14 Beckett
Castle si ostinò a non volerle confessare dove fossero diretti. Stranamente per lui, mantenne un'espressione impassibile, perfino lievemente soddisfatta, che le fece presagire oscure catastrofi a conclusione di improbabili forme di intrattenimento, che solo lui poteva aver considerato attuabili. O divertenti.
Mentre sorrideva tra sé pregustando le punzecchiature con cui sarebbe stata legittimata a dargli il tormento, sentì una punta di gelo farsi strada nel suo petto. Prima di rendersi conto di quello che stava succedendo, un'inspiegabile sensazione di straniamento scese ad avvilupparla in una ragnatela sempre più fitta. Di colpo, fu il buio. Per un istante paralizzante si chiese che cosa stesse facendo lì, come se stesse guardando da fuori la vita di una sconosciuta.
Annaspò. Il cuore iniziò a galoppare. Il panico si era risvegliato, senza nessuna compassione per tutto ciò che di bello e piacevole la giornata poteva avere in serbo per lei. Sapeva che sarebbe potuto peggiorare, e lo avrebbe fatto. Non era in grado di disinnescarlo.
Impietrita dallo shock, rimase immobile tentando di opporsi al progressivo irrigidimento dei muscoli cervicali, messi in allerta da una qualche zona del suo cervello tornata a settarsi sul livello di massima urgenza.
Si avvilì, sentendo le lacrime pungerle gli occhi. Li strinse con forza, per non cedere alla tentazione dell'autocommiserazione. Perché. Perché adesso, perché di soppiatto, come un nemico che trama la tua disfatta cogliendoti alle spalle quando timidamente inizi a sperare di poterti godere un po' di sole.
Razionalmente sapeva che non era niente di misterioso. Banalmente, era una delle conseguenze di quello che le era successo, qualcosa che doveva aver ormai imparato a gestire, ma l'arrivo di Castle aveva portato con sé tanta involontaria allegria da averle fatto dimenticare di essere, dopotutto, un'anima sulla via della guarigione e pertanto ancora fragile. Odiava sentirsi vulnerabile, odiava non avere il controllo di quello che era il suo corpo, un estraneo che invece la tradiva, odiava soprattutto riassaporare stralci della vecchia sé e, di colpo, tornare ad abitare quell'oscurità che temeva, una divinità crudele che si impossessava di lei e si beffava dei suoi tentativi di ammansirla.
Un nodo in gola, la testa confusa, una lieve sensazione di irrealtà erano i primi sintomi, ed ecco che, pur opponendosi con tutte le forze, veniva inesorabilmente trascinata all'indietro, come un dannato gambero. Doveva avere pazienza, avevano detto. Doveva considerare un successo se la media tra i miglioramenti e gli occasionali episodi di regressione, calcolata su un periodo ragionevolmente lungo, fosse stata positiva. Si sarebbe dovuta preparare a sperimentare qualche passo in avanti, ma anche qualche battuta d'arresto, che però non doveva abbatterla. Facile a dirsi, per gli altri.
Si aggrappò con forza alla maniglia della portiera, pregando quegli stessi demoni, ai quali solo il giorno prima aveva offerto amicizia, di lasciarla in pace. Era stata convinta di aver trovato la chiave, ne era stata così sicura, che cos'era questa, una punizione per aver pensato di potercela fare? Per aver creduto di avere il diritto di vivere una vita normale, qualsiasi cosa volesse dire? Voleva solo godersi la giornata, in fondo. Come chiunque altro. Non era chiedere troppo. Si arrabbiò. La rabbia arrivava sempre a coprire le altre emozioni, in primis la paura sotterranea che non ne sarebbe mai uscita, nonostante gli sforzi e le rassicurazioni mediche. Per quanto inutile, era corroborante, le dava l'idea di avere un inesistente controllo. Di avere energia. Non stava pretendendo di prepararsi per un viaggio su Marte, anche se la prospettiva le appariva senz'altro più fattibile che farsi una ragione di quello che le succedeva.
Soprattutto non voleva farsi vedere da Castle conciata in quel modo. Impotente. Con un faticoso sforzo di volontà si concentrò su quello che c'era da fare. Come qualche ora prima, ma molto più spaventata, contò i respiri, uno dopo l'altro, osservando l'alzarsi e l'abbassarsi del petto, riprendendo contatto con il suo corpo rattrappito. I piedi, le gambe, la stoffa dei pantaloni, il sedile sotto di sé, il monotono ronzio del motore, gli pneumatici sulla carreggiata. Ripartì da capo, più di una volta. Non si diede per vinta. Funzionò. Si distrasse dall'emergenza e riuscì a concentrarsi sul mondo circostante. I demoni, che vivevano solo nella sua mente, ma che le apparivano spaventosamente reali, arretrarono, almeno per il momento. I respiri si fecero più ampi, la cassa toracica ricominciò a espandersi. Si rilassò, come se un peso fosse scivolato dalle sue spalle. Le venne quasi da piangere, questa volta per il sollievo. Poteva continuare a vivere. Poteva gestirli, dopotutto. Poteva godersi la giornata.
Si sentì afferrare la mano. Era così persa nel proprio mondo che all'inizio si spaventò, irrigidendosi. Subito dopo le dilagò nel petto una felicità irrefrenabile nel rendersi conto che Castle aveva colto il suo malessere senza avergliene dovuto parlare in maniera esplicita. Si sarebbe sentita morire. Per la prima volta, provò il reale sollievo di avere qualcuno dalla sua parte, pronto a starle vicino e combattere con lei. Le accarezzò il dorso della mano con dita calde e gentili. Le sue erano gelide, tutto il sangue era affluito altrove per affrontare una battaglia inesistente. Si sentì confortata da quel contatto, che accettò con gratitudine. Nessuno dei due disse niente. Castle non tolse mai la mano, lei si augurò che non lo facesse.
...
Qualche tempo dopo, quando ormai il dramma era superato, l'auto svoltò a sinistra, abbandonando la strada principale. Si inoltrarono nella campagna, prendendo viottoli sempre più inaccessibili, che non era sicura fossero segnalati sulle mappe – non c'era nessun cartello-, ma Castle si mostrò molto sicuro del fatto suo. Lo tenne comunque d'occhio, non sapendo se fidarsi della sua apparente imperturbabilità, o se temere che avrebbero finito con il cacciarsi nei guai, a causa della sua totale mancanza di senso del pericolo.
Forse voleva rapirla, si disse, convinta ormai che si trovassero in una remota zona del Paese, dove non prendevano i cellulari. Non si prese la briga di controllare, anche perché si trattava di una preoccupazione fine a se stessa, dal momento che, se si escludeva suo padre, l'unico con il quale aveva avuto conversazioni era proprio l'uomo seduto accanto a sé. Il rapitore, quindi. Chissà se l'avrebbero citato nei libri come un caso di sindrome di Stoccolma.
Si fermarono infine davanti a quella che sembrava a tutti gli effetti un'innocua fattoria che non lasciava trapelare alcunché di sospetto, almeno in apparenza. Forse all'interno si occupavano di sperimentazioni umane e loro erano lì per arrestarli tutti. Magari era un regalo da parte di Castle, in astinenza da casi bizzarri che coinvolgessero la CIA, gli extraterrestri e il ritorno dei dinosauri dopo l'estinzione.
Scese in tutta fretta, senza aspettare che le aprisse la portiera – non voleva che quello specifico cerimoniale si ripetesse nei giorni a seguire - , per controllare che le gambe la reggessero dopo tutte quelle emozioni e per capire che razza di posto fosse.
Si accorse subito della presenza di alcuni cavalli che pascolavano liberi in lontananza. Era quindi una vera fattoria? Niente di losco? Niente fantascienza?
"Mi hai portato in un maneggio?", domandò sospettosa, recuperando la giacca abbandonata sul sedile posteriore, girandosi a guardarlo. "Hai prenotato una cavalcata di coppia al tramonto?". Coprì con il sarcasmo la reale preoccupazione sugli intenti di Castle. Che cosa aveva in mente? Il remake di due poliziotti a cavallo alla ricerca di cadaveri scomparsi nella campagna circostante? Non che non sarebbe stato il posto ideale per occultarli, rifletté guardandosi intorno.
"Sono queste le tue idee romantiche? Faccio bene allora a non cedere alle tue lusinghe e non permetterti di entrare nella mia stanza al calare della notte", commentò impertinente, indisponendola.
"Non vedo che cos'altro dovremmo fare con dei cavalli, se non cavalcarli", replicò seccata.
"Magari voglio solo guardarmi in giro perché ho intenzione di cambiare vita e diventare un gentiluomo di campagna. Non pensi che sarebbe la scelta perfetta? Io potrei scrivere i miei romanzi allietato dal silenzio e dagli ottimi panorami agresti e tu potresti dedicarti a qualche altra attività. Magari proprio allevare cavalli. O cani, se ti fa piacere. Preferisci le api? Potremmo dedicare una zona alle arnie". Le indicò un punto vago all'orizzonte.
Lo fissò sconcertata. Scherzava, vero? "Perché dai per scontato che io farei parte di questo bel quadretto idilliaco che mi hai appena descritto, in cui peraltro ti annoieresti dopo due minuti? No, lasciami indovinare. Perché alla fine sono sempre d'accordo con le tue idee, anche se non voglio ammetterlo".
"Vedo che inizi ad accettare la verità". Le fece l'occhiolino.
Fu lieta di scoprire che gli intenti omicidi nei suoi confronti erano rimasti intatti, ma non avrebbe reagito alla provocazione. Non avrebbe ceduto alla voglia di ribadire, in modo molto fermo perché fosse inequivocabile, che la loro vita futura non avrebbe avuto nessun denominatore comune, di nessun genere, nemmeno remoto, ma si astenne. Insistere avrebbe avuto un effetto controproducente, perché l'avrebbe convinto ancora di più che stesse negando a se stessa una verità che solo lui sapeva intravedere.
"In ogni caso, non siamo venuti per i cavalli, anche se mi spiace distruggere le tue fantasie romantiche".
Rimase zitta a oltranza, aspettando prudentemente gli eventi.
La guidò lungo un sentiero di terra battuta del tutto privo di presenza umana. O animale, per quello.
Si domandò fuggevolmente se non stessero invadendo una proprietà privata e se i proprietari fossero nascosti dietro gli scuri con un fucile in mano, pronti a far fuoco contro gli intrusi. Probabilmente la risposta era sì a entrambe le domande. Chissà se sarebbe riuscita a placarli presentandosi come un poliziotto sano di mente – a differenza di Castle -, prima che li affrontassero a duello sul piazzale deserto. Dove erano le balle di fieno?
Dopo averla fatta camminare di buon passo per una decina di minuti, la condusse verso un altro recinto costruito in una zona più rialzata, da cui si dominava la successiva vallata. Il paesaggio non era male, osservò tra sé. Ma meglio non esprimere apprezzamenti, nel caso avesse voluto sul serio cambiare vita e prospettive.
Castle si fermò a pochi passi dai pali di legno perfettamente allineati e si voltò verso di lei trionfante. Dietro di lui, una meravigliosa creatura dalla bionda e vaporosa criniera e zampe minute la sottopose a un esame severo. Rimase ipnotizzata a guardarla.
"La nostra meta finale erano dei pony?", esclamò, stentando a credere di aver usato quelle precise parole, a cui mai avrebbe pensato di dover ricorrere nella vita.
"Dopo averteli promessi in più occasioni, ho pensato che avrei iniziato a non essere più credibile nelle mie proposte, se non le avessi concretizzate", annunciò Castle, molto compiaciuto di se stesso.
"Vuoi comprarmi un pony oggi?". Quell'uomo era pazzo. Non da rinchiuderlo in un ospedale psichiatrico, ma abbastanza da tenere d'occhio i sintomi di quella che doveva essere una malattia degenerativa precoce.
Il pony in questione, che sicuramente si era accorto di essere l'indiscusso protagonista della loro animata conversazione, si mosse e puntò deciso nella sua direzione. Faceva parte anche questo della messinscena? Incapace di resistere, allungò una mano oltre la staccionata e lo accarezzò titubante. Non aveva nessuna idea del tipo di reazione che potesse aspettarsi, ma le sembrò che l'animale apprezzasse le sue parche effusioni, ma soprattutto che gradisse l'ammirazione che entrambi gli tributarono generosamente. In un'altra vita Castle doveva essere stato un pony.
"La mia intenzione non era quella di prendere un pony adesso, a meno che tu non lo desideri – diventerebbe un problema logistico da gestire, ma sarei più che felice di farlo – ma dimostrarti che non parlo a vanvera quando si tratta di prometterti qualcosa".
"Non mi hai mai promesso un pony, hai solo cercato di adescarmi offrendomene uno in svariate occasioni".
"Voglio dimostrarti che sono molto serio quando cerco di adescarti", rispose con tono grave che la fece scoppiare a ridere. Era lei o stava succedendo con inquietante regolarità?
"Grazie, Castle, apprezzo lo sforzo e lo terrò presente per il futuro", ribatté, prima di essere distratta da qualcosa che si muoveva nella periferia del suo campo visivo.
Piantò in asso Castle e si diresse verso una zona ancora più isolata, dove pascolavano altri quadrupedi molto meno appariscenti, per i quali provò una simpatia immediata.
"Sapevo che ti saresti innamorata degli asini", si lamentò Castle da lontano. Non gli diede retta. La raggiunse mentre era impegnata a dare qualche colpetto sul dorso muscoloso dell'esemplare più intraprendente, che era corso da lei appena si era avvicinata. Gli altri si limitarono a lanciarle un'occhiata indifferente continuando a mangiare fieno di cui erano provvisti in abbondanza.
C'erano delle carote dentro a un cestino posizionato lì accanto, probabilmente lasciate per i visitatori. Sperò di non sbagliarsi e non fare qualche danno. Ne prese una e la offrì al quadrupede che aveva dimostrato curiosità nei suoi confronti, che non solo apprezzò il gesto, ma la sgranocchiò voracemente, al punto da volgersi verso di lei per averne un'altra. Non sapendo se fosse consentito sfamarlo e non essendo ancora convinta che non stessero facendo niente di illegale, fece un passo indietro. L'asino le ficcò il naso dentro la giacca, strappandole un grido divertito. Quando si rese conto che non sarebbe arrivato altro cibo, pestò più volte lo zoccolo sul terreno, all'apparenza contrariato dal suo rifiuto di concedergli altre attenzioni.
"Noto anche una certa somiglianza nel carattere dispotico". La voce di Castle giunse tra loro come un disturbo lontano. L'asino lo guardò torvo, come se ne avesse compreso le intenzioni poco amichevoli, cosa di cui fu intimamente soddisfatta.
"È molto bello qui", affermò appoggiandosi alla recinzione, quando l'asino si allontanò, continuando a tenerli d'occhio.
"Sono tutti asini recuperati da situazioni di abuso, a differenza dei pony e dei cavalli", la informò sommessamente, appoggiandosi a sua volta. "Non ero sicuro che potessimo avvicinarci, o ti ci avrei condotta subito".
"Non tentavi di tenermeli nascosti perché intimorito dalle forti personalità, quindi?"
"Non ho nessun problema con le forti personalità", obiettò Castle con forza. "Solo con quelle che sconfinano nell'autoritarismo, provviste di quattro zampe e un raglio che ti fracassa i timpani", si mise le mani sulle orecchie, per sottolineare le sue lamentele, quando uno degli asini più lontani iniziò a lanciare delle grida nella loro direzione, forse per allarmare tutti gli altri. "Ma sono disposto ad andare oltre i miei sentimenti, e prendermene uno in casa, per dimostrarti la mia buona volontà".
"Ti ci vedo a condividere il loft con un asino che non fa mistero di odiarti", lo prese in giro.
"Saresti costretta a venire a trovarlo spesso per mettere pace tra noi", mormorò strappando una lunga spina d'avena ormai seccata.
"Una specie di affido congiunto?"
"Sì, anche se preferirei non portartelo ogni domenica sfilando per le strade di New York, vista la nota ostinazione. Sarebbe possibile accordarci per qualcosa di più discreto, come venire tu da me a fargli visita? Ti preparerei i pancake. E tanto caffè".
"Affare fatto", si sorprese a rispondere. E a desiderare che quel quadretto di felicità domestica potesse avverarsi, nonostante le infondate premesse.
Castle era in grado di creare dal nulla scenari irresistibili di pace profonda in cui le veniva voglia di rifugiarsi con sempre più inquietante regolarità.
"In effetti ho qualche problema a dormire", esordì riluttante, dopo una pausa di qualche minuto in cui aveva lottato contro l'abituale istinto protettivo che le impediva di aprirsi, cambiando completamente argomento, certa che per lui non sarebbe stato un problema seguirla nelle sue peregrinazioni discorsive. Sentiva che era il momento di farlo, almeno in parte. "Non avevi torto nel darti il merito di riuscire a farmi rilassare, quando mi sono quasi addormentata in auto. Credevo fosse un traguardo impossibile per chiunque, per me lo è di certo. Immagino che non sia il tipo di commento lusinghiero che apprezzeresti, ma è così".
Rimase in silenzio, poi le sorrise. Il benessere da cui si sentiva inspiegabilmente avvolta, in quello strano contesto in cui l'aveva condotta, aumentò proporzionalmente al calore che vi lesse.
"Lo apprezzo molto, invece", commentò dopo qualche istante di pausa. "Mi sorprende anzi che tu me lo stia dicendo. Dove è finito il tuo solito sarcasmo e l'abituale resistenza che opponi ai mie approcci innocenti e gentili?"
"Abbiamo deciso per la sincerità, giusto?". Dopo avergli chiesto il motivo per cui fosse corso da lei e avergli confessato che avrebbe voluto trascorrere il week end negli Hamptons con lui, non aveva senso mentire sul resto. "Mi sembrava corretto dirtelo".
"Credo di essermi perso il dibattito sulla sincerità, ma la appoggio completamente. A tale proposito, quindi, vorrei aggiungere ai precedenti complimenti che hai finora disdegnato..."
"Castle!", lo fermò brusca. "Ti informo che la scelta non è tra mentire o dire qualsiasi cosa ti passi per la testa, soprattutto se sgradita all'interlocutore o inopportuna. C'è una terza opzione, ed è quella di rimanere zitto".
Suonò come una lezioncina gratuita, ma le era parso necessario fermarlo senza ulteriori indugi. Si chiese se stesse reagendo troppo male e perché avvertisse il bisogno di rimetterlo al suo posto, quando lui era a tutti gli effetti sempre stato gentile. Premuroso. Perfino più sensibile di quanto si fosse mai mostrato con lei, pur avendole offerto qualche prova nel tempo. Forse non era esattamente innocente nelle sue intenzioni, ma non era nemmeno pericoloso. Sospirò. Aveva bisogno di tempo. E di pratica.
"Scusa, non volevo essere sgarbata". Ammetterlo le costò moltissimo sforzo. Si sentì vulnerabile. Debole. Come se all'orizzonte si stesse profilando una minaccia per la quale non era pronta. "Ma non significa che ti è permesso farmi dei complimenti".
"Credo che gli asini approvino questo tuo ritorno ai tuoi soliti modi tirannici". Gliene indicò uno in lontananza che non aveva smesso di fissarli. Come al solito, non se l'era presa.
Scoppiò a ridere, molto più rilassata. Era bastato poco, Castle conosceva il modo giusto di trattare i suoi demoni, più di quanto fosse in grado lei stessa di farlo. Prima o poi sarebbe arrivato il momento di dirgli anche questo. Appoggiò una mano sulla sua, grata. Rimasero in silenzio.
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Lo scorso sabato sera ho avuto un problema al pc, che è però poi risorto. Se rimane tra noi, gli aggiornamenti seguiranno questa agenda: un altro capitolo questa settimana, oltre a questo, uno la settimana di Natale (è molto lungo), uno la settimana di Capodanno (lungo anche quello). Durante le vacanze, a partire dalla prossima settimana, pubblicherò una sola volta che vale per due. Se il pc decide di passare a miglior vita, vi auguro già Buone Feste, perché non ne ho un altro (ma ho salvato tutti i capitoli!) :D
