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Aveva buttato la giacca sporca del suo sangue nel cestino della spazzatura fuori dal pronto soccorso, si era rassettato i capelli guardandosi allo specchio dell'ascensore, il naso era un po' gonfio ma tutto sommato si notava poco, era pronto all'incontro con la donna più importante della sua vita.

Nonostante avesse un macigno in fondo al cuore per quello che era accaduto quella sera, sarebbe stato solo per lei, la sua Alexis, che lo aspettava ansiosa insieme alla nonna, pronta a scartare il suo regalo insieme al papà.

Ordinarono pizza e gelato, scherzarono, risero fino a che il sonno non la ebbe vinta sulle loro stanchezze.

La mattina dopo resistette fino a che Alexis non fu accompagnata a scuola, poi la maschera del 'va tutto bene' si frantumò in mille pezzi. Doveva far ordine in quello che era successo, capire come aveva fatto a non accorgersi dei problemi di Oliver, parlare prima di tutto con Weldon scioccato e ferito anche lui dalla piega inpensabile che avevano preso gli eventi.

Trascorsero la giornata insieme, parlarono come non avevano mai fatto forse, capirono che non avrebbero potuto fare nulla di diverso, Oliver aveva costruito un muro di menzogne, da anni, anche se con l'intento iniziale di non far soffrire chi amava, poi tutto era precipitato e il castello di falsità aveva bisogno di nutrirsi di bugie sempre più grandi, qualcosa si era rotto in lui al punto di non avere più sentimenti, solo l'arida foga di racimolare più denaro possibile, per colmare i buchi, continuare a vivere nella menzogna.

Tornò a casa a piedi, quella chiacchierata avrebbe dovuto regalargli un po' di sollievo da quel senso di frustrazione e incompletezza che non l'aveva più abbandonato da quella nottata al Brooklyn Navy Yard. Mancava qualcosa, no mancava tremendamente qualcuno, lei, l'aveva lasciata lì senza una parola, incapace di dirle almeno grazie. Se non fosse stato per la sua lucidità e prontezza ora al cimitero ci sarebbe stato lui.

Avrebbe potuto chiamarla, ora lo aveva il suo cellulare, il suo numero era comparso non appena aveva riacceso il cellulare che Mendelson aveva spento e gettato in un angolo del salone, circa dieci tentativi di chiamata, nelle ore in cui lui era già nelle mani di quel poliziotto corrotto. Aveva spinto il tasto di chiamata e subito dopo riagganciato, cosa le avrebbe detto?

Forse il telefono non era una grande idea, arrivò fino al distretto, stava per attraversare la strada ed entrare quando la vide uscire in tutta fretta con i due poliziotti che erano con lei quella sera, l'auto sgommò via, sicuramente un nuovo caso.

Sarebbe stato bello osservarla all'opera, su qualcosa che non avesse lui come soggetto d'indagine… sarebbe stato bello rivedere quegli occhi così verdi e luminosi, sì lo erano sempre per lui, non serviva l'hipe della cocaina per vederli più vividi, forse avrebbe dovuto dirglielo. O forse no.

"Quindi il responsabile di tutto questo casino è questo rettangolino qui"

Royce guardava in controluce la bustina di plastica che avvolgeva un piccolo oggetto metallico simile ad un accendino, Beckett glielo sfilò dalla mano per riporlo al sicuro

"Stanno venendo a riprenderselo quelli della Protorm, è un prototipo di multiprocessore, sai roba di potenza di calcolo…"

"Ho letto il rapporto solo a metà mi sembrava d'aver capito che non lo avevate trovato, almeno non dove pensavate che fosse, nascosto nell'incavo di un'ancora"

"In effetti, sia Castle che io eravamo certi che fosse nascosto in uno dei fori dell'Ancora esposta al museo, e c'era stato fino a quel pomeriggio, poi un custode addetto alla manutenzione, revisionando l'Ancora l'ha trovato e risposto tra gli oggetti smarriti, pensava che qualche buontempone avesse appoggiato lì quell'oggetto per fare uno scherzo"

"E Castle? come mai non è qui a firmare le sue deposizioni? Non doveva essere chiuso oggi il caso?"

"Quante domande Royce, da quando sei uscito dall'ospedale mi sembri mia zia Theresa"

"È simpatica tua zia?"

"È una ficcanaso"

"Ok…ricevuto… del resto ero passato solo per salutarti e… farti i complimenti per aver brillantemente chiuso il caso"

"Non è solo merito mio Royce e lo sai"

"Mi fa piacere che tu abbia già trovato una squadra, quei due, l'ispanico e l'irlandese, mi piacciono molto lavorerete bene insieme, e… peccato che Castle non sia uno dei nostri, fareste una bella squadra davvero tutti e quattro…"

"Ma…da quando perori la causa di un civile che si mette a fare l'investigatore, tu li hai sempre detestati"

"mah, forse da quando ho conosciuto lui, sai è passato a trovarmi mentre ero ricoverato…"

"non voglio sapere cosa vi siete detti ok? anzi non mi interessa affatto"

"ti scaldi troppo per non avere alcun interesse… e poi, non dirmi che non è stato d'aiuto…"

"Sì, ok, forse un pochino…ma non credo voglia più vedermi dopo quello che è successo"

"Intendi dopo che hai scelto di agire per il meglio? Gli hai salvato la vita e trovato i responsabili della morte di Claire Burnes"

"Questo è il tuo punto di vista, non il suo"

"Te lo ha detto lui"

"No"

"E allora? Come fai a saperlo?"

"Perché… perché è così"

Si strinse nelle spalle incrociando le braccia, Royce conosceva quel linguaggio del corpo, discorso concluso, Beckett stava calando le saracinesche per chiudersi dentro

"Ok, non insisto, vado… abbi cura di te Kate"

"Anche tu Mike"

"comunque, mi ha detto che sei una donna straordinaria, Beckett!" quasi lo gridò mentre l'ascensore si chiudeva portandolo per sempre via da quegli uffici, e facendo girare mezzo reparto verso la sua scrivania. Il solito Royce che doveva sempre avere l'ultima stoccata

Lei roteò gli occhi al cielo fingendo di aver posto fine ad una dei loro proverbiali battibecchi, in realtà quelle parole l'avevano colpita molto più di quanto ritenesse possibile, aveva pensato che su quell'ancora le avesse pronunciate in preda all'ipereccitazione causata dalla cocaina, staparlava si era detta, perché nessuno aveva mai pronunciato un giudizio così profondo sul modo di essere e non per come appariva.

Spostò lo sguardo sulla lavagna ancora colma di foto e appunti che le erano serviti per dipanare quel caso.

Tolse per prima l'ultima foto che era stata attaccata, quella dell'avvocato Oliver Bannon, il mandante di tutta l'operazione. Quando Robert Weldon aveva accettato di difendere la Protorm Inc. in una causa di furto di brevetti Oliver aveva letto le carte della vertenza e aveva escogitato un piano per rubare uno dei prototipi e rivenderlo al fiorente mercato nero delle nuove tecnologie. Ma non poteva agire da solo, aveva parlato delle sue intenzioni con gli uomini a cui doveva ingenti somme di denaro e questi gli avevano imposto di collaborare con gente loro, persone fidate. Tre poliziotti corrotti capeggiati da Mendelson, le cui foto lasciavano la lavagna per essere riposte in una cartellina gialla, archiviate, come le loro vite che sarebbero state spese per lungo tempo dentro ad una prigione. La loro avidità li aveva portati a prendere il sopravvento, ma non avevano fatto i conti con Claire Burnes che lavorando nella società che testava i brevetti per la Protorm, si accorse di tutto e provò ad avvertire Weldon, provare a mettere in salvo il prototipo le era costato la vita. Riporre la foto della vittima era difficile, anche se c'era la consapevolezza di averle dato giustizia.

La cartellina era quasi completa, mancava solo la foto che aveva viaggiato di più negli spazi segnati della lavagna, sospettato di omicidio, vittima di aggressione, testimone, Richard Edgar Castle la guardava sornione dal suo alloggiamento in alto al centro, esitò a staccare la foto, perché significava chiudere davvero del tutto, non solo il caso, ma anche quei bizzarri, elettrizzanti momenti vissuti assieme a lui.

Chiuse la cartellina, guardò il telefono, aveva respinto la tentazione di chiamarlo molte volte in quei giorni, attanagliata dalla paura di sentirlo freddo dall'altra parte della cornetta, distaccato, lontano esattamente come quella notte in cui tutto si era concluso così tragicamente.

Non aveva avuto scelta, dalla sua posizione avrebbe potuto colpire Bannon solo al petto per far sì che deviasse la traiettoria della pistola che impugnava, ed era stata questione di millimetri se Castle non era stato ferito o peggio. Ma non si aspettava che lui capisse, aveva provato ad autoconvincersi che le bastava quello, sapere che lui fosse in salvo, assieme alla sua famiglia, così come gli aveva promesso il primo giorno.

Sospirò, davanti alla lavagna vuota che presto, purtroppo, si sarebbe riempita delle foto e degli appunti di un nuovo caso, ma non quel pomeriggio, né l'indomani. Aveva un giorno libero e stavolta sì che avrebbe fatto shopping insieme a Lanie, certo solo dopo averle fatto giurare di non nominare in alcun modo il suo scrittore preferito.

"detective, una parola"

Il capitano Montgomery la chiamò nel suo ufficio, aveva un fascicolo in mano

"devo chiederle un ultimo sforzo per la chiusura del caso Burnes"

"certo signore, ho ancora tutto il pomeriggio di cosa si tratta?"

"di scartoffie, spero non le spiaccia detective"

"per nulla signore"

Non credeva che avrebbe mai rimesso piede in quella villa affacciata sul mare, ma era lì per lavoro, solo per lavoro, esattamente come la prima volta, o almeno questo era ciò che si era ripetuta lungo tutto il tragitto.

Non capiva perché Montgomery le avesse dato quell'incarico burocratico, ma ormai aveva imparato a tenere per sé i dubbi che non fossero direttamente connessi alla risoluzione di un caso, era solo uno spreco di energie cercare di interpretare i voleri dei propri superiori, le avrebbe impiegate fruttuosamente in altro modo, magari tornando ancora una volta in archivio a setacciare il file di Johanna.

Aveva parcheggiato già da alcuni minuti, accanto all'auto di Castle, nessuno le era venuto incontro e il portone era spalancato, per facilitare il via vai di personale che si affaccendava a trasportare scatole, tavoli, sedie. Sembravano intenti ad allestire qualcosa di grandioso, magari la famosa festa che desiderava Gina per quel posto, chissà se poi avevano divorziato o se magari… era in atto una qualche riconciliazione…

Si sentì del tutto fuori luogo e inopportuna, ma era lavoro e indossò la corazza più coriacea che trovò nella sua armeria personale, proprio lì nella parte più razionale di sé

Afferrò la cartella con i documenti, prese un bel respiro come se dovesse battere il record di apnea e si tuffò, oltrepassò la soglia di quel luogo familiare e allo stesso tempo così diverso, affollato e addobbato per l'imminente festa

"Buongiorno, Oh finalmente è arrivata la cantante!"

"No, io… non sono… sono il detective Beckett cerco il signor Castle"

"Oh, una detective? Certo, ok, non so dove sia, provi a chiedere alla signora lì nello studio"

L'uomo indaffaratissimo che l'aveva 'accolta' e scaricata nel giro di due secondi scivolò via con la sua carica d'ansia organizzativa mentre ancora le indicava la stanza dello studio

Ecco fatto, avrebbe dovuto presentarsi a Gina, la cosa non l'allettava affatto, ma non era lì per fare conversazione, doveva solo farsi firmare dei documenti, era in veste ufficiale, diamine Beckett ma che ti prende? Non hai niente a che fare con questa famiglia, almeno non in modo personale!

Attraversò il salone dirigendosi nello studio dove qualcuno stava dispensando consigli organizzativi ad un interlocutore muto, o distante, perché non si sentiva mai la sua voce in risposta, un ragazzo con una corona di palloncini le attraversò la strada, palloncini? Certo non si addicevano ad una gran soire, ma chi era lei per giudicare. Ma perché diavolo la sua mente continuava a deviare dall'unico pensiero che avrebbe dovuto avere, far apporre una firma su quei fogli e via, più lontana che poteva da quel posto!

Prese l'ennesimo respiro ed entrò nello studio, pronta al duello con la bionda e invece trovò gli occhi luminosi e la chioma rossa di Martha, che quando la vide apparire alla soglia si illuminarono ancora di più, lasciò andare il telefono e corse ad abbracciarla

"Oh, Detective Beckett! Posso chiamarti Katherine? che piacere vederti! Lo sapevo, ero certa che ti avrei rivista! Quindi alla fine Richard te lo ha detto?"

"Detto cosa?"

"Della festa? Oh non sai come sono felice! Quel ragazzo è… aspetta non sei qui per la festa?"

"No, signora Rodgers, sono qui per questioni di lavoro"

"chiamami Martha per favore…ma è successo qualcos'altro?"

"No, no assolutamente, è tutto a posto, sono solo documenti da firmare per chiudere definitivamente il caso, e dato che il signor Castle non era a New York, e il distretto aveva urgenza… hanno mandato me"

"Il 'signor' Castle? mi era sembrato che foste meno formali tra di voi…"

Kate glissò, aveva incontrato Martha in momenti drammatici e complicati, eppure quella donna aveva una capacità che sembrava un dono di famiglia, sapeva cogliere minimi particolari e, anche lei evidentemente, era capace di leggerle dentro…

"puoi dirmi dove lo trovo?"

"Oh, certo, dovrebbe essere nella sua stanza, puoi andare, senza problemi, sta finendo di scrivere il discorso per questa sera…"

"Ok, grazie Martha"

Non sapeva più cosa dire, combatteva con un forte senso di imbarazzo che le aveva come attanagliato la gola, uscì dallo studio percorrendo la strada che aveva ben memorizzato solo poche settimane prima, salì le scale schivando due camerieri indaffarati a spostare qualcosa di rosa e molto ingombrante e arrivò davanti alla porta della stanza, a due porte da quella che era stata la sua stanza

Bussò e la porta si dischiuse lenta sotto la spinta del suo pugno, non era chiusa e non se ne era neanche accorta, troppo presa a rinforzare l'armatura, era sicura che sarebbero arrivati dardi da ogni direzione e qualcuno l'avrebbe potuta ferire al cuore in modo permanente

"Permesso, sono Beckett… ho dei documenti da…"

La stanza era vuota, almeno così sembrava, il camino era acceso e non era più vuoto come lo aveva visto, un'enorme Ancora giaceva placida tra le fiamme, un'Ancora! Come quella grazie alla quale si erano salvati, e avvinghiati alla quale si erano scambiati qualcosa che definire solo bacio sarebbe stato ingiusto verso tutte le emozioni che avevano partecipato a quell'incontro di labbra. Forse troppe, e per quel motivo poi tutto era sparito, come in un sogno.

Ma l'ancora era lì

E lei pure, immobile ad osservarla

"Ti piace? ho seguito il tuo consiglio, ho… riempito il vuoto"

"Oh, Castle! sì certo ci sta benissimo… ecco i documenti, dovresti firmarli così io posso andare e vi lascio alla festa…"

Era così strano rivedersi lì, in quel luogo troppo bello e accogliente per essere vero, senza dover temere per la propria incolumità fisica, ma solo per quella psichica perché lei iniziava a sentirsi sempre meno sicura di quello che stava facendo. E poi lui aveva i lineamenti così distesi e sereni come forse lei non li aveva mai visti, e uno sguardo profondo e irriverente allo stesso tempo, la spiazzava, continuava a toglierle ogni riferimento per potersi difendere, era pericoloso, doveva andar via di lì subito!

"Scappi?"

"No, io non scappo" si risentì, come si permetteva di insinuare una cosa simile lei non scappava mai, certo avrebbe voluto trovarsi mille miglia lontana da quella festa super mondana orchestrata da una elegantissima e velenosissima Gina…

"Lo capisco sai, tra un po' qui sarà infestato da ragazzini di otto nove anni…" alzò le spalle divertito e sconsolato

"Oh…è il compleanno di Alexis…" non riuscì a dissimulare la sorpresa né il fatto che si sentì improvvisamente sollevata e anche un po' stupida

"Già, quale migliore occasione per inaugurare ufficialmente la Villa?"

"Giusto, certo…"

"Rimani"

"Non posso, devo tornare al distretto"

"Non è vero, hai un giorno di riposo"

"E tu come…? Uhh è opera tua, vero? Hai chiesto a Montgomery di mandarmi qui, lo hai fatto apposta! Sei incorreggibile, sei… è abuso di… uhh ohhh"

La rabbia, l'agitazione e l'euforia insensata di saperlo alle prese con una masnada di bambini e nessuna virago nei paraggi le mise le ali alle gambe, doveva muoversi, uscì fuori nel balcone della camera che dava sulla scogliera, lui la seguì e proseguì, lo sguardo molto più serio, gli occhi blu come quelli del mare sotto di loro "Devo scusarmi con te"

"Per cosa? magari dovrei farlo io con te"

"Per cosa?"

"Che gioco è?"

"Nessun gioco, avrei voluto chiamarti"

"Anche io"

"Ma non riuscivo a trovare le parole per telefono, così ho pensato che avremmo dovuto incontrarci, ma tu non avresti mai accettato un invito"

"Non puoi saperlo"

"Lo immagino"

"Vedi per telefono… non avrei potuto dirti che hai degli occhi verdi bellissimi, perché avresti riattaccato"

"Castle…"

"Sono lucido, non mi serve assumere droga per vederti Kate Beckett, per sapere come sei, chi sei"

"sono un poliziotto, tu uno scrittore famoso, apparteniamo a due mondi diametralmente opposti"

"e allora?"

"E allora poi… tu… io… io, perché diavolo hai questa capacità di conoscere la gente così a fondo, quasi di penetrale l'anima eh?" scappò via dal balcone erano troppo vicini la fuori, lui la seguì di nuovo, ma le lasciò spazio non le si avvicinò

"Se fosse così sarei l'uomo più potente del mondo, il problema è che mi è capitato solo con te…"

"Non è giusto, è squilibrato…"

"Sei sicura? Sicura di non sapere nulla di quello che c'è qui e qui?"

Si indicò prima la testa poi il petto e non scollava gli occhi da quelli di lei che invece non facevano che muoversi da lui, al camino, alla porta e poi di nuovo lui

"Magari è proprio quello che mi spaventa, quello che c'è lì"

Indicò anche lei il petto di Castle

Lui sospirò e stavolta spostò lo sguardo verso il camino

"Sai perché ci ho messo l'ancora?" Sorrise quando lei cambiò espressione, ripensando a quel bacio interminabile

"No, o almeno non solo per quello, perché devi sapere detective che è successa una cosa straordinaria in queste settimane, tolta l'esplosione, la sparatoria, il tuffo nell'oceano, di nuovo la sparatoria…"

"Castle…"

"Ok, ok… insomma ho capito per la prima volta nella mia vita di aver incontrato una persona con cui poter approdare su una solida rigogliosa terra ferma e quel pezzo di metallo sta lì a ricordarmelo e a spronarmi a non desistere fino a quando anche lei lo capirà"

"stai giocando sporco Richard Castle"

"più della tentazione di gola?"

"e dell'autocommiserazione, sì, molto di più"

"e funziona?"

"temo di sì"

"allora rimani ad una festa pullulante di bambini, lo so come primo appuntamento avrei dovuto escogitare qualcosa di meglio ma saprò farmi per…"

"shh, zitto Castle…sì rimango"

Gli aveva poggiato due dita sulle labbra, lui aveva lasciato fare tenendo le labbra serrate, almeno fino a quando non era arrivata la risposta che lui aveva atteso con il cuore in gola, terrorizzato dalla possibilità che lei uscisse per sempre da quella stanza. Le prese la mano che era rimasta accanto alla sua guancia, la baciò e si avvicinò ancora di più a lei, sussurrò appena "non voglio rubare niente…"

La risposta di lei furono le labbra che si aprivano in un sorriso splendido e poi un sospiro che suonò più o meno come "non hai rubato nulla neanche quella notte sull'ancora"

Quando le labbra s'incontrarono entrambi ebbero la sensazione di aver ripreso un discorso lasciato in sospeso, ritrovarono i sapori che si erano impressi indelebili nella loro memoria, sensazioni che erano state troncate sul nascere quella notte e che invece ora potevano deflagrare come una supernova.

Non sentivano altro che i loro respiri, i battiti dei loro cuori, tutti i rumori esterni della macchina festaiola che andava a pieno regime, sparirono all'improvviso. C'erano solo loro, con i loro corpi, il fuoco del camino che danzava attorno all'ancora.

Kate si mosse verso la porta senza staccarsi da lui che ebbe un sussulto, voleva andarsene? La guardò increspando la fronte, lei sorrise maliziosa, allungò la mano verso la serratura e girò la chiave.

"l'organizzazione può perderti per qualche minuto signor Castle?"

"oh, direi anche per tutto il pomeriggio… c'è un esercito la fuori che sa benissimo come cavarsela"

"bene…"

"bene…"

Iniziò a sbottonargli la camicia, adorava quel torace ed ora non aveva alcuna paura ad ammetterlo, lui al solo contatto delle sue mani sul suo petto aveva già capito che avrebbe completamente perso la testa per quella donna straordinaria

"se continui così finirò per importunarti nudo, detective… senza cavallo però, niente cavaliere dalla scintillante armatura, ma tu non hai bisogno di cavalieri che vengano a salvarti"

Lo baciò sul collo "ma parli sempre così tanto Castle? no, hai ragione, ho già il mio cavaliere nudo, pare che ci salviamo a vicenda"

"già pare di sì"

Stavolta fu lui a baciarla mentre con le mani, lentamente scioglieva bottoni, spostava lembi di stoffa e tutto ardeva più forte che il fuoco attorno all'ancora

fine