17 Castle
Lo stanzino dei domestici, come aveva preso a chiamare l'alloggio che gli era stato destinato, non lo aiutò a rendere più piacevole una lunga notte che si annunciò da subito travagliata, cioè da quando l'aveva salutata baldanzoso davanti alla porta della sua camera, convinto che non sarebbe finito a dormire in solitudine.
Invece era andata proprio così, in barba alle sue speranze. Sì, aveva promesso di aspettare l'indomani, ma sarebbe stato tanto fuori luogo aspettare insieme? Platonicamente?
Era agitato. Felice per quello che era successo. Infelice per quello che non era successo – poteva concederselo nell'intimità della propria mente, nessuno lo avrebbe scoperto.
Ed era preoccupato. La notte era un momento difficile per lei, gli aveva confidato. Gli aveva confidato un sacco di cose, a dire il vero. Non tutte espresse verbalmente, molte le aveva lasciate trapelare senza volerlo, attraverso piccoli gesti, sfumature, accenni. Lui era stato pronto a raccogliere ogni frammento. Molte altre cose aveva dovuto intuirle da solo. E aveva spesso agito d'impulso, navigando a vista proprio come aveva previsto che sarebbe andata, quando era atterrato, pochi giorni prima. Quanti erano? Non lo ricordava. Era ormai convinto di vivere in una dimensione spazio-temporale dilatata, se faceva il conto di tutte le cose che erano accadute nel giro di pochissimo tempo, non ultimo il bacio sulla spiaggia. Baci, al plurale. Era normale sentirsi strizzato in una gigantesca centrifuga.
Aveva cercato di starle accanto con discrezione, ma era consapevole di aver forzato le cose in diverse occasioni. Aveva agito con il costante timore di superare il limite, fare troppa pressione, non farne abbastanza. Per questo ora si ritrovava a girarsi e rigirarsi in un letto di dimensioni troppo piccole anche tenendo conto dell'altezza media degli uomini di due secoli fa.
Avrebbe avuto averla con sé. In senso unicamente altruistico. Per esserle d'aiuto nel caso in cui la notte avesse rivelato il suo solito volto ostile. Glielo aveva proposto, ma lei lo aveva zittito baciandolo e lui non aveva insistito, perché temeva che lo considerasse solo un tentativo di infilarsi nel suo letto – lo era, in parte –, e perché il solo staccarsi da lei per riappropriarsi dei confini del proprio corpo e voltarle le spalle gli era parso uno sforzo erculeo che non gli aveva concesso di ricorrere a tutte le sue doti persuasive.
E se la notte non avesse portato consiglio e lei, lasciata da sola a rimuginare sugli eventi della serata, si fosse resa conto di aver commesso un errore? Se avesse voluto interrompere il viaggio, sulla base di riflessioni apparentemente inattaccabili che lui non avrebbe potuto disinnescare passo dopo passo, solo perché assente? Il rischio era molto più che reale. Ma non poteva pretendere di stare con lei giorno e notte solo perché avrebbe potuto cambiare idea. Non poteva? Non ci aveva provato abbastanza, ecco tutto.
E c'era l'incognita della verità, quella che aveva rincorso partendo da New York, che adesso era pronta per essere rivelata. Non c'erano stati indizi in tal senso, il mistero era rimasto intatto. Che cosa le era successo? Sapeva solo che qualcosa l'aveva cambiata e che era ancora sotto l'influenza di eventi passati che provocavano reazioni imprevedibili nel presente. Comportamenti inaspettati a cui era stato difficile assistere in modalità neutra, senza buttare la prudenza dal finestrino, stringerla tra le braccia e prometterle che ci avrebbe pensato lui. Non poteva farlo. Non lo aveva fatto, ma gli era costato moltissimo. Ecco perché voleva tenerla con sé per il resto della notte, per far da sentinella e scacciare i fantasmi. E invece era lì, solo e inutile, a immaginare gli scenari peggiori.
Alla fine, nonostante la ferrea determinazione a rimanere sveglio per ogni evenienza – lei poteva mandargli un messaggio, tirare dei sassi alla finestra, bussare alla sua porta per davvero -, la stanchezza prese il sopravvento, mettendolo fuori gioco.
Dormì di un sonno profondo da cui riemerse, molto più tardi di quando avesse previsto, agitato e confuso. Nei suoi piani si sarebbe dovuto far trovare pronto all'alba, energico e pieno di grinta per affrontare qualsiasi cosa la giornata avrebbe portato con sé. Invece si sentiva a pezzi, incapace di sollevare le palpebre rivestite di carta vetrata e con dei blocchi di cemento al posto delle gambe.
Se la prese con tutto, con il legittimo bisogno del suo corpo di ricaricarsi, con quei soffitti troppo bassi contro i quali andò a sbattere più volte e la lentezza esasperante con cui il rivolo di acqua gelida si trasformò in un'esperienza meno punitiva. Era ansioso di incontrarla – presto, subito -, ansioso di scoprire se tra loro fosse cambiato qualcosa, se nel frattempo fosse stata male, se avesse avuto bisogno di aiuto, conforto.
Non poteva farsi vedere in quello stato, non ne aveva il diritto. Non era lui al centro della questione.
Si vestì in fretta, agguantando una maglietta a caso dentro la valigia, senza prendersi la briga di guardarsi allo specchio, darsi il tempo di prepararsi o semplicemente respirare. Controllò per l'ultima volta il telefono, sempre muto, e abbandonò la sua prigione.
Scese velocemente le scale. Bussò alla sua porta senza ricevere nessuna risposta – era molto tardi, non credeva che fosse ancora in camera ma preferì peccare di scrupolosità - diede una rapida scorsa nelle aree comuni tutte deserte e infine uscì all'aperto, nella zona riparata in cui avevano cenato la sera precedente. Non la trovò. Poteva essere normale, anche se non ne era del tutto convinto. Fermò la prima persona in cui si imbatté – il giardiniere, credette di indovinare – che lo informò che la signora che gli aveva appena descritto era uscita diverse ore prima. Non sapeva dove si fosse diretta.
Fu quel punto che si allarmò. Perché doveva sempre temere che scomparisse di punto in bianco, perché non riusciva a far tacere quel tarlo irragionevole?
Vagò senza meta e senza logica. Non si era reso conto che la proprietà fosse tanto ampia quando erano arrivati, il giorno prima. La scovò soltanto una volta arrivato alla spiaggia. Avrebbe dovuto pensarci prima. Si era accorto che quella passeggiata singolare sotto le stelle le era piaciuta, nonostante le proteste iniziali. Si era rilassata e trasformata.
Era seduta su un pontile un po' più a nord rispetto al punto in cui si erano fermati la sera prima. Gli dava le spalle, fissando il mare grigio e mosso davanti a lei.
Si fermò. Il sollievo lo rese ansante e un po' instabile sulle gambe, complice anche la forza del vento in rapido aumento. C'era qualcosa in quella schiena curva e immobile che avrebbe suggerito a chiunque di starle alla larga. Non a lui. Sapeva riconoscere quando la vedeva alle prese con qualcosa di potenzialmente sgradevole, quindi sarebbe intervenuto a qualsiasi costo, a meno che non fosse lei a chiedergli di andarsene. E anche in quel caso, avrebbe escogitato qualcosa di creativo.
"Ehi", la chiamò con circospezione, quando arrivò a qualche passo da lei. Non si era ancora mossa, non si era voltata nemmeno quando aveva sentito lo scricchiolio delle assi di legno. Dopo qualche istante che gli fece trattenere il fiato, si voltò verso di lui, mostrandogli occhi pesti che celavano un tormento che non seppe decifrare, ma che lo inquietò. La situazione era più seria del previsto.
Le sorrise incoraggiante e fu felice quando lei si sforzò di fare altrettanto. "Ehi, Castle. Ti sei svegliato finalmente".
Lo sapeva. Sapeva che avrebbe dovuto star sveglio a fare la guardia davanti alla porta della sua camera, per quanto ridicola potesse apparire una risoluzione del genere. Avrebbe evitato di perder tempo, lasciandola da sola.
"Posso sedermi?", domandò con estrema prudenza, come se stesse maneggiando qualcosa di molto delicato. Non l'avrebbe toccata, nemmeno sfiorata, anche se avesse dovuto legarsi le mani per farlo.
"Da quando hai bisogno di domandarlo?". Il suo solito adorabile umore mattutino lo colse di sorpresa. Era un buon segno.
Prese posto accanto a lei. Il mare scrosciava incolore e nervoso sotto di loro. Non il posto migliore per scambiarsi chiacchiere in santa pace, sperò che almeno gli schizzi li risparmiassero e che le onde non aumentassero di potenza, costringendoli a fuggire per cercare riparo.
"Sei riuscita a dormire?" le chiese a bassa voce, conoscendo perfettamente l'inutilità di un interrogativo del genere, ma sperando in una risposta positiva.
Kate si strinse nelle spalle. "Un po'".
Meglio del previsto. "Hai fatto colazione?"
Sbuffò, insofferente. Lo sarebbe stato anche lui, se qualcuno lo avesse sottoposto a un terzo grado tanto noioso. "Ti sei trasformato nel mio badante? Sono in grado di prendermi cura di me stessa".
Gli venne voglia di baciarla, anche se una mossa del genere avrebbe comportato il rischio di finire tra i flutti. Il sarcasmo rimasto intatto lo rincuorava.
Non riuscì a rimanere zitto.
"È questo il programma di oggi? Continuare a fissare truce l'orizzonte finché riuscirai a dividere le acque con la sola forza del pensiero?"
Non le avrebbe chiesto esplicitamente di confidarsi con lui, non l'avrebbe costretta ad aprirsi, nonostante fosse stata una sua idea e lui se lo aspettasse trepidante.
Il suo tentativo di fare dell'umorismo naufragò. Lo fissò enigmatica, poi tornò a serrare con forza le labbra concentrata su qualcosa che, evidentemente, lui non riusciva a vedere.
"Vorrei portarti in un posto", annunciò composta qualche minuto dopo, senza dar segno di particolari emozioni rivelatrici.
"Ottimo. Non vedo l'ora di vedere di cosa di tratta", replicò mostrandosi esageratamente entusiasta. Si sentiva un po' nervoso. Faceva parte del mistero o l'ora della verità era rimandata a più tardi?
"Non è niente di esaltante, non farti strane idee", replicò in tono asciutto. "E questa volta guiderò io". Era già stato un evento straordinario che glielo avesse permesso per l'intera giornata precedente. Prese le chiavi dell'auto che aveva in tasca e le appoggiò con cautela sul palmo di lei aperto in attesa.
Kate si rimise in piedi per prima e gli offrì una mano per aiutarlo ad alzarsi. Era il primo contatto fisico dopo insopportabili ore di astinenza; avrebbe voluto qualcosa di più ma se lo sarebbe fatto bastare. In piedi, uno di fronte all'altro, si guardarono negli occhi. Alzò istintivamente un braccio per scostarle una ciocca ribelle dalla fronte, ma si trattenne. Si limitò a seguirla fino al parcheggio, la gola chiusa da parole che non si sarebbe concesso di dire.
...
Rimasero in silenzio per tutto il tragitto. Un silenzio duro e spesso, anche se non l'avrebbe definito ostile, gli sembrava solo molto concentrata sulla meta. Di certo era ben poco propensa a impegnare il tempo in chiacchiere di nessuna importanza. Dopo qualche tentativo infruttuoso da parte sua ritenne saggio zittirsi. Provò a distrarsi osservando dal finestrino il panorama ondulato che in circostanze più favorevoli l'avrebbe senza dubbio affascinato. Adesso era un fascio di nervi.
Dopo un percorso relativamente breve – si era aspettato che fosse più lungo, almeno qualche ora di viaggio - Kate svoltò in un parcheggio completamente vuoto, spense il motore e, senza dire una parola, uscì dall'abitacolo. Si affrettò ad andarle dietro, bruciando vivo di curiosità. Il posto non gli diceva niente.
Superata una curva che bloccava la visuale, raggiunsero a passo svelto una piccola costruzione di cui, invece, riconobbe subito la destinazione. Era sempre più confuso. Si era immaginato qualsiasi cosa – e lui non difettava di fantasia -, ma di certo non quello che vide.
"Un cimitero?", sbottò, incredulo. "Non sapevo ti piacessero le atmosfere gotiche. Anzi, credevo di essere io a..."
Si interruppe, quando colse il suo sguardo. Capì di aver parlato a vanvera e senza nessun rispetto, solo perché era nervoso. Non erano lì per una visita di piacere, naturalmente.
Gli fece cenno di seguirla.
Dopo aver superato l'ingresso, Kate lo condusse con sicurezza – il luogo doveva esserle familiare - attraverso vialetti ordinati e simmetrici che gli parvero identici l'uno all'altro, finché si convinse che non sarebbe mai riuscito a ritrovare la strada per l'uscita, non avendo fissato nessun punto di riferimento, né tanto meno lasciato provvidenziali sassolini.
Kate si fermò all'improvviso, senza dargli nessuna spiegazione. Disorientato dal trovarsi in una situazione di cui non conosceva le regole, con lei sempre ostinatamente muta, diede un'occhiata intorno a sé. Non sapendo di preciso che cosa cercare, ispezionò le varie statue di varie dimensioni e stili che abbellivano – o meno - le tombe nei dintorni e in ultimo abbassò lo sguardo sulla lapide davanti alla quale si trovavano. Era curata, ma piuttosto anonima. Non certo quella di uno scrittore o di qualche altra personalità famosa. Non riconobbe il nome e la foto, che ritraeva un uomo di mezza età, non gli suggerì nulla.
Attese.
Kate inspirò profondamente, quasi che il solo trovarsi lì le costasse estrema fatica. "Era il mio partner", spiegò con una voce contratta che non le aveva mai sentito.
Gli ingranaggi mentali, di cui era generosamente fornito, iniziarono a lavorare a pieno ritmo, non appena realizzò il significato di quelle parole e, molto più importante, si rese conto che era sull'orlo di una possibile rivelazione. Non una qualsiasi. Quella su cui si era lambiccato il cervello per settimane.
Partner? Tornò a concentrarsi sulla foto sopra la lapide. La studiò con attenzione per cercare altri indizi. Lesse la data di nascita e quella della morte. Non c'era molto altro e quelle misere informazioni non chiarirono alcunché. Il nome continuava a non fargli risuonare nessun campanello.
"Bei baffi", commentò, a rischio di apparire idiota. Non sapeva che cosa accidenti dire. Non voleva forzarla o metterla a disagio, voleva però sapere tutto della storia che era un passo dall'essergli svelata e non sapeva quale fosse l'atteggiamento giusto per farsela raccontare subito, prima che ci ripensasse. Era evidente che fosse molto difficile per lei parlarne – bastava osservare la rigidità con cui se ne stava in piedi - ma non sarebbe riuscito a farsi bastare quelle poche informazioni che gli aveva concesso. Solo una, a dire il vero.
Incredibilmente, Kate fece un minuscolo sorriso, anche se poteva giurare di aver visto delle lacrime brillare tra le ciglia. Il suo istinto di protezione – probabilmente fuori luogo – e il bisogno di farla stare meglio presero il sopravvento, facendogli dimenticare tutte le onorevoli intenzioni. Le sfiorò il gomito con una mano, per stabilire un contatto tra loro e per sostenerla. "Vuoi che ne parliamo?"
Temeva che avrebbe risposto con un diniego. Anzi, ne era quasi certo. Passò un lungo istante pieno di tensione. Lei non si scostò, non rifuggì dal suo tocco, anzi, parve gradirlo.
"Non qui", mormorò alla fine a fatica. Gli sforzi visibili che lei stava facendo per rimanere impassibile ai suoi occhi gli fecero male al cuore.
"D'accordo". Sarebbe stato disposto a seguirla ovunque. C'era di mezzo un morto, quanto poteva essere brutta la verità?
Lasciarono in fretta il cimitero - era molto più piccolo di quanto avesse calcolato entrando - e trovarono a poca distanza, tra gli alberi, un gradevole spazio all'aperto attrezzato con tavoli, panchine e giochi per bambini. Decisero di comune accordo di fermarsi, senza perdere tempo a cercare altro. Il luogo era deserto a quell'ora del mattino. L'unica forma di vita era un chiosco nelle vicinanze, dove si diresse subito per rifornirsi generosamente di caffè. Kate lo ringraziò – una volta tornato da lei - accettando il contenitore che lui le porse, ma non accennò a berne nemmeno un sorso. Le si sedette accanto.
Kate si riscosse infine dal torpore. "Voglio raccontarti tutto, ma ci sono alcune cose che non posso dirti. Che non potrò mai dirti, perché sono riservate", esordì con voce rauca, ma decisa.
"Lo so. Va bene anche una panoramica generale", rispose conciliante. Non voleva essere insistente, ma ormai era disposto a cavarle le parole di bocca con la forza.
Kate si guardò le mani. Avrebbe pagato per sapere che cosa le passasse nella mente. Tutto, non solo quello che le era permesso svelargli.
"Paul era il mio partner", ripeté. Non gli piaceva il fatto che continuasse a sottolineare unicamente quell'aspetto, visto che lui non aveva mai potuto fregiarsi di tale titolo, pur sentendosi tale, ma ritenne saggio non lamentarsi.
"Abbiamo lavorato insieme per diverso tempo ed eravamo molto bravi a farlo. Ma non era solo quello. Ci divertivamo insieme, eravamo in sintonia. C'era fiducia, rispetto". Kate sorrise ricordandolo. Lui dovette ricacciare indietro quei morsi che non voleva chiamare con il loro nome. Lasciò che continuasse, mostrandosi esteriormente indifferente. "Paul era più anziano e molto più esperto di me. È stato lui a propormi per il nostro incarico... all'estero e a convincermi ad accettare, io pensavo di non di essere pronta. Era un mentore, oltre che un amico, la persona giusta a cui chiedere consiglio. Con cui uscire a bere una birra. Il partner perfetto". Fece un sospiro lunghissimo che lo ridusse a brandelli.
"Finché non è morto per colpa mia", concluse lapidaria, prendendosi la testa tra le mani, in preda a una disperazione contenuta e per questo ancora più agghiacciante.
Sentì un tonfo al cuore. La spiegazione, lungamente attesa e finalmente giunta, era stata un po' troppo rapida e sconvolgente per la sua limitata attività cerebrale. Aveva bisogno di qualche passaggio intermedio per iniziare a raccapezzarsi.
"Potresti fare qualche passo indietro? Lo chiedo per la parte del pubblico meno intuitiva che ti sta ascoltando senza capire, cioè io".
"In realtà non c'è molto da capire. Da qualche tempo ci stavamo occupando di... qualcosa che non posso svelarti, ma, conoscendoti, ti assicuro che era molto meno eccitante di quello che ti stai immaginando". Le sorrise con aria colpevole. In effetti aveva già costruito tutta una serie di ipotesi fantascientifiche da quando lei aveva parlato di incarico all'estero.
Kate proseguì. "Andava tutto bene finché non è andato tutto a rotoli, di colpo. Siamo stati traditi da un nostro contatto – un contatto che ci eravamo lavorati per mesi e di cui ci fidavamo entrambi e che, ci avevano garantito da piani molto più alti, era molto più che ragionevolmente affidabile. Ma quando c'è di mezzo l'elemento umano, il rischio è sempre presente. È quello che mi ha sempre ripetuto Paul. Mai abbassare la guardia, mai credere di avere tutto sotto controllo, mai scartare intuizioni o dettagli all'apparenza poco importanti. Siamo stati prudenti in modo maniacale, ma qualcosa deve esserci sfuggito. Ho ripensato agli eventi infinite volte e non sono mai riuscita a trovare il punto preciso in cui le cose hanno iniziato ad andare storte. Forse Paul lo saprebbe, ma non è qui per spiegarmelo".
Si interruppe, affranta. Castle era ormai proteso nella sua direzione, pendendo dalle sue labbra.
"Un giorno – era tardo pomeriggio, faceva molto freddo, lo ricordo benissimo, sono strane le cose che ti rimangono in mente – dovevamo incontrarci con il nostro contatto. Era l'ultimo appuntamento di una giornata normalissima. Eravamo monitorati, non eravamo mai da soli. Ci avevano appena comunicato che non era stato seguito, non si era comportato diversamente dal solito, non aveva usato il cellulare, non aveva fatto niente di sospetto. Ma a quel punto ci aveva già tradito. Forse aveva fatto un passo falso o si era lasciato sfuggire una parola di troppo e alla fine aveva dovuto confessare tutto, incastrando noi per salvare se stesso. Non so che fine abbia fatto, ma tendo più a credere che ci abbia traditi. Chiamalo istinto. L'incontro, uguale a tanti altri organizzati da noi, si è trasformato in un agguato. È comparsa un'auto con due uomini a bordo, che hanno iniziato a spararci contro con lo scopo di ucciderci, non di lanciarci un avvertimento. È durato tutto una manciata di secondi, non c'è stato il tempo di reagire. L'unica cosa che Paul ha fatto è stata quella di buttarsi su di me non appena si è reso conto della situazione. Mi ha fatto scudo con il suo corpo. Lui è morto. Io, grazie alla sua decisione, no", proseguì con in tono monocorde, privo di emozione.
Castle temette di non essere in grado di reggere fino alla fine del racconto.
Si accorse di aver trattenuto il respiro fin da quando gli aveva confessato che sarebbe potuta morire. Era profondamente scosso - anche se cercava di non darlo a vedere - e non a causa della storia in sé, che non era niente di straordinario. Solo una missione finita male, chissà quante altre volte era successo.
Kate gli lanciò un'occhiata di pura agonia. "Non avrebbe dovuto farlo. Non era così che ci avevano addestrato, non ha seguito i protocolli che lui stesso mi aveva insegnato e che mi ripeteva in ogni occasione. Forse si è sempre sentito in dovere di proteggermi, perché non ero una partner all'altezza, l'anello debole da tenere costantemente d'occhio ", concluse affranta con le lacrime che le rigavano il volto.
La prese tra le braccia, a quel punto non gli importava un accidente di niente. La strinse con forza. Lei oppose resistenza. "Castle non ho nessun bisogno...".
"Ne ho bisogno io", la interruppe, mettendo fine alla questione.
Era sotto shock, in preda a una paura così abissale da farlo tremare. Sarebbe potuta morire. Morta. Mentre lui se ne era rimasto a vivere nella sicurezza e le comodità di casa, lamentandosi querulo del fatto che il suo passatempo preferito si fosse volatilizzato all'improvviso, lei sarebbe potuta scomparire per sempre. Lontana da lui. Da tutti. Aveva rischiato di vivere in un mondo privato della presenza di una donna fuori dal comune che aveva assistito alla morte di un amico, aveva rischiato di essere uccisa a sua volta e si era tenuta tutto dentro, implodendo. Una donna che, nonostante questo, aveva ancora la forza di sorridere e di non mandarlo al diavolo. Un mondo senza Kate Beckett. Esisteva un orrore più grande?
Aveva dato allegramente per scontato che, un giorno, tra di loro sarebbe ricominciato tutto da dove si era interrotto. Invece sarebbe potuto finire davanti alla sua tomba con un mazzo di fiori in mano. Proprio come lei quel mattino con quella di Paul. Rabbrividì violentemente. Non voleva farle male, ma aveva bisogno di rassicurarsi che fosse viva e poteva farlo solo tenendosela vicina.
Appoggiò la guancia alla sua, sentì le sue lacrime. Aspirò il suo profumo delicato e fu scosso da una nausea repentina quando si rese conto che erano gesti che sarebbero potuti essergli preclusi per sempre. Nonostante il suo lavoro, della cui pericolosità era ovviamente consapevole, non aveva mai realizzato che l'eventualità più tragica potesse capitare proprio a lei, che era ben addestrata e molto esperta, nonostante lei fosse convinta del contrario. Ma erano solo false sicurezze che si era creato per non pensare al peggio. Che, invece, continuava ad accadere.
Ringraziò mentalmente quell'uomo sconosciuto, Paul, che l'aveva salvata, a scapito della propria vita. Gli spiaceva per lui, magari aveva anche una famiglia che lo stava ancora piangendo, insieme ad amici e colleghi, ma si sentiva colpevolmente felice che Kate fosse viva e vegeta tra le sua braccia. Forse un po' ammaccata e infestata da uno smisurato senso di colpa, su cui sarebbe stato opportuno indagare, ma era viva. Era la cosa più importante, tutto il resto si poteva risolvere. Gli avrebbe fatto una statua. Di bronzo. A grandezza naturale. La più imponente di tutto il cimitero.
Kate si staccò da lui gentilmente, dopo avergli concesso tutto il tempo di riprendersi. Fu una premura che apprezzò e che lo spinse a lasciarla andare senza ribellarsi.
Provò a pensare a qualcosa da dire che fosse illuminante, sensato e che l'aiutasse a superare magicamente le conseguenze dell'esperienza spaventosa che gli aveva appena descritto, ma capì che sarebbe stato insensato provarci. Sarebbe servito ben altro. E lui era troppo preso a vedersela in quel terribile appartamento cittadino intenta a rimuginare all'infinito su quanto accaduto, sola e infelice. L'aveva trovata proprio così. In preda a un'infelicità sotterranea e invisibile, impossibile da decifrare, ma che permeava tutti i suoi pensieri e i suoi comportamenti.
La conosceva abbastanza bene da sapere che doveva essersi ossessionata a lungo senza concedersi nessuna assoluzione. Solo ora comprendeva quella strana telefonata notturna di molte settimane prima, tutti quelle esitazioni, tutti quei "è complicato" con cui si era espressa, la sua chiusura, gli irrigidimenti improvvisi, la mannaia che calava all'improvviso tagliandolo fuori, i tentativi di fuga, i cambi d'umore, le reazioni imprevedibili, l'allerta costante.
Perché non aveva unito i puntini? Aveva capito che non stesse bene, chi poteva mai stare bene dopo un evento del genere? Ma era stato cieco, non aveva approfondito i sintomi del suo malessere. Aveva solo cercato di tirarla fuori dalla sua tana, convinto che se l'avesse offerto delle occasioni piacevoli, se l'avesse fatta sentire meglio, sarebbe passato tutto.
Aprì la bocca un paio di volte, ma non ne uscì alcun suono. Non voleva riempirla di luoghi comuni che lui per primo trovava tossici e controproducenti. Con che diritto poteva mai dirle di "farsi forza" o qualche altra corbelleria del genere? Lui non aveva idea di come ci si dovesse sentire davvero nei suoi panni. Poteva giusto tentare di immaginarselo, ed era già brutto così.
"Non serve che tu dica niente, Castle", lo fermò. "Non voglio sentire i soliti discorsi sul fatto che non sia colpa mia, perché non ho premuto io il grilletto o non abbia commesso errori. So già tutte queste cose. Mi sono state comunicate alla fine dell'inchiesta ufficiale che ne è seguita. E me le hanno ripetute durante tutte le sedute di terapia a cui mi hanno obbligato a sottopormi. Conosco tutte quelle inutili frasi fatte, non serve che le ripeta anche tu. Ne ho fin sopra i capelli di essere trattata con condiscendenza. È colpa mia. Punto".
Si espresse con molta chiarezza, facendogli sentire tutta la sua esasperazione. E anche tutto il dolore, un oceano di sofferenza incontaminata, di cui forse lei non era nemmeno del tutto consapevole.
"Ti prometto che sarò muto come un pesce". Fece il gesto di cucirsi la bocca. Ottenne uno sbuffo in risposta. Non le avrebbe rifilato nessun tipo di consolazione a buon mercato, anche se sarebbe stato disposto a barattare della parti di sé per offrirle una parvenza di sollievo.
C'erano ancora dei dettagli che erano rimasti da chiarire, si concentrò sui primi che gli vennero in mente, quelli più pratici e meno taglienti.
"Se ti hanno mandato in missione all'estero...", iniziò sovrappensiero,"Non puoi averlo fatto come poliziotta. Significa che...". Che non era più una detective, aveva cambiato divisa. Non sapeva come avrebbe retto tutti quei colpi di scena.
Lo guardò come se si fosse aspettata quella puntualizzazione. "Hai ragione, forse avrei dovuto cominciare da molto più indietro".
"Quindi non tornerai al distretto?" O magari nemmeno a New York. Forse Boston, o Washington. Era un'eventualità che non aveva mai preso in considerazione e che lo raggelò.
"Castle, non tornerò da nessuna parte".
Alzò la testa confuso. La nota di scoramento che avvertì nella sua voce era troppo pronunciata per non metterlo ancora più in allarme.
"Non ho superato la valutazione psicologica, al termine delle sedute di psicoterapia obbligatorie. Non posso riavere il mio lavoro. Nessun lavoro nelle forze dell'ordine".
Era l'ennesimo colpo brutale che gli provocò una reazione netta di rifiuto. Non era possibile. Come si erano permessi? Capiva che fosse a fin di bene, che dovessero seguire le regole e che queste esistessero per un motivo valido, ma l'avevano lasciata completamente da sola e senza alcun sostegno. Le avevano tolto tutto e l'avevano gettata in un angolo, solo perché era inutile. Chi si era preoccupato per lei come persona? Nessuno. Aveva dovuto contare solo sulle sue forze. Ammirò la sua enorme capacità di resistenza. Lui ne sarebbe stato distrutto.
"E quindi niente pistola. Ecco perché non ti ho ucciso quando sei arrivato, anche se mi sarebbe piaciuto".
"Sapevo che doveva esserci un motivo molto più prosaico del tuo semplice buon cuore". Ottenne un sorriso che si spense subito. Aveva gli occhi arrossati, colmi di una tristezza sconfinata.
"È per questo che sei rimasta qui e non sei tornata a casa?"
Kate si prese del tempo prima di rispondergli.
"Mi hanno consigliato un periodo di congedo temporaneo. Per riposare e per riprendermi, hanno detto. Lo hanno scritto anche sulla valutazione, qualcosa che rimarrà registrata per sempre sul mio curriculum. Credo che non sapessero cosa farsene di me ora che non servo più a nessuno", aggiunse amaramente. Si volse a guardarlo. "Non ero pronta a tornare a casa senza poter riavere la mia vita indietro. Avevo bisogno di tempo e questo mi è sembrato il posto giusto". Il posto giusto per continuare a tormentarsi, rifletté. Era piuttosto evidente. "Non ho più nessuna opzione, non posso prendere decisioni sul mio futuro. Sono bloccata e senza prospettive. Non ho più niente, Castle. Niente!"
Un flusso di lacrime silenziose sottolineò quell'ultima rabbiosa confessione. Si ripiegò su se stessa come, sospettava, si era abituata a fare in tutto quel tempo. Avrebbe voluto esprimere in modi decisamente poco civili tutto quello che pensava dell'intera faccenda, ma avrebbe rischiato di spaventarla o, peggio, farsi arrestare. Si placò a fatica, concentrandosi su di lei.
Non voleva imporle di nuovo un contatto fisico ravvicinato, ma era l'unico tipo di conforto che avesse a disposizione, anche per se stesso. Fu lei però questa volta a cercarlo e lui fu molto felice di offrirle lo spazio sicuro di cui aveva bisogno per sfogare almeno in parte il suo fardello, probabilmente per la prima volta. Le accarezzò la schiena, mentre aspettava che la lunga ondata di afflizione scemasse, che le spalle smettessero di sussultare.
Si rimproverò per essere stato troppo superficiale, per aver fatto irruzione nella sua vita, per aver portato un inutile scompiglio. Doveva essere già stato abbastanza difficile barcamenarsi in una situazione del genere, ci mancava solo di doversi occupare della sua ingombrante presenza. E poi si rimproverò per non essere arrivato abbastanza in fretta, per aver indugiato, per non aver dato retta al suo istinto che, a quanto pareva, non aveva smesso di funzionare quando si trattava di lei. Era penoso rendersene conto in un momento del genere.
Lo scoppio si esaurì gradualmente. Nessuno dei due aveva parlato, erano solo rimasti allacciati a dare e ricevere conforto in parti uguali. Le offrì il suo fazzoletto. Un tempo l'avrebbe preso in giro per il gesto stucchevole e i suoi gusti troppo classici. Lo accettò senza fare nessun commento.
Quando Kate alzò la testa si accorse con sorpresa che, nonostante la tempesta emotiva appena affrontata, il viso appariva già più rilassato e la tristezza sembrava lievemente sbiadita.
Si schiarì la voce. Sapeva che non la storia non era ancora conclusa, c'era ancora molto da chiarire, ma era necessaria una pausa.
"Non dirò niente di banale, te lo prometto", iniziò cauto. "Per prima cosa penso che dovremmo tornare là dentro e lasciare un piccolo pensiero sulla tomba di Paul. Ho visto che all'ingresso c'è una bancarella di fiori. Che ne dici di un vasetto di sempreverdi? O preferisci un rampicante?"
"Vedo che non badi a spese", lo canzonò asciugandosi le lacrime. Un minuscolo frammento della vecchia Beckett aveva fatto finalmente capolino.
"Non voglio essere inopportuno. Io sarei disposto a piantare un intero querceto, ma mi accuseresti di essere il solito megalomane. E credo che per farlo dovremmo ottenere dei permessi burocratici".
Gli sorrise. Il primo sorriso genuino da molto tempo. "Molto sensibile da parte tua. Vada per il rampicante".
"Bene. Per il resto... grazie per avermi raccontato tutto". Non commentò su quanto fosse terribile quello che aveva passato, lei non avrebbe apprezzato; ne era già consapevole da sola, non le serviva sentirselo dire da un'altra persona. "Voglio assicurarti che non cercherò di farti sentire meglio attingendo al mio vasto repertorio di frasi filosofiche sul destino e sul senso della vita, anche se sarà sempre a tua disposizione. Ti prometto, invece, che starò con te per tutto il tempo che vorrai, nei modi che preferirai. Zitto, se sarà necessario, anche se spero che mi darai la possibilità di esprimermi, di tanto in tanto". Gli lanciò un'occhiata ammonitrice. "D'accordo, completamente zitto". Sarebbe stata dura ma non impossibile. "Possiamo continuare ad andarcene a zonzo senza meta finché avremo voglia di farlo, anche per mesi, anche quando avremo battuto l'ultimo centimetro di suolo europeo. A un certo punto sarà necessario procurarci dei visti o forse dovremo evitare almeno le zone di guerra, ma conosco qualcuno che potrebbe aiutarci senza fare domande".
"Chissà perché non ho nessun dubbio a riguardo".
"Oppure potremmo fermarci qui, metterci a fare gli apicoltori e vendere il nostro miele. Ho già in mente le etichette da apporre sui vasetti, anche se avrei preferito usare la tua silhouette con la pistola posizionata in modo strategico, ma purtroppo ne sei al momento sprovvista".
"Avresti voluto vendere del miele con sopra una donna armata e praticamente nuda? Dovresti rivedere le tue strategie di marketing".
"Con i miei romanzi ha funzionato".
Kate non rispose. In effetti, aveva funzionato sul serio.
"E, in ultimo, potrai sempre usufruire della mia capacità innata di farti addormentare annoiandoti a morte, proprio come è successo in auto. Il mio ego ne uscirà ammaccato, ma mi sacrificherò volentieri".
Lo fissò con attenzione, in silenzio, senza reagire alla battuta. Fu percorso da un brivido, aspettandosi che rispondesse alla sua lunga lista di promesse dicendo che era stato tutto molto divertente e lui molto gentile, ma adesso doveva smettere di scherzare e andarsene, ponendo fine al loro viaggio e alle sue speranze. Invece non successe niente di tutto questo.
"Grazie", mormorò. Non specificò il motivo, ma lui naturalmente capì. "E non mi annoi affatto", gli sorrise. Buono a sapersi, pensò sorridendole a sua volta, trattenendosi dal fare tutta una serie di azioni avventate quali rapirla e portarla in un posto lontano dove le sue sofferenze non l'avrebbero raggiunta. Purtroppo non esisteva.
Kate si alzò dalla panchina, dopo quelle che gli erano sembrate intere ere geologiche. Recuperò i contenitori di caffè che nessuno dei due aveva toccato, per andare a gettarli nel cestino poco lontano. Mentre la guardava allontanarsi venne colto da un improvviso mancamento – il sangue precipitò verso il basso, nonostante fosse seduto – che lo costrinse a piegarsi sulle ginocchia. Sperò vivamente che lei non se ne accorgesse. Tutte le emozioni violente, che aveva dovuto accantonare mentre veniva a messo al corrente della sua storia, vennero a reclamare il conto e lo misero al tappeto di colpo. Doveva reagire e imporre al suo corpo di resistere. Che impressione le avrebbe dato, se l'avesse trovato svenuto e riverso sulla panchina? Ne avrebbero scherzato fino alla fine dei tempi, ma non era il caso di spaventarla, lo era già abbastanza di suo. Fece qualche respiro, controllandola con la coda dell'occhio, mentre la pressione tornava a risalire e la vista si faceva meno confusa.
Quando Kate fece ritornò, si era ripreso abbastanza da riuscire a sorriderle rassicurante.
"Va tutto bene, Castle?"
Annuì, non si fidava di aprire bocca. Ricacciò indietro con un grande sforzo di volontà il tumulto che continuava a lambirlo. Lo avrebbe gestito più tardi, da solo. Lei aveva bisogno di tutta la serenità che sarebbe riuscito a infonderle. E un po' di tranquillità, non di un uomo sconvolto alla prospettiva di perderla.
…
Per alcuni dettagli di questo luuungo ed emotivamente difficile capitolo ho preso vagamente spunto da: Leo Martin, Infiltrarsi nella mente degli altri (la parte in cui spiega come conquistarsi la fiducia di un contatto, non perché Beckett sia diventata una spia, anche se a Castle piacerebbe). Buon Anno e alla prossima settimana! Silvia
