Break the Rules
"Woa, c'è mancato poco eh!"
Era rotolato su un fianco dopo aver letteralmente spinto a terra Beckett, aveva sentito i proiettili fischiare troppo vicini ad entrambi, aveva agito d'istinto senza pensare a niente se non a metterla al sicuro, lei non poteva aver visto la pistola puntata su di loro, perché era rivolta verso di lui, lo stava rimproverando per l'ennesima volta di non averla ascoltata, di non essere rimasto in auto
Lei non rispose, era inginocchiata, gli dava le spalle, sembrava molto presa da qualcosa, no, da qualcuno steso a terra accanto a lei
"Ehi, e dai, la prossima volta giuro che starò più attento..."
Fu una frazione di secondi, prima le vide il viso, contratto in un'espressione di disperazione malcelata, poi le sue parole che stentavano ad uscire perché l'aria se la stava portando via il panico che s'insinuava quasi fosse visibile, le mani sporche di sangue "maledetto testone, Castle! resisti, stanno arrivando gli aiuti, guardami, apri gli occhi Castle! Castle!"
L'ultimo grido col suo nome lo risucchiò come fosse stato avvolto da un gorgo inarrestabile, si ritrovò steso a terra, con gli occhi verdi di Beckett che lo guardavano come mai avevano fatto, li vide riempirsi di speranza, forse perché aveva riaperto gli occhi. Non era più alle sue spalle, era sotto di lei, steso, pietrificato da un dolore al petto che gli impediva anche di respirare, ora sì, si rendeva conto di quello che era successo, provò a scusarsi ma riuscì solo a muovere la bocca per qualche secondo, senza che alcun suono riuscisse a raggiungerla. Beckett continuava a parlargli, ma sentiva solo il suono, sempre più ovattato, l'ultima sensazione fu quella della sua mano che lo stringeva forte, che non voleva farlo arrendere, poi più nulla.
Aprì gli occhi, era steso su un divano, riconobbe subito che non era il suo, che sogno terribile aveva fatto, un incubo, di quelli che anche quando ti risvegli ti lasciano addosso tutte le sensazioni come se le avessi vissute davvero, rabbrividì pensando che aveva appena fatto esperienza della sua morte.
Ci mise un po' a capire dove fosse, era sorpreso, non sapeva come ci era finito e soprattutto quando, era a casa di Beckett e lei dov'era? Per qualche secondo pensò ad una serata finita con troppo alcool, ma loro non avevano 'serate' figuriamoci con alcool che scorreva, era già tanto che lo tollerasse quando indagava su qualche caso, e allora perché si trovava lì, sul suo divano?
Quel flusso indistinto di pensieri fu interrotto da un rumore, qualcosa che si era frantumato a terra, nella stanza accanto, doveva essere la stanza da letto, si avvicinò piano, la porta era socchiusa ma non sapeva se osare entrare, era sicuro che gli avrebbe sparato, mettendo finalmente in pratica la minaccia che amava così tanto lanciargli alzando un sopracciglio per sottolineare che era seria. Un lamento, poi un singhiozzo gli fece rompere gli indugi, Beckett era lì e stava... piangendo.
Si sentiva sempre più confuso e disorientato, entrò, la chiamò senza ottenere risposta, la trovò seduta a terra, coperta solo da un asciugamano avvolto attorno alla vita, i capelli ancora bagnati, raccolti in una coda alta, era bellissima, anche se aveva il volto trasfigurato dal dolore, doveva aver pianto molto, e lui cosa aveva fatto, dormito sul divano? Ma che razza d'uomo era diventato?
"perché Castle? perché sei così testone? Cosa ti costa ascoltarmi almeno una volta?"
Rick rimase spiazzato da quell'uscita improvvisa, cosa diavolo aveva combinato per ridurla così, e che situazione era quella in cui erano? Cercava disperatamente di ricordare come fossero finiti a casa di lei, ma gli tornava in mente solo quel maledetto incubo.
"Beckett, io..." si bloccò, per una volta non sapeva cosa dire, e lei gli sembrava così fragile, come non l'aveva mai vista prima, avrebbe solo voluto fare qualcosa per allontanare tutta quella disperazione, ma non sapeva cosa. Amava farla ridere, fin dal primo momento che l'aveva incontrata, aveva pensato che il suo sorriso, così raro, era una delle cose più belle che avesse mai visto, era diventata la sua missione primaria, farle spuntare quel sorriso sul viso, anche solo portandole un caffè la mattina. Non poteva pensare, ora, di essere causa della sua scomparsa.
Si sedette accanto a lei, senza dire altro, lei mosse impercettibilmente il braccio, Rick pensò che non sapesse se scappare da lui, allontanarsi, o al contrario volesse trovare un contatto, non accadde nessuna delle due cose.
Lei continuava a guardare fisso davanti a sé, poi all'improvviso appoggiò la testa all'indietro, sul legno della parete, chiuse gli occhi e due lacrime giganti le rigarono il viso "tu e la tua mania di infrangere le regole! Perché non hai mai capito che a volte sono vitali?" si fermò per un secondo sopraffatta da un grumo di emozioni, lui provò a rispondere, ma capì subito che era solo una domanda retorica, si fermò e lei riprese, continuava a negargli anche il minimo sguardo, lui si era ormai convinto che doveva averla fatta grossa e fosse già tanto che gli permettesse di stare lì, accanto a lei "sai cosa insegnano ai poliziotti fin da quando sono delle reclute? A parte il proteggere e servire... le regole per sopravvivere, e ce ne sono due scolpite nella pietra più dura, rese ferree da tutte quelle volte in cui qualcuno ha osato contravvenirle, causando guai, dolori, morte: la prima, evitare di coinvolgere civili nel proprio lavoro, e io mi ci sono attenuta scrupolosamente in tutti questi anni, fino a quando tu, il sindaco, il capitano, avete deciso che si poteva fare un'eccezione!
Ma la regola delle regole, quella a cui credevo non avrei mai e poi mai disatteso, era di non innamorarsi mai di qualcuno con cui poi sei costretta a trovarti in prima linea, si perde il sangue freddo, si rischia la vita"
Rick rimase a bocca aperta, cosa gli stava dicendo? Che si era innamorata di lui, stava parlando a lui, no?
"Beckett, io, non so cosa ho combinato ma si può sempre rimediare, no? spiegami, dammi modo..."
La vide spostare la testa di scatto, come se avesse sentito qualcosa di inaspettato, si era sciugata le lacrime con stizza dagli occhi, aveva tirato su col naso, ma continuava a non volerlo guardare in faccia, come poteva confessargli d'amarlo ed evitarlo allo stesso tempo? Castle credette per un attimo di essere uscito di senno
"Kate, guardami, te ne prego"
Lei mosse di nuovo la testa nervosamente, come se stesse combattendo una battaglia anche dentro di sé, si coprì il volto "lo vedi, mi sei entrato anche nella testa, sento la tua voce, cosa devo fare?"
"ma certo che senti la mia voce, sono qui..."
Lei proseguì come se non lo avesse neanche sentito, si alzò di colpo come se volesse scappare "come farò senza di te?"
Castle rimase a guardarle le spalle, forse stava ancora sognando, pensava d'essersi svegliato dall'incubo di prima, ma si era solo ritrovato in altro sogno incongruente, iniziava a sentirsi male, sempre più pesante, non riusciva ad alzarsi da quell'angolo di stanza, le pareti iniziavano ad allungarsi annullando le regole elementari della prospettiva e lei si allontanava sempre di più, gli venne istintivo gridare, non voleva lasciarla così anche se era un sogno, non poteva "ma io ci sarò sempre!"
Settimo giorno dalla sparatoria
Le ore erano trascorse, tutte uguali, come ogni giorno e ogni notte da quel maledetto giorno, lei aveva fatto esattamente lo stesso percorso, dal distretto a casa, per una doccia veloce, concedendosi quell'unica ora per abbandonarsi alle sue emozioni senza dover nascondere nulla a nessuno, come invece faceva a lavoro e con la famiglia di Castle, e poi da lui, in ospedale, lui in bilico tra la vita e la morte, perché era un testone, non faceva mai quello che gli si chiedeva, e aveva deciso di salvarle la vita, solo sette giorni prima, prendendosi lui un proiettile destinato a lei.
Lì a sperare che qualcosa cambiasse, a vedere passare le ore, unica nota positiva, le ore che trascorrevano trovandolo ancora in vita, un'ora in più, un giorno in più.
E lei a chiedersi come diavolo aveva fatto ad innamorarsi di uno come lui, come avrebbe fatto a levarsi dalla testa quell'uomo che le era entrato anche nelle vene, in quell'ora a casa, lo sentiva, le parlava, si convinceva che ci fosse qualche speranza, poi tornava in ospedale e tutto si sgretolava davanti alla sua immagine immutabile, ferma, bianca e alle alzate di spalle dei medici.
Non devi sentirti in obbligo Katherine, le aveva detto Martha la seconda notte che lei si era ostinata a trascorrere in quella stanza, lei aveva abbozzato un sorriso, aveva scosso la testa, "avrei fatto lo stesso io, per lui, è questo il mio posto" non sapeva neanche da dove le fosse venuta una risposta simile, aveva sempre ostinatamente rifiutato di seguire anche solo l'idea di poter avere una relazione con quell'uomo così diverso da lei, eppure l'attraeva come un magnete, eppure aveva scorto più volte il vero Castle sotto quel mantello da playboy impenitente che tanto gli piaceva sfoggiare, si era giovata della sua abilità innata a rendere tutto più leggero, amava il suo ottimismo.
La cosa che non sopportava quando rimaneva sola con lui in quella stanza era il silenzio, Castle ed il silenzio non erano mai andati molto d'accordo, lui parlava sempre, anche a sproposito, ed ora le mancava la sua voce, tanto. Si era ritrovata a riempire lei quei vuoti, gli parlava, lo rimproverava come se lui avesse potuto risponderle.
Settimo giorno, dalla sparatoria, era lì da due ore, fuori era buio, cercava di non essere mai negativa quando era accanto a lui, si era convinta che potesse avvertire anche le emozioni di chi gli stava accanto, soprattutto le sue, ma era stanca, scoraggiata sopraffatta dalla paura irrazionale di perderlo per sempre, gli teneva la mano, la stringeva forse anche troppo forte, sospirò, un pensiero, che aveva cercato di cacciare via fin dal primo giorno le occupò la mente, una domanda di cui non voleva sapere la risposta 'come farò senza di te?'
"ma io ci sarò sempre!"
Scatto sulla sedia che era diventata la sua dimora notturna, il pensiero che potesse aver sognato quella voce, durò il tempo necessario a trovare i suoi occhi aperti che cercavano di mettere a fuoco, di capire cosa fosse successo.
Sentì la sua mano stringerla, gli sorrise, provò a farlo anche lui "mi piace quando infrangi le regole Kate"
FINE
