Due
Era riuscita ad ingannare tutti, agevolata dalla poca propensione a parlare che aveva mostrato dal momento in cui si era risvegliata, poi era fuggita da New York, troppo debole per combattere contro i suoi nemici, perché era chiaro che con quello sparo fosse scoppiata una guerra. Sarebbe tornata solo quando sarebbe stata in grado di combatterla, da sola, senza il rischio di mettere in pericolo l'unico uomo per cui sarebbe valso abbattere i muri che si era pazientemente costruita in tutti quegli anni.
Si era condannata ad una solitudine che pensava d'aver già sperimentato, ma ben presto comprese quanto errata fosse stata quella valutazione, basata su una vita vissuta prima d'averlo incontrato. Lui aveva preso posizione accanto a lei, aveva fatto una scelta precisa e consapevole, aveva conquistato quella posizione giorno per giorno, con i suoi sguardi, le sue battute i suoi caffè e la sua arguzia ed ora al suo posto c'era un vuoto doloroso e incolmabile a cui avrebbe dovuto trovare il modo di abituarsi.
L'unica persona con cui fu assai arduo recitare la parte della smemorata fu Lanie e non perché, in quanto medico, alla lunga avrebbe potuto smascherarla, ma semplicemente perché a lei Kate non riusciva a nascondere gli stati d'animo più profondi. A Lanie era bastata quell'unica visita alla baita in cui si era rifugiata, per capire che fosse lacerata dentro come non lo era mai stata, e che quel dolore che si portava dentro non era solo frutto di ciò che aveva subito il suo corpo.
Ma l'amica non era riuscita a farla parlare, l'aveva lasciata con una frase che Kate si chiese spesso, poi, se fosse stata un'uscita ingenua o assolutamente astuta "non t'ho mai vista in questo stato Kate, tu non sai cosa hai, io forse sì, non puoi ricordarlo per qualche scherzo della tua mente, ma lui ti manca come l'aria, dovresti andare a conoscerlo, di nuovo, e magari… ringraziarlo"
Lei non rispose, rimase sul divano, con la sua tazza di tè tra le mani, Lanie le sorrise, prese un foglietto e scrisse qualcosa, poi lo lasciò sul mobile vicino alla porta e uscì
Aspettò che il rumore del motore sparisse inghiottito dagli alberi, poi si alzò lentamente senza pretendere nulla dal suo fisico provato, raggiunse il ripiano, prese il foglio e lesse
So che non hai chiesto neanche il suo nome, l'uomo che ti ha salvato la vita si chiama Richard Castle, e questo è il suo numero, chiamalo, magari potreste farvi del bene a vicenda.
Sospirò stringendo quel foglio fino a schiacciarlo nel palmo, si asciugò una lacrima, questa volta caduta per il biasimo che provava per sé stessa, per le bugie che stava raccontando a tutti. Kate conosceva benissimo la ragione del suo turbamento, il motivo per cui le mancava l'aria, e non avrebbe mai chiamato quel numero che avrebbe potuto digitare a memoria, al punto da cercarlo non appena aveva potuto, per cancellarlo dalla sua rubrica e inserirlo tra gli indesiderati.
Si era preclusa ogni possibilità di sapere qualcosa di lui, perché temeva di tradirsi, così non aveva idea di come andasse la sua convalescenza, di come avesse preso la situazione, e aveva dovuto combattere, molte notti, contro la tentazione di chiamarlo, dirgli che era tornata la memoria che era tutto a posto, che ricordava ogni cosa, tutto, anche le sue parole. Ma non lo fece, mai.
Profezia o no, lui non sarebbe mai più saltato davanti ad un proiettile per lei
Nessuna traccia del cecchino, pochi dati sulle transizioni bancarie dei poliziotti corrotti, non avevano piste e se era frustrante per la squadra, l'unico che segretamente ne gioiva era Castle, nessuna pista, forse Kate avrebbe smesso di indagare, sarebbe trascorso del tempo e tutto sarebbe stato sepolto, l'importante era non smuovere le acque
Nessuno era a conoscenza di quella telefonata che lo aveva sprofondato nuovamente nell'incubo di temere per la vita di Kate
"Pronto?"
"Signor Castle."
"Sì?"
"Sono un amico di Roy Montgomery. La chiamo per il detective Beckett. Dobbiamo parlare"
Non gli aveva rivelato il suo nome, solo che era amico di Roy, e che gli doveva la vita, Montgomery gli aveva mandato dei documenti. Documenti che, se mai fossero trapelati, avrebbero potuto nuocere a persone molto potenti. Usavano quei documenti come minaccia per evitare che venisse fatto del male alla famiglia del capitano. Anche la sicurezza di Beckett faceva parte del patto. Ma l'avevano perseguitata lo stesso perché quei documenti erano arrivati a lui appena dopo che le avevano sparato.
Gli aveva assicurato che ora era salva, ma lo sarebbe rimasta ad una condizione. Non avrebbe dovuto mai più avvicinarsi al caso. Se lo avesse fatto, neanche lui avrebbe potuto garantire la sua incolumità. Se avesse insistito l'avrebbero uccisa.
Rick aveva provato a spiegare a quella voce sconosciuta al telefono che lui non aveva alcun potere su Kate Beckett, non lo aveva mai avuto prima della sparatoria, figurarsi ora che lei non ricordava neanche chi lui fosse, ma l'uomo era stato chiaro, Montgomery aveva indicato lui, Richard Castle, come l'unica persona fidata in grado di poterla fermare.
Si era ripetuto quella frase nella testa come una cantilena, cercando di autoconvincersi che potesse essere realmente così, nonostante tutto, perché non avrebbe lasciato nulla di intentato per allontanarla da quella minaccia mortale. Aveva ripetuto quel mantra anche il giorno che, con un coraggio inusuale, si era presentato al distretto, per provare a riconnettersi con lei.
Il silenzio che lo accolse non appena si aprirono le porte dell'ascensore rivelando la sua presenza non fu di grande aiuto, ma era evidente che tutti i presenti erano a conoscenza dell'assurda situazione in cui erano piombati lui e Beckett.
Qualcuno lo salutò da lontano, altri si avvicinarono per stringergli la mano in segno di rispetto e gratitudine, anche se Kate non ricordava nulla, tutti gli altri avevano visto in diretta ciò che lui aveva fatto per una loro collega e per mesi avevano sperato di poterlo incontrare di nuovo per rendergli il giusto riconoscimento, tra poliziotti funziona così.
Lui si diede dell'idiota ad ogni stretta di mano o pacca sulla spalla, non aveva minimamente pensato che la sua apparizione dopo mesi al distretto avrebbe avuto anche quel risvolto.
Guardò verso la scrivania di Beckett, sempre uguale: c'erano gli elefanti, il suo portapenne, la targa con il suo cognome, le solite scartoffie, anche la sedia che lo aveva accolto in tutti quegli anni, ma non lei. Alzò lo sguardo, neanche Esposito e Ryan erano nei paraggi, avrebbe dovuto informarsi, magari erano fuori per un caso e lui, ovviamente non era più al corrente dei loro spostamenti, da un bel pezzo.
Fece qualche passo verso le scrivanie, poi decise di tornare sui suoi passi e sparire da lì più in fretta che poteva, si girò e se la trovò davanti, ai lati i suoi angeli custodi, un'espressione di sorpresa e disagio dipinta sul volto, lo aveva riconosciuto?! Non poteva essere altrimenti, le si leggeva in faccia
"Beckett"
"signor Castle?"
si guardarono per qualche secondo, lui sperò, lei dissimulò
"devo scusarmi con lei, sono stata imperdonabile a non ringraziarla per il suo gesto"
Si diede subito una spiegazione razionale al motivo per cui ora sapesse chi fosse, qualcuno doveva averle parlato di lui e detto il suo nome, cosa che lui, quel giorno in ospedale non aveva fatto, in realtà non aveva fatto proprio nulla, era solo morto un po' dentro
"non sono venuto per essere ringraziato"
"allora per cosa? deve fare una denuncia?" non sapeva neanche lei come avesse fatto a non crollare dopo esserselo trovato davanti così inaspettatamente, si odiò silenziosamente per la freddezza di cui era stata capace, parlargli come ad un estraneo, sperando che i suoi occhi non la tradissero come spesso avevano fatto in quegli anni, lo sapeva.
Doveva essere stata maledettamente brava perché notò il disagio di lui, ma anche la sua proverbiale caparbietà, che era rimasta intatta
"No, nessuna denuncia io… potrei parlarle in privato detective?"
Castle conosceva bene il linguaggio del corpo di Beckett e no, non era felice di quella proposta, ma una frase di Esposito la obbligò ad accettare, un conto è non ricordare una persona, altro è comportarsi in modo del tutto inadeguato
"Beckett, almeno un caffè glielo devi, no?"
La osservò fulminare con lo sguardo il suo collega e poi dirigersi risoluta verso la sala relax, facendo un cenno a Castle che la seguì felice
Lui si diresse verso il bancone e accarezzò il bordo della macchina del caffè reprimendo un grumo di nostalgia che si era insinuato nel suo stomaco "Lo sa detective? Questa è stata un mio regalo…"
"Alla squadra, lo so, mi hanno raccontato tante cose, sperano tutti che torni a ricordarmi di lei signor Castle"
"Anche io"
La vide poggiare la tazza sul bancone e abbassare la testa, forse aveva osato troppo
"Non renda le cose più difficili di quanto già non siano, io non ricordo nulla, mi hanno raccontato decine di episodi, casi che abbiamo evidentemente risolto insieme, ma è come se parlassero di un'altra persona. Mi dispiace signor Castle"
Capì che non avrebbe avuto molto tempo, provò a iniziare il discorso che si era preparato "Detective, io sono qui per metterla in guar…"
La vide portarsi la mano alla testa stringere gli occhi, lui dovette imporsi di non avvicinarsi a lei per capire cosa avesse, "Vada via, la prego… io… lei mi provoca delle emicranie fortissime, nessuno qui parla più di lei per questo motivo, da mesi… la prego"
Cercava di non guardarlo in viso, si era spostata dalla macchina per il caffè e si era seduta, lontana da lui, che non aveva detto nulla, lo sentiva muoversi nella stanza ma continuava a tenere gli occhi bassi, percepì i familiari rumori di quando armeggiava con la caffettiera, poi il rumore di una tazza poggiata accanto a lei, la porta che si apriva "sono felice che lei sia guarita del tutto detective, cerchi di stare lontano dai guai ed abbia cura di sé", poi il vetro vibrò e il silenziò calò nella stanza
Attese secondi infiniti, mentre l'odore del cappuccino arrivava invitante alle narici, ce l'aveva fatta, lo aveva allontanato forse per sempre e riusciva a tenere saldi i nervi, aprì gli occhi, vide il disegno sulla schiuma, si alzò corse in bagno e ci rimase per tutto il tempo che ci sarebbe voluto per smettere di piangere.
Amare, consentire a qualcuno di albergare nel proprio cuore, sospirò quando gli tornò in mente la radice del verbo 'ricordare' dal latino recordari, derivato di cor cordis 'cuore', cosa se ne faceva di tutta quell'erudione da scrittore, serviva solo a stare peggio. Comunque gli antichi la sapevano lunga perché ritenevano proprio il cuore la sede della memoria, niente di più vero per lui in quel momento, il dolore che sentiva era provocato dalla consapevolezza di non risiedere in alcun modo nel cuore di Kate, e che forse non vi aveva mai albergato.
Continuava a darsi dell'idiota, come gli era venuto in mente di andare lì, cosa pensava che sarebbe accaduto? E poi lasciare quel segno disegnato sulla schiuma del cappuccino? Non esistono simboli magici, né tantomeno basta una parola per sbloccare una mente, se la immaginò sorseggiare quel caffè senza neanche badare a quell'otto rovesciato che galleggiava in superficie, rise amaramente, lui però l'avrebbe amata Sempre.
