Matt
Sono le tre di notte, ma sono ancora qui, in ospedale. Dovevano farmi dei controlli urgenti ma hanno avuto degli imprevisti, e hanno ritardato il tutto. Mi sto annoiando. Ho il cellulare scarico. Ho bisogno di un po' di aria fresca, così decido di salire sul tetto per dare un occhiata alla città illuminata.
Uso le scale visto che l'ascensore è guasto, almeno questo lo posso ancora fare. Ormai le cose che posso fare sono poche. Giusto quello che si fa da fermo e senza il bisogno di affaticare il cuore. Non posso più ballare, nemmeno fare un passo di danza, un salto. E pensare che era tutto cioè che volevo. Era il mio sogno. Ma non sempre i sogni si realizzano.
Raggiungo la cima del palazzo e apro la porta. Una soffiata di vento gelido mi travolge. All'improvviso mi passa tutta la stanchezza e la noia di poco prima. Mi guardo un po' intorno. "Bella la città di notte" penso. Poi noto una sagoma sul cornicione poco lontano da me. È una persona? Perché è lì?
«Hey! Che stai facendo?» grido muovendomi in quella direzione. La sagoma si gira all'improvviso. La osservo. È una ragazza.
«Non sono affari tuoi» risponde tremante. Poi si gira di nuovo verso il vuoto e guarda giù. Capisco cosa vuole fare. Lei muove un piede in avanti. Sta per buttarsi, davanti ai miei occhi. Con una rapida manovra le si avvicino. Faccio uno scatto e riesco a portarla un po' indietro. «Ma che volevi fare? Sei impazzita?» le sussurro all'orecchio. «Non sono impazzita, stavo solo cercando di fare la cosa giusta» mi risponde.
La cosa giusta? Ammazzarsi sarebbe stata la cosa giusta?
«Andiamo via» le dico fermamente. Ho già affaticato abbastanza il cuore, e non voglio scocciature.
«Vai pure. Io devo finire qui».
«Ma lo sai almeno cosa vuol dire suicidarsi? Non ha senso! Non ha fottutamente senso!» le grido contro. Togliersi la vita è una cosa da pazzi, secondo me.
«Ma te che cazzo vuoi? Stai cercando di fermarmi? Se è così allora ti conviene arrenderti subito perché io non mi fermo! Tu non sai cosa sto passando! Tu non sai nemmeno il mio nome! Come pensi di farmi cambiare idea? Lasciami stare!» mi sputa contro.
Rimango spiazzato dalle sue parole. È vero, con quale diritto penso di poterle dire che suicidarsi non ha senso? Che non dovrebbe farlo? Non so nemmeno il motivo per cui vuole buttarsi giù da lì.
«Vorrei farti capire che dal dolore si può ricominciare. Io non lo so il motivo per cui vuoi suicidarti ragazza, però so che se non lo farai potrai scegliere di ricominciare tutto. Potrai trasferirti, andare dall'altra parte del mondo e costruirti una altra vita. Questa è la tua vita, e non devi permettere a niente e nessuno di scalfirtela. È come un trofeo, bisogna custodirlo gelosamente perché è la prova esistente che ce l'abbiamo fatta. Siamo arrivati fino a quel punto, siamo riusciti a superare gli ostacoli, siamo caduti e poi ci siamo rialzati. Devi tenere alla tua vita, perché è tutto ciò che hai» dissi tutto d'un fiato, scandendo bene le parole. La vidi irrigidirsi.
«I-io non so se ho il coraggio di farlo» balbettò la ragazza.
«Ne vale davvero la pena Ragazza Senza Nome? Io non penso. Secondo me devi solo darti tempo e andare avanti».
La ragazza scese dal cornicione. Fece qualche passo all'indietro.
«Sai, a volte succedono cose nella vita, che sono in grado di farti male. Di ferirti in modo irreparabile. Il problema è che nella vita a volte quelle cose si ripetono, così tante volte che ti frammenti, ti sgretoli. E poi, ci sono quei momenti in cui sei distrutto. Anche se sei sicuro che ci siano persone che tengono veramente a te, non riesci a percepire il loro amore. Succede che anche una singola parola può farti andare in mille pezzi. E alla fine quei pezzi si perdono per strada, non si possono più rimettere insieme. Succede che guardi gli altri e ti accorgi che tu non hai nulla di quello che hanno loro. E poi, alla fine, quando non hai più nulla, accade che non senti più niente. Ma proprio niente. Forse perché non ti importa più nulla, forse perché ormai sei a pezzi, cosa più cosa meno. Vuoto. Sei distrutto».
Ascolto in silenzio. Mi sento impotente. Con quale coraggio le ho non che non aveva senso, che era una pazza? Sono uno stupido.
«I-io... io non so cosa dire. Lasciati alle spalle tutto e ricomincia. Dimentica tutto quel dolore, o almeno provaci. Sai, non c'è niente di peggio dei rimpianti. Lo sto provando sulla mia pelle tutt'ora. Io non so perché lo volevi fare, forse per una malattia, forse per una perdita non lo so. Però finché puoi tienitela stretta, la vita. E te lo dice uno che potrebbe perderla da un momento all'altro» le dissi.
E non è una bugia. Sono consapevole che da un momento all'altro il mio cuore potrebbe smettere di battere. Ormai mi sono rassegnato. Nessun farmaco, nessuna operazione potrà mai levarmi di mezzo questo destino.
«Perché? Quale sostanza hai assunto per dire che potresti morire anche in questo momento? Non ti facevo uno che assumeva farmaci alla cazzo dopo tutto il discorso che mi hai fatto» ribatte lei girandosi verso di me.
«Nah, nessuno farmaco», rispondo con disinvoltura, «Il problema è il mio cuore. Non funziona bene, è formato male, potrebbe smettere di battere da un momento all'altro», feci spallucce.
La ragazza fa qualche passo avanti. «Malformazione cardiaca... non puoi fare nessuna operazione?».
«No, ma non importa. Ormai ho imparato a conviverci» rispondo mettendo le mani in tasca. «Come ti chiami?» chiedo cambiando discorso.
«Jessica. Tu?». «Matthew, ma tutti mi chiamano Matt». «Pensi che io sia pazza psicopatica, vero?» chiede voltandosi di nuovo. «No. Non so niente di te. Non so il motivo per cui volevi buttarti. Non ho motivo ti giudicarti. Non ti conosco. Non sei una pazza» dico deciso.
«Puoi lasciarmi da sola?» domanda la ragazza dopo cinque minuti di silenzio. «Vuoi buttarti?» chiedo con la voce tremante. «Non lo so. Se lo farò non sentirti in colpa ok? Non voglio rovinarti la vita».
La guardo. Respiro a stento. La paura mi paralizza. Forse domani mattina questa ragazza non ci sarà più. Io sarei l'ultima ad averla vista, ad averci parlato. No, non può accadere. Annuisco, anche se lei non può vedermi perché mi da le spalle.
«Pensa bene prima di farlo, se lo farai. E spero di no, perché... perché si, non so nulla di te, però secondo me sei una che la vita se la merita davvero» le dico in tutta sincerità, prima di scappare via.
Scappo, ormai ho imparato a farlo. Ho imparato a convivere con i sensi di colpa. Mi blocco sulle scale dell'ospedale, dopo un paio di minuti. Questo non è un gioco. Una persona potrebbe morire. E io sono qua fare il codardo. Davvero penso che scappare mi porterà via da questa situazione? Scuoto la testa e cambio direzione. Devo salire, prima che sia troppo tardi. Corro, corro fino a farmi male. Ho i capelli bagnati dal sudore. Questo ospedale ha davvero troppi piani. È troppo alto cazzo. Ho paura.
Ci metto dieci minuti per ritornare sul tetto. C'è vento. Tanto vento. Ed è forte. Mi guardò intorno, ma lei non c'è. Adesso c'è solo una cosa che posso fare: sperare che abbia cambiato idea e che in quei venti minuti in cui non ci sono stato, abbia lasciato il tetto dell'ospedale.
*
Come tutti i giorni, anche oggi sono qui, all'ospedale. Ormai sto più qui che a casa mia. Tutta colpa del mio cuore. Se solo funzionasse come dovrebbe ora avrei realizzato il mio sogno. Avrei finalmente potuto ballare, avrei potuto fare la cosa che amavo di più al mondo. Ma ovviamente no, non è possibile. Non ho mai ballato come sognavo, ma fino ad quattordici anni un po' lo potevo fare. Poi la mia situazione si aggravò e dovetti smettere completamente. E da quel giorno, ogni fottuto giorno mi tocca ad andare in ospedale, perché devono assicurarsi che la mia situazione non si aggravi ancora di più. Una grande rottura di coglioni.
Oggi ho appuntamento in una stanza diversa. Credo che il dottore che mi visitava di solito sia andato in vacanza, mi sembra di ricordare così. Immerso nei miei pensieri mi dirigo fino al reparto cardiologico. Poi, ad un tratto, i ricordi della sera prima si fanno vivi nella mia mentre. La ragazza, il cornicione, la fuga e poi la paura... . Però, ora che ci penso, stamattina nessuno a parlato di morti, o di ragazze che si suicidano. Quindi probabilmente se ne era andata da la sopra. Spero che sia così. Sennò mi sentirei in colpa per tutto il resto della mia esistenza.
Senza nemmeno accorgermene mi ritrovo davanti alla porta della stanza in cui mi visiteranno. Prima di entrare, scuoto la testa più volte per scacciare tutti i pensieri di poco prima. Poi busso. «Avanti» mi dice una voce femminile. Apro la porta ed entro. Mi si mozza il fiato in gola. «J-Jessica?» balbetto guardandola con gli occhi spalancati. «Dottoressa Jessica Nhorrison, prego» mi risponde la ragazza della sera prima, senza mostrare alcun segno di sorpresa.
«T-tu cioè, lei». Non so cosa dire. Sta facendo finta di niente. Decido di fare così anche io. «Buongiorno dottoressa, piacere Matthew Tomlinson» mi presento sorridente e tendendole la mano. «Piacere mio», risponde seria stringendomi la mano, «Nei prossimo tempi sarò io che vi seguirò. Stendetevi sul lettino».
Faccio mi ha detto. «Puoi darmi del tu comunque» mi informa sorridendo per la prima volta da quando sono entrato in questa stanza. Io le sorriso di rimando. «Mi sono preoccupato a non vederti più ieri sera, sai» cio ad un certo punto. Vedo il suo corpo irrigidirsi. «Ieri quando sei sceso ti hanno visto, così hanno deciso di salire a controllare. Mi hanno preso poco prima che cadessi» mi risponde dandomi le spalle.
«Perché l'hai fatto?» domando. Lei mi guarda un po' sorpresa dalla domanda e poi mi risponde: «Non vedo perché dovrei spiegarlo ad uno sconosciuto. E ora scusami ma vorrei fare il mio lavoro».
Annuisco e mi stendo sul lettino. Ormai l'ho imparato a memoria cosa mi devono fare. Misurano la pressione, il battito e una volta al mese devo fare le analisi del sangue per controllare che sia tutto regolare. La dottoressa fa tutte le cose elencate prima, poi mi guarda che fa una strana smorfia.
«Comunque grazie per ieri. Se non fosse stato per te adesso non sarei qui...» sospira. «Sai, mia madre è morta così. Se fosse successo non me lo sarei mai perdonato. Stanotte quando sono sceso, prima di arrivare al piano terra ho fatto dietro front e sono tornato su. Avevo una paura matta che ti fossi buttata. Poi però non ti ho vista... e visto che non eri nemmeno laggiù mi sono tranquillizzato, probabilmente eri andata via» spiego gesticolando. Lei annuisce e mi sorride. «Tieni, questo è il mio numero» annuncio passandole un bigliettino. «Se un giorno vorrai un amico con cui parlare e sfogarti... be' io ci sarò. Ciao Jessica, ci vediamo domani» le faccio l'occhiolino e poi me ne vado, lasciandomi alle spalle tutta la sorpresa e l'eccitazione provata poco prima.
