Glossario:
Bushido: via (do) del guerriero (bushi).
Daikon: ravanello bianco originario dell'Asia centrale. La varietà più comunque, quella giapponese, misura tra i 20 e i 35 cm di lunghezza e fino a 10 cm di diametro. Il daikon si può consumare crudo, marinato o cotto.
Fukaamigasa: cappello di paglia a forma di cesto rovesciato che davanti presenta delle grate verticali per permettere a chi lo indossa di vedere all'esterno.
Hinin: "non umani", fuoricasta intoccabili che svolgevano i lavori più umili: conciatori di pelle, becchini, macellai, boia. Vivevano in ghetti e per questo furono in seguito soprannominati burakumin, "abitanti dei villaggi".
Kago: palanchino usato dalla classe non samurai. Era aperto e fissato a montanti di bambù sospesi a un lunga pertica, una sorta di tetto sporgente proteggeva dal sole e dalla pioggia. Era trasportato da due uomini che in un'ora potevano coprire 8-10 km.
Kanzashi: lunghe forcine per capelli, possono essere d'argento, di tartaruga o di legno laccato.
Kobakama: pantaloni corti al ginocchio.
Jabisen: liuto a tre corde dal lungo manico e dalla cassa di risonanza rivestita con pelle di serpente. Introdotto in Giappone dalla Cina nel XVI secolo, è l'antenato dello shamisen ( wiki/Sanshin).
Juuyo: più prostituta che intrattenitrice, si può considerare comunque l'antenata della geisha: le juuyo più rinomate, chiamate oiran ( wiki/Oiran), erano più intrattenitrici che prostitute e, fra le oiran, le tayuu erano considerate le migliori, al punto che solo i daimyo, o comunque gli uomini più ricchi, potevano permettersi i loro servigi. Furono soppiantate dalle geishe verso la metà del XVIII secolo, quando in pochi anni si diffusero le geishe donne in luogo degli uomini travestiti (che avevano fatto la loro comparsa al principio del XVII secolo).
Mino: mantello di paglia fatto con un'erba dalle foglie lunghe e larghe chiamata appunto mino.
Obake: fantasma.
Ofuro: vasca da bagno.
Sentō : bagno pubblico (non termale).
Shirakawame: venditrici di fiori (li raccoglievano sulle montagne per venderli in città).
Shonin: mercante, usuraio.
Tabi: calzini bianchi imbottiti.
Tanto: pugnale corto.
Tetto: i tetti delle abitazioni potevano essere di tue tipi: di paglia o di grosse tegole piatte e quadrate tenute ferme da massi più o meno voluminosi.
Yojimbo: ronin assoldato come guardia del corpo.
Yukata: vestaglia.
X
RICERCA
Sin dalla più tenera età veniva insegnato alla donna a negare se stessa.
La sua vita era un perpetuo sacrificio di sé, contraddistinta non
dall'indipendenza, ma dalla sottomissione servizievole.
(Inazo Nitobe, Bushidō)
Ti rendi conto di cosa stai per fare?
Lo osservò a lungo, di nuovo, lui e il modo in cui stringeva la ramazza.
Sì.
Davvero?
Sembrava volesse spezzarla. La luce che la lanterna proiettava cadeva su di lui malata come un sole morente e le tenebre sembravano stringersi in una morsa attorno al ragazzo. E lei, si rese conto, era parte di quelle tenebre.
SÌ.
Era quasi certa di averlo pronunciato con un sibilo prossimo allo sputo, prima di accorgersi di averlo solo pensato.
Sei diventata brava a mentire. Un altro po' di pratica e sarà arduo distinguerti da Nabiki.
Espirò e chiuse gli occhi, stringendo ancora di più le dita sul pilastro di legno.
Non ho altra scelta.
Se non fossi stata tanto avventata, l'avresti avuta.
Li riaprì, increspando la fronte per un'irritazione crescente.
Sì, ho dato di nuovo dimostrazione di quanto poco io sia avveduta, non sia mai che debba deludere chi dubita da sempre della mia assennatezza. Ma non potevo, non potevo aspettare ancora. E adesso non ho tempo per i rimorsi di coscienza.
Vero, devi togliere di mezzo un povero disgraziato. Oh, ma questa sarà la prima e ultima volta, non è così?
Risarcirò il padrone, adesso taci!
Il cavallo accanto a lei sollevò di scatto la testa e nitrì e Akane arretrò lesta tra le ombre. Ma lo stalliere continuò imperterrito a spazzare con una tale foga che sembrava voler scorticare con la scopa le assi del pavimento. Forse era arrabbiato. Forse non vedeva l'ora di finire l'incombenza per andare a dormire.
Si spostò nello stallo successivo, portandosi più vicino e carezzando il muso del suo occupante per rassicurarlo. Il ragazzo drizzò la schiena e lei indietreggiò nel vano celandosi dietro l'addome dell'animale. L'odore della paglia secca misto al fetore di feci e urina che stagnava lì dentro la indusse a portare il dorso di una mano sotto al naso, trattenendo per un attimo il respiro.
Udì un sonoro sbadiglio e sollevò la testa oltre la schiena del cavallo per scorgere il giovane inarcarsi all'indietro premendo le mani sui reni, il viso rivolto al soffitto e il collo che scrocchiava. Sembrava a pezzi.
Uscì un passo alla volta dallo stallo e ridusse la distanza fra lei e le spalle di nuovo curve del giovane, mentre sollevava il braccio e chiudeva a pugno la mano, a eccezione dell'indice con cui gli avrebbe colpito lo tsubo sul collo che…
Qualcosa si spezzò sotto un piede – un rametto? – e lei si ritrovò a fissare il volto pustoloso e sbigottito dello stalliere che la guardava annaspando come un pesce, la scopa stretta al petto. Un istante dopo, Akane teneva un pugno affondato nella bocca del suo stomaco, l'urlo che stava per uscirgli di bocca mutato in un rantolo soffocato.
Lo sentì abbandonarsi contro il proprio braccio e lo sostenne, lui e il suo lezzo di sudore rancido. Abbassò lo sguardo, chiedendosi incredula cos'avesse fatto. Forse gli aveva danneggiato qualche organo interno, forse…
Deglutì e lo adagiò con cautela sulla paglia, una mano a sorreggere il capo, quindi si rialzò in piedi, titubante, senza smettere di studiarne il volto scavato, i denti sporgenti, le orecchie da topo.
Non aveva avuto esitazione. Non un briciolo di dubbio.
Non era un allenamento, quello. Non era nemmeno un avversario, quello. Era solo un ragazzo con la pelle attaccata alle ossa e le vesti consunte, eppure nessuno scrupolo le aveva impedito di colpire chi non poteva difendersi.
Non c'è onore in quello che hai fatto.
Si sarebbe messo a gridare, non potevo permetterglielo.
Naturalmente. Non potevi tappargli la bocca e stordirlo come avevi pianificato, giusto? Dovevi lesionargli qualche organo interno, Happosai aveva ragione…
Happosai si sbaglia. Sono perfettamente in grado di controllare i miei impulsi.
Certo, come quando sei fuggita, non sei stata affatto impulsiva.
Ho solo agito d'istinto per la sorpresa di essermi lasciata scoprire in modo tanto stupido!
Strinse i pugni fino a imprimere le unghie nella pelle, i denti tanto serrati che le doleva la mandibola.
Lasciargli qualche moneta per risarcirlo del cavallo che ruberai non allenterà la morsa del senso di colpa. Tanti anni trascorsi ad allenarti… per cosa? Per sorprendere un povero stalliere alle spalle come una ladra. Se avessi aspettato il giorno concordato con Nabiki per fuggire, non avresti avuto bisogno di abbassarti a diventare una volgare delinquente. E non finirà qui, lo sai.
Invece sì, questa è la prima e ultima volta, non ruberò ancora, né commetterò altre azioni disonorevoli, sono una samurai!
Sfilò dall'obi il sacchetto delle monete e ne depose qualcuna in una mano del giovane. Ora che le sovveniva, anche se il suo viso era celato sotto un cappello a cono, non poteva escludere che il ragazzo avesse capito di trovarsi di fronte una donna. Sperò solo che l'ombra proiettata dal cappello fosse fitta abbastanza da impedirgli di distinguere i suoi lineamenti, dopotutto l'unica lanterna era appesa alle travi del soffitto e…
La sentì.
Sulla pelle, sotto la pelle. Che scivolava fredda giù, lungo la schiena.
Sollevò la testa, gli occhi che si spalancavano e il respiro che fuggiva via.
Il sibilo arrivò un attimo prima di scansarsi e vedere un lampo tagliente passarle davanti al naso. Si volse completamente verso la porta, mentre udiva il falcetto che avrebbe dovuto squarciarle la nuca conficcarsi da qualche parte, forse nel legno. I cavalli nitrirono e scalpitarono. Ma erano distanti, tutto era di colpo distante, remoto come la vita che si era lasciata alle spalle. Era già lanciata contro un assalitore che rimaneva codardo nell'ombra ma brandiva un altro kama e stava per lanciarglielo contro, il braccio che lo impugnava proteso all'indietro, l'altra mano allungata in avanti come se sperasse di poterla arrestare dov'era. Lei, che con un salto già incombeva su di lui, che gli aveva afferrato a mezz'aria il polso disteso per costringerlo a sbilanciarsi mostrandogli il collo, mentre la lama fendeva l'aria calando sulla coscia che lei stava sollevando. Ma prima che potesse tranciargliela, Akane fece scattare la gamba contro il collo colpendolo sotto la mandibola.
Vide la testa ruotare quasi volesse staccarsi dal collo, un fiotto di sangue schizzare via dalla bocca e l'arma che brandiva scivolargli di mano. Ma non le bastò. Mandò quella faccia porcina a sbattere contro lo stipite della porta e solo allora ritirò il piede, lasciando che l'uomo crollasse a terra.
Doveva ringraziare i kami che non l'avesse colpito forte abbastanza da spezzargli il collo, ma ora doveva tappargli quella bocca, subito, prima che i suoi lamenti strozzati richiamassero qualcun altro.
Fece un passo in avanti e si chinò su di lui, decisa a colpirlo in modo che sprofondasse nell'incoscienza. Invece quello, che si teneva il collo con una mano e il naso con l'altra, volse di colpo verso di lei la faccia sanguinante e le agguantò il kimono, artigliandole il seno e strattonando il tessuto fino a strapparlo.
Akane risucchiò l'aria, che congelò le fitte acute come uncini al petto, ma non l'oltraggio che come un tarlo si scavava la via verso l'onore.
Fu come se la lampada sopra la sua testa si spegnesse. Con un ringhio gli afferrò la mano e la ruotò spezzandogli il polso solo per sentire il bestione fare l'ultima cosa che lei avrebbe voluto: urlare con quanto fiato aveva in gola e cercare di colpirla con un pugno, che lei deviò come si scaccia una mosca con la mano libera, mentre con l'altra mollava il polso fratturato per ghermirgli la trachea con tre dita e stringere. Strinse fino a comprimerla, fino a costringerlo a cercare di liberarsi disperato dalla sua presa e allora gli afferrò tutto il collo taurino, sotto la mandibola, e lo sollevò poco per volta da terra per vederlo annaspare con la faccia che diventava paonazza rivolta al soffitto.
(Ilkarma, figlia mia, ricordatelo sempre. Mi stai ascoltando, Akane?)
Maestro…
(Hai capito quel che ho detto?)
Non l'ho dimenticato!
Lo fece volare contro un pilastro, il rumore dei suoi scatarri annebbiato da quello dei propri passi con i quali raggiungeva quella specie di maiale su due gambe che tentava nonostante tutto e molto stupidamente di rialzarsi. Lo colpì sul collo di taglio e l'uomo cadde riverso a terra senza più accennare a muoversi.
Lo fissò per istanti tanto dilatati che parvero ore, inorridita, il fiato che entrava e usciva rapido, un sapore acidulo contro il palato. Una specie di bue, ecco cos'era. Un bue che aveva approfittato della sua distrazione per tentare di aprirle la nuca neanche fosse un animale da macello, lei, una samurai! Maledetto. Doveva – doveva! – ringraziare i kami che non gli avesse spezzato il collo, se non… non…
La luce fioca della lampada parve tutt'a un tratto rischiarare di nuovo la stanza.
…non…
Sbatté le ciglia due volte, tre, la fronte che si andava increspando.
Kamisama, non l'aveva ucciso, vero?
Happosai aveva ragione…
No, impossibile!
Si chinò sull'uomo, un ginocchio a terra, una mano a sfiorare le labbra.
Sei tanto abile quanto ancora incapace di controllare la tua forza.
Il corpo rimaneva immobile e lei non sapeva cosa fare, dove guardare, sapeva solo aprire e chiudere la bocca come i pesci che annaspano in fondo ai secchi dei pescatori.
O forse dovremmo dire… la tua rabbia?
Allungò titubante l'altra mano verso quel torace voluminoso quanto flaccido nella speranza di sentirlo alzarsi e abbassarsi almeno un poco. E proprio quando un respiro fievole le scaldò la mano, un grido acuto la fece saltare in piedi: una donna stava sulla soglia dell'ingresso, tutt'e due le mani davanti alla bocca. Un istante dopo stava correndo verso l'interno dell'edificio strepitando un nome dietro l'altro.
Akane boccheggiò. Guardò l'uomo grasso ai suoi piedi, il sangue che colava copioso dal naso, poi lo stalliere giovane e magro, forse suo figlio. Forse entrambi menomati.
Afferrò i primi finimenti che vide appesi a un gancio e li infilò con mani febbrili al cavallo più vicino, lo trascinò fuori dalla stalla e gli saltò in groppa, lasciandosi alle spalle diverse voci concitate, ma non la propria vergogna.
- § -
Uscì dal sentō col sorriso sulle labbra. Un kimono nero decorato con mazzetti di fiori gialli e rosa era quanto di più si addicesse al suo incarnato, per non parlare dell'acconciatura, che continuava con delicatezza a tastare con una mano per assicurarsi che le kanzashi non si muovessero e nemmeno un capello fosse fuori posto. Aveva dovuto quasi dar fondo a quel che le era rimasto, ma se il jabisen l'avesse a suo tempo acquistato anziché rubato, non si sarebbe potuta permettere nemmeno l'ingresso ai bagni. Forse avrebbe dovuto rubare anche il kimono, la pettinatura adatta a impersonare una juuyo non costava poco, ma se avesse sgozzato l'acconciatrice si sarebbe di nuovo sporcata e dopo un bagno tanto lungo e accurato non era il caso. Senza contare che poi avrebbe dovuto aprir la gola a tutto il personale del bagno pubblico… sperò solo che le monete serbate bastassero per l'affitto della stanza e per procurarsi le erbe per l'incenso.
Le ante della porta vennero richiuse dietro di lei e il vento gelido sferzò la pelle pregno dell'odore della salsedine e dell'aroma della zuppa di miso. Kodachi premette di nuovo le labbra le une contro le altre perché il rossetto si espandesse bene e s'incamminò verso il ryokan, una mano che faceva dondolare il fagotto e l'altra che teneva stretto al petto lo strumento musicale.
Non riusciva ancora a crederci. Se non fosse stato per il karma, si sarebbe fermata il tempo necessario per rifornirsi di cibo e poi avrebbe proseguito per Edo. Ma il destino aveva voluto che lei sbucasse sulla cima della collina che sovrastava la città proprio nel momento in cui il suo amato compiva il salto che dalla foresta lo portava sui tetti di Nagoya. Il dubbio di aver preso un abbaglio era durato il tempo che aveva impiegato per avvicinarsi quel tanto da poter distinguere la treccia che frustava l'aria senza che la sua presenza venisse percepita. E poi c'era una sorta di nano deforme assieme a lui, chi altri poteva essere se non quel vecchio fungo ammuffito di Happosai?
Era stato arduo seguirli mantenendo al contempo una distanza di sicurezza, ma quando li aveva visti incamminarsi verso il castello, non aveva avuto dubbi sulla loro destinazione. Ora si trattava solo di scoprire perché la mummia millenaria si trovasse lì e quanto avrebbe trattenuto Ranma presso di sé.
Si fermò davanti all'ingresso del ryokan scelto come luogo di appostamento e alzò lo sguardo al piano superiore. La camera d'angolo che si affacciava sul tratto nord della strada era perfetta per controllare l'accesso principale al maniero.
Stava per varcare la soglia dell'edificio, quando gettò un'ultima occhiata al grande portale incassato nel muro di cinta del castello e vide che si stava aprendo. Si fermò e si volse completamente a guardare, il sorriso ancora intatto.
La sorpresa ricacciò in gola l'esclamazione che stava per uscirle insieme al respiro. La porta massiccia non era stata del tutto aperta che ne uscì un cavallo con in groppa qualcuno di statura talmente ridotta che né il cappello a cono, né il mantello di paglia potevano impedirle di riconoscervi quel tubero raggrinzito di Happosai. Dietro di lui, il viso ugualmente celato da un cappello e il corpo da un mino, un samurai spronava un cavallo. Ranma, senza dubbio. Chi altri poteva indossare polsiere di quella foggia?
Il vecchio costrinse l'animale a scartare alla sua destra e lo lanciò al galoppo, forse in direzione del Cancello Occidentale. Ranma non fu da meno. Dove stavano andando, così di fretta? E per quale motivo? E che bisogno avevano di usare dei cavalli?
Kodachi tornò sui suoi passi e s'infilò nel vicolo melmoso e puzzolente adiacente al ryokan, raccolse un lembo del kimono con la mano con cui reggeva il fagotto e dopo essersi guardata intorno saltò da una parete all'altra della locanda e dell'edificio quasi congiunto per ritrovarsi sul tetto del suo futuro alloggio. Poggiò il jabisen e l'involto tra alcune tegole e il masso che teneva ferme le sottostanti e vi rovistò dentro finché non tirò fuori il cannocchiale, lo allungò e lo puntò in direzione del Cancello Occidentale.
Vide solo un susseguirsi di coppi e massi che sembrarono a perdita d'occhio finché il verde picchiettato d'oro e carminio dei boschi non rimpiazzò di colpo il grigio dei tetti. Abbassò poco alla volta il tiro e nella sua visuale sfrecciò prima un cavallo e poi un altro. Seguì la loro corsa finché s'impennarono davanti a un gruppo di samurai e si arrestarono.
Kodachi torturò il labbro. Erano loro e stavano mostrando i lasciapassare per uscire dalla città. Ora più che mai doveva attuare il suo piano, ma doveva innanzitutto liberarsi del suo bagaglio.
Richiuse il cannocchiale e lo ripose nel fagotto, strinse a sé il jabisen e con un balzo planò sul retro del ryokan, attenta a sfiorare appena il terreno per non sporcare i tabi. Rassettò il kimono e si tastò l'acconciatura, quindi fece il giro dell'isolato e varcò la soglia della locanda.
- § -
L'aveva fatto. Che i kami la perdonassero, l'aveva fatto davvero.
Aveva disonorato se stessa, gettando un altro fiume di fango sulla sua famiglia.
Aveva rubato. Aveva rischiato di uccidere. E solo per fuggire più velocemente.
Strinse tanto gli occhi da farseli dolere.
Aveva tentato in ogni modo di persuadersi che la sottomissione al clan era necessaria e onorevole. Che ogni donna doveva annullare la propria volontà per servire al meglio suo marito, di modo che suo marito avrebbe potuto annullare se stesso per servire al meglio il suo signore.
Aveva tentato in ogni modo, ce l'aveva quasi fatta.
Sospirò e sollevò appena le ciglia.
E di colpo aveva rigettato tutto come un pasto mal digerito, come a suo tempo aveva fatto alla notizia del fidanzamento, quando le era stato fatto capire che da quel momento avrebbe dovuto reprimere ogni moto del cuore per essere l'ombra del suo futuro consorte e signore: un esserino gracile e timido cui avrebbe volentieri riso in faccia e che avrebbe spedito a calci fuori dal castello. Si possono forse ingerire le pietre? Allo stesso modo non era mai riuscita a mandar giù il boccone amaro toccatole in sorte e alla fine l'aveva sputato. In faccia a tutti.
Il cavallo sollevò uno zoccolo e lo affondò nel fango, nitrì e impennò la testa, ma lei continuò a stringere le briglie e a tremare come una pianticella di riso, a fissare la strada di mota e pozzanghere e a vedere solo i volti che si era lasciata alle spalle.
Doveva muoversi, si erano riposati abbastanza.
La luce smorta dell'alba si insinuava lenta tra le fronde, gettando sprazzi di chiarore sulla natura immobile e lei rimase a scrutare la melma impastata alle foglie secche, le pozze diventate lastre di ghiaccio, i tronchi ora dritti ora deformi, i rami che a tratti si protendevano da un lato e dall'altro fino a formare quasi un tetto.
Poteva ricominciare a piovere da un momento all'altro. Il cielo correva, si sfilacciava e si addensava di nuovo tuonando il suo malumore.
Il respiro si condensò un istante prima di dissolversi nell'aria diaccia. Le labbra tremavano tanto che si aspettava di udire i denti iniziare a battere. L'acqua poteva anche scivolare sulla paglia intrecciata, ma il freddo aveva azzannato la carne e non mollava la presa. E non era il solo.
Ormai erano sulle sue tracce, doveva scudisciare il cavallo.
Si strinse nel mino, o almeno ci provò, chiedendosi che fine avesse fatto la resistenza al gelo appresa al prezzo di estenuanti meditazioni all'aria aperta in tanti inverni.
L'avrai evacuata nel secchio prima di fuggire.
Chiuse gli occhi, il ronzio nelle orecchie arrivato a un'intensità intollerabile mentre sembrava che qualcuno stesse prendendo a martellate le tempie dall'interno. Era stato un errore. Non avrebbe dovuto permettere al cavallo di rallentare per fargli riprendere fiato, sarebbe stato meglio proseguire fino a Kano, il bivio era giusto davanti a lei, non avrebbe dovuto fermarsi proprio ora. Eppure era come se si fosse persa. Persa sotto una pioggia che riprendeva a cadere titubante, prigioniera degli scrupoli proprio ora che finalmente era libera.
Libera.
L'aveva sognato per anni, era quello che voleva.
Il vento stava aumentando d'intensità, facendo ondeggiare i rami e il suo mantello di paglia, mentre i tabi incrostati di schizzi di fango si andavano inzuppando. Al loro interno i piedi sembravano immersi in un secchio di acqua ghiacciata.
Era quello che volevo.
Ed era vero. Eppure non le era esploso il cuore in petto per la gioia, non aveva versato lacrime di felicità, non aveva allargato le braccia e rivolto lo sguardo al cielo per ringraziare i kami, mentre cavalcava beandosi della fine della schiavitù. Tutto quel che aveva fatto era stato fuggire. E fuggire. E fuggire ancora. Perché anche continuando a ripeterselo libera non si sentiva. La libertà era il freddo che mordeva il corpo e raschiava le ossa. Era il silenzio che scorticava i timpani. Era comprendere troppo tardi, poco alla volta, il prezzo che si pagava per raggiungerla.
E ora che era in mezzo a una foresta, infreddolita e febbricitante, affamata e con la schiena a pezzi, non sapeva più se stesse fuggendo dalla vita che aveva sempre aborrito, o da ciò che la stava inseguendo. Si era lasciata il castello alle spalle senza mai guardarsi indietro, sempre più veloce. Ma non era sola, non lo era mai stata. Si era portata appresso qualcosa, quando aveva varcato quel cancello, qualcosa che non era riuscita a seminare nonostante avesse sfiancato il cavallo a forza di frustarlo. Qualcosa che strisciava lungo la schiena e le alitava sul collo appena si fermava, ma che non poteva permettersi di affrontare, non ancora. Se l'avesse fatto, se avesse lasciato che l'agguantasse, avrebbe strattonato quelle dannate redini e sarebbe tornata indietro.
Se avesse resistito, invece, se fosse riuscita a frapporre quanta più distanza possibile fra sé e quella che per quasi vent'anni era stata la sua prigione, avrebbe trovato il coraggio di chiamare ciò che la inseguiva col suo nome e gli avrebbe permesso di afferrarla, lo avrebbe combattuto e lo avrebbe vinto, perché non avrebbe avuto altra scelta. E allora, forse, sarebbe stata davvero libera.
Il cavallo s'imbizzarrì scalciando le zampe anteriori nell'aria e lei dovette tirare le redini per impedirgli di lanciarsi al galoppo all'ennesimo lampo e al deflagrare di un altro tuono. Gli sussurrò parole di conforto nelle orecchie e gli accarezzò la criniera fradicia, mentre cercava lei stessa di ritrovare un respiro regolare e di quietare il battito impazzito del cuore.
Doveva solo stringere i denti e resistere all'oppressione al petto, alla sensazione di un pugno conficcato nello stomaco, alla tentazione di sollevare gli occhi che lottavano contro le lacrime e guardare in faccia la realtà. Non era ancora il momento per quello. Era fuggita anche per lei, non poteva vanificare tutto.
Non la stupiva che dei tanti volti che si avvicendavano davanti ai suoi occhi accusandola con i loro mancasse proprio quello della sorella. A lei avrebbe chiesto perdono, se mai l'avesse rivista. A lei sola poteva. Avrebbe chiesto perdono per il suo tradimento, per il disprezzo verso le tradizioni e i giuramenti non mantenuti, verso il casato cui apparteneva e gli onori che aveva infangato, per le illusioni che aveva alimentato e la delusione intollerabile che era diventata agli occhi di chi aveva riposto in lei la sua fiducia incondizionata.
Si morse il labbro, mentre coi talloni spronava il cavallo perché alla biforcazione prendesse la strada per le montagne. Mentre si chiedeva se sarebbe mai riuscita lei per prima a perdonarsi.
- § -
"Ryoga-sama, il palanchino è pronto", lo informò Hogai con un inchino.
I samurai di suo padre erano tutti allineati, i bagagli caricati sul carro. Il bue muggì e si guardò intorno.
"Lo avete trovato?".
Akane era gravemente ammalata. Tanto gravemente che il nobile Tendo temeva il contagio. Doveva andarsene, era stato perentorio.
"No, Ryoga-sama".
Non gli aveva nemmeno permesso di salutarla, neanche dall'anticamera della sua stanza da letto. Doveva far ritorno al proprio castello senza indugi.
"Sembra svanito nel nulla e quel che più sorprende è che anche il maestro Happosai sembra sparito, nessuno lo ha più visto. Mentre nessuno pare aver mai visto questo ronin uscito dai bagni prima di stamattina".
La luce del giorno non gli era mai parsa tanto innaturale. Sembrava promanare dalle pietre del cortile, smorta come un cielo autunnale, eppure si stagliava quasi accecante contro le nubi ferrigne. Presto avrebbe piovuto tanto da non riuscire quasi a distinguere i massi dei muri di cinta.
(…rto io la tua fidanzata)
Strinse i pugni all'idea del suo collo fra le dita che scricchiolava fino a spezzarsi. E li strinse tanto da farsi dolere le nocche.
(Forse)
La vergogna era intollerabile. E a renderla al limite del seppuku era l'aver perso la faccia davanti al maestro Happosai, lui, non solo i suoi uomini.
"Mio padre ha una spia, qui, non è vero?".
Gocce di pioggia grosse come mon iniziarono a cadere rade. I suoi samurai rimasero immobili a farsi sferzare dal vento.
Sentì gli occhi di Hogai su di sé, ma non si voltò, assottigliando anzi lo sguardo sulla portantina.
"Sì, Ryoga-sama", mormorò il samurai con un cenno del capo.
Lo aveva umiliato senza nemmeno combattere, semplicemente ignorandolo. E poi lo aveva deriso. Deriso. Era rimasto immobile a lasciarsi attaccare, a ridere di lui. Come se lui non valesse niente.
Un lampo abbagliò il cortile. Alcuni bushi volsero il viso al cielo.
"Allora voglio essere informato nel caso il ronin dovesse farsi di nuovo vivo, ma se così non fosse, voglio essere informato quando tornerà il maestro Happosai".
Perché lo avrebbe trovato, fosse l'ultima cosa che faceva. Non importava quanto ci sarebbe voluto, lo avrebbe trovato e avrebbe riversato i suoi intestini sulla nuda terra.
Il tuono deflagrò sopra le loro teste. Il bue mugghiò e scalpitò.
"Hai, Ryoga-sama".
Forse il venerabile era andato a cercare una cura per Akane. Forse quel ronin lo stava solo aiutando.
(Forse)
Se solo fosse riuscito a ricordare cosa gli aveva sibilato prima di svenire un'altra volta… Forse non aveva importanza, era un ronin morto in ogni caso: non avrebbe mai permesso a una feccia simile di respirare ancora a lungo, si sarebbe vendicato di quel bastardo arrogante per tutti gli affronti che lo aveva costretto a ingoiare. Lo avrebbe ridotto in ginocchio e lo avrebbe afferrato per i capelli come quel rifiuto aveva osato fare con lui, poi…
"Affrettiamoci, Ryoga-sama, presto verrà a piovere".
Lanciò un'occhiata distratta a Hogai, quindi tornò a guardare la sua scorta.
Sei morto, maledetto. Tu non lo sai, ma io sì.
"Andiamo".
Presto spegnerò quei tuoi dannati occhi d'acciaio, stai tranquillo.
- § -
L'effluvio dei fiori selvatici si mescolava al fetore delle foglie in decomposizione. A fiotti le giungeva il profumo degli arbusti aromatici e quello della resina, almeno finché l'odore della terra bagnata non tornava a schiaffeggiare le narici. Iniziava a girarle la testa e afferrò più saldamente le redini. Non si udivano uccelli cantare, neppure in lontananza. L'aria rafferma e appiccicosa pareva un secondo, soffocante velo di pelle.
Si passò il dorso di una mano su una guancia, sudata e gelida. Doveva raggiungere al più preso una locanda, non fosse altro che per cambiarsi i tabi e tuttavia continuò a scrutare il soffitto di rami e foglie, ormai tanto fitti che la pioggia penetrava a stento. E così la luce. Seguì con lo sguardo le fronde intrecciate fino a vederle fondersi con le tenebre, là dove anche la strada pareva inghiottita dal buio.
Il cavallo scalciò sul tatami di foglie morte del sentiero, forse impaziente di riprendere a correre, forse preda della sua stessa inquietudine. Gli alberi parevano incombere sempre più su di lei quasi volessero schiacciarla e i rami degli arbusti sembravano mani scarnificate che si protendevano verso i suoi piedi. Guardò di nuovo avanti a sé e strattonò le briglie costringendo il cavallo a un passo indietro: la strada appariva più avvolta dall'oscurità, ora, neanche stesse avanzando verso di lei. Scosse la testa. Che timori ridicoli. Eppure non riusciva a inghiottire il macigno che sentiva incastrato in gola e adesso ci si metteva anche il cuore a battere un po' troppo forte.
Cos'era stato?
Tese le orecchie guardando tutt'intorno. Possibile che se lo fosse sognato? Le era parso un… eccolo di nuovo! Tirò le redini affinché il cavallo girasse su se stesso come per tornare indietro e si mise in ascolto. Era proprio un cigolio e veniva dalla discesa. Fece compiere alla sua cavalcatura qualche passo in avanti prima di fermarsi di nuovo e decidere di scendere a terra. Non c'erano dubbi, era un carro. Avanzava lento per via del fango e del fogliame scivoloso, le ruote che sbattevano ogni tanto contro qualche sasso. Si portò accanto al muso del cavallo senza mollare le briglie, indecisa sul da farsi. Il rumore si faceva più vicino e ora poteva anche sentire quello di alcuni passi. Portò la mano libera ad afferrare il manico del tanto infilato nell'obi dietro la schiena e nemmeno stavolta riuscì a inghiottire, mentre una goccia di sudore colava lungo un lato del viso e il cuore minacciava di sfondare il petto.
(Mi stai ascoltando, Akane? Hai capito quel che ho detto? Ripetilo!)
Evita di uccidere. Spezza arti, paralizza, tutto ma non uccidere, se non per difendere la vita tua o quella di qualcun altro.
(Perché?)
Perché il karma non conosce pietà, maestro. Il karma mi restituirà ciò che ho seminato, in questa vita o nella prossima.
(Esatto. Qualsiasi azione compirai, il karma te la farà scontare cento volte. Mira ai punti vitali, se proprio devi, ma mai con l'intenzione di uccidere, l'intenzione è tutto)
Devo colpire con l'intento di fermare, nient'altro.
(Molto bene. Ma anche perché la morte per tanti è una comoda scorciatoia per liberarsi da ogni sofferenza. Peggio della morte c'è una vita intera da passare menomati o paralizzati, una lezione senza dubbio utile per progredire nelle incarnazioni…)
E se mi trovassi nell'impossibilità di fermarmi a pensare, maestro? Se non avessi il tempo di riflettere?
Li vide a malapena emergere dal folto del bosco, più ombre che uomini, tutti armati di lance. Avanzavano cauti, dovevano essere la scorta del carro che seguiva. Akane prese un respiro tanto profondo da riempire i polmoni, lasciò andare il pugnale e si inumidì le labbra per palesare la propria presenza con un saluto proprio nel momento in cui uno degli uomini si arrestò e le puntò contro la lancia gridandole qualcosa, subito imitato da tutti gli altri.
L'intero convoglio si fermò e le guardie in testa alla scorta mossero alcuni passi in avanti, aprendosi a ventaglio e continuando a gridare senza che lei capisse una parola.
Non poteva crederci. Non una sillaba di quel che le stavano probabilmente intimando riusciva a intendere, com'era possibile? S'impose di riprendere a respirare e di non muovere muscolo per non dar loro motivo di attaccarla.
"Wa-wagahai no taiho Tend… Tenkei Aika de aru".
Aggrottarono la fronte ancora di più fissandola sorpresi, qualcuno cercò confuso una risposta nel volto degli altri, per poi tornare a scrutarla con maggior severità e ad avvicinarsi. Non avevano compreso una parola nemmeno loro. Maledizione. Strinse a pugno la mano libera per impedirle di correre al pugnale e frugò nella memoria alla ricerca dei racconti di Happosai, prima che quegli uomini si avvicinassero troppo spingendola a difendersi.
"Wa-watashi no… namae Tenkei Aika… desu".
Un ordine si fece largo fra le guardie, che arretrarono per lasciar passare un uomo tarchiato e dal ventre prominente. Aveva sulle sessanta primavere e non mancò di notare che indossava un kimono imbottito e ricamato, ma senza spade infilate alla cintura. Dietro di lui un palanchino e se la vista non la ingannava, ce ne era un secondo fra il primo e il carro, forse anche un terzo.
L'anziano, di certo un mercante, avanzò superando la scorta e fermandosi a una decina di passi da lei, quindi disse qualcosa che Akane non capì e si chiese se fossero le parole a essere diverse da quelle che lei usava abitualmente o la pronuncia a renderle incomprensibili. Happosai le aveva in più occasioni accennato che il popolo parlava una sorta di dialetto, di volta in volta diverso a seconda delle zone del paese, eppure alle sue orecchie quegli uomini sembravano parlare tutt'altra lingua. Forse le aveva chiesto di ripetere il suo nome, oppure di abbassare il cappello… il cappello! Stupida che non era altro, le copriva il viso!
Ne afferrò con cautela il bordo e lo fece scivolare dietro la testa. L'anziano e la sua scorta spalancarono gli occhi, qualcuno mormorò qualcosa come stupito, tutti tornarono pian piano eretti abbassando le lance.
Stava per chiedersi per quale motivo, ma un fruscio e qualcosa che si mosse rapido ai margini del suo campo visivo la indussero a voltarsi di scatto alla sua sinistra, bocca e occhi che si spalancavano di fronte al gigante che sbucava dal niente piombandole addosso, una lama che calava su di lei.
- § -
Le due file procedevano lente e ordinate sotto la pioggia scrosciante. Un carro trainato da un bue, un paio di portantine, pellegrini, qualche monaco questuante pelle e ossa, un gruppo di attori girovaghi, contadini con le zappe sulle spalle, venditori di erbe medicinali, shirakawame con le ceste traboccanti di fiori. Da e per Kano. Un fiume umano di cappelli di paglia e qualche sporadico ombrello di carta che scorreva pigro su un letto di fango. Distaccato, indifferente. Immutabile.
Dall'altra parte della strada, un nugolo di uomini, donne, vecchi e bambini che sostava infreddolito ma composto sotto la tettoia della locanda in attesa che spiovesse, cenciosi senza mino e senza futuro, qualcuno a piedi nudi che strofinava contro le gambe, tutti con le mani sotto le ascelle o davanti alla bocca per tentare di scaldarsele col fiato.
Attraversò la strada a grandi falcate, incurante del viavai che si arrestava e in qualche caso perfino s'inchinava, degli schizzi di fango sollevati, dello scompiglio controllato che portava nell'ordine.
Varcò la soglia della taverna e fu accolto da un lezzo in cui umidità, muffa, sudore, pesce arrostito condito col daikon, saké, vomito, urina e tè scadente si contendevano le narici. Non c'era un tavolo libero e le cameriere correvano avanti e indietro tra la sala e la cucina rischiando di inciampare. Si diresse verso il fondo del locale cercando di ignorare il pavimento appiccicoso e appena una ragazza sgusciò fuori dalla stanza sul retro le afferrò un braccio facendola sussultare. Il vassoio che teneva fra le mani vacillò.
"Dov'è l'oste?".
Attraverso le grate del cappello di paglia la vide boccheggiare col cuore in gola.
"È… è… lui sta…".
Strinse la morsa attorno al braccio.
"Dov'è?".
"In cucina!".
"Vallo a chiamare, muoviti".
"S-sì, signore!".
Mollò la presa e tornò a guardare il locale. Alcuni distolsero lo sguardo per posarlo sul tavolo, il mormorio precipitato quasi a livelli da cospirazione.
"Come posso servirvi?".
Ranma si volse verso la voce catarrosa alle sue spalle. Robusto e alto quasi quanto lui, l'oste si limitò a un cenno del capo per poi fissarlo da sotto in su col cipiglio poco accondiscendente di chi ha troppo lavoro da sbrigare per perdere tempo in chiacchiere. Doveva essere stato un samurai, un mare di anni prima. Un samurai senza più padrone e con la pancia vuota, un orgoglio smisurato impantanatosi in un buco per sopravvivere.
"Stamattina presto è passata di qui una donna che ha lasciato un cavallo? Una donna con la pelle chiara, non una contadina".
"Una donna sola, intendete? No, signore".
"Ne sei certo?".
Lo osservò abbassare gli occhi fino al suolo, prendere un respiro profondo e rialzarli.
"Le donne 'con la pelle chiara' non viaggiano da sole", osservò l'oste quasi scandendo le parole e inarcando con ostentazione un sopracciglio. "Me la ricorderei, se l'avessi vista, soprattutto se in sella a un cavallo".
Non se ti ha pagato generosamente, oste. Ma gli occhietti cisposi lo fissavano stanchi senza tentennamenti. Forse diceva il vero.
"Chi si occupa del cambio dei cavalli?".
"Il maggiore dei miei figli. Desiderate mangiare qualcosa?".
Ranma volse lo sguardo tutt'intorno. Quasi nessuno parlava più. Inutile chiedere a quei morti di fame: se anche uno solo di loro aveva incrociato la ragazza a piedi ore addietro, non vi avrebbe mai badato, in mezzo alla folla di viandanti.
"No. Conducimi alla stalla".
L'oste acconsentì con un lieve inchino e un grugnito, quindi gli diede le spalle e gli fece strada attraverso la cucina.
La stalla puzzava di sterco e paglia senza un solo cavallo a defecare o a mangiare.
"Yoshi! Dove sei? Vieni qui!".
Dall'ultimo stallo fece capolino un ragazzo. Posò la ramazza e avanzò a passo svelto verso di loro emergendo alla luce emaciata del giorno, secco come l'impugnatura di una katana e coi capelli arruffati. Non doveva avere più di tredici anni.
"Rispondi a tutte le domande del samurai, mi hai capito? Io torno in cucina".
"Hai!", rispose il moccioso con un inchino mentre il padre chinava il capo per poi sparire nel locale. Ranma non gli badò e prese posto su uno sgabello presso l'uscio della stalla, quindi tirò fuori una moneta dalla manica del kimono e gliela lanciò. Il moccioso la afferrò al volo e quasi la fece cascare per terra nemmeno scottasse, quando si accorse di che materiale era fatta.
"A che ora ti alzi, la mattina?".
"Ma-ma questa è… è proprio…".
"Sì, è d'oro, te la mangi dopo con gli occhi, ora guarda me".
"S-sì, signore!", s'inchinò il ragazzo facendo cadere la moneta. Si gettò a terra per raccoglierla e la strinse al petto.
"Allora?".
Il moccioso si alzò in piedi e s'inchinò di nuovo senza mai sollevare il volto.
"Prima dell'alba, signore, per dare da mangiare ai cavalli e pulire gli stalli prima che arrivino i clienti", rispose con un altro inchino, lo sguardo che non abbandonava la terra battuta. Cercava di controllare il tremore senza riuscirvi granché.
"E stamattina presto, verso l'alba o poco dopo, è venuta per caso una donna, sola, a lasciare un cavallo?".
"Una donna da sola? No, signore". Aveva scosso la testa, restando immobile col capo chino nell'attesa spasmodica che lo congedasse per andare a nascondere la moneta.
"E nel corso della mattinata? Una donna con la pelle chiara, pensaci bene".
"No, signore".
Tremava tanto da sussultare. Ranma sbuffò, seccato. Il moccioso aveva troppa paura, se non lo lasciava andare subito la vescica avrebbe ceduto. Si volse a guardare gli stalli vuoti. Le possibilità erano due: o quell'Akane non aveva affatto rubato un cavallo – ma ciò non spiegava come avesse fatto ad allontanarsi velocemente, sempre che si fosse allontanata e non nascosta poco lontano da Nagoya, magari a Nagoya stessa – oppure aveva sfiancato la propria cavalcatura pur di mettere fra sé e il padre quanta più distanza possibile, altro che abbandonare la bestia rubata appena giunta sulla Tokaido. E poi c'era la ferrea convinzione di Happosai che si fosse diretta a sud, solo i kami sapevano perché. Sospirò. Fin dall'inizio aveva avuto l'impressione che avrebbe perso solo tempo, del resto era servito al vecchio solo per convincere il suo daimyo a lasciarlo partire nella direzione che riteneva giusta.
Sollevò gli occhi al cielo furibondo lasciando vagare lo sguardo sulle nuvole che ribollivano fino all'orizzonte e inspirando il profumo della terra bagnata. Meglio così, si disse stranamente sollevato. Meglio così.
"L-l'unica donna con la pelle chiara viaggiava con la sua famiglia, m-ma l'ha vista mio fratello, non io, io mi sono occupato solo del cavallo".
Ranma s'irrigidì, senza saperne con esattezza il perché. Spostò con indolenza gli occhi su Yoshi, poi il viso. Il ragazzo non accennò mai ad alzare i suoi e lui si chiese quanto valore dare a una simile informazione.
"Portalo qui".
Il fratello aveva forse dieci anni e un paio d'occhi più vivaci di quelli di Yoshi. S'inchinò senza timore quando gli arrivò a due passi e lo scrutò accigliato da sotto in su.
Ranma accennò un sorriso suo malgrado. Portò una mano sotto il mento e allentò il nodo del cappello di paglia lasciando che ricadesse dietro la testa. Il moccioso non riuscì a contenere lo stupore che si dibatteva dietro il faccino duro.
"Come ti chiami?".
"Jiro", rispose a occhi sgranati.
"Tuo fratello ha detto che stamattina hai visto una donna con la pelle chiara, è vero?".
Jiro tornò a scrutarlo con piglio severo.
"Sì, signore".
"Raccontami", disse chinandosi a strappare un filo d'erba per ficcarselo fra le labbra e incrociare poi le braccia al petto.
"Poco dopo l'alba è arrivato un gruppo di persone, hanno lasciato il cavallo che si portavano dietro in cambio di cibo e denaro, hanno detto che l'hanno trovato a vagare da solo".
"Chi componeva questo gruppo?".
"Forse erano mercanti perché avevano un carro trainato da un bue. C'erano due vecchi, due donne, i portatori dei palanchini e alcune guardie del corpo con le lance. Erano… erano tutti sporchi, soprattutto le guardie. E puzzavano", sentenziò arricciando il naso.
"Di cosa erano sporchi?".
"Sembravano… macchie di sangue".
"Sei sicuro?".
"L'odore era quello".
Assottigliò lo sguardo sull'orizzonte tornando a masticare il filo d'erba.
"Dimmi della donna con la pelle chiara".
"È rimasta in disparte, aveva un cappello a cono che le copriva metà faccia", riprese Jiro. "Ma quella metà era bianca, come… come i chicchi di riso ed era liscia, invece quella dei genitori era scura e rugosa".
"Sicuro che non fosse truccata?".
Lo sguardo di Jiro si incupì.
"Si è voltata verso di me e ha alzato il viso, l'ho vista bene, perché poi ha fatto una cosa strana".
Ranma inarcò un sopracciglio.
"Cosa?".
"Mi ha sorriso".
Aggrottò la fronte senza riuscire a impedirselo, ma continuò a giocare col filo d'erba spostandolo coi denti su e giù. Jiro affondò i suoi, di denti, nel labbro inferiore, ma non abbassò gli occhietti.
"Mi sapresti descrivere il suo volto?".
"Era ovale… gli occhi erano grandi… e aveva tutti i denti, dritti e bianchi!".
"E le sopracciglia? Le aveva?".
"Le sopracciglia?! Sì", rispose tra l'imbronciato e il perplesso, poi s'illuminò. "E il naso era a punta, non era schiacciato".
"E la sorella?".
"Ah, lei era diversa. Era più bassa, con la pelle scura e i denti storti, non si assomigliavano per niente".
Ranma smise di giocare con lo stelo. Quindi riprese, ma con cautela.
"Dove si sono diretti? Te lo ricordi?".
"Certo, verso Gujo".
"Prima hai detto che erano 'tutti sporchi di sangue', è così?".
Il ragazzo annuì.
"Sì, signore, tutti quanti: i vecchi, le figlie e i servitori. Hanno detto di essere stati attaccati dai briganti, si sono fermati solo il tempo di pulirsi e cambiarsi".
Chiuse un istante gli occhi e lasciò andare un sospiro. Quindi sfilò dalla manica un'altra moneta d'oro e gliela lanciò, ignorando i balbettanti ringraziamenti del bambino mentre si alzava dallo sgabello e si allontanava.
Gujo non era distante e lui doveva decidersi.
Fuori dalla bocca il fiato si condensava e svaniva, si condensava e svaniva. Si volse indietro a guardare la taverna e la strada che scompariva dietro una curva celata dagli alberi, tentato di tornare sui suoi passi e sedersi al tavolo di un ryokan degno di questo nome il più possibile vicino al bivio. Poi si voltò di nuovo a guardare la strada che s'inerpicava verso Gujo perdendosi nella foresta.
Quei cadaveri lungo la strada… Non potevano che essere stati loro. Lei. Ma aveva sorriso al bambino. E non con un sorriso forzato, a fior di labbra, ma aperto, tanto da mostrare i denti. Magari avevano sorriso anche gli occhi. Nessuna donna educata al più rigido autocontrollo l'avrebbe fatto. E c'era da dubitare che una donna simile fosse capace di uccidere. In quel modo, poi…
Inarcò il collo all'indietro e quindi di lato, facendolo scrocchiare. Forse il vecchio si era sbagliato. Forse la ragazza aveva davvero preso la via per le montagne come il padre aveva previsto. E quel secchio di letame di Happosai era andato convinto da tutt'altra parte.
La rogna, a quanto pareva, toccava a lui. Una rogna che necessitava ancora di una conferma, ma se l'avesse avuta gli avrebbe garantito la testa del caprone e una reminiscenza con cui avrebbe spazzato via tutti gli altri immortali. Senza contare il doppio delle monete d'oro che lo aspettavano a Nagoya. Si leccò il labbro inferiore. Si sarebbe vendicato di Happosai, avrebbe assorbito tanto di quel potere da volare sul serio e si sarebbe sistemato, tutto in un colpo solo. Non avrebbe potuto desiderare di più.
E tuttavia…
Strinse a pugno una mano, mentre serrava l'altra attorno al manico della katana e vi strofinava il pollice quasi a volervi tracciare un solco. Finché aveva creduto che Happosai avesse preso la direzione giusta, se ne era sostanzialmente fregato di tutta quella faccenda, convincendosi di non avere un reale motivo per affannarsi a cercare la ragazza: sarebbe stato come gettare tra le rapide di un fiume i pacchetti di monete con cui era stato pagato. E la testa di Happosai l'avrebbe avuta comunque, prima o dopo le nozze della sua pupilla non faceva differenza, si sarebbe trattato solo di pazientare qualche giorno in più. Allora perché provocarlo? Per il gusto di vederlo fumare rabbia da quelle orecchie cespugliose, tutto il resto era una zecca sul culo di un cavallo. Così aveva finito per sforzarsi il meno possibile di cercarla. Ma adesso che con ogni probabilità l'aveva rintracciata…
Che i kami crepassero tutti, solo loro sapevano perché stava indugiando invece di sbrigarsi: la mocciosa avrebbe anche potuto abbandonare la strada per inoltrarsi nei boschi, era già stata abbastanza furba da aggregarsi a una famiglia. Se quel bambino non l'avesse notata…
Sputò il filo d'erba incamminandosi a passo svelto verso Gujo. Al minimo indizio che gli avrebbe confermato che fosse lei, avrebbe abbandonato la strada per le cime degli alberi e le sarebbe piombato addosso.
- § -
Il palanchino ondeggiava insieme ai suoi pensieri e in alcuni momenti un principio di nausea si appressava alla bocca. Premette una mano sullo stomaco e strinse le labbra, chiedendosi come facesse la gente comune a viaggiare su un kago.
Il bestione le viene addosso con tutto il peso della propria stazza, mostrando i denti marci attraverso la bocca spalancata in un grido d'assalto.
Lo guarda avventarsi su di lei, il volto sfigurato dalla furia omicida. Guarda la spada corta che impugna calare sulla propria testa. L'intuizione le folgora la mente nell'attimo in cui il suo corpo reagisce come se avesse vita propria, il cervello messo a dormire dall'istinto di sopravvivenza.
Forse la gente comune normalmente viaggiava in pieno giorno, lungo le affollate vie principali. I portatori non avevano motivo di procedere a passo di corsa, se non temevano di essere assaliti.
Gli ha spezzato la rotula prima ancora di rendersi conto di averlo fatto davvero. Si è lasciata cadere a terra scivolando sulle foglie umide per sferrare un calcio contro un ginocchio dell'uomo.
Chiuse gli occhi.
L'uomo rovina a terra e urla come se gli stessero strappando via l'anima tenendosi una gamba da burattino.
Ma i briganti erano sempre lì, a decine, inferociti, affamati.
(E se mi trovassi nell'impossibilità di fermarmi a pensare, maestro? Se non avessi il tempo di riflettere?)
Tutt'uno con la foresta prima di assalire lei e la scorta del mercante.
(Allora non esitare)
Afferra la spada caduta e nel rialzarsi ruota su se stessa, la lama che descrive un ventaglio nell'aria e trancia il braccio di un nuovo assalitore prima ancora che lei se lo ritrovi davanti, a gridare un'agonia che lo fa crollare sulle ginocchia per tenersi un arto che non esiste più.
Avrebbe voluto ripulirsi dal sangue, se lo sentiva ancora sulla faccia e con dita tremanti si sfiorò una guancia. Avrebbe voluto afferrare una manica e strofinarla sul viso fino a consumarla, perché la ripugnava l'idea della pelle imbrattata. Invece aveva voltato gli occhi verso le urla che perforavano le tempie.
E li vede. Li vede farsi a pezzi, briganti e yojimbo. Vede volar via teste i cui corpi si afflosciano come cenci usati. Vede strappar via braccia, a volte gambe, come se gli uomini fossero bambole di carne. Altri finiscono eviscerati come pesci su un tagliere, uno tanto in profondità da essere tagliato in due: il tronco si accascia da un lato, il bacino dall'altro. E lei si chiede perché resta a guardare, perché rimane impietrita anziché intervenire. Potrebbe porre fine al massacro e invece rimane in disparte, come se non la riguardasse. Come non volesse avervi niente a che fare.
Gli uomini ammazzano per un nonnulla che alcuni chiamano onore e altri fame, ma la spietatezza e la soddisfazione nel farlo dovrebbero rientrare solo nel concetto di fame, non in quello di onore.
Sapeva sarebbe successo, prima o poi, ma era troppo abituata alle esecuzioni rapide e distaccate dei samurai di alto rango, troppo imbevuta di ideali nobili per credere davvero che il mondo fosse la tana a cielo aperto di tanta bestialità. Eppure lo sapeva, cosa l'aveva paralizzata, allora? Il vedere gli uomini della scorta uccidere con più violenza dei briganti stessi? Che si era aspettata, di vederli sterminare con buddhica impassibilità? Erano guardie del corpo, ronin in vendita al miglior prezzo, erano…
…tali e quali ai banditi. Non è più in grado di distinguerli, non c'è più alcuna differenza fra loro. Un brigante conficca la lama nel petto di un ronin senza più mani e la rigira più volte mentre mostra la lingua nell'atto di godere della sua sofferenza. Un ronin trapassa un brigante da parte a parte per poi sollevarlo da terra e ghignare nel sentirlo urlare più forte perché il suo stesso peso lo fa scivolare lungo la lancia.
Guarda il sangue venir sparso con la facilità con cui si sparge acqua per pulire un pavimento, guarda con occhi che vorrebbe chiudere e che invece rimangono ostinatamente spalancati. Non è la pelliccia a distinguere le bestie. E lei non sa se essere più inorridita da questa consapevolezza o dallo sterminio in sé. Sa solo che le gambe restano dove sono e la mente è alla deriva in un mare vermiglio dove galleggiano pezzi di corpi, la spada che rischia di scivolarle di mano. Ed è allora, in mezzo al clangore delle lance che urtano le spade e alle urla animalesche che le sovrastano, che qualcosa lacera l'aria mettendo a tacere nella sua mente ogni altro suono.
Scostò un lembo della stuoia per guardare fuori. La ragazza camminava a capo tanto chino che quasi si toccava il petto col mento, le mani infilate l'una nella manica dell'altra. Le avrebbe dato il cambio ben prima di arrivare a Kano, che ai suoi genitori fosse piaciuto o meno. Dal modo in cui fissava ostinata il terreno e stringeva le spalle, capì che non stava tremando solo per il freddo.
Donne?
Il qi irrompe nelle braccia, nelle mani, nei piedi come una colata di metallo fuso, ma dalla schiena brividi gelidi si susseguono fino ad artigliare la nuca.
Ci sono anche delle donne? Oh kami…
La mano stringe di nuovo la katana, le gambe la gettano in mezzo allo scempio. Non ci sono più bestie che si scannano, ma ostacoli che cercano di frapporsi fra lei e gli inermi in pericolo. Ed è solo alla loro salvezza che pensa, mentre qualcuno le afferra i capelli ridendo e tirandole indietro la testa e un brigante le viene incontro con una risata sbieca. È a loro che pensa, mentre affonda la lama in una coscia di colui che le sta quasi strappando il cuoio capelluto e il tallone nell'altra gamba spezzandogli la tibia. Si sgola, la bestia, nell'accasciarsi al suolo, ma lei estrae la lama e gli torce quello stesso braccio che ancora le ghermisce i capelli fino a spezzargli il gomito, protendendosi abbastanza per slanciare indietro una gamba e colpire allo sterno l'altro brigante che le punta contro un pugnale. E poi un terzo assalitore, sotto il mento col palmo della mano libera mentre ruota su se stessa per tornare in piedi. E un quarto, con un calcio laterale contro le costole col collo del piede. E un quinto, cui penetra la gola con due dita dopo aver parato il suo affondo e avergli fatto volar via la spada.
Non vuole pensarci, ma se chiude gli occhi le tenebre iniziano a urlare. E ad assumere contorni. E ad agitarsi. E a lei viene meno il respiro e inizia a boccheggiare, perché non vuole rivivere ciò che ha visto.
Ciò che quei vermi stavano per farle.
Vede la madre per prima, al suo fianco l'anziano che si era fatto avanti. Li hanno fatti inginocchiare tenendoli immobilizzati con pugnali premuti contro la gola affinché guardino. È allora che abbassa gli occhi e la vede. O meglio, vede le sue gambe che si dimenano nell'aria, un mostro in mezzo a loro che la costringe a terra e un'altra belva che ride tanto da sputare saliva mentre le tiene ferme le braccia, così il mostro può lacerare l'obi e aprirle il kimono, incurante delle sue urla che mutano il sangue in ghiaccio.
Rimane impietrita per istanti così lunghi da temere di soffocare, istanti di colpo recisi dalla katana che le viene strappata via e da qualcuno che l'afferra per la vita tentando di buttarla a terra.
No… No, no, noooooooo!
Gli rompe il naso con una testata all'indietro e appena quello allenta la presa, si volta e lo colpisce col palmo aperto al centro del torace sbalzandolo lontano, mentre scorge alla sua sinistra il bagliore di una lama che sta per tagliarla in due. Akane si rovescia all'indietro, mentre la spada le passa sopra il viso tranciando un ciuffo di capelli e lei poggia le mani al suolo dandosi la spinta necessaria per sforbiciare le gambe nell'aria e calciare il brigante in pieno volto. Compie una rotazione completa e torna in piedi, raccogliendo la katana dell'uomo prima di voltarsi di nuovo verso il mostro, che si sta allentando il perizoma per… per…
Chiuse gli occhi. E rivide la mano saettare verso il collo del verme, le dita morderlo penetrando la carne, il braccio tirarlo via dalla ragazza mentre l'altra mano premeva la spada contro la gola permettendogli appena di respirare. Gli strepiti allora erano cessati di colpo, le armi avevano smesso di cozzare le une contro le altre. Aveva abbassato lo sguardo sull'altra belva, congelata nell'atto di trattenere braccia che non c'erano più: la ragazza era balzata in piedi coprendosi alla meglio e correndo a nascondersi dietro il carro. Nessuno si era precipitato a recuperarla. Nessuno aveva fiatato. E allora aveva capito.
Intima di lasciare andare i vecchi e le guardie rimaste, di gettare le armi e di allontanarsi, o ammazzerà il loro capo, la voce tanto rauca da graffiare la gola. Ma i briganti restano pietrificati a guardarla e a lei non resta che premere il filo della lama fino a far stillare sangue al mostro, stavolta urlando l'ordine di andarsene. Se le sue parole sono suoni incomprensibili, le sue intenzioni diventano inequivocabili: i banditi buttano le armi a terra e indietreggiano uno a uno tornando alla foresta.
"Aika-sama…".
Akane scostò di nuovo la stuoia di bambù. La ragazza s'inchinò celando il viso, si rialzò appena e continuando a camminare le indicò qualcosa davanti a loro.
"Gujo", disse.
Aveva evitato Mino e avrebbe preferito evitare anche questo villaggio, ma aveva bisogno di rifocillarsi. Sporse un poco la testa fuori dal palanchino. Alla fine di una risaia si stagliava una capanna alta tre piani e subito dietro ne scorse un'altra a quattro piani, i tetti di paglia tanto spioventi che coprivano fino all'ultimo piano e tanto spessi da eguagliare senza meno il braccio disteso di un uomo. Sulla facciata di legno, dal primo piano in su, si aprivano non finestre, ma quelle che sembravano fusuma, mentre al pian terreno, protetto da una lunga tettoia, si aprivano pertugi continui ai lati dell'ingresso. Diversi contadini zappavano campi oltre la sua visuale, altri giravano con ceste caricate sulla schiena di cui le sfuggiva il contenuto. A incombere sulla vallata stavano le montagne coi picchi innevati avvolti da un manto di foschia.
Si strinse nel kimono e tornò a guardare la ragazza, Keiko, se aveva capito bene. Si era inchinata e di nuovo portata a distanza di rispetto ai margini della strada e a capo basso procedeva parallela al palanchino, negli occhi che non potevano versare lacrime il terrore per un pericolo che non riusciva a lasciare dove l'aveva scampato. Reprimere. Reprimere sempre. Non permettere mai che l'emozione oltrepassi le labbra, né i gesti parlino in vece della bocca.
Allontana la lama dal collo del capobanda e lo colpisce dietro la nuca affinché si accasci svenuto sulle foglie. Il tempo di raddrizzarsi e fare un passo avanti, che una della guardie sopravvissute le si affianca e mozza all'uomo la testa prima che lei possa impedirglielo.
Guarda a bocca aperta il sangue sgorgare a fiotti dal collo mentre il ronin piega in avanti il busto e china il capo, seguito da un altro e un altro ancora. Si volta incredula e vede la famiglia al completo prostrata verso di lei, mani e fronti che toccano il terreno lordo di fango e sangue, la figlia più indietro rispetto ai genitori, i portantini dei kago dietro a tutti.
Dice loro di alzarsi, ma non capiscono. Lo grida e gli anziani azzardano a sollevare lo sguardo su di lei. Akane fa con una mano il gesto stizzito di sollevarsi in piedi e loro quasi inciampano nell'issarsi senza però osare guardarla in volto, quindi intimano con voce aspra alla figlia e ai servi di fare altrettanto. Non comprendono le sue parole, ma hanno inteso il suo lignaggio. Se fosse una veste, se la strapperebbe di dosso.
Il mercante si avvicina con cautela e a gesti presenta se stesso e la sua famiglia, quindi le fa capire che le offre uno dei palanchini. I portantini corrono a sollevare le pertiche. Vorrebbe declinare adducendo come scusa di avere il cavallo, ma si rende conto che le sue parole si perderebbero nel vento e rifiutargli quel che considerano un onore farebbe perdere loro la faccia. Restano tutti immobili ad aspettare che lei dica o faccia qualcosa, tutti con gli occhi al suolo tranne il mercante e i ronin. Sposta lo sguardo sulla ragazza che ha salvato dall'onta e che si è ricomposta alla meglio, il suo viso è pietra levigata: è pronta a obbedire al minimo ordine senza fiatare come nulla fosse accaduto e quando la madre le comanda qualcosa puntando un indice, lei s'inchina deferente e si porta lesta dietro il palanchino che le è stato offerto.
Akane si volta a guardare il mercante e sua moglie, che sorridendole la incitano a salire sul kago: è chiaro che nessuno farà un passo prima che lei abbia preso una decisione. E allora capitola, concedendo loro l'onore di salire sul mezzo di trasporto senza dubbio usato fino a quel momento dalla figlia.
I coniugi si affrettano a salire sui rispettivi palanchini e a lei non resta che guardare la ragazza portarsi mesta al suo fianco e mettersi in marcia.
Akane lasciò che la stuoia tornasse a separarla dal mondo esterno, chiedendosi per un momento quanta distanza avrebbe dovuto porre fra lei e il castello prima di poter affermare di averlo lasciato davvero.
- § -
Un carro merci. Due anziani. Una ragazza.
Volse lo sguardo sull'altro lato della strada, percorrendo la marea umana, scrutando i balconi e oltre le shoji aperte ai primi piani delle sale da tè e dei ryokan.
Portatori di palanchini. Yojimbo con le lance.
Tornò a osservare alla sua destra i volti dei passanti, il loro abbigliamento. Niente. E la via principale del villaggio era quasi finita.
Si fermò, guardandosi intorno. La solita accozzaglia di venditori ambulanti, questuanti, monaci, contadini, servi, mercanti e qualche ronin. Con tutte quelle botteghe e taverne era un viavai di avventori di ogni tipo, puttane comprese. Alzò gli occhi oltre i tetti degli edifici. Il cielo si era tinto ormai di un rosa tenue che sfumava nell'arancio, avrebbe dovuto cercare un tempio dove passare la notte. E nemmeno l'ombra di un…
Palanchino. Adagiato a terra, proprio alla fine della strada. Lo aveva appena intravisto che subito era scomparso alla vista. Ranma si fece largo tra la gente e vide anche i portatori, seduti a gambe incrociate nella polvere a contare le monete guadagnate. Il più giovane sollevò la testa quando lo udì arrivare e bisbigliò qualcosa all'altro, che sollevò la testa a sua volta, la faccia arata dal tempo. Entrambi si alzarono in piedi e si inchinarono. Dovevano essere padre e figlio, ambedue vestiti del solo perizoma, ambedue robusti e con le gambe arcuate.
"Avete trasportato fin qui un mercante con moglie e figlie?ˮ. Quelli si guardarono sorpresi. "Sì o no?ˮ.
"S-sì, signore, mio figlio e io insieme ad altri quattro portatori. Ma la figlia era una solaˮ.
"Una sola? E l'altra chi era?ˮ.
Si guardarono preoccupati per poi tornare a fissarlo con l'apprensione negli occhi.
"Ecco… non lo sappiamo. Non parlava la nostra lingua, ma ha salvato la famiglia del mercante dall'attacco di una banda di briganti. Il mercante per sdebitarsi l'ha fatta salire su uno dei palanchini al posto della figliaˮ.
Merda di vacca zoppa.
"L'avete incontrata lungo la strada?ˮ.
"Era giusto davanti a noi, in sella a un cavallo. Doveva essere uno spirito dei boschi, perché non ho mai visto in tutta la mia vita qualcuno combattere in quel modo, sembrava fluttuare!ˮ.
Merda di vacca zoppa e gravida.
"Che aspetto aveva?ˮ.
"La pelle era bianca e gli occhi grandi, non sembrava umana!".
Certo che no, come potrebbe esserlo agli occhi di un morto di fame una nobildonna la cui pelle non ha mai visto la luce diretta del sole, ha mangiato solo cibi prelibati e ha sempre curato il proprio aspetto? Non può avere il viso ruvido e scottato dal sole delle contadine, né i denti marci di chi non se li è mai lavati.
Sangue mefitico di oni sventrato. Per tutto il tempo aveva pure nutrito dei dubbi.
Aveva voluto nutrire dei dubbi.
"Certo che non sembrava umana, perché non lo era. Sto inseguendo questo obake da parecchio tempo, è convinto di essere ancora vivo. Dove si è diretto?ˮ.
"E-era un fantasma?! Allora voi siete…ˮ. L'uomo divenne più bianco in volto del pezzo di stoffa che gli cingeva i fianchi e il figlio deglutì indietreggiando di un passo. "Ma samurai-sama era così… così reale!".
"Tale appare perché non sa di essere trapassata. Allora, dove l'avete lasciata?".
Strinse l'impugnatura della katana su cui teneva appoggiata la mano.
"Alla locanda 'Luna di Primavera' con il mercante e la sua famiglia", gli indicò con l'indice puntato oltre le teste che assiepavano la via. "Kamisama, forse sono in pericolo!ˮ.
"Benvenuto, samurai-sama, purtroppo le stanze private sono tutte occupate, ma c'è ancora posto nella sala comune".
Ranma lasciò all'ingresso i sandali di paglia per indossare i tabi di cotone offertigli dalla cameriera.
"Sto cercando un mercante con moglie e due figlie, mi hanno detto che ha preso alloggio qui poche ore fa".
"Due figlie?", chiese perplessa la ragazza sbattendo le ciglia. "Nel pomeriggio in effetti è arrivato un mercante con due giovani donne, ma quella che indossava un cappello a cono è andata via subito dopo essersi rifocillata. Vi faccio strada, prego", disse inchinandosi e indicandogli il corridoio con la mano aperta.
Ranma strinse i denti per impedirsi di imprecare e decise di seguire la donna al secondo piano del ryokan: la famiglia che stava per incontrare avrebbe anche potuto avere un'idea sulla direzione presa dalla giovane Tendo, forse valeva la pena perdere tempo a interrogarla.
La cameriera si fermò davanti a una fusuma chiusa, s'inginocchiò e annunciò una visita agli ospiti, quindi scostò una delle ante per farlo entrare.
Dall'altra parte della stanza, il mercante e la sua famiglia, inginocchiati sul tatami, smisero di affondare le bacchette nelle ciotole di riso per guardarlo senza impedirsi di lasciar trapelare la propria inquietudine.
Perfetto.
La cameriera richiuse l'anta della porta dietro di lui.
- § -
La stanza da bagno era più ampia e pulita di quanto si aspettasse. La tinozza si ergeva al centro, il bordo la superava in altezza. Due lanterne agli angoli opposti irradiavano una luce fioca attraverso la carta oleata. Il vapore che saliva dalla vasca rendeva l'aria tanto vischiosa da farla sembrare solida.
Nonostante la stanchezza e il bisogno urgente di un ofuro in cui immergersi, ora aveva la certezza che non era stato un errore lasciare Gujo per proseguire in palanchino fino a Gero. Avrebbe preferito arrivare prima che facesse buio per cenare, ma non le dispiaceva l'idea di essere la sola cliente del ryokan a fare il bagno a quell'ora, il silenzio l'avrebbe aiutata a rilassarsi. Solo i kami sapevano quanto ne avesse bisogno.
La serva che l'aveva accompagnata fece scorrere la shoji e le si avvicinò, forse con l'intento di aiutarla a svestirsi, ma Akane le mise in mano una moneta e le fece cenno col mento di andarsene. Quella s'inchinò e uscì chiudendo la porta.
Quando fu sicura che si fosse allontanata, Akane sfilò la wakizashi dal kimono e l'appoggiò sulla panca dove era stato preparato un telo. Si tolse il cappello e il mino e si sfilò il kimono, lercio di terra e sangue, adagiandolo accanto all'arma. Non avrebbero perso tempo a scucirlo per lavarlo, lo avrebbero bruciato e gliene avrebbero dato uno nuovo. Almeno così le parve di aver capito: qualche parola iniziava finalmente a emergere dalla nebbia di un dialetto a stento penetrabile.
Sciolse il perizoma, i sandali e infine i capelli, raccolti sulla nuca in una crocchia e tenuti fermi con gli spilloni, per avvolgerli di nuovo e raccoglierli ancora più in alto affinché non si bagnassero.
L'hai fatto anche per lei. Pensa a lei.
Si sedette su uno sgabello e prese a strofinarsi la schiena con un panno ruvido.
Lo so, ma penso anche a dama Yuki, ho timore che…
Chiuse gli occhi e strofinò più a fondo.
Ora te ne preoccupi? Perché non l'hai fatto prima?
Passò alle braccia e alle gambe aiutandosi con un raschietto di legno. L'avrebbe fatto per ore, se fosse stata sicura di mandar via ogni traccia di lerciume dalla pelle e dalla mente insieme all'acqua che si sarebbe versata addosso.
Non ti importava.
Ancora. E ancora. E ancora.
Lei è all'oscuro di tutto, lei darà l'allarme, quindi è al sicuro, deve esserlo.
Si alzò, afferrò il secchio appeso alla tinozza e lo immerse nell'acqua fumante.
È comodo pensarlo, vero?
Se la rovesciò sulle spalle e l'acqua scivolò bollente lungo la schiena per infiltrarsi tra le assi di legno del pavimento in uno stillicidio continuo.
Non le faranno niente.
Tornò a sfregarsi con maggior vigore con lo straccio che aveva usato.
È di te che ti devi preoccupare. Il disonore è enorme e colpirà tutti, anche Kasumi, ma sarai tu a rimetterci la pelle se ti ritrovano.
Guardò avanti a sé e lanciò con rabbia il panno contro la panca. Scosse la testa, poggiò i gomiti sulle gambe e si prese il viso fra le mani.
Ma è anche per lei che sono fuggita.
Allora sai cosa devi fare.
Recuperò la spada e salì su uno sgabello per entrare nella vasca, la superficie dell'acqua pareva un pozzo in comunicazione con le tenebre. Vi si immerse poco per volta, sedendosi sulla panca sommersa finché non rimase fuori solo la testa. Fece scivolare la spada tra la schiena e la parete della tinozza in modo che l'acqua non lambisse l'orlo del fodero e poggiò la nuca sul bordo dell'ofuro, assaporando il calore che poco a poco scioglieva i muscoli.
Non ci riesco, questa è la verità. Mi sento come… come…
Chiuse gli occhi.
Sperduta? Sei dove volevi essere, rimpiangi le mura del castello?
No. Ma non so bene dove… come… maledizione!
È accaduto tutto troppo in fretta. Respira.
Si portò un braccio a coprire gli occhi, prima che fosse troppo tardi.
Respira.
Sentiva le lacrime premere dietro le ciglia per scivolare lungo il viso. Kami, quanto avrebbe voluto non essere samurai, permettere al pianto di fluire via…
Ciò che hai visto ti disgusta più della vita che hai lasciato? L'ignoto ti spaventa?
Si morse il labbro, ma una lacrima fuggì via lo stesso.
In un giorno solo ho visto cose e… e fatto cose che… voglio solo lavar via tutto di dosso, voglio lasciarlo dove è avvenuto, devo riuscirci o qualsiasi cosa accadrà in futuro si unirà al fardello che già mi opprime e un giorno ne resterò schiacciata. Quante volte Happosai me l'ha ripetuto e io cocciuta non ascoltavo. È stato il suo primo insegnamento e ora mi rendo conto anche il più importante. Ma è così difficile metterlo in pratica…
Ti preoccupi dell'onta che hai gettato sulla tua famiglia, su Kasumi, di quel che Happosai penserà di te. Sei ancora nel castello.
(Forse dovresti vedere coi tuoi occhi i cadaveri dei bambini galleggiare lungo i fiumi durante l'inverno)
Sollevò il braccio e lo affondò nell'acqua facendola tracimare oltre il bordo, come se così facendo potesse davvero scacciare dalla mente le parole del maestro.
Non posso credere di aver infangato il casato, le mie sorelle, forse di aver messo in pericolo la vita di dama Yuki e di chissà quanti altri! Il maestro mi disprezzerà, Kasumi mi disprezzerà. Sono una traditrice. Sono un'onta che cammina. Sono peggio di un 'intoccabile'. E ho paura. Ho paura che Kasumi non mi perdoni. Non riesco a perdonare me stessa, perché dovrebbe farlo lei? Io non…
…puoi farci nulla. Si paga un prezzo per le scelte che si compiono. Sei già pentita?
Lo era?
No. Non mi pento di ciò che ho fatto.
Il rimorso è un tarlo che scava finché non ti riduce in polvere. Sta a te decidere se vuoi lasciarti corrodere o estirparlo e schiacciarlo. Non puoi avere tutto, Akane. La libertà o l'onore. Decidi.
Non sono pentita. Ma solo adesso mi rendo conto che il mio comportamento potrebbe…
Gli scrupoli sono un pessimo compagno di viaggio, lo sai.
Portò una mano a coprire metà viso.
È così, allora? Devo sopprimere anche loro? Mai.
La libertà, tua e di tua sorella. O la morte per entrambe. Scegli.
Ho già scelto. E la mia decisione porterà quasi certamente a una guerra. Come posso far finta di niente?
L'hai fatto finora. Calmati, o la testa ti scoppierà. Hai viaggiato quasi senza sosta per ore, sei una sconsiderata.
Sì, lo sono. Che i kami mi aiutino. Lo sono.
O forse no. Forse sono gli altri a essere degli sconsiderati, dei pazzi. Si deve essere pazzi per vivere quella vita. E la tua non sarà più un corridoio lungo e stretto e buio che finirà contro un muro. Sarà una strada che sfocerà in un'altra strada e in un'altra ancora.
Riaprì gli occhi.
Sarai tu a decidere dove questa strada si interromperà.
Inalò l'aria satura di vapore fino a colmare il petto.
Tu soltanto.
E la trattenne dentro di sé, finché il cuore riempì la testa e invase le orecchie.
Solo io.
Finché allontanò il suono della stufa che ardeva oltre la parete, l'acqua che arroventava la carne, il dolore alla schiena e alle giunture. E finanche ogni pensiero, affinché il vuoto riempisse la mente. E quando le parve di espandersi oltre i confini della pelle, solo allora rilasciò il respiro e inalò di nuovo a fondo.
Sei libera. E sai perfettamente cosa devi fare.
Inclinò la testa di lato, chiuse gli occhi e con un sospiro li riaprì.
Ma devi innanzitutto mettere in pratica ciò che Happosai ha cercato di insegnarti. Il non attaccamento. E il primo attaccamento è quello delle mente verso il passato. La mente si compiace di vivere e rivivere ciò che non esiste più per tenere l'anima avvinta a sé. Se non eserciterai il distacco da ciò che vivi, non potrai aiutare né te stessa, né tua sorella.
Tutto accade per un motivo.
Era il 'mantra' con cui il maestro l'aveva cresciuta e che il suo rifiuto per una vita imposta da altri le impediva di accettare.
Tutto accade per un motivo. Accade perché deve accadere. Sciocco è allora rammaricarsi per ciò che è stato. Saggio è agire affinché non si ripeta più. Ma qualsiasi cosa deciderò di fare…
Karma.
In qualsiasi modo vadano le cose.
È il karma.
Aveva sempre rifiutato di accettarlo e adesso che era fuggita si rendeva conto che forse il suo, di karma, era proprio quello di cambiare la sua vita e quella di sua sorella. O di distruggerle entrambe. In ogni caso, doveva imparare ad accettare qualunque cosa sarebbe accaduta da quel momento in poi, perché era così che doveva andare.
Ci sarebbe riuscita. Un giorno avrebbe schiacciato il tarlo del rimorso, il giorno che anche Kasumi sarebbe stata libera. Allora non avrebbe avuto più rimpianti, né attaccamenti. Ora poteva solo andare avanti e sperare che il tarlo non scavasse fino a lasciare di lei nient'altro che una carcassa.
Aveva un compito da assolvere, quello sarebbe stato il suo unico attaccamento. Quello era il suo karma. La libertà non era che il primo passo.
- § -
Il riso era lungi dall'essere colloso, il pesce abbrustolito e le verdure molli. Ed era meglio non alzare gli occhi dalla ciotola, o rischiava di farsi passare il poco appetito rimastogli: quella era una bettola, altro che taverna. Il locale e lo stesso oste emanavano fetori a stento sopportabili, i tavoli sembravano marci oltre che unti e gli avventori si affrettavano a consumare quel che nessuno sano di mente avrebbe mai definito cibo solo per poter uscire al più presto da lì.
Mise fra i denti l'ultimo boccone di riso e masticò disgustato guardando il fondo della ciotola, indeciso se sputarci dentro quel che teneva fra i denti. Inghiottì lo schifo con l'aiuto di un po' di tè e posò la tazza, chiedendosi per quale motivo stesse perdendo tempo. Aveva avuto le informazioni che voleva, ora poteva anche uscire. Afferrò di nuovo la tazza e se la portò alle labbra.
(Che stai aspettando? Non bramavi per avere la testa di Happosai?)
Rimase per un istante con la mano sollevata, poi scolò il tè e ne chiese dell'altro con un cenno.
L'avrebbe avuta comunque.
La cameriera si accostò al tavolo e con un sorriso che rendeva ancora più grazioso il suo viso gli versò dell'altro tè fumante, che lui tracannò senza preoccuparsi di ustionare la lingua. Posò la tazza e rimase a scrutare il proprio volto accigliato che dal fondo bagnato della ceramica lo fissava di rimando senza bisogno di ammonirlo a parole.
Si alzò lasciando cadere delle monete sul tavolo, uscì da quella topaia e si avviò.
I fiocchi di neve cadevano minuti, ma così fitti che nel volgere di poco tempo avrebbero ricoperto Gero con un manto immacolato. Iniziavano già a imbiancare la strada principale.
La poca gente che gli attraversava il cammino si affrettava a cercar riparo dal freddo e dal buio, a stento respinto dalle lanterne che ondeggiavano al vento crescente sotto le tettoie di locande e botteghe. Appariva florida, Gero, alla luce incerta di tutti quei lumi colorati che si susseguivano fino alla fine della via. La sfilata di edifici di legno, tutti a due piani e tutti attaccati, era coronata da tetti di tegole, non di paglia. Da ogni taverna e casa da tè provenivano un chiarore e un vociare che ne denunciava la vivacità. Non poteva che essere prospera una cittadina famosa per le sue sorgenti termali.
Avete incontrato una donna con la pelle chiara?
Ovvio quindi che si fosse fermata lì, era impensabile che proseguisse la fuga di notte, non ne aveva motivo se tutti credevano che avesse preso ben altra direzione.
Viaggia da sola. Occhi grandi, naso a punta, denti bianchi.
Era già incredibile che ci fosse arrivata, lì. Era stata brava per essere una sprovveduta, doveva ammetterlo. Nemmeno non capire una parola del dialetto locale l'aveva fermata: salvare una ricca famiglia in pericolo le aveva garantito un viaggio al riparo da occhi indiscreti fin dove poteva arrivare.
L'avete vista?
Famiglia che aveva giurato sui propri antenati di non essere stata salvata da un fantasma. I fantasmi non evitano in tutti i modi di uccidere coloro che assalgono. E lei aveva risparmiato la vita a ogni brigante che aveva messo fuori combattimento, persino il capobanda che voleva violentare la figlia del mercante.
Una donna con la pelle chiara, non da contadina.
Si era esposta coprendosi di sangue pur di salvare una famiglia al rango più basso della scala sociale, se si escludevano gli intoccabili hinin. Perché l'aveva fatto? Aveva rallentato la sua fuga, in questo modo, ma era anche vero che non credeva di essere seguita. Aggregandosi a un gruppo di viaggiatori aveva pensato di non dare nell'occhio in pieno giorno? Senza dubbio. Forse aveva persino avvertito la vicinanza dei briganti, era stata allieva di Happosai, dopotutto.
L'avete vista?
E proprio per questo aveva evitato di uccidere. Era tipico di Happosai insegnare ai mortali a smembrare, ma non ad ammazzare. Quello mai. Idiota.
Cela il viso sotto un cappello di paglia.
No, non era possibile che avesse approfittato dell'arrivo dei banditi. Non una donna che ferma il palanchino su cui viaggia per far riposare i portatori. Non una donna che offre loro un pasto in una locanda lungo la strada.
Noi l'abbiamo portata fin qui, samurai-sama.
Gli stessi portatori del palanchino su cui aveva viaggiato la moglie del mercante. Arrivati a Gujo, lo shonin si era offerto di pagare alla giovane Tendo la prosecuzione del viaggio ovunque lei fosse diretta e Akane doveva aver inteso perché aveva risposto 'Gero'. E lì aveva incontrato i facchini, seduti alla prima bettola all'ingresso della città.
Un fantasma? Con tutto il rispetto, samurai-sama, è un fantasma ben strano quello che aiuta coloro che si trovano in difficoltà. Sapete già del mercante? Bene, mentre venivamo qui ha avuto compassione di un vecchio contadino pelle e ossa e gli ha donato tutto il cibo che aveva. E quando quello ha finito di mangiare, gli ha ceduto il suo posto sul palanchino fin dove era diretto.
Una donna insolita, non c'era che dire. Forse aveva la vocazione della monaca buddhista, per questo era fuggita.
Dove l'avete lasciata?
Aveva sorriso a un bambino. Non aveva avuto difficoltà a immaginarla sorridere a un vecchio sdentato per rassicurarlo sulle sue intenzioni, lieta di potergli offrire quello che poteva.
Alle 'Sette Divinità della Fortuna', l'ultima locanda che si incontra lasciando la città.
Un ryokan appartato, bene.
La neve cadeva così copiosa che ormai affondava i piedi in un soffice mantello gelido. Avrebbe voluto entrare in una casa da tè e sedersi davanti a una ciotola di ramen bollente per dimenticare ciò che aveva appena ingurgitato.
Invece andò avanti, concentrandosi su come affrontare la ragazza. Si era guardato dal pensarci finché non aveva scoperto che era proprio lì, a pochi passi da lui. Se era fortunato, forse stava già dormendo. Poteva coglierla nel sonno, farla svenire e legarla, aspettando la mattina dopo per decidere come riportarla indietro. Avrebbe lottato, non si aspettava nulla di meno da un'allieva di Happosai che aveva sfidato il Bushido. Ragion per cui avrebbe dovuto tenerla incosciente la maggior parte del tempo. Restava da decidere se caricarla su un carro o su un cavallo.
Si fermò davanti all'insegna del ryokan dove la mocciosa aveva preso alloggio. Un uomo stava chiudendo i battenti per la notte, quando si accorse della sua presenza e si voltò a guardarlo.
"Buonasera, samurai-sama", disse inchinandosi, "posso esservi utile?".
- § -
Riaprì gli occhi. Tutto quel calore l'aveva rilassata al punto che la stanchezza aveva preso il sopravvento e si era quasi appisolata.
Ruotò la testa sul bordo della tinozza guardandosi intorno. L'aria era così imbevuta di vapore da essere diventata un sudario, iniziava a girarle la testa. Doveva uscire da lì prima che le lanterne si spegnessero e se non era troppo tardi avrebbe mangiato qualcosa prima di coricarsi.
Si aggrappò ai bordi opposti della vasca con ambo le mani e si bloccò, le orecchie tese a percepire il più lieve rumore, gli occhi spalancati come se potesse così scrutare oltre i pannelli della shoji.
Qualcuno si stava avvicinando a piccoli passi. Doveva essere la stessa serva che l'aveva accompagnata fin lì, forse voleva assicurarsi che stesse bene, chissà da quanto se ne stava immersa nell'ofuro.
Vide oltre l'orlo della tinozza un'anta della porta scorrere di lato e udì una vocina informarla di qualcosa. Rilassò le spalle e rilasciando il respiro rispose che sarebbe uscita subito. La vocina parlò più lentamente e questa volta Akane capì che un nuovo kimono era pronto per lei nella sua stanza, sulla panca le avrebbe lasciato una yukata. La serva le augurò la buonanotte e richiuse il pannello.
Akane sospirò e stava per abbandonare la nuca contro il bordo della vasca quando si irrigidì nuovamente, voltando con scatti ansiosi la testa da ogni lato pur senza vedere né udire alcunché.
Non era sola.
Non percepiva alcuna presenza lì con lei eppure era ne certa: non era sola.
L'istinto la spinse ad acquattarsi nell'acqua fin quasi alle narici in attesa di un fruscio rivelatore, di un'ombra muoversi sulla carta oleata delle pareti, ma l'aria era immota. E al tempo stesso densa. Un brivido corse lungo la schiena ramificandosi sulle spalle fino alla nuca. Un brivido nell'acqua ancora calda che le gelò il petto.
Sì, densa. L'aria era densa di qualcosa che le contraeva lo stomaco e la costringeva a respirare con ampie e rapide boccate. No, non qualcosa.
Qualcuno.
Continuò a far saettare gli occhi da un punto all'altro della stanza che sembrava vorticarle intorno e schiacciarla contro la tinozza, il cuore che vibrava contro il petto e nei timpani, mentre avvicinava con estrema cautela la mano dietro il collo per afferrare l'impugnatura della…
"Akane".
L'aria si coagulò in gola. Rimase così, con la mano accanto all'orecchio e gli occhi sgranati. La voce era rimbalzata contro le pareti, ostile e ruvida come solo quella di un uomo pronto a tutto poteva essere.
L'avevano trovata. Kamisama, l'avevano trovata, come avevano fatto? Come c'erano riusciti?
"Esci dalla vasca".
Increspò la fronte, oltraggiata. Come… come si permetteva? Chi era per osare una tale, arrogante confidenza? Tono e parole erano un insulto deliberato al suo rango.
"Subito".
Un momento. La cadenza le pareva familiare, ma di quella familiarità seppellita sotto così tanti strati di memorie che si fatica a darle un nome o una fisionomia. In ogni caso, nessuno dei samurai di suo padre era in grado di annullare la propria presenza e mai, mai, si sarebbe rivolto a lei con un tono tanto offensi...
Uno scatto metallico. Quello di un'elsa che viene sganciata dal fodero con la sola pressione del pollice.
Akane sfiorò con la punta delle dita il manico della wakizashi e il ventaglio d'acciaio di una lama che fendeva l'aria balenò attraverso la tinozza.
E poi ci fu solo lo schianto sul pavimento della metà della vasca tranciata via, l'acqua che si riversava come una cascata sulle doghe di legno, lei che lasciava la presa sulla spada per abbracciarsi il petto e raccogliere le gambe contro le braccia, il respiro risucchiato dall'ultima cosa che si sarebbe mai aspettata, le ciglia che sbattevano senza riuscire a capacitarsene. E boccheggiava. Lei boccheggiava come un maledetto pesce strappato all'acqua, nuda e inerme a dispetto della spada rimasta incastrata fra lei e la tinozza.
Akane irrigidì il viso in un'espressione sempre più truce. Gli avrebbe sbriciolato, uno a uno, ossa e ossicini, chiunque fosse colui che le si ergeva davanti con la spada sguainata, il viso celato da un cappello con le grate a forma di cesto rovesciato di cui le sfuggiva il nome.
L'incubo su due gambe sollevò la mano libera verso il viso.
Gli avrebbe staccato la mano che aveva osato levare contro di lei.
Sciolse con indolenza il nodo sotto la gola e afferrò il bordo del cappello.
E l'avrebbe fatto con la sua stessa katana.
Prese a sollevarlo con una lentezza esasperante, come a voler pregustare il momento in cui avrebbe potuto umiliarla guardandola direttamente, non più dietro quattro strette fessure.
Non vedeva l'ora di pregustare lei il momento in cui gli avrebbe fatto paga…
L'ultima parola rimase sulla soglia delle labbra mentre la mente precipitava nel vuoto.
Sentì la faccia sciogliersi per lo stupore, ma non vi badò.
Vide il gesto stanco con cui gettò il cappello per terra, ma ne fu a mala pena consapevole.
Si era ghiacciato. Il tempo, la stanza, il suo corpo. Tutto si era ghiacciato, cingendo d'assedio la mente che balbettava frasi senza senso, mugolava invocazioni, gemeva imprecazioni.
Poi anche lei gelò, quando sopraggiunse la consapevolezza che stava soffocando. Le sembrava di avere un pezzo di medusa, viscido e freddo, incastrato in gola ancora vivo che allungava i tentacoli verso il cuore per stritolarlo.
Lo sentiva. Sentiva il dolore risalire dalle viscere annodate e premere dietro gli occhi, insistere per sgorgare e tagliarla in due con un unico affondo. Nemmeno sapeva come riuscisse a contenerlo, restava lì, in bilico sul filo di una lama, come quegli istanti cristallizzati che le sarebbero ruzzolati addosso da un momento all'altro.
Lui.
Di tutti quelli che potevano essere assoldati, che potevano ritrovarla…
Lui. Capace di annichilirla come allora. Se ne stava davanti a lei indifferente all'acqua che gli lambiva i tabi e gocciolava sotto il pavimento a scandire attimi che non passavano, una mano stretta a pugno che faceva guizzare i muscoli del braccio sotto la polsiera, l'altra che stringeva la katana come volesse spezzarla. Tutto il corpo era pronto a reagire al minimo movimento, lo intuiva dal torace che si alzava e si abbassava, dalle spalle contratte, dalla mascella tesa.
Perché?
Il volto era il medesimo di allora, non una ruga, non un filo bianco tra i capelli. Stesso profilo affilato, stessa capigliatura che ricadeva incolta sul viso scottato dal sole, sugli occhi taglienti.
Perché proprio lui? Quanto denaro gli aveva promesso suo padre?
Kami, le sembrava di annegarci, in quegli occhi gelidi e torvi.
Perché proprio adesso?
Non avevano nulla a che vedere con le iridi che le avevano sorriso quella notte di tanti anni prima. Dietro questi, di occhi, non c'era la neve cedevole e morbida. Dietro la lastra di ghiaccio spessa e dura non c'era niente.
Perché proprio colui che più di chiunque altro avrebbe dovuto capirla?
Chinò la testa, aggrappandosi con maggior vigore alle proprie braccia per non tremare. Per non mostrargli quel dolore che minacciava di scorrere sul viso.
Perché?
Tutti quegli anni trascorsi ad aspettare, a sperare e a perdere ogni speranza. Perché doveva rivederlo proprio adesso? Perché così?
Prese un respiro profondo e serrò gli occhi per arginare il dolore, la rabbia, la frustrazione. La delusione. Una delusione così bruciante da ustionare il petto e prosciugare il fiato. Alla fine, l'aveva delusa più di chiunque altro.
Le lacrime inumidirono l'orlo delle ciglia, ma non scivolarono fino al mento.
Riaprì gli occhi e rialzò la testa.
Si era accorta della sua presenza.
Come ci fosse riuscita lo ignorava, ma percepiva la sua tensione, tanto valeva palesarsi e farle capire subito che la fuga era finita.
La chiamò e non reagì. Le intimò di uscire dalla vasca e non lo fece. Lo ribadì usando un tono che non ammetteva repliche ma solo ordini eseguiti e gli rispose il silenzio. Qualunque via di fuga stesse escogitando, doveva ucciderla sul nascere e spezzare ogni speranza.
Liberò la spada dal fodero e tagliò verticalmente la tinozza in due. Metà del grande ofuro rovinò a terra e l'acqua si riversò come un torrente sul pavimento. Sul fondo della vasca se ne stava lei, seduta sulla panca, le gambe raccolte contro il petto che stringeva con le braccia, il viso – di cui distingueva appena i lineamenti attraverso le grate del fukaamigasa – stravolto dalla sorpresa e poi deformato da una rabbia bruciante quanto impotente. Era talmente fuori di sé per l'affronto subito che nemmeno riusciva a insultarlo, limitandosi a fissarlo nella speranza, forse, di ucciderlo con lo sguardo. O di farlo realmente alla prima occasione. Meglio capisse subito con chi aveva a che fare.
Sciolse il nodo sotto il mento e si sfilò il cappello, lasciandolo cadere a terra. Rialzò il volto e la guardò dritto negli occhi. Riuscire a non alterare nemmeno un muscolo gli costò uno sforzo inaudito.
(…gli occhi erano grandi… e il naso era a punta, non schiacciato…)
Grandi. E ambrati, si era scordato di dirgli il ragazzino. Le labbra erano piene e il viso, benché ovale, non era piatto come una tavola. Se non fosse stato certo della sua origine, avrebbe giurato di trovarsi davanti a un incrocio con un barbaro europeo. Agli occhi di un giapponese, quella donna aveva violato ogni canone di bellezza femminile, senza contare che aveva calpestato anche il Bushido. Chi avrebbe voluto una donna così?
Dal modo incredulo con cui lo stava fissando capì che lo aveva riconosciuto. Bene. Se ricordava chi era, forse non avrebbe tentato stupidaggini.
"Ci incontriamo di nuovo, mocciosa".
Non sembrò averlo udito. Aveva preso ad annaspare, come se qualcuno le stesse stringendo una corda intorno al collo e lui temette che stesse per avere un malore. Ma poi la vide prendere ampi respiri e riacquistare un minimo di controllo, benché era probabile che nemmeno si fosse resa conto che stava sussultando. Forse stava fingendo per confonderlo, ma considerata la situazione umiliante in cui l'aveva messa e la rapidità con cui l'aveva fatto, probabilmente non doveva stupirsi della sua immobilità e silenziosità. Alla fine, era solo una ragazza sconvolta che non si aspettava di essere catturata tanto presto e facilmente.
Tuttavia, c'era qualcos'altro, su quel viso al limite delle lacrime, che lo disorientava. Qualcosa negli occhi di più devastante della rabbia e dell'impotenza che gli fece prudere le mani dalla voglia di afferrarle la faccia per costringerla a guardare da un'altra parte.
"Avanti, esci di lì".
Di nuovo, parve non averlo udito, perché la vide chiudere con forza gli occhi e chinare appena il capo. Si stava mordendo le labbra sussultando più di prima.
Spiacente, ragazza, la fuga finisce qui.
Proprio quando era ormai deciso a usare la forza per farla uscire da quella dannata vasca, Akane rialzò la testa e lo squartò con gli occhi. Respirava a forza attraverso i denti serrati e lo fissava come un cane rabbioso pronto a staccargli un braccio.
Forse era capace di uccidere, dopotutto, doveva andarci cauto o avrebbe rischiato di farle male. Ma lei non mosse muscolo, limitandosi a volgere un poco il viso verso la panca addossata a una parete per indicargli col mento il telo che vi era adagiato sopra.
Ranma allungò la katana verso la panca senza smettere di perforarla a sua volta con lo sguardo, sollevò il drappo con la punta e glielo porse.
Lei tese un braccio – un braccio robusto, quasi da uomo, Happosai doveva averla massacrata – e lo ghermì coprendosi svelta. Si avvolse nel telo con mani impazienti facendo coincidere i lembi sul fianco destro. Il tessuto si impregnò d'acqua là dove aderì maggiormente alla pelle, mettendo in evidenza un seno un po' troppo abbondante per una giapponese.
Senza mai staccargli gli occhi inferociti di dosso, Akane tenne fermo il panno con la sinistra, mentre con la destra sfilava cautamente uno spillone di metallo dalla crocchia dietro la nuca e lo piegava a uncino. Lo passò a mo' di ago sui bordi del telo e lo chiuse attenta a che la punta acuminata non potesse ferirla sotto l'ascella.
(l'ho vista bene, perché poi ha fatto una cosa strana)
Sfilò un secondo spillone e fermò gli angoli del tessuto sopra la spalla destra.
(Cosa?)
Un terzo spillone servì a chiudere meglio il telo lungo il fianco.
(Mi ha sorriso)
Sollevò il braccio per prendere l'ultimo spillone e lui increspò la fronte: la mano stava scendendo, tremante, dietro il collo. Cosa stava affer…
Lo scorrere di una lama che usciva dal fodero, il fodero che si inclinava e precipitava nella vasca.
Akane si era librata nell'aria come fosse senza peso, le gambe raccolte, una mano protesa in avanti, una spada nell'altra che fendendo il vapore calava su di lui.
Note:
Wagahai no taiho Tenkei Aika de aru e Wawatashi no namae Tenkei Aika desu significano entrambe: "Il mio nome è Tenkei Aika". La prima frase è in giapponese colto, la seconda in giapponese moderno, che ho usato qui in luogo della lingua parlata dal popolo.
L'avrai evacuata nel secchio prima di fuggire. Nell'antico Giappone il senso del pudore era estremamente diverso dal nostro. Uomini e donne facevano insieme il bagno nelle terme, nudi, senza alcun problema. Ugualmente, le latrine (ove presenti) erano comuni e aperte, uomini e donne facevano i propri bisogni in un secchio, isolandosi mentalmente gli uni dagli altri come se fossero soli. Quando le latrine non erano presenti, uomini e donne facevano i bisogni dove capitava, anche per strada, davanti a tutti. Considerate che gli uomini, in estate, potevano andare in giro completamente nudi (avevano tutt'al più una fascia attorno alla vita), senza problemi per nessuno.
I kimono venivano scuciti prima di essere lavati e poi ricuciti, sempre che non fossero da buttar via.
Il riso giapponese viene cotto fino a renderlo colloso, oggi come allora.
