Glossario:
Daikon: rafano.
Dotera: kimono imbottito invernale.
Habaki: congiunzione di metallo tra la lama e l'elsa di una spada.
Matcha: tè verde giapponese, finemente lavorato, usato principalmente nella cerimonia del tè. Le foglie vengono cotte al vapore, asciugate e ridotte in polvere. Ne esistono due tipi, il koicha (spesso), che proviene da piante di età superiore ai 30 anni, e lo usucha (sottile), che proviene da piante di età inferiore ai 30 anni.
Shiitake: una varietà di fungo.
Tabi: calzini bianchi imbottiti.
Tsuba: paramano della spada.
Tsubo: punto di pressione.
Wa: armonia.
Waraji: sandali di paglia.
XI
FIAMME
Sono proprio le persone che dovremmo meglio conoscere a deluderci.
(Norman Maclean)
Akane tracciò nell'aria un arco con la wakizashi mentre ruotava all'indietro il braccio proteso verso di lui. Ranma sollevò la katana davanti agli occhi per parare l'affondo, mentre la lama della ragazza si conficcava in una trave del tetto tranciandola in due e impattava contro la sua spada con una tale violenza da fargli vacillare il braccio. Incredulo di fronte a una tale manifestazione di forza, Ranma si ritrovò per un istante gli occhi ribollenti d'ira della mocciosa fissi nei suoi a poco più di un palmo di distanza, mentre Akane, quasi in verticale, poggiava la mano libera sul lato piatto della wakizashi e spostava tutto il suo peso sulla spada corta. Su di lui.
Ranma comprese solo quando la vide sforbiciare le gambe per compiere la rotazione che l'avrebbe portata davanti alla porta. Usando lui come perno. Tentò di respingerla poggiando a sua volta la mano libera sul lato piatto della katana, ma Akane, già oltre la metà della torsione, si piegò sulle braccia arrivando quasi a sfiorargli il naso e si diede la spinta necessaria per lasciarselo alle spalle.
Ranma fece per voltarsi, ma qualcosa lo colpì dietro la nuca sbilanciandolo in avanti mentre sentiva lei sfondare la porta e un pezzo di trave venire giù, abbattendosi sulla schiena e schiacciandolo sul pavimento allagato. La katana gli cadde di mano ma la riagguantò prima che potesse scivolare lontano, balzò in piedi scrollandosi la trave di dosso e si precipitò nel corridoio attraverso lo squarcio aperto da Akane nella porta, talmente infuriato che il proposito omicidio si era appena sostituito a quello di recupero.
La maledetta era quasi arrivata in fondo al corridoio. Si gettò al suo inseguimento e prima che potesse sparire dietro l'angolo, la scavalcò con un salto rovesciato poggiandole indice e medio sulla testa e le si materializzò davanti, una mano stretta attorno al manico della spada, l'altra a pugno per impedirsi di afferrare quella rogna per i capelli e strozzarla.
Akane si arrestò sbigottita e arretrò di qualche passo prima di piegarsi sulle ginocchia e puntargli contro la wakizashi tenuta sollevata di fianco al viso, il braccio sinistro proteso in avanti, indice e medio tesi verso di lui. Negli occhi la ferocia rinnovata della bestia consapevole di non avere scampo. Così il vecchio le aveva insegnato l'arte cinese della spada… Lo avrebbe spellato vivo prima di decapitarlo.
Rimase a fissarla in cagnesco in attesa che lo attaccasse. Avrebbe potuto disarmarla senza difficoltà, farla svenire e portarla via. Avrebbe potuto risolvere la faccenda in pochi istanti senza che lei avesse il tempo di realizzare cosa stesse accadendo.
Avrebbe potuto.
Fece un passo in avanti, poi un altro, sempre più veloce mentre lei indietreggiava finché puntò finalmente i piedi e gli si lanciò addosso con un grido cavernoso. A Ranma bastò sollevare la katana per parare un affondo portato però con una forza spropositata: se fosse stato un samurai qualsiasi, gli avrebbe tranciato un arto. Tentò ancora girando su se stessa per colpirlo a un fianco, saltò contro una parete e provò a conficcargli la spada in una spalla, si lasciò scivolare a terra per mozzargli una gamba, tornò in piedi con un salto all'indietro, rovesciò in aria la wakizashi afferrandola in modo che la lama aderisse al braccio ma il lato tagliente sporgesse all'infuori e ripartì all'attacco. Balzò di lato, puntò un piede sulla parete e un istante prima dell'affondo si passò la spada dalla mano destra alla sinistra.
Ranma parò ogni volta la lama, ma riuscì ugualmente a sfiorargli la pelle: una goccia di liquido caldo colò lungo il bicipite.
Se Akane non avesse continuato ad attaccarlo con foga, mirando ogni volta a punti diversi ma non letali, usando le pareti per darsi lo slancio come una combattente cinese e costringendolo così ad arretrare mentre lei troncava via pannelli di carta oleata, colonne e pezzi di parete, si sarebbe leccato le labbra per la soddisfazione. La ragazza aveva talento, a un'agilità non comune si univano improvvisazione e ostinazione notevoli, peccato difettasse in velocità. Parò l'ultimo affondo e decise che ne aveva abbastanza.
Respinse l'assalto successivo con un contrattacco che colpì il suo habaki e le fece saltar via la wakizashi di mano. La spada ruotò nell'aria conficcandosi sulla parete ininterrotta e mentre lui rinfoderava la katana, Akane raggiunse la propria lama con una serie di rovesciate all'indietro, ma nel momento in cui ne impugnò il manico Ranma le afferrò il polso che reggeva la spada corta e le agguantò la gola sollevandola in aria senza riuscire tuttavia a premere sul collo lo tsubo per farla svenire: Akane gli aveva ghermito con la mano libera il suo, di polso, premendo un nervo che paralizzava le dita e tutto l'avanbraccio per trasmettergli fitte acuminate fino alla spalla.
Prese a torcerle il braccio affinché lasciasse almeno cadere la wakizashi, invece la vide protendere la gamba destra all'indietro calciandolo al fianco con una tale intensità da fargli sgranare gli occhi. E poi di nuovo. E ancora. E ancora, i denti serrati in una morsa da cane inferocito. Finché avvertì una costola incrinarsi senza che lei avesse ancora mollato la lama. E capì che non l'avrebbe fatto, piuttosto si sarebbe lasciata spezzare le ossa, le sentiva già scricchiolare sotto le dita a forza di stringere.
Non poteva occluderle la gola per farle perdere i sensi. Non poteva spezzarle il polso. Non aveva altra scelta.
Nonostante il dolore riuscì a piegare abbastanza il braccio avvicinandola un poco a sé. Akane riaprì gli occhi e lui affondò in un odio smisurato. E una delusione non meno smisurata, che traboccò insieme alle lacrime e gli inumidì la mano. Ranma la sollevò maggiormente per poi lanciarla contro la fusuma chiusa più vicina.
Akane sfondò le ante della porta con la schiena andando a urtare la tinozza retrostante, mentre la wakizashi s'incuneava sbieca tra le assi di legno del pavimento.
Ranma finì di sfondare la porta facendosi largo nel varco aperto da Akane, mentre lei si mordeva il labbro per non urlare il dolore che le impediva di rialzarsi in piedi senza vacillare e senza aggrapparsi alla vasca da bagno, cercando a tentoni il bordo dietro di sé per issarsi su ginocchia malferme. Si diede dell'imbecille per non esserci andato più leggero e si chiese quanto ancora quella ragazza avrebbe continuato a lottare pur di sfuggirgli. Lo sguardo era velato dalla sofferenza ma determinato a ridurlo in una poltiglia di carne e sangue, mentre Akane costeggiava la tinozza per portarsi lontano da lui.
Stava per intimarle di arrendersi quando la ragazza colpì sulle proprie gambe gli tsubo contro il dolore alla colonna vertebrale. Ranma accennò quasi un ghigno, prima di vederla afferrare i bordi dell'ofuro e sollevare l'enorme tinozza fin sopra la testa, muscoli di gambe, braccia e torace che si dilatavano, le vene sul collo che si gonfiavano. Rimase a fissare inebetito quella specie di uomo sotto mentite spoglie finché lei, i denti serrati per uno sforzo immane, non gliela lanciò contro.
Si scansò quel tanto che bastava a evitare la tinozza e mentre l'ofuro si schiantava alle sue spalle, Akane si gettò in avanti per agguantare la wakizashi, ma prima che potesse sfiorarne il manico Ranma allungò una gamba e con la punta del piede calciò il lato inferiore della tsuba. La spada corta roteò in aria andando a conficcarsi in una trave del soffitto e Akane tentò con un salto di raggiungerla. Ranma saltò a sua volta, intrecciò la gamba destra alla sua e la costrinse a ricadere a terra.
Si ritrovarono così, spalla opposta a spalla, la gamba avvinta a quella di lei, che tentò di colpirlo allo stesso tempo col ginocchio sinistro al fianco destro già offeso e con la mano sinistra tesa alla gola. Deviò l'uno e l'altra con una facilità imbarazzante solo per vedere la ragazza inarcare la schiena all'indietro e sforbiciare la stessa gamba sinistra per tentare di colpirlo in piena faccia. Ranma dovette a sua volta compiere una rovesciata per impedirle di calciarlo sotto il mento e nel farlo fu costretto a lasciarle libera la gamba destra.
L'aveva fregato. Di nuovo.
Si ritrovò in piedi che la vide già a mezz'aria mentre afferrava il manico della wakizashi e la tirava via dalla trave mentre lui le colpiva la bocca dello stomaco col palmo aperto imprimendo energia sufficiente a farla volare contro la parete di fondo. Akane impattò contro le doghe di legno e ricadde al suolo urtando con la lama una lampada, che ancora accesa in un angolo si rovesciò divorata dalle fiamme. Akane balzò in piedi e indietreggiò inorridita mentre il fuoco aggrediva la parete divisoria di carta di riso raggiungendo il soffitto. Ranma agguantò la tinozza che Akane gli aveva lanciato, ma quell'ofuro era vuota: l'unica vasca piena d'acqua era quella usata dalla mocciosa per lavarsi e l'aveva tagliata in due.
Merda.
Tornò a guardare la ragazza che lo fissava impietrita, mentre le fiamme avevano già percorso metà del soffitto, avevano aggredito la stanza da bagno a fianco e si stavano propagando voraci lungo la parete di fondo.
Si volse verso Akane, che percorreva con sguardo frenetico le lingue di fuoco sul punto di dire qualcosa, e le agguantò il polso sinistro.
"Dobbiamo uscire immediatamente, andiamo!".
Lei chiuse la mano a pugno e cercò di liberarla dalla sua stretta.
"No, lasciami! Quella parete confina con il ryokan, dobbiamo salvare le persone che vi alloggiano!".
Dal tramezzo ora giungevano grida e passi concitati. Ma che lui ricordasse a tutti i giapponesi veniva insegnato fin dalla più tenera età come affrontare gli incendi, era improbabile che qualcuno morisse anche solo soffocato. Erano loro, casomai, che rischiavano di rimanere storditi dal fumo.
"Ho detto andiamo!".
Tirò Akane per il braccio verso il corridoio e buttò giù con un calcio una delle ante distrutte della shoji.
"Ho detto lasciami!".
Stavolta gliela fratturò davvero, la costola: il ginocchio sinistro della mocciosa era penetrato nel fianco scoperto facendolo sbilanciare all'indietro. Fu con non poca sorpresa che si ritrovò a stringere i denti e a trascinare con sé sul pavimento del corridoio l'altra anta della porta, oltre a quella rogna cocciuta cui afferrò anche il polso destro. Ma anziché rovinargli addosso, Akane gli piantò un ginocchio nello stomaco e gli diede una testata in fronte per rialzarsi subito dopo e iniziare a correre lasciando cadere la spada corta.
Ranma fece appena in tempo a vederla svoltare l'angolo quando si rialzò a sua volta, maledicendosi per averla ripetutamente sottovalutata, chiedendosi per quale dannato motivo non l'avesse fatta svenire alla prima occasione e infine, mentre svoltava anche lui l'angolo e si precipitava all'ingresso del ryokan in fondo al corridoio, ripromettendosi di tirarle il collo appena l'avesse avuta di nuovo fra le mani.
L'entrata era gremita di gente che usciva quasi correndo ma in maniera ordinata, un fazzoletto tenuto premuto su naso e bocca.
"Avete visto una donna avvolta in un telo bianco? L'avete vista?!".
Un uomo di mezz'età si volse a guardarlo e senza smettere di camminare gli indicò il fumo nero che saturava il retro della locanda. Non poteva averlo fatto davvero, non poteva essere così stupida.
Ranma scansò le ultime persone rimaste, s'immerse nella nube acre e tossendo anche i polmoni corse in fondo all'ala sinistra dell'edificio: la lunga parete confinante coi bagni era in gran parte un cumulo di tizzoni avvolti da fiamme che lambivano ormai il soffitto annerito, alcune travi sarebbero crollate da un momento all'altro, mentre il fuoco stava attaccando anche la scala che conduceva al piano superiore invaso dal fumo.
Cercò quella sciagurata con gli occhi offuscati dalle lacrime e tentò di chiamarla nonostante gli sembrasse che un carbone ardente gli fosse finito in gola. Pezzi di travature caddero dal soffitto che iniziò a scricchiolare, si sarebbe schiantato sulla sua testa da un momento all'altro. Si fece strada tra le macerie usando il fodero della katana, mentre tentava di concentrarsi per percepire la presenza della ragazza, ma tutto ciò che in quell'inferno vide con gli occhi della mente fu la massa informe di quello che era stato un ryokan di prim'ordine.
Dove poteva essersi cacciata? Al piano di sopra? Piaga purulenta che non era altro, non si azzardasse a morire arsa viva, era stata allieva di Happosai, doveva per forza avere la pelle coriacea e lui doveva ancora farle rimpiangere di essere venuta al mondo.
E poi la percepì.
Alzò gli occhi e la vide, in piedi sul ballatoio in cima alla scala che crollò con uno schianto proprio in quell'istante: Akane teneva fra le braccia un bambino, forse svenuto e forse no, e tossiva tanto forte da cadere su un ginocchio e fargli temere che perdesse i sensi da un momento all'altro.
Ranma spiccò un salto librandosi oltre le fiamme nell'aria rarefatta e atterrò sul ballatoio pericolante, prese Akane fra le braccia con tutto il moccioso e saltò giù, stringendola a sé più che poté per proteggere col suo corpo quella maledetta incosciente e guadagnando in fretta l'uscita.
"Guardate!", sentì qualcuno gridare fuori dal ryokan mentre lui si accasciava sulle ginocchia e deponeva Akane sulla neve. Gente accorse gettando sulle spalle della ragazza un dotera o cercando di far rinvenire il marmocchio, intanto che lui tossiva fin quasi a vomitare e Akane faceva altrettanto, ma poco per volta si rimetteva in piedi. Il kimono imbottito le scivolò dalle spalle ma parve non badarvi.
"Dove accidenti… stai andando?!".
La guardò incredulo, piena di graffi e coperta di fuliggine, che barcollava a piedi nudi e neri verso la locanda stagliandosi contro il gigantesco rogo che l'edificio era diventato, mentre diverse catene umane cercavano di spegnere l'incendio passandosi secchi pieni d'acqua.
"Dentro… è rimasta… la madre, devo…".
Fu l'ultima sciocchezza che le sentì dire. Akane inarcò per un istante la testa all'indietro, quasi volesse ammirare la neve che cadeva, prima di rovinare a terra svenuta, i capelli sparpagliati sul manto candido, il volto inondato dalla luce delle fiamme.
Ranma abbassò la mano con cui l'aveva colpita dietro il collo.
"Tu non vai da nessuna parte".
- § -
Il tè era di una qualità squisita. Si umettò le labbra e ne prese un altro sorso, assaporando contro il palato il gusto amaro del matcha. Non avrebbe mai ringraziato suo padre abbastanza per quel dono inaspettato. Quel padre che ora esigeva la sua presenza per ascoltare con la dovuta sufficienza i suoi consigli. Così avrebbe dovuto essere fin dall'inizio. La figlia prediletta. L'unica.
"Dunque, è come immaginavo?".
La pioggia batteva insistente sulle tegole, mentre Hatsue s'inchinava con deferenza, intingeva il pennello nell'inchiostro e iniziava a vergare il foglio sul tavolino. Non rimpiangeva di averla privata della lingua, ma in momenti come quello avvertiva acuta la mancanza delle conversazioni libere da formalismi che aveva sempre avuto con suo marito.
La serva le porse il foglio con un nuovo inchino e Nabiki posò la tazza di tè.
Vostra sorella ha smesso di prendere la tisana alcuni mesi fa su ordine del medico, aveva scritto Hatsue. Non riuscendo a comprendere la sua sterilità il medico ha indagato sulla sua alimentazione e ha scoperto che tutte le mattine beveva la tisana che le avevate raccomandato. Insospettito da alcune erbe del composto, ha consigliato alla nobile Kasumi di non assumerne più.
Abbassò il foglio stringendolo a tal punto tra le dita da deformarlo. Hatsue le avvicinò la lampada e lei ve lo gettò dentro, desiderando che i suoi occhi potessero incenerire come le fiamme che lo stavano divorando.
Maledizione.
Sapeva che non poteva esserci altra spiegazione per la gravidanza della sorella. E nel volgere di pochi mesi era probabile che restasse incinta di nuovo, doveva impedirlo. Ma come? La tisana era perfetta per inaridire la sua fertilità con la scusa di alleviarle le emicranie. Cos'avrebbe dovuto fare ora? Indurre Kasumi a bere un intruglio che anziché impedirle di procreare la facesse abortire?
Prese di nuovo la tazza fra le mani e rimase a osservare il vapore che saliva sinuoso dal liquido verdognolo.
No, impossibile, senza meno il medico di Daichi esaminava ogni cibo e bevanda che Kasumi ingeriva e di certo le aveva prescritto rimedi su rimedi per farla tornare in salute, doveva trovare un'altra...
Che sciocca, ma certo: i rimedi! Usare le stesse cure per avvelenarla, come aveva potuto non pensarci prima? Che il dottore preparasse pure decotti con le sue mani, le sue spie avrebbero aggiunto gli ingredienti che avrebbero fatto tornare Kasumi l'involucro sterile che era sempre stata. Oh sì, perfetto.
"C'è sempre una soluzione, Hatsue. Basta sedersi a bere una buona tazza di tè", le sorrise finendo di sorseggiare il macha.
La serva intuì e sorrise di rimando, prostrandosi poi fino a terra per congratularsi con lei.
Nabiki poggiò la tazza vuota sul vassoio e si versò dell'altra acqua calda, mentre Hatsue scriveva su un secondo foglio e glielo porgeva.
Mia signora, avete pensato a un piano se lo youkaihanta dovesse riportare indietro vostra sorella Akane senza averla toccata?, le chiedeva.
Sollevò lo sguardo accigliato su di lei mentre gettava anche quel foglio dentro la lanterna.
Sì che ci aveva pensato. Le possibilità che Akane, ingenua e impreparata com'era, riuscisse a uccidere o menomare un uomo di tal fatta o far perdere le proprie tracce erano risibili. Che invece lei tornasse, illibata o meno, erano fin troppe. Ma priva della sua verginità non avrebbe più avuto alcun valore, doveva quindi sperare che il ronin si approfittasse di lei. Era un rischio che avrebbe finito per toglierle il sonno, ma non aveva avuto altra scelta che correrlo.
"Stai tranquilla, Hatsue. Quell'uomo è senza scrupoli: ha preso il denaro che mio padre gli ha messo davanti con le sue stesse mani, come un volgare mercante. Di certo è abituato a vendersi al miglior offerente, senza dignità. Come se un samurai che si umilia a cacciare demoni potesse averne… La divorerà, mia fedele serva, non ho dubbi. La divorerà. E noi saremo lì a contemplare i suoi resti".
- § -
La neve aveva ammantato i resti anneriti della locanda. La sua locanda. Bellissima, rinomata e finita in cenere. Se avesse continuato a fioccare e i suoi vicini non avessero iniziato di buon mattino a rimuovere le macerie per procedere alla ricostruzione del ryokan – e lo rivoleva tale e quale a prima, tale e quale! – gli avanzi bruciati sarebbero stati inghiottiti entro il finire del pomeriggio da una spessa coltre bianca e nemmeno quelli avrebbe visto più.
Quale disgrazia! Cos'aveva fatto di male per meritare una simile punizione? Perché i kami erano adirati con lui? Cosa poteva fare per placarli? Che sventura! Sapeva di dover accettare il karma, sapeva che gli incendi potevano scoppiare facilmente, sapeva che avrebbe avuto presto un nuovo ryokan, eppure non riusciva proprio a non dolersi per la perdita di quello vecchio. Senza considerare i costi esorbitanti che avrebbe dovuto sostenere. Un povero vecchio quale lui era avrebbe dovuto godersi i frutti di tutta una vita, non starsene al gelo a tremare come una pianticella di riso e pagare – pagare! – per una stanza in attesa che i lavori di ricostruzione finissero! Se non altro nessuno era morto e quella taccagna della moglie aveva nascosto i risparmi nel deposito sotterraneo. Meno male che aveva insistito per costruire un magazzino a prova di incendio, altrimenti avrebbero perso anche tutto quel che rimaneva di valore: ceramiche, kimono…
"Siete voi il proprietario?".
Le orecchie gli giocavano un brutto tiro o qualcuno si era rivolto a lui? Si volse con cautela prima col capo e poi, aiutandosi col bastone, anche col corpo. Dannata gobba!
"Siete voi il proprietario di quel cumulo di rovine?".
La prima cosa che vide furono due spade infilate in una cintura. La seconda, alzando gli occhi, era che appartenevano a un uomo che se ne andava in giro nudo dalla vita in su in una giornata così fredda che avrebbe ghiacciato i testicoli ai cavalli. E aveva pure i capelli incolti. Kamisama, dove sarebbe andato a finire il mondo se i ronin iniziavano pure a impazzire?
"S-sì, samurai-sama, sono io", rispose inchinandosi per quanto gli era possibile in modo da nascondere la sorpresa.
Il ronin sciolse un sacchetto che teneva legato alla cintura.
"Questi sono per voi, prendeteli", gli ordinò.
Deglutì anche se non aveva nemmeno la saliva per farlo e seppur riluttante obbedì, tendendo poco per volta il braccio che teneva piegato dietro la schiena. Il ronin soppesò il sacchetto e poi glielo mise nel palmo. L'inaspettato peso glielo fece quasi scivolare di mano.
"Come risarcimento, spero bastino", spiegò incrociando le braccia al petto.
Il vecchio studiò il sacchetto reprimendo la tentazione di aprirlo, poi tornò a guardare l'uomo dal cipiglio duro.
"Perdonate la mia stupidità, samurai-sama", disse inchinandosi di nuovo, "ma temo di non aver compreso".
"Per il danno che vi ho procurato", chiarì l'uomo ammiccando col mento verso la locanda che non c'era più. Il vecchio rialzò il capo.
"V-voi, samurai-sama?".
Il ronin sospirò senza smettere di fissare i resti carbonizzati che venivano portati via. Ma dubitava che li stesse guardano veramente, sembrava con la testa da tutt'altra parte.
"Ho urtato una lampada in uno dei vostri bagni".
Il vecchio spalancò la bocca e subito la richiuse per soppesare bene le parole. Un ronin che risarciva un commerciante – chissà dove aveva preso il denaro – non si era mai visto né udito. Avrebbe potuto comportarsi come tutti i bushi di questo mondo e restare indifferente alla distruzione che aveva arrecato, invece si era presentato a lui per ripagarlo e senza lesinare, da quanto poteva giudicare: i pezzi di rame non pesavano così tanto. Ovviamente – per fortuna – non poteva rifiutare.
"Nobile samurai, siete troppo generoso con un povero vecchio che non merita nulla", mentì come si conveniva inchinandosi per la terza volta, ma con una deferenza maggiore.
"Non sputate scemenze", lo sentì dire mentre si rialzava solo per vedere le gambe del ronin allontanarsi ad ampie falcate. Sapeva che non avrebbe dovuto aprire il sacchetto lì, davanti a tutti, ma la brama ebbe la meglio sulla prudenza e sbirciò all'interno.
Poco mancò che svenne.
Un intero sacchetto di monete d'oro gli era costato lo scontro con quella scimmia ammaestrata. Aveva tentato di lesinare sui ryu, visto che a fregarsene non c'era riuscito, ma ogni volta che aveva ripensato a quanto era stato imbecille, aveva aggiunto una moneta all'involucro. Che gli era saltato in testa quando aveva voluto vedere di cosa fosse capace anziché tramortirla senza esitazione? Un emerito cumulo di sterco, ecco cos'era. Andasse all'inferno lei e quella sua fuga assurda. Soltanto su Happosai doveva concentrarsi. Su quella piccola testa calva che avrebbe fatto rotolare lontano dal corpo. E ovviamente sulla ricompensa d'oro che lo aspettava a Nagoya. E avrebbe cominciato pensando a come riportare la mocciosa al suo castello nel più breve tempo possibile e coi minori grattacapi possibili.
In realtà non c'era che un modo, rapido e indolore, per levarsela dai piedi e se tutto andava bene ci avrebbe impiegato solo un giorno o due in più rispetto all'unico che aveva speso per trovarla. Forse non sarebbero passati del tutto inosservati, ma poco importava. Non doveva far altro che mantenerla nel medesimo stato in cui l'aveva fatta piombare la notte innanzi e tutto sarebbe filato liscio, niente strepiti e soprattutto niente tentativi di omicidio. Né da una parte, né dall'altra. Avrebbe fatto in modo che fosse ben coperta, affinché non prendesse freddo ma nemmeno fosse notata la sua pelle candida. Era improbabile che qualcuno, se anche fosse riuscito a vederla in volto, avrebbe potuto riconoscerla, ma la prudenza non era mai troppa: le avrebbe fatto indossare un cappello a cesto come quello che lui aveva perso nell'incendio, così neanche il collo sarebbe stato visibile. E le avrebbe fatto fasciare le mani, pure quelle erano sin troppo pallide e in questo modo avrebbe potuto farla passare per una malata contagiosa cui nessuno avrebbe osato avvicinarsi. Perfetto.
Era quasi arrivato quando ricominciò a nevicare. I piedi affondavano nel manto gelido inzuppando i tabi e costringendolo a concentrarsi maggiormente sul respiro per mantenere una temperatura corporea sufficientemente alta da evitare l'assideramento. Eppure si ritrovò davanti al 'Bocciolo in Fiore' coi pugni stretti e il respiro tutt'altro che calmo che si condensava davanti al naso. La serva addetta all'ingresso fece scorrere l'anta per permettergli di entrare, Ranma si sfilò i sandali di paglia spargendo neve per terra e attraversò il corridoio facendo tremare il pavimento.
"Oh, samurai-sama, siete tornato!".
Il cinguettio della cameriera lo fece voltare infastidito. Se non altro la ragazza era graziosa, venne avanti e si inchinò mentre un'altra con la faccia da topo faceva capolino dalla sala comune e si prostrava a sua volta.
"Allora, l'avete vestita?".
Entrambe cercavano di mantenere lo sguardo al suolo, ma gli occhi saettavano spesso e volentieri sulla sua figura.
"Hai, samurai-sama! Lavata e rivestita con un kimono pesante, dorme ancora, non è mai rinvenuta", sorrise la cameriera attraente rialzando il viso, mentre l'altra manteneva il capo chino e si mordeva il labbro inferiore per nascondere i denti sporgenti.
Percepì alle sue spalle la presenza di un'altra cameriera, ma non vi badò.
"E il mio kimono? È pronto?".
Il sorriso della serva vacillò.
"A-abbiamo quasi finito di ricucirlo, samurai-sama! Perdonateci, il freddo ci intorpidisce le dita", rispose inchinandosi per celare un improvviso rossore.
Quelle due ci stavano mettendo più del dovuto a sbrigare quell'incombenza e non aveva dubbi che ciò dipendesse dal desiderio di vederlo girare mezzo nudo per la locanda. Stupide galline senza bargigli.
Ranma grugnì un muovetevi e non inventate scuse o mi lamenterò col proprietario e diede loro le spalle. La cameriera di cui aveva percepito la presenza trasalì sulla soglia di un'altra stanza, fece un passo indietro e si inchinò con le mani giunte in grembo.
Ranma la superò camminando spedito verso la stanza che aveva preso in affitto. Fece scorrere la fusuma con mala grazia ed entrò richiudendola dietro di sé con uno scatto secco.
La stanza era un po' più calda e luminosa di come l'aveva lasciata: sotto al basso tavolino ardeva un braciere e due angoli erano rischiarati da altrettante lanterne. La luce che filtrava attraverso la carta di riso della shoji, invece, era tanto smorta da credere che il sole stesse calando, anziché essere sorto da poche ore.
Spostò lo sguardo sul fagotto a pochi passi dal tavolo. La nobile mocciosa dormiva ancora. A bocca aperta. E con un braccio e un piede fuori dalla coperta. Anche il futon era una prigione soffocante?
Attraversò la stanza e fece scorrere appena la shoji. La neve cadeva così abbondante, adesso, che riusciva a stento a distinguere gli edifici di fronte. Un kimono imbottito non sarebbe stato sufficiente, le avrebbe fatto indossare anche un dotera. E tabi molto pesanti. Anzi, due paia, uno sull'altro.
Si voltò un poco verso di lei. Di tanto in tanto la bocca della mocciosa si contraeva e gli occhi non riuscivano a star fermi sotto le ciglia. Tornò a guardare oltre lo spiraglio. Impensabile fermarsi a mangiare in una locanda con lei svenuta sulle spalle, avrebbe fatto provviste, il necessario per un paio di giorni. E si sarebbe tenuto lontano dalle strade più battute.
Un lamento le sfuggì di bocca e lui si volse di nuovo a osservarla. Il braccio fuori dalla coperta si agitava fiacco nell'aria come a voler scacciare qualcosa. Anche il piede uscito dalla trapunta aveva preso svogliato a scalciare.
Si avvicinò per fermarsi all'altezza del suo viso. Non gli era sembrato avesse lineamenti particolari, la notte che le aveva impedito di seguirlo per le vie di Edo. Una bambina come tante, una faccia anonima che cercava di compensare con un carattere temerario e l'arroganza tipica del suo lignaggio.
Poggiò un ginocchio sul tatami per scrutarla meglio in volto, ma la ragazza non faceva che volgere il viso da una parte e dall'altra emettendo di tanto in tanto un lamento, i lineamenti contratti come in una smorfia di dolore, e lui dovette afferrarle le gote per tenerlo fermo. Scosse la testa. Come avevano fatto i tratti di quella bambina petulante a mutare così tanto? Pazza, doveva essere, per pensare di andarsene in giro con una faccia del genere senza destare stupore tra la gente comune, se non timore o addirittura ribrezzo. I samurai potevano anche fare educatamente finta di nulla, ma il popolo avrebbe potuto pensare di trovarsi di fronte a uno spirito, o peggio un demone. Come poteva sperare di passare inosservata? O che nessuno avrebbe badato a fattezze tanto inconsuete? Gli occhi erano tutt'altro che sottili come mandorle, le labbra ben altro che piccoli boccioli di pesco. E onta delle onte il naso, sebbene minuto, sporgeva in fuori e pure dritto. E purtroppo le stranezze non si limitavano al volto, già da solo un affronto all'estetica giapponese: meglio non ripensare ai fianchi larghi che si ritrovava e alle tette da mucca.
Akane lo fissa con l'intensità di chi vorrebbe cavarsi gli occhi per non guardare in faccia la realtà. Non è solo incredulità, la sua, c'è qualcos'altro.
Happosai doveva essersi rincoglionito per avergli taciuto un aspetto così inusuale e lei doveva essere stupida o incosciente: avrebbero potuto linciarla, o consegnarla a un esorcista fanatico, o al signore del feudo in cui era stata catturata e finire impiccata, squartata o bollita viva.
E poi quegli stessi occhi lo dilaniano. Lo odia al punto da rischiare di rimanere soffocata da quello stesso odio.
Senza un viso piatto, né un corpo flessuoso, né altra di quelle scemenze cui i giapponesi tenevano tanto non era difficile immaginare il disgusto dietro i sorrisi dei samurai che la circondavano. Sorrisi tanto più ampi quanto maggiore era lo sconcerto che attraversava come un lampo le fessure dei loro occhi. Secoli addietro si era ripromesso che non avrebbe coperto il viso per sempre, che un giorno non ne avrebbe avuto più bisogno. Forse l'aveva pensato anche lei. Non mi coprirò il viso per sempre.
Non riesce a crederci. L'ha davvero colpito dietro la nuca col piede per darsi la spinta necessaria a lanciarsi nel corridoio. Dovrebbe ammazzarla solo per questo.
E pensare che al di fuori dello Yamato quella scimmietta ribelle a forma di pera sarebbe stata definita bella, per lo meno dai pelosi europei. Chissà se annoverava davvero dei barbari, fra i suoi antenati, non poteva esserci altra spiegazione.
Cercare di sfuggirgli. E al tempo stesso accanirsi in un combattimento senza speranze… perché?
Sapeva a cosa andava incontro? O ne era del tutto ignara? Era rimasta una sciocca ragazzina avventata?
Dove accidenti… stai andando?
La rivide, coperta di fuliggine, barcollare peggio di un ubriaco verso il ryokan in fiamme. La immaginò combattere contro i briganti per salvare quella famiglia, senza meno con la stessa furia con cui aveva attaccato lui. Pianificare per settimane, forse mesi, una fuga che sarebbe potuta costarle la vita e poi rischiare di perdere quella stessa vita in un attimo, nel tentativo di salvare i primi sprovveduti in difficoltà… perché?
Dentro… è rimasta… la madre, devo…
Sacrificare tutto, la libertà appena conquistata, la propria esistenza… e per chi? Aveva creduto che il suo fosse un espediente per depistarlo e fuggire, invece si era davvero gettata in mezzo alle fiamme per salvare chi era rimasto intrappolato nel rogo. E ci si sarebbe buttata in mezzo una seconda volta, se non l'avesse fermata.
Perché fuggire, allora? Per dare con una morte onorevole un senso alla propria vita?
Quella parete confina con il ryokan, dobbiamo salvare le persone che vi alloggiano!
Dobbiamo… aveva dato per scontato che a lui importasse. Che avesse un senso del dovere, una morale. Che fosse come lei, altruista, pronto al sacrificio.
La nobile piaga aveva smesso di lamentarsi e a parte una leggera contrazione della fronte, il volto appariva più rilassato. Allentò le dita, limitandosi a trattenerle appena il viso, morbido e pallido sotto i calli induriti.
Una cosa era certa: ingenua era e ingenua era rimasta, se aveva pensato sul serio di…
Akane spalancò gli occhi e due pezzi d'ambra lo fissarono allarmati.
Sbatté le ciglia un paio di volte, confusa, e schiuse le labbra come per dire qualcosa o prender fiato.
Ranma la scrutò a occhi altrettanto spalancati pur sapendo di doverla immobilizzare subito, prima che l'espressione disorientata mutasse in aggressiva.
Fece scattare la mano dal viso alla gola ritrovandosi il polso stretto nella morsa delle sue dita: Akane aveva fatto saettare la mano rimasta sotto la coperta per puro riflesso, perché non smise mai di esaminarlo rapita, neanche si stesse chiedendo se fosse un uomo in carne e ossa o un fantasma. E quando la vide sollevare titubante l'altra mano per avvicinarla al suo, di viso, capì che era proprio così. Doveva renderla inoffensiva senza perdere altro…
Gli sfiorò la mascella con la punta delle dita e rilasciò il respiro fino a quel momento trattenuto per profondersi in un sorriso così ampio e spontaneo che l'ambra parve diventare liquida e colare insieme alle lacrime lungo la pelle.
Ranma rimase interdetto.
La propria mano era corsa ad afferrare quella di lei che stava risalendo lungo il suo viso, ma invece di scansarla via l'aveva appena sfiorata. Piangeva eppure sembrava… felice?
Non capiva e non aveva importanza, doveva essere un trucco.
Strinse le dita attorno alle sue e scostò appena la mano per irrigidire il volto in una maschera di pietra.
Il sorriso di Akane vacillò fino a morire, l'ambra si indurì.
"Non azzardarti a muovere un…".
Si ritrovò i capelli stretti in una morsa prima di udire lo schianto del naso che si spezzava contro la sua fronte, il sangue che sprizzava dalle narici e la faccia che esplodeva di dolore.
La presa sul collo della strega gli sfuggì, quasi cadde sul tatami mentre lei ne approfittava per balzare sulle ginocchia e sguainargli una delle spade dal fodero, ma Ranma le afferrò i polsi nonostante la miriade di puntini neri che giocavano a rincorrersi davanti agli occhi, prima che potesse piantargli la wakazashi in pieno petto. Le torse le braccia e Akane affondò un piede nel suo stomaco per allontanarlo da sé, riuscendo a liberare le mani ma finendo sbilanciata all'indietro. La piattola cadde di schiena sul pavimento e le fu addosso.
Tentò di rialzarsi e si insinuò fra le sue gambe, le ghermì di nuovo i polsi e la gettò contro il tatami. Le bloccò a terra il braccio che continuava a stringere la wakazashi, la punta a un soffio dalla sua mascella, mentre con l'altra mano tentava di impedire che gli artigliasse la faccia.
Akane prese a scalciare per levarselo di dosso, arrivando a premergli un piede contro l'anca per spingerlo via e lui aderì ancora di più contro il suo bacino schiacciandola con tutto il peso contro il pavimento. Il kimono era scivolato di lato, fra loro c'era solo il perizoma. Come si aspettava il volto di lei, già sfigurato dalla rabbia, divenne paonazzo. Akane prese a divincolarsi con più foga e a cercare di ficcargli la lama in gola, ormai nel panico.
"Togliti di dosso! Togliti di dossoooo!".
Strinse maggiormente la presa sui polsi fino a farli scricchiolare.
"Molla. La. Spada. O ti spezzo le braccia".
Non si sarebbe arresa, se lo sentiva, non l'avrebbe fatto nemmeno se la minaccia gliel'avesse sputata in faccia. E difatti avvertì sotto le mani il qi scorrerle a ondate violente nelle vene, in un ridicolo tentativo di incrementare la propria forza per contrastarlo. Strinse ancora facendole scappare di bocca un lamento strozzato e premendo con le proprie gambe contro le sue per costringerla ad allargarle tanto da toglierle ogni possibilità di movimento, oltre che la lucidità per attaccarlo.
Invece si arrese di colpo.
Un istante dopo le gambe stringevano in una morsa d'acciaio la sua vita costringendo lui a tentare di divincolarsi da lei, che con un colpo di reni lo fece rovesciare sul tatami ribaltando le posizioni: ora era Akane a sovrastarlo, seduta cavalcioni su di lui, le gambe avvinghiate alle sue per far presa sul pavimento con le ginocchia e impedirgli di sollevarsi, in una mano la wakazashi puntata contro il suo collo.
"Non ci torno indietro, ronin".
Era ora di finirla.
Mollò i suoi polsi lasciando che si sbilanciasse in avanti, sul volto la sorpresa per una mossa inaspettata che la indusse a deviare l'affondo, mentre lui la colpiva al collo con due dita tese.
La wakazashi si conficcò nella paglia intrecciata a un soffio dal suo orecchio, mentre Akane gli rovinava sul petto come un peso morto, svenuta.
Ranma reclinò indietro la testa abbandonandola sul tatami, si passò una mano sugli occhi e sospirò. Maledetta, pesava pure un accidente. E come pensava, non aveva davvero intenzione di ammazzarlo. Ferirlo sì, ma non ammazzarlo. Happosai l'aveva indottrinata fin troppo bene. E l'aveva allenata fin troppo bene. Sbuffò. Che razza di rogna.
Si passò una mano sotto le narici e si guardò le dita: sangue poco e secco. Anche il dolore era quasi scomparso. Da non crederci. Si voltò verso di lei, le afferrò i capelli e le tirò su la testa per guadarla in faccia. Altro che tenerla svenuta, le avrebbe riempito la bocca di stracci e le avrebbe legato mani e piedi per avvolgerla in rotoli e rotoli di tatami. Dannata pera isterica con le tette.
Le lasciò andare i capelli e abbandonò di nuovo il capo contro il pavimento. Sentiva montare un mal di testa formato capanna, doveva mettere qualcosa sotto i denti.
Le afferrò un braccio per levarsela di dosso nel medesimo istante in cui udì un'anta della fusuma che veniva fatta scorrere.
Volse di scatto la testa e vide una delle serve china fin quasi a terra, le mani giunte davanti alla fronte, qualcosa piegato di fronte a lei.
"Il vostro kimono ricucito, samurai-sa…". Rimase sollevata a metà, la bocca spalancata non meno degli occhi. Era la cameriera graziosa di poco prima. "Oh, vi prego di perdonare il disturbo, samurai-sama!", pigolò agitata inchinandosi svelta. Ranma scaraventò la mocciosa da un lato, ma la serva richiuse la fusuma senza più guardarlo per poi correre via.
Ranma sbatté la nuca sul tatami e chiuse gli occhi. Adesso sì che gli prudevano le mani dalla voglia di strozzarla sul serio, quella scimmia ammaes...
Un momento.
Si issò su un gomito e la osservò: stava respirando con affanno. E ora che la guardava bene, le pelle era imperlata di sudore e il viso rosso come le scaglie di una carpa. Le poggiò una mano sulla fronte sperando di sbagliarsi e imprecò in mandarino.
Questa non ci voleva.
Honshū settentrionale, quinto mese del XIII anno di regno dell'imperatore Suzaku, periodo Heian (giugno del 943 d.C.)
Il villaggio non era più un buraku di pochi tuguri, ma un piccolo mura di capanne ai lati del quale i campi coltivati si perdevano nella bruma mattutina.
I contadini cantavano immersi nelle spighe d'orzo che tagliavano via con il falcetto, alcune donne portavano via le parti mietute in grosse ceste verso le proprie case, perché la stagione delle piogge era appena iniziata e bisognava sfruttare ogni ora di quiete per mettere al riparo l'orzo dall'umidità.
Ricordava ogni cosa, era questo a fargli più male. Ricordava sua madre china a separare le spighe dagli steli battendoli sopra una grata di bambù, ricordava… Kami, non sembrava trascorso nemmeno un giorno. Anche quando era partito i contadini avevano appena iniziato a mietere l'orzo, le zanzare ti attaccavano a nugoli e l'aria era così rafferma che veniva voglia di strapparsi la pelle di dosso dal sudore che colava lungo la schiena. Non sembrava cambiato niente del luogo che aveva lasciato, né il sentiero che faceva un'ampia curva in mezzo ai campi prima di arrivare al villaggio, né l'orto ricavato in mezzo all'orzo: costeggiava ancora il torrente ai piedi della montagna. C'erano solo diverse capanne in più. Ma lui aveva lo stesso aspetto di quarant'anni addietro, come se invece di inoltrarsi nei boschi per lasciarsi tutto alle spalle, ci avesse ripensato e fosse tornato sui suoi passi, quella mattina di tanti anni prima.
Non avrebbe dovuto essere lì. Nessuno di coloro che aveva conosciuto poteva essere ancora vivo. Lei non poteva essere ancora viva. E lui avrebbe dovuto essere su una nave che faceva vela verso l'Impero di Mezzo, in quel momento, non aveva senso tener fede a una promessa dopo tutti quegli anni.
Respirò a fondo la brezza fresca lasciando vagare lo sguardo sulle fronde che si protendevano frusciando sopra la sua testa. Fremeva dal desiderio di voltare di nuovo le spalle a ogni cosa, per sempre questa volta. C'era un intero mondo che lo aspettava e nemmeno sapere di avere tutta l'eternità davanti riusciva a quietare la sua impazienza di scoprirlo.
Ma doveva togliersi quel peso, doveva chiedere perdono, quantomeno alle loro tombe. Almeno questo glielo doveva.
Scalciò col piede un sasso e rimase a fissare le radici dell'albero per qualche istante, prima di staccarsi dalla corteccia e sollevare di nuovo gli occhi. Si rese conto solo in quell'istante che era davvero l'ultima volta che guardava quella valle. Non vi avrebbe mai più rimesso piede.
Emerse dalla foresta e inspirò ancora a fondo, prima di raggiungere ad ampi e fulminei balzi il tetto della capanna più vicina. Vi posò il piede sopra con delicatezza, la paglia che si piegava appena sotto il suo peso. Rimase in ascolto guardandosi intorno, mentre annullava la propria presenza affinché nessun cane potesse avvertirla. I canti dei contadini proseguivano, i grilli pian piano si acquietavano. Il cimitero era in fondo alla vallata, ben oltre i campi, non poteva sbagliare. Proseguì, saltando di tetto in tetto. Era giunto quasi alla fine del villaggio quando si bloccò e si acquattò sulla paglia, incredulo.
La capanna dei suoi genitori.
Era ancora in piedi, Kamisama. Non era marcita, né andata a fuoco, né abbandonata. La paglia del tetto sembrava fresca, segno che era stata cambiata da poco, ma i vecchi tronchi sgrossati erano ancora al loro posto, saldamente incastrati e ancora martoriati dalle rozze incisioni, ormai annerite dal tempo, che vi aveva praticato da bambino. Una spirale di fumo usciva dalla fessura sotto lo spiovente del tetto.
La porta si aprì e a lui mancò l'aria. Per un attimo ebbe la certezza che avrebbe visto sua madre sbucare da quella porta per chiamarlo a gran voce minacciando punizioni lunghe e dolorose. Invece ne uscì una donna dai capelli neri raccolti in una coda alta sulla nuca e lunga fino alle natiche, ma soprattutto dall'altezza impressionante, superiore alla sua. Riprese a respirare col cuore che dalla gola rientrava nel petto, mentre osservava la donna voltarsi verso l'interno della capanna, sorridere e inchinarsi più volte alla voce da cornacchia che veniva da dentro. Qualcuno le impartiva degli ordini aspri e lei sorrideva con gioia, come se le stessero facendo dei complimenti. Diede infine le spalle alla soglia e si allontanò di qualche passo, prima di bloccarsi per guardarsi intorno allarmata. Non poteva aver percepito la sua presenza, impossibile. Eppure continuò a guardarsi intorno finché non scosse la testa e se ne andò, lasciando la porta spalancata forse per far penetrare più aria possibile nella capanna. Nonostante il sole non fosse ancora sorto, il caldo iniziava già a sciogliere la pelle.
L'interno, invece, era buio e sapeva di pesce arrosto e legna bruciata. Gli occorse del tempo per penetrare l'oscurità e quietare abbastanza la mente da percepire una presenza.
"Konatsu? Sei tu?".
Che gli era saltato in mente? Perché era entrato? Fece un passo indietro, sul punto di voltarsi.
"Perché sei tornato? Che hai dimenticato?".
La conosceva, quella voce, o almeno gli sembrava familiare.
"Konatsu, idiota, rispondi!".
Era invecchiata, certo, ma… possibile che fosse la sua? Che fosse ancora viva?
Invece di impartire alle proprie gambe l'ordine di andarsene, fece per assurdo un passo avanti, verso la figura distesa su una stuoia lurida e coperta da una coltre rattoppata. Se ne stava sollevata su un gomito, i capelli ingrigiti raccolti dietro la nuca in una crocchia. Cercava di identificarlo attraverso due solchi più profondi di quelli che il tempo aveva arato sulla sua faccia. Cercò fra quelle pieghe l'amica d'infanzia e trovò un paio d'occhi duri e freddi come sassi sul fondo di un fiume.
"Non sei Konatsu, chi sei? Che vuoi?".
Se non si fosse profusa in un attacco di tosse se ne sarebbe andato davvero. Invece la vide piegarsi in avanti scossa dagli spasmi e si gettò in ginocchio davanti a lei per afferrarle le spalle e sostenerla.
Ukyo alzò gli occhi su di lui e stavolta lo vide bene, perché poco per volta li spalancò fin quasi a farseli cascare fuori dalle orbite. Aprì la bocca raggrinzita a cui mancava buona parte dei denti, ma più che risucchiare il fiato parve colta da un attacco di cuore.
"Ucchan, calmati, sono io, va tutto bene".
Ma lei scuoteva la testa e ripeteva no, non è possibile, non puoi essere lui, vattene via, spirito maligno, vattene via.
"Sono io, Ucchan, sono tornato, te l'avevo promesso e sono tornato, non ricordi?".
Stava faticando a respirare, neanche un macigno gli stesse comprimendo il petto, e il sudore iniziava a colargli lungo il collo. Quando l'aria si era fatta soffocante? Voleva andarsene da lì per non tornare più.
"Non puoi essere lui, sparisci demone o chiamo aiuto!".
Avrebbe dovuto lasciarglielo credere e filarsela. Invece le disse sono io, te lo giuro, guardami. Sono io. Non ricordi che le mie ferite si rimarginavano e non riuscivamo a spiegarci perché? Ricordi quella volta che sono caduto dal ramo e mi sono rotto il braccio, ma prima del tramonto si era sanato? È che non posso morire, Ucchan, è questo il motivo. Non posso morire.
Continuò a fissarlo a bocca aperta annaspando per non rimanere soffocata da una verità che non riusciva a inghiottire. Eppure lo sapeva bene, meglio di chiunque altro, di essere sempre stato diverso.
Allungò verso di lui le dita nodose, piene di tagli e con le unghie nere. Gli sfiorò titubante la faccia per assicurarsi che non fosse uno spirito maligno e la ritirò come scottata, senza smettere di fissarlo. E poi la vide poco per volta abbassare il capo, chiudere gli occhi e venir scossa questa volta dai singhiozzi, finché si accasciò sulla stuoia e iniziò a chiedere perché. Perché dopo tutto quel tempo. Perché aveva impiegato così tanto. Sarebbe stato meglio se non fosse tornato affatto.
"Ucchan, calmati, va tutto bene…".
"Tutto bene? No, non va tutto bene, non va per niente bene! Perché sei vivo, perché?!".
Toccò a lui guardarla senza capire. Gliel'aveva appena detto il perché, per quale moti…
No, un momento: si era augurata che fosse morto? Tornò eretto poco alla volta, senza più sforzarsi di cercare in lei la giovane graziosa che ricordava. E mentre le mani gli ricadevano sulle gambe raccolte, la vide finalmente per ciò che era: una vecchia corrosa dall'acredine. Senza trovare in fondo alla gola di che rispondere. Forse la cosa migliore era lasciarla sfogarsi. O meglio ancora, lasciarla una volta per tutte. Aveva ragione lei: non sarebbe mai dovuto tornare.
Fece per alzarsi e lei sollevò il viso chiedendogli dove stai andando? Che intenzioni hai?
"Ecco, io credevo…".
"Vuoi lasciarmi di nuovo? Tutta la vita ho aspettato che tornassi!".
"Che intendi? Vuoi dire…".
"Non lo immagini? No, certo, non ne sei mai stato capace, hai sempre agito d'impulso, le conseguenze delle tue azioni non sono mai state un problema tuo, solo degli altri. Non vedevi l'ora di andartene da qui, senza pensare a cosa avremmo passato noi".
Strinse i pugni, la rabbia che saliva dallo stomaco e bruciava contro il palato.
"Ti sbagli, ci ho pensato eccome! Ti ho detto e ripetuto che sareste vissuti molto meglio senza di me, che se me ne fossi andato sarebbe stato meglio per tutti, nessuno vi avrebbe additato più!".
"Sei tu a sbagliare! Ormai eravamo tutti… marchiati. Non c'eri più ma era come se ci fossi sempre, come un tanfo che rimane ad appestare l'aria. Più il tempo passava e più avrei voluto fuggire per seguirti, invece ho sempre vissuto qui, insieme ai tuoi genitori, servendoli e riverendoli come una figlia. Al posto tuo. E quando uno dopo l'altro se ne sono andati, è come tua moglie che ho potuto continuare a vivere in questa capanna. Per molto tempo ho dovuto cavarmela da sola, nessuno mi ha offerto aiuto, nessuno voleva avere a che fare con la moglie di un uomo forse frutto dell'unione di sua madre con un demone, fosse anche senza colpa. Molti sospettavano fossi contaminata. Ho dovuto difendermi, sai? Più di una volta e non parlo solo delle voci alle mie spalle, hanno iniziato i bambini prendendomi a sassate, poi…".
Non seppe dove guardare, né cosa guardare. E lei aveva ricominciato a piangere, una mano davanti alla bocca per cercare di controllare i tremiti e la tosse.
"…ma ho sopportato tutto perché mi avevi promesso che saresti tornato. E invece il tempo passava e io vivevo sempre più isolata. Perché non mi hai portato con te, Ranma? Perché? Perché sei rimasto sordo alle mie suppliche? Mi hanno visitata, lo sai? Dopo che te ne sei andato! Volevano accertarsi che non fossi incinta! Poi hanno iniziato a sottopormi a una prova dopo l'altra per essere certi che non mi avessi contagiata e non erano mai sicuri, mai soddisfatti…".
Un nuovo attacco di tosse. Allungò una mano e prese un panno per premerlo sulla bocca.
"Mi dispiace".
Ukyo smise di tossire e si volse poco per volta a guardarlo, gli occhi diventati due dardi avvelenati.
"Ti… Ti dispiace?!". Gli gettò addosso lo straccio e quasi gli sputò in faccia. "E cosa dovrei farmene del tuo dispiacere? Non lenisce quel che mi hanno fatto! Un giorno ho smesso di sperare che tu tornassi per portarmi via e ho iniziato a sperare che fossi morto! Sì, ho pregato che tu morissi in maniera atroce, come lo è stata la mia vita da quando te ne sei andato!".
Alzati e vattene, stavano urlando le gambe. Che fai ancora qui? Alzati ed esci senza voltarti!
"Non capisco… non ti sei risposata? La donna che è uscita poco fa non è tua figlia?".
La risata che scosse il petto risuonò amara, prima di tramutarsi in un nuovo eccesso di tosse.
"Mia figlia… Konatsu mia figlia!".
Ranma strinse le dita sulle ginocchia, incerto su dove posare lo sguardo accigliato.
"Cosa c'è da ridere?".
"Konatsu è un uomo! Deriso e scacciato da tutti, un reietto, come me! Da chi avrei potuto avere figli se la gente nemmeno osava avvicinarsi a me? Ci sono voluti anni perché si convincessero tutti quanti che non ero rimasta infettata da te! Anni! E nonostante questo non ho mai riconquistato del tutto la loro fiducia, ci sono mocciosi che mi chiamano ancora strega. Per questo ho accolto Konatsu in casa mia: io avevo bisogno di un aiutante, lui di un posto dove rifugiarsi. A dispetto di come si acconcia, sa combattere ed è un servitore fedele, da quando vive con me nessuno mi ha più infastidita. È stato il mio unico conforto in questi ultimi anni".
Sospirò, vinta dalla stanchezza o forse dalla fatica di parlare e si accasciò supina sulla stuoia a scrutare il soffitto. Doveva essere invecchiata precocemente, si rese conto, cercando giorno dopo giorno di trovare la forza di non essere sopraffatta in un villaggio ostile.
"Ricordi che avrei voluto aprire una locanda per rifocillare i viandanti? Dicevano tutti che cucinavo così bene che avrei dovuto farlo. Aprire una locanda, dico. Ma è stato prima che ti sposassi. Quando te ne sei andato, ho dovuto accudire tua madre e poi lavorare i campi per sopravvivere".
Chiuse gli occhi e pensò al mare che avrebbe voluto attraversare, al paese sconfinato che avrebbe voluto scoprire. Alle tecniche di combattimento che anelava di imparare.
Li riaprì, ma lei non si era mossa. Solo le lacrime fluivano dagli angoli degli occhi lungo le tempie.
Ranma poggiò le mani avanti a sé sulla terra battuta e si profuse in un inchino.
"Come posso fare ammenda per il male che ti ho causato?".
Fuori il gallo cantava e un cane latrava, mentre i primi raggi del sole inondavano la capanna.
Ranma alzò un poco il capo, ma lei continuava a fissare la paglia sopra di loro.
"Resta. Finché non entrerò nel Grande Vuoto. Resta con me".
Chinò di nuovo il capo e di nuovo chiuse gli occhi, prendendo un respiro così profondo da colmare i polmoni, affinché la voce non lo tradisse.
"Resterò".
- § -
Le punse il mignolo con l'ago sul lato esterno dell'unghia e premette per far uscire il sangue.
Di tanto in tanto la nobile piattola emetteva un lamento. Madida di sudore, sembrava nel delirio più ancora che nel sonno decisa a liberarsi della coperta. Non c'era verso di tenerla immobile, se non agitava un braccio scalciava una gamba. Ma si era ricordato del punto sul dito per far abbassare la febbre, finalmente: nel volgere di un'ora al massimo si sarebbe acquietata. O almeno lo sperava.
Le pulì la pelle con un pezzo di stoffa e adagiò il braccio sotto la trapunta, quindi ripulì anche il lungo ago che aveva preso alle serve, mentre osservava il viso di Akane contrarsi nel sonno.
Nel giro di poche ore gli aveva messo i piedi in testa e gli aveva rotto il naso. Nemmeno ricordava l'ultima volta che se l'era rotto, ammesso che fosse mai accaduto. A questo punto le cose erano due: o la sposava o la uccideva.
La rivide ancora una volta saltare e usare la sua nuca come appoggio, spalancare gli occhi e dargli una testata senza esitazione.
Sì, era decisamente più propenso per la seconda.
Si alzò e rimise a posto il paravento di carta oleata, giusto in tempo per percepire una presenza avvicinarsi alla fusuma.
"Vi ho portato la cena, samurai-sama".
Ranma prese posto davanti al basso tavolino al centro della stanza.
"Entra".
Il pannello venne fatto scorrere e la serva graziosa fece un inchino fin quasi a terra, sollevò il vassoio con il cibo, lo depose oltre la soglia della porta, la superò ella stessa e si inginocchiò per chiudere la fusuma, quindi si alzò di nuovo e poggiò il vassoio sul tavolino per poi profondersi in un altro inchino.
Ranma si avvicinò la ciotola con l'oden e vi affondò le bacchette.
"Il braciere è abbastanza caldo, samurai-sama?".
Ranma si portò alla bocca una fetta di rafano.
"Sì".
La ragazza sollevò a metà il busto e rimase a guardarlo da sotto in su, mentre lui afferrava un pezzo di tofu fritto. Lei prese un respiro profondo e gli versò il sakè caldo nel bicchiere.
"Vostra sorella sta un pochino meglio?".
Il brodo era condito alla perfezione con alghe e salsa di soia.
"Presto tornerà in forze".
La vide deglutire come a prendere coraggio, mentre lui assaggiava i funghi.
"Io… volevo scusarmi con voi, samurai-sama!", proferì tutto d'un fiato inchinandosi fino a sparire oltre il bordo del tavolo.
Ottimi anche gli shiitake.
"E di cosa?".
"Per essermi permessa di entrare nella vostra stanza senza aver ricevuto il vostro assenso! Perdonate la mia stupidità, vi prego! Due volte ho dichiarato la mia intenzione di entrare, ma non ho udito risposta e allora… perdonatemi!".
"Per una simile sciocchezza? Avanti, alzati, puoi andare".
Lei si rimise eretta, mentre Ranma addentava un uovo sodo.
"Puoi andare, ho detto".
La sua presenza iniziava a infastidirlo, ma la ragazza non accennò a muoversi, limitandosi ad abbassare lo sguardo sulle proprie mani raccolte in grembo.
"Ecco pensavo…", iniziò accennando un sorriso. "Se questa notte vi sentite solo, potrei farvi compagnia: c'è una stanza che rimane sempre libera apposta per coloro che…".
"E quanto mi costerebbe?", la interruppe con tono sprezzante.
Sorseggiò piano il saké bollente, mentre osservava di sottecchi la faccia che diventava attonita della serva. Doveva essere la prima volta, per lei, che un ronin s'informava sulla tariffa.
"Oh… poco, samurai-sama! Per voi chiederò al padrone un prezzo speciale!", rispose quella inchinandosi.
Per me? Ranma sollevò un'alga dallo stufato. Per chiunque, vorrai dire. Doveva essere così abituata a essere richiesta, da non dover far altro che aprire le gambe e gemere un piacere finto pur di soddisfare i clienti. No, non clienti: idioti da abbindolare. Prese un altro fungo e masticò deciso. Non aveva mai avuto pezzi di carne inerti sotto di sé e non avrebbe cominciato adesso.
"Non desidero la tua compagnia, né adesso, né mai. Va', ora, e manda un'altra serva a portare una yukata pulita per mia sorella. Sbrigati".
Era talmente basita che sembrava più smorta del cielo nevoso fuori dalla shoji. Non si decideva a muovere muscolo e Ranma sollevò gli occhi dalla ciotola fissandola ostile.
"Non farmelo ripetere".
La ragazza deglutì e s'inchinò svelta per poi sparire oltre la fusuma.
Si svegliò con la sensazione di avere la bocca piena di riso colloso.
Le doleva tutto il lato destro della testa, dalla tempia alla mandibola. Per non parlare di braccia e gambe, deboli e indolenzite come se avesse combattuto contro mille avversari. Anche la schiena le faceva male. Aveva sete e la faccia arroventata. E lo stomaco sembrava in subbuglio. Doveva avere la febbre.
Riaprì gli occhi e le parve che le travi del soffitto ondeggiassero. No, non stavano ondeggiando, era una luce fiacca e giallognola che le illuminava con poca convinzione. Doveva essere sera inoltrata.
Volse con cautela il capo verso la fonte di quel chiarore e la nuca venne attraversata da staffilate di dolore. Lui era lì, accanto alla lampada, la schiena poggiata contro la parete, le braccia abbandonate sulle ginocchia, le mani penzoloni. E un kimono da viaggio indosso.
Salutami il vecchio e digli di aiutarti a sviluppare il seno, insieme al cervello, chissà che non diventi carina, oltre che una vera artista marziale.
Serrò gli occhi, lucidi e brucianti, trattenendo il respiro finché ebbe la certezza che le lacrime non avrebbero valicato le ciglia. E quando li riaprì, fu per fissare due grumi di cenere morta che la scrutavano con cipiglio duro. Sembrava volesse chiederle, ancora una volta: stupida mocciosa, ce l'hai un cervello in quella testolina?
Sei davvero temeraria a sfidare in questo modo l'autorità paterna. E me. O forse solo molto, molto stupida.
Sì, era stata una stupida. L'aveva sempre saputo, ma sbatterci contro la faccia l'aveva reso tanto reale quanto umiliante in maniera cocente.
"Da qua…", chiuse gli occhi maledicendo la gola ruvida e deglutì. "Da quanto sono in questo stato?".
Avrebbe voluto dilaniarlo anche lei con lo sguardo, ma le lacrime erano sempre lì, pronte a premere dietro i ricordi per far dilagare il dolore. Dovette piantarsi le unghie nei palmi per impedire agli occhi di tradirla.
Lui continuò a fissarla come se lei nemmeno avesse aperto bocca, forse studiando il modo per renderla inoffensiva una volta per tutte.
"Due giorni".
Cos'è accaduto ai tuoi occhi? I Barbari del Sud te li hanno scoloriti?
Ficcò le unghie ancora più a fondo e riuscì finalmente a fissarlo con tutto l'odio che montava nel petto. La rabbia le annodava i muscoli dello stomaco al punto da temere che si lacerassero.
"Che mi è successo?".
Il ronin poggiò la testa contro la parete.
"Hai avuto la febbre alta. Deliravi".
Aveva disteso le labbra in un sorriso pieno, spontaneo. E anche gli occhi avevano riso. Il ghiaccio era davvero una lastra così sottile da poterla infrangere facilmente. Ma la neve, sotto, era cedevole e profonda.
Akane cercò di girarsi su un fianco e quando ci riuscì posò la mano sul futon facendo leva per sollevarsi.
"Che vuoi fare?".
Poggiò sul materasso il gomito dell'altro braccio e tentò di issarsi a sedere. La stanza prese a vorticare, lo stomaco mandò un lamento e la bocca fu invasa dalla saliva e dal sapore acre della bile.
"Rimettiti distesa, cosa credi di fare?".
La colpa è dei kami. E se vedessi i miei occhi alla luce del giorno, penseresti che sono del colore delle pozzanghere nate dal fango.
Si mise una mano davanti alla bocca e la tenne premuta contro le labbra, ma lo stomaco si stava ribellando e sapeva che non sarebbe riuscita a trattenerlo a lungo. Doveva alzarsi e arrivare alla latrina prima che…
Le pozzanghere catturano il cielo e lo portano sulla terra.
Il ronin le mise un secchio sotto al naso e lei vomitò livore e delusione, squassata dalla malattia e dai ricordi finché lo sforzo non la costrinse a lasciar andare le lacrime. E allora pianse, le mani serrate sui bordi del secchio mentre lui le stringeva un braccio e le teneva la fronte. Pianse la cattiva sorte, la sua ingenuità, la stoltezza con cui aveva sempre voluto vedere solo ciò che le faceva comodo, anche a dispetto del buon senso.
Ma non è il cielo che tocchi, quando affondi le mani nell'acqua putrida.
Aveva ragione lui: non era che un'illusione, soltanto questo, e lei c'era cascata. Nell'acqua putrida di quelle due pozzanghere era affondata fino al collo.
Si asciugò la bocca con il panno che lui le passò e cercò di mettersi a sedere sulle ginocchia, più tremante di uno stelo d'erba e col sudore freddo che colava lungo la schiena, ma il corpo ricadde in avanti e dovette poggiare le mani sul futon. Le chiuse ad artiglio fin quasi a lacerare il tessuto, mentre la mano del ronin la sosteneva per una spalla. Come osava toccarla? La scansò in malo modo ringhiando un lasciami!, prima di crollare sui gomiti.
Era in condizioni pietose e quel che era peggio in sua balìa, eppure tutto ciò cui riusciva a pensare era che non si era sognata tutto, tanti anni prima, sapeva cos'aveva visto. Ma ora non aveva dubbi che fosse solo una recita allestita per una sciocca bimbetta. Niente di ciò che aveva veduto allora era mai esistito davvero e la prova ce l'aveva davanti: alzò col fiato corto il viso su di lui e incontrò di nuovo i suoi occhi, gelidi e affilati come una lama conficcata nella carne.
"Il tuo nome?".
Se ne stava a guardarla con un braccio poggiato su un ginocchio sollevato, come in attesa di vedere quale altra stupida mossa avrebbe fatto.
"Saotome. Ranma".
"Bene… ronin. Per te farò un'eccezione", sentenziò prima di tornare a guardare le proprie dita che stringevano il futon.
"Nel senso che per la prima volta nella tua vita obbedirai senza fiatare?".
Se non si fosse sentita tanto debole, gli avrebbe maciullato la faccia con un pugno.
"Nel senso che ti ammazzerò. Sentiti onorato".
Le parve di udire un sogghigno o qualcosa di simile, ma ormai non riusciva più nemmeno a tenersi sulle braccia, figurarsi a voltare la testa.
"Riposa, ora", le rispose un istante prima di sentirsi colpire dietro la nuca.
Ranma entrò nella stanza da bagno mentre una serva stava attizzando il fuoco nel contenitore di rame che sporgeva da una parete della tinozza. La ragazza si girò e lui riconobbe faccia da topino.
"L'ofuro è pronta, samurai-sama!", lo informò con un inchino, quindi riprese a rimestare le braci. Ranma osservò il vapore che si levava dalla vasca e assaporò il momento in cui si sarebbe immerso nell'acqua bollente.
Poggiò le due spade su una panca di legno, quindi si sfilò il kimono e i pantaloni, i tabi e il perizoma.
"Che stai aspettando?", chiese a Topino che teneva lo sguardo basso. Sembrava non osare voltarsi a guardarlo e per giunta pareva arrossita.
"S-subito, samurai-sama, scusate!".
La ragazza si affrettò a prendere uno straccio e un raschietto di legno e iniziò a strofinargli la schiena.
"Come ti senti?".
Lei si fermò, ma l'attimo dopo riprese a sfregare con maggior vigore.
"Molto meglio, samurai-sama, grazie ancora per avermi difeso, ieri notte".
"Il tuo padrone è sempre così collerico?".
Topino esitò.
"Sono molto sbadata, samurai-sama, e lui giustamente mi punisce", mormorò.
Se non fosse intervenuto, quella palla di lardo l'avrebbe ammazzata di botte solo per aver rovesciato una bottiglietta di sakè. Non si sarebbe limitato a gonfiarle la faccia e spaccarle un labbro, prima o poi le avrebbe rotto un braccio. E infine il collo.
"Perché non ti vende?".
"Sono l'unica figlia rimastagli, samurai-sama. Non è mai riuscito a maritarmi e per non essere un peso lo aiuto a mandare avanti la locanda. Ma lui mi considera un peso comunque".
Si volse a scrutarla: si era morsa il labbro rendendosi conto di aver detto troppo. Ranma tornò a poggiare gli avambracci sulle ginocchia e si chiese se quella creatura infelice avesse mai conosciuto un po' d'affetto. Gli occhietti sfuggenti risposero di no. Non si era mai sposata. Di certo nessun cliente aveva mai chiesto la sua compagnia. Si era senza dubbio rassegnata a condurre una vita costellata di lividi e sfregi su un faccino da topo già penalizzante. Se non finiva con la morte del padre, sarebbe finita con la sua.
Topino gli versò addosso l'acqua rovente della vasca con un secchio lavando via lo sporco.
"Posso fare altro per voi?".
Dalla premura nel tono della voce capì quanto fosse sinceramente intenzionata a servirlo, niente false cortesie. Bene.
"Sono a posto, puoi andare", le rispose alzandosi in piedi.
Lei s'inchinò distogliendo lo sguardo e si avviò verso la porta.
"Stasera vieni tu a portarmi la cena".
Topino si voltò sorpresa mentre stava aprendo la shoji. Sorrise felice per quanto glielo consentissero le labbra tumefatte e s'inchinò davanti a quello che doveva considerare un onore.
"Come desiderate, samurai-sama!".
La ragazza lasciò la stanza e lui afferrò la katana, salì su uno sgabello per immergersi nella tinozza e poggiò le estremità della spada sui bordi opposti della vasca. L'acqua gli lambiva il mento e lui adagiò la nuca contro il bordo dell'ofuro, chiuse gli occhi e si rilassò.
Forse era un rischio lasciare sola la piattola mentre lui se ne stava immerso in una tinozza, ma nelle condizioni in cui Akane si trovava era impossibile tentasse la fuga: aveva piluccato qualcosa solo quella mattina dopo due giorni di digiuno, colpirla dietro la nuca per tenerla incosciente sarebbe stato inutile. E poi stimolare troppo quello tsubo poteva alla lunga rivelarsi controproducente: se ne avesse abusato, la nobile piaga sarebbe rimasta svenuta per un lasso di tempo sempre più breve e alla fine non sarebbe più caduta a terra priva di sensi.
C'era sempre la possibilità di paralizzarla dal collo in giù, sarebbe stato peggio per lei che svenire, tuttavia anche in quel caso doveva stare attento a non esagerare. In ogni caso prima o poi sarebbe tornata in forze e tenerla buona sarebbe stato un problema.
Si alzò in piedi sul sedile sommerso e uscì dall'ofuro asciugandosi col telo lasciato piegato sulla panca, si rivestì e infilò le due spade nella cintura. Ormai le serve che aveva richiesto per aiutare Akane con le sue necessità corporali direttamente nella camera da letto dovevano averla anche rivestita. Uscì dalla stanza da bagno e s'incamminò fino alla camera presa in affitto, fece scorrere la fusuma ed entrò. Due cameriere stavano rimettendo a posto il paravento, si voltarono verso di lui e si inchinarono.
"Come sta?".
"Vostra sorella è ancora debole, samurai-sama, ma si sente meglio: è riuscita a mettersi in piedi e a far quasi tutto da sola, anche a cambiarsi. Ora credo stia dormendo".
"Non ha chiesto di mangiare?".
"No, ha detto di non aver fame. Forse più tardi".
"Va bene, potete andare".
"Hai!", risposero all'unisono inchinandosi di nuovo e uscendo dalla stanza.
La colazione si era rivelata squisita, assi migliore del giorno prima, doveva essere stato il modo di Topino per… ringraziarlo. Si profuse in un ghigno sbieco, posò la ciotola e si mise a osservare il paravento.
Pensava di essere furba. Di certo era silenziosa, ma non aveva ancora compreso che era del tutto inutile, con lui.
Afferrò la corda arrotolata alla cintura, si avvicinò al paravento annullando la propria presenza e vi girò intorno. Akane, di spalle, si era alzata a sedere e stava scostando le coperte il più cautamente possibile facendo scivolare fuori le gambe con la prudenza degna di un ninja.
Ranma fece per muovere un passo e lei si voltò di scatto verso di lui, gli occhi sgranati. Un attimo dopo gli lanciò addosso la coperta, Ranma la gettò contro il muro deviandola con un braccio, mentre Akane era già davanti alla porta. Prima che potesse farla scorrere le arrivò alle spalle e lei tentò di colpirlo con un calcio rovesciato. Ranma le afferrò quella stessa gamba e la lanciò insieme alla sua proprietaria contro il pavimento. Akane atterrò sulla schiena e si rialzò con un colpo di reni. Lui ne approfittò per afferrarle prima un polso e poi l'altro e le torse le braccia fino a farle incrociare le mani dietro la schiena. Oltraggiata, Akane tentò di guardare oltre la propria spalla e di strappar via i polsi dalle sue mani, ma lui strinse più forte le braccia accostandola a sé e piegando le gambe la costrinse a poggiare le ginocchia a terra.
Si ritrovarono così, l'uno di fronte all'altra in una sorta di morsa che sembrava un abbraccio, il suo seno da mucca schiacciato contro il proprio torace, il viso in fiamme a un soffio dal suo. Sembrava sul punto di sputare lapilli dalle orecchie da quanto era fuori di sé.
"La-scia-mi! Lasciamiiii!".
Le tenne fermi i polsi con una mano sola, mentre con l'altra le afferrava i capelli facendole reclinare indietro la testa. Il collo era lungo e pallido più del volto, il respiro ormai concitato non faceva che evidenziare la scollatura. Le afferrò meglio la chioma per poi sbatterla sul tatami a faccia in giù.
"Cosa vuoi fare?!".
Le premette un ginocchio sulla schiena per tenerla inchiodata al suolo e le legò le mani, poi quelle dannate caviglie scalcianti.
"Adesso puoi mangiare", le disse alzandosi.
"Come os…!".
Le afferrò un braccio e la tirò su a sedere contro la parete. Akane trattenne un lamento, ripiegò le gambe sotto le cosce e lo fissò sperando forse che morisse fulminato in quell'istante.
Ranma si sedette di fronte a lei e prese l'altra ciotola di riso dal vassoio.
"Devi rimetterti in forze, apri la bocca".
Per un attimo la piattola serrò le labbra, forse decisa a non dargliela vinta, poi di colpo le spalancò.
Ranma infilò in quella boccaccia una generosa porzione di riso, sperando in un anfratto recondito della propria mente che si strozzasse, invece lei non iniziò nemmeno a masticare, prese anzi un bel respiro. Lui sfoderò il suo sguardo omicida.
"Azzardati a sputarmi il riso in faccia e ti ficco queste bacchette su per il naso".
Akane rimase impietrita a fissarlo, il boccone trattenuto a stento dal rigettarlo. Dovette compiere uno sforzo non da poco per ricacciarlo indietro e masticarlo. E lui per trattenersi dal ghignare: vederla tentare in ogni modo di preservare dignità e collera con la bocca strabordante di riso lo costrinse a mordersi l'interno della propria per non sghignazzarle in faccia e mantenere inalterato lo sguardo da squartatore di demoni. Soprattutto perché lei, lungi dall'esserne intimorita, non gli toglieva gli occhi ambrati di dosso.
Appena ingoiò il boccone gliene ficcò un altro in bocca ancora più grosso.
"Pagherai… anche questo…", sputacchiò inghiottendo parte del boccone. "Pagherai… ogni affronto", concluse deglutendo tutto. E come aprì di nuovo la bocca per minacciarlo, gliela riempì di riso.
"All'ultimo che mi ha parlato con questo tono ho fatto prendere aria ai suoi intestini".
La piaga smise di masticare, mentre il colore caldo delle iridi sfumava verso quello più cupo della terra bruciata.
"Credi di intimorirmi? Sbagli. Non mi importa quanto più forte e più veloce di me tu sia, né quanto ti abbia pagato mio padre. Io non tornerò indietro, non posso".
Ranma le infilò in bocca le bacchette piene di riso.
"Temi ti costringano a fare seppuku? Puoi stare tranquilla, allora, tuo padre non ha intenzione di spedirti nel Grande Vuoto. Vuole ancora farti sposare il tuo fidanzato".
"Sul serio?", chiese dubbiosa con il boccone che le riempiva metà faccia. "Preferisco il seppuku", confessò inghiottendo.
"È così terribile?", le chiese raschiando il fondo della ciotola. "Il tuo fidanzato, intendo".
"No, affatto. Ryoga-sama è una brava persona, ma ciò non cambia che non desidero sposare né lui, né altri. Non trascorrerò il resto della mia vita rinchiusa a fare la fattrice".
Ranma le mise in bocca le bacchette con l'ultimo boccone di riso.
"Il tuo messaggio è stato forte e chiaro, credimi, ma non è servito a nulla", ribatté lui posando la ciotola vuota per prendere quella con le verdure. Quando tornò a guardarla, lei lo fissava del tutto spiazzata.
"Quale messaggio? Di che parli?".
Le protese un sottaceto con le bacchette e lei lo afferrò senza pensarci.
"Il kimono da sposa che hai fatto a pezzi… non dirmi che te ne sei dimenticata".
Akane sbarrò gli occhi in un'espressione tra lo sbalordito e l'infuriato.
"C-cosa?! Io non ho fatto a pezzi un bel niente! Sarei stata una stupida a perdere tempo a fare una cosa simile!".
Ranma abbassò le bacchette, cercando nei suoi occhi increduli la conferma di una verità che aveva già intuito.
"Allora chiunque ti abbia aiutato a fuggire ti ha anche tradito".
Spalancò la bocca allibita e lui ci ficcò dentro un altro sottaceto.
Lei iniziò a masticare come nulla fosse e a far vagare lo sguardo sul tatami, scuotendo di tanto in tanto la testa e mormorando non è possibile, non ha senso, perché avrebbe dovuto?
"Non temere, la tua dama di compagnia è stata costretta a togliersi la vita, problema risolto".
"Dama Yuki?!", gli chiese quasi strozzandosi. "Ma lei era all'oscuro di tutto! Non è stata lei ad aiutarmi!".
Iniziava ad averne abbastanza. Era stato pagato per riportarla indietro, non per ascoltare gli intrighi della sua famiglia. La piattola oltretutto si stava alterando a livelli vertiginosi, se non si dava una calmata si sarebbe spaccata i denti a forza di tenerli serrati.
"Maledetta…", sibilò ricominciando a far vagare lo sguardo per tutta la stanza. "Ha messo in mezzo un'innocente per i suoi scopi… maledizione!".
Ranma lasciò cadere la fetta di rafano e alzò gli occhi per guardarla. Le labbra le tremavano per l'indignazione, neanche fosse stata colpa sua quanto accaduto a quella dama, e gli occhi avevano cambiato di nuovo sfumatura: adesso sembravano quelli di una tigre in gabbia, inferocita e impotente.
"Di chi stai…".
"Di Nabiki! Mia sorella!", lo aggredì. "È stata lei a far distruggere il kimono, ne sono certa! Ma non capisco a quale fine stia mirando".
"Ti ha aiutata lei a fuggire? Per quale motivo?", le chiese allungandole la fetta di daikon caduta nella ciotola.
"Immagino per restare la sola erede degna del clan agli occhi di nostro pa…".
"Allora è evidente che non le è bastato che tu fuggissi: voleva essere certa che, in caso fossi stata catturata, ti avrebbero condannata a morte per un affronto imperdonabile. Non ha previsto che tuo padre mettesse a tacere l'accaduto e facesse credere a tutti che ti fossi ammalata".
Akane lo guardò come se avesse una seconda testa che gli cresceva sul naso.
"Ha fatto credere questo?!". Chiuse gli occhi e scosse il capo. "Ma come può pensare che gli Hibiki…".
"Per ora sembrano esserci cascati".
Le mise in bocca l'ultima fetta di cetriolo e lei la mandò giù sovrappensiero.
"Non importa, non è un mio problema, non ci torno indietro. Non posso", insisteva scuotendo il capo.
Ranma posò la ciotola sul vassoio e si rialzò, avvicinandosi alla shoji. La fece scorrere un poco e gettò un'occhiata fuori. La neve era quasi all'altezza dell'ingresso di fronte e continuava a cadere.
"Non è nemmeno un mio problema. Io sono stato pagato unicamente per riportati a Nagoya, non per ascoltare le tue lagne. E appena ti sarai ripresa completamente, ce ne andremo".
"Appena mi sarò ripresa completamente, ti annoderò gli intestini attorno al collo".
Lui si volse con calma a guardarla. Era forse la prima volta nella sua vita che non sapeva se essere più irritato o ammirato. Quella disgrazia su due gambe non temeva di dar voce a tutto ciò che le passava per la testa, né di guardare dritto in faccia un uomo quando avrebbe dovuto tenere lo sguardo al suolo. Ma del resto, cosa avrebbe dovuto aspettarsi da una samurai di alto rango che aveva ricevuto un addestramento marziale superiore di gran lunga a quello di qualunque bushi, che era in grado di atterrare qualsiasi avversario e se avesse voluto di ammazzare con la facilità con cui respirava? Ma una vocina gli suggeriva che quella sciagura fosse nata con un carattere da maschio mancato e che avrebbe tentato ugualmente di ribellarsi, Happosai o non Happosai.
"Sei rimasta tale e quale a quando avevi… quanto? Dieci anni? Tanto stupida e infantile da manifestare apertamente il tuo rancore e rivelare le tue intenzioni. Del resto, sei scappata dai tuoi doveri, hai tradito la tua famiglia, che ci si dovrebbe aspettare da una come te?".
Rapita dal paravento decorato con delle gru in volo, la nuca poggiata contro la parete, Akane ruotò con studiata lentezza il viso verso di lui. Negli occhi di brace una stanchezza e un dolore che la fecero apparire più vecchia di almeno vent'anni.
"Sì, sono stata una stupida. Una stupida a credere di potermi conformare alla volontà altrui, di riuscire a plasmarmi come gli altri si aspettavano che fossi, ad annullarmi poco alla volta per diventare una marionetta di carta, una cosa senz'anima. Sono stata una stupida a credere che tu fossi l'unica persona in questo mondo di morti a essere viva. E doppiamente stupida a credere che potessi per questo capirmi. Sei come le centinaia di migliaia di cadaveri che popolano castelli, palazzi, strade, locande: sei morto dentro. Ma a differenza di tutti gli altri, a te non è accaduto una volta sola", affermò assottigliando lo sguardo. "Quante volte sei morto, Ranma?".
La domanda rimase a impregnare l'aria come un'esalazione maleodorante. Un'aria che si faceva sempre più calda, quasi densa, man mano che il ronin stringeva i pugni e i grumi di cenere diventavano due pozze scure che ribollivano di collera.
"Attenta, mocciosa. Stai facendo discorsi che…".
"Non dirmi che faccio discorsi che non posso capire! Siete tutti morti dentro, ronin, anche tu. Tutti a rincorrere la cieca obbedienza, la perfetta educazione, l'armonia interiore. A cosa serve mordersi la lingua per non turbare il wa altrui se non a peggiorare le cose? Imparare alla perfezione la cerimonia del tè mi rende forse una persona migliore? Non ha sviluppato il mio autocontrollo, né il mio senso estetico, eppure è di vitale importanza impararla, non appartieni al mondo civile, altrimenti! L'educazione e la finzione devono venire sempre prima di tutto, il nemico va ingannato con la massima cortesia!". Chiuse per un istante gli occhi, prese fiato e li riaprì. "Tutti mirano alla perfezione esteriore soffocando qualsiasi spontaneità, tutti costretti a sopprimere il minimo singulto di personalità per diventare servi perfetti. Perché nessuno deve sapere ciò che sei in realtà, potrebbe ritorcertelo contro, allora bisogna nasconderlo in profondità. E nello sforzo sempre maggiore di conformarsi, obbedire e annullarsi, poco alla volta la gente muore. Ma tu… tu sembravi diverso. E lo sei, in effetti, ma non come pensavo. La gente che reprime se stessa si uccide una volta sola, tu invece ti sei ucciso infinite volte. Non sei diverso da un cadavere su una pira funebre".
Si ritrovò la gola stretta in una morsa prima ancora di rendersi conto che il ronin aveva annullato la distanza fra loro. Le dita stringevano tanto da renderle difficoltoso respirare, ma non abbastanza da impedirle di guardarlo dritto in faccia. E la sua faccia sfigurata da una rabbia cieca era l'ultima cosa che avrebbe voluto trovarsi ad affrontare con le mani legate dietro la schiena. Ma non poteva tacere, anche se le pozze scure che la trafiggevano si erano tanto assottigliate da sembrare crepacci senza fondo.
"Tu. Non sai. Niente. Di me. Tu. Non sai. Niente. Di niente", le sibilò in faccia.
"Non ne ho bisogno, né me ne importa. Mi basta guardare i tuoi occhi. Guardati in uno specchio! Guardati! Sei morto non una, ma centinaia di volte!".
Il ronin strinse più forte e le fece sbattere la nuca contro la parete. Akane strinse gli occhi trattenendo un gemito e li riaprì al soffitto.
"Tu non sei veramente fuggita, mocciosa. Sei ancora fra quattro pareti di pietra e carta di riso. Tu non sai niente della vita, né della gente che può solo tentare di sopravvivere perché a mala pena le è concesso vivere, sei rimasta una ragazzina ottusa e viziata incapace di assumersi le proprie responsabilità. Sei scappata invece di affrontare il tuo karma, come una bimbetta capricciosa, pensi che la gente che tu disprezzi tanto possa farlo? Pensi che fuggire sia la soluzione?! Se fosse così facile, credi che la gente sopporterebbe il fardello che le è toccato in sorte?".
"Sono fuggita perché non mi è rimasto altro! Ho tentato di accettare il mio karma, mi sono sforzata in ogni modo di assumermi responsabilità che non erano nemmeno mie! Ma alla fine ho compreso che sarei morta di una lenta agonia, sei tu che non puoi capire me! Non puoi capire cosa significhi doversi guardare le spalle ogni giorno, perché qualsiasi cosa dici potrebbe essere usata contro di te! Dover sottostare a ogni forma di costrizione possibile per essere svuotati della propria natura! Non voglio fare la fine di Kasumi!".
Ranma allentò un poco la presa, permettendole di guardarlo di nuovo. Il viso era ancora alterato, ma l'espressione meno dura.
"E chi sarebbe?".
Akane deglutì e sospirò.
"L'altra mia sorella, la maggiore. È stata costretta a sposare un daimyo che la sta portando alla morte. Io… sono fuggita anche per lei".
Il ronin le lasciò andare il collo e la guardò di sottecchi.
"Intendi dire che sei fuggita anche per tentare di liberarla?".
"Sì, da suo marito".
"Vorresti ammazzare… un daimyo?", le chiese con una punta di sarcasmo inarcando un sopracciglio.
"Quello che intendo fare io non sono affari tuoi, ronin. Pensa pure di me ciò che preferisci, non cambia nulla. Io non tornerò indietro, non farò la fine di tante donne costrette a sposarsi per vivere recluse come monache per fare un figlio dietro l'altro e servire fino alla morte un signore che nemmeno se li merita, i miei servigi. Non intendo morire poco a poco fra quattro pareti. E nemmeno diventerò un cadavere come te".
Ranma le afferrò di nuovo il collo sotto la mandibola e strinse più forte.
"Avanti, che aspetti? Colpiscimi sul collo, fammi svenire! Non rimangerò quello che ho detto, né smetterò di pensarlo!".
La pressione aumentò ancora e a un tratto si rese conto di avere il suo fiato vicino alla bocca.
"Dovrei farti molto più di questo".
Il desiderio di strozzarla era tale che le dita si stavano stringendo da sole.
La lasciò andare con una spinta che la fece cadere distesa su un fianco a faccia in giù sul tatami. Si alzò e andò a scostare un'anta dell'armadio, afferrò la yukata usata dalla vipera e ne strappò una striscia lunga e una più corta.
Akane seguiva i suoi movimenti con sospetto e apprensione e quando le si avvicinò di nuovo tentò di arretrare.
"Che intenzioni hai, adesso? Non vorrai…".
Appallottolò la striscia di stoffa più corta, le afferrò la faccia e strinse per costringerla ad aprire la bocca. La mocciosa provò a divincolarsi e a gridare, ma alla fine spalancò la boccaccia e gliela riempì di stoffa per poi sigillargliela con la striscia più lunga, che le annodò dietro la nuca. La prese quindi per un braccio, la trascinò dietro il paravento e l'abbandonò sul futon a faccia in giù per uscire da quella maledetta stanza.
Sbatté la fusuma dietro di sé e si bloccò. Una serva che stava passando in quel momento si fermò e s'inchinò.
"Nessuno deve entrare lì dentro, mia sorella sta riposando, ci siamo capiti?", le intimò.
"Sì, samurai-sama", rispose quella con un nuovo inchino e si allontanò.
Lui percorse tutto il corridoio dalla parte opposta, s'infilò i waraji lasciati all'ingresso e uscì. Prese un'ampia boccata d'aria gelida e si calmò un poco.
Il portico era sgombro dalla neve, che in strada era invece tanto alta che un gruppo di uomini stava scavando un varco.
"Ehi, voi!". Gli uomini si fermarono per voltarsi a guardarlo e s'inchinarono. "Le strade per uscire dalla città in che condizioni sono?".
"Brutte, samurai-sama", rispose quello più vicino. "I passi sono bloccati, la strada per Gujo è interrotta a causa di una valanga, quella diretta per Nagoya da un fiume in piena. Ci sono stati dei morti".
"Anche il passo di Ogawa è bloccato?".
"Sì, signore. La neve supera di parecchio l'altezza di un uomo".
Grugnì un assenso e tornò sotto il portico. Avrebbe voluto librarsi nell'aria, camminare sui cumuli di neve e allontanarsi un poco dal paese, ma quegli uomini lo stavano guardando e pensò non fosse il caso.
Perché nessuno deve sapere ciò che sei in realtà, potrebbe ritorcertelo contro, allora bisogna nasconderlo in profondità. E nello sforzo sempre maggiore di conformarsi, obbedire e annullarsi, la gente poco alla volta muore.
Maledetta piantagrane. Non aveva un'idea nemmeno vaga di come fosse davvero la vita nel mondo reale e aveva commesso l'errore puerile di generalizzare l'esistenza che aveva trascorso fra le quattro mura di una residenza nobile con quella che conduceva la gente comune. E tuttavia, non era troppo lontana dal vero.
La gente riduceva spesso i propri desideri al rispetto delle formalità e all'obbedienza al proprio superiore, le proprie speranze a una reincarnazione migliore di quella toccata in sorte. Lo vedeva nei volti tutti chini e tutti chiusi, nello sguardo vacuo con cui percorrevano la terra prima dei piedi, nell'incedere rassegnato a piccoli passi. Ed era così ovunque, non solo nello Yamato. Gli umani avevano inventato quella gabbia senza chiavistello che si chiamava società, se l'erano costruita tutt'intorno erigendo robuste sbarre chiamate tradizioni e buttando via la serratura insieme alla chiave perché nessuno potesse sfuggirvi. Nemmeno quelli come lui, che se mantenevano i nervi saldi si adattavano per quieto vivere allo spazio angusto di quella prigione mentale e quasi mai azzardavano a sporgere il naso fuori. Del resto, che avevano loro da perdere? Ma per i mortali era diverso ed era abnorme anche solo pensarlo. E tuttavia ogni tanto nasceva qualcuno che impazziva se non sgusciava via. E qualcuno, ancora più raro, che ci riusciva. Talmente raro da esserlo persino più degli esigui immortali sparsi sulla terra. Incontrare un esemplare tanto straordinario di essere umano nel corso della vita era un evento oltremodo eccezionale, a un quasi bimillenario come Happosai era accaduto una volta sola, il che la diceva lunga.
Sono fuggita perché non mi è rimasto altro! Ho tentato di accettare il mio karma, mi sono sforzata in ogni modo di assumermi responsabilità che non erano nemmeno mie! Ma alla fine ho compreso che sarei morta di una lenta agonia, sei tu che non puoi capire me!
La mocciosa era impulsiva, avventata, ingenua, a tratti infantile. Ma aveva anche fatto mostra di generosità, altruismo, coraggio, spirito di sacrificio e discreto acume. Senza contare che era forte come un bue e dotata di un talento fuori dal comune per le arti marziali. Di certo il vecchiaccio ci aveva messo lo zampino, ma un carattere così spontaneo e ribelle le era proprio, Happosai non aveva fatto altro che coltivarlo, anziché reprimerlo. Forse perché una natura così irruenta si poteva reprimere davvero solo sopprimendola e allora il vecchio le aveva lasciato un po' di libertà. Magari un po' troppa. Decisamente non era fatta per vivere fra quattro mura a sfornare un figlio dietro l'altro. E da chi poi avrebbe dovuto averli? Da 'faccia da fesso'? Probabilmente quel tonto del fidanzato non sapeva nemmeno come si giacesse con una donna.
Si rese conto di aver stretto troppo i pugni solo quando sentì una fitta lungo il braccio. Aprì le dita e si guardò il palmo, dove quattro mezzelune affioravano violacee.
Quante volte sei morto, Ranma? Guardati in uno specchio! Guardati! Sei morto non una, ma centinaia di volte! La gente che reprime se stessa si uccide una volta sola, tu invece ti sei ucciso infinte volte. Non sei diverso da un cadavere su una pira funebre.
Strinse di nuovo i pugni.
Lo sapeva perfettamente. Era per questo che non si specchiava mai, sapeva cos'avrebbe visto. Quello che non si aspettava era che un giorno l'avrebbe visto qualcun altro. Le persone si limitavano a rifuggire i suoi occhi, a biasimarli, a maledirli. Non a guardarci dentro. Lei l'aveva fatto, prima a dieci anni, poi a venti.
Si passò una mano sulla faccia. Se questa Akane era una di quelle persone quasi uniche, non voleva essere proprio lui a ricacciarla nella gabbia da cui era scappata. Ma era ciò che avrebbe fatto perché era stato pagato per farlo e perché avrebbe finalmente avuto la possibilità di assorbire la reminiscenza del vecchio.
Sbuffò e rientrò nella locanda.
C'era quasi riuscita. Il nodo si stava allentando, lo sentiva, ancora un poco e avrebbe avuto le caviglie libere.
Tu sia maledetto, ronin, ovunque sei andato. Maledetto per avermi illusa, catturata, umiliata, minacciata, perfino imboccata! Maledetto per avermi fatto indossare un kimono così pesante e ruvido che graffia la pelle. E maledetto tu sia per avermi messo le mani sul viso! Come hai osato un simile oltraggio?! Non puoi pensare di trattare me come tratti chiunque altro! E mi hai pure respirato in faccia! Se ripenso alle tue mani su… alle tue braccia che… e accidenti pure al tuo torace!, imprecò avvampando.
Smise di colpo di armeggiare con la fune, folgorata da un ricordo.
Si è infilato fra le mie gambe… Si-è-infilato-fra-le-mie-gambe! Dannatocenciosodiunronin, te la farò pagare! Sconterai ogni affronto, te lo giuro! Se mai riuscirai a farmi tornare a Nagoya, ti farò impiccare! Anzi no, crocifiggere!
Riprese ad allentare il grosso nodo con maggior foga.
E strada facendo ti romperò di nuovo il naso!
No, un momento, non poteva avergli rotto il naso, non sarebbe mai guarito in così poco tempo. Eppure lo ricordava bene il sangue che era uscito dalle narici…
Ce l'aveva fatta, il nodo si era sciolto! Allentò la corda con dita febbrili e liberò del tutto i piedi, che calciarono impazienti nell'aria finché la fune non le scivolò lenta lungo le gambe. Si mise a sedere e poi si alzò in piedi, facendo cadere la corda sul futon. Con un calcio l'allontanò di poco e rimase a guardarla. Ora veniva la parte difficile e dubitava in tutta onestà di riuscirvi.
Si chinò in avanti piegando le ginocchia e cercando di distendere il più possibile le braccia, ma come temeva quel baka le aveva legato i polsi troppo stretti perché potesse riuscire davvero a far passare le braccia sotto le natiche. Prese un bel respiro e ci riprovò. Che vergogna, si stava sforzando così tanto che sembrava intenta a evacuare in un secc…
La fusuma venne spalancata e Akane rimase immobile a occhi sgranati.
Si rimise in piedi con cautela, il cuore che batteva nelle orecchie, il fiato corto. Non si udiva un suono e questo era sospetto. Doveva tentare.
Sollevò una gamba per scaraventargli contro il paravento, quando il medesimo paravento venne scagliato di lato mentre lei si ritrovava la gola stretta fra le sue dita.
Venne spinta all'indietro fino a sbattere braccia, mani e testa contro l'armadio.
"Brava mocciosa, mi hai anticipato".
La costrinse a voltarsi schiacciandola contro i pannelli dell'armadio con una mano aperta sulla schiena, mentre con l'altra le premeva un punto sulla nuca. Anziché svenire, Akane si ritrovò intorpidita dal collo in giù e se lui non l'avesse sostenuta per le spalle, sarebbe crollata a terra.
Il ronin l'adagiò sul tatami, le sciolse il bavaglio e le tolse di bocca il malloppo di stoffa. Finalmente poteva deglutire, ma restava impotente nelle sue mani, che scesero a scioglierle il nodo attorno ai polsi. Glieli liberò solo per legarglieli di nuovo davanti, mentre Akane sentiva la frustrazione salire agli occhi e iniziare a erodere la speranza di sfuggire a quell'uomo in qualche modo.
Ranma la prese sotto le ascelle e la sollevò, poggiandola a sedere contro l'armadio e impedendole di cadere su un fianco con una mano premuta su una spalla.
"Se ci tieni a riacquistare il controllo sul tuo corpo, mi ascolterai senza fiatare e farai quello che ti dico, altrimenti ti lascio così, ti arrotolo dentro una stuoia e ti carico su una spalla. Scegli".
Tenne le labbra serrate, ma con gli occhi ridusse la pelle di quella carogna in striscioline sanguinolente.
"Bene. La strada per Gujo è ostruita da una valanga. Quella alternativa, più lunga, è inondata da un fiume in piena, non ricordo il nome, in ogni caso dobbiamo fare un ampio giro per tornare a Nagoya".
Akane increspò la fronte. C'era qualcosa, in ciò che aveva detto, che le sfuggiva. Non aveva tanto il sentore della menzogna, quanto del taciuto, come se il ronin le avesse omesso un dettaglio importante. O come se lei avesse dimenticato un dettaglio importante che avrebbe reso davvero convincente ciò che non lo sembrava del tutto. Avrebbe voluto riflettere maggiormente sull'informazione, ma sentiva la speranza rifiorire nel petto e la lingua fu più rapida del buon senso.
"Un ampio giro? Che intendi? Quanto ampio?".
Lui spostò la mano dalla spalla al collo e premette lo stesso tsubo usato per paralizzarla. La sua pelle era bollente, ora che ci faceva caso.
"Parecchio. Per cui partiamo subito".
Ranma l'afferrò di nuovo sotto le ascelle e la sollevò in piedi, mentre lei tornava poco a poco padrona di braccia e gambe.
"E come pensi di farmi uscire di qui senza che nessuno si accorga che mi hai legato i polsi?".
Il ronin raccolse da terra una larga striscia di stoffa ruvida e pesante con cui le avvolse le mani: doveva averla gettata sul tatami quando era entrato, insieme a un paio di cappelli e a un mantello di paglia. Le sistemò le maniche del kimono perché i rispettivi bordi si sovrapponessero a quelli del manicotto improvvisato, quindi raccolse uno dei due cappelli a forma di ampia ciotola rovesciata e il mantello: le mise sulla testa il primo legandoglielo sotto il mento e sulle spalle il secondo unendo i lembi all'altezza della gola.
"Adesso muoviti", le disse voltandola verso la fusuma mentre lui raccoglieva l'altro cappello e se lo metteva in testa.
Ranma fece scorrere una delle ante della porta e la spinse nel corridoio.
"Su, avanti", la incitò con un nuovo spintone.
"Non dovrei camminare tre passi dietro a te? Così daremo nell'occhio".
Anziché risponderle le diede un'altra spinta.
Alla fine del corridoio si sedette sul gradino del piano ribassato e lasciò che una serva le infilasse zoccoli di legno sui tabi imbottiti, mentre a Ranma infilò i sandali di paglia, quindi spalancò per loro la porta d'ingresso.
"Samurai-sama!".
Akane vide il ronin voltarsi verso la voce e fece altrettanto. Un'altra serva stava correndo verso di loro tanto trafelata che rischiava in inciampare nel suo stesso kimono. Quell'idiota si era dimenticato di pagare il conto? Ma la giovane, che aveva un labbro gonfio e violaceo, stava sorridendo e sostò sulla soglia del corridoio il tempo necessario per guardare adorante lui ignorando lei e buttarsi in ginocchio col fiato corto. Si prostrò con le mani giunte in avanti fino a toccar terra con la fronte e di tutto quel che disse, invero piuttosto confuso, capì solo che stava ringraziando il ronin per il grande onore che le aveva reso.
Grande onore?
Lui le rispose con noncuranza e fece per darle le spalle. Ma la ragazza alzò il capo ribadendo il suo ringraziamento e Akane si sforzò di capire qualcosa di più di qualche parola qua e là: aggiunse che per il padre ora non era più senza valore, aveva ottenuto il suo rispetto, per cui era degna di 'prender su' – forse nel senso di ereditare – quel ryokan. E s'inchinò di nuovo, ma con maggior solennità.
Akane si volse a guardare Ranma, increspando la fronte e inclinando la testa, perplessa e incuriosita.
"Buon per te", tagliò corto lui. "Addio".
Lasciarono la ragazza così, che si stava alzando a sedere.
Ranma la prese per un braccio e la fece uscire all'aria aperta. Akane sostò oltre la soglia per riempirsi felice i polmoni del gelo invernale. Non ne poteva più dell'aria viziata di quella stanza.
"Da quella parte", le ordinò spintonandola lungo il portico. "Andiamo verso ovest".
"Che hai fatto a quella giovane?", gli chiese voltandosi a guardarlo. Dietro di lui l'ingresso della locanda era rimasto aperto e la serva cui lui aveva reso 'un grande onore' sostava con un sorriso che andava da un orecchio sporgente all'altro. Non staccava gli occhietti incantati dalla schiena del ronin. Akane strinse i pugni sotto il manicotto.
"Un grosso favore, cammina".
"Lo faresti anche a me?".
Lui si bloccò, guardandola con occhi tali che non avrebbe saputo dire se fossero più sbalorditi o increduli. Cos'è che aveva capito?
"Risparmiami la fatica: rompiti una gamba. Anzi, tutt'e due".
Le diede una spinta tale che poco mancò finisse lunga davanti agli uomini che scavano sentieri in mezzo alla neve. Stava per mettervi piede, quando udì un bambino gridare a poca distanza e alzò lo sguardo. Puntava il dito verso di loro avvicinandosi tutto allegro da un altro sentiero insieme a una donna, che sorrise non meno contenta indicandoli a sua volta, ma di quel che disse al probabile figlio Akane capì solo 'samurai' e 'grazie ai kami'.
I due si fermarono davanti a loro e si inchinarono. Iniziava a spazientirsi e si avvide che Ranma era nel medesimo stato d'animo.
La donna riversò su di loro un fiume di parole con un accento marcato che rese tutto di nuovo incomprensibile, per cui diede a Ranma un colpetto sul braccio col gomito.
"Che sta dicendo?", gli chiese seccata sottovoce.
Lui si accostò per quanto possibile al suo orecchio e le sussurrò che la donna li stava ringraziando per aver salvato lei e suo figlio. Sarebbero venuti prima, ma a causa del fumo che avevano respirato si erano ripresi a fatica. Chiedevano come potessero sdebitarsi.
Akane sollevò il viso per osservarli da sotto il cappello con maggior attenzione: la donna doveva avere solo qualche anno più di lei, tuttavia era certa di non averla mai vista, se lo sarebbe ricordato quel taglio vistoso sul mento. Il volto del bambino invece riaffiorò improvviso dal pozzo della memoria in cui era affondato: era lo stesso che aveva salvato la notte in cui il ryokan dove si era rifugiata era andato a fuoco. Per colpa loro. E quel maledetto che non era altro le aveva impedito di salvare anche la ma…
Si volse a guardare Ranma stupefatta, mentre lui diceva qualcosa a quella stessa madre col solito tono noncurante, forse che non dovevano preoccuparsi. Ci aveva pensato lui, rischiando la vita al posto suo, a trarre in salvo la povera donna.
Il ronin congedò i due, che si inchinarono con deferenza. Lei e Ranma risposero chinando il capo.
"Allora, che hai da fissare?", le chiese irritato quando madre e figlio si furono allontanati.
A lei scappò un sorriso. E lui la guardò in modo strano, come se non ne avesse mai visto uno.
"Niente", rispose scuotendo la testa e incamminandosi nel sentiero di neve.
"Meglio così", lo sentì ribattere. "Ci aspetta un lungo viaggio".
