Quattro anni prima
Avengers Tower
Quasi tutta l'Avengers Tower era al buio. La luce filtrava dalla grande vetrata all'ultimo piano, dove poteva godere della vista di Manhattan. L'Empire State Building illuminato a giorno, proprio di fronte ai suoi occhi, gli permetteva di non essere completamente avvolto dalle ombre. Uno spettacolo unico, New York di notte, che non smetteva mai di affascinarlo, gli dispiaceva solo che la posizione elevata acutisse ogni tipo di rumore. Arricciò le labbra, come sempre nella sua vita: un vetro lo divideva dal mondo. Osservando la città muoversi sotto di sé, frenetica e viva, si sentiva perso dietro un tempo ormai passato che nulla avrebbe potuto restituirgli. Chiuse gli occhi, sprofondando ancora di più nella poltrona. L'ennesima sera scorreva uguale alle alte a guardare il paesaggio bevendo qualche birra finché non sentiva il sonno ghermirlo. Sospirò, ricacciando indietro il retro gusto amaro di quel pensiero. Ultimamente non faceva altro che pensare a quando sconfitti tutti i nemici cosa avrebbe fatto. Il mondo non aveva più bisogno di un super soldato, lui invece sentiva ancora il bisogno di sentirsi utile. La guerra era l'unica cosa per cui andare avanti, perché l'altra era bloccata in letto prossima alla morte. Gli mancava qualcosa per essere felice. Si trascinava dietro quel senso di oppressione e non vissuto, amplificato dall'inutile ricerca di Bucky. L'amico, o quello che restava della persona che conosceva, dopo averlo salvato dall'annegamento era completamente sparito. Voleva aiutarlo, riabilitarlo nel mondo e togliergli il fardello di anni di stragi avvenute sotto il controllo dell'Hydra, ma stava fallendo.
Volse lo sguardo intorno, almeno ora aveva un nuovo posto dove stare. Non era casa, ma mentre la cercava poteva avere un punto di riferimento. Un punto che non riusciva a trovare dal maledetto giorno che lo avevano tirato fuori dal ghiaccio.
«È la tua indole da nonnetto che ti fa chiudere in casa, quando non combatti? Sai ho sempre pensato che, data la tua veneranda età, magari inizi a sentire gli acciacchi. Sta tranquillo non lo dirò alla squadra. È molto più divertente se lo scoprono da soli.»
Steve alzò di poco la testa voltandosi, alle sue spalle Tony Stark era appoggiato allo stipite della porta in uno dei suoi classici completi. L'aria annoiata e la cravatta sbottonata raccontavano di una serata andata male. L'ombra dell'uomo, prodotta dalla luce accesa nel corridoio, cadeva proprio su di lui e sembrava schiacciarlo. Volendo essere sincero un po' si era sempre sentito schiacciato dalla famiglia Stark. «Che ci fai qui, Tony?»
«Festa di non so quale associazione, purtroppo erano divertenti quando avevo la nomea di playboy incallito. Mi stavo annoiando a morte, così ho deciso di fare un salto qui. Magari potevo giocare con qualche nuova invenzione. Sono particolarmente ispirato quando mi annoio. Credo sia un meccanismo che si innesca nella mia testa, del tipo: rendiamo il mondo più divertente.»
L'altro si avvicinò togliendosi la giacca, buttandola con fare distratto su un divanetto per poi andare al bar poco di stante per prendersi una birra. Tornò a rilassarsi, quasi dimenticandosi della sua presenza nella stanza, anche se era impossibile farlo. Quegli occhi penetranti, come una tazza di caffè bollente, li sentiva addosso. Li destava averli addosso dal primo mento in cui si erano incontrati. Non era una cosa razionale ma li odiava. In quello sguardo c'era un giudizio. Una sentenza non pronunciata, non ancora. Conoscendo l'uomo stava solo aspettando il momento giusto per farlo. «Cosa stai fissando?»
«Te! Lo sai fin troppo bene. Mi chiedevo per quanto avresti fatto finta di non notarlo. Ammetto che mi sarei aspettato almeno cinque minuti.»
Scosse la testa. «Dispiaciuto per averti deluso. Arriva al punto, Tony!»
«Ecco cosa non mi piace di te. Usi quel tono. La stessa intonazione di papà. Sai quando stai per farmi una predica gli somigli tantissimo. Quindi se vuoi che i nostri rapporti siano amiche… cordiali, smettila di comportati come se facessi le veci di mio padre. Sentiti vecchio dentro non ti da quel diritto.»
Leggeva nel pensiero? Quando Fury gli aveva consegnato il fascicolo, prima dell'attacco di Loky, sapere che Howard era morto in un incidente gli aveva fatto male. Soprattutto venire a conoscenza CHI era dell'artefice dell'incidente. Scoprire di suo figlio, del suo essere un supereroe, gli aveva fatto scattare un senso di protezione. Detta così sembrava strana, ma voleva proteggere il figlio di colui che lo aveva aiutato in parte a diventare quello che era. Proteggere Tony Stark? Un pensiero stupido. «Farti notare i tuoi errori, le tue mancanze e l'ego sproporzionato che a volte ti impedisce di vedere come stanno le cose, non significa fare quello che hai detto. Magari un mio consiglio potrebbe renderti migliore.»
«Punti a rendermi migliore? Proprio come ti senti tu? Tutti abbiamo un lato oscuro, quando il tuo verrà fuori Rogers, io sarò il primo a vederlo. No, diciamo anche a rinfacciartelo.»
«Sei venuto qui per litigare? Qualcosa non è andato come volevi, ti sentivi solo e sono l'unico con cui sfogare la tua rabbia?» Non si era trattenuto. Si punzecchiavano in ogni occasione. L'altro sembrava essere sempre pronto a pungolarlo per un'azione o parola sbagliata. L'uomo si sedette accanto a lui, nella stessa posizione, solo dando le spalle al panorama. Lo trovava noioso? Forse lo aveva guardato per troppo tempo. Buttò fuori l'aria cercando di essere per l'ennesima volta accomodante. «Dopo l'attacco a New York non sei più lo stesso. So che tu e Banner lavorate a qualcosa, quello non è il mio campo però mi piacerebbe sapere. Siamo una squadra, se ti confidi e accetti ciò che ognuno di noi pensa non succede niente. Farai sempre di testa tua. Ho imparato a conoscere questo lato di te.»
«Quando sono diventato Iron Man ho iniziato a credere di essere un eroe. Il mondo mi ho posto quell'etichetta addosso, si aspetta che qualunque cosa accada io sarò lì pronto a proteggerlo. Pensavo che dopo questo onere nulla potesse sconvolgermi di più. Invece arriva uno sconosciuto da un pianeta estraneo. Tu vieni ritrovato vivo nei ghiacci e per finire gli alieni. Puoi immaginare come mi sono sentito? Io un semplice uomo di latta, come posso essere l'eroe che tutti credono io sia? Non ho super poteri e non sono un Dio... ho paura di non riuscire a proteggere le persone che amo. Sai cosa significa per uno che si è sempre sentito sicuro di se stesso?»
Quella confessione lo fece sorridere. Sospettava che sotto la facciata ci fosse un uomo timoroso di non farcela. Qualcuno che aveva sempre lottato per far sentire la sua voce, forse proprio in virtù dell'eterno scontro con il padre. Una semplice frase che Howard Stark non aveva mai pronunciato: sono fiero di te. Tony non si arrendeva, portava avanti le sue convinzioni per fare del bene all'umanità. Certo a volte, come tutti, faceva degli errori sebbene dai supereroi non erano ammissibili. Anche lui era sempre stato un emarginato, non era bastato diventare un super soldato per uscire da quella condizione. Viaggiava con la perenne colpa di non farcela e di perdere le persone care. Un calvario percorso quando Bucky era caduto giù dal treno e un amore ormai impossibile, di cui gli restava solo il ricordo di un bacio. «Non sei l'unico che ha subito cambiamenti dopo la battaglia di New York. Credi che sia stata una passeggiata per la squadra?»
«Ma tu non li hai visti. Non hai visto quello che è toccato a me. Lo spazio, il vuoto infinito che si è aperto davanti a me. Davvero c'è stato un momento in cui ho creduto di non tornare vivo. Mi sono steso su quel filo spinato, invece di tagliarlo e la sensazione che provo non mi piace.»
«Gli Stark c'è la fanno sempre. Magari adesso ti senti così, ma poi riuscirai a trovare una soluzione.» Sorrise bevendo un sorso di birra dalla bottiglia.
«Non sempre. Nel 1991 ho perso sia mia madre che mio padre. Un banalissimo incidente. È passato così tanto tempo e io non sono riuscito ancora ad elaborare il lutto. Forse stavolta impiegherò meno tempo.»
Si mosse nervosamente sulla poltrona. Tony non sapeva la verità sulla morte di Howard e Maria Stark, possibile che lo S.H.I.L.D. glielo avesse voluto tenere nascosto. Forse fargli sapere la verità lo avrebbe spinto a una caccia spietata per farsi giustizia. Guardò l'uomo, era la prima volta che lo vedeva così rilassato. Quegli occhi scuri, come una tazza di caffè bollente, bruciavano. Così intensi e profondi. Non riusciva a sostenerli, abbassò lo guardo indugiando sulle labbra carnose... labbra carnose? Come poteva pensare una cosa simile? Si alzò di scatto e l'altro interpretò il suo gesto nel modo sbagliato.
«Che reazione spropositata, mister ghiacciolo. Tranquillo, non ti chiederò mica di aiutarmi a superare i miei timori.»
«Non è quello. Comunque mi dispiace per i tuoi genitori.» Si passò una mano tra i capelli. Percepiva la carezza ustionante del suo sguardo, cavoli gli piaceva. Ma da quando? L'unica a fargli provare quelle sensazioni era troppo lontana. Il suo cuore e corpo erano rimasti vergini all'amore per Peggy, finché lei fosse stata viva l'avrebbe considerata come l'unica donna della sua vita. Neanche Sharon era riuscita, sebbene avesse attratto la sua attenzione forse perché il lei rivedeva molto dell'agente Carter. «Credo sia il caso di andare a dormire.»
«Ho forse detto qualcosa che ti ha turbato? Torna a sederti, promesso che non ti chiamo più Mister ghiacciolo.»
Iniziò a ridere, un modo per togliersi di dosso quella sensazione strana. «Davvero? Sai che lo hai detto altre mille volte questa cosa, eppure continui a farlo.» L'altro aprì le braccia come a dire: accettami per come sono. Steve lo nascondeva, ma gli piaceva. Tony era completamente fuori dagli schemi e diverso, quello lo attraeva in ogni modo.
«Ok, d'accordo. Vuoi andare a nanna visto che sei un vecchietto. Domani sera di nuovo qui per due chiacchiere e una birra? Sempre se la tua agenda non preveda altri impegni.»
«All'improvviso hai voglia di chiacchierare con me? Comunque sei tu il capo, quindi credo sia impossibile obbiettare. Non ho impegni dal millenovecentoquarantacinque.»
«Però, dovresti iniziare ad averli. La vita lì fuori va vissuta. Deciso a domani piacciono i cheeseburger? Si che ti piacciono, tu prepari le birre e io porto da mangiare.» Se ne stava andando?
Scosse la testa, lasciandolo da solo con i suoi deliri di onnipotenza. Prese l'ascensore che lo avrebbe portato alla sua stanza. Una volta giunto si spogliò piegando con cura gli indumenti. Completamente nudo, avvolto dalle luci fuori dalle finestre, si diresse in bagno. Aveva bisogno di sentire l'acqua fresca sulla pelle, lavare via la carezza di quello sguardo. Chiuse gli occhi alzando il volto, perché era accaduto quella notte? Forse la solitudine di entrambi, un momento di fragilità che li aveva colti insieme o solo per qualcosa accaduta sin dal loro primo incontro. Lo avrebbe ucciso per il suo modo di parlare. Era sempre così con Tony, parlava di cose importanti come se stesse dicendo niente, eppure riusciva a insinuarsi dentro con la sua voce. Respirò forte, abbassando il capo.
Quando aveva sentito la prima avvisaglia che Tony Stark non gli era indifferente? Durante la battaglia di New York, quando li aveva avvisati che averne portato nello spazio il missile. Avevo detto a Nath di chiuderlo, perché da sempre il suo pensiero era quello di salvare i civili, non importava la morte di uno. Quello era il compito di un soldato, ma Tony seppur non dedito al sacrifico alla fine aveva scelto di fare un gesto estremo. Gli era costato quel "chiudilo", era stato come una sentenza che l'altro avrebbe potuto leggere nel modo sbagliato. Invece come uno sciocco era rimasto con il naso all'insù nella speranza di vederlo comparire. Un sollievo durato poco, quando gli aveva tolto la maschera Tony sembrava non respirare più e lui lì impotente che non poteva far nulla.
«Al diavolo, Stive!» Chiuse l'acqua uscendo dalla doccia. Possibile che si trovasse di nuovo a vivisezionare ogni attimo di quei giorni? Aveva di meglio da pensare a cosa facesse o dicesse Tony Stark. Inoltre le sensazioni che aveva sull'uomo erano del tutto inappropriate. Lui non era quel genere di persona, era stato sempre attratto dalle donne e ancora amava follemente Peggy. Se poi aveva iniziato a vedere anche gli uomini da quella prospettiva, andava bene ma non il filantropo, miliardario, genio, playboy con una relazione stabile.
Continua...
