In Memory of Alexander

Uno

"Detective Beckett"

"Ciao, Penny. Che ci fai qui?"

"C'è un posto dove possiamo parlare in privato?"

"Che c'è? Hai ricordato qualcosa?"

"No. Non è per quello. Mi dispiace non essere stata totalmente onesta con lei l'altro giorno. Il fatto è... io ho un po' di quello che faceva mia madre. Qualche volta faccio dei sogni significativi. La notte scorsa, ho sognato lei."

"Ok"

"E davvero non so spiegare perché, ma sento fortemente che dovrei dirle qualcosa, qualcosa di importante. È pronta?"

"Sono pronta"

"Alexander"

"Alexander"

"Alexander. Non so chi sia o cosa sia per lei"

"Non conosco nessun Alexander"

"Lo conoscerà. Incontrerà un Alexander. E sarà estremamente importante per lei. In futuro, potrebbe salvarle la vita"

"Ok. Uhm, buono a sapersi"

"Però…"

"C'è un però?"

"Ecco il sogno finiva con una nebbia nera e di solito significa morte… Alexander potrebbe sacrificare la sua vita per salvare la sua"

"Oh, allora è un bene che non conosca alcun Alexander, non crede Penny?"

"Uhm, forse…Grazie, detective"

"Grazie, Penny"

"Che cos'ha detto Penny su Alexander?"

"Oh, niente, solo qualche stupidaggine senza alcun senso. Perché?"

"Perché il mio secondo nome è Alexander"

"Credevo che fosse Edgar"

"Abbiamo esaminato di nuovo la sezione personale del sito di Richard Castle, eh? No, l'ho cambiato in Edgar come Edgar Allan Poe quando ho cambiato il mio cognome in Castle. Il mio nome di battesimo è Richard Alexander Rodgers. Che coincidenza, ah?"

Non aveva più pensato a quel surreale dialogo con Penny Marchand, fiera di dimostrare i suoi 'poteri' affini a quelli che avevano reso famosa la sua defunta mamma. In altre circostanze sarebbe stata sarcastica e sprezzante, detestava chi si prendeva gioco della buona fede delle persone, ma con quella ragazza, che sembrava non sapere ancora quale posto occupare nel mondo, era stata gentile e accogliente.

Nonostante fosse rimasta colpita dall'insolita coincidenza di scoprire il secondo nome di battesimo di Castle, alla fine aveva archiviato quella singolare profezia insieme a tutte le stranezze di quel caso di omicidio, una medium che aveva predetto la sua uccisione; per Castle era esattamente così che erano andate le cose; per lei, semplicemente, alcuni tasselli non avevano trovato la giusta collocazione, ma l'assassina sì, ed ora era in prigione, da mesi ormai.

Mesi, dieci mesi o poco meno, una ventina di casi risolti insieme, avevano dato la caccia ad uno spietato serial killer, erano quasi morti assiderati in un container, arrivati a un secondo dall'esplosione di una bomba sporca, eppure lei non aveva più pensato a quella frase "Alexander potrebbe sacrificare la sua vita per salvare la tua"

Doveva essere rimasta latente, nascosta sotto i solidi mattoni di razionalità con cui aveva innalzato le sue mura di difesa. Si era fatta strada nella sua testa soltanto quando s'era aperta un'unica breccia, favorita da un proiettile finito troppo vicino al cuore e dalla consapevolezza di esserci andata davvero vicino, stavolta, al non essere più. La frase di Penny si era condensata come una scritta lasciata su un vetro appannato, non appena Kate era riemersa dalla nebbia dell'anestesia. Ricordava tutto, con una chiarezza impressionante, il sibilo sì, e l'impatto, e il corpo di Castle che l'avvolgeva facendole scudo, la caduta, l'odore dell'erba, l'odore del sangue, la voce tremante di Castle che la chiamava e dichiarava il suo amore, con le note spezzate di chi teme di non avere più tempo

Aveva ascoltato i discorsi sussurrati al suo capezzale, mentre galleggiava sospesa in uno stato di semi coscienza, voci sommesse che si davano coraggio l'un l'altro e gioivano per quel miracolo; aveva percepito il suo profumo una notte, entrato in silenzio, senza dire una parola per guardarla respirare e basta, si accontentava di quello, lo aveva sentito, poco dopo, mentre spiegava ad un'infermiera il motivo per cui avesse lasciato il suo di letto.

Le voci raccontavano, era stato ferito alla spalla per provare a salvare lei, il proiettile lo aveva trapassato e poi aveva colpito lei, le aveva salvato la vita, dicevano tutti, se non ci fosse stato il torace di Castle, le sarebbe esploso il cuore

'esploso'

era stato Esposito a adoperare quella descrizione così cruda, doveva averla usata in un vivace confronto con Josh, ricordava vagamente di averlo sentito inveire contro Castle mentre i Bro prendevano le sue difese.

Aveva inspirato il profumo che emanava la pelle di Castle, rendendosi conto solo in quel momento di quanto le fosse familiare, lo aveva trattenuto come fosse aria senza la quale poter respirare, perché lei già sapeva che non lo avrebbe mai più sentito. Aveva deciso, lui non si sarebbe trovato mai più in una situazione del genere, al diavolo le profezie di una medium!

Sdraiata in quel letto poteva solo pensare, a lui, alla sua testardaggine resa ancora più coriacea da quel sentimento che, si chiedeva, come fosse possibile che lui nutrisse per lei, la amava?!

Non sarebbe bastato dirgli di stare lontano, ne era consapevole, e non solo perché non le dava mai ascolto, lui era tornato dopo quello scambio doloroso avuto nel suo appartamento, nonostante tutto, quando Montgomery lo aveva chiamato lui non aveva esitato, era lì per lei, per portarla in salvo.

E lo aveva odiato, mentre la trascinava via dall'hangar obbedendo all'ordine del capitano, il suo ultimo ordine, avrebbe voluto ribellarsi, tornare dentro da Roy. Aveva sentito la disperazione invaderla fino a toglierle il respiro, la stessa tempesta perfetta che la squassava da dentro togliendole ogni punto di riferimento; naufragava, ogni volta che ripensava a sua madre, stava affondando anche quella notte, poi aveva trovato uno scoglio solido, coriaceo, testardo, pronto a farsi prendere a pugni se fosse servito, e ci si aggrappò, disperata. Probabilmente lo amò, in quel preciso momento.

Lui tornava, sempre, aspettava paziente, amava incondizionatamente, e lei non aveva scelta, sarebbe servito un atto drastico, doloroso, definitivo. Prese la sua decisione guardando il soffitto bianco di quella stanza senza colore, come sarebbe stata la sua vita da quel momento in poi, lo sapeva, ma avrebbe avuto la preziosa certezza di saperlo vivo

Pensava di essersi preparata a quel momento, durante quelle ore senza suoni, e discorsi silenziosi con sé stessa, ma quando lo vide apparire alla soglia, che si sforzava di celare il tumulto che sicuramente albergava in lui, il braccio stretto davanti al torace, compresso da un tutore che doveva essere alquanto fastidioso, un colorito che denunciava anche la sua faticosa guarigione, ma il tutto sovrastato da un sorriso timido, genuino, pronto ad accendersi e splendere se solo lei avesse voluto.

Ma lei s'era preparata a spegnerlo

"Ehi, Beckett, non sai quanto è bello vederti sveglia… sono venuto non appena ho saputo che…"

"chi sei?"

Vide la sua fronte incresparsi, era lì che aveva puntato gli occhi per non incontrare del tutto i suoi, poi distendersi di colpo, speranza, l'ultima "Ok… sei più in forma di quello che pensavo, normalmente questi scherzi di cattivo gusto fanno parte del mio repertorio"

Un sorriso sbilenco, l'attesa, il silenzio, il cuore che urla di smetterla, di dirgli che sì è uno scherzo, abbracciarlo, tenerlo stretto, ma poi è sempre il cuore che, egoista, non vuole perderlo, non lo vuole in pericolo mai più e allora cede, avalla il piano, gli occhi si abbassano e poi si chiudono per non guardare, la voce fa la sua parte, spietata e fredda "Io… mi dispiace signore… ma non so chi lei sia…"

"Kate, davvero tu… non ricordi?"

Poi, grazie a dio, ci pensarono altri a porre fine a quello strazio, riaprì gli occhi solo per vederlo uscire dalla stanza accompagnato da un'infermiera, la testa china, mortificato, disorientato, vivo

Avrebbe voluto sciogliersi in un pianto dirotto, farsi sommergere dai singhiozzi, ma non poteva muovere il torace ferito, le lacrime scesero infinite, silenziose, scolorite, come le pareti di quella stanza, come sarebbe stata la sua vita.

Aveva improvvisato quell'amnesia senza chiedersi se avesse avuto qualche appiglio medico, ricordava vagamente un caso di anni prima in cui un uomo, dopo un trauma, aveva dimenticato l'esistenza del padre, dimenticare una sola persona quindi, e così avrebbe simulato lei.

Avrebbe potuto essere splendido e romantico, come in uno di quei romanzi rosa d'appendice confezionati appositamente per toccare le vibranti corde sentimentali di qualche adolescente, o di qualche signora che ancora ne leggeva di nascosto. Sul ciglio della morte l'eroe che dichiara il suo amore all'eroina esanime tra le sue braccia, eros e thanatos, archetipi che non passavano mai di moda, come l'atteso e desiderato 'e vissero felici e contenti', lei guariva, lui l'aspettava, si sposavano eccetera. O ancora, la maledizione scagliata da qualche strega, il pericolo incombente di morte che poi viene sconfitto dai due innamorati con la sola forza dell'amore!

Ma quelle, appunto, erano solo fiabe, desideri che vivevano in un mondo magico e che nulla avevano a che fare con la realtà, e la sua realtà in quel momento era abitata da rabbia e paura.

La rabbia bruciava come un fuoco dentro di lei, le accelerava innaturalmente i battiti, per poi agghiacciarla nella consapevolezza d'essere piombata dentro una guerra che avrebbe potuto avere un solo vincitore e lei l'avrebbe combattuta fino in fondo fino a vedere chi aveva ucciso la madre dietro le sbarre, oppure meglio: morto.

Ma la paura, quella era la peggiore, perché non aveva forma eppure l'aveva avviluppata come una cappa nera e asfissiante, l'assaliva da più parti, come fosse una legione, e forse lo era perché in realtà non ne esisteva solo una, erano molte ed erano paralizzanti. Lo sentiva ancora mentre le dichiarava il suo amore, e la gioia pura che avrebbe dovuto scaturire da quelle parole si tingeva immediatamente di ombre fosche, lei non sarebbe mai stata in grado di amarlo allo stesso modo, non in quel momento almeno e poi, poi c'era la sua guerra, sua e di nessun'altro, lui non doveva rimanerne invischiato, lui non doveva in alcun modo partecipare a quel pericolo! Si ricordò una frase letta in un libro 'L'oblio è una forma di libertà' e si aggrappò a quella speranza, avrebbe alzato un muro invalicabile e lui sarebbe stato finalmente affrancato da qualsiasi legame, avrebbe dovuto allontanarsi da lei, non avrebbe avuto nulla a che fare con quella guerra.

Perdita selettiva della memoria. Amnesia sistematizzata, perdita della memoria riguardo una persona specifica causa od origine di trauma o dolore

in quel caso la 'persona specifica' era LUI, non c'era più traccia di Richard Castle nei ricordi di Beckett.

I commenti del medico avevano tradito anche la sua sorpresa, non avevano diagnosticato alcuna amnesia, fino a quando l'oggetto stesso di quella perdita di memoria selettiva non s'era palesato. Kate ricordava tutta la sua vita, aveva rimosso solo tutto ciò che riguardava lui. Evento raro, ma possibile in presenza di un forte shock unito ad arresti cardiaci multipli. Queste erano state le parole con cui un medico gli aveva spiegato quanto fosse accaduto a Kate.

Dopo quella sentenza, Rick non aveva più ascoltato nulla del flusso di spiegazioni con cui il dottore aveva cercato di placare l'agitazione crescente di quello che era anche un suo paziente. Perché quelle difficili formule scientifiche, tradotte per i non esperti di medicina, gridavano che fosse stata colpa sua, lui l'aveva spinta a riaprire il caso della madre, aveva trovato una pista che l'aveva messa nel mirino di gente evidentemente senza scrupoli e pericolosa, e lei aveva semplicemente cancellato dalla sua mente l'origine dei suoi dolori

Quell'amnesia era un gigantesco dito puntato contro di lui, ed era tremendamente giusto che fosse così

Fu difficile condividere lo stesso piano di ospedale con la consapevolezza di non esistere più nella mente della donna che amava più della sua vita, vita che avrebbe volentieri scambiato con la sua se fosse stato necessario, e al funerale di Montgomery c'era andato molto vicino.

Non aveva osato uscire dalla sua stanza perché era consapevole che non avrebbe resistito all'impulso di tornare da lei, provare a farla ricordare, o al peggio ripresentarsi, ricominciare… poi si era detto che forse era un segno del destino, che sarebbe dovuta andare così, lui con la sua testardaggine, il suo egoismo, l'aveva quasi fatta uccidere. Dal momento che il subconscio di Kate aveva deciso di cancellarlo, probabilmente era così che sarebbe dovuta andare, lei sarebbe stata meglio.

Venne dimesso due giorni dopo, passò davanti alla sua stanza, salutò con un cenno il terzetto che sostava davanti alla porta, sapevano ciò che era accaduto, conoscevano i suoi sentimenti al riguardo, Lanie soprattutto aveva protestato, lo aveva incoraggiato a non perdersi d'animo, gli aveva quasi urlato che non poteva sentirsi colpevole per quanto fosse accaduto, e che anzi se non si fosse buttato con quel placcaggio da football, lei sarebbe morta, ma lui aveva scosso la testa, l'aveva abbracciata stringendola con il calore di un saluto definitivo.

Ai Bro chiese solo un favore, tenerlo aggiornato sugli sviluppi del caso, perché non sapere chi fosse il cecchino, non conoscere i mandanti, metteva Kate ancora sul fuoco di linea e lui avrebbe fatto di tutto per metterla al sicuro. Si strinsero forte le mani, più che un saluto fu il suggello di un patto.