Glossario:
Bakachin: cretino
Bakamono: idiota, scemo
Kono yarou: maledetto bastardo
Happi: casacca da uomo, una specie di kimono corto.
Hime: principessa
Matsuri: festa, festival
Tan: 10 metri
Tsuba: elsa
Colonna sonora di accompagnamento (che consiglio fortemente di ascoltare): Fub da Lucky Number Slevin OST
XIII
BAGLIORI NEL BUIO
It's too easy being monsters. Let us try to be human.
(Victor Frankenstein, Penny Dreadful)
Akane si strinse nel dotera mentre il rogo divorava quel che restava dell'onsen. Le fiamme si levavano così alte che sembravano protendersi a voler toccare il cielo terso, invece sfumavano in una nube ferrigna, densa e acre.
(Il mostro la stritola fra i suoi tentacoli spezzandole tutte le ossa, le afferra la testa e gliela strappa via di netto)
Anche lei stava bruciando. La vergogna e l'umiliazione stavano riducendo in cenere il suo orgoglio. Aveva affrontato briganti, samurai, freddo, fame, intemperie, incendi. Era arrivata anche a rubare. Poteva riuscire a sopravvivere in un mondo che aveva solo immaginato, poteva farcela. Ma la sua immaginazione mai aveva contemplato esseri soprannaturali, perché a quel che il maestro le aveva raccontato da bambina tra il serio e il faceto non aveva voluto credere fino in fondo. Lo dice solo per spaventarmi, soleva ripetersi. Solo per spaventarmi.
(Gli spettri si affollano attorno a lei fino diventare una massa informe, le sono addosso e la riducono a brandelli)
"Perché gli hai dato fuoco?".
Non le interessava davvero saperlo, voleva solo sviare il pensiero dagli incubi che non le avevano dato tregua per tutta la notte.
"Affinché sappiano".
Un alito di vento le scostò la frangia, le lunghe ciocche che ricadevano ai lati del viso si sollevarono per un istante prima di adagiarsi di nuovo sul kimono imbottito.
(Si sveglia urlando, ma si riaddormenta in fretta perché il mostro le stacca di nuovo la testa, ma stavolta con un morso)
Rimpiangeva di non avere qualcosa con cui legarli, soprattutto rimpiangeva di non avere più il cappello: l'aria mattutina era tanto pungente che sembrava intrisa di aghi di ghiaccio. Almeno il sole stava iniziando a scaldarle la schiena.
(E i fantasmi protendono i loro moncherini urlando il suo nome. E di nuovo le sono addosso)
Chiuse gli occhi, accostando meglio i lembi del dotera sotto al mento.
"Chi dovrebbe saperlo? Altre entità demoniache? Spettri? Ce ne sono altri?".
Non si volse a guardarlo, preferiva tenere i propri occhi sui tizzoni ardenti che si sbriciolavano uno dopo l'altro schiantandosi a terra, piuttosto che incontrare i suoi. E non aveva importanza che anche il ronin sembrasse rapito dall'incendio che stava annientando l'onsen.
"È probabile. Ma anche gli abitanti del primo villaggio che attraverseremo. Se vedranno il fumo, sapranno che qui non c'è più pericolo e noi dovremmo essere accolti senza problemi".
Non aveva dubbi che, dentro di sé, Ranma la stesse deridendo per il suo essere stata tanto ingenua e incosciente, disprezzandola almeno quanto lei aveva ormai in spregio se stessa.
"Perché non dovrebbe essere altrimenti?".
Il tetto collassò spargendo nell'aria un tripudio di scintille, pezzi di travi e assi carbonizzate rotolarono sulla neve fresca.
"Perché chi vive in mezzo ai monti vede in ogni forestiero un demone camuffato, specie quando la neve rende impraticabili i sentieri e isola i villaggi".
Il vento gelido le carezzò di nuovo la pelle e insinuò le dita fra i capelli, ma Akane resistette alla tentazione di nascondere il viso nel dotera. Aveva già dimostrato al pezzente che non era in grado di affrontare certi pericoli, non gli avrebbe dato la soddisfazione di vederla anche rabbrividire.
"Muoviamoci", le ordinò.
Udì la neve scricchiolare sotto i passi di Ranma e finalmente si volse verso di lui. Le dava le spalle con noncuranza, allontanandosi senza fretta, il leggero happi che aderiva alla schiena come una seconda pelle. Se ne andava in giro neanche fosse estate, mentre lei doveva concentrarsi per respingere il freddo in un angolo remoto della mente. Del resto, di che stupirsi? Il corpo del ronin sprigionava un calore inspiegabile.
(Pensi di esserti lasciata il peggio alle spalle?)
Trattenne il respiro al ricordo improvviso delle proprie mani distese sul suo torace.
(Affatto)
E dei muscoli compatti, sotto la stoffa ruvida.
(Lo vedremo)
Scosse la testa, incredula e indignata, come se a tormentarla fosse una mosca che si potesse scacciar via con un gesto della mano. Non era più una bambina infatuata.
"Hai intenzione di rimanere a congelare lì?".
Akane chiuse gli occhi, cercando di acquietare il respiro e di rammentare a se stessa, uno per uno, i motivi per cui avrebbe fatto scorticare vivo il ronin, mentre si affrettava a raggiungerlo.
Si era fermato ad aspettarla, ma non si era voltato. Del resto, non si era nemmeno preso il disturbo di legarle le mani. Non ce n'era più bisogno, ormai, e lo sapevano entrambi. Senza il maledetto a scortarla, non sarebbe andata lontano, se si fosse avventurata da sola per i boschi. E come se ammettere di aver bisogno di
(un uomo)
protezione non fosse già abbastanza frustrante, era anche in debito con lui. Due volte in debito. La locanda che andava in fumo le aveva ricordato che Ranma l'aveva salvata non solo dall'atsuki il giorno innanzi, ma anche dal ryokan che loro avevano dato accidentalmente alle fiamme a Gero.
Si tenne tre passi dietro al secchio di feci e aspettò che riprendesse a camminare. Invece lo vide voltare un poco la testa e squadrarla con piglio scettico.
"Che stai aspettando?".
"Che tu ti muova", rispose piccata.
"Sei tu che devi muoverti. Vieni qui".
"Qui dove?", chiese incerta.
"Accanto a me".
Akane strabuzzò gli occhi. Il vento si divertiva a giocare un brutto tiro alle sue orecchie?
"Vuoi… vuoi che cammini accanto a te?".
È impazzito?
"Sì, muoviti".
Akane ridusse non senza perplessità la distanza che la separava dal suo fianco. Camminargli davanti il giorno prima era già stato alquanto bizzarro, ma in qualche modo ancora giustificabile. Camminargli accanto ora, invece, significava porre una donna qualunque – perché nessuno avrebbe mai sospettato il suo rango – sullo stesso piano di un uomo. E a onor del vero non avvertiva, in quel momento, alcun nobile lignaggio scorrerle nelle vene. Si sentiva invece mortificata dalla propria stoltezza, svilita dall'illusione con cui aveva nutrito troppi sogni a occhi aperti. Ma a corrodere più di ogni altra cosa le proprie fondamenta era quel neonato, orribile senso di inferiorità che non avrebbe mai ammesso.
Si pose di fianco a lui cercando di mantenere il contegno aristocratico che si addiceva a una nobildonna, affinché il ronin non dimenticasse con chi aveva a che fare.
Ranma la studiò con cipiglio torvo dall'alto in basso, ignorando i suoi sforzi di conservare una compostezza piena di crepe.
"Coma va la caviglia?".
"La fasciatura è stretta, non sento quasi nulla".
"Bene. Infila i capelli dentro il dotera, proteggeranno meglio il collo e ti terranno al caldo la schiena". Akane soppesò il suo ordine prima di obbedire titubante, senza smettere di fissarlo circospetta da sotto in su. "Al primo villaggio che attraverseremo prenderemo un altro cappello. Vedi di resistere fino ad allora".
Si voltò iniziando a incamminarsi e lei di nuovo lo raggiunse, le mani strette l'una nell'altra e il respiro condensato davanti al naso.
Che avesse un debito nei riguardi del ronin – no, due, si costrinse a rammentare – non doveva impedirle di escogitare un modo per conquistarsi la sua fiducia, se voleva prima o poi liberarsi di lui. Per quanto odiasse quella vipera di Nabiki – e avrebbe trovato il modo di vendicarsi anche di lei – ora doveva far tesoro delle subdole maniere che quella manipolatrice utilizzava per carpire informazioni al nemico. Ma qual era la domanda giusta da porre? Nabiki aveva l'abitudine di ottenere ciò che voleva iniziando fuorvianti conversazioni che finiva per condurre dove auspicava, oppure spiazzando l'interlocutore con una domanda diretta, tutto dipendeva da chi avesse di fronte. Lei invece si faceva uscire di bocca tutto quel che le passava per la testa e finiva sempre per irritare il suo cane da guardia. Doveva procedere con cautela, a piccoli passi.
Fece per aprire bocca, ma lo stomaco fu più rapido della lingua: la vibrante protesta che mandò dovevano averla sentita senza meno fino a Gero. Akane si morse il labbro per l'imbarazzo, mentre una fitta prolungata la costringeva a trattenere il respiro e a maledire l'esser nata donna.
Ranma non smise di camminare, né si voltò a guardarla.
"Hai fame, per caso?".
Il tono canzonatorio ravvivò i carboni ardenti della sua fantasia sanguinolenta con l'immagine della faccia del ronin maciullata dal suo pugno.
"Non è abbastanza evidente alle tue orecchie?", rispose a denti stretti.
"Non sei abituata a digiunare, vero? Non temere, ora hai un'ottima occasione per far pratica".
Akane prese un profondo respiro a occhi chiusi imponendosi di non dargli soddisfazione, ma sperando di averla lei quanto prima. A suon di calci in bocca.
"Mi sono forse lamentata?".
"No, ma lo farai".
"Perché dovrei darti questa soddisfazione?".
"Perché digiuno, freddo, fatica e ciclo mestruale ti renderanno presto ancora più scorbutica e insopportabile di quanto tu non sia già".
"Sono una samurai! Sono avvezza a… un momento, che parole hai usato?".
"Ciclo mestruale", sospirò Ranma. "O mensile, se preferisci. Ah no, dimenticavo che voi nobili usate eleganti locuzioni: come lo chiamate, adesso?".
Era talmente paonazza che avrebbe voluto sprofondare sotto due braccia di neve.
"Ma… io… ma come hai capito…?".
"Dal modo in cui hai trattenuto il respiro e le tue mani si sono aggrappate al ventre".
"Come hai fatto a…?".
"Mi basta un'occhiata, ormai. Quanto tempo passa in genere tra le fitte e l'inizio delle perdite?".
Non poteva credere che un uomo le stesse sul serio chiedendo ragguagli sul suo 'fiore rosso' e con una disinvoltura che nemmeno un medico si sarebbe permesso. Per la gente comune non rappresentava un tabù, evidentemente, ma a lei il disagio stava arroventando le orecchie. E non voleva sapere del resto della faccia.
"Allora?".
"Con questo freddo, forse un paio di giorni", si costrinse a rispondere osservando ostinatamente il manto nevoso mentre il viso ormai ardeva.
"Non ci voleva…", sbuffò il ronin.
"È colpa tua", inveì Akane alzando lo sguardo accigliato e che vedesse pure la sua faccia in fiamme. "Se invece di inerpicarci su per questa montagna avessimo risalito il fiume che passa per Gero, adesso forse…".
"Scorbutica e insopportabile".
"Non sono scorbutica, brutto villano! Ho solo… Ho avuto degli incubi orrendi e il dolore al ventre è arrivato fino al ginocchio, ma ora…".
Ranma si fermò e si voltò a fissarla, ma forse sarebbe stato meglio dire che la stava scorticando viva.
"Happosai non ti ha insegnato niente di utile, vero?".
"A che proposito?", chiese disorientata.
Ranma fece un cenno col mento.
"Apri il kimono".
Se avesse potuto specchiarsi, era certa che avrebbe visto un pesce che boccheggiava. Un pesce con la faccia che bruciava e le orecchie che fumavano.
"Apri. Il. Kimono".
L'aveva detto sul serio.
"No!", ruggì oltraggiata.
"Conosci un modo rapido per alleviare il dolore?".
"No".
"Vuoi startene a sopportare degli spasmi che non faranno che aumentare?".
Arricciò le labbra e abbassò per un istante lo sguardo.
"No…".
"Apri il kimono".
"Ma che vuoi fa…".
"Vuoi deciderti o devo farlo io?!".
Akane serrò i pugni. Non era più nel suo castello. Non era più una dama. Era persa in mezzo ai monti, senza cibo, né denaro. Capiva a mala pena i villici. Non poteva nulla contro entità demoniache e fantasmi. E tra poco avrebbe avuto bisogno di un rifugio in cui trascorrere isolata quei giorni del mese. Il ronin le sarebbe stato utile, per i primi tempi. Utile-utile-utile-utile-utile.
Rilassò le mani e rilasciò il respiro, afferrò i lembi della veste all'altezza del seno e a testa alta, ma tenendo ostinatamente lo sguardo a terra, iniziò titubante a scostarli, il petto che si alzava e si abbassava troppo rapidamente.
"Ma che hai capito? Io intendevo le gambe!".
Akane si congelò in quella posizione, troppo interdetta per ricordarsi di respirare. Fissò imbarazzata la faccia spazientita di Ranma, riabbassò gli occhi sui propri piedi e di nuovo li alzò sul ronin, che ormai trasudava malumore.
Subito richiuse il kimono fin sotto al collo lanciando mentalmente truci maledizioni contro di lui, quindi prese coraggio una seconda volta e si chinò appena, iniziando a scostare gli orli della veste.
Ranma annullò la distanza sbuffando, si piegò sulle ginocchia e le ghermì un lembo scansandolo in malo modo per mettere a nudo il ginocchio destro.
"Non muoverti", la ammonì tracciando con l'indice una linea immaginaria verticale sul lato interno della coscia. Una nuova ondata di calore percorse il viso di Akane fino all'attaccatura dei capelli. Deglutì a vuoto.
"Fa male se premo qui?", chiese calcando il dito sul lato interno del ginocchio.
"Sì", si sorprese a rispondere.
"E qui?", chiese Ranma spostando il dito poco più in alto.
"Sì!", confermò di nuovo Akane trattenendosi dal gridare.
Lo sentì rimuginare mentre continuava a far scorrere il dito fino a fermarsi poco oltre l'altezza della rotula.
"E adesso?".
Le scappò un urlo tale che dovette sopprimerlo con una mano premuta sulla bocca, mentre con l'altra artigliava una spalla del ronin per non cadere in avanti.
"Come pensavo: è il 'Mare del Sangue'".
"Il cosa?", chiese Akane col fiato corto.
"È un punto del meridiano della milza: spesso si infiamma prima e durante quel periodo del mese, ma il freddo ha peggiorato le cose, senza contare la rabbia, che ha ripercussioni sul fegato".
"Ma di che stai…?".
"Rimani immobile".
"Ancora? Che altro…?".
Ranma tenne la mano destra sollevata come a voler indicare il cielo, invece stava convogliando il qi nel braccio: vide distintamente l'energia vitale risalire le vene del ronin come tanti rivoli dorati fino alla mano e da lì concentrarla nell'indice. Usò quello stesso dito per premere di nuovo il punto dolente sulla gamba e stavolta Akane non riuscì a trattenere un urlo strozzato. Tenne premute le mani sulla bocca e le palpebre sugli occhi respirando a forza, quasi le mancasse l'aria, per poi rilassarsi di colpo e restare a bocca aperta.
Il dolore era svanito. Il malessere, le contrazioni, le fitte acuminate, tutto svanito. Riaprì gli occhi incredula.
Ranma si stava già allontanando e per un istante lo rivide ammantato da un'aura dorata, sospeso nell'aria a sovrastare il demone, le braccia distanziate dal corpo, la treccia che fluttuava come fosse senza peso. Aveva del tutto rimosso quel ricordo e ora che le era tornato davanti agli occhi, la sensazione che qualcosa di fondamentale le stesse sfuggendo le assalì di nuovo la gola. Avrebbe voluto interrogarlo, chiedergli spiegazioni, ma nemmeno lei sapeva esattamente che domande porre.
"Ma ti vuoi muovere?".
La sensazione si dissolse e con un sospiro si incamminò per raggiungerlo. Avrebbe voluto chiedergli di rallentare, riusciva a stento a star dietro alle sue falcate, ma preferì tacere per timore che potesse deriderla. Non seppe dire quanti passi fece prima di schiarirsi la voce e trovare il coraggio.
"Gra…", inspirò e deglutì. "Grazie", si costrinse a mormorare con la testa voltata altrove.
Lì per lì, Ranma non parve averla udita o forse fece finta di nulla.
"Per cosa?".
La domanda la spiazzò. Si voltò a guardarlo, ma la sua espressione concentrata non era mutata.
"Per… per quel che hai appena fatto".
"E…?".
E…? E cosa?
Oh sì, che stupida. Sospirò abbassando lo sguardo.
"E per non avermi legato i polsi".
Bene, si era appena umiliata con le sue stesse mani.
"E…?".
Che altro c'era ancora? Ma certo, voleva farle ammettere la sua inferiorità.
"E per avermi salvata dal demone".
"E…?".
Le crepe sulla sua maschera erano appena diventati dei crepacci. Chiuse gli occhi e strinse i pugni.
"E per avermi salvata dalle fiamme, a Gero".
Lo vide annuire, sovrappensiero ma evidentemente soddisfatto.
"Davvero ti saresti immolata per salvare quella donna?".
Akane si fermò, a bocca aperta.
"Perché mi fai una domanda tanto ovvia? Non hai messo in gioco anche tu la vita per salvarla?".
Anche il ronin si era fermato, ma le dava le spalle.
"Hai rischiato molto per fuggire, hai affrontato ostacoli e pericoli, perché gettare tutto al vento per salvare qualcuno che nemmeno conoscevi?".
Lo raggiunse, gli afferrò un braccio e lo costrinse a guardarla.
"Davvero devo rispondere? Tu perché l'hai salvata? Per ricavarne qualcosa?".
L'acqua prese fuoco. L'acqua nei suoi occhi.
"Non sono ancora arrivato a simili bassezze!".
"Allora l'abbiamo fatto per lo stesso motivo!", gli urlò di rimando. "Perché era giusto".
La osservò, facendo scorrere quei pugnali di ghiaccio sul suo viso, come se osservasse un animale raro. E scavando nelle sue iridi, di nuovo alla ricerca di qualcosa.
Fu Akane a incamminarsi, stavolta. Non voleva sostare un momento di più sulla soglia di quegli occhi.
"Ebbene? Ti vuoi muovere? Guarda che non ti aspetto, ronin".
"Lo rifaresti?", le chiese quando le fu accanto. La sua voce era morbida ora, quasi calda.
"Altre mille volte", gli rispose tornando con la memoria allo sguardo di gratitudine di quella povera madre. "Come te", affermò tornado a osservarlo. "Forse sei ancora vivo, dopotutto".
Non udì più i suoi passi accanto a sé e si fermò, voltandosi indietro. Lui se ne stava immobile a guardarla, indeciso. Poi a grandi falcate la raggiunse e la superò.
Akane si ritrovò presto a corto di fiato per riuscire a stargli dietro. Voleva che le camminasse accanto, ma era del tutto incurante che ci riuscisse o meno. Di quel passo, se avessero continuato a salire, avrebbe finito per sputare un polmone.
"Vuoi far sapere anche a me… come mai non abbiamo… seguito il fiume…?".
Da qualche parte un uccellino cinguettò e si udì un frullio d'ali. Akane si guardò intorno, ma non scorse che rami scheletrici.
"Il fiume Hida è tortuoso, più a nord compie un'ampia ansa. Tagliando per il monte Gozen arriveremo prima a Takayama e nelle tue condizioni direi che è la cosa migliore".
"Sempre di essere… ancora… sul monte Gozen…".
Ranma grugnì risentito e Akane sperò, al di là del proprio tono sarcastico, che non si fossero persi davvero.
"È solo una montagnola, presto inizierà la discesa e alla fine ci imbatteremo di nuovo nel fiume".
Akane osservò il proprio respiro condensarsi e fuggire via.
"E che faremo? Rotoleremo giù… per scendere più in fretta?", chiese ironica.
"Non è una cattiva idea".
"Rotolerò ben prima… di arrivare a Takayama… se continui a camminare così…".
"Vuoi decorare la neve con una scia di…", si volse a guardarla con un ghigno, "…ciclomestruale?", scandì con un sorrisetto da calci sui denti.
Akane avvampò inorridita.
"Kamisama, smettila! Non voglio… svenire per la fatica! Non sono abituata… a scalare montagne… soprattutto a stomaco vuoto!".
"Ti stai lamentando, hime?", chiese caricando di disprezzo l'ultima parola. "Non eri una samurai avvezza a sopportare freddo, fame e un numero incalcolabile di altre avversità?".
"Sì, ma…".
"Un qualsiasi contadino al posto tuo se la saprebbe cavare meglio di te, senza armi, senza cibo e senza addestramento".
Con un ultimo sforzo Akane lo superò bloccandogli il passo.
"E va bene! Va bene…". Il dolore al petto la costrinse a chiudere gli occhi e a deglutire, ma servì a ben poco. "Vuoi che lo ammetta… non è così? D'accordo!", si arrese prendendo un profondo respiro. "Ho bisogno… del tuo aiuto…".
Non poteva crederci. Voleva sprofondare, ma non sotto la neve. Sotto terra.
"Io non… sono in grado di orientarmi… né di procurarmi il cibo… nemmeno di accendere un fuoco…".
"E non capisci una parola di quel che dicono i villici".
Abbassò il capo continuando a respirare ad ampie boccate, mentre le tempie minacciavano di scoppiare. Deglutì ancora.
"Sono una sprovveduta… Ho creduto di potermela cavare solo perché ho avuto… un maestro come Happosai…".
Scosse la testa per scacciar via ancora una volta i tentacoli del demone dalla mente.
"E se pensi che ti sarebbe andata meglio seguire le strade battute o il fiume, piuttosto che inoltrati nei boschi, aspetta di vedere come gli esseri umani riescono a rivaleggiare con demoni e fantasmi".
Akane rialzò lo sguardo, incerta se chiedere lumi o preferire restare nell'ignoranza.
"Non temere, ti renderai conto presto di cosa sto parlando".
"So bene di cosa stai parlando. Sulla strada per Gero ho dovuto affrontare dei briganti che…".
"Quello non è niente. E comunque tu non ne hai ucciso nemmeno uno".
Lo guardò trasecolata.
"Come puoi affermare...?".
"Proprio perché Happosai è stato il tuo maestro. Se non ti avesse reputata in grado di seguire i suoi precetti, non avrebbe perso nemmeno un giorno con te".
"Ma potrei essere stata comunque costretta a ucciderli", affermò incrociando le braccia al petto.
"Potresti. Ma conosco bene i condizionamenti di Happosai: avresti potuto uccidere anche me, alla locanda, se solo l'avessi voluto".
Akane gli diede le spalle.
"Di che stai parlando?".
"Eri a cavalcioni su di me, te ne sei scordata? Potevi trafiggermi la gola con la wakizashi, ma quando te ne ho dato l'occasione non l'hai fatto".
Akane trattenne il respiro. Sì, che lo ricordava. E le andava in fiamme il viso se ripensava a...
"Non te la caverai mai in questo mondo, se non impari a uccidere".
Annaspò, incredula e furente. E poi iniziò a scuotere la testa senza nemmeno rendersene conto e a indietreggiare, mentre si volgeva per guardarlo dritto negli occhi.
"No. Mai. Mai!".
"Allora tanto vale che torni nel tuo bel castello".
"Non farò nemmeno questo!", urlò stringendosi maggiormente le braccia attorno al corpo e continuando ad arretrare. "E non toglierò mai la vita, a nessuno!".
"Nemmeno a me?", chiese il ronin avanzando verso di lei un passo dopo l'altro. Sembrava un gatto che ha puntato un insetto. "Ti sto riportando nel buco dorato da dove sei scappata, o fai finta di non pensarci?".
"Io… troverò il modo per evitarlo".
Ranma sfoggiò un sorriso sprezzante, ormai poteva allungare un braccio e afferrarla. Akane fece un altro passo indietro.
"E come? Non guardi nemmeno dove metti i piedi".
Si bloccò. La pietra sotto il piede destro era instabile.
Ranma si protese come a voler osservare qualcosa dietro di lei e Akane non resistette alla tentazione: si volse appena, per lanciare un'occhiata fugace alle sue spalle, e una spinta le fece perdere l'equilibrio inducendola a protendere le braccia verso quel grandissimo bastardo, mentre precipitava all'indietro risucchiando aria.
L'istante successivo un braccio di Ranma le sosteneva la schiena, l'altro l'incavo delle ginocchia, mentre sorvolavano il crepaccio in cui aveva rischiato di finire inghiottita.
"Te l'avevo detto che presto sarebbe iniziata la discesa".
Guardò, senza riuscire a crederci, il ghigno che si allargava sulla faccia divertita del ronin, poi la voragine sotto di loro, quindi di nuovo quel sorrisetto che avrebbe voluto cancellare a suon di bastonate. E da brava stupida gli stava pure cingendo il collo con le braccia.
"Mi hai spinta… mi hai dato una spinta!".
"Dunque… cos'era che volevi fare?".
"Ammazzarti! Lasciami andare!", inveì iniziando a scalciare le gambe e a colpirlo a suon di pugni. "Lasciami andare, maledetto, lasciami!".
"Come tu ordini, bakahime".
Akane sprofondò nella neve con tutte le natiche, mentre Ranma la scavalcava lasciandosela alle spalle.
Ormai non sapeva se essere più furibonda, indignata, esausta o affamata. Quel mangiacani con la treccia al vento la stava lasciando lì scendendo il pendio rapido come un refolo di vento, mentre lei non riusciva nemmeno a rimettersi in piedi. E l'aveva pure ingiuriata!
"Bakamono! Scappi?! Appena ti raggiungo ti disarticolo tutte le ossa!".
Quando si rialzò, la neve le arrivava a metà polpaccio e per quanto si sforzasse, a ogni falcata i tabi si inzuppavano sempre più, mentre il ronin sembrava appena sfiorare il manto nevoso, che gli dèi lo fulminassero ove si trovava. E poi il declivio era tale che se non stava in guardia rischiava di rotolare giù sul serio, fortuna che i radi alberi l'aiutavano a frenare la sua avanzata.
"È inutile che fai finta di non sentirmi, bakachin! Torna indietro se hai fegato!".
Stava diventando volgare ed era solo colpa di quel… quel…
Ranma incrociò le braccia al petto con un sospiro e voltandosi a guardare il macaco che tentava di scendere senza ammazzarsi, dovette trattenere un sonoro sghignazzo: Akane teneva le braccia ben distanziate dal corpo nello sforzo di mantenere l'equilibrio, mentre a gambe divaricate affrontava la discesa un passo da orango alla volta lanciando imprecazioni contro di lui, per poi dover frenare il proprio impeto appoggiandosi a un tronco dietro l'altro. Ranma non riuscì a impedirsi di portare una mano a reggere il mento nascondendo le labbra dietro due dita. Ma dove aveva imparato certe espressioni?
"Perché non scendi camminando di lato?".
"Cosa?", gridò lei.
"Ho detto: perché non…".
E poi la vide spalancare gli occhi e lanciare un urlo mentre roteava le braccia impazzita, finché non perse l'equilibrio e cadde all'indietro, scivolando sul nobile fondoschiena giù per il ripido pendio in un unico, lungo strillo. Stava per intervenire nel timore che si schiantasse contro un albero, quando una roccia le diede lo slancio per un volo che la indusse a gridare ancora più forte ma la fece atterrare seduta, il kimono sollevato fino alle cosce, la faccia stravolta.
"Niente di rotto?", le chiese piantandosi davanti a lei.
Akane sollevò lo sguardo allucinato e pian piano la sua risatina inconsulta mutò in una risata senza freni. Se ne stette lì, a tenersi la pancia con le lacrime agli occhi, finché non rotolò su un fianco. Era isterica? Uscita di senno? Che le prendeva?
"Stavi per diventare tutt'uno con un tronco, lo trovi divertente?".
"Kamisama, lo rifarei!", lo sorprese rialzandosi in piedi e asciugandosi l'angolo di un occhio. "Anche se me la sono vista brutta, è stato divertente", ammise ancora scossa dai sussulti.
"Lo rifaresti?".
"Oh sì, dovresti provarlo!".
Ranma guardò perplesso la lunga scia lasciata da Akane nella neve, guardò gli alberi che aveva schivato per un soffio, poi tornò a guardare lei, che ridacchiava come una bimbetta mentre si riassestava kimono e capelli.
"Sei ammattita?".
Akane si volse verso di lui, il sorriso che moriva dietro l'espressione sempre più truce.
"Il matto sei tu. E cafone. E mi hai anche spinta nel burrone!".
Ranma si scansò appena quando lei tentò di rompergli il naso con un pugno. E di colpirlo al fianco con un calcio rovesciato. E di frantumargli un ginocchio con la gamba tesa.
"Perché sprechi energie preziose? Sei intralciata dal kimono, debole, stanca e intirizzita. Non solo sei lenta, sei anche stupida".
Deviò con l'avambraccio il tentativo di colpirlo al collo ruotando al contempo lo stesso braccio per afferrare quello di Akane, torcerlo e costringerla ginocchia a terra.
"Non posso arrendermi. Desistere dalla lotta significa darmi per vinta!".
Tentò di nuovo di spezzargli le costole con un calcio dal basso verso l'alto. Ma Ranma le ghermì la gamba e la sollevò in aria come fosse una piuma. Akane si ritrovò a volare per la seconda volta e a lasciare un nuovo solco nella neve.
"E quindi che vuoi fare? Crollare esausta? Sei solo un fastidioso insetto che basta scacciare via con una mano".
La piattola raddrizzò le gambe e con un colpo di reni si ritrovò in piedi, ma con uno sgambetto la costrinse carponi. Akane slanciò la gamba destra per colpirlo al ventre, ma Ranma le agguantò la caviglia, la torse e la costrinse a rigirarsi sulla schiena.
"Voglio solo farti entrare in quella testa piena di spifferi che dovrai stare sempre all'erta con me, perché io non mi arrenderò mai, ronin".
Aveva ampi dubbi in proposito. La strada era lunga, ma la sua esperienza sulla tenacia degli esseri umani era ancora più lunga. Non mi arrenderò mai. Non dicevano tutti così?
Mollò la caviglia e sparì alla sua vita non appena l'impiastro cercò di colpirlo con l'altra gamba a un ginocchio. Si era stancato di schivare i suoi puerili tentativi e riprese a percorrere quella che ormai era diventata una lieve discesa fino al fiume. Akane, da tergo, continuava imperterrita nei suoi affondi, che lui parava svogliato con un braccio.
"Dovresti stare attenta a non scivolare di nuovo, invece di insistere".
"Prima o poi abbasserai la guardia e allora…".
Con un balzo Ranma si portò oltre le cime degli alberi, atterrando a diversi tan di distanza da lei e aspettando che lo raggiungesse mentre lo ricopriva di insulti. Quando gli arrivò a un passo, irata al punto da vederla quasi fumare rabbia, con un balzo Ranma si allontanò di nuovo di svariati tan. Akane imprecò, lo minacciò e appena lo raggiunse, Ranma la distanziò ancora una volta. Prima o poi si sarebbe stancata di arrancare. E alla fine si sarebbe arresa.
"So cosa stai cercando di fare, ma non accadrà mai!", gli urlò contro mentre sopraggiungeva a passo malfermo.
Cocciuta.
"Hai fame?".
"Mi abbasserei a mangiare perfino carne, da quanto sono affamata…".
"Allora risparmia le forze finché non metti qualcosa sotto i denti, poi potrai anche continuare a tentare inutilmente di scalfirmi, se proprio non sai come sfogare la tua frustrazione".
Akane strinse denti e pugni, sembrava sull'orlo di eruttare lava.
"Dovresti ringraziare i kami di essermi utile, ronin, altrimenti…".
Con un nuovo balzo sorvolò le cime di diversi alberi, prima di arrivare fino al limitare del bosco, a una distanza da lei maggiore delle precedenti.
"Scappiiii?! Sai fare solo questo?".
Che sfrontata. Scuoteva la testa, Ranma, ma stava sorridendo a mezza bocca.
"Smettila di dire scemenze e sbrigati a uscire da quegli alberi!".
"Che hai detto?!".
"Sei anche sorda?", chiese incrociando le braccia al petto.
"Idiota! Non ti sento da qui! Ma visto che tu senti me, allora sappi che sei l'essere più immondo, più miserabile, più… più… abbietto che il karma abbia voluto che incontrassi! Ma come ho fatto a… ahm… Sei un kono yarou!".
Cominciò a ridacchiare, chiedendosi se fosse tutto riso del sacco di Happosai o quei ricercati complimenti li avesse captati nel suo girovagare.
"Che paroloni… che ti avevo detto sul risparmiare le forze?".
Arrivò trafelata e con gli occhi che lanciavano folgori.
"Il fiato per insultarti lo troverò sempre!".
"Conservalo per attraversare il fiume, piuttosto", le disse scostandosi di lato per permetterle di ammirare il panorama: il bosco si era interrotto di colpo e riprendeva solo a diversi tan di distanza.
"Dove sarebbe il fiume?", chiese Akane osservando la distesa azzurro pallido oltre la coltre di neve.
"È proprio davanti ai tuoi occhi".
Akane lo guardò di sottecchi, scettica, quindi fece qualche passo senza smettere di guardarsi intorno perplessa.
"Mi prendi in giro?", gli chiese infine voltandosi indignata.
Ranma la raggiunse e la superò, fermandosi solo quando mise il piede su una superficie traslucida.
"Ma quello… cammineremo su uno strato di ghiaccio?". Gli si era affiancata a occhi sgranati, incurante di manifestare il proprio timore.
"Tu camminerai sul ghiaccio. Attenta a non scivolare", le ghignò prima di guadagnare l'altra sponda con un lungo, poderoso salto. Quando si volse a guardarla, lei aveva la bocca spalancata nella più totale incredulità.
"Come puoi pretendere che cammini qui sopra?!", urlò a pieni polmoni. "Potrebbe essere sottile e rompersi!".
Non farmici sperare…
Ranma si portò teatralmente una mano dietro l'orecchio.
"Come dici?".
La faccia della scimmietta virò dal pallido al porpora e al violaceo nell'arco di un battito di ciglia. Strinse i pugni e batté più volte un piede a terra, annaspando e farfugliando improperi che Ranma non riuscì a distinguere, ma tanto bastava la sua espressione omicida a divertirlo: era talmente fuori di sé dalla collera, che se non stava attenta correva davvero il rischio di incrinare la lastra di ghiaccio.
"Lo sai cosa sei tuuuu?!".
"Perché non vieni qui a dirmelo?".
"Ti odioooo!", gridò mettendo un piede sul fiume immobile. "E te li farò scontare uno a uno tutti i tuoi affronti!". Vi poggiò anche l'altro e come tentò un passo in avanti finì gambe all'aria sbattendo la schiena sulla superficie solida. Immaginò che il fiato si fosse mozzato dal dolore e represse l'istinto di andare a controllare.
Akane si sollevò su un gomito, la faccia sfigurata dalla sofferenza. Poi, a labbra serrate, poggiò le mani sul ghiaccio e tentò di issarsi in piedi. Tenendo le ginocchia piegate e le braccia distanziate dal corpo, riuscì in qualche modo a mantenersi in equilibrio e prese ad avanzare scivolando sul ghiaccio un piede alla volta.
Ranma quasi non si accorse che aveva iniziato a fioccare. Osservava Akane che avanzava verso di lui con estrema cautela senza mai staccare gli occhi dalla lastra gelata sotto di sé.
"Vedo… vedo scorrere il fiume, in alcuni tratti!".
"Stanne alla larga! Il ghiaccio è più sottile lì!".
La guardò spostarsi disegnando una sorta di cerchio sbilenco coi sandali di paglia. Stava poco a poco acquistando sicurezza, ma non al punto da guadagnare la statura eretta e difatti fu costretta a poggiare le mani al suolo per non cadere di nuovo, le gambe che tremavano.
Forse come lezione poteva bastare.
"Non muoverti, vengo a prenderti!".
"Resta dove sei, ronin! Ce la faccio benissimo!".
"Non dire scemenze!".
"Resta lì, ho detto!", insisté staccando le mani dal ghiaccio e ricominciando ad avanzare. "Non ho bisogno del tuo aiuto!", affermò caparbia oscillando come uno stelo d'erba.
Stava per risponderle a tono, quando Akane iniziò a sorridere.
"Ce la posso fare! Ce la faccio!".
Ridacchiava come una bimbetta mentre filava incerta sul ghiaccio davanti a lui. Ogni tanto rischiava di cadere in avanti o indietro, ma roteando le braccia riusciva a non finire col sedere per terra.
Lo trovava divertente. Lui stava cercando di impartirle una lezione di umiltà e lei lo trovava divertente.
"Ora basta, vieni qui!".
"Vieni tu, piuttosto!", lo sfidò allontanandosi dalla riva.
Ranma le atterrò alle spalle e nel voltarsi sorpresa verso di lui, Akane perse l'equilibrio e finì di nuovo lunga distesa.
E rise. Rise accogliendo a braccia aperte la neve che cadeva. Rise cercando di rimettersi in piedi, ma più i sandali slittavano sul ghiaccio, più lei rideva.
"Ma che ti prende? Vuoi congelare qui? Avanti, dammi la mano", le ordinò allungandole un braccio.
"Non riesco a fermarmi, mi fa male ovunque…", cercò di dire tra una risata e l'altra ruotando su un fianco. "Dovresti provare, sai? A camminare, dico. Da quanto non cammini, invece di sfiorare appena la terra?".
Ranma ritrasse il braccio.
Camminare…? Che accidenti stava farfugliando? Lui non aveva mai smesso di…
"Oh, dovresti vedere la tua faccia in questo momento!".
Lui avrebbe finito per ammazzare lei, altroché. Fino a pochi istanti prima quella sciagura su due gambe l'aveva coperto di insulti tentando in ogni modo di spezzargli le ossa, ora era in preda all'ilarità e diceva sciocchezze. Doveva tirarla via da lì, il freddo la stava indebolendo troppo e probabilmente stava compromettendo il suo raziocinio. Ma Akane era riuscita a mettersi carponi. E le risate morirono.
"Dèi del cielo… gua… guarda!".
Ranma le si accostò e la vide anche lui. La bambina sotto la superficie doveva avere sei o sette anni, la pelle diafana e gli occhi come biglie di vetro. Era rimasta incastrata nel ghiaccio, mentre la corrente la trascinava via dal villaggio che evidentemente l'aveva lasciata morire di fame. E ora li fissava a bocca aperta, come se la morte se la fosse portata via all'improvviso e non poco alla volta.
Ranma spostò lo sguardo su Akane, che annaspava senza riuscire a distogliere il suo dal cadavere, mentre le braccia avevano preso a tremare.
"Mi sta… mi sta guardando…".
"Sapevi che queste cose accadono".
Lei si volse come se avesse udito un rumore molesto e cercasse di capirne la fonte. Aveva le lacrime agli occhi e l'espressione incredula di chi, a certi racconti, non vuole prestar fede fino in fondo.
Cercò di replicare, forse, ma alla fine chinò il capo e mormorò tra i singhiozzi un kamisama che a stento Ranma udì. Si chinò ad afferrarle un braccio e la costrinse a rialzarsi, ma lei non cessava di sussultare e alla fine si premette una mano dopo l'altra sulla bocca. Ranma le mise allora un braccio dietro la schiena, l'altro nell'incavo delle gambe e con un balzo la portò sull'altra sponda del fiume.
"Ora basta, piantala di frignare", le ordinò lasciando che si rimettesse in piedi. Ma la mocciosa non smetteva di fissare il punto da cui l'aveva distolta e Ranma fu tentato di dirle che l'incubo sul demone che aveva tentato di ucciderla sarebbe stato niente a confronto di quelli che sarebbero venuti. "Guardami", le disse afferrandole una spalla e la faccia per costringerla a voltarsi verso di lui. "Guardami!".
"Io… non…".
"Lo so, ma questa è la realtà. Probabilmente non sarà il primo che incontreremo, quindi ti conviene abituarti all'idea in fretta: sulle montagne la vita è molto dura, si muore facilmente di fame se il raccolto è stato scarso e i primi a rimetterci la pelle in una comunità sono i membri sacrificabili. Quando non c'è cibo per tutti, la scelta è una sola, comprendi?".
"È orribile…".
"Certo che lo è, ma alla maggior parte dei feudatari non gliene frega niente della sorte dei loro contadini".
Con uno strattone Akane si liberò della sua presa e allontanò lo sguardo dal suo, incrociando le braccia al petto per afferrarsi le spalle. Il nobile Tendo doveva appartenere a quella risma di daimyo.
"Il viso di quella povera bambina… se non fosse stato per gli occhi, sembrava implorare aiuto".
E l'avrà fatto, pensò Ranma. Avrà implorato la madre di sfamarla fino a non avere più la forza di aprire bocca, senza sapere che il padre ne aveva già deciso la sorte. In tempi in cui la fame è tale da spingere a strappare il cibo di bocca ai propri figli, una femmina è semplicemente un fardello di cui liberarsi in fretta.
"È libera da ogni sofferenza, ora. Andiamo".
Non seppe dire quanto camminarono, forse cinque o sei ore a giudicare dalla posizione del sole nel cielo, ma lei era ancora lì, sul fiume ghiacciato, faccia a faccia con la bambina dagli occhi perlacei e le labbra viola. Non riusciva a togliersi dalla mente quell'espressione come di atroce sorpresa. Era ridicolo, eppure non c'era nulla da fare: la immaginava malata o semplicemente affamata, chissà da quanto non mangiava, sotto il kimono costellato di macchie scure le era apparsa pelle e ossa. I genitori l'avevano abbandonata a se stessa?
Si strinse nelle spalle. Basta, doveva cacciarla via dalla testa e l'unico modo era concentrarsi su altro, così avrebbe continuato a ignorare i morsi della fame e la stanchezza che rendevano sempre più lenti e pesanti i suoi passi. Ma a cosa pensare per distogliere l'attenzione? Le zanne del demone si pararono davanti agli occhi e Akane scosse la testa: di male in peggio. No, non doveva lasciare che la mente vagasse libera, andava incanalata su un sentiero delimitato da alte mura. Perché stava seguendo il ronin? Perché aveva bisogno di lui, per il momento. Ma a che scopo? Raggiungere e liberare Kasu…
Urtò qualcosa col naso e se lo massaggiò, mentre percorreva con lo sguardo la schiena di Ranma.
"Che succede?", chiese portandosi al suo fianco.
Col mento il ronin le indicò del fumo che in lontananza sbucava dagli alberi.
"Un villaggio, forse troveremo qualcosa da mettere sotto i denti. Perché mi sei venuta addosso? A che pensavi?".
Prima che potesse replicare, Ranma prese il lembo di una manica del suo happi e strappò una lunga striscia, se la pose sugli occhi e la annodò ben stretta dietro il capo.
"Temi potremmo avere dei problemi?".
"Non posso mostrare queste iridi a degli zotici superstiziosi, penseranno che un demone abbia preso possesso del mio corpo".
"Ma se non puoi vedere, come…".
"Usando l'Ajna Chakra, ovviamente, muoviamoci", ordinò incedendo a passo spedito verso il filo di fumo che danzava pigro verso il cielo.
Akane lo osservò con tanto d'occhi. Che aveva detto? Esisteva una tecnica così portentosa e il maestro non gliel'aveva insegnata? Ma per quale accidenti di motivo non…
Perché altrimenti saresti scappata molto tempo fa.
"Come funziona? In che consiste?", gli chiese raggiungendolo.
Ranma si bloccò, increspando la fronte come se la stesse scrutando.
"Happosai non ti ha mai parlato del terzo occhio?".
"No", confessò seccata mentre osservava le sue labbra. "Sul serio riesci a vedermi?".
"Certo che ti vedo, ma con gli occhi della mente".
"E cosa sto facendo in questo momento?".
"Stai puntando indice e medio contro la mia gola".
Quasi le cadde la mascella mentre ritraeva la mano.
"Insegnami!", disse di slancio. "Insegnami a vedere col terzo occhio e…".
Non dirlo! Non lo dire!
"…e a volare!".
Ranma reclinò la testa "guardandola" come se lei ne avesse due.
"Volare?! Sul serio stai chiedendo proprio a me una cosa del genere?".
Kamisama, che stupida. Sapeva quale sarebbe stata la sua risposta e che così avrebbe accresciuto la sua umiliazione, perché non se n'era stata zitta?
"Io… non ho mai dimenticato quando dieci anni fa…".
"Non me ne importa niente, anche perché non è cambiato niente".
"Ti prego, è tutta la vita che aspetto di…".
"Aspetta e spera", la liquidò il ronin sprezzante mentre riprendeva a camminare.
Dannazione. Era stata troppo precipitosa, finendo per sminuirsi di fronte alla feccia dei samurai. Come aveva potuto abbassarsi a chiedergli in maniera diretta di farle da maestro? Che razza di baka, di… di...
Oh, maledizione!
Lo raggiunse e lo superò, camminando all'indietro.
"Giuro sul mio onore che se mi insegnerai non tenterò di fuggire, mai!".
"Ne sono certo".
"Se fuggissi non saresti più in grado di ritrovarmi?".
"Ovvio che sì".
"Allora insegnami, non hai motivo di…".
"No".
"Perché?".
"Non ho mai avuto allievi in vita mia. E non sarai certo tu la prima".
"Ti ripagherò".
Ranma si fermò e lei fece altrettanto, mentre una cornacchia gracchiava da qualche parte.
"Tu… mi ripagherai?", scandì il ronin. Le si avvicinò, le mani appoggiate sulle anche, fino a respirarle addosso, ma lei non indietreggiò anche se il calore che la investiva era quasi rovente. "E come pensi di ripagarmi?", le chiese col tono carezzevole che nasconde la scudisciata.
Akane deglutì. Le labbra di Ranma avevano assunto una piega dura e al contrario di lei, che aveva distolto lo sguardo, sentiva che lui la stava studiando a dispetto della benda sugli occhi. Era davvero paradossale. E troppo vicino.
"Potrei…", doveva cercare in fretta una risposta, ma non l'avrebbe mai trovata nella neve accumulata. "Potrei cucinare per te!".
Ranma inclinò la testa di lato e un istante dopo scoppiò a ridere.
"Tu… tu sapresti cucinare?!".
"Sì! O meglio… ho visto come si fa", affermò con piglio deciso.
Il ronin rise ancora più forte e stavolta la tentazione di rifilargli un calcio sui denti era quasi impellente.
"Scommetto che non riusciresti nemmeno a bollire l'acqua. E comunque come servigio è troppo misero. Non hai un soldo, mocciosa, né altro che possa interessarmi…", affermò esaminandola distrattamente dalla testa ai piedi.
"Me l'hai già detto", replicò Akane a denti stretti.
"Ti dispiace?".
"Affatto, anzi, sono sollevata di non risvegliare alcun interesse in uno come…".
"Sopra ogni cosa, però, non hai dato prova finora che valga la pena insegnarti alcunché: sei rimasta la bimbetta arrogante e facile preda della rabbia di dieci anni fa. Per cui, penso che ti lascerò marcire in una stanzetta a soffrire per tutto il tempo in cui avrai le tue perdite".
"Che vuoi dire?".
Ranma volse il profilo verso il cielo limpido.
"Pensavo di insegnarti qualche trucchetto per alleviare il dolore…".
Akane chinò la testa e si morse il labbro.
"…ma non so se vali il disturbo. Dipende solo da te, ragazzina".
Aveva sbagliato tutto. Kami del cielo, aveva proprio sbagliato tutto. Si era ripromessa di conquistarsi la sua fiducia, invece non aveva fatto altro che insultarlo, sfidarlo e minacciarlo. Certo, il ronin aveva compreso che lei era una che non si dava mai per vinta, ma cosa aveva ottenuto? Non certo il suo rispetto, anzi. E ora stava perdendo l'opportunità di imparare. Forse si sarebbe limitato a insegnarle solo qualche metodo curativo, ma forse, se lei avesse dimostrato di essere un'allieva degna, si sarebbe spinto sempre più in là.
Dipende solo da te, ragazzina.
Avrebbe dovuto umiliarsi e solo gli dèi sapevano cosa il maledetto si sarebbe inventato per mortificarla, ma pian piano, partendo da piccole cose, avrebbe potuto apprendere sempre di più, forse arrivare perfino alla tecnica che aspirava a padroneggiare. Si trattava di ingoiare un rospo grande quanto un castello, ma poteva farcela. Poi, certo, gliel'avrebbe fatto ingoiare a lui. Insieme a un riccio di mare con tutti gli aculei.
Quando rialzò il capo, Ranma non c'era più. Si volse e lo vide spezzare un ramo da un albero, staccare i ramoscelli e inoltrarsi fra i tronchi spogli verso il villaggio usandolo a mo' di bastone. Lo raggiunse e non disse più una parola. Non avrebbe più avanzato richieste, né avrebbe più commesso l'errore di far cenno alle tecniche che le erano state precluse, finché non avesse convito il ronin che era meritevole di apprenderle. Ma sopra ogni cosa, avrebbe cercato di contenere la sua indignazione, mantenere la calma ed essere paziente per capire come far breccia in quel dannato muro che lui aveva eretto tutt'attorno a sé.
No, non nel muro. Certi bastioni vanno erosi alle fondamenta.
Quando superarono l'ultimo albero, si pararono davanti a loro sette uomini ben piazzati, armati di falci e pugnali, dietro i quali si stagliava uno sparuto gruppo di capanne e alcune intelaiature di fortuna su cui erano stese delle pellicce. Avrebbero potuto avere trent'anni come cinquanta, difficile dirlo: avevano la faccia consumata dalle avversità, chi più chi meno.
Cacciatori di pelli. E ho la sensazione che non siano solo in sette…
Con la coda dell'occhio, Akane vide Ranma volgere appena il capo a destra e a sinistra, come in ascolto di qualcosa, quindi tornò a prestare attenzione ai montanari, che ora stavano guardando lei. Non capì una parola di quel che Ranma disse, ma da come accennò col bastone alla montagna che si erano lasciati alle spalle, comprese che stava cercando di far capire loro che aveva sconfitto il demone che la infestava e chiedeva – ma dal tono era il caso di dire che pretendeva – qualcosa da mangiare.
Nessuno degli uomini abbassò le armi. Quello al centro cominciò anzi a sbraitare avanzando di qualche passo e indicando lei col mento. Si stava mettendo male. Akane sospirò e nonostante le proteste dello stomaco e la stanchezza nelle gambe, prese a raccogliere i lembi del kimono per fissarli nell'obi stretto in vita. Il ronin sembrava invece interessato a una capanna in particolare e si rivolse di nuovo al "capo" del gruppo. Quello abbaiò più di prima e anche gli altri presero ad avanzare. Ranma sorrise e gettò via il bastone.
"Occupati di quelli nascosti dietro gli alberi. A questi non gliene frega niente se il demone è morto, vogliono te e scuoiare me", disse nell'esatto istante in cui il capobanda gli lanciò il pugnale dritto in faccia e Ranma lo afferrò con due dita per la punta rilanciandoglielo indietro. La lama si conficcò nella fronte per quasi tutta la lunghezza facendo crollare la montagna di lardo a terra.
Akane non prestò attenzione agli altri sei che si lanciarono all'unisono contro di loro: ora che aveva le gambe libere, si gettò contro il cacciatore emerso dietro un tronco alla sua sinistra. Sapeva di averne un altro che sopraggiungeva da destra, ma ora doveva pensare a disarmare quello più vicino, che correva brandendo quello che sembrava un tanto: doveva avere la sua età, forse meno. Appena la vide correre a sua volta verso di lui, rallentò sorpreso e tentò di calare il pugnale su di lei, ma Akane parò il braccio armato col proprio e gli ghermì al contempo il polso, mentre lo colpiva alla gola con due dita tese. Il ragazzo tossì con gli occhi fuori dalle orbite, mollò il tanto e lei lo lasciò ad accasciarsi sulle ginocchia nel vano tentativo di respirare. Gli diede allora la schiena per fronteggiare l'assalitore che sopraggiungeva: all'ultimo istante, con un salto all'indietro, si portò alle spalle del ragazzo agonizzante, mentre il secondo cacciatore calava il suo falcetto colpendo nell'impeto il compagno a una spalla fin quasi a staccargli l'arto. Il sangue schizzò imbrattando la faccia dell'uomo, mentre il ragazzo stramazzava a terra e Akane recuperava il tanto tagliando di netto il braccio al cacciatore. L'uomo urlò tenendosi il moncherino con l'altra mano, ma non desistette: quando lei fece per indietreggiare, con la mano rimasta quello estrasse la falce dal corpo del compagno e fece per lanciarglielo. Akane lo rese monco anche al braccio sano e con le orecchie che ronzavano rimase a guardare il bastardo che si trascinava lontano da lì.
Chiuse gli occhi solo per un istante per concentrarsi sul respiro affannato. Li riaprì e agitò un paio di volte il pugnale nell'aria per liberarlo dal sangue, quindi lo immerse nella neve e recuperò il fodero che il ragazzo aveva lasciato cadere più in là. Infilò il tanto nella cintura dietro la schiena – questo Ranma non gliel'avrebbe sottratto – e lasciò cadere i lembi del kimono sporco di sangue, per poi volgersi verso le capanne: i cacciatori giacevano a terra immersi in una poltiglia di neve e sangue. Di Ranma nessuna traccia.
Si avvicinò guardandosi intorno e chiamandolo, ma alla fine non poté fare a meno di posare gli occhi sulla devastazione: il ronin li aveva ammazzati tutti, chi sventrato dall'ombelico alla gola, chi privo della testa, chi tagliato quasi a metà. Distolse lo sguardo portandosi il dorso di una mano sotto il naso: il fetore degli intestini era nauseante. Aggirò il massacro e vide il ronin uscire da una capanna, la striscia di stoffa ancora sugli occhi, il suo happi intriso di sangue.
"Ma dove eri finita? Perché ci hai messo tanto?".
"Guarda che…".
"Vieni dentro", le ordinò.
Akane piombò nell'oscurità e appena gli occhi si abituarono un poco, vide sul fondo quattro sagome femminili con le mani legate dietro la schiena che gemevano e sussultavano.
"Da me non si fanno avvicinare, pensaci tu, io vado a cercare qualcosa da mangiare".
Akane fece qualche passo con cautela, ma quelle si ritrassero lo stesso in preda al terrore, un paio di loro emisero un grido. Cercò allora di parlare lentamente con un tono pacato e poco per volta, pur rendendosi conto che non capivano una parola di quel che diceva, si tranquillizzarono. Akane mostrò loro il tanto e indicò le corde che stringevano i polsi. La più anziana sembrò comprendere e fece un cenno affermativo con la testa. Akane recise una a una le funi, ma la più giovane aveva il viso tumefatto, le vesti lacere e lo sguardo perso nel vuoto.
"Ho trovato della carne secca. Fattela piacere perché non c'è altro".
Le donne si strinsero le une alle altre e Akane indietreggiò fino ad affiancarsi a Ranma. La benda era scomparsa.
"Cerca di usare un tono di voce più pacato, non vedi quanto sono spaventate?".
"Perché dovrei? Ce ne andiamo subito", le disse porgendole una striscia annerita di non voleva sapere cosa.
"Aspetta, voglio prima capire cos'è successo qui, potresti chiederglielo?".
"Per quale motivo? Non puoi far nulla per loro, lasciale perdere, in qualche modo se la caveranno", disse addentando un pezzo di carne e strappandolo a metà.
Stava per uscire, ma Akane lo trattenne per un braccio.
"Te lo chiedo per favore. Domanda loro cosa è accaduto".
Ranma smise di masticare e con un sospiro si rivolse alle donne. Una scoppiò in un pianto dirotto, un'altra cercò di consolarla, ma iniziò a piangere anche lei. La più giovane – forse sui quindici anni – continuava a fissare il nulla, mentre l'unica cui il tempo aveva iniziato a ingrigire i capelli si alzò in piedi e rispose in modo sempre più concitato.
"Che sta dicendo?".
"Questa donna si chiama Eiko e ci ringrazia. I bastardi là fuori sono arrivati tre giorni fa, hanno immobilizzato gli uomini e rinchiuso i bambini in un'altra capanna. Sotto la minaccia di ammazzarli se si fossero ribellate, le hanno violentate costringendo i mariti a guardare, poi li hanno sgozzati. Credo si siano accaniti su quella più giovane, l'unica che avrà opposto resistenza".
Akane serrò le ciglia, maledicendo se stessa per non aver tagliato ben altro che le mani a quel miserabile col falcetto.
"Che altro c'è?".
"Chiede dove sono i bambini".
"Che aspetti a risponderle?".
Ranma sembrò soppesare le sue parole e poi, mani sui fianchi, disse qualcosa rivolto alle donne. Tre di loro si guardarono attonite le une con le altre, finché esplosero una dopo l'altra in urla strazianti, gettandosi a terra e strappandosi i capelli.
"Ma che gli hai detto?".
Ranma inarcò il collo fino a raggiungere le falde del tetto con lo sguardo.
"Che non c'è nessuno nelle capanne".
"Sono vuote? E dove li avrebbero portati?".
La guardò così a lungo che temette di restare trafitta. Akane spalancò gli occhi e per un istante che le sembrò eterno il mondo vacillò.
"La bambina sotto il ghiaccio… le macchie sul suo abito…".
"Non mi stupirei se avessero abusato anche di lei, prima di annegarla".
"No…", mormorò scuotendo la testa.
Ranma si rivolse ancora alle poverette e alla fine indicò loro un punto sul dorso della mano simulando di premerlo. Si erano di colpo calmate ed erano tutte attente, ora, perfino la più giovane mostrò un tiepido interesse. Di qualunque cosa si trattasse, sperò solo che avrebbe alleviato la loro sofferenza. La sua era appena iniziata.
"No!", urlò uscendo fuori, una mano premuta sul petto.
Aveva bisogno d'aria, di respirare a pieni polmoni, ma nonostante le boccate le sembrava di soffocare. Poi arrivò alle narici il tanfo delle viscere e degli escrementi e fu sopraffatta dai conati. Si inginocchiò e vomitò bile, perché altro nello stomaco non aveva, mentre nella capanna erano ricominciati i lamenti.
"Se hai finito, alzati che ce ne andiamo".
Invece lei si accasciò sulle ginocchia. Avrebbe voluto crollare in un sonno profondo, ma gli angoli degli occhi pungevano.
"Non possiamo… far altro per…".
"Ciò che potevamo fare l'abbiamo già fatto, sono libere".
Il ronin le porse la mano. Lei la osservò per un istante, quindi sollevò il viso per guardarlo in faccia.
Un giorno non ci farai più caso, dicevano i suoi occhi. Un giorno niente di tutto ciò sarà più in grado di toccarti.
Akane distolse lo sguardo e si rimise in piedi da sola.
"Mangia, adesso. Non mi importa se non sei abituata a mangiare carne, d'ora in avanti lo farai se non vuoi morire di fame".
Guardò disgustata la striscia essiccata di chissà quale animale che lui le porgeva. La afferrò con stizza, chiuse gli occhi e se la ficcò in bocca.
"Mastica lentamente".
Akane gli strappò di mano un altro pezzo di carne e se lo infilò in bocca senza aver nemmeno ingoiato il primo.
Ranma scosse la testa e si incamminò. Lei lo seguì, mentre una lacrima caracollava fino al mento.
Takayama era bellissima e irreale.
Non sembrava di essere giunti in una città nel cuore delle montagne, ma in una ridente cittadina della costa. Si approssimava il crepuscolo eppure la strada principale era già illuminata da miriadi di lanterne colorate appese alle tettoie delle case a due piani, così attaccate l'una all'altra da creare quasi un muro continuo. La neve era stata spalata lungo i bordi per permettere ai tanti che affollavano la via – samurai, servitori, cortigiane, commercianti, tavernieri, ubriachi – di percorrerla agevolmente. I boschi erano lontani, lì. E così il fiume Hida, il villaggio dei cacciatori, l'onsen fantasma. Tutto si era fatto remoto, in mezzo alle chiacchiere e alle risate che riempivano l'aria, tanto da poter anche credere di esserselo sognato. E ora tutto ciò che Akane desiderava era un bagno caldo, mangiare qualcosa di decente e coricarsi.
Ma forse non avrebbe ottenuto niente di tutto ciò.
Non avevano fatto che pochi passi quando la gente iniziò ad ammutolire e a scansarsi al loro passaggio, squadrandoli da capo a piedi con un misto di timore e repulsione. I loro vestiti macchiati di sangue emanavano il fetore della morte e di certo nessuno del posto si aspettava che qualcuno potesse arrivare in città in pieno inverno, per di più al tramonto.
(Chi vive in mezzo ai monti vede in ogni forestiero un demone camuffato, specie quando la neve rende impraticabili i sentieri e isola i villaggi)
Specie quando il forestiero aveva un volto inconsueto come il suo. O le iridi acciaio di Ranma. O gli camminava stupidamente di fianco anziché tre passi dietro di lui. Forse era ancora in tempo per rimediare, ma la folla che rumoreggiava sempre più iniziava a innervosirla. Le donne pian piano indietreggiarono per lasciare il posto a uomini armati di katana, che presero a stringersi attorno a loro e a seguirli, la mano sinistra posata o addirittura già serrata sul manico della spada.
Akane lanciò un'occhiata al ronin per capire le sue intenzioni, ma le pozze traslucide dei suoi occhi la raggelarono. Ranma tagliava a metà le persone con lo sguardo prima ancora che con la lama. La smorfia di disgusto con cui osservava ciò che lo circondava non era che il riflesso del ribrezzo che fioriva sul viso altrui al suo passaggio. Avversione era ciò che riceveva dagli occhi che si soffermavano sulla sua figura, forse per quel suo modo arrogante di incedere a dispetto dei vestiti malridotti che indossava, forse perché era come se portasse marchiato sulla fronte il nome del suo mestiere. E tuttavia camminava col passo pesante di chi vuole indurre gli altri a scansarsi, come un lupo cacciato dal branco che cerca di passarvi attraverso senza essere morso, mostrando le zanne con l'intenzione di attaccare se fosse stato attaccato. Le sue zanne erano le mani che teneva contratte ad artiglio, erano gli occhi guardinghi che saettavano senza posa in tutte le direzioni, disprezzando con la stessa intensità con cui era disprezzato.
Qualcuno lanciò quello che le parve un ordine imperioso e davanti a loro si aprì di colpo un varco: quattro samurai troneggiavano a una decina di passi fronteggiandoli col piglio incrollabile di chi è pronto a morire. Tenevano il fodero con la sinistra, ma col pollice premuto sulla tsuba erano pronti a estrarre la katana.
Era evidente che quelli erano samurai al servizio del daimyo locale ed erano venuti a indagare. Ma Ranma, pur immobile e apparentemente indifferente, aveva le mani chiuse a pugno e i muscoli delle braccia contratti. Qualunque cosa quegli uomini avessero detto, non era tipo da sprecare una risposta, quando poteva liquidarli passandoli da parte a parte. Ed era ciò che stava per fare.
"Traduci tutto quel che dirò", bisbigliò al ronin portandosi a testa alta di fronte a lui.
"Che diamine vuoi fare?".
"Sono la nobile Tendo Akane e chiedo di vedere il vostro signore!".
La folla, che s'era zittita, esplose in un coro di voci concitate tutt'attorno a loro e perfino i samurai si scambiarono occhiate sbigottite. Se la sua faccia non fosse bastata, non aveva dubbi che il suo idioma e il suo accento avrebbero connotato il suo lignaggio ai loro occhi.
I quattro samurai si avvicinarono fino a portarsi a pochi passi da loro, ma uno solo si presentò con un inchino. Ranma disse che il suo nome era Abe Kagemori e chiedeva cosa fosse accaduto alla nobildonna perché viaggiasse in quel periodo dell'anno e senza scorta.
"Sono in viaggio per raggiungere mia sorella, la nobile Daichi Kasumi, ma la mia scorta è stata sterminata dall'atsuki che infestava un onsen abbandonato nei pressi di Gero. Solo questo youkaihanta, oltre me, è sopravvissuto: ha ucciso il demone e ora è la mia guardia del corpo".
Nel fare cenno alla professione di Ranma, la gente aveva fatto un passo indietro, di nuovo ammutolita: i cacciatori come lui erano temuti, ma da molti anche equiparati a volgari macellai e da lì a metterlo sullo stesso livello di un eta il passo poteva essere breve. I samurai tuttavia sembravano più sbalorditi dalla notizia che aveva recato.
"Il demone dell'onsen è davvero morto?", tradusse Ranma.
"Dubitate delle mie parole?".
"No, mia signora!", si affrettò a rispondere Abe con un inchino più profondo del precedente. "Il signore Uesugi sarà lieto di ospitarvi!".
Il signore Uesugi era un rospo dalla faccia butterata.
Ranma si era aspettato per tutto il tempo che da un momento all'altro tirasse fuori la lingua per afferrare una mosca al volo mettendosi a gracidare. Sempre meglio di quei maledetti convenevoli che si erano dilungati oltre misura mettendo a dura prova la sua pazienza.
Vista la posizione laterale che gli avevano rifilato, era stato già tanto per un sudicio ronin essere ammesso nella sala delle udienze, ma non prima di averlo ripulito da cima a fondo più volte. Ovviamente avevano provveduto a ripulire anche Akane, non sia mai che non fosse profumata abbastanza da appestare la stanza.
Ripensare alla serata appena trascorsa non era forse il modo migliore per addormentarsi, soprattutto nella posizione che si era costretto ad assumere, ma doveva essere certo che nessun dettaglio gli fosse sfuggito, visto quanti samurai avevano assistito all'incontro e quanti avevano osservato Akane fra lo sbalordito e il perplesso.
Il nobile rospo aveva chiesto alla piattola se era stata rifocillata in modo adeguato, se la temperatura dell'acqua del bagno fosse stata ottimale, se era soddisfatta del kimono ricamato che aveva ricevuto. Voleva essere glorificato per bocca della stessa nobile piaga, ma non aveva dimenticato l'educazione: volle sapere se il nobile Tendo godesse di ottima salute e cosa l'avesse spinta ad affrontare le montagne in quel periodo dell'anno: l'inverno era appena iniziato e il tempo sarebbe peggiorato sempre più.
Seppellita sotto il pesante broccato del kimono che la rendeva rigida neanche fosse stata pietrificata, Akane aveva ricevuto il posto d'onore davanti alla pedana del nobile rospo e Ranma, che poteva scorgere a mala pena il suo profilo, si era chiesto chi fosse davvero il cadavere fra loro due, in quel momento. Ora che era di nuovo nel suo ambiente, la scimmietta aveva riacquistato i modi, l'etichetta e l'ipocrisia di una dama di corte. Si era inchinata deferente, ma non al punto da toccare il tatami con la fronte, nel rispondere che non aveva mai mangiato meglio in vita sua, che l'acqua dell'ofuro aveva una temperatura perfetta, che il kimono che Uesugi le aveva donato era di una raffinatezza mai vista. Aveva quindi ringraziato il daimyo per la sua squisita ospitalità, comunicandogli che il nobile Tendo godeva di una salute eccellente. Nonostante il diverso accento, parlavano la stessa lingua: quella di chi ha in mano le sorti del paese, ma la usa per ingannare con la massima eleganza.
Detestava assistere a quei ridicoli teatrini in cui gli attori ostentavano la propria educazione scambiandosi studiati complimenti, sembrando tuttavia imbalsamati dal primo all'ultimo. Gli davano la nausea. Ma solo quando tutti i presenti avevano udito con quanta magnanimità il feudatario aveva soccorso una nobile sprovveduta, era iniziato il matsuri delle fandonie. Akane aveva ripetuto la storiella del viaggio intrapreso per raggiungere la sorella e poiché ne aveva immaginato le difficoltà, aveva richiesto i servigi di uno youkaihanta, solo grazie al quale era sopravvissuta all'attacco dell'atsuki dell'onsen abbandonato.
Ranma era rimasto sorpreso che Akane avesse sottolineato il salvataggio e l'uccisione del demone per mano sua, mentre non si era affatto stupito che Uesugi l'avesse ignorato deliberatamente: gli era già stato riferito ogni particolare e comunque non avrebbe concesso a un miserabile cacciatore nemmeno un'occhiata fugace, congratulandosi piuttosto con Akane per aver tolto di mezzo una così grande minaccia. E chiedendo subito dopo lo stato di salute della sorella maggiore.
Akane aveva esitato per un istante mostrando un crepa nell'espressione glaciale, quindi aveva risposto che Kasumi aveva perso il bambino che portava in grembo e ora correva pericolo di vita: per questo aveva mandato una missiva alla famiglia chiedendo di rivedere almeno una delle sue sorelle prima di morire. Ranma si era chiesto se fosse realmente una frottola. E se lo chiedeva ancora.
Fece scrocchiare il collo da un lato e dall'altro e spostò la katana dalla spalla destra alla sinistra: trascorrere la notte seduto in un corridoio gelido non era esattamente l'idea di riposo che si era immaginato entrando in quel castello, ma non poteva andarsene a dormire in un'altra ala del palazzo lasciando che a vegliare quella fusuma fossero due samurai del nobile dalla faccia ributtante: quell'otre rigonfio doveva certamente sapere che Akane era stata promessa in sposa a 'faccia da fesso' e poteva anche decidere di approfittarsene, magari sorprendendola in piena notte, così da costringere la famiglia a un matrimonio riparatore al solo fine di stringere un'alleanza con i Tendo. Non che Akane fosse facile da sottomettere, ma il daimyo poteva contare sull'effetto irruzione improvvisa e sull'aiuto delle guardie armate. Doveva averlo intuito anche Akane, se aveva richiesto espressamente la sua sola presenza fuori dalla porta. Corro forse pericolo?, aveva chiesto con un sorriso al nobile rospo, che si era affrettato a rispondere un imbarazzato Naturalmente no! Akane aveva chinato il capo. Allora non c'è motivo di incomodare i vostri samurai, la mia guardia del corpo è più che sufficiente. Potete tuttavia lasciare due bushi a un capo all'altro del corridoio, se lo ritenete opportuno. E con quella concessione si era ritirata con un inchino.
Ma poiché lui non aveva alcuna intenzione di rimanere all'erta per tutta la notte, aveva poi provveduto ad addormentare i due samurai e ora poteva avvertire nella testa il lento battito del loro cuore. Tuttavia, prima di chiudere gli occhi doveva valutare se fidarsi dei propositi di aiuto di questo Uesugi e accettare di restare un altro giorno – ufficialmente per educazione, in realtà per avere il tempo di far riposare Akane e fare rifornimento – oppure svignarsela prima che il sole sorgesse. Il rospo aveva offerto anche una scorta sino al castello della sorella di Akane e tutta questa generosità gli era parsa sospetta: dubitava intendesse davvero soltanto aiutare la nobile piantagrane, era probabile volesse qualcosa in cambio, subito o a tempo debito. E visto che la neve bloccava i passi montani, impedendo al daimyo per i prossimi mesi di inviare un messo ad avvertire il nobile Tendo che stava ospitando sua figlia, c'era davvero il rischio che Uesugi pretendesse che Akane si sdebitasse prima di ripartire. Sempre che la sua intenzione fosse davvero quella di lasciarla andare: magari stava pensando a un piano per liberarsi del pericoloso cacciatore di demoni. L'infetto, reietto, intoccabile cacciatore di oni. Colui per il quale daimyo come Uesugi erano scoregge di mosca che lottavano per disputarsi lo sterco. Per lui invece la terra non meritava più tanto affanno: non aveva nemmeno più bisogno di calpestarla per uccidere.
(Da quanto non cammini, invece di sfiorare appena la terra?)
Eccola di nuovo, la linguacciuta, che tornava a tormentarlo con le sue domande petulanti e fuori luogo. Camminare… Lasciare che il proprio peso gravasse sui piedi, che i piedi sprofondassero nella mota. Sentire di nuovo la sensazione della terra fredda e umida. Il gelo della neve penetrare nelle ossa. L'erba solleticare la pelle. Da quanto non lo faceva? Quando aveva smesso? Forse era anche per questo che…
L'anta della fusuma scivolò piano alle sue spalle.
Lo scatto dell'elsa, la katana che scivolava fuori dal fodero e Ranma si rese conto a mala pena che la lama stava sfiorando il collo di Akane. La piattola lo fissava a occhi sgranati senza osare respirare, ma l'espressione che aveva lui non doveva essere diversa.
"Sei impazzita?", sbuffò mentre rinfoderava l'arma. "Torna dentro e dormi".
Akane chiuse gli occhi lasciando andare il fiato trattenuto.
"Non ci riesco".
La fissò di sottecchi. L'aroma degli oli con cui avevano cosparso la sua chioma si mescolava alla fragranza che emanava la sua pelle, creando un connubio da far girare la
"Strano, sei in un ambiente a te familiare, mi sembrava fossi a tuo agio", commentò caustico tornando a fissare la parete di fronte a sé.
"Sono fuggita dall'unico ambiente a me familiare, o te ne sei scordato? Hai idea dello sforzo che ho dovuto fare affinché quella stupida recita apparisse plausibile? Hai idea di quanto pesi un kimono di quella fattura? Mi sembrava di sprofondare nel pavimento".
Ranma la squadrò da capo a ginocchia: si era seduta accanto a lui, mezza dentro la stanza e mezza nel corridoio, con una yukata grigia ben stretta in vita. No, non se ne era scordato, non proprio. Per un momento aveva temuto…
"Insomma che vuoi? Che prema il punto dietro il collo per farti addormentare?".
Akane esitò e non gli sfuggì il modo in cui strinse i pugni sulle ginocchia.
"Ecco, io… ho provato a premere il punto a lato del ginocchio che avevi premuto tu, ma senza grandi risultati. Puoi insegnarmi come alleviare quei dolori?".
Ecco un vero problema di cui si era dimenticato. Questa non ci voleva. Non potevano restare in quel castello nemmeno un giorno di più, o ci sarebbero rimasti una settimana.
"Non preferisci una lunga dormita?".
"Tu preferisci che ti dia noie nei prossimi giorni?".
"Andiamo dentro", disse Ranma alzandosi e chiudendo la fusuma alle sue spalle.
Akane sedette sul materasso di fronte a lui, la coperta scostata di lato. Accanto al letto, la grande lanterna di carta di riso, decorata con rami di pesco, rischiarava una stanza tutto sommato piccola, ma ben riscaldata dal braciere. Dietro il poggiatesta, il tanto che aveva sottratto a uno dei briganti.
"Dove ti fa male?".
"Mi duole il ventre, il dolore si propaga lungo la gamba destra fin quasi al ginocchio. Ho anche un po' di mal di testa", concluse col viso tirato per le stilettate che non dovevano darle tregua.
"Tipico. Apri la yukata".
Un po' titubante, Akane si alzò in piedi e iniziò a scostare i lembi della veste lunga fino alle caviglie.
"No, no, no. Apri tutta la vestaglia. E sdraiati".
Rimase bloccata con i bordi della yukata in mano a fissarlo come se le avesse appena chiesto di gettarsi dalla finestra.
"Ma… ma… indosso solo il perizoma!".
La sua ammissione così spontanea gli strappò quasi un sorriso.
"E allora? Vuoi che ti insegni o no?", incalzò sforzandosi di mantenere un tono seccato.
Akane tornò seduta, stringendo la yukata a sé più che poté.
"Sì, tuttavia… prima dimmi che intenzioni hai".
"Faccio prima a mostrartelo".
"Se me lo spiegassi, sarei più propensa a collaborare", insisté Akane con le labbra strette per il disappunto.
Ranma si alzò di scatto poggiando un ginocchio sul tatami e facendo saettare una mano tesa verso la sua gola. Lei lo fissò per un attimo confusa e intimorita, ma l'istante successivo si ritrovò con le gambe sollevate in aria dall'altra mano, che Ranma aveva fatto ruotare alle sue spalle tagliando l'aria stessa come una falce.
Akane atterrò sul materasso a bocca aperta e Ranma ve la tenne inchiodata con una mano premuta sopra lo sterno, mentre con l'altra le sfilava via la cintura. Lei gli artigliò il polso nel vano tentativo di scansarlo via e iniziò a scalciare le gambe in preda al panico.
"Ma cosa vuoi fa…?!".
Ranma la lasciò andare solo per afferrare i lembi della vestaglia e spalancarli all'altezza del ventre, mentre Akane con una mano li teneva stretti all'altezza del seno e con l'altra mirava rabbiosa alla sua faccia.
Le afferrò le dita che stavano per sfondargli la mascella e le strinse.
"Tienile tutte e quattro ben stese", ordinò poggiandole subito dopo sotto il suo ombelico, mentre incanalava il qi nell'indice dell'altra mano e lo premeva sul seika tanden appena sotto il mignolo di Akane.
La piaga ambulante boccheggiò sconcertata.
"Ma… tutto qui? Potevo farlo anche da so…".
Risucchiò l'aria indurendo i muscoli addominali e inarcando la schiena appena l'energia di Ranma si propagò attraverso il centro vitale.
"Certo che potevi farlo anche da sola, ma mi sarei privato del divertimento di vederti diventare paonazza per la vergogna".
Akane si sollevò sui gomiti, ogni sofferenza svanita, e lo guardò senza sapere nemmeno lei, forse, cosa desiderare di più, se squartarlo o crocefiggerlo.
"Disgraziatomaledetto!".
Ranma scoppiò a ridere nell'esatto momento in cui il fior fiore della nobiltà afferrò il poggiatesta imbottito e glielo tirò contro, pur tentando allo stesso tempo di non mollare la presa sulla veste da camera. Era così comica mentre cercava la cintura e lanciava minacce sanguinolente col viso in fiamme, che Ranma non riuscì a impedirsi di finire sdraiato sul tatami a furia di ridere.
"Baka di un baka di un baka!", inveì Akane stringendo la cintura intorno alla vita.
"È passato il dolore?", chiese Ranma sornione stendendosi su un fianco e tenendosi la testa con una mano.
"Sì, ma ti scuoierò vivo lo stesso!".
Senza smettere di sorridere, Ranma si scansò appena in tempo: il pugno di Akane si piantò nel tatami e fece scricchiolare il pavimento sottostante, là dove prima era la sua testa.
"Vuoi ingaggiare una lotta qui dentro?", le chiese divertito quando lei era ormai a un passo per ficcargli due dita in gola.
"Ringrazia i kami che siamo in un castello, o su quanto ho di più caro ti avrei demolito la faccia! E comunque sappi che lo farò!", minacciò puntandogli un indice contro. "Vuoi il resto della ricompensa quando torneremo a Nagoya? Allora ti conviene trattarmi con riguardo, o troverai un pentolone di acqua bollente ad aspettarti!".
"Sei più carina quando sorridi".
Akane sbatté le ciglia, affatto certa di poter credere alle proprie orecchie.
Sono… cosa?
Non aveva udito nessuno, mai, fare commenti sulla sua persona prima del ronin, era semplicemente inconcepibile ed era comunque certa che il ronin la trovasse ripugnante. Fino a quel momento.
Perché le aveva detto una cosa del genere? A che mirava? Doveva mirare a qualcosa, era impossibile che fosse sincero… eppure né le sue labbra, né tantomeno il suo sguardo stavano mentendo.
E di colpo era di nuovo su quel tetto, a fronteggiare un sorriso disarmante e occhi trasparenti come l'acqua dello stagno dietro casa. Aveva di nuovo undici anni e stava arrossendo.
Non si accorse del dito cui bastò toccarle la fronte per sbilanciarla all'indietro.
Akane atterrò sul futon ancora incredula, mentre Ranma si sedeva di fronte a lei, le afferrava il piede destro e lo sollevava, tenendo con una mano la caviglia fasciata di fresco.
"Anche questo punto qui", affermò premendole uno tsubo fra le prime due dita, "ti aiuterà ad alleviare gli spasmi. Un ago sarebbe più efficace, ma anche più doloroso".
Sentì la propria faccia bruciare di sdegno.
"Allora l'hai fatto apposta per distrarmi!".
"Ovvio", ammise inviandole il proprio qi senza nemmeno guardarla, mentre una marea infuocata si propagava nel piede. "Hai ancora mal di testa?".
"Un po'…".
Lasciò andare la gamba – che lei si affrettò a coprire – e le prese una mano.
"Questo punto qui", disse premendole uno tsubo nell'incavo tra pollice e indice, "si chiama he-gu, 'bocca della tigre'. Insieme a quello sull'altra mano e a quelli sui piedi forma i 'quattro cancelli', ma va premuto con moderazione, se lo scopo è solo quello di alleviare i dolori tipici del ciclo femminile e in particolare il mal di testa. Se invece vuoi favorire lo scorrimento del sangue e accelerare le perdite affinché durino meno, devi imprimere più energia e tenerlo premuto più a lungo".
"Non è lo stesso punto che hai indicato alle donne di quel villaggio?".
Un'ombra calò sul viso di Ranma.
"Sì".
"Per quale motivo?".
Le lasciò andare la mano e sbuffò.
"I loro piagnistei mi davano sui nervi, volevo solo farle smettere".
"E cosa c'entra questo con…".
"La 'bocca della tigre' stimola il flusso di sangue verso il basso, quindi può anche aiutare a partorire. O provocare un aborto".
Akane trattenne il fiato. Quelle povere sfortunate erano rimaste tre giorni in balia di quei banditi, non osava neppure immaginare cosa fossero state costrette a subire, impossibile che almeno una di loro non aspettasse un figlio. Sarebbe stata una beffa, dopo aver visto morire i propri per mano di quelle bestie, tuttavia…
"E tu hai…?".
"Io ho solo mostrato a quelle donne cosa fare, saranno poi loro a decidere. E se decideranno di non proseguire un'eventuale gravidanza, almeno non moriranno nel tentativo di abortire da sole. Comunque è difficile che funzioni: occorre molta pratica per stimolare correttamente quello tsubo".
"Perché allora hai fatto credere loro che…".
"Non ho fatto credere nulla, ho detto solo che c'era una possibilità. Se non avessi dato loro qualcosa cui aggrapparsi, non l'avrebbero smessa più di piagnucolare. E poi la ragazza più giovane si sarebbe tolta la vita, hai visto anche tu in che condizioni era".
Sì che l'aveva vista. Sembrava una bambola di pezza cui avevano cucito gli occhi vitrei di un cadavere. Non credeva che anche Ranma se ne fosse accorto. Soprattutto, non credeva potesse importargliene. Invece, a modo suo, aveva mostrato pietà.
"Dunque alla fine hai provato pena per loro?".
"Mi hai costretto ad ascoltare la loro storia, mocciosa. Non ti bastavano i pianti disperati e le facce sfigurate? Dovevi per forza sentire dalle loro labbra cos'era successo?".
"Certo, per non perdere la mia umanità e affinché non perdessi un pezzo alla volta anche la tua. Siamo talmente abituati alle atrocità, da pensare che siano normali e commetterne alla fine noi stessi. Peggio di qualsiasi male è l'abitudine al male stesso. Una volta che ci siamo abituati, non facciamo più nulla per impedirlo".
Rimasero così tanto a lungo a fissarsi, che Akane temette di sprofondarci in quegli occhi che la scrutavano come se volesse leggerle nel pensiero.
"Che t'importa della mia umanità?".
"Nulla, solo che… ti affanni molto per non essere toccato da ciò che ti circonda, ma la verità è che non vuoi esserlo del tutto, vuoi ancora conservare un briciolo di umanità, così come io non voglio rassegnarmi alle atrocità che si compiono tutt'intorno a me".
Ranma accennò a un mezzo sorriso stanco.
"Vorresti salvarli tutti, non è vero?".
Stava per rispondere che non pretendeva tanto, invece sospirò e chiuse gli occhi.
"La mattina dopo averti seguito per le strade di Edo chiesi udienza a mio padre e lo pregai di concedermi il permesso di diventare una monaca al servizio dei più deboli, non desideravo sposare né Hibiki Ryoga, né altri. Mio padre ascoltò la mia supplica lisciandosi un baffo per tutto il tempo", sorrise mettendosi a gambe incrociate e poggiando un gomito su un ginocchio per imitare la faccia concentrata del genitore che accarezza uno dei lunghi baffi. Stavolta Ranma le elargì un ampio sorriso. Sorrideva anche lei a ripensarci. Era stata così ingenua, così avventata. E poi il sorriso si spense. "Alla fine si alzò in piedi e disse: 'Seguimi'. Lo feci e lui mi portò sul retro della residenza. Lì c'è un bellissimo giardino zen. Quella mattina era decorato con le teste dei samurai che la notte prima tu avevi addormentato per entrare indisturbato. E le teste delle loro mogli. E dei loro figli. C'era anche quella di un neonato. Tutte infilzate su un'asta. 'Questa è la fine che meritano i traditori, figlia mia. Confido che lo terrai a mente e non mi deluderai più'". Prese un respiro profondo, ma a nulla valse: una lacrima scese lo stesso. "Sogni angosciosi mi tormentarono per molti notti, ma promisi a me stessa che mai – mai – avrei permesso al male di rendermi sua complice, mai mi sarei abituata a pensare che quell'orrore fosse normale".
Ranma stava osservando la lampada sempre più fioca e lei ne approfittò per passare il dorso della mano sulla guancia.
"Per quanti tu possa salvarne, non riporterai in vita quel neonato. Né la bambina congelata nel fiume".
Anche lei volse il viso alla luce che moriva.
"Tuttavia voglio fare il possibile perché non accada più", rispose tornando seduta sulle gambe. "Per questo non mi tirerò mai indietro di fronte a una richiesta di aiuto".
Lo osservò chiudere gli occhi, prendere un respiro ampio e massaggiarsi una spalla con una mano.
"Hai ancora dolore al ventre?".
"No".
"Mal di testa?".
"Quasi svanito".
"Allora coricati: è tardi e domani voglio andarmene da qui il prima possibile", disse alzandosi e dandole le spalle.
"Non credo di poter chiudere occhio. E appena lo faccio…".
Ranma si fermò davanti alla fusuma, la treccia quasi incassata fra le scapole.
"Devi imparare a convivere con i tuoi incubi, o non riuscirai a salvare nemmeno te stessa".
Lo vide allungare una mano per aprire la porta e non riuscì a resistere alla tentazione.
"Tu riesci a dormire?".
Ranma lasciò ricadere il braccio e si volse a guardarla.
"Solo chi non ha una coscienza riesce a dormire".
"E tu vorresti essere uno di quelli, non è così?".
Distolse lo sguardo e si alzò per recuperare il poggiatesta, lo sistemò sul materasso e si accinse a infilare le gambe sotto le coperte, quando Ranma le comparì di fianco seduto sui talloni, la mani poggiate sulle gambe.
"Farai molti 'sogni angosciosi' finché resterai con me. Posso premere lo tsubo dietro il collo per impedirti di passare la notte a guardare il soffitto, se vuoi, ma non sarà comunque un sonno tranquillo. D'ora in poi non ne farai più".
Akane sostenne l'ardesia dei suoi occhi che virava nel blu, finché si sedette per raccogliere i capelli, lasciarli ricadere su una spalla e scoprire il collo.
"Avvicinati", le ordinò.
Si sollevò sulle ginocchia e Ranma fece altrettanto.
"Dormirai qui fuori?".
Erano di nuovo faccia a faccia, come la sera prima, ma lui la sovrastava indugiando sul suo volto, come se fosse indeciso sul da farsi. E lei aveva smesso di respirare.
"Sì", le rispose sfiorandole il viso con una mano per indurla a voltarsi, mentre avvicinava l'altra alla sua nuca. A contatto con la propria pelle, quella rovente delle sue dita era indurita da una vita intera di lotte, sofferenze e incubi inimmaginabili.
"Puoi anche rimanere qui, se credi, per me è indifferente".
Anni trascorsi a esercitarsi nell'arte della dissimulazione forse non erano stati spesi invano. Aveva quasi convinto perfino se stessa.
Ranma le prese il mento con due dita costringendola a guardarlo di nuovo.
"È meglio di no".
Sentì la mano che le aveva lambito il mento posarsi sulla sua vita e stringerla, accostando il proprio corpo al suo. D'istinto premette le mani sul suo torace, il cuore che ormai batteva nella testa, ma nell'attimo in cui il calore del ronin la avvolse, l'oblio la inghiottì.
Non tornò in corridoio. Non subito.
Si sedette contro una parete e rimase a guadarla dormire a lungo, dopo averla adagiata sul letto.
Anche quando prese a camminare su e giù per la stanza, saggiando un passo dietro l'altro le assi di legno del pavimento e il loro lamento sotto il peso del corpo, continuò a osservare di tanto in tanto il sonno inquieto della mocciosa.
Forse valeva la pena tornare a calpestare la terra.
