16 Beckett

Si abbandonò soddisfatta contro lo schienale della comoda poltroncina in vimini davanti alla quale Castle aveva storto il naso, quando la proprietaria della casa colonica dove avevano preso alloggio li aveva fatti accomodare per la loro meritata cena, alla fine di una lunghissima giornata. Aveva sentenziato che il vimini non si accordasse con lo stile della costruzione. Era l'ultima delle cose che lei avrebbe mai notato, ma ormai non si sorprendeva più delle sue vaste conoscenze in qualsiasi ambito dello scibile umano, settore estetico compreso.

Nonostante fosse stata convinta del contrario, e cioè che ogni dettaglio della loro vacanza fosse già stato prestabilito, Castle aveva lasciato che fosse lei a decidere dove avrebbero trascorso la prima notte fuori. Nessuna lista comparsa all'ultimo – era certa che esistesse - nessun suggerimento, più o meno velato.
Sospettava che volesse lasciare a lei la patata bollente delle sistemazioni notturne, dopo averci scherzato sopra fino a sfinirla. O forse era solo un'altra sottile dimostrazione della sua sensibilità.

Avevano lasciato la cittadina quando ormai la sera era stata pronta a scivolare sulle guglie della cattedrale illuminata. Avevano scattato qualche ultima fotografia, tra cui un paio di autoscatti a cui si era prestata senza nessun entusiasmo – era bastato quello di Castle, che ne aveva avuto l'idea - ed erano poi risaliti in auto, ormai diventata una sorta di comodo rifugio itinerante. Una volta preso possesso del volante, Castle aveva pazientemente atteso che esprimesse le sue preferenze, in deferente silenzio. Aveva in realtà usato la parola "ordini", ma lei aveva finto che l'abitacolo non ospitasse nessuno a parte lei.
Non c'era stato bisogno di rifletterci a lungo. Si sarebbero diretti verso il mare, aveva detto d'impulso, indicando un preciso punto sulla cartina con una sicurezza che doveva aver colto Castle alla sprovvista.
Erano ancora abbastanza a nord da arrivarci in un ragionevole lasso temporale. Se fosse stato troppo stanco sarebbe stata felice di sostituirlo alla guida, si era offerta.
Castle l'aveva rassicurata che non c'erano problemi a riguardo, l'avrebbe accompagnata volentieri ovunque volesse, doveva solo rilassarsi. Era certa che non avrebbe mollato quel volante nemmeno se fossero arrivate le forze armate a intimarglielo.
E per quanto riguardava il tipo di alloggio, aveva aggiunto, visto che la scelta spettava a lei, non voleva qualcosa di troppo moderno, né lussuoso o affollato, o troppo vicino a qualsiasi altra forma di civiltà.
Un eremo, aveva commentato Castle ridacchiando.
E con stanze molto, molto separate, aveva continuato senza dargli retta. Le più lontane che avessero avuto a disposizione. Anzi, se possibile, avrebbe richiesto che li sistemassero in edifici diversi.

Lui aveva ribadito di essere completamente d'accordo su questo specifico punto. Del resto non aveva nessuna voglia di trovarsi nell'imbarazzante posizione di rifiutare offerte di natura ambigua da parte di una donna – lei - che pretendeva di non avere interessi nei suoi confronti e che tentava di soffocare i suoi impulsi carnali mettendo del cemento armato in mezzo a loro, perché la sua forza di volontà non le sarebbe bastata. La donna in questione si era trattenuta a stento dal mettere tra di loro interi oceani insanguinati.
Gli aveva intimato di chiudere il becco con un po' troppa enfasi, dalla quale lui avrebbe certamente dedotto di avere ragione su tutta la linea e lei non aveva voglia di ricominciare da capo a difendersi dalle sue accuse campate per aria quando, in verità, era convinta che sarebbe stato lui a non rispettare le distanze. Non di certo lei, che non aveva nessun problema di quel tipo. Mai avuti, anzi. Era perfettamente in grado di resistergli, lo aveva sempre fatto. Resistere non era nemmeno la parola giusta.
Aveva ostentato indifferenza, lasciandolo ad armeggiare con il suo telefono. Dopo qualche minuto di ricerca le aveva mostrato orgoglioso una casa antica immersa nella campagna, poco lontana dal mare e completamente ristrutturata conservando tutti i tratti originali – così sosteneva la descrizione. Era abbastanza pittoresca da corrispondere all'immagine mentale che si era fatta di quella zona, quindi aveva accettato con entusiasmo.

Si erano presentati un paio di ore dopo chiedendo asilo, insieme ai loro scarni bagagli, i vestiti impolverati e tutto il sole che avevano incamerato durante la giornata trascorsa all'aperto.
Erano lieti di informarli di essere in grado di soddisfare le loro necessità pur non avendo prenotato, aveva detto loro la proprietaria, dando loro il benvenuto.
A quel punto, per puro spirito di contraddizione, scostandosi di qualche metro da lui, aveva espresso il desiderio che le venisse assegnata una stanza il più possibile lontana da quella del suo accompagnatore. Mentre parlava aveva continuato a guardare fisso davanti a sé, per non scoppiare a ridere. Aveva creduto che non avesse il coraggio di farlo? Gli aveva appena dimostrato il contrario.

Quella che le era apparsa come un'innocente presa in giro ai danni di Castle, aveva fatto alzare qualche sopracciglio di troppo. La donna aveva squadrato il suo accompagnatore semi accasciato sul bancone e poi di nuovo lei per un tempo indefinito e, prendendola in disparte con una scusa, cosicché nessun potesse sentirle, le aveva chiesto sibilando se andasse tutto bene o se il signore alle sue spalle – signore era stato espresso con tutto il biasimo possibile - la stesse in qualche modo infastidendo. Voleva che chiamassero la polizia?, aveva sillabato a fior di labbra.

Si era accorta del terribile errore quando era ormai troppo tardi. Se n'era subito dispiaciuta, rimproverandosi per non riflettuto abbastanza sulle conseguenze del suo gesto. Non voleva mettere in allarme nessuno, anche se era felice che, in caso di bisogno, si potesse fare affidamento su un tipo di supporto tanto tempestivo. Con tutta la gentilezza possibile aveva risposto, coinvolgendo anche Castle che cercava di mitigare impulsi poco pacifici e certamente controproducenti nei suoi confronti, spiegando che si trattava di un equivoco, il loro modo di scherzare. Erano anzi in ottimi rapporti. Lo aveva preso per il braccio, gliel'aveva stretto troppo forte e lo aveva costretto a sorridere.
Probabilmente aveva peggiorato la situazione, convincendo la donna che stesse difendendo il suo sequestratore per evitare spiacevoli conseguenze più tardi. Aveva ritenuto saggio non insistere, rassegnandosi ad accettare il disastro che aveva accidentalmente provocato.

La donna, in un silenzio gelido molto diverso dal calore con cui li aveva accolti nella propria dimora, li aveva quindi accompagnati nelle loro stanze, che non solo erano molto lontane l'una dall'altra ma erano anche situate in due ali opposte dell'edificio, e a un piano diverso. Quella di Castle era la più isolata di tutte, in una specie di soffitta dall'arredamento monacale che non contemplava i lussi ai quali era abituato.
L'aveva poi preceduta in quella che le era stata destinata, che era molto più spaziosa e provvista di un invidiabile panorama, e prima di lasciarla da sola, le aveva consigliato con tono secco di chiudere bene con il catenaccio, per ogni evenienza.

A quel punto si era fatta una rapida doccia, si era cambiata, ed era scesa a incontrarlo, scoprendo di essere arrivata molto prima rispetto all'orario concordato. Castle l'aveva raggiunta poco dopo, anche lui in anticipo. Per quanto sconvolgente potesse essere il pensiero – che fino a poco tempo prima avrebbe negato con forza -, aveva voglia di passare altro tempo in sua compagnia, come se non le fossero bastate le ultime ore di ininterrotta vicinanza.
Prima dell'increscioso incidente avevano deciso, per comodità e perché le temperature lo permettevano, di fermarsi a cenare nel patio esterno, e fu lì che, dopo essersi accomodati, si era scusata per quello che gli aveva fatto passare, e aveva cercato di mitigare la sua reazione abbattuta dovuta, sospettava, non tanto all'idea di passare per il suo sequestratore, quanto perché non aveva potuto esercitare il suo solito fascino sull'unica donna presente nei dintorni a parte lei.
La cena era giunta alla conclusione senza altri intoppi, dopo avergli promesso che non avrebbe mai più messo in pericolo la sua reputazione con richieste culturalmente fraintendibili.

Si sentiva deliziosamente rilassata, rifletté. Non c'erano più state posture di chiusura, atteggiamenti difensivi e timori senza nessun fondamento, come era avvenuto durante la loro prima cena insieme, solo pochi giorni prima. Si stupì nel rendersene conto, le sembrava di essere in compagnia di Castle da molto più tempo. Né aveva avuto bisogno di qualche momento da trascorre in solitudine per decomprimersi, come era stata sicura che sarebbe successo quando aveva accettato l'idea strampalata di quel viaggio.

Chiuse gli occhi stiracchiandosi i muscoli del collo, respirando pienamente e arrendendosi allo stato di piacevole abbandono in cui versava. Non aveva nessuna voglia di andarsene a dormire, nonostante la stanchezza fisica e la prospettiva di un'altra giornata, l'indomani, piena e stimolante come quella odierna. Il loro tavolo era collocato in una zona più defilata rispetto a quelli degli altri ospiti – probabilmente per tener d'occhio Castle – ai margini della vegetazione, da cui proveniva a ondate l'inebriante profumo di una pianta che doveva produrre copiose fioriture notturne. L'avrebbe definito afrodisiaco, se si fosse azzardata a dirlo ad alta voce, cosa che non fece. Non era certo il caso di infilarsi volontariamente discorsi da cui sarebbe stato difficile uscirne intera.

Castle doveva condividere il suo stesso stato d'animo e la stessa pacata energia. Erano entrambi rilassati e a proprio agio. Nessun pericolo all'orizzonte, nessuna destinazione da raggiungere, almeno per qualche ora, niente da fare se non godersi la serata e la rispettiva, ottima compagnia.
Diversamente dal solito, non l'aveva mitragliata di parole – o allusioni -, né aveva dato corda ai picchi vulcanici della sua personalità. Avevano chiacchierato in modo disteso, spostandosi con naturalezza da un argomento all'altro, mostrando ancora una volta i frutti di quella sintonia mentale che da sempre condividevano, ma che si era recentemente arricchita di sfumature più intime e sommesse che tendevano ad affiorare quando abbassavano la guardia. Quando lei abbassava la guardia.

"Hai voglia di fare una passeggiata fino alla spiaggia?", le propose approfittando di una pausa tra un argomento e l'altro.
Doveva ritirare tutti i giudizi favorevoli che aveva appena silenziosamente emesso, non dopo aver ascoltato un'idea tanto insensata. "Non ti sei accorto che è buio pesto là fuori?". Indicò con la testa la direzione suggerita. Avrebbero dovuto attraversare la boscaglia non illuminata e poco battuta. Si toccò nervosamente il braccialetto che si era infilata al polso appena prima di lasciare la stanza.
Forse Castle aveva bevuto troppo, anche se il livello del vino rimasto nella bottiglia avrebbe suggerito il contrario. O forse le aveva sempre nascosto di avere delle strane inclinazioni notturne. Era una fortuna, allora che alloggiassero in stanze tanto lontane.
"Possiamo farci prestare una torcia. Non avrai paura del buio, vero?"
Figurarsi. "Niente del genere, Castle, ma dubito che ti daranno una torcia, nemmeno se ne tenessero a disposizione degli ospiti, visto che sospettano che tu mi trattenga contro la mia volontà. Esternare pubblicamente l'intenzione di condurmi in un luogo selvaggio e non abitato non farà che peggiorare la tua situazione".

La studiò per qualche secondo.
"Scommetto che ti stai divertendo immensamente, anzi, sono sicuro che l'hai pianificato in anticipo con l'unico scopo di mortificarmi davanti a tutti. È la tua vendetta per non averti comprato un pony?"
Scoppiò a ridere forte. "Ammetto che l'intera faccenda è piuttosto spassosa, ma ti garantisco che non era mia intenzione danneggiarti così, per nessun motivo, pony compreso".
"Forse allora sarebbe il caso di informare la tua solerte salvatrice, nonché nostra adorabile ospite e proprietaria di queste sedie fuori moda, che sei un poliziotto in grado di mettermi fuori combattimento con una sola mossa, prima che mandi i segugi sulle nostre tracce quando ci inoltreremo nel bosco".

"Perché vuoi andare fino alla spiaggia?" La incuriosiva saperlo. "È qualche altra attività iniziatica riservata solo a quelli che hanno occhi per guardare? Un rito di passaggio? Ho già avuto la mia dose di simbolismo mistico per oggi, ti ringrazio del pensiero".
"Niente di tutto questo. Voglio cercare le lucciole", la informò sorridendole e guardandola negli occhi con tale intensità da farle venire il sospetto che lei non stesse cogliendo il punto della metafora, sempre che si trattasse di una cosa del genere.
"Lucciole? Non sono estinte?"
"Soffrono per la presenza di inquinamento luminoso e ce ne sono molte di meno rispetto in passato, ma non sono estinte", le spiegò affabile sporgendosi verso di lei.
Era ovvio che adesso fosse diventato anche un aspirante entomologo.

"Ma ammetto che il mio vero intento è un altro", proseguì. "Voglio stancarti al punto da essere sicuro che dormirai di sasso fino a domattina, così non correrò il rischio di trovarti davanti alla mia porta nel cuore della notte. Voglio rimanere fedele ai miei principi".
Fece una smorfia. Ne aveva abbastanza di quella storia. "Sai, Castle, a furia di ripeterlo, mi fai venire voglia di venire a bussare a quella porta, solo per vedere se rifiuteresti davvero le mie tanto sgradite attenzioni. Me lo chiedo solo ipoteticamente, ovvio".
"Sempre altrettanto ipoteticamente, ti rispondo che mi spiacerebbe molto dover infliggere un colpo del genere al tuo orgoglio, ma sarei costretto a opporre un gentile, ma fermo rifiuto".
Alzò un sopracciglio, fissandolo a sua volta con insistenza. "Davvero, Castle? Rifiuteresti di dare conforto nel tuo letto a una donna insonne?"
Lui deglutì a vuoto, agitandosi sulla sedia, prima di alzarsi di colpo. "Non ascolterò ulteriormente le tue provocazioni, ho un'integrità da difendere. Vogliamo andare, invece di perdere tempo con questi discorsi?", domandò nervosamente, facendola sorridere di nascosto. Poteva stare tranquillo, aveva ogni intenzione di rimanere a dormire nella sua stanza, molto più confortevole dell'abbaino che avevano rifilato a Castle.

...

Fu costretta a seguirlo. Non aveva potuto tirarsi indietro, per non dargli la soddisfazione di credere che temesse l'aperta campagna in versione notturna. Era un poliziotto, come le aveva ricordato, non poteva avere paura di quel genere di cose. In effetti, non aveva nessun problema a riguardo, solo non capiva l'origine di quella proposta.
Castle ebbe l'idea di rovistare nel bagagliaio della macchina a noleggio, dove recuperarono con sua grande soddisfazione – non avrebbero dovuto quindi illustrare i loro sconsiderati piani a nessuno - una torcia che emetteva una luce abbastanza fioca da convincerla che li avrebbe piantati in asso molto in fretta.
Lui la rassicurò che, in caso di emergenza, avrebbero potuto utilizzare quella dei loro cellulari, che per il momento sarebbero dovuti rimanere spenti per non sprecare la batteria. Non un pensiero molto confortante, ma dal momento che si era prestata alle sue follie, sarebbe andata fino in fondo.

A causa della quasi mancanza di illuminazione fu costretta a camminargli molto vicina, quando lasciarono gli ultimi baluardi della civiltà e si inoltrano tra le sagome spettrali degli alberi sempre più fitti. Non voleva inciampare e slogarsi una caviglia – non aveva le calzature più adatte a un percorso del genere -, né aveva particolarmente voglia di farsi inghiottire dalle ombre spezzate che la flebile luce creava mentre avanzavano.
Andarsene a zonzo nei boschi di notte era un'esperienza singolare per lei che era cresciuta in città, nonostante le estati trascorse allo chalet di suo padre. Era certa che fossero abitati da animali che avevano ogni diritto di essere lasciati in pace almeno durante le loro attività notturne. Le sembrò quasi di violare un santuario naturale, fendendo l'oscurità. Avrebbero fatto meglio a lasciare quei posti a chi li occupava di diritto.
Udì qualche fruscio, e, nel timore di incrociare degli occhi che la fissavano, si affrettò dietro a Castle, che invece si muoveva completamente a suo agio, come se nella vita non avesse fatto altro che vivere esperienze avventurose dopo il tramonto, orientandosi con la luce delle stelle che si intravedevano sopra le chiome degli alberi.

"Dammi la mano", le sussurrò a un certo punto, fermandosi ad aspettarla.
Si immobilizzò a sua volta, tenendosi a distanza. "Non ci penso nemmeno", bisbigliò.
Si voltò verso di lei, avendo cura di tenere il fascio di luce lontano dal suo volto, anche se si trattava di uno scrupolo non necessario. Si accorse con un po' di apprensione che la torcia era ormai prossima all'esaurimento, a meno che non fosse un'impressione dovuta alla sua lieve inquietudine. "È solo per non correre il rischio che tu rimanga indietro e ti perda, non per indurti in tentazione".
Indurla in tentazione? Come diavolo si esprimeva? E, comunque, ci voleva ben altro.
"Ho molto più senso dell'orientamento di te, non c'è pericolo che mi perda. Anzi, mi sembra che sia tu a non avere idea di quale sia la direzione, stiamo vagando a vuoto da minuti. Forse dovresti accendere il telefono e controllare la mappa".
"Non è difficile, Beckett, la spiaggia è dritta davanti a noi. Non senti le onde?"

Si zittì per qualche secondo. In effetti riusciva a sentirle, molto in lontananza. Non ci aveva fatto caso. Sì, era decisamente nervosa. "Ma mi sentirei più sicuro se mi dessi la mano, così da non rischiare di separarci accidentalmente, nel quale caso finirei in carcere per presunto omicidio non appena tentassi di chiamare i soccorsi. So che speri che questa eventualità si presenti", aggiunse sottovoce, dopo una breve esitazione divertita.
"Puoi dare a me la torcia, così nel caso fossi tu a perderti nessuno darebbe la colpa me. Forse non ti cercherebbero nemmeno".
"Non riesci a sopportare di essere al comando, per una volta, vero?"
"No, se chi ha arbitrariamente deciso di esserlo non è all'altezza del suo compito", lo rimbeccò.
Castle fece un respiro profondo, come se lei fosse una interlocutrice molto recalcitrante e lui avesse bisogno di tutta la sua pazienza. "Dammi la mano. È notte e stiamo litigando in un bosco che non conosciamo, con l'unico ausilio di una torcia che sta per spegnersi. Non la cosa più assennata da fare".
Lui parlava di buonsenso? Curioso, dal momento che era per merito suo se erano in quella situazione. Accettò, alla fine. Aveva esitato solo per farlo innervosire. Castle intrecciò le dita alle sue. Avvertì qualche brivido quando i palmi si toccarono, ma lo attribuì allo scenario non proprio tranquillo che le aveva appena descritto. Osservò il suo profilo assorto, per quello che le era possibile vedere, ma non colse in lui nessuna reazione.

La spiaggia si annunciò attraverso la vegetazione che si fece sempre più rada, fino a scomparire del tutto. Dopo aver superato con qualche difficoltà alcune dune di sabbia, finalmente il mare si stagliò davanti a loro in una massa compatta del colore del petrolio, illuminata debolmente dalle luci posizionate su un promontorio in lontananza. Rabbrividì di nuovo, questa volta per la magnificenza della natura che si trovò a fronteggiare e che la inebriò. Ne era affascinata e la temeva allo stesso tempo, per via del buio che rendeva l'atmosfera molto più suggestiva del normale.

Avvicinandosi, il lieve scrosciare di piccole onde sulla riva sabbiosa ruppe il silenzio ovattato nel quale erano stati immersi dopo aver lasciato il bosco. Castle si tolse la giacca, posizionandola a terra senza troppe cerimonie e la invitò ad accomodarsi sopra al rudimentale giaciglio appena creato. La torcia dava ancora ostinatamente segni di vita. Anzi, sembrava quasi aver ripreso vigore nel suo ultimo canto del cigno. Castle la posizionò in mezzo a loro, dopo essersi seduto a sua volta.
Respirò a pieni polmoni l'aria salmastra. Aveva avuto un disperato bisogno della calma che il mare sapeva infonderle, e se ne era accorta solo quando ci era finita casualmente davanti. Rimase a fissarlo ipnotizzata finché un movimento di Castle accanto a lei la riportò alla realtà. Si rese conto di essersi rifugiata dentro di sé per sfuggire a una vicinanza a cui non poteva sottrarsi e che le provocava sensazioni sempre più confuse. Non poteva ignorare che fossero soli e lontani, non solo fisicamente, dal resto del mondo. Ed era lui ad averli condotti lì.

Attorcigliò una ciocca di capelli intorno alle dita, la strinse forte e la lasciò andare. Sentì il respiro frammentarsi. Si diede della sciocca. Stava drammatizzando qualcosa che esisteva solo nella sua mente, la familiare tendenza a temere nemici fantasma.
"Mi aspettavo che ti presentassi almeno con una bottiglia di champagne e due bicchieri di cristallo. Altrimenti quale sarebbe stato il senso di avermi costretto a seguirti fin qui nelle tue peregrinazioni notturne? Devi darmi qualche lezione di oceanografia? Non mi stupirei", borbottò per far tacere le emozioni che si urtavano scomposte dentro di lei.
Castle la guardò in modo indecifrabile, non seppe decidere se fosse vagamente offeso dalla sua mancanza di fiducia o se la considerasse troppo ingenua per un mondo troppo cinico per i puri di cuore come lei.
Senza dire una parola estrasse qualcosa dal taschino della camicia, che poi le fece scivolare in mano. Capì di cosa si trattasse dalla consistenza, prima ancora di averla avvicinata al viso per avere conferma dei suoi sospetti.

"Non riesco a credere che ti sia portato una fiaschetta di vino! Dove l'hai trovata? L'hai sempre avuta con te?" Non ricordava che si fosse allontanato mentre cercavano la torcia in auto. Quindi era sempre stata lì, per l'intera durata della cena, la giacca l'aveva convenientemente nascosta ai suoi occhi. "Questa si chiama premeditazione. Non riuscirò a farti uscire tanto in fretta di prigione, con una prova tangibile che dimostra che hai intenzionalmente cercato di farmi ubriacare, prima di abbandonarmi nel bosco".
"Non ho nessuna intenzione di farti ubriacare, visto che reggi l'alcol meglio di me. E se qualcuno dovesse mai finire abbandonato da qualche parte, quello sarei io. Lo dicono i nostri patti", rispose, mentre lei svitava il tappo e beveva qualche sorso, prima di ripassargliela. Sorrise. Si era dimenticata di avere il potere di interrompere il viaggio in qualsiasi momento e metterlo sul primo aereo. Castle, evidentemente, ne aveva ancora un vago timore. Forse nemmeno tanto vago. "Ho solo pensato che dovessimo brindare al nostro coraggio. O brindare e basta".
"Stai ammettendo che il buio ti ha fatto paura?"
Castle fece una lunga sorsata, fissando il mare scuro davanti a sé. Si comportava un po' stranamente per i suoi gusti.
Tornò a voltarsi nella sua direzione. "Non ho mai paura, se sono con te", mormorò.
Non rispose. Non avrebbe saputo che cosa dire, il tono serio di Castle le impediva qualsiasi tentativo di alleggerire la tensione tangibile che sentiva crescere tra loro.

Incrociò le gambe e raddrizzò la schiena, evitando di guardarlo. Anche Castle rimase in silenzio, dopo aver appoggiato la fiaschetta a terra. Provò a riempire quel silenzio che, senza motivo, le pareva gravido di sottintesi che la inquietavano.
"Avevi ragione, Castle, mi ha fatto bene partire. Avevo bisogno di prendermi una pausa, soprattutto dai miei pensieri", esordì avvertendo dentro di sé l'apertura di una voragine che le diede una lieve vertigine. "Sono felice che tu abbia deciso di venire, nonostante i miei tentativi di mandarti via".
Era un'enorme ammissione, che non aveva avuto nessuna intenzione di fare e che anzi la spaventava per la verità che conteneva. Glielo doveva, in fin dei conti. Basta nascondersi, basta fuggire. Si sentì tremare e le salì la nausea. Non avrebbe mai imparato a gestire quelle maledette emozioni che rischiavano di sopraffarla non appena dava loro un po' di spazio.

Castle non parlò, si limitò ad assorbire il colpo senza fiatare. Le prese una mano. Delicatamente. Ne avvertì il calore prima ancora di sentirne il tocco. Le accarezzò il polso con un movimento lento e circolare, che gradualmente divenne qualcosa di più di un gesto affettuoso. Il cuore subì una piccola scarica elettrica, il respiro si fece corto e irregolare. Non riuscì più a tollerare il silenzio che lui si ostinava a mantenere, si sentiva fremere.
"Non vuoi dirmi che sapevi che alla fine ti avrei chiesto io di restare?" La buttò lì, sperando di provocare una risposta che l'avrebbe finalmente salvata dal tumulto ormai prossimo alla deflagrazione che avvertiva dentro.
"Vuoi che resti?" Il tono grave e insieme insopportabilmente intimo suggerì che lui, contrariamente al solito, non aveva nessuna intenzione di scherzare.
Non fece in tempo a ricorrere alla sua solita presenza di spirito, e nemmeno avrebbe saputo dove andare a scovarla, perché Castle le accarezzò una guancia con il pollice, facendo poi scivolare la mano sulla nuca.

Nel giro di qualche istante convulso si trovò con le labbra sulle sue, il cuore ormai imbizzarrito, qualche capogiro di troppo e la realtà, per come la conosceva, finita per sempre. Il suo corpo aveva ribadito la totale autonomia dai suoi scarni tentativi di controllo.
La sua iniziale, ma brevissima titubanza, perché non se l'era aspettato o forse sì, invece, se l'era aspettato e anzi l'aveva nemmeno tanto inconsciamente desiderato, non capiva più nulla, dovettero convincerlo che fosse più rispettoso ritrarsi.
Non glielo avrebbe mai permesso, lo trattenne con forza e incollò le labbra alle sue, rendendo il bacio molto più profondo di quanto avevano forse previsto entrambi. Tutte quelle emozioni avevano finalmente trovato il modo di esprimersi fluendo inarrestabili incontro a lui, che l'accolse con lo stesso ardore. La mente razionale segnò una lunga linea piatta su un invisibile monitor.

Gli strinse le braccia intorno al collo, aggrappandosi a lui proprio come aveva fatto la prima volta qualche giorno prima, prima dell'annuncio che sarebbe ripartito. Non gli avrebbe permesso di andarsene da nessuna parte. E non era solo conforto quello che gli chiedeva, questa volta. Non era della forte presenza del mare che aveva avuto bisogno, né di pace, né di svago. Aveva avuto unicamente bisogno di lui.
Si staccarono ansando. Affondò la fronte sulla sua spalla. Respirò per riprendere un minimo di controllo. Mise la mano sopra la sua, appoggiata sulla sua guancia. Chiuse gli occhi. Sorrise.
Gli prese la testa tra le mani e lo baciò lentamente sulle labbra. Gliele accarezzò, sorridendo ancora.
"Voglio che resti", disse piano, rispondendo alla sua domanda.
"Ma?"
Fece un profondo sospiro."Ma prima ci sono delle cose che devi sapere".
"Ti ascolto", la invitò con voce roca.
Le passò un braccio intorno alle spalle e la trasse di nuovo contro di sé, baciandola sulla tempia. Sarebbe volentieri rimasta in quella posizione per tutta la notte. O molto di più.
"Non adesso. Non voglio..." Si fermò prima di concludere la frase. Non voglio rovinare tutto. Ma raccontargli tutto quello che era successo non avrebbe rovinato niente, erano solo i suoi soliti pensieri ossessivi a suggerirglielo. Era Castle. Era l'unica persona al mondo di cui si fidava così tanto da confidarsi. Le serviva solo un po' di quel coraggio a cui lui aveva voluto brindare, anche se poi le cose avevano preso una piega molto più irruente e non ce n'era stato il tempo. "È tardi, dobbiamo tornare. E dobbiamo dormire".
"Io non ho nessun bisogno di dormire".
Si abbassò su di lei per mostrarle la sua netta opinione contraria riguardo ad attività che prevedevano il riposo solitario. Ridacchiò.
"Puoi aspettare fino a domani?", gli chiese con le labbra sulle sue.
Lo sentì prodursi in qualche respiro di ribellione. "Posso aspettare fino a domani", concesse alla fine, rubandole qualche altro bacio.

E dopo questo lunghissimo capitolo, auguro a tutti buone feste, di cuore. Alla prossima settimana! Grazie, Silvia