Glossario:
Ano mono: "quella cosa" in erezione. Sì, proprio quello.
Atsuki: demone che sbrana gli uomini.
Chochin kozo: "bambino con la lanterna" dal viso di un color rosso acceso. Era solito apparire nelle notti di pioggerella nei pressi dei luoghi in cui qualcuno era stato ucciso senza motivo.
Dotera: kimono invernale imbottito.
Eta: fuori casta.
Haori: soprabito maschile di varia lunghezza introdotto tra il XV e il XVI secolo e usato fino alla fine del periodo Meiji (1868-1912).
Iabisen: liuto a tre corde.
Hashi: bacchette usate per mangiare, ma anche per tenere fermi i capelli.
Hinin: "non umano". Termine usato spregiativamente nei confronti di uomini e donne che svolgevano le mansioni più degradanti e per i quali quindi non esisteva riscatto sociale.
Jizo: divinità del Buddhismo Mahayana rappresentata come un monaco. Le statue sono molto diffuse lungo le strade perché proteggono i viaggiatori, ma sono presenti anche nei cimiteri perché proteggono i defunti. Sono inoltre i protettori dei neonati prematuri e deformi. Le statue sono spesso adornate con vesti o sciarpe, quelle dei bambini con cappucci e bavagli dalle madri che hanno perso i figli.
Koto: termine generico che indica uno strumento musicale a corde.
Mon: moneta di rame.
Norimono: portantina usata dai nobili.
Obi: fascia che chiude il kimono femminile come una cinta.
Onsen: stazione termale che può avere i bagni all'aperto (notemburo) o al coperto. Oggi può essere pubblica o privata (uchiyu), ovvero gestita da un ryokan oppure da un B&B (minshuku).
Ri: antica unità di misura corrispondente a 4 km circa.
Tabi: calzini oggi di cotone, anticamente di cuoio, portati solo da samurai e membri delle classi agiate.
Tan: antica unità di misura corrispondente a circa 10 m.
Yojimbo: ronin assoldato come guardia del corpo.
Yokai: fantasma, spirito (anche demoniaco).
XII
TORMENTA
I pendii dello spirito sono spesso più impervi e faticosi
di una strada tracciata su una mappa.
(Eva Kai)
"Allora, che hai da fissare?", le chiese irritato quando madre e figlio si furono allontanati.
Lungi dall'abbassare lo sguardo, Akane distese le labbra in un sorriso così aperto che Ranma quasi trasecolò. Setacciò la memoria in cerca di un modo per definirlo, rendendosi conto che un termine per quello che lei gli stava rivolgendo non esisteva. Doveva essere lo stesso sorriso che aveva rivolto al bambino sulla strada per Gujo. Ma lui non era un bambino, come poteva mostrargli tutti i denti senza imbarazzo? Non tentava nemmeno di celare la bocca dietro una manica. La fissò senza comprendere, lei e i suoi occhi che sembrano dirgli 'da me non ti puoi nascondere, ronin'. Lo guardava e sorrideva senza ritegno… compiaciuta? Contenta? Cosa voleva dire?
"Niente", rispose Akane scuotendo la testa. Ma sorrideva ancora, a labbra sigillate, quando gli diede le spalle e si incamminò nel sentiero di neve.
La guardò allontanarsi di qualche passo. Niente. Tipica risposta da femmina che in realtà vuole dire 'arrangiati'. Strinse i punti seccato e s'incamminò a sua volta, portandosi a due passi dietro di lei.
"Meglio così", ribatté. "Ci aspetta un lungo viaggio".
E non era certo che ne valesse la pena. Si stava già pentendo della decisione che aveva preso, in realtà. E a quel proposito, prima o poi la cimice se ne sarebbe accorta, se era davvero così intuitiva – fin troppo – come quella sua lingua affilata lasciava supporre.
"Come hai intenzione di giustificare il fatto che stai camminando dietro di me? Ci stanno guardando tutti, anche se cercano di non darlo a vedere".
Ranma sollevò gli occhi sui pochi passanti che incrociavano, soprattutto uomini intenti a spalare la neve dalla strada. Un vecchio con fascine di legna sulla schiena si fermò incerto, per poi inchinarsi lesto.
Tornò a guardare Akane. I lunghi capelli tenuti fermi da un nastro ondeggiavano con riflessi bluastri sotto il cappello di paglia. Alle narici gli arrivò profumo di muschio e legno di sandalo, la mocciosa non aveva rinunciato nemmeno all'olio di camelia con cui doveva aver fatto cospargere la chioma. E ora faceva finta di non accorgersi degli sguardi di sottecchi continuando a camminare col capo leggermente chino. Era stata accorta a non aver nemmeno accennato a voltarsi verso di lui, la voce appena un bisbiglio.
"Mi hai ingaggiato come yojimbo, va bene così?".
"Assai poco credibile. Daremmo meno nell'occhio se io camminassi tre passi dietro di te".
"Per non calpestare la mia ombra? Vorresti davvero passare per la moglie di un sudicio ronin?".
Forse fu il tono canzonatorio. O forse l'idea di dover essere anche solo per finta sposata a uno come lui. Ma la vide irrigidirsi, rallentare il passo e accennare a voltarsi affinché lui potesse vedere bene la smorfia di disgusto sulle labbra.
"Sposata… a te?", chiese calcando il disprezzo. "Neanche sotto la minaccia di un coltello puntato alla gola".
Come pensava. Se avesse potuto si sarebbe voltata del tutto e gli avrebbe sputato in un occhio, alla faccia della donna di nobili origini. Ma ce n'erano troppi, di occhi, che facevano finta di non guardare nella loro direzione. E lei era vittima degli sguardi come qualunque mortale.
"Allora sei una pellegrina che si è messa in viaggio".
"In pellegrinaggio da sola? In questo periodo dell'anno? Ridicolo, non ci crederà nessuno".
"Me ne importa quanto di una zecca tra i peli di un cane".
"Potrei anche mettermi a gridare accusandoti di avermi rapita".
"Fallo e ti bagnerò col sangue di chiunque accorrerà. Sempre che esista qualcuno tanto stupido da non far finta di essere sordo".
Questa volta Akane si fermò e accennò di nuovo a volgere il viso verso di lui.
"Davvero la stessa persona che ha tratto dalle fiamme la donna che poco fa ci ha ringraziato per aver salvato lei e suo figlio dal rogo del ryokan lo farebbe?".
"Davvero hai pensato che l'abbia fatto per generosità?".
La mocciosa si volse con incredula lentezza a guardarlo. Negli occhi accigliati il ribrezzo e insieme la muta richiesta di non essersi sbagliata su di lui.
"Se non avessi salvato quella madre, la gente avrebbe cercato in ogni modo di accollarti il suo marmocchio: siamo i responsabili dell'incendio, te lo sei dimenticato? E di un altro moccioso non ho davvero bisogno".
"Come sarebbe a dire un altro…?". La sua faccia si aprì in un'espressione sbigottita, prima di richiudersi in quella feroce di una tigre pronta a sbranarlo. "Ti-farò-mangiare-le-tue-stesse-budella-prima-di-farti-impiccare, pezzente", sibilò tra i denti.
Ed eccola di nuovo, l'espressione che gli faceva prudere le mani. La faccia della piattola era diventata una pergamena su cui era stato vergato un unico, enorme carattere: delusione. Doveva aver fantasticato parecchio su di lui, negli anni in cui era stato lontano dallo Yamato. Chissà che fantasie di sabbia aveva innalzato su quella testolina, sarebbe stato divertente sgretolarle una a una, se ogni volta non l'avesse guardato come uno schifoso insetto da schiacciare o da compatire. E subito dopo, come se nel suo argomentare ci fosse sempre una falla.
"Un momento… chi sarebbe a conoscenza che l'incendio è scoppiato per causa nostra?", gli chiese sospettosa, girandosi del tutto verso di lui.
"Il proprietario".
Akane sollevò la testa per guardarlo meglio in faccia, gli occhi ridotti a due fenditure e le labbra appena imbronciate.
"E lui come…".
Le afferrò un braccio e la costrinse a dargli la schiena.
"Basta chiacchiere, muoviti".
"Non azzardarti a toccarmi!", gli intimò divincolandosi. "E rivolgiti a me con un tono più consono! Sono sempre una samurai di alto rango, miserabile di un roninche non sei altro! Esigo rispetto!".
"Te lo devi guadagnare!".
Akane ammutolì, fissandolo con occhi tali che temette le cascassero dalle orbite. Poco ci mancava che iniziasse anche a boccheggiare. L'idea di doversi meritare la stima di qualcuno – uno come lui, per giunta – doveva apparirle talmente folle da andare semplicemente al di là del raziocinio.
"Stai appestando l'aria col fetore del tuo ridicolo orgoglio samurai, quindi chiudi quelle fauci e cammina".
Lo spintone che le diede non bastò a farla ruzzolare nella neve. E lei si mise con rinnovato furore a scorticarlo con gli occhi. Ranma posò la mano sull'elsa e la fece scattare fuori dal fodero.
"Azzardati ad aprire ancora quella bocca e ti farai il viaggio fino al prossimo villaggio senza mantello".
Akane la richiuse di scatto, talmente livida di rabbia da fargli temere che si fosse spaccata i denti. Invece gli diede di colpo le spalle e si incamminò ad ampie falcate fra spruzzi di neve.
"Rallenta. Rallenta, ho detto!".
"Pensavo volessi riportarmi a Nagoya il prima possibile! Che aspettiamo, allora? Muoviti!".
L'urlo dovevano averlo sentito fino all'altro capo del paese. Stavolta nessuno fece finta di essere sordo e nemmeno cieco: chi passò di lì si fermò a fissare attonito una furia che inciampava nel proprio kimono, prima di tornare lesto alle proprie incombenze. Una madre incitò i bambini a camminare più svelti. Fortuna che erano arrivati al limitare della cittadina e iniziava il bosco.
Anche Ranma restò allibito a guardare la chioma bluastra di Akane che frustava l'aria, prima di volgere lo sguardo attorno e fulminare i pochi presenti che ancora osavano tenere gli occhi sollevati. Gli spalatori tornarono a scansare la neve con più lena di prima. E lui si rimise alle calcagna della scimmietta con l'accenno di un ghigno.
Il manto nevoso era sempre più alto e cedevole. I piedi vi affondavano fin quasi al polpaccio ma ormai erano così intorpiditi che li sentiva appena. A ogni passo il gelo penetrava un po' di più nella carne e risaliva lungo le gambe. Ma era il petto, strano a dirsi, a essere avvinto in una morsa di ghiaccio.
Stupida era stata. Stupida in modo caparbio. Aveva voluto concedergli chissà perché il beneficio del dubbio, un'altra possibilità. Come se davvero un simile rifiuto della società potesse essere diverso da ciò che appariva. Eppure glielo aveva dimostrato di essere più morto di tanti che reputava già freddi cadaveri, che senso aveva continuare a illudersi? Ma l'aveva fatto, per un breve istante aveva sperato. Sperato di essersi sbagliata, dopotutto. Ma ancora una volta era stata una sciocca.
Ancora per poco, però.
Respirava un po' meno profondamente, ora, riprendendo poco per volta il dominio di sé. Non avrebbe dovuto perdere il controllo in quel modo, soprattutto davanti a tanta gente. Che samurai era, se permetteva alla rabbia di prendere il sopravvento sul senno con tanta facilità? Il desiderio di strappare la carotide a quel maledetto aveva avuto ragione del suo giudizio una volta ancora, buttando al vento anni di sfiancanti meditazioni.
Si rabbuiò di nuovo, ricominciando a perforare la neve con lo sguardo.
Bruciava di indignazione all'idea che degli estranei avessero assistito alla sua sfuriata. Ma ancora di più perché, pur lontana dal castello, continuava a dar peso a futilità come l'etichetta, l'educazione, ciò che gli altri potevano pensare di lei. Eppure lo sdegno era lì, che infiammava il petto, pur sapendo che non aveva alcun senso. Soprattutto con un roninche la tallonava senza curarsi minimamente del suo rango e delle buone maniere. A quella montagna di escrementi non importava affatto chi lei fosse, ma solo ciò che valeva in oro. Era insensato pretendere da un essere del genere il rispetto che le era dovuto, le avrebbe riso in faccia.
Te lo devi guadagnare!
Mai sentita un'assurdità di tale portata. La deferenza le era dovuta da chiunque, sempre e comunque, mentre lui era un volgare samurai senza padrone, un… un…
Akane rallentò un poco il passo.
Un uomo che aveva tratto in salvo una donna insignificante dalle fiamme rischiando la vita. Nessuno l'aveva costretto, né pagato. Avrebbe potuto lasciarla morire.
E allora? Non avrà mai il mio rispetto.
Un uomo che aveva viaggiato tutta la vita, visitando chissà quanti paesi, mai al servizio permanente di qualcuno, mai sottomesso. Libero da ogni regola e convenzione, rendeva conto solo a se stesso. Per un essere del genere tutti gli altri, di certo, non valevano la metà di una sua unghia. Quanti demoni aveva ucciso rischiando la pelle? Quante vite aveva salvato? Lui se l'era guadagnato quel rispetto che a lei era semplicemente dovuto, mai aveva pensato di doverselo meritare.
Mai.
Ora che non c'erano più le mura del castello a circondarla, non poteva più pretendere alcunché. E tuttavia l'idea di chinare la testa di fronte a quel rifiuto umano o anche solo renderlo degno della sua considerazione era un'asserzione così ridicola da essere fuori discussione. Il ronindoveva avere un baco nel cervello. Lo avrebbe trattato come meritava, né più né meno con la stessa 'cortesia' che lui usava nei suoi riguardi. E proprio come quel secchio di feci che le camminava alle spalle, avrebbe imparato a non rendere più conto a nessuno, solo alla sua coscienza. Che la gente pensasse pure di Tendo Akane ciò che preferiva.
Dannazione, le sembrava di avere un moscone che sbatteva cocciuto contro i timpani. Non doveva pensarci, solo respirare e concentrarsi sulla strada.
Non ci riesco. Vorrei solo voltarmi e ficcargli quella sua maledetta katana dritta in gola.
Serrò gli occhi e si morse il labbro. No, un'altra volta no, non ne valeva la pena.
Non ne vale la pena, ma fa ancora male.
Troppi anni aveva trascorso a ricordare e a desiderare ciò che non sarebbe mai stato. Troppi, perché l'immaginazione si schiantasse indolore contro gli scogli della realtà.
Smettila, sciocca. Una volta per tutte.
Sbatté le ciglia tentando di ricacciar indietro le lacrime, invece eccole che si affacciavano di nuovo, pronte a offuscare la vista minacciando di tradirla. E tutto perché lei era un'irrecuperabile baka.
No, devi calmarti, calmarti e concentrarti. Sei pur sempre una samurai, comportati come farebbe un qualsiasi bushi , dissimula le tue intenzioni e seppellisci le tue emozioni. Fallo un'ultima volta per non farlo mai più. Non ti libererai mai di lui se non inizi a usare la testa, invece di immaginare modi cruenti per ammazzarlo.
Spalancò gli occhi. Immaginare? Non ci aveva pensato fino ad allora, ma… e se quel ronin fosse stato in grado di leggere nella mente altrui come il maestro Happosai? Era stato suo allievo, dopotutto, era una possibilità. Doveva appurarlo.
Puoi sentirmi, lurido pezzente? Sei più infimo di un mercante, persino di… di un hinin! E sei talmente morto dentro che puzzi di cadavere in putrefazione. Ecco quello che sei: un morto che cammina. Fai solo finta di vivere, in realtà sei morto molto tempo fa.
Una bruma sempre più fitta si stava insinuando fra il silenzio degli alberi scarnificati dall'inverno. I rami contorti e protesi ad afferrare il nulla si facevano via via più inconsistenti fin quasi a fondersi fra loro su uno sfondo sempre più cinereo e cupo. Sembravano spettri congelati in uno spasmo d'agonia da una nebbia gelida che li avvinceva e li lasciava andare con una rapidità sorprendente. Troppo. Non era nebbia. Erano entrati in un banco di nubi.
Il roninnon aveva replicato, né aveva rallentato o affrettato il passo. Nessuna reazione, bene.
Si strinse nel mantello meglio che poté maledicendo la corda che legava i polsi e non accennava ad allentarsi. Kami, ora che poteva pensare a un modo per depistare il ronin, si era alzato il vento e il freddo si era fatto tale che ragionare lucidamente sarebbe stato arduo: le stava martellando le tempie, non sentiva più il naso ed era certa che in breve tempo non avrebbe più sentito nemmeno le labbra. Come se non bastasse, il moscone nelle orecchie si era tramutato in un vespaio che perforava il cervello. Avrebbe voluto concentrarsi almeno per resistere al gelo, invece era costretta a perseverare: prima o poi la corda si sarebbe allentata abbastanza da poter sfilare via le mani. E tuttavia era impensabile che, una volta libera, riuscisse a sopraffare quel verme: era più forte, più agile e soprattutto più veloce. Riusciva persino a prevedere le sue mosse, anche se in alcuni momenti le era parso di averlo colto di sorpresa. In ogni caso, sarebbe stato sin troppo facile per uno abituato a battersi da una vita, e soprattutto a dar la caccia a entità demoniache, avere di nuovo ragione di quella che senza dubbio considerava una principiante. Come battere un avversario all'apparenza invincibile? Forse avrebbe potuto distrarlo abbastanza da riuscire a fuggire, ma dubitava sarebbe andata lontana. Cosa avrebbe fatto Nabiki al suo posto?
Scoverebbe il suo punto debole e lo userebbe contro di lui.
Poteva avere un punto debole un uomo del genere? Lo avrebbe scoperto solo in un modo e per quanto le ripugnasse l'idea di usare i trucchi meschini di quella serpe di sua sorella, non aveva alternative.
Prese un profondo respiro.
"Condoglianze".
I passi dietro di lei si arrestarono di colpo.
"Che hai detto?".
"Condoglianze", ripeté voltandosi verso di lui. "Il maestro Happosai mi ha detto che saresti tornato nello Yamato solo alla morte di tua moglie. Deduco quindi che tu sia vedovo".
Sulla faccia del ronin sorpresa e sospetto si rincorrevano, inseguiti da una neonata irritazione.
"Che stai tentando di fare?".
Non era una domanda, ma un avvertimento. Doveva essere avvezzo a ogni genere di tranello.
"Di spezzare questo silenzio opprimente. Non hai notato come questa… 'nebbia' abbia quasi cancellato tutto ciò che ci circonda? Sta diventando inquietante".
Forse era davvero sorella di quell'aspide, dopotutto.
"Non si tratta di nebbia, è una nuvola, passerà presto".
Non si era nemmeno guardato intorno, continuava anzi a fissarla guardingo.
"Ma intanto non si vede più nulla, non sono nemmeno sicura di seguire ancora il sentiero".
Aveva gettato uno sguardo attorno a sé per invitarlo a fare altrettanto e si rese conto che davvero non si scorgeva quasi più nulla: gli alberi erano ormai più evanescenti dei fantasmi.
Forse fu perché vide la preoccupazione farsi strada nei suoi occhi che anche lui, alla fine, volse con circospezione il viso in ogni direzione. Akane aguzzò la vista tentando di penetrare la cortina e riprendere il sentiero, ma non riuscì più a distinguerlo. Si girò allarmata verso Ranma e quasi lanciò un grido: era così vicino a lei da sovrastarla.
Il ronin le afferrò senza riguardo la faccia fra le dita e l'avvicinò alla sua con una tale rapidità che lei non fece in tempo a indietreggiare per lo sdegno.
"Come… come osi toccarmi il viso?! Lasciam…".
"Sta' zitta", le ordinò studiandole i lineamenti. Lo avrebbe fatto impiccare a testa in giù per questo affronto! Gli avrebbe… "Hai le labbra violacee. E stai tremando". Le lasciò andare il volto solo per scostarle il mantello.
"Ma cosa credi…".
"Dov'è il tuo dotera?".
Scansò la mano che aveva azzardato allungare su di lei opponendogli il braccio.
"Non ce l'ho! Non me l'hai fatto indossare prima di uscire dalla locanda!".
Ranma la fissò talmente incredulo e contrariato che Akane pensò che il ghiaccio nei suoi occhi potesse prendere fuoco.
"E me lo dici adesso?! Sei del tutto stupida?".
Akane risucchiò aria ghiacciata per l'ira.
"Non osare insultarmi!", ruggì tentando di spezzargli una gamba con un calcio, che lui deviò come se avesse scansato un ramoscello, senza smettere di incenerirla con lo sguardo. Sperò non si fosse accorto che era avvampata e non solo per il suo oltraggio: era stata davvero stupida. Di nuovo. "Come potevo immaginare che il mantello non sarebbe stato sufficiente? Non ho mai viaggiato in vita mia se non per andare da Edo a Nagoya!".
Baka, perché non se n'era rimasta zitta? Adesso quello scarto umano stava certamente pensando di avere davanti la più sciocca delle donne. Avrebbe voluto sprofondare per la vergogna sotto due braccia di neve. Ma quando aveva pianificato la fuga dal castello era troppo preoccupata di riuscirci, per riflettere su quello che occorresse per affrontare una montagna.
"Dannazione!", imprecò Ranma sciogliendo il proprio, di mantello, per poi buttarlo a terra e sfilarsi il dotera. "Avanti, levati il tuo e indossa questo".
"Devi prima liberarmi le mani".
Il ronin la guardò di sottecchi un istante, prima di buttarle il kimono imbottito sulla testa e afferrarle i polsi.
"Ma che…?!". Akane cercò di indietreggiare e scrollarsi il dotera di dosso senza risparmiare gli insulti, mentre il disgraziato armeggiava con la corda e finalmente gliela sfilava via. Lesta agguantò il pesante kimono, se lo tolse dalla faccia e glielo scagliò contro. Il cappello di paglia si inclinò da un lato e ciocche di capelli vennero sbatacchiate da folate di vento.
"Sei uno zotico! Rozzo, ignorante e villano! Non puoi essere un samurai, nemmeno l'ultimo dei samurai sarebbe così incivile, così…".
"Non era quello che volevi?".
Gli insulti morirono in gola.
Cercò di articolare qualcosa, ma attraverso la cortina impalpabile delle nuvole riuscì a stento a scorgere il volto di Ranma, duro e imperscrutabile come un jizo di pietra.
"Chi… chi potrebbe mai voler essere trattato in modo tanto rude?".
Il ronin si portò a un solo passo da lei. E Akane scivolò su due lastre di ghiaccio che la scrutavano come se fossero in cerca di qualcosa che non trovavano.
"Indossa il dotera, muoviti".
Di nuovo le gettò il kimono addosso, nella totale assenza di considerazione. Avrebbe potuto sputare ingiurie fino a sgolarsi, non sarebbe servito a niente, ma lo fece lo stesso mentre si infilava l'indumento imbottito perché tenere imbrigliata la lingua le era impossibile.
"Cafone. Bifolco". Akane lo ridusse a sottili fette di sashimi con gli occhi, prima di chinarsi a raccogliere il proprio mantello. Si allontanò di due passi per ripristinare la giusta distanza dal verme e si adagiò di nuovo la paglia intrecciata sulle spalle. "Vuoi riportarmi a Nagoya? Bene, riportami pure a Nagoya, ma una volta lì…".
"Falla finita o ti strappo via tutto e ti lascio col solo kimono da viaggio". Lo stesso tono infastidito del maestro. La stessa sferzata di suo padre davanti a una bambina disubbidiente. "E adesso prendi anche il mio", le ordinò lanciandogli il proprio, di mantello, incurante del fatto che lo avrebbe afferrato o meno.
Akane rimase con l'indumento tra le mani a fissare la sagoma sempre più rarefatta di Ranma.
(Non era quello che volevi?)
E a maledire la sua ingenuità.
Come aveva fatto a non capirlo prima? Eppure era così ovvio che le sembrava quasi di sentire la risata derisoria di sua sorella nella leggera brezza che accumulava le nubi.
Un vero samurai – o roninche fosse – non l'avrebbe mai umiliata, non importa quanto fosse caduto in basso, né quanto lei potesse cadere in basso. Non avrebbe mai concepito insulti e affronti come quelli che lo sterco fumante si era permesso. Non l'avrebbe mai trattata come l'ultima delle serve, né le avrebbe rivolto parole che solo un portatore di kago si sarebbe fatto uscire di bocca.
No, quello non era un samurai, forse era il figlio bastardo di un ronin, ma che importava poi? Invece del maestro Happosai, suo padre aveva avuto la lungimirante idea di mandare un animale a riportarla indietro, un insulto vivente che esternasse tutto il disprezzo di un padre a una figlia reietta. Un essere ignobile per un essere ancora più ignobile.
(Non era quello che volevi?)
Kami, quanto era stata cieca. Aveva tentato di ragionare con un cumulo di immondizia, quando quel cane era lì apposta per insultarla con i suoi modi barbari e la lingua da montanaro.
Che stupida… che razza di stupida sono stata…
Non importa, si disse mordendosi con forza il labbro, non importa. Pensa a quando lo farai scorticare prima di farlo appendere a una corda.
Che stupida…
Si allacciò il secondo mantello sul primo e si rese conto che Ranma sarebbe rimasto col semplice kimono da viaggio indosso, alla mercé del vento e della neve. Stava per chiedergli come avrebbe fatto a resistere, ma frenò la lingua, per una volta. Morisse pure congelato.
Strinse il nodo sotto la gola con mani tremanti, fece combaciare i lembi del secondo mantello e sollevò il viso, decisa a impedirgli di legarle ancora i polsi.
Sbatté le ciglia, cercando sbigottita ciò che non c'era più, prima di guardarsi intorno sempre più allarmata nel vano tentativo di penetrare il nulla.
La neve sotto i piedi era diventata l'unica cosa concreta, il resto del mondo sembrava andato in fumo. Un fumo immacolato.
Allungò titubante un braccio, protendendo la mano finché la punta delle dita scomparve nella nebbia che non era nebbia. E non era nemmeno una nuvola. Non era niente.
Un niente inconsistente e infinito.
Akane fece un passo indietro e cominciò ad annaspare.
"Ronin…? Roooooniiiiiiiiiiiiiiiiiin!".
- § -
Ancora non riusciva a crederci.
Bevve un altro sorso e osservò la fogliolina di tè andare a fondo.
Nessuno che avesse fatto caso a una giovane che viaggiava da sola, in groppa a un cavallo, poi. Una come Akane, oltretutto, che fuori dal castello doveva apparire come un pesce che si dibatte fuori dall'acqua. Impossibile per mercanti e venditori ambulanti non notare una tale sprovveduta, anche se avesse abbandonato il cavallo prima di arrivare alla più vicina stazione di sosta sulla Tokaido. Impossibile soprattutto per i funzionari governativi.
Bevve l'ultimo sorso del tè ormai freddo, lo posò sul basso tavolino e si alzò.
Se negli ultimi quattro giorni non aveva trovato uno sputo di traccia su Akane, era chiaro che la sciagurata non aveva preso la Tokaido per dirigersi a sud. Anzi, non si era affatto diretta a sud. Possibile che dama Yuki avesse detto la verità? Akane era tornata a Edo? Oppure intendeva spingersi ancora più a nord? In ogni caso, era tempo di tornare indietro, si era allontanato da Nagoya anche troppo.
Happosai prese a tormentare uno dei baffetti mentre percorreva il corridoio in penombra verso l'uscita, l'altro braccio piegato dietro la schiena.
No, quella scriteriata mirava a uccidere quel bastardo di Daichi, ci si sarebbe giocato la testa, per cui c'era la possibilità che avesse preso la assai meno frequentata Nakasendo per dirigersi a Kyoto. Dalla stazione di sosta di Miya quella strada contorta non distava molto, in effetti, tuttavia il rischio per Akane di essere fermata e arrestata rimaneva alto, per cui… non voleva pensarci, ma non restavano alternative.
All'ingresso del ryokan una serva lo aiutò a infilare i sandali e distanziò le ante della porta con un inchino. Il cielo era una cappa cupa e rigonfia che non vedeva l'ora di sfogare il proprio malumore, doveva affrettarsi a comprare un ombrello prima di rimettersi in viaggio.
S'incamminò verso la folla di persone in attesa che venisse aperto lo sbarramento di Ishiyakushi. I venditori ambulanti di focacce di riso e quelli di tè erano gli unici che osavano levar la voce sopra il brusio dei viandanti, seduti per lo più sui magri bagagli ad addentare una patata dolce o un sottaceto, mentre il magistrato prendeva posto a gambe incrociate su un cuscino sotto un portico, dove festoni bianchi decorati con lo stemma dei Tokugawa venivano sbatacchiati dal vento. Il suo assistente si sedette più in basso, presso un tavolino dove erano stati approntati fogli, timbri e calamai coi pennelli. Alle sue spalle sedeva sui talloni il capitano delle guardie e altri tre samurai, mentre un gruppo più nutrito si avvicinava alla barriera.
I portatori di kago rimasero seduti nella polvere a bere sakè caldo, a giudicare dal vapore che usciva dalle bottigliette, mentre la folla si animava disponendosi in una fila ordinata: i samurai di guardia iniziarono a controllare i permessi di viaggio e l'identità dei viaggiatori. Happosai passò in rassegna uomini e donne, ma soprattutto monaci e monache il cui viso era celato da cappelli di paglia. Non riteneva Akane così scaltra da nascondersi dietro un travestimento che le avrebbe permesso di passare tutte le stazioni di sosta senza bisogno di permessi né di essere identificata, ma non voleva tornare indietro senza aver prima controllato un'ultima volta.
Una goccia di pioggia gli colpì il naso. Un'altra precipitò sulla testa. Con un sospiro si diresse dal venditore ambulante di ombrelli di carta oleata prima che li finisse tutti. Contrattò sul prezzo, nonostante cadessero ormai gocce grosse come i mon che l'uomo chiedeva e tutti si affrettassero a coprirsi o a cercar riparo. Ne acquistò infine uno e lo aprì evitando in tempo di inzupparsi, quindi diede le spalle al cancello e alla fila ordinata di gente.
Doveva decidere se tornare a Nagoya o tagliare per i boschi e imboccare prima o poi la Nakasendo.
(Lo youkaihanta Saotome Ranma, invece, al bivio di Kano prenderà la via per le montagne)
Perché Soun aveva dato un ordine simile? Con chi aveva parlato prima di riceverli nella sala delle udienze?
Sollevò il volto dal terreno che stava diventando fanghiglia e vide due eta ai margini della strada che liberavano un condannato legato a una croce sotto gli occhi vigili di un samurai, mentre altri due fuori casta scavavano una fossa con delle vanghe. Ai piedi della croce una pozza di sangue rappreso.
A lei non sarebbe mai capitata una cosa simile, se avesse tentato di oltrepassare una barriera di nascosto: l'avrebbero trattenuta o rispedita subito a Edo sotto scorta. Ma a quanto pare Akane era stata più accorta: aveva preso la via delle montagne, del tutto insicura ma affatto sorvegliata. E alle sue calcagna c'era Ranma.
Conoscendolo, l'aveva senza meno già trovata e magari ricondotta a Nagoya, o comunque era sulla strada del ritorno. Ranma manteneva sempre la parola data, soprattutto se veniva pagato. Il problema era che lo faceva a modo suo e coi suoi tempi.
Il vero problema è un altro, ammettilo. Quei due…
No.
Ranma l'avrebbe riportata indietro, anzi, probabilmente l'aveva già fatto. Non gli restava che raggiungerlo al castello e blandirlo per convincerlo a rimandare il loro scontro a dopo le nozze di Akane con Ryoga. L'avrebbe persuaso a seguirlo fino a Momoyama per fargli credere che il confronto ci sarebbe stato come promesso, ma una volta celebrato il matrimonio si sarebbe dileguato, perché di affrontare quella testa calda non se ne parlava ancora.
Gli eta con le vanghe, incuranti dell'acquazzone, presero a gettare terra e fango sul corpo buttato in fondo alla buca, mentre gli altri due correvano a ripararsi sotto la tettoia di una stalla, per accendersi subito due minuscole pipe. La croce rimase dov'era.
- § -
Svanita nel nulla.
Un attimo prima riusciva ancora a intravederla e a udire i suoi movimenti. Un attimo dopo non percepiva più nemmeno la sua presenza. Fece qualche passo in avanti allungando una mano e chiamandola, pur sapendo che non gli avrebbe risposto: non c'era più, inghiottita da quella assurda nuvola oppure fuggita, poco importava.
Si concentrò sul respiro e incrementò la propria aura, che propagò tutt'intorno come una folata di vento allontanando da sé quella specie di caligine. Avrebbe dovuto farlo prima, idiota che non era altro. Si guardò attorno ma il poco paesaggio che riusciva a identificare non gli diceva nulla di nuovo, tranne il fatto che gli alberi apparivano ora talmente appesantiti dalla neve da distinguerne a mala pena i rami.
Ranma abbassò gli occhi sui piedi. Le sue impronte si sovrapponevano a quelle più piccole di Akane, che apparivano sparse e confuse: doveva aver tentato di capire, come lui, cosa stesse succedendo, girando su se stessa parecchie volte nella speranza prima o poi di intravedere qualcosa oltre un muro fatto di niente. Alla fine doveva aver preso una direzione a caso pur di non restarsene a congelare: le tracce salivano su per la montagna, ma sembravano quelle di un ubriaco. Doveva essere nel panico. Ma com'era possibile che pur avendola ancora davanti a sé avesse smesso di percepire la sua aura, di vederla e addirittura udirla? Sicuramente lo aveva invocato, ma quella dannata nube che non era una nube non l'aveva solo nascosta alla vista, l'aveva come…
Spalancò gli occhi.
…portata altrove? E al tempo stesso non si è mai mossa da qui.
Era un maledettissimo imbecille, ecco cos'era.
Iniziò a correre seguendo le tracce di Akane ed espandendo al tempo stesso la sua aura per respingere quella cortina demoniaca che si sfilacciava al suo passaggio. Correva e chiamava quella piaga sperando di fare in tempo, ma le impronte della ragazza stavano iniziando a scomparire sotto una neve che aveva ricominciato a cadere fitta. E man mano che affondava i piedi nel manto uniforme, i fiocchi si facevano stranamente sempre più duri, tanto che dovette portare un braccio a schermarsi gli occhi, come se fossero…
Si fermò e chinò il viso sulla propria mano aperta: una scheggia di ghiaccio si conficcò nel palmo facendo schizzare sangue, una seconda più piccola trafisse un dito e poi venne colpito da un'altra e un'altra ancora. Le strappò via tutte e chiuse le mani a pugno, inspirò a pieni polmoni e si concentrò sul proprio qi, che dalla base della colonna vertebrale s'irradiò in un'unica ondata lungo la schiena toccando uno a uno tutti i chakra e sprigionandosi oltre la sommità della testa per avvolgerlo come il fuoco di un rogo.
(Non sei diverso da un cadavere su una pira funebre)
Scacciò via quel pensiero con un nuovo incremento della propria aura che spazzò via la "nube" per almeno due tan, mentre l'energia vitale che divampava dal suo corpo impedì alle lame di ghiaccio di scalfirlo. Ricominciò a correre sollevandosi poco al di sopra del manto nevoso, pur sapendo che in quelle condizioni non sarebbe riuscito a mantenere la concentrazione a lungo.
Le tracce di Akane erano quasi scomparse, ma la direzione che aveva preso non sembrava mutata e se solo fosse riuscito a ricordare su quale montagna maledetta erano capitati avrebbe saputo con esattezza cosa avrebbe dovuto affrontare una volta che avesse ritrovato la mocciosa. Una cosa era certa: avevano sbagliato sentiero. Lui aveva sbagliato sentiero, distratto da riflessioni che non avrebbero mai dovuto nemmeno sfiorarlo. E a forza di inerpicarsi erano finiti chissà dove e lei poteva essere...
Qualcosa brillava in lontananza, ma la tormenta era ormai così forte che poteva esserselo sognato. No, eccola di nuovo: una luce tremolante che sembrava alzarsi e abbassarsi, cambiare di poco direzione e ripensarci. Avrebbe ipotizzato una lanterna in mano a un idiota imbevuto di sakè, se non fosse stata ad altezza d'uomo. Dannazione. Non poteva che essere una lanterna spettrale e Akane senza saperlo la stava forse seguendo, probabilmente in preda alla confusione che il freddo e il vento potevano causare. La chiamò ancora una volta, ma rispose solo il sibilo della bufera. Magari era lui che stava seguendo una luce inesistente, lei chissà dov'era finita.
E poi gli parve di vedere una massa scura, forse una chioma che frustrava l'aria. Non riusciva a capire se fosse Akane e se stesse avanzando o meno, forse teneva le braccia a schermare il viso, in ogni caso doveva agguantarla.
Si lanciò in avanti, ma riuscì solo a non essere scaraventato giù per il pendio gettandosi al suolo e affondando mani e piedi nella neve per contrastare il turbine che si era alzato. Perse la concentrazione e l'energia vitale smise di avvolgere il suo corpo, esponendolo al gelo e alle schegge di ghiaccio. L'aura ripiegò su se stessa e Ranma finì per non vedere oltre il proprio naso.
Qualunque cosa tu sia, ti ficcherò il mio qi talmente su per lo sfintere che ti farò allo spiedo!
Focalizzò di nuovo la mente sul plesso sacrale e iniziò a sentire la neve sciogliersi sotto le mani per l'ondata di calore che avvampò il corpo. Non avrebbe esteso la propria aura, questa volta, solo l'energia vitale, a costo di dar fondo alle sue riserve. Lo lasciò fluire lungo gli arti come se gli stessero cavando via il sangue finché lingue simili a fuoco presero a bruciare sulla pelle e a espandersi tutt'intorno. Inspirò a fondo aria bollente e il qi esplose, aprendogli un varco verso la piattola.
Concentrò parte dell'energia nelle gambe e si lanciò con un poderoso balzo in avanti chiamando la ragazza, un braccio teso verso la forma umana, mentre questa si voltava nella sua direzione. E nel medesimo istante si dissolveva come vapore nell'aria, mentre lui precipitava nel buio.
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Non sopportava il dondolio del palanchino. Non l'avrebbe mai sopportato, ormai gli era chiaro. Troppo abituato a camminare e a inerpicarsi nei boschi, perché le gambe potessero da un giorno all'altro tollerare un'inattività così prolungata.
Quattro giorni di viaggio. E ne mancavano molti di più al castello. Ormai odiava quel mezzo di trasporto, lento e nauseante. A piedi sarebbe già arrivato, se solo fosse stato in possesso di un maggior senso dell'orientamento, ma il figlio di un daimyo doveva viaggiare con una scorta adeguata che doveva estendersi per almeno mezzo ri e un bagaglio che doveva essere trasportato su minimo tre carri.
Era tutto talmente ridicolo che gli prudevano le mani dalla voglia di fare a pezzi quel dannato norimono su cui viaggiava, salire sul primo cavallo e galoppare fino a Momoyama senza ulteriori soste.
Come sarebbe riuscito a sopportare una vita di restrizioni per il resto dei suoi giorni lo ignorava. Avrebbe preferito di gran lunga errare senza meta e affrontare avversari sempre più forti in luoghi sempre più impervi, vivere libero, alla giornata, piuttosto che starsene rinchiuso a guardarsi le spalle. Non era fatto per gli intrighi, le manipolazioni, i sotterfugi. Né per vivere fra quattro mura, anche se servito e riverito. I lunghi anni trascorsi in totale libertà tra i monti avevano acuito un malessere che aveva avvertito fin dall'infanzia e ora non facevano che tormentarlo col loro richiamo.
Avrebbe desiderato fuggire, sì. Certe volte era stato tentato di farlo. Una volta era anche stato sul punto di farlo.
Strinse le dita sulle ginocchia artigliando la stoffa degli hakama.
Se il giorno di tanti anni prima in cui aveva combattuto contro Akane in quell'assurda dimostrazione non fosse stato guardato a vista, ne avrebbe approfittato per eludere la sorveglianza e svanire nel nulla. E quando era giunto il momento del confronto con l'erede dei Tendo, aveva pensato che sarebbe potuto fuggire subito dopo, durante il bagno ristoratore, perché sarebbe rimasto finalmente solo.
Invece in quell'arena improvvisata aveva posato lo sguardo su di lei. E lei lo aveva ricambiato. Ma non con la modestia che si addiceva a una dama, bensì guardandolo dritto negli occhi con la furia omicida del vero samurai. Non aveva più fantasticato su improbabili fughe da palazzo. Si era anzi sforzato di accettarne tutti i limiti e gli obblighi: si sarebbe volentieri sacrificato a vivere in un castello pieno di guardie dentro e fuori, di vedere la sua libertà circoscritta, di dover dormire con un occhio aperto per non essere sorpreso da possibili attentatori. Si sarebbe sforzato di essere ciò che non era, se questo gli avesse garantito il matrimonio con Akane. Se poi un giorno avesse ricambiato quel che celava nel cuore per lei, allora giammai si sarebbe più lamentato della sua infelice sorte.
Sospirò irritato.
Quale egoista era! In un momento simile avrebbe dovuto preoccuparsi che la sua promessa sposa ricevesse le migliori cure possibili e si rimettesse in salute al più presto, anziché vagheggiare il suo futuro con lei. Cosa l'aveva colpita? Quanto erano gravi le sue condizioni? E se ne fosse uscita minata nel fisico o nella mente? Avrebbe dovuto rimanerle accanto, invece di allontanarsi.
Si rese conto dell'agitazione che aveva preso possesso delle gambe e s'impose di calmarsi, benché sapesse che non sarebbe riuscito a tenerle incrociate ancora a lungo.
Non tollerava l'idea che Akane vivesse isolata mentre soffriva chissà quali pene. Se una volta a Momoyama non avesse ricevuto notizie, buone o cattive che fossero, avrebbe inviato a Nagoya il suo medico personale.
Incrociò le braccia al petto.
Karma, ripeteva spesso suo padre. È il karma e non possiamo farci niente. Ma quale karma, il suo? Quello di Akane? O di entrambi? Il fatto che si fosse ammalata proprio ora, a un passo dal matrimonio, voleva dire che non erano destinati a sposarsi? No, kamisama, non l'avrebbe mai accettato. Di lì a poche settimane lei si sarebbe trasferita a Momoyama e sarebbe infine diventata sua moglie e insieme…
Akari!
Fissò a occhi spalancati l'interno del palanchino neanche ce l'avesse davanti.
Come aveva potuto dimenticarsi di lei? Scosse la testa affranto mentre malediceva la sua insensibilità. Lo stava certamente aspettando chiusa nella propria stanza, col suo adorato maialino nero stretto fra le braccia. Sospirò. Povera ragazza, cosa avrebbe dovuto fare di lei, una volta sposata Akane? Tenerla comunque presso di sé? Questo era fuor di dubbio: aveva fatto credere a tutti che era la sua concubina, se l'avesse ripudiata, Akari avrebbe potuto suicidarsi per il disonore o finire nelle mani del padre, se il genitore le avesse negato il permesso di togliersi la vita. Che fare, dunque?
Si grattò pensosamente una guancia, finché chiuse una mano a pugno e la batté sul palmo dell'altra.
Ma certo! Ne avrebbe fatto la dama di compagnia di Akane! Lei avrebbe capito, una volta spiegata la situazione, non aveva dubbi. Era pur vero che non doveva chiedere il consenso alla futura moglie, ma era bene avvertirla. E se poi Akane non avesse tollerato comunque la presenza di Akari?
Perché non dovrebbe accettarla? Akane sarà felice di avere una giovane come Akari al proprio servizio, chiunque al suo posto si riterrebbe fortunata, è perfetta come compagna.
Increspò la fronte.
Compagna?
Dama di compagnia, sì, ecco. Akari è perfetta come dama di compagnia. È dolce, solare, gentile e discreta. E premurosa. E intelligente.
Ryoga sorrise senza quasi rendersene conto.
Sì, era perfetta.
- § -
Akane continuò a scrutare la neve che precipitava alle sue spalle, ma non c'era segno di anima viva. Se fosse stato il ronin a gridare il suo nome, adesso se lo sarebbe ritrovato davanti. No, doveva essere stato il vento a confonderla.
Si volse a guardare di nuovo la lanterna che emanava una luce fievole. A causa di tutta la neve che cadeva sembrava ondeggiare e allontanarsi. Ma a qualunque cosa appartenesse ormai non doveva essere lontana. Deglutì, anche se la gola doleva non meno delle orecchie e riprese ad arrancare sul manto cedevole affondando i piedi congelati, le braccia strette attorno al corpo e la testa china per non essere schiaffeggiata dalla bufera. Non manca molto, continuava a ripetersi, sei quasi arrivata. Sicuramente quella è la lanterna di una locanda.
In mezzo ai monti?!
Ma certo, poteva essere un onsen! E allora lì vicino c'era una sorgente termale e…
Di nuovo si sentì chiamare. Si voltò indietro, ma stavolta non smise di camminare. Come aveva temuto non scorse nessuno e tornò a concentrarsi sulla lucerna, che finalmente appariva più vicina e luminosa.
Cercò di aumentare il passo con un ultimo sforzo e quasi si accasciò contro quella che sembrava la porta di una baracca. La lanterna sopra la sua testa oscillava senza requie, strappata in più punti.
Akane batté la mano aperta contro le assi di legno crepato.
"C'è nessuno?! Aprite, per favore!".
Il sibilo del vento le trafisse le orecchie e batté con più vigore contro la porta.
"C'è nessunoooo?! Rispondeteeee!".
L'anta scivolò inaspettatamente di lato facendola sbilanciare in avanti. Due mani robuste l'afferrarono per le braccia prima che rovinasse sul pavimento.
Akane sollevò il viso e si trovò di fronte una faccia grinzosa che la osservava stupita, mentre continuava a tenerla saldamente con le mani ossute.
Lei tornò eretta e strinse le braccia al petto nel vano tentativo di smettere di tremare, mentre il vecchietto faceva scorrere la porta dietro di lei e la sbarrava con un'asse traversa.
"Wa-wa-watashi… no… na-namae…".
L'anziano la scrutò da sotto in su, fece mostra di quattro denti storti e marci dietro il sorriso ampio e le fece cenno di seguirlo prima di precederla con le mani chiuse a pugno dietro la schiena, curvo sotto il peso degli anni, lungo il corridoio che le si parava davanti. Senza una parola, senza esitazione.
Akane rimase per un momento ancora a fissare la schiena del vecchio, prima di decidersi a seguirlo con passi incerti. Fu solo quando fece il suo ingresso in una stanza dove un fuoco ardeva sotto una pentola che pendeva dal soffitto che Akane lasciò che le membra si rilassassero.
Una vecchietta con una crocchia dietro la nuca sfoggiò un sorriso discreto e, dopo essersi inchinata, le fece cenno di avvicinarsi. Akane fece a sua volta un breve inchino e quasi dimenticò l'etichetta nell'appressarsi al focolare, mentre la vecchina immergeva un mestolo nella pignatta e versava qualcosa in una ciotola.
Akane si inginocchiò con cautela rassettando il kimono fradicio di neve e accettò con un nuovo inchino le bacchette insieme all'offerta che la donna le porse, senza smettere di sorridere e senza proferire parola.
"Watashi…", provò di nuovo, ma la vecchia fece saettare lo sguardo alle sue spalle, su colui che doveva essere il marito, e tornò a fissarla con un sorriso ancora più ampio, quindi le fece un cenno con la mano come a dire 'prego, servitevi pure'.
Akane affondò le bacchette nella farinata di miglio e riso scuro e ne prese una piccola porzione anche se stava morendo di fame, mentre il focolare iniziava a scrollarle il gelo di dosso. Alzò gli occhi sulla donna, ancora inginocchiata davanti a lei con le mani giunte in grembo, e cercò di sorridere di rimando per trasmetterle la sua gratitudine.
Per un momento fugace le parve di porcellana, costretta in una posizione forzata, congelata in un eterno sorriso tirato. Una bambola con le fattezze di una vecchia che sopportava a stento la sua presenza.
Deglutì e vuotò la ciotola, scacciando via quegli assurdi pensieri e riflettendo sul fatto che le visite in quella stagione non dovevano essere rare, perché sembrava che la stessero aspettando. E lei non aveva di che pagare.
Posò la scodella sul tatami e cercò le parole per esprimere la sua gratitudine e far capire che si sarebbe sdebitata in ogni modo, ma la vecchia si alzò in piedi in un movimento così fluido che Akane pensò di averlo sognato. Sbatté le ciglia, mentre la donna le faceva cenno di seguirla. Il marito era scomparso.
Si alzò in piedi anche lei nella speranza di potersi togliere di dosso quelle vesti che la facevano rabbrividire e immergersi in una tinozza bollente.
La vecchia la fece accomodare in una stanza dove un ofuro occupava quasi tutto lo spazio disponibile. Su una piccola panca erano piegati con cura un telo e una yukata e lei già assaporava il contatto con l'acqua calda.
La donna l'aiutò a liberarsi del kimono da viaggio e la fece accomodare su uno sgabello iniziando a strofinarle la schiena con un panno ruvido, mentre lei raccoglieva i capelli in una crocchia e li fissava con gli hashi che la vecchia le aveva dato.
Chiuse gli occhi.
Avrebbe voluto dirle di sfregare con maggior vigore. Di portare via con sé gli ultimi giorni della sua vita, le umiliazioni che aveva dovuto subire, la delusione che aveva dovuto ingoiare. E che ancora se ne stava incastrata nel petto.
Più forte, vecchia. Più forte.
L'acqua che le rovesciò addosso era rovente e le tolse il fiato.
Akane si alzò pregustando l'immersione nella tinozza, ma la donna le indicò la vestaglia e le fece cenno di seguirla.
Rimase per un momento interdetta con il telo tra le mani, ma decise di assecondarla, seguendola con la yukata ben stretta in vita e il telo sotto braccio senza smettere di guardarsi intorno. Il corridoio svoltava più volte e nessun rumore proveniva dalle stanze chiuse che vi si affacciavano. Evidentemente era l'unica ospite dell'onsen.
La vecchietta si arrestò per far scorrere le ante di una porta e farsi da parte per lasciarla passare.
A bocca aperta, Akane fece titubante qualche passo avanti sul sentiero di pietre piatte.
La pozza d'acqua fumante, lunga almeno trenta, forse quaranta tan e larga anche di più, era incastonata da rocce affastellate e da pini millenari su cui la neve si era adagiata come una morbida coltre. Rocce che crescevano d'altezza man mano che abbracciava con lo sguardo il perimetro dello stagno finché, come una scenografia teatrale, si ergevano a precipizio sull'acqua proprio di fronte a lei. Una fenditura sbieca nella parete altrimenti levigata rivelava uno stretto passaggio, forse l'origine della sorgente termale.
Sollevò gli occhi al cielo e si sorprese di come i fiocchi di neve cadessero con tale lentezza da sembrare pollini primaverili che volteggiavano nell'aria. Aria affatto fredda, a dispetto del vapore che le usciva di bocca.
Com'era possibile? Dov'era finita la tormenta? Stava sognando? Era tutto così irreale nella sua placida immobilità e il vapore così invitante…
Lasciò scivolare la vestaglia sul sentiero e col telo a coprire il petto raggiunse il bordo della pozza, immergendosi poco per volta fino al collo, incurante del calore, finché si sedette appoggiandosi contro una roccia.
Reclinò la testa all'indietro e rimase a osservare trasognata i fiocchi di neve che si dissolvevano a contatto col vapore.
Le sembrava di essere di nuovo immersa nella tinozza del ryokan andato in fiamme, come se gli ultimi disastrosi giorni non fossero mai trascorsi. Avrebbe voluto addormentarsi e risvegliarsi laggiù e scoprire riaprendo gli occhi che insulti, offese e affronti non erano stati altro che un lungo, orrendo incubo.
Lui non era affatto sulle sue tracce. Non la scovava in quella locanda. Non la oltraggiava con la sua sola presenza.
Chiuse gli occhi.
Lui non la deludeva.
(Non era quello che volevi?)
Spalancò le ciglia e le sbatté più volte.
Vorrei vederti morto, ecco cosa voglio!
Invece continuava a ritrovarsi davanti al naso quella faccia da calci in bocca che la fissava con disprezzo e al tempo stesso era come se la studiasse e in qualche oscuro modo fosse… era mai possibile?
Sollevò la testa e scrutò la superficie immota dell'acqua.
Deluso? Lui?!
Reclinò di nuovo la testa all'indietro, ma con tale foga da sbattere la nuca contro la roccia. Si lasciò sfuggire un gemito, ma si costrinse a chiudere di nuovo gli occhi e a calmarsi.
Quell'essere immondo era chissà dove, ora, non l'avrebbe mai trovata, anche se la tormenta era cessata.
Prese un ampio respiro e lentamente lo rilasciò.
Non doveva preoccuparsene più, anzi, probabilmente si era perso e se aveva fortuna era morto assiderato.
Cercò di accomodarsi meglio sulla pietra su cui era seduta.
Ecco, così doveva immaginarlo: rigido in mezzo alla neve. Era quello che meritava.
(Te lo devi guadagnare!)
Strinse i pugni.
Per tutti i kami, ora basta!
Possibile che, nonostante la spossatezza e le palpebre pesanti, non riuscisse a rilassarsi? Forse doveva cambiare posizione, o magari rientrare nell'onsen.
O magari smettere di pensare a quel secchio di feci, quel… quel…
Sospirò. L'unico modo era concentrarsi su Kasumi, sempre che fosse riuscita a raggiungerla. Mettere da parte ogni scrupolo, senso di colpa, umiliazione e desiderio di vendetta. Doveva pensare a lei sola e al modo per farla uscire dall'incubo in cui il padre l'aveva fatta precipitare.
Sbadigliò, iniziando a sentire il sonno prendere finalmente il posto della stanchezza.
Doveva però scoprire prima di tutto su quale montagna quell'immondo l'aveva condotta. E sdebitarsi con i proprietari della locanda. Poi…
Scattò in piedi prima ancora di rendersene conto, l'asciugamano stretto al petto con tutt'e due le mani.
Qualcosa le aveva sfiorato un piede.
Scrutò l'acqua placida e non riuscì a impedirsi di sbadigliare nonostante fosse all'erta. Fece un passo indietro, incapace di credere che stesse scivolando in un torpore pressante in un momento come quello.
Di nuovo qualcosa sembrò tastarle una gamba e Akane cacciò un urlo iniziando a indietreggiare per uscire dalla pozza, ma non fece che pochi passi prima che quel qualcosa le si avvinghiasse a una caviglia e la trascinasse sott'acqua.
"Allora, dov'è?".
Strinse ancora più forte le dita attorno al collo del chochin kozo e il piccolo bastardo si dimenò con maggior furia sferrando calci inconsistenti, tentando di afferrargli il braccio proteso con una manina diafana e provando a colpirlo con la lanterna evanescente che teneva nell'altra.
"Non lo so, giuro!".
"Rispondimi, o ti darò in pasto alle tue vittime", minacciò accennando alle ossa sparse in fondo alla voragine, ma cercando di ignorare il tanfo della putrefazione e i lamenti ultraterreni che si levavano fin lassù.
Il moccioso tentò di dissolversi e Ranma gli penetrò ancor più a fondo il collo con le dita eteriche.
Lo spirito cacciò un urlo stridulo e al tempo stesso cavernoso, come un'eco da un antro profondo.
"È niente in confronto a quello che mi farà lui!".
Assottigliò lo sguardo.
"Vi siete messi d'accordo, vero? È lui che ha scatenato la bufera, non è così?".
Fece un passo in avanti e planò lentamente nella fenditura, dove la luce lo abbandonò in una ritirata precipitosa. Il buio che lo avvolse era un groviglio di pianti e grida fameliche, minacce e lamenti lugubri.
"Li senti? Stanno già protendendo le braccia, lascerò che ti facciano a pezzi e si cibino di te".
"Sono solo larve! Nulla di ciò che mi faranno sarà peggio di quello che può farmi lui!".
Tentò ancora di liberarsi dalla sua presa dibattendosi e piagnucolando come il bambino che era.
"Come ti tiene in pugno quell'altro escremento di atsuki? Che potere ha su di te?".
"Non… non…"
"È in grado di annullarti? Posso farlo anch'io", sentenziò Ranma compiendo un salto tale da risalire il baratro e atterrare di nuovo sulla neve che non cadeva più. "Ti polverizzerò", sibilò avvicinando la faccia rossa e grassottella al suo naso. "Non esisterai più nemmeno come fantasma".
"Noooo!", gridò il piccolo yokai accorgendosi che il braccio sinistro stava iniziando a disperdersi nell'aria come il fumo di una pipa. "Parlerò! Smettila! Si è diretta al ryokan abbandonato! Verso nord! È più vicina di quanto pensi! Lasciami andare! Ti prego!".
Un tempo avrebbe provato pena per un attaccamento alla non vita così disperato.
Così ridicolo.
Fissò ancora per qualche istante il faccino paffuto e rubizzo. Sembrava davvero vivo. L'espressione angosciata, le gambe che scalciavano impazzite, i tentativi di liberarsi dal cappio delle sue dita.
Ma l'espressione, soprattutto. Non capiva, il moccioso, perché il maledetto cacciademoni non l'avesse ancora lasciato andare.
Maledetto. Già. Più di qualsiasi spirito demoniaco.
Ranma incrementò di colpo il proprio qi, che esplose nel corpo del chochin kozo facendolo evaporare all'istante. Una maschera di dolore rimase per un attimo impressa nell'aria, prima di dissolversi come tessuto lacerato.
Abbassò lentamente il braccio, mentre i gemiti e il fetore della decomposizione cessavano di salire dal crepaccio. Doveva muoversi, lo sapeva, eppure non poté impedirsi di alzare lo sguardo quando le figure eteree e sfolgoranti, simili a fuochi fatui, delle vittime del 'bambino con la lanterna' presero a innalzarsi senza fretta dalla ferita nel terreno. Sembrava danzassero, sinuose e ammalianti, nella loro ascesa verso il cielo plumbeo.
Chiuse gli occhi e si lanciò in avanti.
Akane cercò di aggrapparsi a qualsiasi cosa le capitasse a tiro, ma non faceva altro che far rotolare ciottoli levigati sul fondo della pozza, mentre tentava di trattenere il respiro e l'acqua si faceva sempre più torbida. Afferrò qualcosa di lungo e bianco, forse un bastone, ma era troppo leggero e…
Oh, kami, un osso umano e quello non è un grosso sasso, è un teschio!
Lasciò andare l'osso dimenando ancora di più le gambe e cercando con maggior foga qualcosa su cui far presa, mentre iniziava a sfuggirle l'aria di bocca, la vista si annebbiava e la distesa di pietre lasciava rapidamente il posto a un tappeto di ossa piccole, grandi, lunghe, spezzate…
Quello non è un osso!
Cercò di afferrare il manico ma le sfuggì, mentre veniva trascinata sempre più a fondo e tutto diventava più scuro e lei non aveva quasi più la forza di dibattersi, distingueva a malapena i resti umani dai massi e aveva un disperato bisogno di respirare e oh kami sto per morire, sto davvero per morire, non così, non è giusto, se solo avessi afferrato quella…
La mano incontrò qualcosa di ruvido e Akane serrò istintivamente le dita riconoscendola al tatto. Stavolta afferrò il manico con tutt'e due le mani e stringendo forte conficcò la lama sul fondo dello stagno per impedire alla cosa di trascinarla ancora via, ma riuscendo solo a rallentarla: la spada solcò il fondale come una zappa prima di venir estirpata dalla forza dell'essere. Ad Akane quasi sfuggì la presa sull'impugnatura e a quel punto non le restò che tentare l'impossibile. Ormai al limite, si rannicchiò quasi in posizione fetale, tastò con una mano lo schifoso 'tentacolo' che teneva prigioniera la caviglia e con l'altra mano sperò di non tagliarsi un piede mentre cercava di affondare la punta della spada nella carne della cosa.
Avvertì una fitta lacerante risalire la gamba un attimo prima di sentire la caviglia di colpo libera, mentre l'acqua si tingeva di nero. Annaspò in cerca della superficie senza mollare la spada e quando poté di nuovo respirare spalancò la bocca per riempire i polmoni, ma inghiottì anche l'acqua. Si dibatté per restare a galla, mentre tossiva e sputava. E quando finalmente toccò il fondo coi piedi, a un passo dal raggiungere la riva, qualcosa le circondò la vita e la sollevò in aria, stringendo talmente forte da strapparle l'aria dal petto.
Il mondo sembrò ruotarle intorno mentre girava senza volerlo su se stessa, solo per veder pian piano emergere il suo assalitore dall'acqua, un tentacolo abnorme alla volta che teneva lei immobile a diversi piedi d'altezza.
Il fiato rimase a metà strada fra il petto e la gola.
Non è reale… non può esserlo…
Non poteva succedere davvero, non potevano esistere veramente creature del genere.
Non ha mentito, allora…
Ma quello che si stava palesando non era un mostro vergato con pochi schizzi d'inchiostro sulla carta.
…il maestro diceva la verità!
E lei stava per diventare il suo prossimo pasto.
Tentò di urlare, ma dalla bocca spalancata non uscì nemmeno un rantolo.
Devo… devo fare qualcosa!
No, non sarebbe rimasta lì impietrita a guardarlo emergere completamente, non aveva alcuna intenzione di scoprire le sue fattezze, meno ancora di finirgli dritta nello stomaco.
Strinse la spada con ambo le mani e la sollevò sopra la testa a mo' di pugnale. Fu in quel momento che si ritrovò a fissare le pupille dell'oni: due biglie nere incastrate in quelli che sembravano due tagli sanguinolenti nella carne verdastra. E sotto… oh, kami, sotto…
Distolse lo sguardo davanti alla bocca irta di zanne e abbassò la lama sul tentacolo, ma se la sentì schizzar via dalle mani da un colpo improvviso. Spalancò gli occhi al nuovo, lancinante dolore alle braccia realizzando che il mostro doveva averla 'schiaffeggiata' con un altro tentacolo, quando di colpo si ritrovò sott'acqua, poi di nuovo in aria, quindi di nuovo sott'acqua e ancora per aria. Tossì fin quasi a sputare un polmone mentre cercava di respirare.
Non morirò così, non posso morire così!
"Ti… ti stai… divertendo, idiota?". Doveva essere uscita di senno. "Facile… con una… donna disarmata… vero?".
L'essere l'avvicinò a sé e Akane si pentì della sua sfrontatezza, ma si sforzò di mantenere l'espressione spavalda. Anche quando si ritrovò abbastanza vicino al muso ripugnante dell'oni da dover trattenere il respiro per non vomitare: le fauci sembravano un altro taglio vivo nella carne ed emanavano lo stesso fetore di un animale sventrato pieno di mosche.
Strinse i denti e deglutì, ma stavolta non chiuse gli occhi, né spostò lo sguardo da quelli del mostro: rimase a fissarlo torva anche se stava tremando dalla testa ai piedi e la vescica stava per cedere. E avrebbe ceduto, quando si rese conto che il mostro aveva anche due braccia e con dita smisurate le artigliò tutta la testa, se non si fosse ritrovata a cadere nel vuoto e di nuovo ad affondare, i capelli sparpagliati intorno a lei.
Stava per riemergere con le proprie forze, ma qualcosa
(qualcuno)
la strappò fuori dall'acqua. In un attimo si ritrovò sollevata in aria da un braccio infilato sotto le ginocchia e da un altro ben saldo dietro la schiena.
(Ranma)
E per pochi istanti volò, come tanti anni prima, aggrappata alle sue spalle, premuta contro il suo petto. Ma non aveva più dieci anni. E nemmeno uno straccio che la coprisse.
Ranma atterrò sul sentiero di lastre di pietra che dallo stagno portavano all'onsen, un ginocchio piegato a terra, continuando a tenerla stretta a sé talmente forte da temere che le bucasse la pelle con le dita.
"Stai bene?!", le chiese fissandola con occhi che mandavano lampi di rabbia e apprensione.
Lei tremante accennò con la testa balbettando un sì stentato e lui la adagiò sul sentiero, dolorante e nuda come un verme, prima di imporle di rifugiarsi nella locanda e darle le spalle.
Tossendo e sputando acqua, i capelli incollati sulla schiena e sul viso, Akane tentò di coprirsi almeno con le braccia e si volse a guardare dietro di sé, ansimante, cercando di capire cosa fosse accaduto. E quando vide Ranma sollevarsi di nuovo nell'aria avvolto in un'abbagliante luce dorata, credette di aver perso davvero il senno.
L'atsuki, alto forse quanto tre uomini, ruggiva di dolore agitando i tentacoli: pezzi di roccia volarono nello stagno, un paio di alberi vennero divelti e un'onda d'acqua arrivò a lambirgli i piedi. Il braccio che gli aveva staccato galleggiava inerte, mentre uno schifoso liquido nero colava a fiotti dal moncone che il demone teneva con la mano sinistra. Aveva anche un tronco umano, ma al posto delle gambe aveva sviluppato appendici serpentiformi – ne contò sei in tutto – lunghe poco meno di un tan. Qualunque cosa fosse stato un tempo, gli avrebbe strappato quei tentacoli uno a uno, anche solo per aver cercato di mandarlo fuori strada e di farlo finire in pasto a un misero chochin kozo.
Ranma iniziò a recitare il Mantra della Luce Dorata, sollevandosi poco per volta nell'aria mentre la sua aura si espandeva attorno a lui simile ai raggi del sole.
L'atsuki gridò ancora più forte e prese a ritrarsi, raccogliendo a sé i tentacoli come a volersi far scudo con essi e sprofondando poco per volta nell'acqua, mentre Ranma faceva fluire il qi nel braccio destro sorvolando la pozza e sguainando nuovamente la katana.
L'aura purificatrice avrebbe tenuto il demone a distanza dissuadendolo dal tentare il minimo attacco, ma doveva impedirgli di fuggire come sembrava sul punto di fare: forse la spaccatura verticale nella parete di roccia alle sue spalle era la sua tana.
Si preparò a piombare su di lui per falciare via una a una quelle viscide appendici, quando si sollevò un turbine di vento e Ranma venne investito da una tempesta di fiocchi di neve che mutarono in pochi istanti in sottili lame di ghiaccio.
Si ritrovò trafitto su buona parte del corpo e istintivamente sollevò le braccia davanti al viso smettendo di recitare il Mantra. Un istante dopo qualcosa urtò contro il suo fianco destro scaraventandolo lontano dalla pozza. Volò finché non si ritrovò la schiena spezzata contro il tronco di un albero e cadde a faccia in giù nella neve insieme a diversi rami, la katana sfuggita di mano.
Costole e colonna vertebrale iniziarono subito a ricomporsi e lui si sollevò sulle braccia sputando sangue ed emettendo sibili gorgoglianti anziché respirare. Si rialzò in piedi, anche se gli spasmi lo stavano straziando, maledicendosi per aver sottovalutato una volta ancora l'avversario: si era dimenticato delle sue capacità e uno dei tentacoli lo aveva colpito. Non trovava nemmeno la spada, ma quello era l'ultimo dei suoi problemi: la bufera creata ad arte era cessata perché l'atsuki ora lo stava ignorando. Spostò lo sguardo all'altro capo dello stagno e scorse Akane, vestita e in piedi, che stringeva una katana tenendola alta sopra la testa.
Credette di sognare quando vide dei raggi dorati espandersi dal suo corpo, tanto da sbattere le ciglia un paio di volte, ma poi un nuovo colpo di tosse la riportò alla realtà: una stilettata di dolore trafiggeva la caviglia. Abbassò lo sguardo sulla gamba bruciante e si rese conto che sott'acqua aveva trafitto la propria carne insieme a quella del mostro. La ferita non era ampia ma sembrava profonda perché il sangue scivolava via copioso.
Si voltò in direzione dell'onsen intenzionata anche a strisciare, se necessario, per recuperare i suoi vestiti e fermare in qualche modo l'emorragia, ma non appena volse il viso verso le ante dell'ingresso, si ritrovò davanti al naso proprio il suo kimono da viaggio debitamente piegato sopra il dotera. E adagiati sopra a tutto i tabi, i sandali e una katana.
Alzò lo sguardo incredula e vide sulla soglia della locanda i due vecchietti, sorridenti, che si inchinarono e si dissolsero, divenendo tutt'uno con le ombre. Le domande avrebbero dovuto aspettare. Akane strappò una striscia di tessuto dal kimono da viaggio e la strinse con forza attorno alla ferita, mentre con la coda dell'occhio non perdeva di vista Ranma che avanzava contro il demone. Indossò in fretta il perizoma e il kimono e fu allora che una pioggia di spilli di ghiaccio le piovve addosso. Alzò il braccio per difendere gli occhi e vide che Ranma aveva fatto lo stesso, un attimo prima di essere raggiunto da un tentacolo. Per poi vederlo schiantarsi contro un albero e precipitare a terra.
Oh kami…
Akane fece un passo avanti, attonita.
No… no!
Era morto? Moribondo? Era… era finita?
(Non così…)
Poi udì l'urlo cavernoso del mostro e guardò nella sua direzione: stava avanzando verso di lei ergendosi su suoi stessi tentacoli.
Akane raccolse i lembi della veste passandoli in fretta sotto l'obi, afferrò la katana poggiata sul dotera e la sguainò alzandola sopra la testa, l'altra mano protesa in avanti, indice e medio tesi.
Il demone le scagliò contro un tentacolo che lei schivò all'ultimo istante con un balzo laterale e mentre la lunga appendice frantumava le pietre del sentiero, lei poggiò il piede nudo contro una delle rocce levigate della pozza dandosi la spinta per lanciarsi in avanti con un salto rovesciato: afferrò il manico con tutt'e due le mani e calò la lama sul tentacolo che si stava rialzando, aprendolo in due.
Uno spruzzo di liquido nero le insudiciò il kimono prima che potesse toccare il suolo. Subito si rimise in posizione di attacco, proprio mentre Ranma, librato sopra la testa del mostro, gli tranciava via un altro tentacolo.
È ancora vivo?!
E questa volta sprigionava un'aura fiammeggiante simile a un rogo. Aveva mirato alla testa ma all'ultimo momento il demone aveva evitato la morte frapponendo una delle sue appendici fra di loro. Ranma planò sulla superficie agitata dell'acqua e ripartì all'attacco, ma una mano sbucò dalla pozza e gli afferrò una caviglia trattenendo il suo salto.
Non poteva crederci. Erano fantasmi, ne era certa, i fantasmi delle vittime del mostro che emergevano come larve bigie dalla superficie della pozza avventandosi sul ronin per farlo sprofondare e annegarlo.
Cominciò a correre, decisa a saltare sui massi per raggiungerlo, quando decine di quelle larve emersero proprio davanti a lei iniziando ad avanzare. Si arrestò, paralizzata dall'orrore. Di umano restava solo una forma indistinta, ormai erano ombre corrose dal veleno della sofferenza: emettevano lamenti così striduli che unghie appuntite sembravano graffiarle i timpani, ma là dove avrebbero dovuto esserci occhi e bocca si aprivano solo voragini buie.
Avrebbe voluto coprirsi le orecchie ma dovette mettersi in posizione d'attacco. Fu allora che un bagliore quasi l'accecò e fu costretta a proteggere gli occhi con un braccio: Ranma si era di nuovo librato nell'aria, libero dagli spiriti, di nuovo avvolto in una specie di rogo da cui però si irradiavano anche raggi simili a quelli del sole. Lo osservò rapita sovrastare ormai il demone, quando si accorse che uno spettro le era quasi addosso e stava per ghermirla con braccia ridotte a monconi. Istintivamente affondò la lama, trapassandolo dal collo al fianco, e quello si dissolse. Lei guardò disorientata la spada e la conficcò di nuovo nelle larve che avanzavano e che al contatto con la katana diventavano simili a spirali di fumo. Ma più ne falciava via e più ne sembravano spuntare dall'acqua. Dovevano essere anni, forse decenni, che quel mostro mieteva vittime.
Arretrò di diversi passi ricordando le parole del maestro che scherzando la ammoniva di stare attenta a non essere neanche sfiorata da una larva, ma non avrebbe resistito a lungo se continuavano ad aumentare anziché diminuire… che aspettava il ronin a uccidere quel demone?!
L'atsuki cercava di ripiegare e di tenerlo a distanza al tempo stesso tentando di investirlo con raffiche di grandine. Raffiche che si scioglievano al contatto con la sua aura arroventata, sicché a lui giungevano soltanto spruzzi di pioggia mentre recitava il Mantra della Luce Dorata e sollevava la katana.
Quello era il momento giusto per colpire, ma Ranma non si decideva. Fissava il mostro che non poteva fuggire e non poteva attaccare, una preda costretta con le spalle all'angolo che emetteva urla laceranti e dibatteva i tentacoli rimasti sollevando schizzi d'acqua e pezzi di pietra. Un tentacolo sfiorò la sua aura purificata dal mantra e si ustionò, coprendosi di vesciche sanguinolente e appestando l'aria con l'odore di carne putrefatta.
Ranma recitò il mantra a voce più alta espandendo ulteriormente la propria aura, mentre un ghigno si faceva strada sulla faccia nel pregustare il momento in cui, ormai senza via d'uscita, senza avere più nulla da perdere, l'atsuki si sarebbe ucciso praticamente da solo.
Ed ecco il corpo massiccio muoversi a fatica mentre si voltava per tentare una fuga precipitosa quanto inutile verso il suo anfratto. Mentre frammenti inceneriti del suo corpo si staccavano sempre più numerosi volteggiando nell'aria.
Ranma convogliò di nuovo il proprio qi lungo il braccio e poi lungo la lama. Fu allora che il demone in disfacimento gli scagliò contro un tentacolo in un ultimo, disperato tentativo di tenerlo lontano da sé. Nemmeno si era reso conto che era già alle sue spalle, in bilico sul costone di roccia. Che gli aveva separato la testa dal corpo. Che un liquido nero e denso stillava dalla spada.
Ranma si volse a osservare il corpo del demone che si inceneriva rapidamente, dissolvendosi nell'acqua man mano che si accasciava su se stesso. Come mai le sue vittime non…? Alzò lo sguardo e scorse Akane, dall'altra parte dello stagno, attorniata da un nugolo di spettri.
Maledizione!
- § -
"Questo tè è davvero squisito, figlia mia".
Nabiki sorrise con un inchino come se avesse scaldato l'acqua lei stessa e gliene versò ancora.
"È la pregiata qualità che mi avete donato, padre".
Ne versò anche per sé e tenne la tazza fra le mani, osservando il vapore che saliva lento e sinuoso dalla superficie. Sollevò il volto verso la finestra per ammirare il sole che incendiava le nubi prima di sfolgorare un'ultima volta scomparendo oltre l'orizzonte e finalmente sorseggiò il suo matcha.
Il padre, seduto a gambe incrociate accanto a lei, si sforzava di ammirare anch'egli il tramonto, ma seppur all'apparenza rilassato, Nabiki poteva indovinare il suo nervosismo dal modo in cui stringeva la tazza e si umettava le labbra. Davanti ai suoi occhi stava passando chiaramente tutt'altro che un banco di nuvole che viravano dall'oro al rosso.
"Desiderate un mochi, mio signore? Sono ripieni di azuki come piacciono a voi", lo esortò premurosa avvicinandogli il piattino.
Il padre ne addentò svogliato uno e si sforzò di concentrarsi di nuovo sul panorama. Nabiki non smise di sorridere, pregustando un'attesa che stava finalmente per volgere al termine.
"Figlia mia", iniziò il genitore posando la propria tazza sul tavolino e tornando a guardare oltre la finestra, "grazie per questo splendido tramonto".
"Grazie a voi, per avermi concesso l'onore della vostra visita", chinò la testa Nabiki.
"Avevo piacere di conoscere il tuo parere su una questione".
Nabiki posò a sua volta la tazza e s'inchinò con le mani giunte di fronte a sé.
"Spero che la mia umile opinione possa esservi di aiuto, padre".
"Dato che sono già passati quattro giorni, devo purtroppo considerare la possibilità", sospirò lui incrociando le braccia al petto, "che la cattura di Akane possa richiedere troppo tempo o, peggio ancora, che Akane non venga ritrovata affatto".
"Capisco, mio signore".
"Potrebbe in effetti anche andare incontro alla morte, durante la sua fuga, o semplicemente svanire nel nulla…".
"Avrete già pensato a una soluzione per ammansire il nobile Hibiki, immagino".
Il padre sospirò di nuovo, si alzò in piedi e con le mani dietro la schiena si diresse alla finestra. A quanto pareva, aveva preso una decisione sofferta, visti gli anni passati a riporre le sue speranze su quella sciocca della sorella.
"Dirò loro che è morta a causa della malattia che l'ha colpita e organizzerò un finto funerale".
Avrebbe voluto sorridere trionfante, ma qualcosa turbava il genitore, o non si sarebbe presentato nei suoi appartamenti a chiederle consiglio. Rimase a fissare la figura paterna che si stagliava contro il sole morente senza poter sollecitare quella domanda che aveva in serbo per lei.
Il padre si voltò appena concedendole il suo profilo.
"Ho tuttavia timore che nel castello ci siano delle spie e che presto o tardi il mio alleato venga a sapere la verità. Sono anzi certo che stia già nutrendo ampi dubbi sulla malattia di Akane, è noto purtroppo per la sua estrema diffidenza e se scoprisse…".
Si abbandonò a un nuovo, più profondo sospiro.
"Le conseguenze sarebbero devastanti, potrebbe presentare allo Shogun formale richiesta di vendetta", concluse Nabiki dopo una ragionevole pausa osservando il padre tornare a darle le spalle per guardare fuori. Sorrise, godendosi l'istante in cui l'avrebbe avuto in pugno. "Ma a tutto per fortuna c'è rimedio".
Soun volse il viso corrucciato verso di lei.
"Lo credi davvero?", le chiese con tono annoiato, tornando con passi misurati a sedersi al suo fianco e incrociando le braccia al petto.
Nabiki avvicinò la teiera alla tazza del genitore e il mormorio del tè riempì la stanza.
"Certamente, mio signore, e in verità anche in questo caso la soluzione è molto semplice. Quando avrete sentore che Hibiki nutre dei sospetti sulla malattia di Akane, basterà che gli diciate la verità".
Il padre arrestò la mano che stava per afferrare la tazza di tè e la guardò dritto negli occhi senza nascondere lo sdegno dietro lo sconcerto.
"A quale verità ti riferisci?".
Nabiki sorrise indulgente.
"In un ikebana pochi elementi reali piegati ai propri scopi possono dar vita a infinite illusioni. Se Akane non venisse ritrovata e il nobile Hibiki sospettasse di essere stato ingannato, basterà affermare che nottetempo, proprio mentre era in via di guarigione ma ancora debole, vostra figlia è stata rapita".
Il genitore avvicinò il poggia-braccio portatile e puntandovi il gomito si afferrò il mento con la mano.
"Rapita… un'idea eccellente, se non fosse che perderei la faccia. Hibiki inoltre sa bene che questo castello è efficacemente sorvegliato, persino per degli uomini-ombra sarebbe arduo penetrarvi senza essere scoperti. E io non voglio che si lasci sfiorare dal minimo sospetto, né ora, né mai".
"Naturalmente, per questo vi serve un capro espiatorio su cui rovesciare l'accusa di rapimento. Ma il punto è: chi potrebbe addossarsi una simile colpa di modo che il suo misfatto appaia plausibile e al tempo stesso eviti a voi di perdere la faccia?".
Il padre tornò a guardare il cielo che virava verso l'indaco.
"Qualcuno che trama contro di me? Non mi stupirei se i pochi samurai ancora fedeli al clan Akita cercassero vendetta".
"Una vendetta di questo genere sarebbe disonorevole, per dei samurai, nessuno ci crederebbe. Di loro non mi preoccuperei, comunque, la storia dei quarantasette ronin non si ripeterà più. In realtà… mi riferivo a qualcuno che pochi giorni fa ha avuto libero accesso al castello e ha potuto vagare indisturbato".
"Sarebbe perfetto", convenne il genitore, "se solo avesse delle doti tanto fuori dal comune da riuscire a rapire una nobildonna sotto gli occhi di tutti e portarla fuori dal castello senza che nessuno se ne accorga".
"E fosse anche in possesso di una pessima reputazione", insinuò Nabiki porgendogli la tazza di tè. "Qualcuno di cui nessuno metterebbe mai in dubbio eventuali atti criminosi, che torni o meno a Nagoya con Akane…".
Il padre rimase con la tazza fumante in mano e l'illuminazione che si faceva largo sul volto accigliato.
"Qualcuno come quel Saotome...".
Nabiki lasciò che stavolta il sorriso di trionfo si allargasse sul viso.
"In virtù della sua amicizia col maestro Happosai gli è stato concesso di entrare nel castello e sfruttando le sue doti di cacciatore di demoni… potete inventare quel che volete".
Il genitore aveva preso a lisciarsi un baffo senza smettere di sorridere compiaciuto.
"Figlia mia, sapevo che la tua mente acuta non mi avrebbe deluso. Se entro tre giorni Akane non sarà di nuovo qui, saprò come risolvere questa faccenda, in un modo o nell'altro".
Nabiki s'inchinò fino a sfiorare il tatami.
"Mi congratulo con voi, mio signore".
Perfetto.
Se davvero mio padre arriverà a denunciare ufficialmente il rapimento di Akane incolpando il ronin, quel Ranma non riporterà mai indietro quella piaga lagnosa, se pure la ritrovasse. Non se tiene alla propria vita.
Assolutamente perfetto.
- § -
Si risvegliò di soprassalto boccheggiando, quasi fosse precipitata nel suo stesso corpo da chissà dove.
Era sdraiata su un fianco, davanti a lei una parete di assi di legno contro la quale gettava un'ombra: alle sue spalle sentiva ardere un fuoco che le scaldava la schiena e la nuca. Si girò poggiando le spalle sul nudo pavimento, sopra di lei un soffitto di travi rischiarate dallo stesso bagliore. Si guardò attorno con cautela e pensò che non poteva essere la stessa stanza in cui i due vecchietti l'avevano sfamata: le crepe sulle travi, le macchie sulle pareti corrose dalla muffa e l'odore stantio lasciavano intendere che da tempo nessuno vi metteva piede.
Volse lo sguardo verso la fonte di luce e riconobbe la pentola da cui la vecchia aveva attinto il suo ultimo pasto. Sotto ardeva un fuoco, ma le fiamme non lambivano la pignatta, troppo sollevata da terra perché dentro ci fosse del cibo che stava cuocendo. Oltre le lingue saettanti, il ronin era chino e concentrato su qualcosa, ma il falò le impediva di vedere cosa stesse facendo.
Era stata tutta un'illusione, dunque? L'accoglienza, il cibo, il bagno, tutto allestito ad arte?
Fece per sollevarsi e si rese conto che all'infuori del dotera steso su di lei come una coperta null'altro indossava, se non il perizoma e i tabi. Sgranò gli occhi pronta a lanciare un urlo che avrebbe spaccato i timpani allo schifosorifiutoumano, quando si accorse che il kimono era steso tra lei e il focolare. Tenendo ben stretta a sé la giacca imbottita, allungò una mano e tastò la veste da viaggio sentendola umida sotto le dita.
"Si sta asciugando", la informò Ranma senza alzare lo sguardo.
"Tu… mi hai… denudata?!". Scarnificato. Ecco cosa gli avrebbe fatto. Molto, molto lentamente. "Cometiseip…".
"Era macchiato, ho dovuto lavarlo. E sta' tranquilla, non ho visto nulla che non conoscessi già".
Akane si sedette sui talloni, ben attenta a che il dotera la coprisse dal collo al pavimento. I capelli ancora umidi le ricaddero sulla schiena. Il disinteresse del ronin nei suoi confronti non appariva ostentato, sembrava sul serio del tutto indifferente a lei.
"E comunque nulla di ciò che tu hai solletica minimamente il mio interesse", confermò con un ghigno.
Akane artigliò la stoffa. Bene. Anzi, benissimo. Meglio così. Poteva tirare un sospiro di sollievo.
Ma non lo fece.
"Di cosa era macchiato?".
"Sangue del demone".
"Demone?", chiese titubante increspando la fronte. "Quale…".
(Oh kami sto per morire, sto davvero per morire, non così, non è giusto!)
Quello che l'aveva quasi uccisa, l'abominio con i tentacoli. Il mostro che ora, nella quiete di quella stanza malandata, aveva solo i contorni fumosi di un incubo. E tuttavia starsene a scaldarsi davanti a un fuoco, nel silenzio di un onsen abbandonato fra le montagne, le sembrava ora più irreale del rischio che aveva corso di perdere la vita per mano di un essere che mai aveva creduto potesse veramente esistere.
"Che è accaduto?", chiese di nuovo cercando di infilare un braccio in una manica del kimono imbottito senza essere vista.
"L'hai scordato? Eri parecchio scossa, del resto", si limitò a commentare il ronin avvicinando al viso quel che teneva fra le mani per studiarlo meglio alla luce instabile del focolare.
Akane infilò anche l'altra manica e chiuse i lembi del dotera incrociando le braccia al petto.
"Io… rammento delle ombre che uscivano dall'acqua e… e avanzavano verso di me".
(Non morirò così, non posso morire così!)
"I fantasmi delle sue vittime".
Mostri a loro volta, senza più un volto, né una voce per chiedere aiuto, ridotti a lamenti laceranti senza più nemmeno una forma. Chiuse gli occhi, ma i teschi di fumo continuavano a spalancare le loro fauci e a gridare la loro disperazione.
"Li teneva soggiogati a sé, non è vero?".
"Sì. Alcuni atsuki lo fanno per aumentare il loro potere".
Akane deglutì immaginando le vittime di quegli spettri che risucchiate dal demone diventavano poi mostri a loro volta in una catena senza fine.
"Perché svanivano appena li sfioravo con la spada?".
Ranma sospirò e raddrizzò la schiena facendo scrocchiare il collo da un lato e dall'altro, per poi tornare al suo lavoro.
"Per via del ferro contenuto nella lama: tiene lontani gli spiriti maligni, ma non per molto".
"Quindi sono riuscita a respingerli? Non mi hanno toccata?".
"No", rispose lui facendo una smorfia nello stringere quello che sembrava un nodo. "Ti sei battuta bene".
"Ma allora che fine hanno…".
Mutano uno dopo l'altro in sfere luminose, sollevandosi poco per volta nell'aria come lanterne di carta trasportate dal vento. Fissa il prodigio a bocca aperta, mentre gli spiriti danzanti ascendono al cielo che vira al porpora.
"Fatto", annunciò il ronin alzandosi in piedi e attraversando la stanza. Si chinò su di lei poggiando un ginocchio a terra e le porse un paio di sandali. "Uno era rotto", spiegò.
Non si accorge davvero di lui, nemmeno quando è alla distanza di un braccio e la chiama. È troppo impegnata a sussultare e a stringere la spada con tutt'e due le mani, inspirando ed espirando come se non ci fosse più aria.
Lui la chiama di nuovo e lei pare finalmente udirlo, ma affatto certa di aver inteso. Si volge con cautela a osservarlo, disorientata.
"Ti ho chiesto se stai bene!".
Annuisce con vigore, incapace di smettere di ansimare.
"Sono… liberi ora?", chiese afferrando i sandali e dedicandogli tutta la sua attenzione.
"Sì, sono trapassati".
"Sarò forse irrispettosa, ma quelle sfere di luce erano… meravigliose".
"Già… non c'è nulla che gli stia a paragone".
Akane azzardò a guardarlo e come il tono aveva lasciato trasparire, un velo di frustrazione irrigidiva il profilo del ronin intento a osservare un fuoco che, ne era certa, non stava guardando affatto.
Abbassa poco per volta la katana e proprio in quel momento lo stomaco inizia a ribellarsi.
Getta la spada e fa qualche passo per allontanarsi, ma finisce ginocchia a terra, una mano poggiata alla parete dell'onsen per sostenersi, l'altra che tiene i capelli bagnati lontani dalla bocca, mentre rigetta la farinata che aveva mangiato.
Finisce stremata per accasciarsi contro la parete tremando più di prima.
"Cos'era quell'orrore? Quale inferno lo ha vomitato?".
Ranma si sedette accanto a lei, le braccia abbandonate sulle gambe sollevate, senza smettere di seguire la danza delle fiamme.
"Non avevo scelta. La purificazione non era più possibile".
Akane si adombrò.
"Di che stai…?".
"Come ti sei ferita?".
La domanda ha l'effetto di risvegliare la frustata di dolore che torna a bruciare la carne.
"Non è nulla di serio", risponde senza guardarlo.
"Decido io se quello che vedo non è nulla. La temperatura sta calando, fra poco si alzerà il vento e ricomincerà a nevicare, dov'è il dotera che ti avevo dato?".
Gli occhi di Akane si ancorano al corpo del mostro, un ammasso informe di cenere sollevata di tanto in tanto dal vento.
"N-non lo so…".
Akane sfiorò con le dita la caviglia là dove avrebbe dovuto esserci un taglio e invece c'era la stoffa ruvida di una nuova fasciatura.
"Sott'acqua mi sono imbattuta in una spada e ho cercato di colpire il tentacolo che mi teneva prigioniera".
Ranma si limitò a un cenno del capo.
"E i tuoi vestiti? Da dove sono sbucati? Non c'erano quando ti ho tirata via dall'acqua".
Akane distolse lo sguardo avvampando di vergogna. Non solo le aveva salvato la vita – e già questo era di per sé di una gravità inaudita – ma era la seconda volta che la riacciuffava mentre prendeva un bagno sorprendendola completamente nuda. Perfino lì, davanti al focolare, non aveva quasi nulla indosso. Ma solo a lei del resto pareva importare.
"Sono comparsi all'improvviso, dopo che… che mi hai lasciato sul sentiero per affrontare il mostro".
Quando ebbe il coraggio di guardarlo di nuovo, si ritrovò i suoi occhi indagatori puntati addosso. Nonostante il chiarore disegnasse ombre instancabili sul suo volto, erano bui come antri senza fondo.
"Sono stati i due vecchietti che mi hanno accolta e mi hanno offerto da mangiare: li ho visti sulla soglia della locanda prima che svanissero nel nulla. Erano fantasmi anche loro, non è così? Perché mi hanno aiutata?".
"Eccolo laggiù". Ranma raccoglie il kimono imbottito e glielo lancia. "Mettilo mentre cerco il resto".
Il dotera è strappato in più punti, ma lo indossa lo stesso sperando di non ricadere ammalata.
"Ho trovato i calzini e i sandali, andiamo dentro", le ordina avviandosi verso l'ingresso dell'onsen.
Akane infila i tabi e dà le spalle alla creatura che l'ha quasi uccisa, stordita al punto da non riuscire nemmeno a rispondere a tono agli ordini del pezzente. Le sembra che la sua testa sia una campana contro cui un martello batte senza sosta. Vorrebbe solo chiudere gli occhi e risvegliarsi l'indomani.
"Gli spettri non sono tutti uguali", le rispose tornando a guardare le scintille che si alzavano dalla legna carbonizzata. "Forse, pur essendo anche loro in suo potere, il demone non li ha assorbiti affinché accogliessero gli sprovveduti e li attirassero a lui, come è successo a te. Ma quando hanno capito che c'era la possibilità di essere liberati dalle loro catene, ti hanno aiutata".
Ranma richiude l'uscio e davanti a lei si apre il corridoio semibuio che aveva percorso, ma ora esala odore di marcio e le pareti trasudano un'umidità tale da mangiare le ossa.
Lui le dice qualcosa sul cercare una stanza dove passare la notte, ma lei non risponde e non si muove, davanti agli occhi ha solo le dita del demone che afferrano la sua testa.
Ranma le stringe le mani attorno alle spalle costringendola a guardarlo in faccia.
"Hai capito che ho detto?".
Lei ci mette un po' ad annuire, poco convinta.
"Mi devi delle risposte", lo sorprende mentre la lascia andare.
"Anche tu", replica lui. "Ma non adesso, devi riposare. Poi parleremo".
Akane rimane con una spalla poggiata contro una parete, le braccia aggrappate l'una all'altra e gli occhi socchiusi, mentre Ranma si allontana.
Si sente in debito con lui e adesso lo odia ancora di più. Ma ancora di più odia se stessa.
Lo stomaco mandò un lamento prolungato e Akane avvampò.
"Spiacente, ho perso le provviste nella tormenta mentre ti stavo cercando", la informò con noncuranza. "Domani cercheremo qualcosa da mangiare".
"Non hai ancora risposto alla mia domanda".
Ranma si alzò, prese quella che sembrava un'asse spezzata da un mucchio di altre simili e la gettò nel focolare, quindi si sedette di nuovo accanto a lei, ma stavolta si sdraiò su un fianco reggendosi la testa con una mano senza mai distogliere gli occhi dal fuoco.
"Vuoi sapere cos'era".
"Sì".
"Perché? Che rassicurazione stai cercando?".
Un pezzo di legno franò sugli altri facendo volare nell'aria un tripudio di scintille.
Rassicurazione? Non aveva bisogno di alcuna rassicurazione, la sua domanda non aveva senso.
"Non capisco come sia possibile che finora nessuno abbia fatto nulla per fermarlo, per…".
"Era un uomo".
Il crepitio del fuoco riempì la stanza e fu l'unico suono che Akane udì finché non si rese conto che aveva trattenuto il respiro. Lo lasciò andare con violenza, come se avesse compiuto uno sforzo che andava oltre le sue possibilità.
"Un uomo…? Co-come può un uomo diventare una tale mostruosità?!".
Metà della sua faccia le donò un sorriso amaro.
"È più facile pensare che simili orrori vengano da recessi infernali, non è così? È questo che vorresti sentirti dire. Non riesci nemmeno a concepire che l'uomo possa diventare anche peggio dei demoni veri. È più rassicurante credere che quello che hai affrontato fosse un'entità venuta da chissà dove con l'unico scopo di mangiarsi le anime dei poveri umani. Ma i veri demoni non sono legati a un luogo. Sono gli uomini che si legano a un posto, i loro spiriti gettano l'ancora là dove hanno subito un torto che dev'essere riparato. E che accade quando questo non succede?".
"Si vendicano…" mormorò Akane. "Significa che quella creatura un tempo era qualcuno che ha subito un… cosa può averlo ridotto così?".
"Se stesso. Forse è annegato, forse l'hanno annegato o forse ucciso e poi gettato il corpo nella pozza, chi può saperlo. Non ha importanza. La rabbia l'ha trattenuto su questo piano di esistenza, il desiderio di vendetta l'ha spinto a uccidere a sua volta. Ma quando uno spirito si nutre di un altro spirito per diventare più forte diviene tale e quale a una sanguisuga: non può più fare a meno di nutrirsi. E cresce sempre più. Allora non è più il desiderio di vendicarsi che lo spinge a uccidere, ma quello di esistere fosse anche solo come entità maligna". Ranma tornò seduto abbandonando le braccia sulle gambe incrociate. "Sotto la pelle, siamo tutti demoni in letargo".
Akane si strinse nel dotera. Il fuoco stava di nuovo languendo e il ronin si alzò per prendere altri pezzi di legno gettandoveli sopra. Lei ne approfittò per dargli le spalle, sfilarsi il kimono imbottito e infilarsi quello da viaggio ormai asciutto, strinse in vita l'obi quindi si coprì nuovamente col dotera.
"E tu, sconsiderata di una mocciosa, te ne vai in giro da sola – con quella faccia, per giunta – come se nulla potesse toccarti. Come se il mondo non pullulasse di bestie affamate molto più che di demoni. Se sei ancora viva, oggi, lo devi a me. Se non fossi intervenuto, a quest'ora quella cosa ridotta in cenere starebbe banchettando con la tua testa".
Sconsiderata. Mocciosa. Con quella faccia.
Gli avrebbe staccato la testa personalmente, se mai fosse riuscito a ricondurla al castello. Dopo averlo scarnificato, ovviamente. Non avrebbe lasciato questo piacere a nessun altro.
"Innanzitutto, grazie per avermi salvato la vita. Secondo, se pensi che a causa di quanto accaduto io desista dal mio proposito, puoi anche gettarti nel fuoco e bruciare. Terzo, se pensi che io mi senta in qualche modo in debito e magari ti segua docilmente, puoi anche gettarti nel fuoco e bruciare. Quanto successo là fuori non mi ha affatto persuasa di aver commesso un errore, sono anzi ancora più convinta ad andare avanti. A differenza di te, io sono pronta a morire, in qualsiasi momento".
Ora aveva tutta la sua attenzione: gli occhi mandavano lampi di collera. Il ronin stava bruciando davvero, ma dalla voglia di dirle quanto fosse ottusa.
"E quarto, so benissimo che 'la mia faccia' non rispetta esattamente i canoni femminili, ma se pensi che me ne importi qualcosa, allora sai già cosa devi fare: il fuoco è lì", indicò col mento.
Ranma stringeva i pugni, ma dubitava che se ne rendesse conto.
"Dunque è come pensavo, sei oltremodo stupida".
"Perché? Perché cerco di dare un senso alla mia esistenza?".
"È questo il senso che vorresti darle? Scappare da una vita agiata per finire sbranata da un demone?".
"Ma tu mi hai salvata, quindi il mio destino è andare avanti".
"Non t'è bastata la lezione? Quanti altri rischi vuoi correre ancora per capire che questa vita non fa per te, di che altro hai bisogno per rendertene conto?".
"Sei tu che continui a non voler capire e io non ho intenzione di sprecare il fiato".
"Vuoi sapere che altro ti aspetta? Posso darti un assaggio, se vuoi, visto che sei appena scappata: se ti aspetti di trovare contadini sempre sorridenti e servizievoli, sappi che sono infidi e bugiardi non meno dei mercanti e pronti a venderti al miglior offerente. Le montagne pullulano di briganti, le strade di ladri e truffatori, i ryokan sono spesso pieni di cimici, sporchi e sovraffollati. Le strade sono fangose, i battellieri esosi, i traghettatori pronti a buttarti in acqua se non paghi il sovrapprezzo. Non esiste l'etichetta al di fuori delle città e pochi sono i samurai che si dedicano alla poesia e alla calligrafia, la maggior parte è boriosa e ignorante, più burocrati che guerrieri, e i ronin sono spesso bestie senza controllo che si divertono ad ammazzare per noia anche i bambini. Le donne come te sorprese a viaggiare da sole vengono stuprate e uccise, oppure rivendute nei bordelli. E se l'inverno è troppo lungo e le scorte di cibo insufficienti, alcuni arrivano al cannibalismo. L'unica legge al di fuori del castello è quella della sopravvivenza. E tutto questo, naturalmente, senza contare yokai, yurei, nopperabo e a volte anche oni veri e propri. È davvero questo ciò che vuoi? Perché allora sei davvero stupida come temevo e io ho solo perso tempo con te".
Senza darle modo di replicare, si sdraiò di nuovo dandole le spalle per tornare a guardare le fiamme danzare. Quel fiume in piena l'aveva lasciata interdetta, ma l'ultima frase avrebbe meritato un adeguato approfondimento.
"E tu, sconsiderato di un ronin, te ne vai in giro da solo – con quegli occhi, per giunta – come se nulla potesse toccarti, ma in realtà muori ogni giorno un po' di più".
Ranma volse impercettibilmente il capo, come fosse in ascolto di un rumore sospetto. Akane deglutì.
"Resisti, anche se sei stanco di farlo, ma ogni giorno un altro pezzo se ne va. E tuttavia non demordi".
Ora poteva vedere bene il suo profilo: guardava la parete di fianco a lei come se temesse di vederla crollare.
"Temi di fare quella fine, non è vero?".
Ranma si alzò a sedere, volgendosi del tutto verso di lei. La osservava come se non fosse certo di aver udito bene e al tempo stesso come se fosse sul punto di sbranarla.
"Che stai vaneggiando?".
Akane distolse lo sguardo protendendo le mani verso il fuoco per scaldarle meglio, il cuore batteva così forte da assordare le orecchie.
"Temi di diventare tu stesso un demone".
Solo il crepitio del focolare si udiva. Se avesse continuato a tenere lo sguardo fisso sulle fiamme, avrebbe potuto anche pensare di essere sola. E tuttavia, sentiva i suoi occhi acuminati su di sé. Addosso.
"Da cosa. Lo avresti. Dedotto?".
Scandì tanto le parole che gli uscirono a forza di bocca. Akane provò a deglutire ma stavolta il grumo di timore rimase incastrato in gola.
"Te lo porti negli occhi. Insieme a molte altre cose che pesano come macigni".
Gli lanciò un'occhiata fugace e le parve per un istante che Ranma vacillasse, nemmeno lo avesse schiaffeggiato.
"Dimmi, sono ancora una stupida?".
Si ritrovò ritta sulle ginocchia a fronteggiarlo, i polsi stretti in una morsa. Provò a divincolarsi, ma Ranma la trattenne attirandola maggiormente a sé. Non doveva abbassare lo sguardo, non doveva per nessun motivo, anche se la stava trafiggendo col suo, anche se era così vicino da alitarle in faccia e la sovrastava tanto da poterla schiacciare sul pavimento.
"Cosa vuoi fare? Cosa? Colpirmi dietro il collo così puoi smetterla di udire la verità?".
Tentò di tenerlo a distanza premendo i pugni contro il suo petto, che avvertì rovente attraverso la stoffa del kimono. Anche le sue mani bruciavano. E il suo odore era…
"Cosa hai visto nei miei occhi? Dimmelo".
Perché stava rabbrividendo, adesso? Non doveva, non doveva.
"Quel che vedo ogni volta nei miei, quando… quando trovo il coraggio di guardarmi allo specchio".
Sorpresa. Incredulità. Speranza? Il groviglio di turbamenti che si avvicendavano negli occhi nebulosi di Ranma era tale che riusciva a intenderlo a stento.
"Eppure tu non sai niente di me".
"E non me ne importa! Così come a te non importa nulla di me! Mi elenchi gli orrori del mondo solo per convincermi a seguirti remissiva, che io li subisca o meno a te non importa niente! E so benissimo che hai omesso nefandezze ben peggiori di quelle che mi hai illustrato, io stessa ho rubato, affrontato briganti, ho spezzato ossa e menomato, quindi almeno tu risparmiami l'ipocrisia!".
Ed eccole di nuovo le lastre di ghiaccio su cui rischiò di scivolare. Erano spesse e dure e opache, ma dietro quelle iridi inquiete Akane intravide un guizzo, qualcosa che si agitava in una ricerca affannosa. Poteva ormai sentire il suo respiro turbato sulle labbra, ma nonostante la propria faccia avesse preso fuoco, non tentò di ritrarsi.
"Pensi di esserti lasciata il peggio alle spalle?".
"Affatto. Credo anzi che debba ancora venire, ma sono pronta ad affrontarlo o non sarei arrivata fin qui".
Tremava ormai, soprattutto il maledetto labbro tremava, ma lui stava annuendo.
"Lo vedremo".
Di colpo era libera dalla sua stretta.
Akane crollò esausta, preda dei battiti furiosi del cuore, e si guardò le mani con orrore: per tutto il tempo le aveva tenute ben aperte sul torace di Ranma. Quando accidenti aveva disteso le dita? Avvampò di nuovo, ma di sdegno stavolta, mentre lui tornava a sdraiarsi accanto al fuoco, le braccia incrociate dietro la nuca.
Non aveva affatto chiaro che intenzioni avesse il ronin, ma iniziava a sospettare che non si stesse limitando a riportarla indietro tutta intera, doveva avere qualcosa in mente.
"Non mi premi lo tsubo dietro il collo per farmi addormentare?".
Lui aveva già gli occhi chiusi.
"Hai intenzione di scappare in piena notte nel nulla, senza una direzione, senza cibo né acqua, mentre nevica?".
"No", sospirò Akane.
Si sdraiò anche lei, rannicchiata su un fianco, usando un gomito come poggiatesta. Per la prima volta considerò che stava condividendo la stessa stanza con un uomo. Avrebbe dovuto indignarsi, ma l'unica cosa che le suscitava irritazione, in quel momento, era ben altro.
(E comunque nulla di ciò che tu hai solletica minimamente il mio interesse)
Strinse i pugni, mentre le fiamme si agitavano sempre più svogliate. La scalata sarebbe stata lunga e dura, ma alla fine sarebbe arrivata in cima alla vetta di quella montagna coriacea travestita da samurai senza padrone. O non era sorella di Nabiki.
Chiuse gli occhi e lentamente il respiro si acquietò.
- § -
"Sì, mio caro, così…".
Kodachi affondò le dita nelle cosce dell'uomo, inarcò la schiena con una spinta in avanti e reclinando indietro la testa contrasse i Cancelli di Giada attorno al suo ano mono. Il respiro del samurai si mozzò in un singulto mentre le artigliava i fianchi con uno spasmo.
"…che direzione hanno preso?", chiese ansante tornando a scrutare il volto madido del suo cliente.
Un'altra spinta, più forte, e un'altra contrazione. Il samurai quasi le strappò le cuciture del kimono.
"Ah… loro… il vecchio…".
Con un ghigno compiaciuto Kodachi portò le mani dell'uomo sotto la seta, a diretto contatto con la pelle e quello le conficcò le dita nelle natiche con un sospiro strozzato.
"…il vecchio è stato… mandato a sud…".
Kodachi sorrise e si inarcò su di lui con una nuova spinta, fermandosi subito dopo per impedirgli di toccare l'apice.
"E l'altro?", chiese con gli occhi alle travi del soffitto.
Dalla stanza accanto giungevano le note di un koto e il ritmo di un tamburo a scandire le danze delle cortigiane che, ormai ubriache, inciampavano nei propri piedi urtando i bassi tavolini degli ospiti.
"Ah… l'altro… il… il ronin…", biascicò il samurai tentando di inarcarsi verso di lei e spingerla al contempo contro di sé con le mani. Kodachi sollevò il bacino per impedirglielo e lui tentò di alzarsi per rovesciarla sul tatami. Lei fece forza sulle gambe puntando le ginocchia contro il pavimento, mentre costringeva l'uomo di nuovo supino premendogli una mano sul petto. Non gli avrebbe mai permesso di prenderla da tergo come una donna qualunque. Era lui a essere inferiore, non lei.
"Dov'è andato il ronin?", ringhiò spostando la mano dal petto al collo e iniziando a stringere, mentre con l'altra prese a carezzargli le celesti uova.
"Ah… a ovest… verso le… montagne…".
"Verso Kano?". Kodachi tornò a sedersi sul povero idiota. "Perché?".
La musica cessò di colpo e così la danza. Una delle cortigiane cadde a terra con un tonfo e uno scoppio di risa sguaiate echeggiò oltre la parete.
"Penitenza! Penitenzaaa!".
"Perché?!", insistette conficcandogli le unghie nei testicoli e sollevandosi di nuovo abbastanza da impedirgli di continuare ad affondare in lei. L'imbecille aveva lo sguardo talmente annacquato che temette potesse iniziare a delirare. O peggio, svenire. Che avesse sbagliato le dosi? Impossibile. "Avanti, parla!".
Il samurai si umettò le labbra, voltando la testa velata di sudore da una parte all'altra e cercando col bacino il suo per proseguire l'amplesso.
"Devono… ritrovare la… nobile Akane…".
Kodachi tornò seduta e con una spinta gli strappò via il respiro.
"Chi sarebbe?".
La cortigiana che non era riuscita a rimanere immobile si rialzò in piedi sbattendo contro la parete divisoria. Kodachi sentì il fruscio dell'obi che veniva sciolto e quello della veste di seta che veniva fatta scivolare a terra fra risatine e commenti salaci.
"È la… figlia del… nobile Tendo…".
Kodachi si inarcò su di lui tornando a guardare il soffitto senza davvero vederlo, il sorriso che si ampliava sulle labbra.
"È stata… rapita?", chiese aumentando le spinte.
La musica riprese e anche gli ospiti si unirono alle danze mentre le cortigiane battevano le mani e ridacchiavano.
"No, è… fuggita…".
Dettaglio irrilevante, ormai era tutto chiaro: Ranma era stato pagato per riportare a Nagoya una nobile rampolla, per cui sarebbe stato inutile corrergli dietro, bastava aspettare il suo ritorno. Poteva ritenersi più che soddisfatta di quella serata.
Aumentò ancora le spinte, assecondando i movimenti ormai frenetici dell'umano sotto di lei. E quando spiccò il volo come un'anatra mandarina, pensò appagata che sarebbe stato ancora più soddisfacente aprire la gola dell'imbecille proprio nell'attimo dell'estasi, ma lasciò che l'infuso facesse il suo corso: abbassò lo sguardo su di lui per ammirarlo estasiata mentre rovesciava gli occhi all'indietro, annaspava come una carpa presa in una rete e si artigliava il petto con una mano, graffiando con l'altra la paglia intrecciata del tatami. Cercavano sempre tutti qualcosa cui aggrapparsi nell'attimo che precedeva il salto nel Grande Vuoto, come se ciò potesse impedire di precipitarvi dentro.
Sorrise compiaciuta mentre osservava il qi scivolare via da quel corpo, sembrava sangue che si riversava in rivoli da squarci aperti nella carne. Come aveva potuto dubitare delle sue capacità? Il dosaggio delle erbe era stato perfetto: gli aveva sciolto la lingua senza che nemmeno se ne rendesse conto e sarebbe morto nello sforzo ultimo dell'amplesso.
Tenne il samurai inchiodato contro il pavimento finché l'uomo non spirò con un ultimo gorgoglio. Solo allora si alzò, invero piuttosto indolenzita. Si tamponò le gambe usando gli asciugamani messi a disposizione dalla casa da tè, riannodò il perizoma, accostò con cura i lembi del kimono e strinse bene l'obi che aveva allentato. Sistemò quindi le ciocche sfuggite all'acconciatura e si volse verso il suo ospite, che presto sarebbe diventato freddo e rigido. Sollevò la trapunta lasciata piegata in un angolo e l'adagiò sul cadavere coprendolo dal collo ai piedi. Perfetto, entrando si poteva pensare che stesse dormendo.
Gettò un'occhiata alla teiera e alla tazza rovesciata sul tatami. Che ci pensasse pure quella strega della tenutaria a far sparire tutto.
Raccolse il suo jabisen e uscì dalla stanza riaccostando le ante della fusuma. I clamori dei festini e delle cortigiane avevano coperto egregiamente ogni rumore. Le sguattere erano così impegnate a fare avanti e indietro tra la cucina e le stanze più chiassose, che nessuno avrebbe disturbato il suo defunto cliente fino alla mattina seguente. E lei ora poteva tornare a fare sonni tranquilli: Ranma sarebbe tornato molto presto.
Peccato, si disse mentre usciva dal Loto Profumato e respirava a pieni polmoni la gelida aria notturna, non poter assistere l'indomani alla faccia che avrebbe fatto la megera che teneva in pugno quel posto.
