primo sorso.
Non le pareva più così strano trovarsi insieme a lui in una situazione straordinaria, fuori dai soliti schemi. Non era poi diverso da quello a cui era stata abituata, lui era sempre il solito, a essere diverso era semplicemente il fatto di non avere una lavagna sulla quale appuntare prove e sospetti. In tutta onestà, a quel punto non le mancava neppure e non sentiva il bisogno di far lavorare i loro cervelli alla risoluzione di un caso. Le andava benissimo quello che stavano facendo, che era poi la parte più curiosa dell'intera faccenda. Si sentiva a suo agio con Castle. Aveva passato tanto tempo a preoccuparsene, quando forse il punto chiave non era tanto chiedersi se temesse che non si replicasse la loro rocambolesca sintonia – nata nel terreno meno fertile possibile – quando se temesse che invece, sarebbe riapparsa d'incanto, nonostante le condizioni diverse. Non aveva troppa voglia di porsi domande complicate, e anche questa era una piacevole novità.

Dopo essere rifocillati, un po' a malincuore decisero di proseguire verso la tappa successiva. Sarebbero rimasti nel locale molto più a lungo, semplicemente continuando a chiacchierare – quando Castle non cercava di far colpo con sceneggiate galanti era un ottimo interlocutore, scoprì – quasi che la riserva degli argomenti fosse inesauribile, se non fosse stato per le occhiate torve a cui vennero sottoposti quando la loro presenza si fece prolungata. Doveva essere un problema culturale nel quale continuavano a imbattersi. Certamente la colpa non era la loro.
"So che insisti nel dire che non ci sono mete, ma devono esserci per forza, vero? Qual è la prossima?", gli domandò quando non riuscì più a trattenersi.
"Le tue continue insinuazioni mi offendono. Come ti ho già ripetuto, non ho programmato niente. Non è un viaggio organizzato che prevede serate danzanti o escursioni di massa in cerca di souvenir. È qualcosa di più... mistico".
"Mistico?"
"Sì, "la bellezza che sta nel percorso, non nella meta", sto parafrasando".
"Non sei molto mistico se non ricordi nemmeno le citazioni esatte. Non era qualcosa tipo "La scoperta non consiste nel cercare nuovi posti, ma vedere con occhi diversi?*".
Castle si lanciò in un'esagerata occhiata di apprezzamento. "Le tue infinite risorse culturali non fanno altro che stupirmi, Katherine Beckett".
"Sono solo un'umile poliziotta, non posso certo aspirare al livello di un grande scrittore che si inventa le citazioni solo per fare bella figura".
E questa volta il punto era suo, si disse con una punta di esaltazione. Seguì un silenzio poco tranquillo, che lei assecondò, sapendo che Castle non lo avrebbe retto a lungo.
"D'accordo, potrei aver pensato a qualche tappa. Ma senza impegno. Solo se si fosse presentata l'occasione e solo se tu non avessi espresso altri desideri".
"Tu non esaudisci mai i miei desideri, è inutile che io li esprima", ribatté caustica. "Chissà perché facciamo sempre quello che vuoi tu".
Le guardò in modo allusivo. "Perché in fondo sei sempre d'accordo con le mie fantastiche idee, ma preferiresti tagliarti la lingua invece che ammetterlo".
"Questa è una delle tue solite improbabili illusioni che si frantumeranno presto contro l'ardua realtà della vita".
"È un modo arzigogolato per darmi ragione?"
"Ti hanno mai detto che sei un uomo insopportabile?"
"Sì, tu, molte volte. Eppure sei qui con me. Evidentemente non sono così insopportabile".
"Solo perché le ciambelle con cui ti presenti mitigano i tuoi aspetti più irritanti".
"Allora continuerò a portartele", le rispose sommessamente, facendole venire qualche brivido di troppo per quel sentore di promessa che avevano fatto aleggiare tra loro. Promessa di esserci. Di non essere più sola.

Cambiò discorso bruscamente. "Dov'è questo posto che avevi in mente? Intendi dirmelo o preferisci l'effetto sorpresa che sarà sicuramente distruttivo?"
"Ti fidi di me?"
"Ovvio che no, se devi arrivare al punto di tenermelo nascosto e fare appello a un'ipotetica cieca fiducia che non ti ho mai concesso e che non ti concederò mai".
"Sono sicuro che ti piacerà".

"Sono sicura di no, ma a questo punto voglio andarci, per poterti tormentare per tutto il resto della giornata".
"Lo vedi che ti piace maltrattarmi?"
Gli sorrise. "Mi piace moltissimo", ammise finalmente, sentendosi meravigliosamente bene.

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* Proust